L’Islam vota a sinistra

Uno dei timori più grandi è quello di ritrovarsi Matteo Salvini ministro dell’Interno. Gli argomenti sul tavolo, però, sono tanti e vanno dalla possibilità di un giro di vite tra i luoghi di culto abusivi fino alla perdita di alcuni privilegi che in questi anni sono stati concessi alla comunità. Per questo i musulmani d’Italia si preparano alle elezioni del prossimo 4 marzo organizzando incontri “esclusivi” all’interno di alcune moschee. Da nord a sud, isole comprese, in alcuni luoghi di culto sono state fatte riunioni (e altre sono previste) riservate a pochissime persone per orientare il voto dei fedeli che hanno cittadinanza italiana e quindi possono recarsi alle urne.
La notizia arriva da ambienti dell’Antiterrorismo che monitora tutto quello che accade in alcune moschee, soprattutto quelle storicamente considerate più a rischio. E proprio in questo ambito sarebbe emersa l’esistenza di certe riunioni tra i “capi bastone” della comunità che poi avranno il compito di suggerire ai fedeli su quale simbolo presente nella scheda elettorale apporre la croce. Le indicazioni di voto riguardano principalmente la sinistra, nonostante la delusione per la mancata approvazione dello ius soli. Tra gli immigrati, e alcuni convertiti italiani, la speranza è ancora quella di un’approvazione della legge durante il prossimo governo. Ipotesi che sfumerebbe definitivamente se la destra, soprattuto quella rappresentata dalla Lega Nord e Fratelli d’Italia, andasse al potere. Il timore riguarda persino i bonus bebè che le immigrate, senza cittadinanza, potrebbero non ottenere. Per non parlare del tavolo istituito presso il ministero dell’Interno al quale partecipano esponenti dell’Islam italiano. Il timore è che anche quello potrebbe essere messo in discussione. Insomma, un vero e proprio spauracchio che ha convinto ad una “mobilitazione dolce” da parte di una certa componente musulmana presente in Italia. E quindi a Milano, Firenze, Torino, Bologna, Roma, ma anche Napoli, Palermo e Catania, attraverso un passaparola, l’invito è stato quello di organizzare incontri per indirizzare il voto verso “scelte opportune”. In alcuni casi, gli incontri sono gestiti da convertiti italiani vicini all’estrema sinistra. Una volta affrontata la tematica tra pochi intimi, ognuno dei partecipanti avrà il compito di “indottrinare” parenti, amici e conoscenti sulla necessità di votare per una certa parte politica per scongiurare i rischi.
In molti all’interno della comunità islamica italiana, infatti, temono ad esempio un giro di vite non solo sulle moschee create in garage e scantinati, ma anche il divieto di costruirne così come accaduto a Sesto San Giovanni. Stando a quanto suggerito dalle fonti, anche controlli più stringenti sui luoghi di culto già esistenti rischierebbero di creare non pochi problemi alle associazioni culturali islamiche che li gestiscono.
Ci sono poi le tematiche legate alla permanenza di alcuni soggetti sul territorio nazionale e la possibilità di accedere al welfare sotto vari aspetti. Ma non solo. Persino la stessa esistenza delle scuole coraniche in cui vengono inviati i bambini nel pomeriggio, dopo aver frequentato gli istituti statali, potrebbe subire conseguenze. Con la scusa di insegnare l’arabo, in alcuni di questi luoghi si impartiscono esclusivamente nozioni religiose. Insomma, un panorama ipoteticamente funesto per i musulmani che, dopo aver visto sfumare lo ius soli attraverso il quale qualcuno aveva sperato di influenzare pesantemente il voto, vorrebbero scongiurare la possibilità di dover fare i conti con un possibile governo di destra.

Francesca Musacchio, Il Tempo 18.2.18

scenarieconomici.it

Le mani sulla politica: centocinquant’anni di finanza cattolica

Dai notabili del papa a Bazoli e Intesa Sanpaolo: un potere finanziario che da centocinquant’anni gestisce la gran parte del credito all’economia italiana pubblica e privata

La politica italiana non può evitare di fare i conti con la Chiesa. È opinione diffusa. Il Vaticano è a Roma non a Parigi o a Berlino, si dice, e il consenso dei cattolici è qualcosa che ogni partito che ambisca a governare il Belpaese deve necessariamente inseguire. E dunque leggi sul fine vita, su coppie di fatto etero/omosessuali, su aborto e pillola Ru486, su fecondazione assistita sono terreno di difficili equilibri politici e di conquista dell’elettorato, alla strenua rincorsa del patrocinio delle gerarchie vaticane.
Ma è tutto qua? In Italia, il potere della Chiesa è principalmente, se non unicamente, di tipo ideologico o piuttosto, sollevando il velo dell’etica ufficiale che poggia sui valori – e che comunque muove, certamente, voti – si scopre un altro potere che ha radici in Vaticano e contro cui in Italia non si può governare?
Fino alla prima Repubblica, lo chiamavano ‘finanza bianca’. Era un gruppo di potere formato soprattutto da banchieri, ma anche consulenti e faccendieri vari, cattolici, molto vicini al Vaticano e politicamente alla Dc; seduti nelle principali poltrone del salotto finanziario nazionale, si contendevano con la finanza laica i cordoni della borsa del credito all’economia italiana, privata e pubblica. E ne controllavano una bella fetta, confortati dall’ininterrotto potere governativo della Dc. Crollato il ‘pericolo rosso’ insieme al muro di Berlino, fiocinata la balena bianca con Tangentopoli, nata la seconda Repubblica, venuto meno il vecchio referente politico, di finanza bianca – o cattolica – non si è più sentito parlare. Il mondo finanziario afferma che non esiste più, intesa come blocco compatto; che il suo potere è meno esteso. Ammesso sia vero – anche se non si comprende allora come mai, nell’ottobre 2009, la fondazione Centesimus annus abbia invitato alla Biblioteca ambrosiana un nutrito gruppo di banchieri a discutere dell’enciclica Caritas in veritate – oggi che banchine e banchette varie sono sparite, assorbite dalle grandi fusioni e acquisizioni, più di quante poltrone ricopri, ciò che importa è quali.
I voti si pesano e non si contano, diceva Enrico Cuccia, e lui se ne intendeva.

Le origini: diffusione capillare e notabili del papa
Con due leggi varate nel luglio 1866 e nell’agosto 1867, il neonato Stato italiano decide di rimpinguare le proprie casse espropriando i beni appartenenti alla Chiesa; nega il riconoscimento giuridico a molti ordini e corporazioni religiose – negando di conseguenza la loro capacità patrimoniale – e stabilisce che un ente morale ecclesiastico non può possedere immobili. Con la legge del 19 giugno del 1873 l’esproprio è esteso anche al territorio di Roma, precedentemente escluso.
Si trattò, per inciso, di una manovra che Marx avrebbe definito di accumulazione originaria. Si iscriveva infatti all’interno di leggi precedenti che, a far data dal 1861, avevano dato l’avvio alla privatizzazione del demanio dello Stato. Terreni e immobili vennero messi sul mercato e acquistati dalla grande borghesia e dalla nobiltà – che videro così ulteriormente aumentare il proprio potere e patrimonio – mentre i contadini, esclusi per ovvie ragioni economiche, videro anche soppressi i secolari usi civici (far pascolare le pecore, raccogliere legna ed erba ecc.) in quelle terre ora recintate.
Tra i nobili in coda per l’acquisto, molti sono quelli romani legati al Vaticano, che agiscono per conto proprio o in qualità di fiduciari del papa. Nel giro di qualche anno la Chiesa si ritrova nuovamente in possesso di un discreto patrimonio immobiliare, e ben rappresentata nei consigli di amministrazione di società immobiliari e di banche: Monte di Pietà di Roma, Banco di Santo Spirito, Cassa di risparmio di Roma, Banca romana, Credito mobiliare, Credito fondiario, Banca industriale e commerciale. Banche che, pian piano, alle speculazioni immobiliari affiancano investimenti nella nascente industria nazionale.

Nel 1880, gli stessi nobili strettamente vicini al Vaticano fondano il Banco di Roma, il quale, in qualità di principale azionista, in breve tempo assume il controllo di diverse società capitoline di servizi pubblici: la Società impresa elettrica in Roma, l’Acqua pia antica marcia di Roma, la Società dei magazzini e molini generali, la Società romana di tramway e omnibus.
Situazione non diversa nel nord Italia. In Lombardia, Piemonte e Veneto vengono fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative; nelle campagne padane nascono le Casse rurali, sotto il controllo indiretto dei gesuiti. Nel 1896 l’arcivescovo di Milano, cardinale Andrea Carlo Ferrari, appoggia Giuseppe Tovini nella fondazione del Banco ambrosiano, il cui statuto mette nero su bianco che la banca è costituita fra cattolici. Seguono il Piccolo credito bergamasco e il Piccolo credito romagnolo, che annovera tra i fonda tori il conte cattolico Giovanni Acquaderni (tra i fondatori anche del quotidiano L’Avvenire), il cardinale di Bologna, Domenico Svampa, e il vescovo di Cesena, Alfonso Maria Vespignani.
Centro di potere della finanza bianca, il Banco di Roma estende via via il proprio controllo in varie industrie italiane, inserendo propri uomini nei consigli di amministrazione. Per citarne alcune: la Società italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze, lo zuccherificio Lebaudy Frères di Ancona, l’Istituto nazionale medico farmacologico Serono a Roma (fondato nel 1906, fu la terza azienda mondiale dopo le statunitensi Angen e Genentech e la prima in Europa nel settore biotech; quando nel 1952 muore il fondatore Cesare Serono, il Vaticano ottiene il controllo dell’istituto per poi passarlo alla famiglia Bertarelli, che nel ’77 trasferisce la società in Svizzera).

Nel frattempo, la nobiltà pontificia si inserisce in alcune grandi finanziarie laiche: La Fondiaria vita, La Fondiaria incendio e la Bastogi – fondata dal conte Pietro Bastogi, primo ministro delle Finanze nel 1861, nata come Società italiana per le strade ferrate meridionali, costruì ed ebbe poi in gestione gran parte della linea ferroviaria nazionale, fino al passaggio a società finanziaria nel 1906.
Le guerre coloniali e la prima guerra mondiale sono fortemente sostenute dalle banche cattoliche, che vedono nell’impresa bellica ricche prospettive di guadagni. Il Banco di Roma apre filiali a Tripoli, Mogadiscio e ben 16 in Etiopia, ed è cofondatore della Società italiana della Salina Eritrea; il Banco ambrosiano si adopera attivamente nella raccolta della sottoscrizione dei prestiti di guerra per il conflitto del ’15-18.
Le banche cattoliche continuano nella loro espansione. Nascono il Piccolo credito pavese, la Banca del lavoro e del piccolo risparmio, la Cassa padana – che rivendica tuttora l’appartenenza all’area cattolica: sul sito si legge: “Le radici di questa iniziativa risiedono nella dottrina sociale della chiesa. Ancora oggi l’ispirazione cristiana è inserita a fondamento dell’attività della banca nell’articolo 2 dello statuto”. Nel 1920, Filippo Meda, dopo essere stato tra i fondatori dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ministro delle Finanze dal ’16 al ’19, primo direttore del quotidiano L’Italia – giornale di riferimento della diocesi milanese fondato su iniziativa del cardinale Ferrari – diventa presidente della Banca popolare di Milano.
Fin dall’Unità quindi, l’economia italiana è stata caratterizzata dall’esistenza di una finanza bianca talmente estesa da avere in mano le sorti di numerose industrie nazionali, sia dal punto di vista dei portafogli azionari e obbligazionari sia da quello della concessione del credito.

Il presente: Bazoli e Intesa Sanpaolo, Gorno Tempini e la Cassa depositi e prestiti
Dopo essersi consolidata nel corso del Ventennio – anche grazie alla pax siglata con i Patti lateranensi – e nei cinquant’anni della prima Repubblica, supportata da un referente politico diretto quale era la Democrazia cristiana, oggi la finanza cattolica ha in mano due importanti centri di potere: Intesa Sanpaolo e la Cassa depositi e prestiti.
La prima è il feudo di Giovanni Bazoli. Nato nel 1932 in un’importante famiglia cattolica bresciana, nel capitale sociale conta un nonno che fu tra i fondatori, nel 1919, del Partito popolare accanto a Luigi Sturzo, e un padre deputato Dc all’assemblea costituente. Tralasciando il prestigioso curriculum lavorativo – dal salvataggio del Banco ambrosiano alle varie fusioni e acquisizioni che hanno portato a Banca Intesa – oggi lo troviamo presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (nata nel 2007 dalla fusione di Banca Intesa e San Paolo IMI) e presidente della finanziaria Mittel.

E proprio la Mittel è un interessante crocevia di nomi. Nel consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri, Giovanni Gorno Tempini, direttore generale fino al maggio 2010, quando è stato nominato amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, e Giambattista Bosco Montini, consigliere. Quest’ultimo vanta un breve curriculum: nipote di Paolo VI. È infatti figlio di Lodovico Montini, che oltre a essere stato membro dell’Assemblea costituente nelle fila della Dc era, soprattutto, fratello di Paolo VI.
Per poter comprendere il potere del cattolico bresciano occorre tenere a mente che Intesa Sanpaolo è la prima banca d’Italia, oltre che l’azionista di maggioranza di Bankitalia con il suo 30,3%; dai tempi del governo Prodi – grande amico di Bazoli – è la ‘banca per il Paese’. Quasi 500 miliardi di euro è il credito complessivo che l’istituto vanta nei confronti dell’economia italiana, privata e pubblica. Da quando, poi, nel 2006, è nata Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, divenuta nel 2008, dopo la fusione, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo, l’incidenza dell’istituto nella realizzazione di grandi infrastrutture, progetti urbanistici, sistema sanitario, università e ricerca e servizi di pubblica utilità è cresciuta esponenzialmente.

È sufficiente navigare un po’ sul sito per rendersene conto (1): finanziamenti, emissioni obbligazionarie, finanza di progetto, ristrutturazione e cartolarizzazione dei debiti. Intesa Sanpaolo sostiene finanziariamente numerose realtà pubbliche e semi pubbliche. Per citarne alcune:

– ministeri dello Sviluppo economico e della Difesa (finanziamento per 2,6 miliardi per la realizzazione dei progetti European Fighter Aircraft e Fregata Europea Multi Missione, 2005-2007);
– Regione Lazio (finanziamento per 435 milioni nel 2010 e 400 milioni nel 2009; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 1,6 miliardi nel 2006, 641 milioni nel 2005, 518 milioni nel 2004);
– Regione Molise (finanziamento per 370 milioni, 2006-2010);
– Regione Campania (finanziamento per 250 milioni, 2009; emissione obbligazionaria per 200 milioni, 2006);
– Regione Piemonte (emissione obbligazionaria per 430 milioni, 2006; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 715 milioni, 2006);
– Regione Abruzzo (cartolarizzazione dei debiti sanitari per 232 milioni nel 2007 e 327 milioni nel 2006);
– Regione Veneto (ristrutturazione di un debito precedentemente contratto con Intesa Sanpaolo per 186 milioni, 2006);
– Città di Roma (finanziamento per 304 milioni, 2007; emissione obbligazionaria per 400 milioni, 2005);
– Città di Torino (emissione obbligazionaria per 355 milioni, 2008);
– Ferrovie dello Stato (finanziamento per 1,1 miliardi, 2010; cartolarizzazione dei debiti per 830 milioni, 2004);
– Anas (finanziamento per 1,2 miliardi per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la terza corsia del Grande raccordo anulare di Roma, 2005);
– Autostrada pedemontana lombarda spa (finanza di progetto, 4,5 miliardi, erogazione in corso);
– Autostrade lombarde spa (finanza di progetto, 1,6 miliardi per la Milano-Brescia, erogazione in corso);
– Tangenziale esterna est di Milano (finanza di progetto, 1,5 miliardi, erogazione in corso);
– Passante di Mestre (finanza di progetto, 750 milioni, 2005).

 

A questo si aggiungono i vari accordi con le associazione delle imprese private, per la concessione di prestiti agevolati: Piccola industria Confindustria (5 miliardi, 2009); Confcommercio (3 miliardi, 2009); Confartigianato, Cna e Casartigiani (3 miliardi, 2009). 
Si aggiungono infine le varie operazioni di ‘salvataggio’ – di cui quella di Alitalia, con la cordata dei capitani coraggiosi, è la più nota (1,1 miliardi, e Intesa Sanpaolo è anche azionista di Cai con un 8,86%) ma non l’unica. Per citarne un paio: Risanamento – immobiliare di Luigi Zunino, 3 miliardi di indebitamento al momento del crack finanziario nel 2009, oggi Intesa Sanpaolo è l’azionista di maggioranza con il 37,43%; Safilo – azienda leader mondiale nella produzione di occhiali della famiglia Tabacchi, sull’orlo del precipizio nel 2009, salvata da un finanziamento di 400 milioni concesso da un pool di banche, tra cui quella di Bazoli.

Giovanni Gorno Tempini è nato a Brescia nel 1962, e di quale potere sia espressione è gia evidente in quel passaggio di poltrona rapidamente accennato sopra: da direttore generale della Mittel (2007-2010) ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti (nel cui consiglio di amministrazione, en passant, siede anche Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior). Dal 2003, per volontà di Tremonti, anche allora ministro del Tesoro, la Cdp diventa una società privata di cui lo Stato detiene il 70% e 66 fondazioni bancarie il restante 30%. Da allora, la Cdp è uno dei fulcri dell’economia del Paese: grazie alla raccolta postale è una cassaforte di liquidità, finanzia opere infrastrutturali destinate alla fornitura di servizi pubblici e grandi opere di interesse nazionale, e agisce nel sostegno delle piccole-medie imprese private. “L’enorme liquidità della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentano una formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra o di sinistra: poter far leva sul proprio ruolo di azionista della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire le partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano e in base alla visione politica che più aggrada – il tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp, in quanto azienda privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente bipartisan” (2).
Dal maggio 2010, amministratore delegato di tutto questo potere è il ‘bazoliniano doc’, come lo definiscono le cronache finanziarie, Gorno Tempini.

La sua nomina palesa anche un altro aspetto di non secondaria importanza: l’alleanza stretta tra il ministro che l’ha nominato e l’area della finanza bianca. Tremonti, l’anello di congiunzione Lega nord-Pdl, il ministro dei condoni (edilizio e fiscale nel 2003 e scudo fiscale nel 2009) lodato trasversalmente da destra e da sinistra sia dai partiti che dai cittadini; l’uomo che all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 all’Università cattolica di Milano parlava di “economia sociale di mercato”, e che ha definito l’enciclica Caritas in veritate “il primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita che è il nuovo mondo globalizzato”.
Politico acuto, Tremonti ha iniziato per tempo a fare amicizia con il potere finanziario che conta, e oggi è in perfetta sintonia con il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – interlocutore chiave della finanza cattolica – e con Giovanni Bazoli, insieme al quale sostiene la corsa di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Magari è anche per questa amicizia, che le sue quotazioni politiche sono in continuo aumento e lo vedono lanciato con successo verso la terza Repubblica post-berlusconiana.

Il futuro: lo Ior rimette lo zampino nelle banche italiane
Dopo le vicende del Banco ambrosiano di Calvi e della Banca privata italiana di Sindona, lo Ior si è tenuto ben lontano dalle partecipazioni azionarie in istituti bancari. L’unica conservata in tutti questi anni è stata giusto quella nella Banca Intesa di Bazoli. Una quota modesta – divenuta ancora più modesta dopo la fusione con San Paolo IMI – ma iscritta in quel Gruppo Lombardo (Banca Lombarda e Piemontese, Ior, Mittel e Carlo Tassara) che facendo parte del Patto di sindacato incideva sull’indirizzo strategico dell’istituto.
A febbraio 2010, la svolta nella pluriennale linea di condotta: la banca vaticana sottoscrive un prestito obbligazionario convertibile da 100 milioni a 18 mesi, emesso dalla Carige, Cassa di risparmio di Genova. La parola chiave è ‘convertibile’: se lo Ior, alla scadenza, non porterà all’incasso l’obbligazione, il titolo si trasformerà in azioni del valore pari al 2,3% di Carige.

Il primo passo è fatto. Anche se quel 2,3% di finanza vaticana è ben misera cosa rispetto al peso che la finanza cattolica ha sempre avuto nella politica italiana, seconda Repubblica compresa, a dispetto di quanto afferma il mondo finanziario. Il tavolo da gioco in cui i banchieri cattolici svolgono il ruolo del mazziere si è infatti aperto, dopo il ’92, a nuovi giocatori. Quel tavolo a cui al Pci è stato impedito di accomodarsi per cinquant’anni, ha aggiunto sedie per poter ospitare uomini del Pdl, della Lega nord e del Pd. In un do ut des a cui i partiti partecipano con leggi atte a preservare, consolidare e aumentare non solo il potere finanziario cattolico, ma anche quello ideologico. È infatti attraverso valori e dogmi che la Chiesa continua a esercitare il proprio potere sulla società civile, e se la sua influenza culturale dovesse diminuire, essa perderebbe anche il potere di indirizzare il voto politico di una parte determinante dell’elettorato. 
Perfino la Lega nord, con la sua narrazione mitologica sospesa tra una nazione inesistente, radici etniche impossibili e riti pagani, ha finito per doversi dichiarare cattolica, andare a braccetto con il Vaticano, lottare per il crocifisso nelle aule di tutta Europa; ha compreso al volo da che parte stare, appena ha messo piede nelle fondazioni bancarie (3).
Magari è questa la ragione per cui, all’apparenza paradossalmente, scomparso il partito di riferimento, la Chiesa ha aumentato la propria influenza sulla politica italiana; magari è questa la ragione per cui, da quando è entrata nella seconda Repubblica, l’Italia assiste a una gara di genuflessioni parlamentari, da destra e da sinistra.

Giovanna Cracco

RIVISTA PAGINAUNO.IT 

(1) http://www.biis.it
(2) Per il peso della Cdp nell’economia italiana cfr. Le fondazioni bancarie: il furto pubblico del no profit privato, Giovanna Baer, Paginauno n. 20/2010
(3) Ibidem

 

Altri articoli sull’argomento:

La vocazione finanziaria del Vaticano di Erika Gramaglia, Paginauno n. 11/2009
I Patti lateranensi, il Concordato, l’8 per mille e la finanza d’Oltretevere

Caritas in capitalismo: la dottrina sociale della Chiesa di Giovanna Cracco, Paginauno n. 15/2009
Dalla Rerum novarum alla Caritas in veritate, la santa alleanza tra Chiesa e capitalismo nata dalla lotta al socialismo e rinsaldata da lucrosi affari e dall’ipocrisia di un nuovo ‘capitalismo etico’

E tu chiamale Onlus di Giorgio Morale, Paginauno n. 15/2009
Disimpegnatosi lo Stato, è la corsa ai rapporti privati, alle clientele, agli amici degli amici. Viaggio nel ‘terzo settore’, dove le organizzazioni religiose spadroneggiano e impongono direttive etiche tra sovvenzioni pubbliche, relazioni politiche e lottizzazione

La ricca economia della carcerazione di Giovanna Cracco, Paginauno n. 14/2009
Il Piano Ionta e la privatizzazione delle carceri, la gestione privata di cooperative, onlus e Misericordie dei Centri per l’immigrazione

La legittimata opposizione della Chiesa cattolica romana, Walter G. Pozzi
La finta opposizione del Vaticano: funzione etica compensativa e sponda consolatoria per la classe lavoratrice

 

Leggi altri articoli sui temi:

economia criminale

rapporto tra Stato e Chiesa

Salvataggio banche: “Grande dono a Intesa; Ubi, invece fece un’operazione coraggiosa”

L’economista Marco Vitale sull’operazione che ha portato all’acquisizione delle banche venete da parte di Intesa Sanpaolo: “Un grosso regalo a chi già è potente, Ubi invece ha fatto un’operazione coraggiosa”

Un euro per l’acquisizione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza: si è perfezionata, nei termini concordati con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, l’operazione condotta da Intesa Sanpaolo a cui sono state cedute le parti buone dei due istituti di credito e una copertura da parte dello Stato fino a 17 miliardi, tra garanzie e rafforzamento del patrimonio.

Un’operazione simile a quella portata a termine a gennaio da Ubi Bancacon l’acquisto, sempre a un euro, del 100% del capitale di Nuova Banca delle Marche, Nuova Banca dell’Etruria e del Lazio e Nuova Cassa di Risparmio di Chieti.

Ma la domanda che ci poniamo e che giriamo a un esperto economista, Marco Vitale, è legata a un dubbio su due pesi e due misure: da una parte Ubi che paga un euro gli istituti in grande difficoltà accollandosi tutto, debiti compresi, dall’altra, pochi mesi dopo e con lo stesso Governo, Intesa che a un euro si prende solo la parte “buona” delle banche, mentre i debiti se li accolla lo Stato e con lui, ovviamente, i contribuenti, cioè tutti i cittadini italiani.

 

“È vero che ci sono analogie ma soprattutto profonde diversità – sottolinea Marco Vitale – La più evidente è che il vantaggio che Intesa Sanpaolo trae dall’operazione è straordinario: acquisisce così il controllo e il dominio di un territorio meraviglioso dal punto di vista bancario, ricco di aziende serie, di lavoratori e grandi risparmiatori”.

 

Il professor Vitale evidenza come, arrivati a questo punto, non ci fosse altro da fare: “Ciò però non cambia l’impressione che si sia arrivati fino a qui per assoluta insipienza delle nostre autorità monetarie, ministro e Banca d’Italia, che hanno fatto deteriorare la situazione in modo tale da non avere altre vie d’uscita. La situazione ha dato un potere enorme a una banca che già ne aveva: per chi, come il sottoscritto, ha una visione democratica del sistema economico e bancario è un’altra grande sconfitta. Sono triste per questo epilogo: per colpa dei governanti facciamo un regalo gigantesco a un soggetto già fortissimo”.

 

Diverso il giudizio dell’economista bresciano sul salvataggio a opera diUbi Banca di Nuova Banca delle Marche, Nuova Banca dell’Etruria e del Lazio e Nuova Cassa di Risparmio di Chieti: “Quella è stata un’operazione coraggiosa con l’acquisizione di banche molto più difficili da risanare: il prezzo pagato è più alto in termini di investimenti per raddrizzarle. Ubi ha fatto un’operazione buona per il sistema, acquisendo anche i debiti delle tre banche mentre Intesa si è accollata solamente la parte buona di quelle venete, lasciando il pagamento dei debiti agli italiani”.

 

È grande il rammarico che emerge dalle parole del professor Vitale che chiosa ribadendo il concetto: “L’operazione di Ubi è stata giusta ed equilibrata, oggi invece si è fatto un dono gigantesco a una banca già potente. Un dono a dei signori senza dubbio meritevoli per il loro lavoro ma che di sicuro non ne avevano bisogno”.

 BERGAMONEWS

Banca Intesa: i bulli dove sono?

La prima volta che ho avuto a che fare con le dinamiche Corporate di motivazione è stato in una sessione di orienteering per una grande multinazionale. In pratica, la sera prima ci avevano riuniti in una sessione di training con lo scopo di trasformare cento campioni mondiali di divano estremo in un incrocio fra Rambo e Cristoforo Colombo: lettura delle mappe, punti cardinali, riconoscimento di mille segnali mai visti prima con l’obiettivo di percorrere un percorso di guerra alla ricerca di oggetti nel minor tempo possibile. Parole d’ordine: “engagement, team building, empowerment!” 

(Termini inglesi usati a sproposito, forzature e castronerie che avrei risentito, uguali a se stesse, tutte le volte che entro in un’azienda sopra i diecimila dipendenti. E, tutte le volte, convinti di essere unici nel loro genere).

Cento colleghi – mai incontratisi prima con l’unico comun denominatore di essere quotidianamente in competizione gli uni contro gli altri nella lotta costante al miglior fatturato a tutti i costi – dovevano diventare all’improvviso comunicativi e affiatati per rappresentare al meglio i valori aziendali.

L’unica cosa che sarebbe valsa la pena imparare era quali fossero questi benedetti valori aziendali che, al netto di tutte quelle belle parole pseudo inglesi usate male, nessuno aveva mai visto passare negli occhi dei suoi capi, troppo impegnati a fatturare e a dare obiettivi che, si sa, devono essere raggiungibili e condivisi.

I Grandi Comunicatori della Rete che in questi giorni hanno preso le distanze dal video pubblicato da alcuni dipendenti di Intesa San Paolo, catalogando come bullismo il flusso di commenti generato da quello che ormai sappiamo con certezza far parte di un concorso interno a Intesa San Paolo e che mai sarebbe dovuto uscire da quelle pareti, (salvo il fatto che 90.

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000 dipendenti erano a conoscenza non solo del concorso ma anche del repository in cui i video sarebbero stati raccolti), a mio avviso hanno spostato l’attenzione da un tema ben più evidente.

Il cyber-bullismo è un fenomeno ben preciso che si avvale di premeditazione, progettazione e messa in opera.

Non si può dare del cyber – bullo a migliaia di persone che hanno usato i social come fanno ogni giorno nei confronti del sindaco Raggi o della Boldrini, a suo tempo verso la Fornero, le sparate di Salvini e sull’attività di quasi tutti i politici più in evidenza. Sarebbero dunque cyber-bullismo anche tutte le battute all’indirizzo della coppia Fedez-Ferragni e ogni volta che parte un thread popolare sulla rete che ormai sappiamo ondeggiare sempre verso il consenso e mai in controtendenza. O, forse, il potere costituito e il jet set godono di una forma particolare di immunità, per cui è concesso commentare senza che nessuno si indigni?

Per una volta, gli analogici sindacati battono gli effervescenti digitali 2 a 0 con una presa di posizione chiara e diretta:

Le immagini che abbiamo visto riportano alla memoria la saga di Fantozzi e il Direttore Totale Cobram, per cui di primo acchito si è portati a credere a una parodia – scrivono i sindacati – ma ad un’analisi più approfondita risulta invece tutto vero e alla risata spontanea subentra la mortificazione”. Messaggio finale: “Simili iniziative vengano abbandonate.

sindacati

Perché il succo della questione che sfugge ai Guru del Web (troppo nutriti di Comunicazione Digitale ma totalmente digiuni di Cultura Aziendale) in fondo è tutto qui: nella comunicazione pubblicitaria che ha imposto per anni alle aziende di “metterci la faccia”. Con la differenza che Francesco Amadori, Giovanni Rana e Ennio Doris non dovevano chiedere il permesso a nessuno e avevano tutto l’interesse per far sapere che polli, tortelli e bastoni di legno fossero i prodotti migliori del mondo, mentre il vero bullismo a cui dovremmo prestare attenzione è chiedere ai propri dipendenti di testimoniare a favore di un ambiente di lavoro stressante, poco gratificante, che internamente non corrisponde mai ai valori che si vogliono (far) comunicare all’esterno.

La cultura americana dei balletti aziendali, dei team building motivazionali, dei carboni ardenti, degli sport estremi, della finzione che diventa comunicazione così ben testimoniata da Paolo Virzì ha un bug di sistema fin troppo evidente: 1) è facoltativa, ma te lo sta chiedendo il tuo capo. 2) non è coerente con l’ambiente quotidiano di lavoro.

Non è un caso se le analisi di clima non sono molto gradite da imprenditori e dirigenti, se per diventare “Best Place to Work” le interviste vengono estese a campione e non a tutto il personale e se intervistando i dipendenti di grosse aziende alla maggior parte di loro sfugge quale sia la mission e la vision aziendali, ben impresse nelle homepage dei siti e riportate nei bilanci di sostenibilità tanto di moda.

E infine c’è un problema di dignità a cui solo chi ha il cervello offuscato da powerpoint e meeting del lunedì mattina può essere sfuggito in questa operazione simpatia al risparmio (di certo gli spot con la Gialappa’s devono esser costati di più). Quando si fanno operazioni di questo genere, prima di tutto si deve essere molto certi che l’ambiente di lavoro sia davvero coerente (non dico per tutti e 90.000, ma almeno per la stragrande maggioranza dei collaboratori) con ciò che si chiede di testimoniare, poi si affidano i processi a qualcuno che sappia usare gli strumenti digitali e conosca i media in maniera approfondita e, infine, si coinvolgono le persone dando loro prima una formazione adeguata e poi istruzioni di buon senso.

Non è un caso che quegli attori, diventati involontariamente popolari, anziché difendere l’azienda abbiano cancellato i loro account social.

E forse non è un caso che Fabio, il vero eroe di questa vicenda, si sia sottratto a questa pantomima, dandosi per malato; come anche alcuni di noi a certe cene di Natale o alle convention annuali in cui si deve sorridere, anche se l’aumento che ti avevano promesso non è mai arrivato e la promozione l’hanno data a qualcun’altro.

Osvaldo Danzi

Creval,monitoraggio continuo Bankitalia

Monitoraggio semestrale. Pressing anche su tutela investitori

 

La Banca d’Italia marcherà stretto il Creval con un monitoraggio semestrale del piano e una prima verifica subito dopo l’aumento di capitale da 700 milioni che partirà lunedì 19 febbraio. Secondo quanto si legge nel prospetto informativo dell’aumento, la Vigilanza di Via Nazionale, che con il suo rapporto di agosto ha evidenziato la difficoltà nel recupero di redditività e fatto scattare la necessità di cessione degli Npl e il conseguente aumento, si è “è riservata di adottare ogni misura ritenuta necessaria ad assicurare la sana e prudente gestione del Gruppo Creval”. Una prima verifica “da parte dell’Autorità è prevista subito dopo l’aumento di capitale”. Il pressing della Banca d’Italia si estende anche alle modalità dell’offerta pubblica dell’aumento di capitale che “dovrà essere effettuata in applicazione di policy aziendali e di procedure interne adeguate ad assicurare il rispetto del quadro normativo vigente con particolare riferimento alle disposizioni a tutela degli investitori”.

A NOVEMBRE DEFLUSSI MA PRESE CONTROMISURE Il Creval ha preso con successo una serie di contromisure per arrestare e poi colmare il “significativo deflusso di liquidità” avvenuto nel mese di novembre 2017, dopo l’approvazione della Relazione Intermedia Consolidata 2017, la presentazione del Piano Industriale e in particolare dopo il downgrading da parte delle agenzie di rating DBRS e Moody’s. E’ quanto scrive la stessa banca nel prospetto all’aumento di capitale da 700 milioni di euro che parte domani lunedì 19 febbraio segnalando comunque fra i fattori di rischio quelli relativi appunto alla liquidità. Per contrastare i deflussi l’istituto ha posto in essere “operazioni di raccolta garantita all’ingrosso con intermediari internazionali” e un aumento della remunerazione sui depositi “dei principali clienti (persone fisiche, tesorerie d’impresa, holding, Enti, gestori di patrimoni)”. Tali iniziative, perfezionate nel mese di dicembre, hanno influito positivamente sull’indice Lcr (liquidity coverage ratio) che si attestava, al 31 dicembre 2017, al 259%.(ANSA)

Campione, trattative per salvare casinò e impieghi

Sono cominciate le trattative tra sindacati e il comune di Campione d’Italia per salvare la casa da gioco dell’enclave così come i molti posti di lavoro a rischio. 

Una soluzione condivisa. È quella che vogliono trovare i sindacati e il comune di Campione per salvare il casinò dell’enclave che rischia di fallire il prossimo 12 marzo.

Garantire i 150 posti di lavoro e al contempo la produttività della casa da gioco sarà però un compito difficile ed è stato ribadito che anche l’ente pubblico dovrà fare sacrifici.    

Il casinò di proprietà del Comune solo quest’anno, ha detto alla Radiotelevisione svizzera il sindaco Roberto Salmoiraghi, avrebbe dovuto versare 18 milioni nelle casse pubbliche.

Questi soldi “devono tornare e torneranno”, ha assicurato Salmoiraghi

Tv svizzera.it

La Milano del Dj dalle sonorità multiculturali

 

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https://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/skyline-milano–4_la-milano-del-dj-dalle-sonorit%C3%A0-multiculturali/43842740

Una città che dà spazio a tutti i generi e a tutti gli stili musicali. Andrea “Rock” Toselli è una delle voci della Milano in musica. Conduttore dell’emittente radiofonica rock più ascoltata d’Italia, Virgin Radio, è anche musicista (è il leader del gruppo punk Andead), produttore, autore e conduttore televisivo. 

Negli ultimi anni, la metropoli italiana è profondamente cambiata. Milano, che con la Svizzera ha dei rapporti strettissimi, si è trasformata non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche dal profilo sociologico ed economico.

 In questa serie vi proponiamo cinque interviste con altrettante personalità che Milano ce l’hanno nel cuore. Dallo scrittore all’economista, dalla politica al deejay, ci raccontano come hanno vissuto questa trasformazione.

Fine della finestrella

Milanese doc, ha assistito negli ultimi anni a una città che ha saputo mutare passioni e gusti e in cui i ritmi e le sonorità si sono adeguati a una metropoli multiculturale che assorbe e metabolizza diverse influenze e detta le regole quando si tratta di fenomeni giovanili, mode e tendenze. «I ragazzi di oggi – dice – fruiscono di musica in modo completamente diverso da quello che facevamo noi. 

Vent’anni fa ci fidavamo esclusivamente di quello che leggevamo sui dischi. Compravi un CD e dalle note di copertina, leggendo i ringraziamenti, capivi quali sarebbero stati i tuoi prossimi ascolti. Oggi semplicemente passando da una playlist all’altra sul web si cambia totalmente musica e poiché Milano è stata sempre una città alla moda, con un passaggio in due tre negozi il look dei giovani cambia come cambiano i loro gusti e si passa dall’essere uno “skater” o un “raver” o un “fighetto”». 

Moda e musica a Milano vanno a braccetto da quando il capoluogo lombardo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ‘80 era la città delle tribù musicali: i rockabilly, i metallari, i punk, i dark; gruppi di ragazzi che si incontravano in alcuni luoghi simbolo e a volte si scontravano tra di loro. Alcuni di quei luoghi oggi non esistono più, ma sono stati soppiantati da nuovi punti di riferimento e l’energia e l’entusiasmo sono rimasti intatti. «Oggi Milano – spiega Andrea Rock – è una città piena di rapper. È una realtà molto urbana, legata al territorio con tanti artisti validi che risale sin dai tempi degli Articolo 31». Milano ha sempre dato una casa a tutti. L’occasione di ascoltare e vivere la musica non manca mai: dai locali piccoli dove giovani artisti possono farsi le ossa e fare la gavetta, ai luoghi che ospitano migliaia di spettatori attratti dalle star internazionali per cui Milano è una tappa obbligata.

Andrea Canepari e Guido Mariani TV SVIZZERA.IT

Fincantieri in gara per le fregate multiruolo Usa

Contratto da 15 milioni per sviluppare il progetto: l’Italia corre da sola e in squadra con Lockheed. I lavori saranno assegnati nel 2020: i concorrenti sono Austal, General Dynamics e Huntington.

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Genova – Il programma per lo sviluppo e la costruzione di 20 nuove fregate multiruolo per la Us Navy è entrato nel vivo: il Naval Sea Systems Command (Navsea), agenzia della Marina americana preposta all’acquisizione e supporto di nuove navi e sistemi, ha annunciato di aver aggiudicato a cinque cordate industriali un contratto da 15 milioni di dollari ciascuna per sviluppare il progetto preliminare delle nuove navi. La proposta definitiva sarà selezionata in base a una fase successiva, il cui contratto sarà assegnato a luglio 2020. In pista ci sono i cantieri Austal Usa, General Dynamics Bath Iron Works, Huntington Ingalls, Lockheed Martin e Fincantieri Marine, controllata del gruppo navalmeccanico italiano. Le nuove fregate per la Marina Usa devono basarsi su un progetto già sviluppato e in servizio, come la Fremm proposta da Fincantieri, e avere un costo medio per nave non superiore a 950 milioni di dollari (eccetto la capoclasse) compreso il sistema di combattimento, che sfrutta elettronica e armamenti già installati e in acquisizione da parte dell’Us Navy.

Secondo il Navsea, il progetto preliminare da affinarsi nei successivi 16 mesi del contratto permetterà di ridurre rischi, tempi e costi del contratto per lo sviluppo di dettaglio e costruzione dell’unità capoclasse, la cui realizzazione è prevista a inizio 2022 con consegna luglio 2026. Come anticipato dal Secolo XIX, Fincantieri propone una versione customizzata della Fremm, che nell’attuale progetto già in servizio per la Marina italiana è in grado di soddisfare i requisiti fissati dall’Us Navy. Le nuove navi verrebbero costruite presso Marinette Marine in Wisconsin, dove si realizzano le Littoral Combat Ship (Lcs) classe Freedom, sempre per la Us Navy. Fincantieri tra l’altro partecipa al programma delle nuove fregate sia come capocommessa, sia all’interno del team di Lockheed Martin, che propone una versione ad hoc proprio della classe Freedom.

Fra gli altri contendenti al programma delle nuove fregate, Austal propone una versione ad hoc della sua versione di Lcs dedicata alla Us Navy, Huntington Ingalls una piattaforma basata sul National Security Cutter (Nsc) per la Guardia Costiera americana e General Dynamics il progetto della fregata F-100 del gruppo spagnolo Navantia. Secondo quanto dichiarato da Lockheed Martin, la flessibilità e la capacità evolutiva delle Lcs realizzate da Fincantieri Marinette Marine sono alla base della selezione di questo progetto da parte delle Forze Navali dell’Arabia Saudita, che hanno assegnato al gruppo americano un contratto iniziale nel novembre 2017 per lo sviluppo di una versione pesantemente armata, attraverso la Us Navy.La realizzazione di queste unità da parte di Marinette Marine consentirebbe a Fincantieri di entrare a pieno titolo nel mercato delle forniture di navi militari attraverso il governo americano o Fms (Foreign Military Sales), concorrendo alle esportazioni dell’industria navale americana dopo ben 30 anni dall’ultima consegna di unità da combattimento di prima linea, e assicurando continuità produttiva in vista della potenziale aggiudicazione del programma, dopo il completamento della produzione delle unità tipo Lcs.

LUCA PERUZZI THE MEDI TELEGRAPH

Il finanziere Mincione entra in Carige

l finanziere Raffaele Mincione torna a investire sulle banche italiane e lo fa entrando in Carige. “Mister 8%”, l’uomo d’affari che tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 rastrellò i diritti inoptati dell’aumento di capitale di Bpm investendo 60 milioni e arrivando a detenere l’8% della Popolare di Milano.

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Genova – Il finanziere Raffaele Mincione torna a investire sulle banche italiane e lo fa entrando in Carige. “Mister 8%”, l’uomo d’affari che tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 rastrellò i diritti inoptati dell’aumento di capitale di Bpm investendo 60 milioni e arrivando a detenere l’8% della Popolare di Milano, sbarca a Genova come azionista rilevante dell’istituto guidato da Paolo Fiorentino. Mincione ha comprato il 5,428% di Carige ed entra quindi come terzo azionista dopo Malacalza Investimenti (20,639%) e la Compania Financiera Lonestar di Gabriele Volpi (9,087%). L’operazione è stata realizzata da Capital Investment Trust, attraverso le controllate Pop12 e Time & Life.

In Carige il finanziere ha investito 22-23 milioni di euro, acquistando tre miliardi di azioni. Time & Life è il fondo lussemburghese con sede a Londra a cui fa capo Athena Capital Fund in cui era custodito il pacchetto di Bpm. Sempre con questo fondo, il finanziere era anche entrato nel 2012 in Mps rilevando l’1% – partecipazione, quest’ultima, che si è tradotta in una forte minusvalenza.

«Carige è una banca storica, molto radicata sul territorio, sebbene ora si trovi in una fase complessa. – afferma l’uomo d’affari – Sono convinto non solo che la banca abbia un grande potenziale, e quindi possa essere un’opportunità di investimento per noi, ma anche che in Italia si stia aprendo uno scenario di ripresa che la comunità finanziaria internazionale non può che guardare con interesse. Sebbene da 35 anni viva fuori dall’Italia – aggiunge – questo rimane il mio Paese e sono orgoglioso di poter continuare a investire qui».

L’ingresso di Mincione in Carige induce diversi analisti a scommetteresu una nuova stagione di aggregazioni tra banche, che potrebbe iniziare prima del previsto e che già nelle settimane scorse ha visto affiancare alla banca ligure i nomi di Credit Agricole, Bper e Credito Emiliano.

Da quanto ricostruito dal Secolo XIX-the MediTelegraph, il finanziere non ha, per ora, avuto contatti con l’azionista di maggioranza relativa, la famiglia Malacalza. Il suo ingresso in Carige, secondo una fonte finanziaria, «sembra destinato a modificare gli equilibri di governance , che dopo l’aumento di capitale sono cambiati». «Considerando Mincione, Chenavari e altri fondi che hanno preso posizione in Carige anche se con quote non rilevanti – riflette una seconda fonte – è chiaro che la rappresentanza in consiglio oggi garantita agli investitori istituzionali è sottodimensionata». La scadenza fisiologica del board di Carige cade però nella primavera del 2019, un eventuale rimpasto di consigliere dovrebbe pertanto passare attraverso delle dimissioni volontarie.

Malacalza Investimenti, da parte sua, è autorizzata dalla Bce a salire sino al 28%: più di un osservatore non esclude che la famiglia decida di rafforzare la propria posizione a fronte del mutato equilibrio nell’azionariato. In Borsa l’ingresso del finanziere Mincione in Carige non ha provocato grandi movimenti: il titolo ieri ha chiuso invariato a 0,0073 euro.

La banca continua intanto a lavorare. Martedì prossimo è convocato un consiglio di amministrazione. E sono pronte le prime due operazioni immobiliari di Carige Reoco, società creata l’estate scorsa per recuperare risorse da progetti finanziati in passato e finiti in stallo. Secondo l’agenzia Radiocor, la controllata «ha già completato l’acquisto in asta di un’iniziativa di real estate a Parma e si appresta a rilevare immobili sulla costa toscana per un impegno complessivo di 11 milioni». Altri dossier sono allo studio e riguardano asset di edilizia civile in Liguria e Toscana. La Reoco sarà rafforzata patrimonialmente: al cda è stata assegnata la delega per aumentarne il capitale da 500mila euro a 19,5 milioni entro il marzo 2019.GILDA FERRARI THE MEDI TELEGRAPH

Amazon diventa una banca, intesa con Merrill Lynch

Amazon ha stretto un accordo con Bank of America Merrill Lynch per potenziare il servizio Amazon Lending che fornisce prestiti alle PMI.

 

banca

Nella sua lettera per gli azionisti due anni fa, il CEO di AmazonJeff Bezos, aveva dichiarato di voler collaborare con le banche per aiutare la sua azienda ad espandere il suo programma di prestiti per le piccole imprese che vendono all’interno della sua piattaforma di ecommerce. L’obiettivo, dunque, era quello di potenziare Amazon Lending, lanciato nel 2011, che offre crediti alle PMI.

 

Amazon, secondo CNBC, è riuscita alla fine a trovare un partner finanziario degno di nota. Nello specifico si tratterebbe di Bank of America Merrill Lynch che è la seconda banca americana per numero di clienti. Un’intesa, dunque, molto importante che permetterà di aiutare con maggiore efficacia le piccole realtà che operano attraverso Amazon. Grazie a questo accordo, infatti, Amazon ridurrà il rischio e potrà avere più facilmente accesso ai capitali per fornire credito a più commercianti, in modo che possano ampliare il loro magazzino di prodotti. Amazon Lending è un programma solo su invito che concede prestiti da 1.000 dollari a 750.000 dollari, con tempi di restituzione fino a un anno (tassi tra il 6 ed il 14%), per le aziende che potrebbero avere difficoltà ad ottenere prestiti tradizionali.

Nel giugno 2017, Amazon ha dichiarato di aver emesso prestiti per oltre 1 miliardo di dollari durante i precedenti 12 mesi, un netto aumento rispetto alla cifra di 1,5 miliardi di dollari dei quattro anni precedenti. Secondo la fonte, Amazon ha cercato di rallentare deliberatamente lo sviluppo del suo servizio Amazon Lending nel 2017 per valutare meglio i rischi di credito che derivano da una pratica di prestito su larga scala. Il rallentamento non è sorprendente perché il team di Amazon Lending ha sempre adottato un approccio cauto alla crescita. Ad esempio, non c’è mai stato un sito web pubblico per promuovere il servizio di prestito, e il finanziamento è rimasto sempre disponibile solo per i principali venditori di Amazon che necessitano di finanziamenti aggiuntivi.

 

Il programma non è nato per guadagnare denaro dai pagamenti degli interessi, ma piuttosto per sostenere i commercianti che vendono sulla piattaforma di Amazon, per incrementare così la crescita complessiva delle vendite della piattaforma di ecommerce.

Ma adesso che è stata stretta questa importante partnership tra Amazon e Bank of America Merrill Lynch, è molto probabile che il programma Amazon Lending torni a crescere ed a svilupparsi. Curiosamente, sembra che la collaborazione tra Amazon ed la banca sia iniziata ufficiosamente già nel 2016.

Amazon, infatti, aveva ottenuto una linea di credito di 500 milioni di euro, poi aumentata a 600 milioni di euro. Sebbene non sia mai stato esplicitato ufficialmente, la linea di credito sarebbe arrivata proprio da Bank of America Merrill Lynch.

 web news

Tokyo. Il Giappone vuole portare la pensione oltre i 70 anni

Poche nascite, invecchiamento record: e il governo approva una bozza di modifica delle regole attuali per consentire un innalzamento dell’età pensionabile oltre i 70 anni.

Il Giappone vuole portare la pensione oltre i 70 anni

Davanti a un’ulteriore contrazione della forza-lavoro conseguente all’invecchiamento accelerato della popolazione e nascite sempre più rare, il governo giapponese ha approvato ieri una bozza di modifica delle regole attuali per consentire un innalzamento dell’età pensionabile oltre i 70 anni.

La proposta dell’esecutivo è di arrivare nell’anno fiscale 2020 a consentire a titolo volontario l’accesso alla pensione pubblica anche dal 71° anno di età, considerando i più recenti dati socio-sanitari che indicano nel Paese una popolazione anziana mediamente in buone condizioni psico-fisiche, non solo in grado di proseguire in un’attività lavorativa ma in maggioranza anche disposta a farlo. I pensionati giapponesi sono anche molto attivi in iniziative ricreative, culturali e nel volontariato. Finora l’età pensionabile è posta tra 60 e 70 anni, con la possibilità – peraltro accolta da pochi – di godere di un incremento della pensione mensile se percepita a partire dai 65 anni.

Una situazione che ha incentivato il governo guidato da Shinzo Abe a rivedere quella che viene definita «la standardizzazione degli stadi della vita secondo le categorie di età». Non solo legata alle necessità produttive e di gestione del Paese, ma da tempo un’emergenza che ha molti aspetti e – finora – poche possibilità di intervento. Davanti a un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, con un saldo netto in calo di 200mila unità da diversi anni infatti, la popolazione ultrasessantacinquenne è ora il 26 per cento dei 127 milioni di giapponesi e le previsioni del ministero del Welfare indicano che salirà al 40 per cento su una totale sensibilmente inferiore nel 2060.

Un incubo, a cui non corrisponde finora alcuna volontà di fare dell’immigrazione una risorsa complementare anche sotto questo aspetto. Da qui la decisione di rivedere le regole ponendo anche obiettivi specifici. Il principale è di accrescere la presenza di lavoratori tra i 60 e i 64 anni dall’attuale 63,6 per cento al 67 per cento nel 2020, puntando ovviamente a percentuali ancora maggiori in futuro. Ieri il premier Abe ha chiamato ancora una volta alla realizzazione ‘di una società dove persone di tutte le generazioni possano partecipare ampiamente e attivamente’, ma non ha segnalato una maggiore integrazione per chi non sia etnicamente giapponese ma pure vive e lavora nel Paese del Sol Levante. A partire proprio da categorie di servizio utili nel sostegno a una popolazione sempre più vecchia e sempre più sola.

L’esecutivo ha invece indicato di volere aumentare il sostegno alle aziende che hanno manifestato (almeno la metà, secondo un sondaggio dello scorso anno) la volontà di alzare l’età del pensionamento o di volere occupare personale già in pensione. Allo stesso modo prenderà in considerazione misure a sostegno di individui che vogliano avviare proprie attività e benefici per lo sviluppo di tecnologia in grado di aiutare i giapponesi in età avanzata, sia nel mondo del lavoro, sia nella vita privata.

Stefano Vecchia Avvenire.it

Banche, Apindustria si smarca: “Lavoriamoci su”

banche venete

“Nel parlare di banche, Apindustria Confimi Vicenza si conferma ancora una volta voce fuori dal coro: prima con la denuncia senza indugi della cattiva gestione delle popolari e degli interventi insufficienti del Governo per il salvataggio, ora con il sostegno all’operato di Intesa Sanpaolo nel delicato passaggio a un nuovo sistema, pur senza nascondere le difficoltà esistenti”. E’ quanto si legge in una nota diffusa dall’associazione imprenditoriale vicentina, la cui posizione manifatturiere viene spiegata più in dettaglio dal suo presidente, Flavio Lorenzin.

“Ci troviamo – dice Lorenzin – nella bizzarra situazione di essere i soli a giustificare le misure di Intesa Sanpaolo perché riteniamo che l’operatività delle aziende sia vitale e, quando ci sono dei problemi, si deve lavorare per risolverli. La banca, conscia che non tutto sarebbe andato liscio visti i tempi strettissimi per la migrazione imposti, pare, dagli organi di vigilanza, ha messo a disposizione delle Associazioni dei contatti per gestire a quattro mani le situazioni più spinose e, almeno per quello che è il nostro osservatorio, questa modalità sta dimostrando di funzionare, visto che i rappresentanti della banca si stanno dando da fare per gestire le criticità incontrate dalle aziende”.

Secondo Lorenzin serve mettere da parte le polemiche ed iniziare una seria analisi di coscienza da parte di un territorio ferito dalle vicende delle banche. “Mi lascia francamente perplesso – spiega –  l’atteggiamento di chi critica in maniera poco costruttiva, insieme al tentativo di rimuovere una coscienza collettiva maturata intorno alla vicenda delle popolari, cercando di nascondere le responsabilità dei veri artefici del disastro. Apindustria Confimi Vicenza è stata la prima Associazione d’imprenditori a denunciare pubblicamente comportamenti inappropriati delle ex “banche del territorio” e dei propri amministratori e dirigenti”.

“Siamo stati anche gli unici – ricorda ancora il presidente di Apindustria – a non aver preso parte agli ossequi di tanti portatori d’interesse in tutta la regione al tempo del decreto salvabanche, avendo ritenuto inadeguate le condizioni poste per il salvataggio e la fragilità cui sarebbero state esposte le aziende più deboli, mentre altri soggetti garantivano ai propri soci e tesserati di essere in dialogo costante e diretto per gestire l’arrivo salvifico della nuova proprietà”.

Per Apindustria Confimi Vicenza è quindi il momento di guardare avanti, come chi gestisce un’azienda sa fare, ovvero con quel pragmatismo e capacità di problem-solving tipici degli imprenditori “Sono convinto – conclude Lorenzin – che, soprattutto in questi momenti, sia importante assistere le aziende per rimetterle in condizioni di normale operatività nel più breve tempo possibile”. (Vicenzareport)

Castagna: «Banche pronte a sostenere gli sforzi per la crescita»

Giuseppe Castagna - Imagoeconomica
Giuseppe Castagna – Imagoeconomica

Più crescita con meno debito. La difficile quadratura del cerchio che Confindustria auspica per l’Italia è la stessa che da anni vede affaccendati i banchieri italiani, alle prese con la necessità di creare valore nonostante la zavorra dei miliardi di crediti deterioriati ereditati dalla crisi. «Ce la si può fare», dice l’ad di BancoBpm, Giuseppe Castagna, a Il Sole 24 Ore: «Quello che serve è un piano industriale serio, la voglia di applicarlo con determinazione e la capacità di dimostrare che si sta procedendo nella direzione giusta». Seduto tra gli imprenditori radunati a Verona, venerdì pomeriggio Castagna è rimasto colpito non solo dal numero ma anche dal «calore» della platea di Confindustria («Ho colto la voglia di far vedere che c’è un corpo sociale importante pronto ad assumersi delle responsabilità»), di cui sottoscrive il progetto: «È giusto, anzi si deve, essere ambiziosi. Ma la nostra esperienza, anche quella non facile ma entusiasmante che stiamo vivendo in BancoBpm tra Verona e Milano, ci dice che non occorre stravolgere i paradigmi per colmare il gap che ci separa con il resto d’Europa. È sufficiente fare le cose per bene, una per volta e mostrarle al mercato».

Dottor Castagna, anche secondo lei gli imprenditori italiani sono i migliori del mondo come ha detto Vincenzo Boccia?

La prova non l’abbiamo, ma ci può stare. Perché se nonostante gli aggravi legati al costo dell’energia, al costo del lavoro e alla burocrazia le nostre imprese, anche quelle del Sud, riescono a competere in Europa allora vuol dire che i fondamentali non sono buoni, ma ottimi.

Negli ultimi anni si è evoluto il tessuto imprenditoriale italiano?

È il prezzo, ma anche il risultato degli anni della crisi. E, come dimostra Industria 4.0, c’è ancora un grande potenziale, dall’innovazione alla cultura manageriale.

A proposito: secondo lei sta cambiando l’approccio al tema della crescita?

Il nostro sistema imprenditoriale è strutturalmente dominato dalle Pmi, e quindi i risultati non sempre possono risultare evidenti. Ma rispetto a 10-15 anni fa c’è un abisso: all’epoca far accettare un fondo di private equity o parlare di Ipo a un imprenditore era un’impresa, oggi c’è una conoscenza diffusa e maggiore propensione alla finanza. Con un bagaglio di strumenti, dall’Aim a Elite, di tutto rispetto.

Confindustria ha posto il tema delle risorse, scalando le cifre con le quali siamo abituati a ragionare in Italia. Che ruolo possono avere le banche?

Per noi è il mondo ideale. Noi siamo non solo propensi ma strutturalmente predisposti a sostenere gli investimenti. Basta una base, anche contenuta, di equity e la volontà politica di perseguire scelte ambiziose: il credito, poi, arriva. In questi anni ho avuto la conferma che è solo la seria volontà che fa accadere le cose, e non sono mai i soldi a impedire che accadano. In fondo, mi lasci dire, è quanto ha dimostrato anche il progetto Ntv: con poche risorse e una buona idea si è arrivati lontano, e il sostegno delle banche non è mai mancato.

Ma non tutti sono d’accordo. Così come sulla rilevanza data all’economia reale nella campagna elettorale: lei che ne pensa?

Si è andati sul sentiero della facile promessa, che è anche irrealizzabile però. Spero che oltre al disagio della classe dirigente, di cui a Verona ho colto tutto il malessere, ci sia anche quello di chi andrà a votare: svegliamoci, siamo in un mondo diverso. Abbiamo bisogno di scelte di equità, e di un patto generazionale che non può più essere rinviato.

Siamo condannati all’europeriferia?

Macchè, all’Italia serve l’Europa e all’Europa serve l’Italia. Non possiamo sopravvivere, dobbiamo farci promotori dell’integrazione e delle regole con cui si procede. Noi banchieri abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia complesso misurarsi con un’Europa che tende ad accentrare i poteri, ma non c’è alternativa: il problema, piuttosto, è contribuire a dettare le priorità, e non subirle. Il rischio è di pagare prezzi altissimi, come potrebbe accadere con la sede dell’Ema.

Alla situazione politica incerta si affianca, per fortuna, una ripresa che pare destinata a durare ancora per un po’. Ma non all’infinito: quanto tempo ha l’Italia per ingranare la marcia?

Confindustria fa bene a programmare sull’orizzonte dei cinque anni, quello tipico di un piano industriale e il minimo che si possa pensare per una progettualità vera. Ma significa cominciare ieri. Siamo sempre stati un Paese abituato a rimandare tutto, ma di questo passo si fallisce: realismo e pragmatismo ci impongono di partire subito.

Banca Popolare di Vicenza: il tritacarte dei manager mentre la Bce cercava le carte

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Mentre gli ispettori della Bce nel novembre del 2014 visitavano gli uffici della Banca Popolare di Vicenza, per verificarne la consistenza patrimoniale, i manager dell’istituto si davano da fare per fare sparire le carte che raccontavano la genesi del crac. Era il vertice a dare ordine ai funzionari di «nascondere materialmente le lettere contenenti l’impegno al riacquisto delle azioni Bpvi» rivolte ai soci amici. E a spingere perchè sui documenti relativi agli affidamenti fosse indicata «una causale diversa da quella reale».

Lo si legge nell’avviso di chiusura indagini notificato dalla procura vicentina a otto indagati, fra cui il ventennale presidente Gianni Zonin e l’ex dg Samuele Sorato, per il filone di inchiesta relativo all’ostacolo all’autorità di vigilanza. Un’operazione di nascondimento sistematica, tanto efficiente che fra il milione e 200mila pagine acquisite dai pm, nemmeno una descrive il meccanismo di vendita di azioni in cambio della concessione di prestiti con cui la banca ha creato capitale fittizio per 886 milioni, fino al crollo. L’intento dei pm è fare confluire questo ramo d’inchiesta nell’ udienza preliminare già in corso a Vicenza per aggiotaggio.

di Franco Vanni, da La Repubblica

De Luca jr si dimette da assessore a Salerno: “Violenza inaudita contro di me”

Renzi: «Gesto serio, spero quereli Di Maio che gli ha dato dell’assassino»

ANSA
Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania, si dimette da assessore al Bilancio del Comune di Salerno. Lo ha annunciato lui stesso, prendendo a sorpresa la parola durante un convegno nella sua città. Roberto De Luca è indagato per corruzione dalla procura di Napoli in seguito alla videoinchiesta di Fanpage su presunti casi di mazzette nella gestione degli appalti per i rifiuti in Campania.  

 

“Caso oscuro e vergognoso”  

«Ho ricevuto attestati di stima e solidarietà, anche da tanti avversari politici, dopo la vicenda oscura in cui sono stato coinvolto. È chiaro a tutti che è stata messa in piedi una provocazione vergognosa. Ma non intendo offrire alibi a nessuno, né pretesti per operazioni di aggressione politica. Quindi rimetto il mio mandato di assessore al Comune di Salerno» ha spiegato. «Ora – ha detto ancora De Luca jr – dobbiamo contrastare l’imbarbarimento della vita pubblica del Paese, quindi occorre mettere in campo ogni energia per vincere la sfida elettorale. Rimetto il mio mandato per consentire a tutti di concludere con slancio ed entusiasmo la campagna elettorale». Roberto De Luca ha anche ribadito «la piena fiducia nell’azione della magistratura». 

 

“Violenza inaudita contro di me”  

«Ribadisco la mia piena fiducia nell’azione della Magistratura. Ma proprio in questo momento in cui provo un sentimento di rabbia e di indignazione per la violenza inaudita esercitata nei miei confronti, ho sentito il dovere, ancora più per le mille attestazioni di solidarietà che ho ricevuto, di prendere una iniziativa che confermasse, agli occhi di tutti, che noi siamo portatori di valori di correttezza, di trasparenza e di impegno civile, oltre ogni interesse personale. Mi auguro che questa mia decisione sia per tutti noi uno stimolo in più per combattere, con determinazione, passione, entusiasmo e a testa alta, la nostra battaglia politica e di civiltà» ha proseguito. «È stata messa in piedi, con l’ingaggio addirittura di ex camorristi, una provocazione vergognosa, per inquinare e condizionare la campagna elettorale. So io, e sanno tutti, che per quello che mi riguarda non c’è assolutamente nulla di nulla. Noi lavoriamo da sempre all’insegna della correttezza, del rigore, e dello spirito di servizio ai cittadini. Ora però dobbiamo contrastare, con tutte le forze, il processo di imbarbarimento che tocca la vita pubblica del nostro Paese. E dunque occorre mettere in campo ogni energia per vincere la sfida elettorale». 

 

Renzi: “Gesto De Luca jr serio, spero quereli Di Maio”  

Le dimissioni di Roberto De Luca «sono un gesto personale che lui ha fatto con grande serietà, grande rispetto perché dice di non aver fatto niente. Penso e spero che querelerà Di Maio che gli ha dato dell’assassino e spero che Di Maio rinunci all’immunità parlamentare, se è un uomo». Lo dice il segretario del Pd Matteo Renzi a In 1/2 ora in più. De Luca jr, ribadisce, «è stato molto serio, si è dimesso perché abbiano un alibi in meno: Di Maio si è buttato sulla prima inchiesta…». (La Stampa)

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