VELENI, STECCHE E RIFIUTI! – IL TERZO VIDEO DI FANPAGE CON LA VALIGETTA PIENA DI SPAZZATURA INVECE CHE DI TANGENTI – DI MAIO: “E’ ALLUCINANTE, SEMBRA UNA PUNTATA DI ”GOMORRA”. NON DEVONO PASSARLA LISCIA”

BIG PHARMA DIVENTA GIANT PHARMA – STEFANO PESSINA (BOOTS-WALGREENS) VUOLE RILEVARE IL BIG DELLA DISTRIBUZIONE DEI FARMACI ALL’INGROSSO (AMERISOURCE) PER DIFENDERSI DALL’ATTACCO DI AMAZON, CHE CON JPMORGAN E WARREN BUFFETT HA MESSO IL DITONE NEL MERCATO DELLA SALUTE – IL RISIKO DEL SETTORE È SOLO ALL’INIZIO: CONSOLIDAZIONE IN VISTA

Alberto Flores d’ Arcais per Affari&Finanza – la Repubblica

 

 

stefano pessina ornella barra bootsSTEFANO PESSINA ORNELLA BARRA BOOTS

Per chi abita negli Stati Uniti, Walgreens è un marchio familiare, la seconda più grande catena di pharmacy degli Usa: veri e propri supermercati (spesso aperti 24 ore) dove – accanto alle classiche medicine (sia da banco che acquistabili solo con le ricette del medico) – si può trovare un po’ di tutto: dallo shampoo ai dentifrici, dai prodotti di bellezza alla cartoleria, dalla Coca-Cola al reparto “pronta stampa” di foto e documenti, fino a prodotti che con la salute e la tradizionale farmacia non hanno nulla a che fare (sigarette, cibi congelati, patatine fritte, junk food).

 

Chiunque, almeno una volta, ha messo piede in uno degli oltre 8mila negozi di Walgreens disseminati in ogni angolo d’ America, anche se pochi sanno che dietro alla crescita e agli ultimi successi di questo brand secolare (il primo negozio venne fondato a Chicago 117 anni fa) ci sia una mano italiana, quella di Stefano Pessina.

 

Il 2018 sarà un anno decisivo per le grandi pharmacy Usa (e non solo).

stefano pessinaSTEFANO PESSINA

Con il ventilato ingresso del gigante Amazon – ancora tutto da decifrare il mercato dei medicinali rischia di essere rapidamente rivoluzionato. Dopo avere messo in crisi il settore delle vendite al dettaglio tradizionali e quello dei supermercati (con l’ acquisto di Whole Foods), Jeff Bezos è pronto alla nuova sfida sui prodotti farmaceutici.

 

L’ annuncio (scandito con le parole “per quanto sia difficile, vale la pena ridurre il peso della sanità sull’ economia e allo stesso tempo migliorare i risultati per dipendenti e rispettive famiglie”) di una prima iniziativa, ha scosso Wall Street: l’ accordo con la Berkshire Hathaway di Warren Buffett (“i costi enormi della sanità agiscono come un verme solitario affamato sull’ economia americana”) e la megabanca JP Morgan Chase per tagliare i costi delle cure mediche (sempre più proibitivi) negli Stati Uniti sembra solo il primo passo per un’ offensiva a largo raggio.

 

l impero di amazon jeff bezosL IMPERO DI AMAZON JEFF BEZOS

Quando i media Usa (Cnbc per prima) rivelarono gli incontri (e i possibili accordi) tra i vertici di Amazon e diversi produttori di farmaci generici – l’ Americana Mylan e la Sandoz, divisione della svizzera Novartis – Stefano Pessina si mostrò pubblicamente scettico (“credo che Bezos non metterà piede in un’ industria così complicata come la nostra, penso che alla fine userà la sua tecnologia in modo diverso”), ma fin da subito iniziò a pensare alle possibili contromosse.

 

Non solo verso Amazon, anche verso il suo grande ‘competitor’ nel mercato delle ‘pharmacy’, il gruppo Cvs Health, che con il mega-acquisto (69 miliardi di dollari) delle assicurazioni sanitarie Aetna ha rafforzato la sua leadership nel settore. La Cvs peraltro è il frutto di una lunga serie di acquisizioni di catene minori negli ultimi anni, dalla Heartland Drug di Boston alla Navarro Discount di Miami, dalla Longs Drug alla Target nel 2015 (1600 farmacie).

 

jeff bezosJEFF BEZOS

Altre grandi catene stanno diversificandosi in settori “cugini”: l’ anno scorso la Cardinal Health, terza nella classifica americana per fatturato, ha rilevato per 6,4 miliardi una serie di linee produttive di ausilii medici e materiali per sala operatoria dal gigante Medtronics. E l’ anno prima aveva comprato dalla Tradex di Cleveland la produzione di guanti in lattice usati anche nell’ industria alimentare.

 

Ecco quindi – notizia di pochi giorni fa anticipata dal Wall Street Journal – che Pessina, vice- presidente e Ceo di Walgreen Boots Alliance, avrebbe deciso l’ acquisizione di AmerisourceBergen, che non è una catena di farmacie ma un colosso della distribuzione di medicinali da 135 miliardi di dollari di fatturato. Trattative che sono alle fasi preliminari ma con una più che concreta probabilità di essere portate a termine in modo positivo.

 

farmacie walgreensFARMACIE WALGREENS

AmerisourceBergen (di cui Walgreens già detiene il 26 per cento) ha una capitalizzazione di mercato di 19,6 miliardi di dollari (quello di Walgreens è di quasi 68 miliardi) e l’ acquisizione potrebbe consentire a Pessina non solo di migliorare la redditività del gruppo ma soprattutto di metterlo al riparo dai nuovi rischi di un settore – come quello della sanità – sempre più competitivo. AmerisourceBergen è uno dei maggiori distributori di farmaci negli Stati Uniti e gode di ottima salute; nell’ anno fiscale ha avuto profitti per 364,5 milioni di dollari su un giro d’ affari di 153,1 miliardi.

 

Una mossa, quella di Pessina, che sembra aver convinto il mercato e Wall Street. L’ imprenditore italiano-monegasco ha del resto dato ampie prove di affidabilità in passato (sia recente che più remoto). Oggi 76enne, l’ ingegnere nucleare abruzzese è riuscito a trasformare (grazie anche alla stretta e ormai trentennale collaborazione di Ornella Barra, imprenditrice e manager genovese che oltre ad essere ‘co chief operating officer’ di Walgreens Boots Alliance è sua compagna di vita) un distributore locale di farmaci in uno dei giganti mondiali del settore.

 

amerisourceAMERISOURCE

Anche se negli Stati Uniti il gruppo insegue Cvs, la strategia globale di Pessina ha portato Walgreens Boots Alliance (la fusione tra la società americana e quella leader in Europa è del 2013) ad essere il leader mondiale, con una presenza in undici paesi e l’ ingresso in un mercato come quello cinese (nel 2012 l’ imprenditore manager italiano ha costituito una partnership strategica con il quinto più grande grossista farmaceutico della Cina, Nanjing Pharmaceutical).

 

Il primo a credere in se stesso è del resto proprio lui, tanto che il 15 gennaio scorso ha comprato quasi 99mila azioni del suo gruppo per circa sette milioni e mezzo di dollari. Anche questo è un segnale che il rimescolamento del settore non finirà qui, sulla spinta del nuovo trend: gruppi sempre più grossi, con un numero smisurato di farmacie, e alleanze ove possibile con i colossi delle assicurazioni in modo da poter intervenire anche sui prezzi dei farmaci (che in America a differenza dell’ Europa non sono fissati da una authority statale bensì suggeriti dalle aziende e poi stabiliti sulla base di un accordo con i distributori con una logica puramente di mercato.

amerisource bergenAMERISOURCE BERGEN

 

 Crescono anche le dimensioni di ogni singolo punto vendita: ormai simili a ipermercati più che a banali farmacie. Capofila in questo campo è stato la Costco, che gestice 17 grandi magazzini (“warehouse”) in tutti gli Stati Uniti e un totale di 780 farmacie, cui se ne aggiungono 98 in Canda, 37 in Messico, una quarantina in Gran Bretagna. dagospia.com

amerisourceAMERISOURCE

 

amazonAMAZONjeff bezos warren buffett jp morganJEFF BEZOS WARREN BUFFETT JP MORGANamazon healthcareAMAZON HEALTHCARE

 

Intesa SanPaolo, smetti di investire nel Dakota Access Pipeline: minaccia le terre sacre degli indiani (mailbombing)

Dakota Access
Investireste il vostro denaro in un progetto che punta a far passare il petrolio nelle terre dei nativi attraversando gran parte degli Stati Uniti? Stiamo parlando del Dapl, l’ormai tristemente famoso oleodotto Dakota Access Pipeline. Tante le banche estere che stanno disinvestendo da questo progetto, ma l’italiana Intesa SanPaolo è ancora un investitore diretto. Per questo la ong Women’s March ha organizzato un mail bombing per il 30 marzo.

L’obiettivo è quello di usare i social (Twitter e Facebook) e le email per inondare Intesa SanPaolo di messaggi, chiedendo di disinvestire dal Dakota Access Pipeline. Una vigorosa protesta online, per spingere uno dei maggiori istituti di credito italiani a lasciar perdere questo progetto che guarda solo allo sfruttamento delle fonti fossili, a danno dei Sioux di Standing Rock.

La tribù sostiene che l’oleodotto stia profanando le terre sacre, che stia violando le promesse sottoscritte nei trattati, nonché la sovranità della tribù stessa. Ma più di tutto i Sioux temono che il Dapl metta in pericolo le loro forniture di acqua dato che passa proprio sotto il fiume Missouri, la fonte principale per la riserva.

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dakota pipeline

Il Dakota Access Pipeline, lo ricordiamo, è un progetto di 3.780 milioni di dollari,volto alla costruzione di un oleodotto che colleghi i giacimenti del North Dakota, al confine col Canada fino ad arrivare all’Illinois, passando per il South Dakota e l’Iowa. L’oleodotto permetterebbe di trasportare qualcosa come 570.000 barili di idrocarburi al giorno alle raffinerie e ai mercati del Golfo di Messico e della costa est degli Stati Uniti.

Di recente, i Sioux sono stati costretti a lasciare i loro insediamenti, nonostante la fervida resistenza presso il campo di proteste di Oceti Sakowin, nato contro la realizzazione dell’oleodotto.

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La Norvegia ha detto addio al progetto. Storebrand, il più grande investitore privato del paese, si è tirato indietro e ha deciso di disinvestire dal Dakota Access Pipeline attraverso le tre società legate ad essa.

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Anche alcune città americane, ad esempio Seattle, hanno abbandondato il Dapl. E l’Italia?

Da tempo, Greenpeace lamenta la partecipazione di Intesa SanPaolo lanciando una petizione per invitare la banca a smettere di finanziare il progetto:

La più grande Banca Italiana, Intesa SanPaolo, fa parte del consorzio di finanziatori di questo controverso progetto. Abbiamo scritto una lettera ufficiale ad Intesa Sanpaolo per chiedere se ha intenzione di continuare a finanziare la distruzione delle terre dei Sioux e di mettere a rischio l’acqua potabile di tutta quella zona, oppure se deciderà di non impegnare i soldi dei propri clienti per un progetto tanto pericoloso e controverso. Intesa Sanpaolo non ha ancora dato una risposta ufficiale, il tempo corre e il suo è un silenzio assordante!” spiega l’associazione.

Ma la protesta andrà oltre e passerà anche per il web. Il 30 marzo sarà possibile inondare di messaggi Intesa SanPaolo

Francesca Mancuso Green me

Indagine su false fatture e riciclaggio: la direttrice di banca torna libera

Intesa Sanpaolo: basta con una banca nella banca

di Andrea Giacobino Milano Finanza

 

Più coordinamento con la controllante e sviluppo maggiormente strutturato del corporate e private banking. Intesa Sanpaolo ridisegna il modello delle due controllate estere, la Société Europeénne de Banque (Seb), basata in Lussemburgo e Intesa Sanpaolo (Isp) Benelux. Seb, in particolare, è stata protagonista tre anni quando è stato indagato per concorso in riciclaggio il suo ex amministratore delegato Marco Bus a proposito di una truffa fiscale che avrebbe consentito alla famiglia piemontese Giacomini, operante nella rubinetteria, di nascondere all’erario italiano via Granducato oltre 200 milioni di euro. Qualche settimana dopo il presidente dimissionario della banca Angelo Caloia è stato sostituito da Paul Helminger, già sindaco della città di Lussemburgo.

La riorganizzazione è spiegata in una nota interna intitolata «Rafforzamento ed evoluzione presidio Seb e Isp Benelux» redatta poche settimane fa da Gaetano Miccichè, direttore generale della Divisione Corporate e investment banking (Cib). «Con il progetto – dice Miccichè – viene rivista la mission di Seb che assume il ruolo di banca responsabile delle attività e della clientela corporate e private banking in Lussemburgo e nell’area Benelux, con possibili futuri sviluppi nei paesi scandinavi». Più nel dettaglio «il progetto ha l’obiettivo di rafforzare il modello di business corporate banking & wealth management sulla piazza lussemburghese e in area Benelux attraverso: lo sviluppo della relazione con la clientela, attuale e prospettica, incrementando il livello di servizio e l’offerta di prodotti e un maggior coordinamento e sinergie con le altre unità di business di direzione, divisione e del gruppo».

La prima fase del progetto prevede che il modello organizzativo e operativo del dipartimento di corporate relationship coverage di Seb si uniformi a quello del network internazionale della divisione guidata da Miccichè. «Sulla base del modello definito si è proceduto all’aggiornamento del funzionigramma di Seb al suo allineamento agli standard previsti per le società del gruppo prevedendo, tra le varie cose, l’identificazione del ruolo del relationship manager». Si sta poi operando «per l’allineamento dei sistemi e dei processi al fine di consentire la piena integrazione commerciale di Seb all’interno della Divisione Cib» . Insomma l’istituto di Intesa in Lussemburgo non sarà più «una banca nella banca», come in passato.

 

AGOSTO 2012-Intesa Sanpaolo, indagata la controllata Seb

Marco Bus Societe Europeenne De Banque

Marco Bus ceo Societe Europeenne de Banque

Marco Bus, amministratore delegato di Société europeénne de banque (Seb), controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, risulta essere fra gli indagati per riciclaggio in una inchiesta condotta dalla procura di Milano. Tutto è partito dalle ricerche per evasione fiscale da parte dalla procura di Verbania a carico di una famiglia di imprenditori piemontesi, trasmesse in Lombardia per competenza territoriale. Lo hanno riferito fonti legali, direttamente a conoscenza degli atti, confermando quanto pubblicato da alcuni quotidiani. Intesa Sanpaolo ha preferito non commentare la notizie, e non è stato possibile contattare le persone coinvolte per un commento. Anche l’Agenzia delle Entrate non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Nelle scorse settimane, alle prime notizie sull’inchiesta, Intesa Sanpaolo aveva reso noto di aver avviato una indagine interna sulla vicenda. DA INCHIESTA PER EVASIONE AL TRUST IN LUSSEMBURGO. La vicenda nasce da una inchiesta per evasione fiscale condotta da Verbania a carico di Andrea, Corrado ed Elena Giacomini, imprenditori novaresi specializzati nel settore delle valvole per rubinetti, assistiti dagli avvocati Salvatore Scuto e Francesco Mucciarelli, e di Alessandro Jelmoni, dirigente di Intesa fino al 2002 e ora broker finanziario internazionale, assistito dall’avvocato Pasquale Pantano. L’ipotesi d’accusa, concordano le fonti legali, è che i Giacomini e Jelmoni, con un contratto di agenzia e attraverso sovrafatturazioni, avessero creato circa 230 milioni di euro di “nero” da sottrarre al fisco italiano. Questi fondi e questi beni, secondo gli inquirenti, vengono messi in un trust presso la Seb. A questo punto, dice una delle fonti legali, entrano in gioco una serie di incontri fra i Giacomini, Jelmoni e dirigenti bancari, che secondo gli inquirenti sarebbero serviti a delineare la strategia su come ripulire questi fondi già in obbligazioni, se “scudare” o no questo trust. GLI INCONTRI ALLA MALPENSA E IN BANCA INTESA. Questi incontri sono elencati nella richiesta di arresto della procura di Verbania e poi nell’ordinanza di custodia cautelare per Jelmoni firmata dal gip milanese Vincenzo Tutinelli (il fascicolo nel frattempo era stato trasferito a Milano per competenza) il 22 giugno scorso, grazie al fatto – dice una delle fonti legali – che uno dei fratelli Giacomini, Andrea, da qualche anno avesse preso l’abitudine di registrare sul suo smartphone tutti gli incontri fra gli imprenditori, il loro consulente e i loro referenti bancari. Jelmoni nel frattempo, da inizio agosto è ai domiciliari. Nel primo di questi incontri registrati di nascosto, svoltosi nel gennaio 2011 presso l’Hotel Sheraton di Malpensa, il broker – secondo le fonti legali che citano il virgolettato inserito nell’ordinanza del gip – dice ai tre imprenditori che per ragioni di riservatezza sarebbe meglio incontrare «Marco a Milano, perché a Milano ci sono migliaia di persone». Il secondo incontro, registrato da Giacomini e citato dai magistrati, si svolge nel febbraio 2011 presso gli uffici di Intesa Sanpaolo a Milano, e vi partecipano – secondo quanto riferito dalle fonti che citano l’ordinanza – i Giacomini, Jelmoni, un collaboratore di Bus arrivato dal Lussemburgo e un dirigente di Intesa Sanpaolo. Al momento i magistrati hanno citato questo vertice, senza riportare nell’ordinanza i contenuti registrati dell’incontro, dicono le fonti legali. IL GIP: SISTEMA PER CREARE FONDI NERI E RICICLARLI. Il gip Tutinelli, scrive nell’ordinanza di arresto per Jelmoni, secondo quanto riferiscono le fonti legali, che la condotta dei professionisti che negli scorsi anni hanno collaborato con i Giacomini configura «un sistema messo a disposizione dei grandi gruppi economici italiani da funzionari ed ex funzionari del gruppo Banca Intesa Lussemburgo – con la probabile complicità della banca – per costituire fondi neri nel Granducato del Lussemburgo e ivi riciclarli». L’indagine partita da Verbania, concordano le fonti, riguarda poi tutta una serie di altri soggetti, che avrebbero avuto ruolo di intermediari e consulenti. Fra questi, uno dei nomi già resi pubblici è quello dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini (che si è dimesso dall’incarico governativo nel maggio scorso), indagato per una serie di presunti pagamenti in nero.

lettera43.it

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo- ANNO 2016

Grazie a un broker con decine di clienti cifre importanti sono transitate nelle filiali di Intesa e Ubi. La procura di Milano indaga, e poi archivia. Ma la Cassazione può riaprire il caso. E qui riveliamo i nomi coinvolti

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA    L’ESPRESSO

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo

Questa è una storia di straordinario malaffare. Centinaia di milioni di euro decollati dall’Italia per rimbalzare fino in Lussemburgo, via Svizzera, Montecarlo e i paradisi offshore dei Caraibi. I documenti che “l’Espresso” ha potuto consultare raccontano una trama con un cast davvero assortito. Un ruolo decisivo viene svolto da grandi banche come Intesa e Ubi. E tra i protagonisti della storia troviamo imprenditori, manager e professionisti. Nomi già noti alle cronache come il gruppo guidato da Giuseppe Pasini, l’immobiliarista milanese coinvolto e poi assolto sei mesi fa in primo grado nel processo per le tangenti del cosiddetto “sistema Sesto” di Filippo Penati, pezzo grosso del Pd lombardo anche lui prosciolto. E poi Marco Marenco, imprenditore arrestato un anno fa per un crac da 3,5 miliardi e titolare, tra l’altro, della Borsalino, il famoso marchio dei cappelli. Nella lista troviamo anche l’azienda meccanica friulana Brovedani con il patron Benito Zollia, le acciaierie Valbruna della famiglia Amenduni, la Laworwash un tempo quotata in Borsa.

La grande centrifuga del denaro nero ha girato a pieno regime per almeno una dozzina di anni. Fino a quando, nel 2012, una lite tra gli eredi del gruppo piemontese Giacomini ha portato alla luce gli ingranaggi del sistema. La procura di Verbania e poi quella di Milano hanno raccolto e analizzato migliaia di documenti che disegnano i contorni di quella che appare come una gigantesca frode fiscale. Si è scoperto che grandi marchi del credito nazionale come Intesa e Ubi hanno fatto soldi a palate aprendo le porte delle loro filiali in Lussemburgo ai clienti italiani in fuga dalle tasse. C’è di più. I file raccolti dagli investigatori rivelano che all’occorrenza Intesa inviava propri dirigenti ad amministrare le società lussemburghesi da cui transitavano i flussi di denaro sospetti.

LEGGI LA LISTA DELLE PERSONE COINVOLTE 

Nelle carte della procura di Milano compare anche il nome del banchiere Giuseppe Castagna, da poco promosso amministratore delegato del nuovo grande gruppo che nascerà dalla fusione tra Popolare Milano e Banco Popolare. All’epoca dei fatti, cioè tra il 2003 e il 2009, Castagna era un manager di punta della divisione Corporate and investment banking (Cib) di Intesa nonché consigliere di amministrazione della Société Européenne de banque (Seb), filiale lussemburghese del gruppo bancario all’epoca guidato da Corrado Passera.

Nell’estate del 2012 i riflettori della cronaca hanno illuminato solo la vicenda dei Giacomini, che nell’arco di una ventina di anni avevano nascosto all’estero oltre 200 milioni di euro. “L’Espresso”, sulla base di documenti giudiziari e carte riservate, è però in grado di rivelare che molti altri imprenditori e professionisti hanno utilizzato sistemi simili per trasferire denaro all’estero. Tutti i nomi della lista, a cominciare dai Giacomini, avevano un unico broker di riferimento, uno spallone d’alto bordo in grado di garantire ai suoi clienti un servizio rapido, discreto ed efficiente.

L’uomo del Lussemburgo si chiama Alessandro Jelmoni, 49 anni, un veneto di San Donà di Piave che ha imparato in banca i segreti del mestiere per poi mettersi in proprio come consulente. Era lui, Jelmoni, il capo di quella che i pm di Milano, Giordano Baggio e Andrea Civardi, descrivono come un’organizzazione criminale creata allo scopo di favorire l’evasione fiscale.

La giostra del denaro nero ruotava attorno a una società lussemburghese, la Titris, organizzata come una scatola con molti cassetti, ciascuno dei quali era intestato a un cliente, oppure serviva per uno specifico affare. Un report di un centinaio di pagine agli atti dell’inchiesta segnala 38 comparti in totale. Secondo questo rapporto, affidato dalla Procura di Milano al consulente tecnico Roberto Pireddu, gran parte dei movimenti di denaro transitavano su conti bancari di Ubi international.

Diverse operazioni risalgono molto indietro negli anni, fino al 2004 e a volte la documentazione recuperata dagli investigatori è incompleta, probabilmente distrutta o messa al sicuro prima dell’inizio delle indagini. In alcuni casi diventa quindi difficile associare una persona a un singolo affare sospetto. C’è un comparto (numero 21) denominato Borsalino, che fa riferimento al già citato Marco Marenco. Un altro, il numero 15, è intestato all’immobiliarista milanese Michele Carasi. Alla famiglia Di Leo, proprietaria della Astor immobiliare di Atella (Potenza) era stata messa disposizione la piattaforma 28, su cui sono transitati 8 milioni di euro. All’azienda Brovedani, guidata da Benito Zollia, comparto numero 29, è invece associata un’operazione del valore di 21,4 milioni. Il “cassetto” 25 della grande scatola Titris risulta assegnato a Paolo Monteverdi, uomo d’affari finito sui giornali qualche anno fa come il titolare del residence in via Olgettina a Milano dove Silvio Berlusconi ospitava le sue amiche, da allora in poi meglio conosciute come “Olgettine”.

Giunti ai numeri 36 e 37, gli investigatori sono inciampati in un rebus difficile da risolvere. Si legge infatti nella relazione tecnica agli atti dell’indagine che quei comparti erano intestati al commercialista Lorenzo Barbone insieme a un non meglio identificato Maurizio Lupi. Nome e cognome corrispondono a quelli del parlamentare del Nuovo Centrodestra, nonché ex ministro del governo di Matteo Renzi. Nelle carte però non compare nessun altro elemento utile a individuare la persona: niente data di nascita, residenza, professione. Solo quel nome e cognome. Va però segnalato che Barbone è socio di studio del tributarista Raffaello Lupi ed entrambi hanno assistito Jelmoni per alcuni affari all’estero.

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L’intestazione dei comparti 36 e 37 potrebbe essere quindi il frutto di un errore materiale: un Lupi al posto di un altro. Maurizio invece di Raffaello. L’ipotetico errore è stato ripetuto più volte, almeno quattro, in diverse pagine dello stesso faldone di atti, dove non compare mai Raffaello Lupi, ma sempre e soltanto Maurizio. Il nome dell’ex ministro ha ovviamente incuriosito i magistrati che hanno chiesto spiegazioni a Jelmoni. Interrogato dal pm Civardi il 12 settembre 2012, il broker risponde che «Lorenzo Barbone è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio».

Caso risolto? Non proprio, perché Jelmoni era in ottimi rapporti con gli ambienti milanesi di Comunione e Liberazione, gli stessi da cui proviene il politico Lupi. Quei rapporti si erano a suo tempo trasformati in una relazione d’affari. La società di gestione di fondi di proprietà di Jelmoni, la RMJ sgr, compariva infatti tra i finanziatori di “Tempi”, periodico di riferimento di Cl. In quello stesso interrogatorio del settembre di quattro anni fa, il finanziere ha liquidato la questione come una semplice coincidenza. «Replico che non conosco nemmeno il parlamentare (cioè Lupi, ndr)», ha tagliato corto il patron di Titris, aggiungendo però che forse in passato l’aveva «conosciuto in una occasione» con Simone (Antonio Simone, ciellino, a processo con Roberto Formigoni per le tangenti sulla clinica Maugeri, ndr) senza che però siano «stati presentati». La vicenda, a quanto pare, si è chiusa qui. Dagli atti dell’inchiesta non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.

Sta di fatto che i comparti 36 e 37 sono serviti a gestire alcuni affari immobiliari in Germania, a Berlino, conclusi attraverso la società tedesca Capital Investment spv 2. Quest’ultima è solo una delle tante operazioni descritte nella relazione del consulente della procura. Semplificando al massimo, il canovaccio seguito da Jelmoni era il seguente. I soldi in arrivo dal cliente in Italia venivano triangolati dal Lussemburgo verso sigle offshore nei Caraibi per poi affluire su conti bancari, anche questi all’estero, riferibili ai presunti evasori fiscali. Anche lo studio panamense Mossack Fonseca aveva dato una mano: alcune delle società schermo risultano costituite con l’assistenza dei legali diventati famosi nel mondo per via dello scandalo dei Panama Papers.

Il processo contro Jelmoni e i suoi principali collaboratori (Nerina Cucchiaro, Mario Iacopini e altri) è iniziato ai primi di giugno, quattro anni dopo l’arresto del broker. Procedimenti separati, anche in altre città italiane, sono invece stati avviati contro gli imprenditori e i professionisti accusati di aver dribblato il Fisco nostrano. È il caso dei fratelli Giacomini (Andrea, Corrado ed Elena) che però potranno essere giudicati per frode fiscale solo per i fatti successivi al 2011. Tutte le altre accuse, che riguardano giochi di sponda finanziari per decine di milioni di euro, sono già state azzerate dalla prescrizione.

E le banche? Nel 2012 i pm Baggio e Civardi hanno iscritto nel registro degli indagati anche Intesa e la sua controllata in Lussemburgo, la Seb, insieme all’amministratore delegato di quest’ultima, Marco Bus, e al già citato Castagna. In sostanza, i manager erano sospettati di riciclaggio per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale dei Giacomini. Gli istituti di credito erano invece chiamati a rispondere in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

A ottobre dell’anno scorso, però, i due pubblici ministeri hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone d’inchiesta che riguarda Intesa, un provvedimento deciso dal giudice per le indagini preliminari (Gip), Cristina Di Censo. La partita non è ancora chiusa. L’avvocato Mario Zanchetti, il legale di parte civile che assiste l’azienda Giacomini spa, ha fatto ricorso in Cassazione contro l’archiviazione. Motivo: il decreto del Gip, datato 19 ottobre 2015, non ha tenuto conto dell’opposizione formulata da Zanchetti a tutela delle ragioni del gruppo Giacomini.

Secondo l’accusa infatti, l’azienda novarese, che ha un migliaio di dipendenti e filiali in tutto il mondo, sarebbe stata depredata dai suoi proprietari che hanno nascosto all’estero un vero tesoro. Il ricorso della parte civile riguarda il solo Bus. Il 12 luglio la Cassazione deciderà quindi se rimandare al Gip gli atti che riguardano l’ex amministratore delegato di Seb, che ha lasciato il suo incarico in Lussemburgo ma lavora ancora nel gruppo Intesa come manager di Imi. In teoria è quindi possibile che l’archiviazione venga annullata. Di conseguenza ripartirebbero le indagini sul banchiere che quindi rischia di andare a processo.

Numerose testimonianze, decine di documenti societari e anche un rapporto riservato redatto dagli ispettori interni della banca, confermano che Intesa aveva rapporti strettissimi con i Giacomini. Nei file agli atti dell’inchiesta giudiziaria vengono ricostruiti versamenti e prelievi per milioni di euro, anche in contanti, senza che i funzionari abbiano mai segnalato queste operazioni sospette all’antiriciclaggio di Bankitalia. In una nota della direzione internal audit di Intesa, si legge che tra il 2002 e il 2005 dai conti della Giacomini spa in Italia sono usciti 22 milioni verso la società lussemburghese The Net. Nei sei anni successivi, fino al 2011, sono volati in Lussemburgo 33 milioni, questa volta a favore di un’altra società del Granducato, la J&Be. La famiglia piemontese aveva collaudato un sistema per portare all’estero milioni di euro all’anno mascherandoli come pagamenti di fatture per prestazioni inesistenti. Ed erano Jelmoni e i suoi collaboratori a gestire il flusso di denaro attraverso le lussemburghesi The Net e J&Be. Quest’ultima aveva un conto corrente a Ubi bank international, filiale nel Granducato della bergamasca Ubi banca.

Lo stesso Bus, interrogato a più riprese dei magistrati, ha parlato dei fondi offshore gestiti da Seb per conto dei Giacomini. Nei verbali viene tra l’altro citata una società delle British Virgin Island, la Henderson services group, costituita, dichiara Bus ai pm, «su incarico di Seb» per conto di Alberto Giacomini (deceduto l’anno scorso). E il Fisco? «In pratica non ci era richiesto di verificare che le somme che gestivamo fossero effettivamente dichiarate», ha precisato il manager alla domanda dei pm milanesi. Nel 2009, secondo Bus, «la sensibilità su questo tema si sarebbe modificata». Risultato: solo allora alla Seb di Lussemburgo sarebbero cessati i rapporti con le società situate nei paradisi offshore.

Per il gruppo bancario italiano, però, il colpo grosso porta la data del 2006. Nei primi mesi di quell’anno, infatti, la famiglia Giacomini decide di riportare sui conti di Intesa nel Granducato oltre 100 milioni di euro che cinque anni prima aveva ritirato e accreditato presso altri istituti. L’operazione viene gestita da Bus insieme a Jelmoni. Il patron di Titris era una vecchia conoscenza nei corridoi della Seb. Per anni infatti, fin dal 1993, il broker poi finito agli arresti, aveva lavorato per conto di Cariplo International in Lussemburgo, poi diventata Intesa e infine Société Européenne de banque.

Nel 2001 Jelmoni si mette in proprio, ma continua a fare da consulente per i Giacomini che in quell’anno avevano deciso di azzerare i loro depositi alla Seb. Nel 2006 gli industriali piemontesi fanno marcia indietro e circa 116 milioni tornano sui conti della filiale lussemburghese di Intesa. I soldi arrivano dall’isola di Man, un altro paradiso fiscale, dove erano nella disponibilità del “Giacomini trust”. Jelmoni recita più parti in commedia. È consulente della famiglia e allo stesso tempo è il protector del trust all’isola di Man, cioè il garante della correttezza della gestione del patrimonio. In pratica il broker di San Donà di Piave doveva controllare se stesso.

Per Intesa quei soldi di un cliente come i Giacomini significano milioni di euro di profitti sotto forma di commissioni. Per questo i vertici di Seb decidono di premiare Jelmoni. La banca sigla un contratto di consulenza con Rmj, la piccola società di gestione del broker. È lo stesso Bus, interrogato dai pm, ad ammettere che quello fu il prezzo da pagare «per recuperare il cliente». A due anni di distanza, quei 116 milioni, a cui se ne sono aggiunti nel frattempo un’altra quarantina, vengono utilizzati come garanzia per un prestito di 129 milioni erogato da Seb ad Alberto Giacomini e ai suoi tre figli Andrea, Corrado ed Elena. I soldi del finanziamento servivano per liquidare altri due rami della famiglia e invece di smontare il trust si decise di indebitarsi con la banca. Di lì a poco, però, Andrea comincia a litigare con Corrado ed Elena. L’azienda diventa un ring dove i parenti si parlano a suon di carte bollate.

La fine è nota. Nel 2011, arriva la Guardia di Finanza e poi i pm. Tutti a processo, salvo la banca e i banchieri. Secondo i pm Baggio e Civardi, non sarebbe infatti possibile sostenere in giudizio l’ipotesi d’accusa di riciclaggio perché non «si può ritenere raggiunta la prova» che quei 116 milioni confluiti nel Giacomini trust e accreditati a Seb siano di «provenienza delittuosa». In altri termini, non è detto che i soldi volati via da Intesa Lussemburgo nel 2001, denaro frutto di evasione fiscale, siano gli stessi che i Giacomini hanno poi collocato nel trust dell’isola di Man con il conto (dal 2006) alla Seb.

Quindi, secondo i pm, Bus poteva non sapere che i soldi che gestiva, intestati a un trust offshore, erano provviste in nero. Eppure, lo stesso Bus in uno dei suoi interrogatori ammette la “sostanziale identità” tra le somme uscite nel 2001 e rientrate cinque anni dopo. Niente da fare. Per Baggio e Civardi il processo al manager d’Intesa non s’ha da fare.

Vertici controllata Intesa Lussemburgo indagati per riciclaggio – ANNO 2012

MILANO (Reuters) – Il ceo di Societe Europeenne de Banque (Seb), controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, Marco Bus, risulta essere fra gli indagati per riciclaggio in una inchiesta condotta dalla procura di Milano che ha avuto origine da indagini per evasione fiscale da parte dei pm di Verbania a carico di una famiglia di imprenditori piemontesi, trasmesse in Lombardia per competenza territoriale

 

Una filiale di Intesa SanPaolo nel centro di Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi

Lo hanno riferito fonti legali, direttamente a conoscenza degli atti, confermando quanto pubblicato oggi da alcuni quotidiani. Intesa Sanpaolo ha preferito non commentare la notizie, e non è stato possibile contattare le persone coinvolte per un commento. Anche l‘Agenzia delle Entrate non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Nelle scorse settimane, alle prime notizie sull‘inchiesta, Intesa Sanpaolo aveva reso noto di aver avviato una indagine interna sulla vicenda.

DA INCHIESTA PER EVASIONE AL TRUST IN LUSSEMBURGO

La vicenda nasce da una inchiesta per evasione fiscale condotta da Verbania a carico di Andrea, Corrado ed Elena Giacomini, imprenditori novaresi specializzati nel settore delle valvole per rubinetti, assistiti dagli avvocati Salvatore Scuto e Francesco Mucciarelli, e di Alessandro Jelmoni, dirigente di Intesa fino al 2002 e ora broker finanziario internazionale, assistito dall‘avvocato Pasquale Pantano.

 

L‘ipotesi d‘accusa, concordano le fonti legali, è che i Giacomini e Jelmoni, con un contratto di agenzia e attraverso sovrafatturazioni, avessero creato circa 230 milioni di euro di “nero” da sottrarre al fisco italiano.

Questi fondi e questi beni, secondo gli inquirenti, vengono messi in un trust presso la Seb. A questo punto, dice una delle fonti legali, entrano in gioco una serie di incontri fra i Giacomini, Jelmoni e dirigenti bancari, che secondo gli inquirenti sarebbero serviti a delineare la strategia su come ripulire questi fondi già in obbligazioni, se “scudare” o no questo trust.

GLI INCONTRI ALLA MALPENSA E IN BANCA INTESA

Questi incontri sono elencati nella richiesta di arresto della procura di Verbania e poi nell‘ordinanza di custodia cautelare per Jelmoni firmata dal gip milanese Vincenzo Tutinelli (il fascicolo nel frattempo era stato trasferito a Milano per competenza) il 22 giugno scorso, grazie al fatto – dice una delle fonti legali – che uno dei fratelli Giacomini, Andrea, da qualche anno avesse preso l‘abitudine di registrare sul suo smartphone tutti gli incontri fra gli imprenditori, il loro consulente e i loro referenti bancari. Jelmoni nel frattempo, da inizio agosto è ai domiciliari.

Nel primo di questi incontri registrati di nascosto, svoltosi nel gennaio 2011 presso l‘Hotel Sheraton di Malpensa, il broker – secondo le fonti legali che citano il virgolettato inserito nell‘ordinanza del gip – dice ai tre imprenditori che per ragioni di riservatezza sarebbe meglio incontrare “Marco[Bus] a Milano, perché a Milano ci sono migliaia di persone”.

Il secondo incontro, registrato da Giacomini e citato dai magistrati, si svolge nel febbraio 2011 presso gli uffici di Intesa Sanpalo a Milano, e vi partecipano – secondo quanto riferito dalle fonti che citano l‘ordinanza – i Giacomini, Jelmoni, un collaboratore di Bus arrivato dal Lussemburgo e un dirigente di Intesa Sanpaolo.

Al momento i magistrati hanno citato questo vertice, senza riportare nell‘ordinanza i contenuti registrati dell‘incontro, dicono le fonti legali.

IL GIP: SISTEMA PER CREARE FONDI NERI E RICICLARLI

Il gip Tutinelli, scrive nell‘ordinanza di arresto per Jelmoni, secondo quanto riferiscono le fonti legali, che la condotta dei professionisti che negli scorsi anni hanno collaborato con i Giacomini configura “un sistema… messo a disposizione dei grandi gruppi economici italiani da funzionari ed ex funzionari del gruppo Banca Intesa Lussemburgo – con la probabile complicità della banca – per costituire fondi neri nel Granducato del Lussemburgo e ivi riciclarli”.

L‘indagine partita da Verbania, concordano le fonti, riguarda poi tutta una serie di altri soggetti, che avrebbero avuto ruolo di intermediari e consulenti. Fra questi, uno dei nomi già resi pubblici è quello dell‘ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini (che si è dimesso dall‘incarico governativo nel maggio scorso), indagato per una serie di presunti pagamenti in nero.

 

Riciclaggio, i soldi nelle casseforti lussemburghesi di Intesa Sanpaolo e Ubi e quell’inchiesta archiviata

Secondo L’Espresso nelle carte dell’inchiesta per riciclaggio che ha coinvolto i due istituti compare anche l’ex ministro Maurizio Lupi. Ma il broker a capo dell’organizzazione che per i pm favoriva l’evasione fiscale ha riferito che è un errore e l’intestatario della società basata nel Granducato è il tributarista Raffaello Lupi. Sull’archiviazione del fascicolo si pronuncerà la Cassazione

Soldi off shore che transitavano attraverso filiali lussemburghesi di Intesa Sanpaolo e Ubi. Un’indagine della procura di Milano che è stata archiviata ma potrebbe essere riaperta dalla Cassazione, il cui verdetto sul caso è atteso per il 12 luglio. E, nelle carte dell’inchiesta, il nome di Maurizio Lupi. Che ricorre più volte, identico a quello dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Renzi e parlamentare del Nuovo Centrodestra. Ma il broker che aiutava imprenditori, manager e professionisti e trasferire soldi nel paradiso fiscale, interrogato dai pm, ha sostenuto che c’è stato un errore e l’intestatario di uno dei comparti della scatola lussemburghese non è Maurizio ma il tributarista Raffaello Lupi. A raccontare la vicenda e gli sviluppi dell’inchiesta per riciclaggio aperta nel 2012 è L’Espresso in edicola.

 

Secondo il settimanale, non solo Intesa e Ubi guadagnavano permettendo ai clienti di far transitare sui loro conti milioni di euro che sarebbero finiti in società basate in Lussemburgo, ma il gruppo allora guidato da Corrado Passera e oggi da Carlo Messina“inviava propri dirigenti” ad amministrare le casseforti da cui passavano i flussi di denaro sospetti. Tra gli altri c’è anche il nome di Giuseppe Castagna, numero uno di Bpm destinato a guidare il gruppo che nascerà dal matrimonio con il Banco Popolare: all’epoca dei fatti, tra 2003 e 2009, era manager della divisione Corporate e investment banking di Intesa e sedeva nel cda dellaSeb, la filiale lussemburghese dell’istituto di credito italiano. Intesa, Seb e il suo allora numero uno Marco Bus, oltre a Castagna, nel 2012 sono stati iscritti nel registro degli indagati per riciclaggio, per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale degli imprenditori piemontesi Giacomini. A ottobre 2015 i pm Giordano Baggio e Andrea Civardi hanno però chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone su Intesa. I legali del gruppo di San Maurizio D’Opaglio (Novara) hanno però presentato ricorso, su cui la Suprema Corte si pronuncerà appunto il 12 luglio.

Nel frattempo dai documenti agli atti dell’inchiesta sono spuntati i nomi di numerosi clienti noti: il gruppo dell’immobiliarista milanese Giuseppe Pasini, l‘ex patron della Borsalino Marco Marenco, l’azienda meccanica friulana Brovedani, quel Paolo Monteverdi a cui faceva capo tra il resto il residence delle Olgettine. E quello che nelle carte viene chiamato più volte “Maurizio Lupi”, senza però altri elementi utili a confermarne l’identità. Il broker Alessandro Jelmoni, ritenuto dai pm lo “spallone” di alto bordo che gestiva l’organizzazione criminale creata per favorire l’evasione, ha infatti detto di non conoscere Maurizio Lupi e riferito che quell’indicazione “è un errore” perché “Lorenzo Barboni”, commercialista cointestatario di uno dei comparti della lussemburghese Titris, “è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio”. Ilfattoquotidiano.it ha cercato senza successo di contattare l’ex ministro per chiedergli un commento.

Secondo L’Espresso, il “giallo” sul suo coinvolgimento non è del tutto risolto perché Jelmoni era vicino agli ambienti milanesi di Cl da cui proviene Maurizio Lupi e la sua società di gestione compariva tra i finanziatori di Tempi, periodico di riferimento di Cl. Dagli atti dell’inchiesta, nota Vittorio Malagutti che firma il servizio, non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.(IL FATTO QUOTIDIANO 1 LUGLIO 2016)

Processo BPVi, i difensori di Gianni Zonin: “in merito al sequestro conservativo dei suoi beni, massima fiducia nel lavoro della magistratura”

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I difensori di Gianni Zonin prendono atto della decisione assunta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza in merito al sequestro conservativo dei beni disposto nei confronti del proprio assistito nel quadro del processo relativo a Banca Popolare di Vicenza. Precisando che tali azioni non introducono elementi di sostanziale novità all’interno del quadro giudiziario in quanto rappresentate e annunciate in passato, i difensori desiderano esprimere a nome del proprio assistito la massima fiducia nel lavoro della magistratura e riconfermare l’assoluta disponibilità di Gianni Zonin a chiarire la propria posizione e a fornire una ricostruzione accurata dei fatti accaduti, ribadendo quanto già dichiarato in passato, in sede processuale.

Avv. Enrico Ambrosetti

Avv. Nerio Diodà (VICENZAPIU’)

 

P.S. HO DOMANDATO PIU’ VOLTE A CARLO MESSINA ACQUIRENTE DELLE BANCHE VENETE IN QUALITA DI CONSIGLIERE DLEGATO DI INTESA San Paolo SE I 49.000.OOO, 00 DI EURO AUTOCONCESSI DA ZONIN (LEGGI IL MIO BLOG) SONO NELLA BAD BANK O NELLA GOOD BANK.

MESSINA NON RISPONDE MAI NE A QUESTA NE AD ALTRE DOMANDE FATTE.  CHE COSA C’E’ DIETRO CHE NON SAPPIAMO?

CARLO MESSINA TI INVITO A RISPONDERE PUBBLICAMENTE O SE NIN VUOI DAVANTI AI MAGISTRATI COMPETENTI COSI LA VERITA’ UNA VOLTA PER TUTTE VERRA’ FUORI.

Banche, decreto rimborsi arriverà dopo le elezioni

Il rimborso per gli azionisti e gli obbligazionisti di Banche Marche, Banca Etruria, Carife, CariChieti e Popolare Vicenza e Veneto Banca, arriverà dopo le elezioni del 4 marzo

Il rimborso per gli azionisti e gli obbligazionisti di Banche Marche, Banca Etruria, Carife, CariChieti e Popolare Vicenza e Veneto Banca, arriverà dopo le elezioni del 4 marzo.

Ad annunciarlo è stato il *sottosegretario Pier Paolo Baretta in un colloquio con Public Policy. Baretta ha spiegato che i tecnici del ministero di fatto lavoreranno alla stesura conclusiva del decreto subito dopo l’appuntamento elettorale per evitare che questo possa diventare argomento di campagna elettorale.

Il decreto attuativo di fatto è quello che è stato disposto da una norma inserita nella legge di Bilancio del 2018 e che duqnue dovrà essere emanato entro la fine di marzo del 2018, subito dopo le urne. Con questo decreto il Ministero dell’Economia dovrà fissare tutti i parametri per irmborsare chi ha perso qualcosa col crac delle banche. La manovra di ottobre ha previsto uno stanziamento di un fondo da 100 milioni di euro.

*CREDO MOLTO POCO ALL’ONOREVOLE PIERPAOLO BARETTTA CHE HO AVUTO MODO DI CONOSCERE PERSONALMENTE E NON HA  MANTENUTO LE PAROLE DATE ORA PERO’ SOTTO ELEZIONI CON 4 GATTI CHE LE SEGUONO……….CHISSA’ SONO TUTTI UGUALI PRIMA ROVINANO L’ITALIA E POI PENSANO CHE IN 30 GIORNI TUTTI HANNO L’ANELLO AL NASO.

BEATO LUI CHE LO PENSA

 IL GIORNALE.IT

Bce, dopo Draghi Italia fuori dai giochi?

E’ stata ieri sera [b]unanime la scelta del ministro dell’Economia spagnolo Luis De Guindos come nuovo vicepresidente della Banca Centrale Europea, in luogo di Vitor Constancio[/b].


 
 

E’ stata ieri sera unanime la scelta del ministro dell’Economia spagnolo Luis De Guindos come nuovo vicepresidente della Banca Centrale Europea, in luogo di Vitor Constancio. All’inizio concorreva alla carica con l’economista irlandese Philip Lane, il quale poi si è ritirato, facilitando così la convergenza dell’Eurogruppo sul suo nome. E’ la prima volta che un ministro occupa la seconda carica più importante nella Bce e ha certamente contribuito la sua positiva esperienza in Spagna, nel limitare la crisi e favorire la ripresa del paese.

Del resto, De Guindos stesso, che si prepara a formalizzare le sue dimissioni dal dicastero di Madrid per assumere il nuovo incarico, ha dichiarato di essere a favore anche su scala europea a politiche restrittive, ma attente alla disoccupazione: “Sono stato un ministro, ma essere un ministro non è qualcosa che limiti la difesa dell’indipendenza della Bce. Sono un pragmatico in fatto di politica monetaria”.

Anche il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, lo considera l’uomo adatto a riportare alla normalità la politica monetaria della Bce in procinto di terminare il Quantitative Easing: “L’esperienza maturata da De Guindos mostra la sua capacità di ‘decision maker’, sono molto fiducioso sul fatto che ha la preparazione adeguata e necessaria per la vicepresidenza della Bce e che si comporterà in modo indipendente come ogni altro membro della banca centrale. Ha risollevato l’economia spagnola da una crisi molto seria”.

Al di là degli apprezzamenti, comunque, la nomina di De Guindos sarebbe già inserita in una prospettiva di lungo periodo che guarda alla successione del presidente della Bce Mario Draghi nell’autunno 2019. Da più parti si vocifera che l’ascesa dello spagnolo a vice sia una sorta di primo tassello posto dai tedeschi, che vorrebbero in tal modo, preparare il terreno al presidente della Bundesbank Jens Weidmann. E si sa che le posizioni di De Guindos, favorevole a un ritorno della Banca Centrale Europea su posizioni più rigorose, per esempio un rialzo dei tassi, sono vicine a quelle dei tedeschi.

Il Sole 24 Ore ipotizza che proprio lo spagnolo sarebbe già una sorta di contrappeso a uno Weidmann successore di Draghi, formando un tandem gradito alla Bundesbank. Nel frattempo, posto che Draghi ha davanti a sé poco più di un anno e mezzo, l’Italia rischia di andare verso una stagione di minore influenza sulla politica Bce, dato che nel comitato esecutivo un posto libero utile per il Belpaese si potrebbe liberare almeno a dicembre 2020, quando scade il mandato di Yves Mersch, salvo venga fatta dimettere la tedesca Sabine Lautenschläger nel caso, probabile, in cui assurga a presidente Weidmann. I delicati equilibri geopolitici nella stanza dei bottoni si contrattano giorno per giorno e certamente Roma dovrà muoversi quanto prima. Mirko Molteni Finanzareport

BpVi, sequestrati beni a moglie e figli Zonin

Il giudice berico Roberto Venditti ha accolto parte delle istanze presentate dai risparmiatori nel corso delle sedute dell’udienza preliminare del processo sul crac della Banca Popolare di Vicenza. Come scrive Sabrina Tomè su La Tribuna a pagina 10, il giudice ha acconsentito al recupero dei beni trasferiti a titolo gratuito dagli imputati a terzi, mogli e figli in particolare, s ucui grava il sospetto di spoliazione. Il sequestro conservativo è stato autorizzato nei confronti degli ex vertici che hanno ceduto il loro patrimonio poco prima del collasso di BpVi: l’ex presidente Gianni Zonin, il direttore della Divisione Finanza Andrea Piazzetta, il consigliere del cda ed ex presidente di Confindustria Vicenza Giuseppe Zigliotto e il dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili Massimiliano Pellegrini.

I sigilli saranno posti a beni quali ville, terreni, quote di società. Nel caso di Zonin i beni interessati sono: un immobile a Montebello Vicentino; l 2% della società “Tenuta Rocca di Montemassi” ceduta alla moglie Silvana Zuffellato; il 26.9% della società “Gianni Zonin Vineyards sas (oggi Dfm Vineyards) ceduta ai tre figli; il 38,55% della “Zonin Giovanni sas”, sempre ai figli; il 31% della società San Marco andata alla moglie. Tuttavia per procedere verso i famigliari è necessario intraprendere un‘azione revocatoria(Vvox)

BpVi, sequestri
per 60 milioni
a Zonin & C.

L'ex presidente della BpVi, Gianni ZoninE ora iniziano a piovere i sequestri. Il giudice Roberto Venditti, fra sabato e ieri, ha accolto una ventina di richieste avanzate dalle parti civili, disponendo i primi sigilli conservativi: si tratta, di fatto, del “blocco” dei beni agli imputati del maxiprocesso contro il dissesto della Banca popolare di Vicenza, che hanno lo scopo di tutelare i risparmiatori che si sono costituiti parte civile. In caso di condanna di Gianni Zonin e degli altri alla sbarra, le vittime avranno di che essere risarcite, senza che gli accusati possano disperdere il loro patrimonio lasciandole a bocca asciutta. Di fatto, i legali dell’accusa privata hanno seguito la traccia indicata dalla procura con i pubblici ministeri Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori e dalla guardia di finanza, che avevano fatto scattare i sigilli per pagare le spese di procedimento, quantificate in 346 mila euro.

Al momento – ma la cifra è difficile da quantificare nel dettaglio – sarebbero stati disposti sequestri per una sessantina di milioni di euro, una somma in continua evoluzione. Ieri anche l’avv. Sergio Calvetti, che assiste 2.400 risparmiatori traditi, avrebbe ottenuto risposta positiva, ma per un importo ancora da definire. Complessivamente, ad oggi, sono state accolte le richieste di alcune centinaia delle circa 5 mila parti civili. Il giudice però non le avrebbe accolte integralmente, ma ha disposto i sigilli su una parte di quanto sollecitato. Tre finora le domande che sono state bocciate, per questioni formali. Le richieste totali superano il mezzo miliardo di euro, e continuano ad arrivare sulla scrivania del giudice: è lo strumento scelto da numerosissimi ex azionisti. (D.N.)

 

Martedì 20 febbraio

 

Un nuovo sequestro di beni per un ammontare di 15 milioni di euro è stato disposto dal gip di Vicenza nei confronti di Gianni Zonin e degli altri imputati nel processo per il crac della Banca Popolare di Vicenza, attualmente in fase di udienza preliminare. Si tratta comunque di una cifra in continuo aggiornamento che è dunque destinata a crescere.

 

I sigilli ai patrimoni degli imputati sono stati chiesti dall’avvocato Renato Bertelle a nome di un gruppo di risparmiatori truffati. La richiesta ammontava a 30 milioni, pari al valore delle azioni da essi detenute, il giudice Roberto Venditti ha autorizzato il sequestro su 15 milioni. La motivazione è la stessa con la quale la Procura si era vista accogliere la prima richiesta di sequestri a copertura delle spese di giudizio: il pericolo di dismissioni e trasferimenti patrimoniali da parte dell’ex presidente Zonin e degli altri imputati.

 il giornale di vicenza

Bpvi, sequestri milionari a moglie e figli di Zonin

Il giudice accoglie le istanze presentate dai risparmiatori e autorizza i sigilli anche sui beni regalati dall’ex presidenteai parenti stretti di Sabrina Tomè nuova Venezia

VICENZA. Oltre una ventina di sequestri autorizzati a carico degli ex vertici di Banca Popolare di Vicenza, per una somma complessiva che supera i 200 milioni di euro. Ed è solo l’inizio.

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I provvedimenti sono stati firmati dal giudice berico Roberto Venditti accogliendo parte delle istanze (altre restano da esaminare) presentate dai risparmiatori nel corso delle sedute dell’udienza preliminare.

Il via libera alle richieste notificato ieri agli interessati, comporterà che già nelle prossime ore i legali delle parti civili potranno presentarsi con l’ufficiale giudiziario alla porta dell’ex presidente Gianni Zonin e dei manager Bpvi per procedere all’acquisizione dei beni individuati nei decreti.

Dopo il sequestro preventivo da 106 milioni di euro chiesto e ottenuto dalla Procura di Vicenza a carico dell’istituto in liquidazione e con i nuovi provvedimenti conservativi nei confronti degli imputati, si apre per le vittime del tracollo bancario la possibilità concreta di ottenere un ristoro per via giudiziaria.

Anche perché il giudice non si è limitato a consentire il recupero dei beni nella disponibilità degli ex amministratori , ma ha esteso l’azione a quelli trasferiti a terzi, mogli e figli in particolare.

Sequestro per mogli e figli. Tra le istanze accolte dal tribunale di Vicenza c’è quella dell’avvocato Sergio Calvetti che rappresenta oltre 2 mila persone.

E c’è quella dell’avvocato Renato Bertelle, per una quota di 15,468 milioni di euro su una richiesta complessiva di 30. Il sequestro è stato autorizzato, com’era successo per quello destinato a coprire le spese di giustizia, nei confronti degli imputati che hanno ceduto il loro patrimonio a ridosso della caduta di Bpvi: Zonin, il direttore della Divisione Finanza Andrea Piazzetta, il consigliere del Cda ed ex presidente di Confindustria Vicenza Giuseppe Zigliotto e il dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili Massimiliano Pellegrini.

Banche, la surreale audizione di Zonin in commissione: ”Non ricordo, non so, non era compito mio”Dopo il crac della Banca Popolare di Vicenza che aveva presieduto per quasi vent’anni, Gianni Zonin era scomparso dalla scena pubblica per mesi. Anche per questo motivo la sua audizione davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario era particolarmente attesa. Tuttavia, di fronte alle contestazioni dei commissari sulle presunte irregolarità nella gestione della banca che hanno portato l’istituto sull’orlo del fallimento, Zonin ha minimizzato il suo ruolo, ha detto di non ricordare molti degli episodi oggetto delle domande, ha scaricato su altri amministratori le responsabilità. “Era ovvio che un imputato sarebbe venuto a difendersi, bisognava capirlo prima”, dice alla fine dell’audizione il presidente della commissione Casini, che si era detto contrario ad ascoltare l’ex patron di Bpvi. A chi gli chiede il perché di tutte le sue amnesie, Zonin risponde: “Sono anziano, smemorato” e addossa le colpe delle difficoltà della Banca di Vicenza alla crisi economica e ai repentini cambiamenti nella legislazione italiana ed europea aggiungendo: “La mia famiglia ha investito cifre considerevoli nella banca e le abbiamo perse, non credo di aver lavorato contro quello che era anche il mio interesse personale” video di Marco Billeci

La parte più cospicua individuata dal giudice Venditti nel provvedimento a favore dei risparmiatori tutelati da Bertelle riguarda le proprietà di Zonin «il quale tra la fine del 2015 e il 2016 sottoponeva il suo patrimonio immobiliare e mobiliare a un’intensa attività di trasferimento in favore dei membri della famiglia», si legge nell’atto. Il sequestro riguarda: un immobile a Montebello Vicentino in via XXIV Maggio; il 2% della società “Tenuta Rocca di Montemassi” ceduta alla moglie Silvana Zuffellato con contratto di partecipazione il 22 dicembre di due anni fa; il 26.9% della società “Gianni Zonin Vineyards sas (oggi Dfm Vineyards) ceduta ai tre figli il 7 marzo 2016 così come la quota del 38,55% della “Zonin Giovanni sas”, sempre andata ai figli.

Infine il 31% della società San Marco regalata anch’essa alla moglie nel dicembre 2015. A Zigliotto l’ufficiale giudiziario potrà sigillare una villa in via Bugano a Longare e alcuni terreni; e inoltre un edificio a Ravenna trasferito all’ex moglie. Ad Andrea Piazzetta immobili a Pederobba e le quote della società Kernel Consulting cedute interamente alla moglie nel giugno 2016.

Le motivazioni. La decisione del giudice si fonda sul riconoscimento dell’esistenza del fumus con riferimento al reato di ostacolo alla Vigilanza e del periculum in mora relativo al rischio del venir meno delle garanzie a tutela delle vittime. Il giudice sottolinea l’inadeguatezza dei patrimoni personali degli imputati (ammontanti al 15 febbraio ad alcune centinaia di milioni di euro) a far fronte all’entità dei sequestri richiesti.

Di qui l’esigenza di agire sui beni ceduti a titolo gratuito a terzi, su quei trasferimenti che alimentano il sospetto di spogliazioni. Per procedere verso mogli e figli sarebbe necessario intraprendere un’azione revocatoria (come ha fatto Bpvi in liquidazione), tuttavia – rileva il giudice – il sequestro conservativo opera a tutela di particolari posizioni «mirando a sottoporre a vincoli i beni fuoriusciti dal patrimonio dell’imputato» e sui quali le parti civili prospettino di rivalersi.

Le reazioni. Grande la soddisfazione dei risparmiatori. «Abbiamo vinto una battaglia nella guerra», ha detto ieri l’avvocato Bertelle che assiste un nutrito gruppo di risparmiatori e che si sta preparando alla prossima iniziativa, «Vogliamo i soldi anche da Intesa: se non provvederà, allora, i risparmiatori porteranno via i conti dall’istituto. Sarà un’azione congiunta delle diverse associazioni».

 

Luoghi comuni e miti da sfatare sulle Banche popolari

Luoghi comuni e miti da sfatare sulle Banche popolari

L’analisi di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari alla luce dell’incontro che si è svolto nei giorni scorsi a Roma

Si è tenuto nei giorni scorsi a Roma un incontro tra l’Associazione fra le Banche Popolari e il Fondo Monetario Internazionale, un’occasione utile, tra le altre cose, allo scopo di smontare alcuni luoghi comuni sulle banche del territorio. I luoghi comuni, ne siamo convinti, quando non esprimono altro che ovvietà possono essere dannosi per il semplice fatto che allontanano dalla verità. Proviamo allora a sfatarli con onestà intellettuale, con serietà e con l’obiettività dei fatti e dei numeri.

“In Europa ci sono troppe banche”. È davvero così? Qualcuno ha fatto il paragone, ad esempio, con gli Stati Uniti? Le banche, nell’area euro sono 4.773 (dato del 2017). Negli Stati Uniti sono 5.900 – 11.700 se includiamo anche le 5.800 Credit Unions – 1’80% in più di quelle dell’eurozona. L’eccessiva bancarizzazione, come spiega efficacemente già da quattro anni un autorevole organismo europeo, l’European Systemic Risk Board (ESRB), si riferisce non al numero di banche ma, al contrario, al peso eccessivo di un numero troppo esiguo di banche molto grandi. Ci sono poi i luoghi comuni sulla realtà italiana: “le piccole banche di territorio non hanno futuro” e “le imprese italiane sono troppo piccole”. Sì, è vero: il 99,9% delle imprese italiane sono di piccola o media dimensione. Il 95,3% hanno meno di 10 dipendenti. Ma perché mai “troppo”? “Troppo” rispetto a cosa? Le Pmi generano 1’80% dei posti di lavoro e il 70% del valore aggiunto. Grazie a questa morfologia, l’economia italiana vanta, in Europa, invidiabili primati: primo paese per valore aggiunto agricolo, secondo per valore della produzione manifatturiera, ancora secondo per pernottamenti di turisti stranieri, presenza del maggior numero di imprenditori dell’Ue (3,8 milioni). Le banche mutualistiche, per loro natura sono quelle più vicine ai micro e piccoli imprenditori e sono le uniche capaci di integrare quel modello, tipicamente italiano, come abbiamo visto vincente, di imprenditorialità diffusa. A dimostrazione di ciò un po’ di numeri: con 226 miliardi di euro di impieghi, 264 miliardi di euro di raccolta e un attivo totale di 270 miliardi di euro, le Banche popolari e del territorio rappresentano il 12,5% del sistema bancario italiano. Se non hanno futuro le piccole banche non ha futuro l’intera imprenditoria italiana.

Luoghi comuni legati alla crisi: “Le banche locali hanno svolto, solo in parte, una funzione anticiclica”. Nella grande crisi 2007-2014, la funzione anticiclica delle Banche popolari è stata documentata da autorità indipendenti. Le Popolari, anche nella congiuntura avversa, hanno dato più credito all’economia reale, con una crescita media annua dei finanziamenti del 2,0% contro un dato medio dello 0,5%; hanno erogato nuovi finanziamenti a Pmi e alle famiglie per acquisto di abitazione rispettivamente per 300 e per 100 miliardi di euro a un tasso più basso nell’ordine di 10 basis point per le Pmi e di 20 basis point per i mutui relativi a compravendite immobiliari. Tradotto significa che la presenza di banche locali, radicate nei territori, ha notevolmente mitigato l’impatto della crisi proprio grazie alla “prossimità” sul territorio. E, ancora legato ai cambiamenti della crisi, si pone il tema dell’importanza data alla finanza di impatto sociale arrivando ad affermare che “la finanza d’impatto sociale è una delle novità del mercato finanziario”. Ogni 100 euro di risparmio raccolto dalle Banche popolari nei territori di riferimento, 76 vengono reinvestiti nella stessa area con evidente beneficio per il lavoro e il reddito in quella zona. A questo si aggiunge la destinazione di parte degli utili (100 milioni di euro nel 2017) a favore della beneficenza, dell’attività culturale e della promozione di borse di studio negli stessi territori.

È questo l’impatto sociale che la finanza mutualistica ha sempre prodotto essendo la sua caratteristica fondante. Ma la crisi ha portato ad affermare anche che “le banche locali sono maggiormente a rischio di instabilità”. A parte casi isolati – che però hanno riguardato anche importanti banche S.p.A. – le Popolari hanno evidenziato livelli di patrimonializzazione significativamente superiori a quanto richiesto dalla normativa confermando pienamente la propria solidità. Secondo i dati della Banca d’Italia, aggiornati a fine 2016, le Popolari registrano un coefficiente relativo al CET1 del 12,8%, al Tier1 del 13% e complessivo del 15%, valori superiori alla media nazionale di circa un punto percentuale e ampiamente al di sopra dei requisiti minimi. Quando l’innovazione diventa contrapposizione tra vecchio e nuovo, il luogo comune è facile: “le banche del territorio non intercettano l’innovazione”. 4 milioni di famiglie e 250 mila imprese clienti delle Popolari hanno utilizzato, nel 2017, quotidianamente il canale internet sia a fini informativi che dispositivi.

Il numero di famiglie che utilizza i canali digitali è cresciuto del 6%, i bonifici effettuati via web, sono stati, sempre nel 2017, 10 milioni, quelli effettuati con collegamenti telematici diversi da internet 14 milioni, per un totale di 24 milioni di operazioni, pari all’80% del totale. I bisogni di famiglie e imprese, tecnologicamente più avanzate, insieme a quelli di chi cerca o ha bisogno, comunque, della fisicità dello sportello – che non è affatto detto siano soltanto persone anziane, ma spesso sono gli stessi clienti “tecnologicamente più alfabetizzati” – realizzano, insieme, il duplice obiettivo di semplificare la comunicazione e mantenere forte il legame tra le banche e i propri clienti.

Niente è più efficace di un luogo comune che trasforma in verità ciò che vero non è per il solo fatto di essere detto e ripetuto pubblicamente. In un mondo che fa della comunicazione il suo principale totem è possibile e dovrebbe essere doveroso, anche se più difficile, andare contro corrente per realizzare delle operazioni di verità.

Giuseppe De Lucia Lumeno FORMICHE.NET