I nuovi indizi di una crisi alle porte

Nuovi dati arrivano da Giappone e Stati Uniti e indicano una situazione non florida per l’economia. E presto anche i mercati potrebbero risentirne.

LapresseLapresse

Come in tutto nella vita, anche in economia c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi quello mezzo vuoto. Come valutare, quindi, il dato del Pil giapponese reso noto ieri mattina? La vulgata che possiamo definire ottimista – o del bicchiere mezzo pieno – parla della più lunga striscia di crescita positiva degli ultimi 28 anni, quindi un successone per l’Abenomics dopo anni di acquisti pressoché onnivori, la distruzione del più grande mercato obbligazionario del mondo (oggi come oggi, semplicemente incapace di fare prezzo) e la trasformazione della Banca centrale in un hedge fund. L’economia giapponese è infatti cresciuta per l’ottavo trimestre consecutivo: da ottobre a dicembre 2017, il Pil nipponico è aumentato dello 0,1% su base congiunturale, poco sotto le attese degli economisti che avevano stimato una crescita dello 0,2% e in frenata rispetto al trimestre luglio-settembre, quando l’espansione era stata dello 0,6%. Il tutto, anche grazie a una spinta che è arrivata dalla costruzione delle infrastrutture per le Olimpiadi del 2020. 

Tutto bene? Direi proprio di no. Anzi, quella arrivata ieri da Tokyo altro non è se non la conferma che la famosa crescita globale, sostenuta e sincronizzata è finita, sepolta insieme ai guadagni da inizio dell’indice Dow Jones. Su base annua, infatti, il Pil della terza economia del mondo è sì salito dello 0,5%, trainato dall’aumento delle spese per consumo e dagli investimenti delle imprese, peccato che questo risultato cozzi con il 2,2% di aumento del trimestre precedente (luglio-settembre 2017) e con l’1,0% delle attese degli analisti. Il tutto, in ossequio al bicchiere mezzo vuoto, potendo vantare proprio il traino delle costruzioni infrastrutturali per le Olimpiadi: e senza? 

Parliamo del dato di crescita nipponica più debole dal quarto trimestre del 2015, oltretutto con il deflettore del Pil che vira in negativo su base annua, portando il dato del Pil nominale a un brusco -0,1% contro il +2,6% del periodo luglio-settembre dello scorso anno. Certo, la domanda privata pare rimanere solida come voce, ma a mostrare segni di debolezza preoccupante rispetto al trimestre precedente, quando contribuirono in maniera significativa al dato di crescita, sono le scorte private e la domanda esterna: vi stupite, quindi, che il Nikkei abbia chiuso negativo e il cross yen/dollaro sia precipitato a 107,01? Se occorreva festeggiare la striscia più lunga di crescita da 28 anni a questa parte, il trionfo dell’Abenomics sul fantasma epocale della deflazione e la rinascita economica, come mai indicatori come Borsa e valuta hanno abbassato ancora la testa? Vale anche in questo caso la vulgata della Fed e dei tassi, ovvero se l’economia reale va bene, la Borsa fa le bizze perché vede sparire il doping di Stato? 

Strano, perché formalmente negli Usa è sparito da un po’, mentre in Giappone è già stato deciso che – in nome del successo finora ottenuto – si andrà avanti a comprare anche l’aria fino al marzo 2019 per riuscire ad arrivare al 2% di inflazione, un anno di rinvio esatto rispetto ai piani iniziali. Insomma, un successone da festeggiare. Ma più del dato giapponese, ieri è stata la giornata di quello relativo all’inflazione statunitense, ragione ufficiale dei tonfi borsistici della scorsa settimana e indicatore delle intenzioni della Fed riguardo la normalizzazione dei tassi di interesse. E il dato è stato di quelli che avrebbero dovuto far tremare le vene ai polsi, visto che su base annua il dato è stato del 2,1% contro un’attesa dell’1,9%, con sottoindici sensibili come le assicurazioni sugli autoveicoli su dell’1,3% su base mensile, l’aumento maggiore a 30 giorni addirittura dal 2001. 

Reazione del mercato? Futures di Wall Street in rosso e rendimento del Treasury a 10 anni in aumento, come narrativa ufficiale imporrebbe. Addirittura, i Fed Fund Futures implicitamente prezzavano subito dopo il dato il 23% di possibilità per 4 aumenti dei tassi per quest’anno, su dal 17% di martedì. Quindi, che dire? Io resto della mia opinione e lascio che sia un maestro come Richard Breslow a confermare che siamo di fronte a una palese truffa, a una messinscena per non ammettere ciò che il dato giapponese implicitamente conferma: ovvero, che le Banche centrali non solo non fanno miracoli, ma, salvo inversione a u delle politiche monetarie da parte di Fed e Bce, stanno anche finendo tutti i trucchi a loro disposizione. Ecco cosa ha detto Breslow, interpellato da Bloomberg: «Se il destino del mercato azionario e di ogni altra asset class che conta è così sensibilmente legato a pochi punti base di scostamento del Treasury a 10 anni, allora siamo di fronte a una bolla ben più grande di quella che gli analisti ci stanno raccontando. E dovrebbero smettere e desistere dal prendersela con i fondamentali». 

Anche perché la realtà è testarda e puoi negarla o travisarla solo per un po’, dopodiché ti schianta al suolo: la famosa fiammata salariale che aveva messo le ali all’inflazione, infatti, non esiste e ce lo mostra questo grafico, dal quale vediamo che gli aumenti medi orari reali sono cresciuti solo una volta negli ultimi sei mesi negli Usa, tanto che il dato di gennaio reso noto ieri parla di un -0,2%: in realtà, siamo alla stagnazione salariale da due anni. Eppure, è bastato un dato – singolo – a dare la stura a una narrativa che fa impallidire le peggiori fake news sul Russiagate. Il tutto, quasi ignorando invece un dato fondamentale come quello delle vendite al dettaglio, pubblicato in contemporanea con quello Cpi sull’inflazione, sceso dello 0,3% contro un’attesa del +0,3%: in una nazione il cui Pil è composto al 70% da consumi personali, direi che questo dato offre indicazioni interessanti. Certo, bisogna volerle cogliere e non ignorarle volutamente per evitare che il proprio storytelling finisca in frantumi, insieme ai residui di credibilità. 

Ma attenzione, perché al netto di tutto questo, oggi si potrebbe ballare. E non per il dato dell’inflazione digerito in ritardo, bensì perché vanno in scadenza a Wall Street le opzioni sul Vix, appuntamento che notoriamente porta con sé picchi di volatilità: qualcuno userà l’eventuale turbolenza per mettere ancora più carne sul fuoco delle false spiegazioni ai tonfi? Non stupirebbe affatto, perché il timore di ammettere la profondità della nuova crisi è davvero tanto. Anche perché, storicamente, nel giorno di scadenza, il Vix tende ad avere molti più scostamenti del solito e molto più accentuati, circa del 13% di media nelle ultime 12 scadenze mensili sulle opzioni contro la media normale di circa il 10%. Certo, spacciare quelle mosse come qualcosa di accomunabile al 60% del 5 febbraio sarebbe un colpo da maestro anche per la narrativa mainstream, ma ormai non mi stupisco più di nulla. 

Una cosa è certa: chi scommette davvero, sa come stanno le cose. Dopo che Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, ha detto chiaro e tondo che «lo scossone più grande deve ancora arrivare e non manca molto» e Amundi, principale asset manager europeo, ha invitato i suoi clienti a stare fermi e «lasciare che la polvere si posi al terreno», ecco che Pierre-Henri Flamand, chief investment officer del Man Group Plc, ha altrettanto messo in guardia i clienti dalla pratica diffusissima dei comprare sui minimi creati dai tonfi della scorsa settimana, il famoso buy the dip: «L’inclinazione istintiva a questa pratica potrebbe essere forte oggi come oggi, ma come ci hanno mostrato i movimenti della scorsa settimana, potrebbe non funzionare. Penso che quanto abbiamo vissuto potrà continuare ancora per un po’ di tempo. Questo perché nel tempo sono stati seminati i semi per una correzione maligna, tanto che l’attuale periodo di stabilità ha superato quello del 1965 e soltanto una volta fra il 1920 e il 1995 il mercato ha goduto di una periodo più esteso di questo senza una correzione sul lungo periodo almeno del 5% sui corsi generali». 

Ora, guardate questi ultimi tre grafici: il primo ci mostra, in base al modello di Ralph Nelson Elliot, che potremmo essere in pieno nella quinta ondata di crisi storica, la quale «non solo potrebbe durare settimane, ma addirittura mesi o anni, ma preannuncerebbe inevitabilmente una correzione di mercato significativa, qualcosa che in media potrebbe azzerare fra il 38 e il 50% di tutti i guadagni». Il secondo e il terzo grafico? Sono relativi al sondaggio mensile di Bank of America-Merrill Lynch fra i gestori di fondi e parlano da soli: il primo ci dice che il 70% degli interpellati ritiene che l’attuale ciclo economico sia nella fase finale, quindi recessione come prossima fermata, mentre il secondo vede una percentuale record del 24% di dirigenti che ritiene i bilanci corporate globali come overleveraged, ovvero schiacciati dal debito. Che dite, tutta colpa dell’inflazione e dei salari Usa euforici per l’economia che sprizza salute da tutti i pori o forse siamo alla vigilia di un botto epocale? 

Mauro Bottarelli sussidiario.net