Inflazione Usa migliore delle attese spiazza i mercati: rischio nuova correzione in agguato?

L’inflazione statunitense migliore delle attese potrebbe riaccendere la volatilità e innescare una nuova ondata di vendite a Wall Street, dopo il recupero registrato nelle ultime sedute. La partenza degli indici Usa non fa ben sperare. Nei primi istanti di contrattazioni dominano le vendite sulla Borsa americana che apre i battenti all’insegna dei ribassi: l’indice Dow Jones e l’S&P 500 cedono rispettivamente lo 0,51% e lo 0,47% in avvio, mentre il Nasdaq perde lo 0,46 per cento. Sul fronte dei titoli di Stato statunitensi, post dato, il rendimento del Treasury è schizzato fino a 2,88%, nei pressi dei massimi a 4 anni toccati la scorsa settimana, per poi attestarsi al 2,86%.

L’inflazione Usa, pubblicata alle 14.30 ora italiana, è rimasta stabile al 2,1% nel mese di gennaio contro un’aspettativa di un calo all’1,9%. Su base mensile, quindi nei confronti di dicembre, l’indice dei prezzi al consumo ha segnato un +0,5% (consensus +0,3%). Escluse le componenti più volatili (energia e alimentari freschi), l’inflazione core è rimasta stabile all’1,8% su base annua. Un dato che così confermato i timori di unh aumento delle pressioni inflattive.

“La lettura ha spiazzato il mercato, che in qualche modo si attendeva e sperava in un rallentamento dell’inflazione”, ha commentato Vincenzo Longo, market strategist di Ig, osservando che “nonostante il dato a cui guarda la Fed sia il PCE, questa figura dell’inflazione era diventata molto attesa negli ultimi giorni a seguito delle tensioni viste sui Treasury”. Oltre all’inflazione, anche le vendite al dettaglio hanno deluso le attese: a gennaio sono scese (-0,3%) in maniera inaspettata. Gli analisti avevano infatti previsto un aumento dello 0,2%.

La lettura odierna dell’inflazione alimenta le aspettative di un’accelerazione nel ritmo di normalizzazione dei tassi da parte della Federal Reserve. Secondo i future sui Fed Funds c’è il 23% della probabilità di quattro rialzi nel corso del 2018, una percentuale ancora contenuta ma in aumento rispetto al 17% di ieri. La prossima riunione della Fed è prevista a marzo: si tratta del primo meeting con il nuovo governatore Jerome Powell. In quella occasione è attesa la conferenza stampa e la pubblicazione delle previsioni economiche.

I dati di oggi, più solidi del previsto – cosa che è in qualche modo incoraggiante dato che riflette una normalizzazione in alcune componenti che sono state molto deboli – potrebbero estendere la recente volatilità di mercato, perché le aspettative per gli aumenti dei tassi della Fed sono ricalibrate verso l’alto“. E’ di questa opinione Andrew Wilson, ceo di Goldman Sachs Asset Management per l’area EMEA, Global Co-Head Fixed Income Management.

“A nostro avviso – prosegue l’esperto – il market-pricing per la politica della Fed sottovaluta il solido contesto macroeconomico, tra cui il tasso di disoccupazione ai minimi da 17 anni e l’impatto degli stimoli fiscali, e riteniamo che ci sia spazio per ulteriori aumenti dei tassi quest’anno rispetto all’attuale proiezione della Fed di tre rialzi. Detto questo, crediamo che i dati odierni dovrebbero essere considerati congiuntamente all’inflazione PCE (Personal Consumption Expenditures), la misura preferita dei prezzi della Fed, e i salari, ovvero il colpevole del recente picco di volatilità, che saranno rilasciati all’inizio del prossimo mese”. Daniela La Cava Finanzaonline