Toto’ e gli altri (seconda parte)

Umberto Eco scrisse invece una cosa opposta. Nel 2007 il suo editore gli propose di tradurre in cinese una raccolta di testi tratti dalla “Bustina di Minerva”, la rubrica che curò per l’Espresso tra il 1985 e il 2016. Disse che gli sembrava strano, perché i cinesi non avrebbero potuto capire i tanti riferimenti all’attualità italiana. Poi tirò in mezzo Totò, come esempio.

Cinesi a parte, mi chiedo se un nostro ragazzo del liceo sappia oggi cos’era il distributore di benzina di piazzale Loreto, e se la sua mente e il suo cuore – a meno che sia un cinefilo – siano mai stati illuminati dalla visita di Totò agli editori Zozzogno e Tiscordi, dopo che era sceso dal fatidico vagone letto. Ragione di più per dubitare della reazione dei cinesi a questi miei scritti. Il che m’indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

Lo scrittore, attore e regista napoletano Luciano De Crescenzo disse che «Totò era un comico di linguaggio e come tale non fu mai esportabile». E aggiunse:

Come è possibile far capire a un contadino dell’Arkansas cosa vuol dire “Sono un uomo di mondo perché ho fatto il militare a Cuneo”. O ancora: “a prescindere”, “eziandìo”, “mi scompiscio” o “tomo tomo, cacchio cacchio”?

Mina

Per gran parte della prima metà degli anni Sessanta, Totò, che già era molto famoso, non andò in televisione. Ci tornò nel 1965 per partecipare al varietà Studio Uno, condotto da Mina. Di lei, lui disse: «Quell’anima lunga che sembra un contrabbasso con tutte le corde a posto, quelle carni bianche da gelato alla crema, quella creatura recita poco e male, ride al momento sbagliato, coprendosi la bocca con la mano. Ma se si spengono le luci e lei comincia a cantare, da quella voce escono grandi palcoscenici, pianto e risate». Totò tornò a Studio Uno anche l’anno successivo, e quella volta c’era anche Alberto Sordi.

Alberto Sordi

Questa è famosa: pare che la prima volta che Totò vide Alberto Sordi disse “è capacino”. I due recitarono insieme in Totò e i re di Roma, del 1951. Sordi disse che i registi, Monicelli e Steno, lo chiamarono perché avevano bisogno di uno che interpretasse uno «così cattiva e così carogna» da bocciare un poveruomo come quello interpretato da Totò, che ha bisogno per lavoro di ottenere la licenza elementare. Nella scena Totò dovrebbe dire il nome di un pachiderma. Un esaminatore prova a suggerirgli che la risposta è “elefante”, facendogli capire che gli elefanti hanno una lunga proboscide. Totò capisce male e pensa a qualcuno con un grande naso: dice quindi “Bartali”.

Gino Bartali e Fausto Coppi

Nel film Totò al Giro d’Italia, uscito nel 1948, ci sono, tra gli altri, Fausto Coppi, Gino Bartali, Fiorenzo Magni, Freddy Kübler e Louison Bobet: tutti i migliori ciclisti di quegli anni.

Oriana Fallaci

Nel 1963 la giornalista Oriana Fallaci intervistò Totò per per la rivista L’Europeo.

Principe: io non La ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser triste è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.
Pochissimo, niente. Io non rido, sorrido. E, anche quello, raramente. Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna: non si può mica parlare a una donna con il musone. Però vede: non è esatto nemmeno dire che io sia triste: son calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so… starei ore e ore fermo a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno qua qua, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno… che schifo! Le automobili, gli spazzini, i camion, la luce, la gente… che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.

Antonio de Curtis, su Totò

Sempre intervistato da Fallaci, Totò disse:

Ecco: ma a Lei… a Lei piace Totò? 
Le rispondo una cosa che non ho mai detto a nessuno, una cosa cui non crederà: ma vorrei ci credesse perché gliela dico col cuore in mano, signorina mia, glielo giuro sulla tomba di mia madre. Non mi piace neanche un po’. Anzitutto non mi piace come uomo: fisicamente. Signorina mia… ma l’ha visto, lei, quant’è brutto? La faccia, signorina mia… ma l’ha vista? Tutta torta, tutta asimmetrica. La parte di sinistra, passi: è una faccia lunga, una faccia triste. Ma la parte di destra, Gesù! Maria! che roba è? Buffa, dice lei. Senza dignità, dico io. Ah, come odio quella parte destra, quel mento! Dunque: anzitutto Totò non mi piace fisicamente. Poi non mi piace come personaggio… Perché, dice lei. Perché… non lo so: mi sta antipatico. Io quando mi vedo, o meglio quando mi vedevo al cinematografo, il che capitava assai raramente perché ho sempre detestato guardarmi allo specchio o sullo schermo, io mi guardavo e pensavo: Gesù, quanto è antipatico, quello. E poi Totò non mi piace come attore, come recita. Perché?, dice lei. Perché non lo so, perché non mi fa ridere. E badi che i film umoristici a me piacciono, divertono. Mi diverte Alberto Sordi, mi diverte Ugo Tognazzi, mi divertiva Charlot. Ma questo Totò, parola d’onore, non mi diverte per niente.

Oscar Luigi Scalfaro

Per farla breve: nel 1950 Scalfaro era un deputato di 32 anni della Democrazia Cristiana. A cena in un ristorante di Roma se la prese con una donna perché, a suo dire, aveva un vestito che ne metteva troppo in risalto la scollatura. La donna era una militante del Movimento Sociale Italiano e sia suo marito che suo padre, un colonnello dell’aeronautica, sfidarono Scalfaro a duello. Lui rifiutò, dicendo che la fede glielo impediva. Totò scrisse quindi una lettera a Scalfaro, pubblicata dal giornale L’Avanti:

Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Una volta, a teatro, Totò imitò Adolf Hitler: «Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito». Non furono mai davvero chiare le idee politiche di Totò. Di certo non fu mai particolarmente vicino al fascismo.

Totò e Mike Bongiorno

In Totò lascia o raddoppia?, del 1956.

Orson Welles

Per L’uomo, la bestia e la virtù – di Steno, del 1953 – Totò recitò con Orson Welles in una commedia tratta da un testo di Luigi Pirandello.

Antonio de Curtis su Totò, ancora

A proposito. Il vero nome, tutto intero, sarebbe: Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfigenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, conte Palatino del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.

Il doppiatore francese di Totò

Totò raccontò che una volta a Nizza, in Francia, entrò in un cinema per vedere Totò sceicco. Spiegò che «traducendo alla lettera le battute, il film perde il significato originale del nostro idioma e ne acquista un altro che spesso non dice niente». Più avanti, Totò parla anche della tendenza del cinema a ripetere se stesso e sfruttare i filoni buoni «fino a stancare il pubblico; fino a stancare il povero attore, meschino, egli».

Federico Fellini

Il più grande attore comico italiano non recitò mai in un film del più grande regista italiano, Federico Fellini. Ci andarono vicini per il film Il Viaggio di G. Mastorna, che però non si fece mai. I due comunque si piacevano e Fellini parlò di lui nel suo libro Fare un film.

Ricordate Totò? Che stupefacente, misteriosa apparizione! [… ] Il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali fantastici; la giraffa, il pellicano, il bradipo; e c’era anche la gioia e la gratitudine di vedere I’incredibile, il prodigio, la favola, materializzati, reali, viventi, davanti a te. Quella faccia improbabile, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga; quel corpo disossato, di caucciù, da robot, da marziano, da incubo gioioso, da creatura di un’altra dimensione, quella voce fonda, lontana, disperata: tutto ciò rappresentava qualcosa di così inatteso, inaudito, imprevedibile, diverso, da contagiare repentinamente, oltre che un ammutolito stupore, una smemorante ribellione, un sentimento di libertà totale contro gli schemi, le regole, i tabù, contro tutto ciò che è legittimo, codificato dalla logica, lecito.

Franca Faldini

Franca Faldini, attrice e scrittrice morta nel 2016, fu per anni la compagna di Totò. I due si conobbero dopo che lei le scrisse. Lui la vide nel 1952 su una copertina del settimanale e le scrisse:

Guardandola sulla copertina di Oggi mi sono sentito sbottare in cuore la primavera.

Eduardo De Filippo

Parlando di Totò, De Filippo – scrittore, attore, poeta, regista, drammaturgo, e anche altre cose – disse: «Qualunque cosa toccava, diventava incantata».

Aldo Fabrizi

Con Alberto Sordi, Totò recitò solo una volta. Con Aldo Fabrizi – altro grande attore romano, comico e drammatico – Totò recitò più spesso. E venivano anche bene in foto.

Anna Magnani

Così come nel caso di Fabrizi, Anna Magnani era tra i pochi considerati in grado di reggere la scena e i ritmi di Totò. I due fecero diverse cose insieme a teatro, ma dopo Roma città aperta (di Roberto Rossellini e con Aldo Fabrizi) lei preferì puntare sui film drammatici. Restarono molto amici per anni e recitarono insieme in un solo film: Risate amare.

William Shakespeare

Nel 1952 il signor Enfisio Zoncheddu di Cagliari scrisse (forse non davvero) al programma radiofonico La Giraffa: «Debbo confessare che, forse a causa della mia età Totò non mi diverte proprio per niente. Debbo però ammettere che ha un forte temperamento di attore. Temperamento che sortirebbe meglio nel dramma o nella tragedia, io penso. Sono sicuro pertanto che Totò farebbe molto meglio l’Amleto. Totò lo fece, più o meno. L’audio si può ascoltare qui. In alternativa, questo è Totò che, in un altra occasione, fa – più o meno – un altro famoso discorso scritto da Shakespeare.

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