Embraco, il giochino sleale degli americani di Whirlpool. Calenda all’attacco

Per Calenda l’Est Europa usa fondi Ue per fare dumping e le multinazionali sfruttano appieno la concorrenza fiscale. Ai danni dei lavoratori. Il caso Embraco

Embraco, il giochino sleale degli americani di Whirlpool. Calenda all'attacco 

Non è andato tenero Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico: i paesi dell’Est Europa “attirano delocalizzazioni con fondi Ue” e quindi fanno una concorrenza “squilibrata” (per non dire sleale) agli altri partner della Ue, Italia compresa. Le dichiarazioni di Calenda sono arrivate margine della firma per la chiusura del dossier Alcoa, uno dei molti dossier che il ministro sta cercando di chiudere prima delle elezioni del 4 marzo prossimo. Dossier che in alcuni casi restano molto “spinosi”, come quelli di Embraco (gruppo Whirlpool), che da una parte conferma 497 esuberi su 537 lavoratori impiegati nello stabilimento di Riva di Chieri, nel torinese, dove si producono compressori per frigoriferi della gamma Whirlpool dall’altra rimanda il confronto col governo.

whirlpool ape

 

 

Una vicenda “indecorosa” per Calenda, che ha scritto alla commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, chiedendo di verificare “le politiche fiscali e di incentivi diretti” della Slovacchia, per sincerarsi che rispettino le regole Ue sugli aiuti di Stato. Whirlpool, che nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit, aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Ora il sospetto di Calenda è che il gruppo si sia lasciato attirare dalle “sirene” dell’Est Europa, al pari di altre multinazionali come Honeywell (pronta a chiudere la fabbrica di Atessa e licenziare i 400 dipendenti, per investire 32 milioni nel sito di Presov, in Slovacchia occidentale) e Carlson Wagonlit, che vuole chiudere la sede italiana di Torino (dove sono a rischio 50 dipendenti) per delocalizzare in Polonia.

Così Calenda è sbottato: paesi come Polonia e Slovacchia pretendono di riconoscersi “pienamente nei valori europei” ma poi prendono “un sacco di contribuiti” comunitari, dunque pagati anche dai contribuenti italiani, che vengono poi utilizzati come aiuti di stato per fare concorrenza agli altri partner, Italia compresa, “in condizioni di dumping economico, ambientale e sociale”. Da parte loro multinazionali sfruttano a proprio vantaggio la compiacenza dei governi dell’Est Europa ignorando ogni principio di responsabilità d’impresa. Un atteggiamento “vergognoso” per combattere il quale Calenda si dice pronto a cercare di “spostare i lavoratori su altre aziende che restano in Italia” anche contattando “i committenti uno per uno”.

Il riferimento è all’ipotesi di varare piani di reindustrializzazione che, nel caso dello stabilimento Whirlpool-Embraco di Riva di Chieri, potrebbero coinvolgere progressivamente altre aziende in grado di riassorbire quanti più possibili dipendenti. Progetto che però al momento resta lettera morta, bloccando anche ogni possibilità di concessione di cassa integrazione straordinaria. Ma perché le multinazionali fuggono dall’Italia? Almeno per tre fattori che giocano a favore dei loro azionisti: salari più bassi, fisco meno opprimente e maggiore produttività, un mix in grado di pompare i margini di profitto.

Secondo dati Eurostat, a fine 2016 a fronte di un costo del lavoro pari in media a 29,80 euro l’ora in Eurolandia, in Italia lo stesso non superava i 27,50 euro, come dire che i lavoratori italiani non sono certo i più pagati d’Europa, ma in Slovacchia si registrava un costo inferiore alla metà, ossia 10,2 euro, e in Polonia pari a un terzo, appena 8,4 euro. Quanto al peso del fisco sulle imprese, sempre a fine 2016 secondo Kpmg in tutta la Ue- 28 il tax rate medio era pari al 22,1%, in Italia si era ben al di sopra della media, ossia al 31,4%, mentre in Slovacchia non si andava oltre il 22% e in Polonia si era al 19%, vale a dire tassazioni a livello di “paradisi fiscali” (che l’Italia non può permettersi a causa della su spesa pubblica e del debito pregresso).

Terzo e forse decisivo a sfavore dell’Italia, è infine la produttività. Come ricordato pochi mesi fa dall’Istat, in Italia nel decennio 1995-2015 la crescita media annua della produttività del lavoro (+0,3%) è risultata “decisamente inferiore alla media Ue (1,6%)”: in questo caso l’Italia, a causa di minori investimenti in macchinari, attrezzature e formazione del personale, esce perdente anche dal confronto con paesi occidentali come la Germania (che ha registrato un incremento medio annuo dell’1,5%), la Francia (+1,4%) il Regno Unito (+1,5%) e persino la Spagna (+0,5%), che pure ha perso terreno ma meno del “Bel Paese”.

Insomma: Calenda deve assolutamente cercare di difendere gli interessi italiani in sede comunitaria e pretendere che le multinazionali tengano fede ai propri impegni e assunzioni di responsabilità, specie quando questi sono stati fissati in cambio di incentivi e agevolazioni.

Ma se il peso del fisco non diminuirà e la produttività non aumenterà, la battaglia di Calenda rischia di essere persa in partenza, o quanto meno di risultare l’ennesima battaglia di retroguardia alla quale il sistema economico italiano sembra condannato da decenni.

Luca Spoldi affariitaliani

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