VELENI, STECCHE E RIFIUTI! – IL TERZO VIDEO DI FANPAGE CON LA VALIGETTA PIENA DI SPAZZATURA INVECE CHE DI TANGENTI – DI MAIO: “E’ ALLUCINANTE, SEMBRA UNA PUNTATA DI ”GOMORRA”. NON DEVONO PASSARLA LISCIA”

BIG PHARMA DIVENTA GIANT PHARMA – STEFANO PESSINA (BOOTS-WALGREENS) VUOLE RILEVARE IL BIG DELLA DISTRIBUZIONE DEI FARMACI ALL’INGROSSO (AMERISOURCE) PER DIFENDERSI DALL’ATTACCO DI AMAZON, CHE CON JPMORGAN E WARREN BUFFETT HA MESSO IL DITONE NEL MERCATO DELLA SALUTE – IL RISIKO DEL SETTORE È SOLO ALL’INIZIO: CONSOLIDAZIONE IN VISTA

Alberto Flores d’ Arcais per Affari&Finanza – la Repubblica

 

 

stefano pessina ornella barra bootsSTEFANO PESSINA ORNELLA BARRA BOOTS

Per chi abita negli Stati Uniti, Walgreens è un marchio familiare, la seconda più grande catena di pharmacy degli Usa: veri e propri supermercati (spesso aperti 24 ore) dove – accanto alle classiche medicine (sia da banco che acquistabili solo con le ricette del medico) – si può trovare un po’ di tutto: dallo shampoo ai dentifrici, dai prodotti di bellezza alla cartoleria, dalla Coca-Cola al reparto “pronta stampa” di foto e documenti, fino a prodotti che con la salute e la tradizionale farmacia non hanno nulla a che fare (sigarette, cibi congelati, patatine fritte, junk food).

 

Chiunque, almeno una volta, ha messo piede in uno degli oltre 8mila negozi di Walgreens disseminati in ogni angolo d’ America, anche se pochi sanno che dietro alla crescita e agli ultimi successi di questo brand secolare (il primo negozio venne fondato a Chicago 117 anni fa) ci sia una mano italiana, quella di Stefano Pessina.

 

Il 2018 sarà un anno decisivo per le grandi pharmacy Usa (e non solo).

stefano pessinaSTEFANO PESSINA

Con il ventilato ingresso del gigante Amazon – ancora tutto da decifrare il mercato dei medicinali rischia di essere rapidamente rivoluzionato. Dopo avere messo in crisi il settore delle vendite al dettaglio tradizionali e quello dei supermercati (con l’ acquisto di Whole Foods), Jeff Bezos è pronto alla nuova sfida sui prodotti farmaceutici.

 

L’ annuncio (scandito con le parole “per quanto sia difficile, vale la pena ridurre il peso della sanità sull’ economia e allo stesso tempo migliorare i risultati per dipendenti e rispettive famiglie”) di una prima iniziativa, ha scosso Wall Street: l’ accordo con la Berkshire Hathaway di Warren Buffett (“i costi enormi della sanità agiscono come un verme solitario affamato sull’ economia americana”) e la megabanca JP Morgan Chase per tagliare i costi delle cure mediche (sempre più proibitivi) negli Stati Uniti sembra solo il primo passo per un’ offensiva a largo raggio.

 

l impero di amazon jeff bezosL IMPERO DI AMAZON JEFF BEZOS

Quando i media Usa (Cnbc per prima) rivelarono gli incontri (e i possibili accordi) tra i vertici di Amazon e diversi produttori di farmaci generici – l’ Americana Mylan e la Sandoz, divisione della svizzera Novartis – Stefano Pessina si mostrò pubblicamente scettico (“credo che Bezos non metterà piede in un’ industria così complicata come la nostra, penso che alla fine userà la sua tecnologia in modo diverso”), ma fin da subito iniziò a pensare alle possibili contromosse.

 

Non solo verso Amazon, anche verso il suo grande ‘competitor’ nel mercato delle ‘pharmacy’, il gruppo Cvs Health, che con il mega-acquisto (69 miliardi di dollari) delle assicurazioni sanitarie Aetna ha rafforzato la sua leadership nel settore. La Cvs peraltro è il frutto di una lunga serie di acquisizioni di catene minori negli ultimi anni, dalla Heartland Drug di Boston alla Navarro Discount di Miami, dalla Longs Drug alla Target nel 2015 (1600 farmacie).

 

jeff bezosJEFF BEZOS

Altre grandi catene stanno diversificandosi in settori “cugini”: l’ anno scorso la Cardinal Health, terza nella classifica americana per fatturato, ha rilevato per 6,4 miliardi una serie di linee produttive di ausilii medici e materiali per sala operatoria dal gigante Medtronics. E l’ anno prima aveva comprato dalla Tradex di Cleveland la produzione di guanti in lattice usati anche nell’ industria alimentare.

 

Ecco quindi – notizia di pochi giorni fa anticipata dal Wall Street Journal – che Pessina, vice- presidente e Ceo di Walgreen Boots Alliance, avrebbe deciso l’ acquisizione di AmerisourceBergen, che non è una catena di farmacie ma un colosso della distribuzione di medicinali da 135 miliardi di dollari di fatturato. Trattative che sono alle fasi preliminari ma con una più che concreta probabilità di essere portate a termine in modo positivo.

 

farmacie walgreensFARMACIE WALGREENS

AmerisourceBergen (di cui Walgreens già detiene il 26 per cento) ha una capitalizzazione di mercato di 19,6 miliardi di dollari (quello di Walgreens è di quasi 68 miliardi) e l’ acquisizione potrebbe consentire a Pessina non solo di migliorare la redditività del gruppo ma soprattutto di metterlo al riparo dai nuovi rischi di un settore – come quello della sanità – sempre più competitivo. AmerisourceBergen è uno dei maggiori distributori di farmaci negli Stati Uniti e gode di ottima salute; nell’ anno fiscale ha avuto profitti per 364,5 milioni di dollari su un giro d’ affari di 153,1 miliardi.

 

Una mossa, quella di Pessina, che sembra aver convinto il mercato e Wall Street. L’ imprenditore italiano-monegasco ha del resto dato ampie prove di affidabilità in passato (sia recente che più remoto). Oggi 76enne, l’ ingegnere nucleare abruzzese è riuscito a trasformare (grazie anche alla stretta e ormai trentennale collaborazione di Ornella Barra, imprenditrice e manager genovese che oltre ad essere ‘co chief operating officer’ di Walgreens Boots Alliance è sua compagna di vita) un distributore locale di farmaci in uno dei giganti mondiali del settore.

 

amerisourceAMERISOURCE

Anche se negli Stati Uniti il gruppo insegue Cvs, la strategia globale di Pessina ha portato Walgreens Boots Alliance (la fusione tra la società americana e quella leader in Europa è del 2013) ad essere il leader mondiale, con una presenza in undici paesi e l’ ingresso in un mercato come quello cinese (nel 2012 l’ imprenditore manager italiano ha costituito una partnership strategica con il quinto più grande grossista farmaceutico della Cina, Nanjing Pharmaceutical).

 

Il primo a credere in se stesso è del resto proprio lui, tanto che il 15 gennaio scorso ha comprato quasi 99mila azioni del suo gruppo per circa sette milioni e mezzo di dollari. Anche questo è un segnale che il rimescolamento del settore non finirà qui, sulla spinta del nuovo trend: gruppi sempre più grossi, con un numero smisurato di farmacie, e alleanze ove possibile con i colossi delle assicurazioni in modo da poter intervenire anche sui prezzi dei farmaci (che in America a differenza dell’ Europa non sono fissati da una authority statale bensì suggeriti dalle aziende e poi stabiliti sulla base di un accordo con i distributori con una logica puramente di mercato.

amerisource bergenAMERISOURCE BERGEN

 

 Crescono anche le dimensioni di ogni singolo punto vendita: ormai simili a ipermercati più che a banali farmacie. Capofila in questo campo è stato la Costco, che gestice 17 grandi magazzini (“warehouse”) in tutti gli Stati Uniti e un totale di 780 farmacie, cui se ne aggiungono 98 in Canda, 37 in Messico, una quarantina in Gran Bretagna. dagospia.com

amerisourceAMERISOURCE

 

amazonAMAZONjeff bezos warren buffett jp morganJEFF BEZOS WARREN BUFFETT JP MORGANamazon healthcareAMAZON HEALTHCARE

 

Intesa SanPaolo, smetti di investire nel Dakota Access Pipeline: minaccia le terre sacre degli indiani (mailbombing)

Dakota Access
Investireste il vostro denaro in un progetto che punta a far passare il petrolio nelle terre dei nativi attraversando gran parte degli Stati Uniti? Stiamo parlando del Dapl, l’ormai tristemente famoso oleodotto Dakota Access Pipeline. Tante le banche estere che stanno disinvestendo da questo progetto, ma l’italiana Intesa SanPaolo è ancora un investitore diretto. Per questo la ong Women’s March ha organizzato un mail bombing per il 30 marzo.

L’obiettivo è quello di usare i social (Twitter e Facebook) e le email per inondare Intesa SanPaolo di messaggi, chiedendo di disinvestire dal Dakota Access Pipeline. Una vigorosa protesta online, per spingere uno dei maggiori istituti di credito italiani a lasciar perdere questo progetto che guarda solo allo sfruttamento delle fonti fossili, a danno dei Sioux di Standing Rock.

La tribù sostiene che l’oleodotto stia profanando le terre sacre, che stia violando le promesse sottoscritte nei trattati, nonché la sovranità della tribù stessa. Ma più di tutto i Sioux temono che il Dapl metta in pericolo le loro forniture di acqua dato che passa proprio sotto il fiume Missouri, la fonte principale per la riserva.

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dakota pipeline

Il Dakota Access Pipeline, lo ricordiamo, è un progetto di 3.780 milioni di dollari,volto alla costruzione di un oleodotto che colleghi i giacimenti del North Dakota, al confine col Canada fino ad arrivare all’Illinois, passando per il South Dakota e l’Iowa. L’oleodotto permetterebbe di trasportare qualcosa come 570.000 barili di idrocarburi al giorno alle raffinerie e ai mercati del Golfo di Messico e della costa est degli Stati Uniti.

Di recente, i Sioux sono stati costretti a lasciare i loro insediamenti, nonostante la fervida resistenza presso il campo di proteste di Oceti Sakowin, nato contro la realizzazione dell’oleodotto.

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La Norvegia ha detto addio al progetto. Storebrand, il più grande investitore privato del paese, si è tirato indietro e ha deciso di disinvestire dal Dakota Access Pipeline attraverso le tre società legate ad essa.

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Anche alcune città americane, ad esempio Seattle, hanno abbandondato il Dapl. E l’Italia?

Da tempo, Greenpeace lamenta la partecipazione di Intesa SanPaolo lanciando una petizione per invitare la banca a smettere di finanziare il progetto:

La più grande Banca Italiana, Intesa SanPaolo, fa parte del consorzio di finanziatori di questo controverso progetto. Abbiamo scritto una lettera ufficiale ad Intesa Sanpaolo per chiedere se ha intenzione di continuare a finanziare la distruzione delle terre dei Sioux e di mettere a rischio l’acqua potabile di tutta quella zona, oppure se deciderà di non impegnare i soldi dei propri clienti per un progetto tanto pericoloso e controverso. Intesa Sanpaolo non ha ancora dato una risposta ufficiale, il tempo corre e il suo è un silenzio assordante!” spiega l’associazione.

Ma la protesta andrà oltre e passerà anche per il web. Il 30 marzo sarà possibile inondare di messaggi Intesa SanPaolo

Francesca Mancuso Green me

Indagine su false fatture e riciclaggio: la direttrice di banca torna libera

Intesa Sanpaolo: basta con una banca nella banca

di Andrea Giacobino Milano Finanza

 

Più coordinamento con la controllante e sviluppo maggiormente strutturato del corporate e private banking. Intesa Sanpaolo ridisegna il modello delle due controllate estere, la Société Europeénne de Banque (Seb), basata in Lussemburgo e Intesa Sanpaolo (Isp) Benelux. Seb, in particolare, è stata protagonista tre anni quando è stato indagato per concorso in riciclaggio il suo ex amministratore delegato Marco Bus a proposito di una truffa fiscale che avrebbe consentito alla famiglia piemontese Giacomini, operante nella rubinetteria, di nascondere all’erario italiano via Granducato oltre 200 milioni di euro. Qualche settimana dopo il presidente dimissionario della banca Angelo Caloia è stato sostituito da Paul Helminger, già sindaco della città di Lussemburgo.

La riorganizzazione è spiegata in una nota interna intitolata «Rafforzamento ed evoluzione presidio Seb e Isp Benelux» redatta poche settimane fa da Gaetano Miccichè, direttore generale della Divisione Corporate e investment banking (Cib). «Con il progetto – dice Miccichè – viene rivista la mission di Seb che assume il ruolo di banca responsabile delle attività e della clientela corporate e private banking in Lussemburgo e nell’area Benelux, con possibili futuri sviluppi nei paesi scandinavi». Più nel dettaglio «il progetto ha l’obiettivo di rafforzare il modello di business corporate banking & wealth management sulla piazza lussemburghese e in area Benelux attraverso: lo sviluppo della relazione con la clientela, attuale e prospettica, incrementando il livello di servizio e l’offerta di prodotti e un maggior coordinamento e sinergie con le altre unità di business di direzione, divisione e del gruppo».

La prima fase del progetto prevede che il modello organizzativo e operativo del dipartimento di corporate relationship coverage di Seb si uniformi a quello del network internazionale della divisione guidata da Miccichè. «Sulla base del modello definito si è proceduto all’aggiornamento del funzionigramma di Seb al suo allineamento agli standard previsti per le società del gruppo prevedendo, tra le varie cose, l’identificazione del ruolo del relationship manager». Si sta poi operando «per l’allineamento dei sistemi e dei processi al fine di consentire la piena integrazione commerciale di Seb all’interno della Divisione Cib» . Insomma l’istituto di Intesa in Lussemburgo non sarà più «una banca nella banca», come in passato.

 

AGOSTO 2012-Intesa Sanpaolo, indagata la controllata Seb

Marco Bus Societe Europeenne De Banque

Marco Bus ceo Societe Europeenne de Banque

Marco Bus, amministratore delegato di Société europeénne de banque (Seb), controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, risulta essere fra gli indagati per riciclaggio in una inchiesta condotta dalla procura di Milano. Tutto è partito dalle ricerche per evasione fiscale da parte dalla procura di Verbania a carico di una famiglia di imprenditori piemontesi, trasmesse in Lombardia per competenza territoriale. Lo hanno riferito fonti legali, direttamente a conoscenza degli atti, confermando quanto pubblicato da alcuni quotidiani. Intesa Sanpaolo ha preferito non commentare la notizie, e non è stato possibile contattare le persone coinvolte per un commento. Anche l’Agenzia delle Entrate non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Nelle scorse settimane, alle prime notizie sull’inchiesta, Intesa Sanpaolo aveva reso noto di aver avviato una indagine interna sulla vicenda. DA INCHIESTA PER EVASIONE AL TRUST IN LUSSEMBURGO. La vicenda nasce da una inchiesta per evasione fiscale condotta da Verbania a carico di Andrea, Corrado ed Elena Giacomini, imprenditori novaresi specializzati nel settore delle valvole per rubinetti, assistiti dagli avvocati Salvatore Scuto e Francesco Mucciarelli, e di Alessandro Jelmoni, dirigente di Intesa fino al 2002 e ora broker finanziario internazionale, assistito dall’avvocato Pasquale Pantano. L’ipotesi d’accusa, concordano le fonti legali, è che i Giacomini e Jelmoni, con un contratto di agenzia e attraverso sovrafatturazioni, avessero creato circa 230 milioni di euro di “nero” da sottrarre al fisco italiano. Questi fondi e questi beni, secondo gli inquirenti, vengono messi in un trust presso la Seb. A questo punto, dice una delle fonti legali, entrano in gioco una serie di incontri fra i Giacomini, Jelmoni e dirigenti bancari, che secondo gli inquirenti sarebbero serviti a delineare la strategia su come ripulire questi fondi già in obbligazioni, se “scudare” o no questo trust. GLI INCONTRI ALLA MALPENSA E IN BANCA INTESA. Questi incontri sono elencati nella richiesta di arresto della procura di Verbania e poi nell’ordinanza di custodia cautelare per Jelmoni firmata dal gip milanese Vincenzo Tutinelli (il fascicolo nel frattempo era stato trasferito a Milano per competenza) il 22 giugno scorso, grazie al fatto – dice una delle fonti legali – che uno dei fratelli Giacomini, Andrea, da qualche anno avesse preso l’abitudine di registrare sul suo smartphone tutti gli incontri fra gli imprenditori, il loro consulente e i loro referenti bancari. Jelmoni nel frattempo, da inizio agosto è ai domiciliari. Nel primo di questi incontri registrati di nascosto, svoltosi nel gennaio 2011 presso l’Hotel Sheraton di Malpensa, il broker – secondo le fonti legali che citano il virgolettato inserito nell’ordinanza del gip – dice ai tre imprenditori che per ragioni di riservatezza sarebbe meglio incontrare «Marco a Milano, perché a Milano ci sono migliaia di persone». Il secondo incontro, registrato da Giacomini e citato dai magistrati, si svolge nel febbraio 2011 presso gli uffici di Intesa Sanpaolo a Milano, e vi partecipano – secondo quanto riferito dalle fonti che citano l’ordinanza – i Giacomini, Jelmoni, un collaboratore di Bus arrivato dal Lussemburgo e un dirigente di Intesa Sanpaolo. Al momento i magistrati hanno citato questo vertice, senza riportare nell’ordinanza i contenuti registrati dell’incontro, dicono le fonti legali. IL GIP: SISTEMA PER CREARE FONDI NERI E RICICLARLI. Il gip Tutinelli, scrive nell’ordinanza di arresto per Jelmoni, secondo quanto riferiscono le fonti legali, che la condotta dei professionisti che negli scorsi anni hanno collaborato con i Giacomini configura «un sistema messo a disposizione dei grandi gruppi economici italiani da funzionari ed ex funzionari del gruppo Banca Intesa Lussemburgo – con la probabile complicità della banca – per costituire fondi neri nel Granducato del Lussemburgo e ivi riciclarli». L’indagine partita da Verbania, concordano le fonti, riguarda poi tutta una serie di altri soggetti, che avrebbero avuto ruolo di intermediari e consulenti. Fra questi, uno dei nomi già resi pubblici è quello dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini (che si è dimesso dall’incarico governativo nel maggio scorso), indagato per una serie di presunti pagamenti in nero.

lettera43.it

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo- ANNO 2016

Grazie a un broker con decine di clienti cifre importanti sono transitate nelle filiali di Intesa e Ubi. La procura di Milano indaga, e poi archivia. Ma la Cassazione può riaprire il caso. E qui riveliamo i nomi coinvolti

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA    L’ESPRESSO

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo

Questa è una storia di straordinario malaffare. Centinaia di milioni di euro decollati dall’Italia per rimbalzare fino in Lussemburgo, via Svizzera, Montecarlo e i paradisi offshore dei Caraibi. I documenti che “l’Espresso” ha potuto consultare raccontano una trama con un cast davvero assortito. Un ruolo decisivo viene svolto da grandi banche come Intesa e Ubi. E tra i protagonisti della storia troviamo imprenditori, manager e professionisti. Nomi già noti alle cronache come il gruppo guidato da Giuseppe Pasini, l’immobiliarista milanese coinvolto e poi assolto sei mesi fa in primo grado nel processo per le tangenti del cosiddetto “sistema Sesto” di Filippo Penati, pezzo grosso del Pd lombardo anche lui prosciolto. E poi Marco Marenco, imprenditore arrestato un anno fa per un crac da 3,5 miliardi e titolare, tra l’altro, della Borsalino, il famoso marchio dei cappelli. Nella lista troviamo anche l’azienda meccanica friulana Brovedani con il patron Benito Zollia, le acciaierie Valbruna della famiglia Amenduni, la Laworwash un tempo quotata in Borsa.

La grande centrifuga del denaro nero ha girato a pieno regime per almeno una dozzina di anni. Fino a quando, nel 2012, una lite tra gli eredi del gruppo piemontese Giacomini ha portato alla luce gli ingranaggi del sistema. La procura di Verbania e poi quella di Milano hanno raccolto e analizzato migliaia di documenti che disegnano i contorni di quella che appare come una gigantesca frode fiscale. Si è scoperto che grandi marchi del credito nazionale come Intesa e Ubi hanno fatto soldi a palate aprendo le porte delle loro filiali in Lussemburgo ai clienti italiani in fuga dalle tasse. C’è di più. I file raccolti dagli investigatori rivelano che all’occorrenza Intesa inviava propri dirigenti ad amministrare le società lussemburghesi da cui transitavano i flussi di denaro sospetti.

LEGGI LA LISTA DELLE PERSONE COINVOLTE 

Nelle carte della procura di Milano compare anche il nome del banchiere Giuseppe Castagna, da poco promosso amministratore delegato del nuovo grande gruppo che nascerà dalla fusione tra Popolare Milano e Banco Popolare. All’epoca dei fatti, cioè tra il 2003 e il 2009, Castagna era un manager di punta della divisione Corporate and investment banking (Cib) di Intesa nonché consigliere di amministrazione della Société Européenne de banque (Seb), filiale lussemburghese del gruppo bancario all’epoca guidato da Corrado Passera.

Nell’estate del 2012 i riflettori della cronaca hanno illuminato solo la vicenda dei Giacomini, che nell’arco di una ventina di anni avevano nascosto all’estero oltre 200 milioni di euro. “L’Espresso”, sulla base di documenti giudiziari e carte riservate, è però in grado di rivelare che molti altri imprenditori e professionisti hanno utilizzato sistemi simili per trasferire denaro all’estero. Tutti i nomi della lista, a cominciare dai Giacomini, avevano un unico broker di riferimento, uno spallone d’alto bordo in grado di garantire ai suoi clienti un servizio rapido, discreto ed efficiente.

L’uomo del Lussemburgo si chiama Alessandro Jelmoni, 49 anni, un veneto di San Donà di Piave che ha imparato in banca i segreti del mestiere per poi mettersi in proprio come consulente. Era lui, Jelmoni, il capo di quella che i pm di Milano, Giordano Baggio e Andrea Civardi, descrivono come un’organizzazione criminale creata allo scopo di favorire l’evasione fiscale.

La giostra del denaro nero ruotava attorno a una società lussemburghese, la Titris, organizzata come una scatola con molti cassetti, ciascuno dei quali era intestato a un cliente, oppure serviva per uno specifico affare. Un report di un centinaio di pagine agli atti dell’inchiesta segnala 38 comparti in totale. Secondo questo rapporto, affidato dalla Procura di Milano al consulente tecnico Roberto Pireddu, gran parte dei movimenti di denaro transitavano su conti bancari di Ubi international.

Diverse operazioni risalgono molto indietro negli anni, fino al 2004 e a volte la documentazione recuperata dagli investigatori è incompleta, probabilmente distrutta o messa al sicuro prima dell’inizio delle indagini. In alcuni casi diventa quindi difficile associare una persona a un singolo affare sospetto. C’è un comparto (numero 21) denominato Borsalino, che fa riferimento al già citato Marco Marenco. Un altro, il numero 15, è intestato all’immobiliarista milanese Michele Carasi. Alla famiglia Di Leo, proprietaria della Astor immobiliare di Atella (Potenza) era stata messa disposizione la piattaforma 28, su cui sono transitati 8 milioni di euro. All’azienda Brovedani, guidata da Benito Zollia, comparto numero 29, è invece associata un’operazione del valore di 21,4 milioni. Il “cassetto” 25 della grande scatola Titris risulta assegnato a Paolo Monteverdi, uomo d’affari finito sui giornali qualche anno fa come il titolare del residence in via Olgettina a Milano dove Silvio Berlusconi ospitava le sue amiche, da allora in poi meglio conosciute come “Olgettine”.

Giunti ai numeri 36 e 37, gli investigatori sono inciampati in un rebus difficile da risolvere. Si legge infatti nella relazione tecnica agli atti dell’indagine che quei comparti erano intestati al commercialista Lorenzo Barbone insieme a un non meglio identificato Maurizio Lupi. Nome e cognome corrispondono a quelli del parlamentare del Nuovo Centrodestra, nonché ex ministro del governo di Matteo Renzi. Nelle carte però non compare nessun altro elemento utile a individuare la persona: niente data di nascita, residenza, professione. Solo quel nome e cognome. Va però segnalato che Barbone è socio di studio del tributarista Raffaello Lupi ed entrambi hanno assistito Jelmoni per alcuni affari all’estero.

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L’intestazione dei comparti 36 e 37 potrebbe essere quindi il frutto di un errore materiale: un Lupi al posto di un altro. Maurizio invece di Raffaello. L’ipotetico errore è stato ripetuto più volte, almeno quattro, in diverse pagine dello stesso faldone di atti, dove non compare mai Raffaello Lupi, ma sempre e soltanto Maurizio. Il nome dell’ex ministro ha ovviamente incuriosito i magistrati che hanno chiesto spiegazioni a Jelmoni. Interrogato dal pm Civardi il 12 settembre 2012, il broker risponde che «Lorenzo Barbone è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio».

Caso risolto? Non proprio, perché Jelmoni era in ottimi rapporti con gli ambienti milanesi di Comunione e Liberazione, gli stessi da cui proviene il politico Lupi. Quei rapporti si erano a suo tempo trasformati in una relazione d’affari. La società di gestione di fondi di proprietà di Jelmoni, la RMJ sgr, compariva infatti tra i finanziatori di “Tempi”, periodico di riferimento di Cl. In quello stesso interrogatorio del settembre di quattro anni fa, il finanziere ha liquidato la questione come una semplice coincidenza. «Replico che non conosco nemmeno il parlamentare (cioè Lupi, ndr)», ha tagliato corto il patron di Titris, aggiungendo però che forse in passato l’aveva «conosciuto in una occasione» con Simone (Antonio Simone, ciellino, a processo con Roberto Formigoni per le tangenti sulla clinica Maugeri, ndr) senza che però siano «stati presentati». La vicenda, a quanto pare, si è chiusa qui. Dagli atti dell’inchiesta non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.

Sta di fatto che i comparti 36 e 37 sono serviti a gestire alcuni affari immobiliari in Germania, a Berlino, conclusi attraverso la società tedesca Capital Investment spv 2. Quest’ultima è solo una delle tante operazioni descritte nella relazione del consulente della procura. Semplificando al massimo, il canovaccio seguito da Jelmoni era il seguente. I soldi in arrivo dal cliente in Italia venivano triangolati dal Lussemburgo verso sigle offshore nei Caraibi per poi affluire su conti bancari, anche questi all’estero, riferibili ai presunti evasori fiscali. Anche lo studio panamense Mossack Fonseca aveva dato una mano: alcune delle società schermo risultano costituite con l’assistenza dei legali diventati famosi nel mondo per via dello scandalo dei Panama Papers.

Il processo contro Jelmoni e i suoi principali collaboratori (Nerina Cucchiaro, Mario Iacopini e altri) è iniziato ai primi di giugno, quattro anni dopo l’arresto del broker. Procedimenti separati, anche in altre città italiane, sono invece stati avviati contro gli imprenditori e i professionisti accusati di aver dribblato il Fisco nostrano. È il caso dei fratelli Giacomini (Andrea, Corrado ed Elena) che però potranno essere giudicati per frode fiscale solo per i fatti successivi al 2011. Tutte le altre accuse, che riguardano giochi di sponda finanziari per decine di milioni di euro, sono già state azzerate dalla prescrizione.

E le banche? Nel 2012 i pm Baggio e Civardi hanno iscritto nel registro degli indagati anche Intesa e la sua controllata in Lussemburgo, la Seb, insieme all’amministratore delegato di quest’ultima, Marco Bus, e al già citato Castagna. In sostanza, i manager erano sospettati di riciclaggio per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale dei Giacomini. Gli istituti di credito erano invece chiamati a rispondere in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

A ottobre dell’anno scorso, però, i due pubblici ministeri hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone d’inchiesta che riguarda Intesa, un provvedimento deciso dal giudice per le indagini preliminari (Gip), Cristina Di Censo. La partita non è ancora chiusa. L’avvocato Mario Zanchetti, il legale di parte civile che assiste l’azienda Giacomini spa, ha fatto ricorso in Cassazione contro l’archiviazione. Motivo: il decreto del Gip, datato 19 ottobre 2015, non ha tenuto conto dell’opposizione formulata da Zanchetti a tutela delle ragioni del gruppo Giacomini.

Secondo l’accusa infatti, l’azienda novarese, che ha un migliaio di dipendenti e filiali in tutto il mondo, sarebbe stata depredata dai suoi proprietari che hanno nascosto all’estero un vero tesoro. Il ricorso della parte civile riguarda il solo Bus. Il 12 luglio la Cassazione deciderà quindi se rimandare al Gip gli atti che riguardano l’ex amministratore delegato di Seb, che ha lasciato il suo incarico in Lussemburgo ma lavora ancora nel gruppo Intesa come manager di Imi. In teoria è quindi possibile che l’archiviazione venga annullata. Di conseguenza ripartirebbero le indagini sul banchiere che quindi rischia di andare a processo.

Numerose testimonianze, decine di documenti societari e anche un rapporto riservato redatto dagli ispettori interni della banca, confermano che Intesa aveva rapporti strettissimi con i Giacomini. Nei file agli atti dell’inchiesta giudiziaria vengono ricostruiti versamenti e prelievi per milioni di euro, anche in contanti, senza che i funzionari abbiano mai segnalato queste operazioni sospette all’antiriciclaggio di Bankitalia. In una nota della direzione internal audit di Intesa, si legge che tra il 2002 e il 2005 dai conti della Giacomini spa in Italia sono usciti 22 milioni verso la società lussemburghese The Net. Nei sei anni successivi, fino al 2011, sono volati in Lussemburgo 33 milioni, questa volta a favore di un’altra società del Granducato, la J&Be. La famiglia piemontese aveva collaudato un sistema per portare all’estero milioni di euro all’anno mascherandoli come pagamenti di fatture per prestazioni inesistenti. Ed erano Jelmoni e i suoi collaboratori a gestire il flusso di denaro attraverso le lussemburghesi The Net e J&Be. Quest’ultima aveva un conto corrente a Ubi bank international, filiale nel Granducato della bergamasca Ubi banca.

Lo stesso Bus, interrogato a più riprese dei magistrati, ha parlato dei fondi offshore gestiti da Seb per conto dei Giacomini. Nei verbali viene tra l’altro citata una società delle British Virgin Island, la Henderson services group, costituita, dichiara Bus ai pm, «su incarico di Seb» per conto di Alberto Giacomini (deceduto l’anno scorso). E il Fisco? «In pratica non ci era richiesto di verificare che le somme che gestivamo fossero effettivamente dichiarate», ha precisato il manager alla domanda dei pm milanesi. Nel 2009, secondo Bus, «la sensibilità su questo tema si sarebbe modificata». Risultato: solo allora alla Seb di Lussemburgo sarebbero cessati i rapporti con le società situate nei paradisi offshore.

Per il gruppo bancario italiano, però, il colpo grosso porta la data del 2006. Nei primi mesi di quell’anno, infatti, la famiglia Giacomini decide di riportare sui conti di Intesa nel Granducato oltre 100 milioni di euro che cinque anni prima aveva ritirato e accreditato presso altri istituti. L’operazione viene gestita da Bus insieme a Jelmoni. Il patron di Titris era una vecchia conoscenza nei corridoi della Seb. Per anni infatti, fin dal 1993, il broker poi finito agli arresti, aveva lavorato per conto di Cariplo International in Lussemburgo, poi diventata Intesa e infine Société Européenne de banque.

Nel 2001 Jelmoni si mette in proprio, ma continua a fare da consulente per i Giacomini che in quell’anno avevano deciso di azzerare i loro depositi alla Seb. Nel 2006 gli industriali piemontesi fanno marcia indietro e circa 116 milioni tornano sui conti della filiale lussemburghese di Intesa. I soldi arrivano dall’isola di Man, un altro paradiso fiscale, dove erano nella disponibilità del “Giacomini trust”. Jelmoni recita più parti in commedia. È consulente della famiglia e allo stesso tempo è il protector del trust all’isola di Man, cioè il garante della correttezza della gestione del patrimonio. In pratica il broker di San Donà di Piave doveva controllare se stesso.

Per Intesa quei soldi di un cliente come i Giacomini significano milioni di euro di profitti sotto forma di commissioni. Per questo i vertici di Seb decidono di premiare Jelmoni. La banca sigla un contratto di consulenza con Rmj, la piccola società di gestione del broker. È lo stesso Bus, interrogato dai pm, ad ammettere che quello fu il prezzo da pagare «per recuperare il cliente». A due anni di distanza, quei 116 milioni, a cui se ne sono aggiunti nel frattempo un’altra quarantina, vengono utilizzati come garanzia per un prestito di 129 milioni erogato da Seb ad Alberto Giacomini e ai suoi tre figli Andrea, Corrado ed Elena. I soldi del finanziamento servivano per liquidare altri due rami della famiglia e invece di smontare il trust si decise di indebitarsi con la banca. Di lì a poco, però, Andrea comincia a litigare con Corrado ed Elena. L’azienda diventa un ring dove i parenti si parlano a suon di carte bollate.

La fine è nota. Nel 2011, arriva la Guardia di Finanza e poi i pm. Tutti a processo, salvo la banca e i banchieri. Secondo i pm Baggio e Civardi, non sarebbe infatti possibile sostenere in giudizio l’ipotesi d’accusa di riciclaggio perché non «si può ritenere raggiunta la prova» che quei 116 milioni confluiti nel Giacomini trust e accreditati a Seb siano di «provenienza delittuosa». In altri termini, non è detto che i soldi volati via da Intesa Lussemburgo nel 2001, denaro frutto di evasione fiscale, siano gli stessi che i Giacomini hanno poi collocato nel trust dell’isola di Man con il conto (dal 2006) alla Seb.

Quindi, secondo i pm, Bus poteva non sapere che i soldi che gestiva, intestati a un trust offshore, erano provviste in nero. Eppure, lo stesso Bus in uno dei suoi interrogatori ammette la “sostanziale identità” tra le somme uscite nel 2001 e rientrate cinque anni dopo. Niente da fare. Per Baggio e Civardi il processo al manager d’Intesa non s’ha da fare.

Vertici controllata Intesa Lussemburgo indagati per riciclaggio – ANNO 2012

MILANO (Reuters) – Il ceo di Societe Europeenne de Banque (Seb), controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, Marco Bus, risulta essere fra gli indagati per riciclaggio in una inchiesta condotta dalla procura di Milano che ha avuto origine da indagini per evasione fiscale da parte dei pm di Verbania a carico di una famiglia di imprenditori piemontesi, trasmesse in Lombardia per competenza territoriale

 

Una filiale di Intesa SanPaolo nel centro di Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi

Lo hanno riferito fonti legali, direttamente a conoscenza degli atti, confermando quanto pubblicato oggi da alcuni quotidiani. Intesa Sanpaolo ha preferito non commentare la notizie, e non è stato possibile contattare le persone coinvolte per un commento. Anche l‘Agenzia delle Entrate non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Nelle scorse settimane, alle prime notizie sull‘inchiesta, Intesa Sanpaolo aveva reso noto di aver avviato una indagine interna sulla vicenda.

DA INCHIESTA PER EVASIONE AL TRUST IN LUSSEMBURGO

La vicenda nasce da una inchiesta per evasione fiscale condotta da Verbania a carico di Andrea, Corrado ed Elena Giacomini, imprenditori novaresi specializzati nel settore delle valvole per rubinetti, assistiti dagli avvocati Salvatore Scuto e Francesco Mucciarelli, e di Alessandro Jelmoni, dirigente di Intesa fino al 2002 e ora broker finanziario internazionale, assistito dall‘avvocato Pasquale Pantano.

 

L‘ipotesi d‘accusa, concordano le fonti legali, è che i Giacomini e Jelmoni, con un contratto di agenzia e attraverso sovrafatturazioni, avessero creato circa 230 milioni di euro di “nero” da sottrarre al fisco italiano.

Questi fondi e questi beni, secondo gli inquirenti, vengono messi in un trust presso la Seb. A questo punto, dice una delle fonti legali, entrano in gioco una serie di incontri fra i Giacomini, Jelmoni e dirigenti bancari, che secondo gli inquirenti sarebbero serviti a delineare la strategia su come ripulire questi fondi già in obbligazioni, se “scudare” o no questo trust.

GLI INCONTRI ALLA MALPENSA E IN BANCA INTESA

Questi incontri sono elencati nella richiesta di arresto della procura di Verbania e poi nell‘ordinanza di custodia cautelare per Jelmoni firmata dal gip milanese Vincenzo Tutinelli (il fascicolo nel frattempo era stato trasferito a Milano per competenza) il 22 giugno scorso, grazie al fatto – dice una delle fonti legali – che uno dei fratelli Giacomini, Andrea, da qualche anno avesse preso l‘abitudine di registrare sul suo smartphone tutti gli incontri fra gli imprenditori, il loro consulente e i loro referenti bancari. Jelmoni nel frattempo, da inizio agosto è ai domiciliari.

Nel primo di questi incontri registrati di nascosto, svoltosi nel gennaio 2011 presso l‘Hotel Sheraton di Malpensa, il broker – secondo le fonti legali che citano il virgolettato inserito nell‘ordinanza del gip – dice ai tre imprenditori che per ragioni di riservatezza sarebbe meglio incontrare “Marco[Bus] a Milano, perché a Milano ci sono migliaia di persone”.

Il secondo incontro, registrato da Giacomini e citato dai magistrati, si svolge nel febbraio 2011 presso gli uffici di Intesa Sanpalo a Milano, e vi partecipano – secondo quanto riferito dalle fonti che citano l‘ordinanza – i Giacomini, Jelmoni, un collaboratore di Bus arrivato dal Lussemburgo e un dirigente di Intesa Sanpaolo.

Al momento i magistrati hanno citato questo vertice, senza riportare nell‘ordinanza i contenuti registrati dell‘incontro, dicono le fonti legali.

IL GIP: SISTEMA PER CREARE FONDI NERI E RICICLARLI

Il gip Tutinelli, scrive nell‘ordinanza di arresto per Jelmoni, secondo quanto riferiscono le fonti legali, che la condotta dei professionisti che negli scorsi anni hanno collaborato con i Giacomini configura “un sistema… messo a disposizione dei grandi gruppi economici italiani da funzionari ed ex funzionari del gruppo Banca Intesa Lussemburgo – con la probabile complicità della banca – per costituire fondi neri nel Granducato del Lussemburgo e ivi riciclarli”.

L‘indagine partita da Verbania, concordano le fonti, riguarda poi tutta una serie di altri soggetti, che avrebbero avuto ruolo di intermediari e consulenti. Fra questi, uno dei nomi già resi pubblici è quello dell‘ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini (che si è dimesso dall‘incarico governativo nel maggio scorso), indagato per una serie di presunti pagamenti in nero.

 

Riciclaggio, i soldi nelle casseforti lussemburghesi di Intesa Sanpaolo e Ubi e quell’inchiesta archiviata

Secondo L’Espresso nelle carte dell’inchiesta per riciclaggio che ha coinvolto i due istituti compare anche l’ex ministro Maurizio Lupi. Ma il broker a capo dell’organizzazione che per i pm favoriva l’evasione fiscale ha riferito che è un errore e l’intestatario della società basata nel Granducato è il tributarista Raffaello Lupi. Sull’archiviazione del fascicolo si pronuncerà la Cassazione

Soldi off shore che transitavano attraverso filiali lussemburghesi di Intesa Sanpaolo e Ubi. Un’indagine della procura di Milano che è stata archiviata ma potrebbe essere riaperta dalla Cassazione, il cui verdetto sul caso è atteso per il 12 luglio. E, nelle carte dell’inchiesta, il nome di Maurizio Lupi. Che ricorre più volte, identico a quello dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Renzi e parlamentare del Nuovo Centrodestra. Ma il broker che aiutava imprenditori, manager e professionisti e trasferire soldi nel paradiso fiscale, interrogato dai pm, ha sostenuto che c’è stato un errore e l’intestatario di uno dei comparti della scatola lussemburghese non è Maurizio ma il tributarista Raffaello Lupi. A raccontare la vicenda e gli sviluppi dell’inchiesta per riciclaggio aperta nel 2012 è L’Espresso in edicola.

 

Secondo il settimanale, non solo Intesa e Ubi guadagnavano permettendo ai clienti di far transitare sui loro conti milioni di euro che sarebbero finiti in società basate in Lussemburgo, ma il gruppo allora guidato da Corrado Passera e oggi da Carlo Messina“inviava propri dirigenti” ad amministrare le casseforti da cui passavano i flussi di denaro sospetti. Tra gli altri c’è anche il nome di Giuseppe Castagna, numero uno di Bpm destinato a guidare il gruppo che nascerà dal matrimonio con il Banco Popolare: all’epoca dei fatti, tra 2003 e 2009, era manager della divisione Corporate e investment banking di Intesa e sedeva nel cda dellaSeb, la filiale lussemburghese dell’istituto di credito italiano. Intesa, Seb e il suo allora numero uno Marco Bus, oltre a Castagna, nel 2012 sono stati iscritti nel registro degli indagati per riciclaggio, per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale degli imprenditori piemontesi Giacomini. A ottobre 2015 i pm Giordano Baggio e Andrea Civardi hanno però chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone su Intesa. I legali del gruppo di San Maurizio D’Opaglio (Novara) hanno però presentato ricorso, su cui la Suprema Corte si pronuncerà appunto il 12 luglio.

Nel frattempo dai documenti agli atti dell’inchiesta sono spuntati i nomi di numerosi clienti noti: il gruppo dell’immobiliarista milanese Giuseppe Pasini, l‘ex patron della Borsalino Marco Marenco, l’azienda meccanica friulana Brovedani, quel Paolo Monteverdi a cui faceva capo tra il resto il residence delle Olgettine. E quello che nelle carte viene chiamato più volte “Maurizio Lupi”, senza però altri elementi utili a confermarne l’identità. Il broker Alessandro Jelmoni, ritenuto dai pm lo “spallone” di alto bordo che gestiva l’organizzazione criminale creata per favorire l’evasione, ha infatti detto di non conoscere Maurizio Lupi e riferito che quell’indicazione “è un errore” perché “Lorenzo Barboni”, commercialista cointestatario di uno dei comparti della lussemburghese Titris, “è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio”. Ilfattoquotidiano.it ha cercato senza successo di contattare l’ex ministro per chiedergli un commento.

Secondo L’Espresso, il “giallo” sul suo coinvolgimento non è del tutto risolto perché Jelmoni era vicino agli ambienti milanesi di Cl da cui proviene Maurizio Lupi e la sua società di gestione compariva tra i finanziatori di Tempi, periodico di riferimento di Cl. Dagli atti dell’inchiesta, nota Vittorio Malagutti che firma il servizio, non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.(IL FATTO QUOTIDIANO 1 LUGLIO 2016)

Processo BPVi, i difensori di Gianni Zonin: “in merito al sequestro conservativo dei suoi beni, massima fiducia nel lavoro della magistratura”

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I difensori di Gianni Zonin prendono atto della decisione assunta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza in merito al sequestro conservativo dei beni disposto nei confronti del proprio assistito nel quadro del processo relativo a Banca Popolare di Vicenza. Precisando che tali azioni non introducono elementi di sostanziale novità all’interno del quadro giudiziario in quanto rappresentate e annunciate in passato, i difensori desiderano esprimere a nome del proprio assistito la massima fiducia nel lavoro della magistratura e riconfermare l’assoluta disponibilità di Gianni Zonin a chiarire la propria posizione e a fornire una ricostruzione accurata dei fatti accaduti, ribadendo quanto già dichiarato in passato, in sede processuale.

Avv. Enrico Ambrosetti

Avv. Nerio Diodà (VICENZAPIU’)

 

P.S. HO DOMANDATO PIU’ VOLTE A CARLO MESSINA ACQUIRENTE DELLE BANCHE VENETE IN QUALITA DI CONSIGLIERE DLEGATO DI INTESA San Paolo SE I 49.000.OOO, 00 DI EURO AUTOCONCESSI DA ZONIN (LEGGI IL MIO BLOG) SONO NELLA BAD BANK O NELLA GOOD BANK.

MESSINA NON RISPONDE MAI NE A QUESTA NE AD ALTRE DOMANDE FATTE.  CHE COSA C’E’ DIETRO CHE NON SAPPIAMO?

CARLO MESSINA TI INVITO A RISPONDERE PUBBLICAMENTE O SE NIN VUOI DAVANTI AI MAGISTRATI COMPETENTI COSI LA VERITA’ UNA VOLTA PER TUTTE VERRA’ FUORI.