+Veneto -Avvoltoi : Veneto Banca ci aspetta a Schio

veneto anca schioIl noto imprenditore Toni Costalunga è la prima vittima – a nostra conoscenza – del ‘nuovo’ corso che Banca Intesa sta imponendo nel territorio Veneto.

Prima c’erano delle banche popolari che basavano la concessione dei fidi anche su un rapporto fiduciario con il cliente. Toni Costalunga aveva le sue linee di credito, dava lavoro ai suoi dipendenti, produceva ottimi prodotti per i suoi clienti e, perché no, utili per se stesso. Adesso c’è l’algoritmo di Banca Intesa e Toni Costalunga sta perdendo i suoi mutui.

Il Veneto ha passato diversi anni di crisi. Ricordiamo le indicazioni della BCE e della Banca d’Italia di aiutare le imprese e le famiglie del territorio piuttosto di comprare titoli del debito pubblico. Indicazioni seguite pedissequamente dalle popolari del territorio veneto, che poi ne hanno pagato le conseguenze. Sono stati affidati solo gli ‘amici’? Non sembra dalle richieste provenienti ora dal mondo dell’impresa veneto. Sono stati commessi dei crimini? La magistratura ce lo dirà. Quello che è certo è che adesso non ci sono più le nostre banche e gli azionisti hanno perso tutti i loro risparmi. Centinaia di migliaia di azionisti.

Noi in Veneto, d’ora in avanti, dovremmo fare i conti con questo nuovo corso. Ce ne accorgeremo di cosa significa aver perso, non tanto le popolari, quanto quel modo di rapportarsi alla clientela di quelle banche. Siamo convinti che queste banche siano fallite in quanto, ad un certo punto, qualcuno ha deciso che esse si dovevano fondere. Disegno maccheronico che non poteva essere e non è stato realizzato. Ma che ha lasciato sul terreno molte vittime.

Vogliamo difendere con forza l’imprenditore Toni Costalunga e tutti gli altri imprenditori che finiranno nelle stesse condizioni. Noi crediamo sia nostro dovere denunciare quello che è successo in Veneto sul versante del credito e riteniamo di dover rappresentare le istanze di ex soci e clienti delle ex popolari e che sia nostro dovere difendere famiglie ed imprese che si troveranno a non essere congeniali all’algoritmo di Banca Intesa.

Saremo presenti venerdì 22 settembre p.v. alle ore 11 in via Marconi Gugliemo n. 3 a Schio, davanti alla sede di Veneto Banca.(SIAMOVENETO.IT)

Intesa Sanpaolo: autorità di Ny multano banca per 235 milioni di dollari

Condotta “negligente”. Mancanze “gravi” nella compliance. Violazioni delle leggi contro il riciclaggio di denaro. Agevolate transazioni per clienti iraniani potenzialmente soggetti a sanzioni economiche Usa

Il dipartimento dei Servizi finanziari (Dfs) di New York ha multato Intesa Sanpaolo per 235 milioni di dollari. Come si legge in un comunicato dell’autorità finanziaria dell’Empire State, la banca italiana ha “ripetutamente” violato leggi contro il riciclaggio di denaro. Tra le azioni citate, Dfs parla della “gestione di numerose transazioni sospette che coinvolgono società di comodo attraverso la filiale di New York”. Intesa Sanpaolo avrebbe anche “deliberatamente nascosto informazioni ai regolatori bancari”.

Compliance: individuate mancanze “gravi”
Le violazioni annunciate il 15 dicembre, continua il comunicato, “includono mancanze gravi sul fronte della compliance nel corso di vari anni e derivanti da mancanze nell’implementazione e supervisione del suo sistema di monitoraggio delle transazioni”.

Stando all’autorità finanziaria di New York, un funzionario della banca per la compliance, quando gli sono stati chiesti chiarimenti per pratiche non autorizzate, “ha detto che le transazioni erano state oggetto di clearing in un modo non incluso nelle procedure scritte previste dalla banca perché era più efficiente”.

Il Dfs sostiene poi che “la banca ha mancato migliaia di alert generati dal sistema automatico della banca stessa e che usa password e algoritmi per identificare transazioni sospette”. L’autorità fa notare che molti di quegli alert necessitavano di indagini ulteriori. Non solo. “Intesa ha formato specialmente alcuni suoi dipendenti per gestire transazioni riguardanti l’Iran per offuscare le attività di gestione del denaro in modo tale che non fossero segnalate come transazioni legate a un’entità sanzionata”. In un altro caso, prosegue il comunicato, “il funzionario della compliance contro il riciclaggio di denaro nella sede di New York ha lasciato ai singoli la decisione di come controllare transazioni sulla base di quello che ‘funziona meglio’ per loro, contro le guideline scritte della banca e contro le pratiche assodate nell’industria” di riferimento.

11 miliardi di dollari di transazioni legate all’Iran
Dall’indagine delle autorità newyorchesi è emerso che “dal 2002 al 2006 circa, Intesa ha usato metodi e pratiche poco chiare per condurre oltre 2.700 transazioni di clearing in dollari americani per un ammontare di oltre 11 miliardi di dollari per conto di clienti iraniani e altre entità potenzialmente soggette a sanzioni economiche Usa”. Come spiega il Dfs, “elaborando transazioni riguardanti entità potenzialmente soggette a sanzioni utilizzando questi metodi non trasparenti, Intesa ha sovvertito controlli messi a punto per identificare transazioni illegali nella filiale di New York e ha sventato la supervisione efficace della filiale stessa da parte dei regolatori”.

Esteso l’incarico di un consulente indipendente
Ora Intesa Sanpaolo deve passare al vaglio le transazioni della sede newyorchese dal 2014 a oggi per “garantire la compliance” con le leggi anti-riciclaggio, con quelle relative a sanzioni federali oltre a norme statali.

Il coinvolgimento di un consulente indipendente viene esteso fino a due anni: era stato messo nella filiale di NY di Intesa dal Dfs “a causa di questioni serie identificate dai regolatori nel 2002 e legate alla compliance della banca in materia di anti-riciclaggio di denaro”. E’ quel consulente ad avere scoperto le transazioni sospette per cui Intesa viene oggi punita e ad essere chiamato a effettuare una ispezione (e a redigere un rapporto da consegnare alle autorità) sugli sforzi della banca per rimediare alle violazioni commesse.

Cosa dovrà fare la banca
Entro 60 giorni da quel rapporto, la banca dovrà presentare al Dfs sei cose: un programma di compliance rivisto sull’anti-riciclaggio di denaro e sul Bank Secrecy Act; un programma per assicurare l’identificaione e la denuncia di tutte le violazioni note o sospette della legge; un programma migliorato della due diligence sui clienti; un programma interno rivisto di audit interno; un piano per rafforzare la supervisione da parte del management della banca della compliance da parte della filiale di New York di regolamenti, leggi e requisiti vari.

L’autorità finanziaria di NY: condotta negligente
“Le istituzioni finanziarie globali devono essere la prima linea di difesa nella guerra contro il terrorismo internazionale, i cyber-crimini e l’evasione fiscale”, ha detto in una nota Maria T. Vullo, sovrintendente del dipartimento dei Servizi finanziari dello Stato di New York. “sistemi efficaci e responsabili di monitoraggio delle transazioni sono strumenti essenziali nella battaglia contro transazioni illecite e finanziamento di terroristi nell’era del rischio”, ha aggiunto spiegando che “non c’è dubbio che la condotta negligente di questa banca è il tipo di condotta che può alimentare l’attività criminale internazionale, di conseguenza compromettendo seriamente la sicurezza del sistema finanziario internazionale”. Alla luce di tutto questo Vullo sostiene che la banca “deve fare cambiamenti fondamentali e immediati”.

 
 

Un algoritmo ci seppellirà?

Uno spettro si aggira per il web: lo spettro dell’algoritmo!

La sterlina crolla per qualche secondo? Forse è stato un errore umano, ma fa più clamore evidenziare che, forse, la colpa è di un non ben specificato e impersonale algoritmo.

La cosiddetta “Buona Scuola” è accusata di aver determinato esodi di docenti di portata addirittura biblica?  Le scelte sono state fatte da un algoritmo, quindi prendetevela con lui, se riuscite a trovarlo.

Se invece siete algoritmicamente licenziosi potreste applicare l’algoritmo del pene elaborato da Le Iene e verificare se il risultato corrisponde alle misure effettive (senza barare però) in questo nuovo sistema metrico genitale.

Visto che per essere notati bisogna usare le parole del momento, anche l’ottuagenario Rino Formica, in una recente intervista dove critica apertamente Matteo Renzi, ci rivela che “Non prendiamo atto di una realtà: quella di essere governati in ultima istanza da un’algoritmo”. Le ultime cinque parole erano linkate e quindi vi ho cliccato per capire finalmente chi o cos’è questo famigerato algoritmo: mi son ritrovato su una pagina dello stessa testata dal titolo “Goldman Sachs e Renzi preparano l’arrivo della troika”. Quindi una bella confusione: quelle dinamiche che non si capiscono proprio bene e che fino a dodici-diciotto mesi fa venivano attribuite senza dubbio alla malefica finanza globale, ora vengono attribuite alla forza dell’inquietante Algoritmo. Un indefesso complottista potrebbe teorizzare dunque che i soliti banchieri e massoni adesso si chiamano tra loro algoritmi. A quando G.A.D.U. verrà interpretato come Grande Algoritmo Dell’Universo?

Ecco dunque la parola del momento: l’algoritmo, pronto per ogni spiegazione, che fa entrare nelle pagine importanti di ogni testata, apre le porte delle conversazioni suppostamente intelligenti, fa sentire contemporanei e aggiornati, con un tono anche un po’ esoterico o almeno da esperto, ché ci dà un tono in più. Facile il rischio che un concetto relativamente semplice, ma dalle applicazioni infinite e anche estremamente complesse e pervasive, finisca per essere banalizzato da semplificazioni giornalistiche e dal sentito dire delle chiacchiere in società.

Algoritmi tra tecnica e ideologia

In questo senso vi è poi un’altra tendenza, soprattutto di una certa sinistra, a sostituire oggi la tradizionale parola capitale con la parola algoritmo, creando un feticcio intellettuale opaco e concettualemente inutile.  Insomma, una classica reificazione, come mette in guardia Tarleton Gillespie, dalle maglie talmente larghe da farci stare tutto e senza trattenere niente. Come quando Karl Popper, nella Vienna degli anni Trenta, notava come i marxisti riuscissero a spiegare tutto con la loro teoria, dalle crisi economiche ai cambiamenti di costume. Proprio lì Popper iniziò ad elaborare la sua teoria della falsificabilità dei postulati scientifici.  Dopotutto è sempre più facile riverniciare il proprio vocabolario che dotarsi di concetti nuovi per comprendere le trasformazioni che ci attraversano. 

Il punto sta tutto qua: o algoritmo è la buzzword del momento, destinata a tramontare non appena ne arriverà un’altra, oppure esso è il termine che indica la trasformazione radicale dei processi di vita, di pensiero e di relazione che è in corso, e allora non basta citare gli algoritmi, ma bisognebbe studiarli, non dico saperli scrivere, ma almeno saper leggere quelli pubblici per capirne le loro implicazioni.

Eppure, quanti tra coloro che parlano e scrivono di algoritmi saprebbero almeno interpretarli in versione formalizzata, ovvero come essi effettivamente funzionano? E alla fin fine, se non sai leggerli come puoi ambire a negoziarli? Chiunque si occupa di coding sa che ogni comando ha senso solo se applicato a un dataset. Ovunque oggi si ragiona di algoritmi e molto meno di dati. Mi sa che i discorsi sui dati, elemento cardine della nostra epoca, hanno giornalisticamente già stufato, ma, come vedremo alla fine di questo testo, dalla loro tutela potrebbero nascere nuove modalità di fruizione del web.

digital-saladUn algoritmo, nella sua declinazione meno formalizzata, non è che un insieme di istruzioni. Una ricetta può essere considerata un algoritmo. Il consiglio classico dei ricettari che invita ad aggiungere sale se all’assaggio l’impasto è sciapito sarebbe in informatica un tipico comando IF o condizionale. Le indicazioni per preparare un’insalata primavera possono essere intuitivamente assimilabili a quelle per trovare soluzioni e risposte attingendo da più repository di dati. In questo senso un’insalata primavera con quattro uova sode, quattro piselli e due foglie di lattuga non può più chiamarsi insalata primavera, così come un sistema algoritmico complesso non riesce più a restituire risposte e soluzioni pregnanti se non utilizza e incrocia grandi volumi di dati quanto più diversificati e calibrati per ampiezza e profondità. La necessità di utilizzare sempre più dati per far sì che i suoi risultati siano pregnanti porta Google oggi a utilizzare oltre 200 signals, che i suoi algoritmi analizzano per restituire risposte che tanti, ingenuamente, considerano definitive. Per concludere con la similitudine, immaginate di avere sotto casa un negozio di insalate denominato “Big G” che offre oltre 200 prodotti liberamente miscelabili, dalla classica lattughina ai più esotici grani di melograno o di papavero e a tantissime spezie: di fronte a tale abbondanza ci metteremmo tantissimo per decidere, paralizzati dalle tantissime opzioni disponibili. Poi, per fortuna (?), interverrebbe l’operatore che, sulla base della sua esperienza, ci propinerebbe quella che ritiene l’insalata migliore per noi, che noi riterremmo molto gustosa e varia, anche perché non abbiamo potuto conoscere le alternative. 

Algoritmi come deresponsabilizzazione ed esonero

Tra le tante infinite possibilità offerte da basi di dati sempre più estese e dettagliate, uno specifico algoritmo (meglio: una ramificazione di algoritmi) ci risponde con una scelta che ritiene essere la più rilevante, che forse troveremo poco pregnante ma che di certo ci nasconde infinite altre possibilità di informazione e conoscenza. Eppure questo algoritmo, questa unica e parziale logica, viene intesa comunemente come la logica, la spiegazione, la risposta, la soluzione, univocamente, esclusivamente.

Emergono così, a mio avviso, due rischi.

Il primo rischio è quello che porta dritto verso una deresponsabilizzazione  generalizzata. Il disastro ferroviario, la somministrazione sbagliata di farmaci, l’incidente industriale saranno sempre più addossati al povero algoritmo, il quale, potrà diventare il capro espiatorio ideale: anonimo, impersonale, incomprensibile ai più. Dovremmo essere sempre consapevoli che, allo stato attuale dell’intelligenza artificiale, dietro e sopra un algoritmo c’è qualcuno che lo ha scritto e ha fatto determinate scelte nell’introdurre quelle istruzioni e non altre. Così come dovremmo sempre ricordarci che l’algoritmo offre una o più risposte rilevanti rispetto ai determinati parametri umanamente ritenuti ottimali ma non che possono non essere pertinenti al contesto e alle situazioni specifiche.

Il secondo rischio rischia di spingere verso quello che si potrebbe definire, per citare Arnold Gehlen, un esonero cognitivo, così che la pervasività degli algoritmi ci farà comodamente rinunciare a non capire in concreto nulla del mondo in cui viviamo e delle sue dinamiche, e nemmeno in base a cosa prenderemo delle decisioni. E soprattutto nemmeno ci porremo il problema di chi e perché ha creato quel tale algoritmo, perché noi degli algoritmi, di queste black box contemporanee, finiamo per conoscere solo gli effetti ma non i processi e le logiche.

E allora una domanda: perché devo continuare a tramandare o costruire strumenti di esonero tipici degli esseri umani, di cui la cultura è quello principe, se vi sarà un algoritmo che può farlo al posto mio? Cosa resterà dell’uomo se un algoritmo definirà i principi del suo ragionamento e le basi della sua identità?

Rispetto a questi due rischi, che alla fin fine mettono in discussione due cardini del pensiero quali l’elaborazione culturale e la responsabilità delle scelte, sorge allarmata la necessità di porre una qualche barriera. L’eco del momento diventa: se non possiamo fermare l’algoritmo almeno negoziamo i suoi ambiti e i suoi poteri. Ma è ovvio che la negoziabilità non può avvenire a priori perché i detentori degli algoritmi non li renderanno mai pubblici.

E anche se domani Google e Facebook, improvvisamente convertiti al Public Domain, rendessero pubblici i loro algoritmi, quanti dei teorici che ora si affannano attorno al tema saprebbero leggerne il codice e proporre modifiche operative? E quanti sviluppatori, essi sì capaci di leggere le sterminate linee di codice di questi algoritmi, saprebbero trasformare in codice le questioni che sollevano i critici degli algoritmi?

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Negoziabilità è un termine che risente di un approccio vertenziale uscito dritto da qualche fumosa stanza dove decenni fa si consumavano sfibranti negoziati notturni tra le “parti sociali”. Ma oggi le parti sociali, intese come allora, non ci sono più. Ci sono organizzazioni, per lo più di tipo aziendale, che si dotano di algoritmi sulla base di interessi non sempre immediatamente monetizzabili e un’infinità di persone che fruiscono di questi algoritmi con un livello più o meno alto di consapevolezza. Chi potrebbe impostare la trattativa tra i pochi e i tantissimi? E’ vero che ci sono esperienze di lobby dei cittadini, ma in quel caso tutele e accordi sono implementati solo dopo aver esperito sui destini delle persone gli effetti di questa black box chiamata algoritmo. 

Non solo, anche se un’autorità nazionale o sovranazionale impone a un motore di ricerca di cancellare certi risultati, non sapremo mai quali algoritmi di sorting sono stati disattivati e quanto questi filtri possono essere scavalcati semplicemente cambiando configurazione al browser o navigando in anonimo. Chi cerca qualcosa sul web ha strategie e tecniche spesso molto più raffinate di ogni filtro normativo.

Dunque, almeno a priori, negoziare gli algoritmi è vano e velleitario? Una sfida impossibile per cui non ci resterebbe che heideggerianamente soccombere alla tecnica? Credo al contrario che vi siano due grandi ambiti di negoziazione, che sono quello della privacy e quello della valorizzazione dei dati estratti da ogni singola persona. 

Si tratta in realtà di presidiare il processo di acquisizione e valorizzazione dei dataset, che è la vera catena del valore in epoca digitale. Oggi io concedo l’uso dei miei dati a fronte di servizi che spesso potrebbero risultare soddisfacenti anche senza una tale invasività. Pressoché in contemporanea  vengo spinto a concederli gratuitamente.

Ma quale presupposto, persuasione o ideologia ha permesso ai grandi operatori del web di definire come standard univoco e indiscusso la cessione gratuita dei miei dati e la non conoscenza dei processi di estrazione e di utilizzo dei dati, e dunque l’opacità degli algoritmi?

E’ possibile e, se sì, come cambiare questa persuasione generale alla base del successo economico delle grandi piattaforme cognitive e relazionali che dominano internet? Credo che sia questo lo snodo essenziale di ogni dibattito pubblico sul tema.(DIGIDIG.IT)

GLI ALGORITMI DI CARLO MESSINA -Revoca fidi da parte di Banca Intesa, Antonio Guadagnini (SV): “chiusi i rubinetti del credito ad un’azienda vicentina sana”

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il consigliere regionale Antonio Guadagnini (Siamo Veneto) afferma in una nota ufficiale dopo la revoca del fido da parte dell’ex Veneto Banca ad un noto imprenditore vicentino: “Toni Costalunga è la prima vittima – a nostra conoscenza – del ‘nuovo’ corso che Banca Intesa sta imponendo nel territorio Veneto. Prima c’erano delle banche popolari che basavano la concessione dei fidi anche su un rapporto fiduciario con il cliente. Toni Costalunga aveva le sue linee di fido, produceva lavoro per i suoi dipendenti, ottimi prodotti per i suoi clienti, e perchè no, utili per se stesso.”

Adesso c’è l’algoritmo di Banca Intesa – prosegue il consigliere – e Toni Costalunga sta perdendo i suoi mutui. Il Veneto ha passato diversi anni di crisi; ricordiamo distintamente, le indicazioni della Bce e della Banca d’Italia di affidare le imprese e le famiglie del territorio piuttosto di comprare titoli del debito pubblico. Indicazioni seguite pedissequamente dalle popolari del territorio veneto, che poi ne hanno pagato le conseguenze. Sono stati affidati solo gli ‘amici’? Non sembra dalle richieste provenienti ora dal mondo dell’impresa veneto. Sono stati commessi dei crimini? La magistratura c’è lo dirà. Quello che è certo è che adesso non ci sono più le nostre banche e gli azionisti hanno perso tutti i loro risparmi. Centinaia di migliaia di azionisti.
Noi in Veneto, d’ora in avanti, dovremmo fare i conti con questo nuovo corso. Ce ne accorgeremo di cosa significa aver perso, non tanto le popolari, quanto quel modo di rapportarsi alla clientela di quelle banche. 

Noi siamo convinti che queste banche siano fallite, in quanto, ad un certo punto, qualcuno ha deciso che esse si dovevano fondere. Disegno maccheronico che non poteva essere e non è stato realizzato. Ma che ha lasciato sul terreno molte vittime.
Noi vogliamo difendere con forza l’imprenditore Toni Costalunga 
– conclude Guadagnini – e tutti gli altri imprenditori che finiranno nelle stesse condizioni. Noi crediamo, nostro dovere denunciare quello che è successo in Veneto sul versante del credito. Noi riteniamo di dover rappresentare le istanze di ex soci e clienti delle ex popolari. Noi riteniamo nostro dovere difendere famiglie e imprese che si troveranno a non essere congeniali all’algoritmo di Banca Intesa.

Saremo presenti venerdì 22 settembre p.v. alle ore 11 in via Marconi Gugliemo n. 3 a Schio, davanti alla sede di Veneto Banca.”(VICENZAPIU)

anno 2017 -BANCA INTESA NEL MIRINO DEGLI USA: HA TAROCCATO GLI ALGORITMI E NASCOSTO OPERAZIONI SOSPETTE PER 16,6 MILIARDI – COSI’ HA COPERTO FINANZIAMENTI AD IRAN, SUDAN E CUBA, TUTTI SOTTO EMBARGO – GIA’ PAGATA UNA MULTA DA 235 MILIONI – ORA RISCHIA IL POSTO IL CAPO DELL’ANTIRICICLAGGIO DELLA BANCA – –

Andrea Gioacobino per andreagiacobino.com

 

Giuseppe La SordaGIUSEPPE LA SORDA

La multa di 235 milioni di dollari che Intesa Sanpaolo, la banca guidata da Carlo Messina, ha dovuto pagare negli Stati Uniti per violazione delle norme sull’antiriciclaggio, avrà pesanti conseguenze ai piani alti della struttura manageriale dell’istituto. A rischiare moltissimo, infatti, è la testa di Giuseppe La Sorda, dal 2008 capo dell’antiriciclaggio di Intesa Sanpaolo, ma qualcuno ha sollevato dubbi anche sull’operato di Piero Boccassino, chief compliance officer dal 2015.

 

In effetti leggendo le 32 pagine del “Consent under law”, firmato da una parte dallo stesso Messina e da Biagio Calabrese, general manager della branch di New York della banca, al centro della vicenda, e dall’altra da Mary T. Vullo soprintendente del New York State Department of Financial Services (NYDFS) si scopre che numerosissime sono state le pratiche illegali perpetrate per anni dalla sede di Intesa Sanpaolo nella Grande Mela, in violazione delle norme prescritte dal Bank Secrecy Act che richiede alle banche di segnalare al Dipartimento del Tesoro americano tutte le transazioni sospette.

Maria T. VulloMARIA T. VULLO

 

Peraltro già nel 2013 Intesa Sanpaolo aveva dovuto pagare una multa di quasi 3 milioni di dollari al Dipartimento del Tesoro per aver processato dal 2002 al 2006 pagamenti per conto di 5.400 clienti iraniani schermati da società di comodo, nonostante il paese fosse soggetto all’embargo. La sede di New Yok, con asset per 18 miliardi di dollari e che fa operazioni annue del controvalore di 4 trilioni di dollari era stata soggetto nel 2007 di un accordo col NYDFS e con la Fed newyorchese, che richiedeva “un importante e materiale miglioramento nella compliance della banca verso il Bank Secrecy Act per ciò che riguarda l’antiriciclaggio, l’attività di reportistica su operazioni sospette”.

 

Leggendo il documento si scopre che il sistema di transazioni di Intesa Sanpaolo è diviso in due programmi elettronici. Il primo, denominato “GIFTS-EDD” impiega parole-chiave e algoritmi per identificare le operazioni sospette, generando in tal caso degli alert; mentre il secondo, chiamato “Casetracker”, è una sorta di contenitore a disposizione del responsabile compliance della banca per esaminare tutti gli alert generati dal primo.

 

NYDFSNYDFS

A dispetto della chiarezza delle procedure, il responsabile compliance della sede di New York permise ai membri del suo suo staff di decidere, a loro giudizio, quali alert trasferire o no dal GIFTS-EDD al Casetracker; tanto che dal 2012 a metà 2014 furono rivisti significativi volumi di parole-chiave senza immagazzinarle nel Casetracker e ciò ovviamente a vantaggio di una serie di operazioni sospette.

 

I numeri? Solo nel 2014 circa 10.000 parole-chiave, pari al 92% del totale, generate dal GIFTS-EDD non furono immagazzinate nel Casetracker, con una pratica illegale che è continuata fino a marzo del 2016. Il consulente scelto dal NYDFS ha stabilito che solo nel 2014 il 41% degli alert “silenziato” dalla banca non  era indizio di allarmi fasulli provocati dal sistema, ma avrebbe richiesto ulteriori verifiche.

algoritmoALGORITMO

 

Come se non bastasse anche il GIFTS-EDD conteneva numerosi errori, mai evidenziati da Intesa New York. Alcune parole-chiave per identificare operazioni sospette erano state immesse nel sistema con un grafia scorretta o con spaziature non previste: così nel solo 2014 il sistema generò alert per sole 12 transazioni mentre l’esperto scelto dal NYDFS ne ha quantificate 1.400.

 

Inoltre il GIFTS-EDD conteneva alcuni errori di programmazione a proposito degli algoritmi che generavano alert se nella transazioni si nominava un certo paese.  Due esempi? Il sistema segnalava solo “Russian Federation”, ma non la più comune “Russia” e “Libyan Arab Jamahirya” ma non “Lybia”. Se gli algoritmi fossero stati impostati correttamente nel solo 2014 sarebbero state segnalate come sospette operazioni per un controvalore di 9 miliardi di dollari.

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Le deficienze delle sede di New York di Intesa non finiscono qui perché il consulente del NYDFS ha anche appurato che molti degli alert del GIFTS-EDD non hanno migrato nel Casetracker: nel 2014 sono stati 17.000 gli alert “nascosti”, con una pratica continuata fino a marzo dello scorso anno, per transazioni del controvalore di 16,6 miliardi di dollari.

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Il documento firmato da Messina evidenzi anche una serie di processi non trasparenti transitati dal centro operazioni di Intesa, a Parma, fatti ad hoc per effettuare così pagamenti coperti in affari iraniani (ma anche per clienti cubani e sudanesi), in regime di sanzioni, attraverso un sistema denominato “MT202”.

 dagospia.com

IBL, IL MEDICO CHE TI UCCIDE. COMUNQUE RESTA LA DOMANDA: CHI PAGA QUESTA PESSIMA COMUNICAZIONE?

 

 

Cari amici,

immaginiamo che prendiate la polmonite, andate all’ospedale e vi aspettate che il dottore vi prescriva un antibiotico. Lui vi visita e poi, con dire grave, vi dice “Le potrei prescrivere il Rocefin e guarirebbe in sei giorni, ma potrebbe anche sviluppare una pericolosissima resistenza agli antibiotici. Quindi la curerò con pappine di lino e pannicelli caldi”. Dopo 15 giorni di questa attenta cura siete morti.

Questo medico ha la stessa mentalità dell’Istituto Bruno Leoni, solo che, almeno in teoria, è più preparato.

Seguiamo il filo logico dell’”Istituto”.

A) Se si converte l’euro in una nuova  valuta (Perchè Lira? Chiamiamola “Ambrogino” o “Grosso Tortonese”) i titoli di stato convertiti “Perderanno di valore”  a causa della svalutazione…

B) Se la Banca d’Italia compra titoli di stato monetizzando il debito, allora salirà l’inflazione, anzi si andrà in “Iperinflazione”, quindi sarà necessaria una stretta monetaria e la quantità di moneta calerà portando alla recessione.

In queste frasi ci sono TALMENTE TANTE ASSURDITA’  che devo dire di aver fatto veramente fatica a ritenere che questo messaggio venga da persone che abbiano una minima conoscenza dell’economia e della realtà. Tortnerò su questo tema alla fine.

Iniziamo dal punto A) IBL afferma che “Il valore dei titoli di stato crollerebbe”. Questi austeri euristi pensano che il mondo si divida solo un due grandi categorie: l’euro e ciò che non è euro. Il primo comprende ogni paese evoluto e moderno, il secondo invece comprende qualche desolata landa, i cui maggiori esponenti sono Ecuador e Venezuela.  Purtroppo per loro, o per fortuna per noi, non è così.

In blu vedete l’area euro, che, come potete notare, non è tutto il mondo ed esclude paesi come USA, Russia, Cina, Australia, Giappone, Brasile, Argentina, Messico, Corea… Il mondo NON è l’Europa.

Quando si parla di “Perdita di valore bisognerebbe specificare “Rispetto a chi”, perchè l’uscita dall’euro non porterebbe automaticamente alla svalutazione della neomoneta erga omnes, per una sorta di maledizione divina. In realtà non sarebbe così. Analizziamo qualche bilancia commerciale bilaterale:

Con il Regno Unito siamo in suplus commerciale per quasi 10 miliardi di euro. Con la Russia siamo in deficit, ma con l’Arabia Saudita siamo in surplus, con la Germania siamo in deficit, per quasi 8 miliardi. Sarebbe non logico, anzi totalmente assurdo, svalutare verso tutti, svaluteremmo SOLO verso i paesi con cui abbiamo pesanti deficit commerciali, cioè… la Germania. Quindi la situazione rischia di essere la presente:

  • un tedesco possiede un titolo italiano convertito – ha una perdita;
  • un americano ha un titolo di stato convertito – può avere anche un utile;
  • Un Italiano? Un italiano il cui titolo scadesse otterrebbe la valuta interna e NON comprerebbe beni tedeschi, divenuti più cari, ma beni di paesi verso i quali ci siamo rivalutati o prodotti italiani. Per fare esempi che perfino IBL possa comprendere, compreremmo meno BMW, più Fiat 500 X e più Chevrolet o Tesla. Meno Germania, più Italia, USA, Regno Unito.

Attenzione che però ci sarebbe un sensibile effetto spiazzamento sui mercato mondiali: prodotti e componenti italiani  in diretta concorrenza con quelli tedeschi o nordici diventerebbero più convenienti. Questo porterebbe un fortissimo effetto spiazzamento dei prodotti tedeschi, meno convenienti rispetto a quelli italiani, ed i tedeschi sono nostri diretti concorrenti in quasi tutti i mercati internazionali in tutte le value chain. IBL si dimostra per quello che è: anti-italiano, anti libero mercato (il libero mercato vero ripudia le unioni monetarie forzate) e filo tedesco. Ricordate questa frase…

PUNTO B) Ecco la parte più demenziale del messaggio. Se la Banca d’Italia aumentasse la massa monetaria con i metodi tradizionali, cioè comprando titoli ed emettendo moneta, allora andremmo in iperinflazione.

Storicamente l’iperinflazione avviene per 2 motivi:

a) Motivi esterni, come gli shock petroliferi degli anni ‘70 o le sanzioni alla Germania derivate dal Trattato di Versailles o il caos ex seconda guerra mondiale;

b) Motivi di squilibrio monetario legati al “Peg” forzato con altre valute che non tiene conto dei diversi andamenti economici nazionali.

Il punto a) è transitorio e si riequilibra in modo autonomo ed è tipica dei casi  bellici. Gli anni venti per la Germania furono anni di crescita ruggente per la Germania, soprattutto nella seconda metà, interrotti dalla stretta monetaria e dalla risposta errata alla crisi del ’29. Il fenomeno inflattivo degli anni settanta fu molto più limitato, ad esempio si toccò un massimo del 25%, e fu stagflazione, cioè inflazione con scarsa crescita o recessione, legato al boom dei prezzi del petrolio. Furono anche momenti di piena occupazione per l’Italia: nel 1975 toccammo il 5,2% di disoccupazione.

Il punto b) il caso Argentina, Venezuela ed Ecuador avviene quando un paese “Pegga”, cioè lega forzatamente la propria valuta ad un’altra, come accadde in Argentina negli anni ’90 o in Venezuela sino al 2010. In questo caso non si permette alla moneta di riequilibrarsi per  compensare le diverse competitività e produttività nazionali, per cui il sistema più competitivo viene ad essere alla mercè di quello più competitivo. Le produzioni estere sostituiscono quelle nazionali, la bilancia commerciale salta, e così anche quella delle partite correnti. Non si trova più valuta estera,  cresce la disoccupazione, perchè manca la produzione nazionale, sino a che non si arriva al momento di crisi e la parità salta. A questo punto vi è l’iperinflazione, che non è altro che una reazione eccessiva ad un problema reale e che prosegue sino al riequilibrarsi dei saldi commerciali e delle partite correnti. Più la compressione del cambio è stata lunga, maggiore sarà l’iperinflazione, che avverrà nei confronti della valuta a cui ci si era peggati.

L’inflazione e la deflazione sono come la febbre per un corpo: deflazione è sintomo di un corpo morto, inflazione di un corpo troppo vivo perchè sta rispondendo a qualche profonda disfunzione o malattia. Come un corpo umano necessità di una propria specifica quantità di sangue, un’economia necessita della propria quantità di moneta. Se è poca abbiamo deflazione, se è troppa inflazione.

Come facciamo a capire quando è troppa o è poca? Semplicmente dobbiamo utilizzare il concetto di “Piena Occupazione”. Se lo stimolo monetario e quello fiscale raggiungono la piena occupazione e non si fermano, ci sarà inflazione, se invece non faccio stimoli con politica monetaria o fiscale avrò un forte rischio di avere deflazione salariale e quindi, in generale, deflazione del sistema economico.

L’Italia rischia l’inflazione in caso di uno stimolo fiscale e monetario, magari con un’attenta monetizzazione del debito? NO, PERCHE’ SIAMO MOLTO LONTANI DALLA PIENA OCCUPAZIONE.  Come faccio a dirlo? Beh con i DATI; quelli che l’Istituto Bruno Leoni viene ad ignora ed umiliare:

  • la disoccupazione statistica  è oltre il 10%, con una disoccupazione USA  di poco sopra al 4% , livello a cui pare inizino ad accelerare le remunerazioni dipendenti e quindi l’inflazione;
  • la disoccupazione reale e la sottoccupazione sono molto più alte di quelle indicate dalle statistiche ISTAT,  che considera lavoratori chi ha un impiego in famiglia o per un’ora alla settimana. La stessa UE ci fornisce dei dati più precisi:con questo numero di disoccupati e sottoccupati avremmo bisogno di forti stimoli monetari e fiscali. Lo dico io? No lo dice il Fondo Monetario Internazionale in questo paper con .pdf

 

“Where output is near potential (United States) fiscal consolidation should proceed, along with
gradual monetary policy normalization.”

Dove l’output è vicino al massimo potenziale (Stati Uniti) dovrebbe esserci un consolidamento delle politiche fiscali, con un graduale politica di normalizzazione.

Del resto lo FMI ci fornisce anche un grafico che vale più di 100 parole.

L’Italia ha un output gap (dovuto al fatto che abbiamo un’alta disoccupazione per cui la nostra capacità produttiva è ben lontana dall’essere a piena occupazione) ed ha un gap anche sulla base del saldo delle partite correnti. Come una normale economia curerebbe questi due mali? Con svalutazione (che renderebbe meno conveniente l’uscita dei capitali) e con politiche monetarie e fiscali espansive, cioè esattamente quelle che IBL viene a condannare.  

Lo stesso FMI nel paper, preso atto che nell’euro non ci può essere politica monetaria, consiglia un “Consolidamento” (non un calo, attenzione) della spesa pubblica e stimoli fiscali ed alla produttività con investimenti nella formazione, cioè le politiche verso le quali IBL e  gli altri austeri mettono sempre in dubbio.

E LO ZIBABWE? Quando parlate con un euroinomane vi dirà “E lo Zimbabwe”? caso di famosa iperinflazione superiore al 1000%. Beh io direi che Prodi e Mugabe potrebbero essere visti come fratelli gemelli, a parte che per la parlata. Entrambi hanno voluto forzare la politica contro l’economia; il primo con l’euro, il secondo con la riforma agraria.  Mugabe aveva promesso ai suoi amici del partito ZANU la ridistribuzione delle terre in mano ai farmer bianchi, ricchi, ma anche molto abili nel loro valore. Dopo aver tentato per un periodo un approccio amichevole, con un programma di acquisti volontari, Mugabe iniziò una politica di esproprio con il precipitare della produzione agricola, perchè essere membri dello ZANU non significa essere buoni imprenditori. Il risultato fu il seguente. Pil Zimbabwe:

Produzione di SOIA:

Produzione di GRANO TENERO:

Ricordate il discorso della moneta come sangue dell’economia? Uniamo il fatto che Mugabe stampò valuta per pagare i mercenari in Congo. Quindi abbiamo avuto:

  • Tantissima moneta;
  • distruzione della produzione nazionale.

Ed ecco spiegata l’iperinflazione. Però l’Italia, come dice il FMI, è in output gap, per cui questo pericolo non esiste, anzi DOBBIAMO DARE SANGUE!

L’ISTITUTO BRUNO LEONI sta facendo propaganda politica, e la sta facendo con grandi mezzi economici. CHI PAGA? teniamo conto che i suoi consigli sono strumentali agli interessi dell’economia tedesca e nordica in generale: un’Italia con autonomia monetaria sarebbe una grande minaccia per l’Industria tedesca, francese ed olandese. Quindi c’è il legittimo e fondato sospetto che quel  qualcuno che sta pagando IBL sia qualcuno che ha a cuore gli interessi di altre economie. Quindi, per l’ennesima volta, invitiamo IBL ha rendere pubbliche le sue fonti di finanziamento perchè, in caso contrario, diventerà più che lecito che agisca per la protezione di interessi anti – italiani. CHI PAGA PER INTROMETTERSI NELLA POLITICA ITALIANA?

Fabio Lugano scenarieconomici.it

Banche, le fusioni fra gruppi? Rischio crac soltanto rinviato. Parla Mr WeBank

Affaritaliani.it intervista Giovanni Bianchini, profondo conoscitore del sistema creditizio e banchiere pioniere che nel ’99 ha ideato WeBank

Di Buddy Fox affariitaliani.it
Banche, le fusioni fra gruppi? Rischio crac soltanto rinviato. Parla Mr WeBank

 

Chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui conosce molto bene le sue doti. Allaguida della rete di Banca Popolare di Milano in qualità di direttore marketing e commerciale, Bianchini ha interpretato il suo ruolo in modo duplice. All’azione di promozione della relazione con il cliente – stimolo indispensabile per impedire i tipici assopimenti burocratici delle aziende bancarie – ha coniugato una cultura del fare banca innovativa e per molti tratti certamente rivoluzionaria. Una visione assolutamente in linea con l’approccio al mercato che oggi caratterizza i giganti della Silicon Valley, espressa con lungimirante preveggenza. Un lucido anticipatore: capace di mettere a terra le idee e traformarle comunque in profitto.

“Banche la svolta degli utili”, “Le banche tornano ai profitti nel 2017 utili per 14 miliardi”, sono i titoli dei giornali della scorsa settimana, la nostra carta stampata sembra piuttosto entusiasta degli ultimi numeri della nostra finanza. Dunque dopo il lungo inverno, anche se un po’ ammaccate, le banche italiane sono uscite dalla crisi?
Purtroppo la carta stampata non sempre aiuta il lettore – ma soprattutto il piccolo risparmiatore – a comprendere effettivamente come stanno le cose: tanto per fare qualche esempio basta pensare ai ripetuti  titoli dei giornali  di ‘messa in sicurezza’ di Mps, oppure alle  mirabolanti dichiarazioni sulla solidita’ della Popolare di Vicenza del presidente Zonin ancora qualche giorno prima  che dovesse lasciare. Anche sull’attuale presunto  turnaround del sistema bancario ho molte perplessità: a parte forse Banca Intesa, che si trova comunque a dover digerire le banche venete, in cio’ aiutata peraltro profumatamente dallo Stato, e qualche banca di medie  dimensioni (Credem ad esempio) quasi tutto il sistema bancario ‘commerciale’ deve continuare a fare i compiti a casa sia in termini di Npl che di ritorno ad una apprezzabile redditività. E che dire dell’enfasi che la carta stampata,  aiutata da comunicati stampa con il look dei contratti di assicurazione con titoli a caratteri cubitali smentiti da precisazioni scritte in modo sostanzialmente illeggibile, ha riservato in questi giorni a  Banco Bpm,accreditata di un utile di 550 milioni tutto derivante dalla plusvalenza della vendita  ad Anima  di Aletti sgr e cioè di uno dei pochi business positivi per il sistema  e che si esaltatata sopratutto per l’incremento  della gestione operativa del 60 percento? Ma lo sanno i lettori che il dato della gestione operativa  -al netto dei costi sostenuti nel 2016 per spesare il  fondo esuberi- è sostanzialmente uguale al dato dell’anno precedente?  E al riguardo dove sono Banca d’Italia e Consob? È questa l’educazione finanziaria perseguita da Visco? E’ ‘trasparente’ questa comunicazione?”. 

Successivamente al fallimento della Lehman Brothers e alla crisi dei mutui subprime un nostro ministro, con soddisfazione affermò che le nostre banche erano sane e che non erano state colpite dai titoli tossici perché “le banche italiane non parlano inglese”. Poi sappiamo com’è andata, hanno recuperato terreno in discesa e con gli interessi. Prima della crisi, gli istituti non hanno guadagnato con i titoli tossici, però la crisi l’hanno subita lo stesso. La morale pare essere questa: quando c’è da guadagnare si prende il minimo, mentre quando c’è da perdere si prende tutto, è così?
Anche in questo caso duole dover sottolineare che non è stato solo un nostro ministro ad affermare che le nostre banche erano sane. Che dire di Banca d’Italia e delle sue acrobazie per far superare i primi ‘famosi’ stress test di Bce alla Popolare di Vicenza? E del suo sostanziale silenzio quando è stato adottato il bail in? Ed ammesso che Palazzo Koch  non avesse gli artigli per colpire (come si scusano spesso Visco ed i suoi), che fine ha fatto la tradizionale moral suasion? Possibile che l’unica banca colpita ‘seriamente’ con un add on sia stata la Bpm (colpita per la sua governance, non per mala gestio) mentre in giro per l’Italia le banche folleggiavano allegramente non comprando titoli tossici – è vero – madando soldi a destra e manca perché così fan tutti?”.

Secondo Prometeia, dopo aver ridotto di 53 miliardi lo stock di Npl nel 2017, nei prossimi 3 anni ci saranno ulteriori riduzioni per altri 47 miliardi. Gli Npl, i crediti inesigibili, i nostri titoli tossici, una zavorra per le nostre banche e ora una svendita che viene passata come una liberazione. Non si poteva gestire in altro modo, magari facendo un po’ di profitto?
Certo che si. Ma ancora una volta Stato, Banca d’Italia e banchieri non hanno capito che la crisi non era congiunturale ma strutturale. E così si è vissuti allegramente dal 2009 in poi aspettando che la crisi finisse e tutto tornasse come prima. Quante aziende saltate potevano essere salvate? E quanti banchieri di fronte ad offerte di acquisizione di Npl non hanno voluto affrontare il problema perché si sarebbe registrata una perdita per la banca ed aspettavano interventi da parte dello Stato, a sua volta giratosi  dall’altra parte per non vedere?“. 

Parliamo di Mps, la “maggiore azionista” dello stock Npl, ha subito un processo di ristrutturazione molto doloroso, e nonostante la fatica, l’ultimo trimestre è ancora in perdita. Hanno ridotto la banca più antica del mondo a un colabrodo e se non ci fosse la garanzia dello Stato si penserebbe al peggio. Come uscirne? Una fusione sembra inevitabile…
Speriamo che una fusione possa salvarlo, senza che il Monte trascini a fondo la o le nubende…”. 

Carige è la “gemella” malata, non si vede ancora l’uscita dal girone infernale delle perdite. Nonostante le iniezioni di capitale di Malacalza e il prezzo irrisorio di borsa, ancora non si vede la luce. Forse qualche avvoltoio vuole tirare la corda fino all’ultimo? Non c’è il rischio che si spezzi?
E’ un rischio concreto. Le banche in crisi non soffrono soltanto per il peso degli Npl, che comunque hanno minato il patrimonio e soprattutto la fiducia innestando un circolo vizioso meno depositi, maggior costo della raccolta, difficoltà ad erogare nuovo credito e quindi  minore redditività, ma anche per il periodo di tassi di interesse negativi, per la sostanziale impossibilità ad aumentare la forbice tra tassi attivi e passivi e per la forte competizione che si è sviluppata sia sul sistema dei pagamenti e incassi che sul risparmio gestito, tradizionale ‘roccaforte’ dei conti economici delle banche. Insomma, senza una rivoluzione nel modo di fare banca, difficile uscirne. Il palliativo che sta venendo avanti, quello di fare megafusioni è tutto basato sulla riduzione dei costi, soprattutto del personale: ma basterà il fondo esuberi per evitare grandi impatti sociali? E se Renzi avesse avuto ragione a parlare di 100.000 bancari di troppo?”. 

Prima del bail in, mai nessuna banca italiana era fallita, per gli italiani è sempre stata una certezza per la conservazione del risparmio, e poi tutto d’un tratto, il cambiamento. Una vigilanza distratta ha poi dato il colpo di grazia. Difficile così ricostruire un rapporto di fiducia. Forse si stava meglio quando a vigilare era un certo Enrico Cuccia?
Tempi diversi, quelli di Enrico Cuccia, con una economia molto più stabile e con le banche che con una manovra sui tassi (che difficilmente si muovevano con lo stesso segno: di norma scendevano i tassi sui depositi e aumentavano quelli sui crediti, questi ultimi dati solo a fronte di solide garanzie, vi ricordate quando si diceva che le banche aprivano l’ombrello quando c’era il sole e lo chiudevano quando pioveva?) sistemavano i conti. Ora, dopo un lungo periodo di crisi, l’economia è molto meno stabile, le manovre sui tassi  non sono più possibili per ragioni di competitività, la tecnologia sta cambiando il mondo: insomma uno scenario molto impegnativo che ha ‘costretto’ le autorità di vigilanza ad intervenire pesantemente, qualche volta in maniera violenta. In qualche caso la cura ha portato alla morte del paziente. Il bail in in teoria ci sta, ho qualche dubbio personalmente sulla chiamata al concorso alla perdita dei depositanti. In ogni caso è stato assolutamente sottovalutato da politici e Banca d’Italia quello che poteva essere l’impatto ed è stato recepito dalla legislazione italiana senza nessun dibattito al riguardo con i risultati che sappiamo”.

Banca Intesa sembra l’unica vincitrice, inevitabile che diventi polo aggregante, possiamo sperare di avere un gigante che combatta ad armi pari in Europa?
Direi di sì, giudico estremamente positivo il lavoro fatto da Messina ed i suoi in termini di modifica del modello di business, con grandi sforzi per enfatizzare i ricavi da prodotti che non assorbono capitale (non derivanti dal credito, cioè’). Sono curioso di vedere quale sarà  l’approccio in termini di sviluppo del modello di business con lo sfruttamento della tecnologia e dei big data, che a mio modo di vedere è la nuova frontiera”.

Proviamo un esercizio di fantasia, una nuova stagione di alleanze sembra alle porte, chi sposerà chi? Provo io a immaginare un matrimonio: Mps con Ubi e successivamente con il Banco Popolare? Continui lei…
“Andrei cauto su scenari del genere perché Banco Bpm ha insegnato che Bce non fa sconti al riguardo  (come avveniva quando le regole del gioco erano dettate da Banca d’Italia, che chiamava una banca più grande per sistemarne una più piccola). E’ stato possibile chiamare Ubi e Cariparma per le piccole banche disastrate (Etruria, Carige, ecc..) ma Mps è un boccone ancora grosso (soprattutto in termini di rischi per il futuro)  e Banco Bpm è ancora obbligato  a fare i compiti in casa”. 

Il tempo del vecchio mestiere delle banche, quello in cui si facevano gli utili con le masse amministrate, l’aumento di spread e tassi ormai è preistoria, oggi si punta tutto sul risparmio gestito e sui prodotti che non assorbono capitale, ma i margini non sembrano così generosi. Apple e le amiche californiane avanzano anche qui, come difendersi? Sono sicuro che lei ha un’idea sulla banca del futuro…
L’industria bancaria deve cambiare, con o senza le banche: questo  è il motto che mi sento di condividere. La banca generalista che ho vissuto è definitivamente morta sotto i colpi di maglio della crisi, del boom della tecnologia e degli interventi dei vigilantes. Credo che la banca del futuro sarà molto più specializzata sui segmenti di clientela di quanto sia ora: le esigenze del cosiddetto mass market sono profondamente diverse da quelle degli affluent, così come quelle delle Pmi rispetto alcorporate. Ma soprattutto occorrerà capire da una parte come condividere i rischi di credito con il mercato (cartolarizzazioni, emissione di bond, sviluppo di un mercato finanziario efficiente eccetera, sviluppo di piattaforme per i prestiti peer to peer) e dall’altra come sviluppare la tecnologia per migliorare la sicurezza e la ‘customer experience’. Le banche, rispetto ad Apple e alle amiche californiane hanno ancora un minimo di vantaggio competitivo perché loro conoscono – o almeno dovrebbero conoscere – i propri clienti, le loro abitudini, le loro necessità eccetera. Ma più il tempo passa e più il loro vantaggio competitivo diminiuisce. Banchieri (ma anche politici e mondo accademico e carta stampata) sveglia!”.

La crescita puntando sull’innovazione prima che sulla dimensione. Questo ha partorito dalla mente pionieristica di Giovanni Bianchini con WeBank, era il 1999. Ritorno al futuro.

Popolare Vicenza Protesta M5s a “casa” Zonin

La protesta a Montebello. FOTO MASSIGNAN

MONTEBELLO VICENTINO. Protesta del Movimento Cinque Stelle, dopo il crac della Banca Popolare di Vicenza, oggi a Montebello Vicentino a poca distanza dalla villa dell’ex presidente Gianni Zonin. La manifestazione-comizio sul tema delle banche doveva svolgersi in realtà davanti alla casa di Zonin, ma motivi di ordine pubblico l’hanno spostata in piazza a Montebello, dove si sono dati appuntamento un centinaio di persone tra politici, amministratori, simpatizzanti e risparmiatori.

«Una battaglia, quella sulla gestione delle banche e per i risparmiatori, che abbiamo sposato per primi – ha detto Liliana Zaltron, esponente del M5s -. Una battaglia che continueremo perché i soci vengano interamente risarciti ed i colpevoli dell’accaduto puniti». «Poi – ha aggiunto – vogliamo, come da programma elettorale, una riforma del sistema bancario con la divisione dei ruoli tra chi si occupa di raccolta e investimenti di denaro e gli altri istituti specializzati in sola funzione finanziaria».(il giornale di Vicenza)

VICENZA

Pop. Vicenza: manifestazione M5s vicino casa Zonin

Doveva essere alla villa ma spostato in piazza per sicurezza

(ANSA) – VICENZA, 17 FEB – Protesta del Movimento Cinque Stelle, dopo il crac della Banca Popolare di Vicenza, oggi a Montebello Vicentino (Vicenza) a poca distanza dalla villa dell’ex presidente Gianni Zonin. La manifestazione-comizio sul tema delle banche doveva svolgersi in realtà davanti alla casa di Zonin ma motivi di ordine pubblico l’hanno spostata in piazza a Montebello dove si sono dati appuntamento, secondo fonti del Movimento, circa 150 persone tra politici, amministratori, simpatizzanti e risparmiatori. “Una battaglia, quella sulla gestione delle banche e per i risparmiatori, che abbiamo sposato per primi – ha detto Liliana Zaltron, esponente del M5s -. Una battaglia che continueremo perché i soci vengano interamente risarciti ed i colpevoli dell’accaduto puniti”. “Poi – ha aggiunto – vogliamo, come da programma elettorale, una riforma del sistema bancario con la divisione dei ruoli tra chi si occupa di raccolta e investimenti di denaro e gli altri istituti specializzati in sola funzione finanziaria”.

 

Scivolone de La Stampa sulle interferenze russe nelle elezioni italiane. Le prese in giro sul web.

Oggi, 17 febbraio 2018, una delle principali (o almeno così ancora accreditate) testate giornalistiche italiane ha titolato:

precisando nel sottotitolo: “Nostra inchiesta. Sospetti su cinque account twitter a favore di 5Stelle e Lega”. Nell’articolo, che riportiamo integralmente a firma del corrispondente da New York Paolo Mastrolilli,

http://www.lastampa.it/2018/02/17/esteri/cos-la-propaganda-social-filorussa-prova-a-influenzare-il-voto-italiano-VezZWg2zS7epq56vUjFPsL/pagina.html

a supporto della tesi che i potenti mezzi a disposizione della Russia di Putin stanno influenzando le prossime elezioni politiche italiane, il giornalista  chiama in causa cinque account twitter

@DoctorWho744, @CorryLoddo, @lucamedico, @Outis2000, @FrancoSuSarellu

rei di “seminare” propaganda a favore del M5S e Lega. Ora,  anche i più inesperti fra coloro che hanno accesso a Twitter, andando a verificare gli account citati nell’articolo de La Stampa, hanno potuto facilmente verificare che si tratta di profili estremamente marginali visto i follower (persone che seguono l’account) che come da foto ammontano complessivamente (!!!) a 1353 seguaci!


e il quinto inesistente;

Ora La Stampa è liberissima di fare il titolone di apertura che desidera dove sostiene che 5 account Twitter (di cui uno non esistente) con nientepopodimeno (!!!) 1352 follower complessivi e 382 following (persone seguite da questi account) siano al soldo dei russi per manipolare le elezioni in Italia, ma dopo non devono lamentarsi se la loro reputazione e credibilità vada sotto zero e se sul web parte la gara delle risate!

Ma l’aspetto più inquietante di questa, per loro stessa ammissione, “nostra inchiesta”, è che Mastrolilli specifica nell’articolo che “un’autorevole fonte internazionale” gli abbia segnalato questi account Twitter e che per uno di questi “L’attività della casella e-mail sarebbe molto limitata: riceverebbe molta posta di spam, compresi tentativi di phishing, ma si limiterebbe ad inviare pochi messaggi all’anno. L’account avrebbe messaggistica privatamente con meno di 10 persone negli ultimi 4 anni, tra Twitter e Facebook”.

Cosa??? Come hanno fatto a sapere queste cose se non si è violato l’account e-mail? Lo sanno anche i bambini che è un reato gravissimo di privacy previsto in tutto il mondo a meno che non ci sia una specifica richiesta della Magistratura. La Polizia Postale è gentilmente pregata di verificare… perché i casi sono due: o La Stampa ha scritto baggianate (in inglese Fake news) o ha avuto accesso agli account e-mail.

Di una cosa comunque siamo certi: se il giornale di Torino ha paura che 5 account Twitter, tanto da farne il titolone d’apertura, con miseri complessivi 1352 follower, siano in grado di condizionare le elezioni in Italia agli ordini dei russi, tutti si chiedono divertiti dove dovranno andare a nascondersi quando decine di milioni di italiani voteranno schifati proprio contro chi hanno loro stessi sostenuto stoicamente con devozione sulle stesse pagine fino alla fine?

admin scenarieconomici.it

QUANDO SULL’UNITÀ DELL’EURO RACCONTAVANO LA VERITÀ

Grazie al tweet di un amico entro in possesso di un prezioso documento relativo all’Unità:

Correva l’anno 1978 ed ancora a sinistra avevano in mente l’interesse della propria gente.

Nel pezzo si legge:

“I vincoli sul cambio costringono i più deboli a ricorrere o alla deflazione o al controllo dei salari”.

Ed ancora:

“i tedeschi chiaramente non hanno che da guadagnarne….”

L’autore era Domenico Mario Nuti.

Sapevano già tutto.

Ad maiora.

scenarieconomici.it