Ex BpVi e Veneto Banca, quel regalone da 3,5 miliardi a Intesa

Nell’utile 2017 da 7,3 miliardi, il gruppo di Messina dovrebbe ricordare l’aiuto di Stato. Grazie a cui sta “digerendo” il boccone delle ex popolari venete.

 

Banca Intesa fa festa quest’anno: il 2017 si è chiuso per l’istituto guidato da Carlo Messina (in foto) con un maxi-utile di 7,3 miliardi di euro. Dei quali però quasi la metà, ovvero 3,5 miliardi, corrispondono all’aiutino di Stato ricevuto per quel regalone che è stato l’acquisto a condizioni, come si sa dall’anno scorso e come oggi vedremo nel dettaglio, ultramega-favorevoli, di quelle decotte carcasse che sono, anzi erano, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Nel Veneto che ha ripreso, con dignità anche eccessiva, il suo abituale “lavora e tasi“, nessun esperto di finanza si è peritato di fare i conti in tasca alla nuova banca padrona. Lo ha fatto un po’ di tempo fa un professore del Politecnico di Torino, Marco Gallea, sul sito di informazione economica La Voce.info (di sicuro non tacciabile di essere un organo di parte). In un suo intervento del dicembre scorso, il docente fa una breve ma fulminante radiografia del “sol boccone” che ha fatto il gruppo bancario delle due ex popolari, partendo dalla cifra simbolica di 1 euro che le è costato. Non è esattamente così, perchè se fosse così si sarebbe presa in corpo passivi pari agli attivi. Quel che è passato foese un po’ en passant è lo scontone da 3,5 miliardi, la cifretta da niente di cui sopra, che ha ottenuto dall’accomodantissimo governo Gentiloni come “supporto finanziario”, avendo posto fra le condizioni di acquisto quella di non far sostenere ai suoi azionisti un aumento di capitale per mettere in sicurezza il proprio patrimonio di vigilanza. Questa è la prima, macroscopica deroga al codice civile strappata da Intesa al generosissimo Stato. Una “mano” che gli obbligazionisti subordinati potrebbero recuperare, scrive Gallea, solo con «recuperi irrealistici dai crediti deteriorati superiori al 60,58 per cento».

C’è poi una seconda, davvero letteralmente inaudita deroga alle leggi civili, che forse è stata un po’ sottovalutata: il rimborso statale a Intesa per farsi carico degli esuberi dei dipendenti di BpVi e Vb in eccesso, dell’ammontare di 1,8 miliardi, finirà sulle spalle delle due ex banche in liquidazione, cioè sul conto dei suoi azionisti e titolari di bond subordinati. Lo Stato si riverrà su di loro: un vero unicum. Il tutto, senza dimenticare i 400 milioni di garanzie statali contro ogni eventuale perdita per Intesa, e il finanziamento di 5,3 miliardi da parte di Intesa per la svalutazione dei crediti deteriorati, che Intesa si riprenderà dalla liquidazione della “bad bank” (a cui rimane in pancia una montagna di crediti deteriorati: 17,6, con un recupero stimato in 9). L’intera operazione, va ricordato, nell’«indimostrato assunto» che in caso di liquidazione il recupero sarebbe stato anche minore, o pari a zero.

Si sarebbe potuto fare diversamente, anzichè sottostare a condizioni-capestro, umilianti per il contribuente e beffardamente dannose per ex soci e sottoscrittori di obbligazioni? La conclusione a cui arriva la firma della Voce.info è bruciante, e merita di essere ripresa per intero: «Lo Stato poteva almeno pretendere azioni “speciali” di Intesa, con diritto per alcuni anni solo a una quota degli utili della divisione “ex-banche venete”, senza nessun danno o effetto diluitivo in capo agli attuali azionisti di Intesa. Al rientro con i proventi della liquidazione (e detratto un equo compenso) dall’“investimento forzato” in azioni “speciali”, lo Stato avrebbe potuto trasferire le azioni agli obbligazionisti subordinati e magari anche agli azionisti delle vecchie banche. A loro danno, c’è stato invece un ingentissimo e gratuito trasferimento di valore verso gli azionisti di Intesa. (…) Si è presumibilmente voluto dimostrare alle autorità europee che gli obbligazionisti subordinati e gli azionisti, figli di un dio minore, pagheranno sempre e comunque, anche se ben oltre il lecito».(Alessio Mannino Vvox)