Biagio Iacolare non è più presidente Sma. Ma resta consigliere di Vincenzo De Luca

Biagio Iacolare, ripreso nell’ormai famoso video ‘Dammi 50 mila…’ dell’inchiesta di Fanpage.it si dimette da presidente della Sma Campania ma resta consigliere di Vincenzo De Luca per demanio e patrimonio regionale.

VIDEO

https://youmedia.fanpage.it/video/al/WowvBeSwZYWPsB8c

 

Ad oggi Biagio Iacolare, l’uomo politico campano di area centrista, ripreso nel terzo video dell’inchiesta giornalistica Bloody Money realizzata da Fanpage.it che parla di mazzette e politica nello smaltimento rifiuti (ormai diventato famoso come ‘Dammi 50mila…”) ha voluto annunciare di lasciare l’incarico di presidente di Sma Campania ma non ha detto alcunché su un altro suo incarico, quello di «consigliere del Presidente della Giunta regionale Vincenzo De Luca per gli aspetti inerenti il demanio e il patrimonio regionale, nonché il riordino degli Enti Locali in relazione ai servizi pubblici». L’incarico affidato nel febbraio 2016 all’ex consigliere regionale Iacolare è «a titolo onorifico, salvo il rimborso delle sole spese documentate e sostenute per il loro espletamento».

 

L’ex esponente dell’Udc è ripreso nel video dell’inchiesta di Fanpage.it mentre è a colloquio con il nostro gancio, Nunzio Perrella e con un’altra persona interessata al business, Rory Oliviero. Il dato politico che rende Iacolare, originario di Marano, elemento apicale della maggioranza che sostiene De Luca è che a lui si attribuisce la paternità del patto elettorale vincente alle passate Regionali tra centristi che fanno riferimento a Giuseppe e Ciriaco De Mita e l’attuale presidente della Regione ed esponente del Partito Democratico.

FANPAGE.IT

Una terza persona si è dimessa per l’inchiesta di Fanpage sui rifiuti in Campania

È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall’infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente

 

Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.

https://youmedia.fanpage.it/embed/WowvBeSwZYWPsB8c?bar=1&autoplay=0&h=440

 

Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.

Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.

Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpageha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.

L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.

Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.

Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.IL POST

Embraco, oltre 70 milioni di fondi pubblici. Il conto per lo Stato

Dal 2004 al 2017, fra finanziamenti pubblici e milioni di ore di Cig, la controllata della Whirlpool (stime sindacali) avrebbe ricevuto circa 70 milioni di euro

Embraco, oltre 70 milioni di fondi pubblici. Il conto per lo Stato

di Andrea Deugeni AFFARIITALIANI
twitter11@andreadeugeni

Oltre 21 milioni di euro di fondi pubblici fra Regione Piemonte – con tanto di acquisto nel 2004 (per 7,7 milioni) di un capannone da FinPiemonte per i metri quadrati di superficie produttiva in surplus – e fra Ministero del Lavoro per la formazione. Più milioni di ore di cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali che a spanne potrebbero valere circa 50 milioni di euro.

Sono le stime che circolano fra i sindacati sui soldi pubblici che la Embraco, l’azienda del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 497 persone (su 553 complessivi) nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia dove ha già un altro impianto, ha drenato allo Stato dal 2004 italiano quando, prima di dare avvia al progressivo smantellamento della produzione e della forza lavoro, il gruppo impiegava oltre mille addetti (dai 2.200 degli anni ’90, ridotti grazie al blocco del turnover e rimpiazzati dalle assunzioni nella Repubblica Ceca).

Protesta operai Embraco 6

 

Foto LaPresse
 

Il tutto a fronte di una crisi quasi fantasma, perché addirittura negli ultimi cinque anni in cui la società ha fatto ricorso prima alla cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione (2014-2015) e poi alla solidarietà (2016-2017) per i lavoratori in Italia, la Embraco Europe Srl(che conta sia lo stabilimento italiano sia quello slovacco) ha chiuso i bilanci – secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano – con profitti crescenti. Raddoppiando gli utili netti dai 6 milioni del 2012 ai 14,2 milioni di euro dell’ultimo bilancio, sostenendo un costo del lavoro di soli 26 milioni che equivale al 7,2% del fatturato (358 milioni). Di impatto modestissimo, dunque.

Intanto, mentre i responsabili sindacali di Uilm, Fiom e Fim hanno annunciato cheentro il 15 marzo si terrà lo sciopero generale dei i metalmeccanici torinesi a sostegno della vertenza Embraco e Bruxelles ha acceso un faro sulla vicenda, Invitalia, l’Agenzia del Tesoro per l’attrazione degli investimenti, ha incontrato i vertici delle due aziende (una italiana e una straniera) per vagliare le offerte d’acquisto dell’azienda. Offerte che la stessa Embraco aveva già ricevuto prima dell’annuncio della chiusura dello stabilimento italiano a fine marzo, ma che poi, per accorciare i tempi visto anche lo scenario d’incertezza politica nel nostro Peese e dare segnali precisi ai mercati finanziari (questa è stata la motivazione fornita dall’azienda), aveva deciso di non prendere in considerazione annunciando a inizio gennaio la cessazione della produzione.

carlo calenda mise
 

Invitalia, che “può gestire la transizione come con Alcoa, in queste ore a Roma, sta incontrando un’azienda straniera che potrebbe essere interessata, ma prima voglio vedere che il piano sia serio per evitare che la toppa sia peggiore del buco”, ha spiegato infatti oggi il ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, a margine di un appuntamento a Varese. “Sta andando avanti lo scouting – ha aggiunto – incontrerò i sindacati la prossima settimana e darò loro gli aggiornamenti”. Qualche barlume di speranza c’è.  

Corruzione percepita, l’Italia è peggio del Ruanda (ma ci sono segni di miglioramento)

La graduatoria annuale di Transparency International boccia ancora una volta il nostro paese. Che però negli ultimi anni ha migliorato sensibilmente la sua posizione

DI GLORIA RIVA L’ESPRESSO

Corruzione percepita, l'Italia è peggio del Ruanda (ma ci sono segni di miglioramento)

Male ma non malissimo. Transparency International, l’ong che lotta contro la corruzione, ha pubblicato l’indice di percezione della corruzione di 180 paesi . L’Italia si piazza al 54esimo posto, migliorando di sei posizioni rispetto allo scorso anno, ma complessivamente resta il voto insufficiente.

Secondo l’indagine dell’ente non profit l’Italia ha cominciato a scalare la classifica nel 2012, cioè dall’introduzione della legge anticorruzione. Infatti, da allora il paese è avanzato di 18 posizioni.

Detto questo, resta ancora parecchia strada da fare sulla via della trasparenza, perché il voto complessivo è 50 punti su 100. A pesare è soprattutto la scarsa trasparenza dell’amministrazione pubblica e dei partiti e della politica che, da un lato, hanno smesso di attingere dai finanziamenti pubblici, dall’altro hanno preso a sfruttare canali di sponsorizzazione poco limpidi, come le fondazioni e le associazioni politiche, che non hanno obblighi di rendicontazione.

In cima all’indice di Transparency International, che ogni anno classifica i paesi sulla base del livello di corruzione percepita nel settore pubblico, assegnando un punteggio da 0 (molto corrotto) a 100 (per niente corrotto), c’è anche quest’anno la Danimarca, seguita dalla Nuova Zelanda, con 89 e 88 punti rispettivamente. E, anche quest’anno, la coda della classifica si chiude con Sud Sudan (12 punti su 100) e Somalia (9/100).

VEDI ANCHE:

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Corruzione, la classifica dei paesi più corrotti

La graduatoria annuale di Transparency international vede un miglioramento dell’Italia, che però resta ancora tra i paesi peggiori in Europa. Scopri, stato per stato, qual è l’indice della corruzione percepita in 180 nazioni

Lo scorso anno l’Italia era l’ultima in classifica in Europa, mentre stavolta è 25esimo su 31, dunque lontano dai vertici della classifica e dai paesi con cui siamo soliti confrontarci, come la Germana (dodicesima posizione e voto 81) e la Francia (23esimo posto e voto 70). Più simili a noi paesi come la Spagna, alla posizione 42 e la Slovenia, al 54esimo posto, a pari merito proprio con l’Italia.

«Miglioriamo grazie all’impegno italiano in questi ultimi anni sul fronte anticorruzione: dopo la legge Severino del 2012 sono stati fatti diversi progressi, tra cui l’approvazione delle nuove norme sugli appalti, l’introduzione dell’accesso civico generalizzato e, soprattutto, la recente legge a tutela dei whistleblower, cioè su chi segnale un’irregolarità sul posto di lavoro. Non va neppure trascurato l’importante ruolo svolto da Anac per prevenire il fenomeno e garantire un migliore funzionamento delle amministrazioni pubbliche», dice Virginio Carnevali, Presidente di Transparency International Italia, che tuttavia fa notare la scarsa trasparenza dei partiti, che nascondono la provenienza dei finanziamenti.

Nel 2017 Transparency ha contato 776 casi di corruzione riportati dai media che coinvolgono per lo più Lombardia (111 casi), Sicilia (102) e Lazio (101). Si corrompe negli appalti (151 casi) e nel settore pubblico (130 segnalazioni), ma soprattutto in politica (187 casi). Davide Del Monte, direttore esecutivo di Transparency Italia commenta: «Siamo alla vigilia di elezioni cruciali per il nostro Paese, le prime dopo l’abolizione totale del finanziamento pubblico ai partiti, e noi cittadini siamo chiamati a votare dei candidati di cui non possiamo conoscere i reali finanziatori e, quindi, da quali interessi particolari vengono sostenuti».

RIDIAMO UN PO’-VOLETE SAPERE SE UN MATRIMONIO DURERÀ? BASTA CHIEDERE AI FOTOGRAFI DELLA CERIMONIA NUZIALE! – NE VEDONO COSI’ TANTE CHE HANNO INDIVIDUATO GLI OTTO SEGNALI CHE FANNO SUBITO INTENDERE SE LE NOZZE APPENA CELEBRATE SONO DESTINATE A FINIRE – ECCO QUALI SONO…

Da http://www.huffingtonpost.it – Questo articolo è stato pubblicato su HuffPostUsa ed è stato tradotto da Stefano Pitrelli

 

I fotografi di matrimoni di tempo coi loro clienti ne trascorrono parecchio, a partire dall’incontro iniziale, passando per le foto del fidanzamento, per arrivare al matrimonio vero e proprio. Considerando tutto il tempo che finiscono per passare in compagnia delle coppie, in genere sviluppano un occhio allenato a cogliere gli indizi che il matrimonio non sia destinato a durare.

non voglio. piuNON VOGLIO. PIU

 

Qui di seguito, i fotografi di matrimoni professionisti ci spiegano gli 8 segnali preoccupanti che indicano divorzio in vista per quella coppia.

 

1. A UNO DEI DUE PARTNER LE FOTO NON SEMBRANO INTERESSARE AFFATTO.

“Le fotografie non interessano a tutti. Anzi, a volte incontro dei clienti ai cui futuri coniugi importa di tutto, tranne che dell’esser fotografati nel giorno del matrimonio. Fortunatamente anche il più riluttante di questi alla fine si mostra consapevole del fatto che le foto siano importanti per il partner, e perciò risulta comunque disponibile a partecipare. Ma non è sempre così.

 

Agli inizi della mia carriera ero stato assunto telefonicamente da un promesso sposo. Arrivato al matrimonio mi son presentato alla sposa, che ha iniziato a gesticolare verso la mia macchina fotografica, dicendo: ‘Non puntarmi quella m**da addosso proprio oggi!’.

DIVORZIODIVORZIO

 

Il resto della giornata è stato piuttosto arduo. Loro hanno divorziato tre mesi più tardi. Credo che una disponibilità a prendere in considerazione i bisogni del partner sia un aspetto determinante di un rapporto soddisfacente a lungo termine. Il che vuol dire accogliere il momento degli scatti pure se essere fotografato è una cosa che non ti fa impazzire”. — Rob Greer, fotografo di matrimoni a Los Angeles, in California.

 

2. PIÙ DEL 20 PER CENTO DEGLI INVITATI DALLA COPPIA FINISCE PER DECLINARE

“Che il 10-15 per cento degli invitati non possa partecipare a un matrimonio è cosa molto comune, ma quando superi il 20-25 per cento dovresti cominciare ad approfondire. È un indizio che i tuoi amici e familiari sono consapevoli del fatto che la coppia non funzionerà mai! È triste, ma è anche incredibilmente vero.

 

La prospettiva esterna è indicativa del proprio rapporto. Stavo seguendo un matrimonio con 250 invitati, un minimo di 200 coperti pagati, ma solo 60 di questi si erano presentati! La stessa coppia venne da me a chiedermi se volessi invitare mia moglie i bambini al ricevimento, dato che avevano pagato per tutti questi coperti e non era venuto nessuno! Proprio di recente ho scoperto che da allora la coppia si è separata”. — Brian Delia, proprietario della Brian Delia Photography di Clifton, in New Jersey.

la mancanza di sesso porta al divorzioLA MANCANZA DI SESSO PORTA AL DIVORZIO

 

3. FRA I DUE IL FEELING PARE FORZATO

“Quando fotografo una coppia e uno dei due eccede per compensare l’indifferenza dell’altro, è un gran brutto segno. Magari si sono passati in rassegna centinaia di foto online e vorrebbero che le loro foto somigliassero esattamente a quelle sulle bacheche di Pinterest. Sfortunatamente, all’interno di questa loro ‘visione’, non hanno fatto i conti con la propria dinamica interpersonale.

 

A volte semplicemente manca quel feeling e quel legame emotivo. Fin troppo spesso ci si concentra su una bella foto da condividere sui social. Le coppie si preoccupano meno di lasciare che il fotografo colga l’amore che si dovrebbe trasmettere in modo spontaneo. È difficile quando le coppie son così scopertamente slegate”. — Gretchen Wakeman, fotografa di matrimoni a Scottsdale, in Arizona.

 

4. FRA GLI INVITATI SI LITIGA

“Quando fra gli invitati non si fa altro che litigare e fare scenate, è un gran brutto segno. Vi faccio un esempio: recandoci a un matrimonio, a meno di dieci minuti dall’arrivo, la mia squadra aveva ricevuto una telefonata. Era la sposa che ci spiegava che il matrimonio era stato annullato.

 

il disprezzo nella coppia porta al divorzioIL DISPREZZO NELLA COPPIA PORTA AL DIVORZIO

Era amareggiata, ci diceva che proprio non andavano d’accordo, e che fra gli invitati, e fra vecchi amici, si stava litigando. Raccontò che il testimone aveva fatto sesso con una damigella d’onore della sposa, che in realtà era una dama d’onore, essendo sposata. C’era stata una rissa, e la situazione era precipitata nel caos. Non sappiamo se stiano ancora insieme, ma suppongo di no”. — Matt Adcock, cofondatore della Del Sol Photography di Playa del Carmen, in Messico.

 

5. LA COPPIA NON È D’ACCORDO SULLE SPESE

“Li chiamerò T&M, per non fare i nomi della coppia. Quando sono entrati nel mio studio e mi sono proposto come fotografo, T ha chiesto di andare in bagno. E quando esce, M mi fa: ‘Questo matrimonio mi sta mandando in rovina. Il nostro budget è raddoppiato rispetto agli inizi”. Il denaro è un aspetto importante di tutti i matrimoni, e spesso influisce sul loro fallimento. Ciò era decisamente vero per questa coppia. Sei mesi dopo un matrimonio favoloso con oltre 150 invitati, si sono separati”. – Carlos G. Osorio, proprietario di Miami Photo a Miami, in Florida.

la incapacita di ricordare momenti belli porta al divorzioLA INCAPACITA DI RICORDARE MOMENTI BELLI PORTA AL DIVORZIO

 

6. LA COPPIA SI SCAMBIA BATTUTINE SARCASTICHE DURANTE GLI SCATTI

“Nel corso della mia carriera ho immortalato più di mille matrimoni, e so che se vedo una coppia che litiga o bisticcia per tutta la giornata, la cosa non potrà che peggiorare, e probabilmente si concluderà con una separazione. Alcune coppie dicono che in realtà stanno solo scherzando fra loro, ma di solito dietro a una frecciata o a una battuta c’è del vero. La cosa peggiore a cui abbia mai assistito è stata una sposa che diceva al mio staff: ‘Ora basta baci’. Sottile, ma profonda e meditata. Lo sposo non ha replicato, al ché mi son detto: ‘Wow, è già l’inizio della fine'”. — Rob Greer

 

7. IL RAPPORTO SEMBRA ESCLUSIVAMENTE FONDATO SULL’ATTRAZIONE FISICA

“Abbiamo osservato coppie che erano molto affettuose e affiatate per tutta la serata — e adesso son divorziate. Mi ricordo un matrimonio in particolare in cui mi ero ritrovato in compagnia di questa coppia giovanissima e ultra-in-forma. Avevano un rapporto molto fisico, ed era interessante leggere il linguaggio del corpo, e il modo in cui comunicavano fra loro.

divorzioDIVORZIO

 

Alla fine del matrimonio mi hanno invitato in camera da letto per delle foto intime e sexy. Ma a giudicare dal modo in cui me l’avevano chiesto, non sapevo se volessero che li fotografassi o che mi unissi a loro. Fu una sensazione strana, mi limitai a declinare cortesemente, conclusi la mia serata e me ne tornai a casa. Un anno dopo il matrimonio, si erano separati”. — Sol Tamargo, cofondatore della Del Sol Photography di Playa del Carmen, in Messico.

 

8. LA COPPIA NON STA QUASI MAI INSIEME DURANTE IL RICEVIMENTO

“Dopo la cerimonia, la stragrande maggioranza delle coppie è entusiasta all’idea di affrontare il ricevimento. Lo stress della giornata ormai è alle spalle, ed è finalmente arrivato il momento di divertirsi e rilassarsi.

GUERRA DEI ROSES DIVORZIOGUERRA DEI ROSES DIVORZIO

 

Di norma le coppie trascorrono la serata salutando gli ospiti, ballando tutta la notte, e festeggiando la loro nuova condizione. Quando una coppia si separa per parlare agli ospiti o l’uno lascia l’altro solo sulla pista per ore e ore, ciò solleva sempre qualche preoccupazione. Ho fotografato un intero ricevimento e alla coppia insieme son riuscito a scattare appena un pugno di foto — è sempre un gran brutto segno” — Gretchen Wakeman. DAGOSPIA.COM

DOMANDA AL CONSIGLIERE DELEGATO DI INTESA SAN PAOLO CARLO MESSINA.

LA PROSSIMA ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI NEI TRE MINUTI DEDICATI A COLORO CHE DESIDERANO ESPORRE IL LORO  PENSIERO’ DOMANDERO’ AI TUOI SOCI DI BANCA INTESA ESCLUSA LA FONDAZIONE San Paolo  DU CUI CONOSCIAMO GIA LA RISPOSTA DOPO AVERTI ELETTO CONSIGLIERE DELEGATO:

SE TU AZIONISTA DI INTESA SAN PAOLO TI FOSSI TROVATO AL POSTO DEI TUOI COLLEGHI VENETI COSA AVRESTI PENSATO DI CARLO MESSINA? DOPO TUTTE LE PROMESSE MANCATE – DOPO TUTTI I VIDEO SMENTITI ?LA RISPOSTA SPERO CHE TU LA CONOSCA MOLTO BENE.

TI DESIDERO RICORDARE CARLO MESSINA CHE TUTTO CIO CHE STO FACENDO LO FACCIO PER TUTTI QUEI CLIENTI DELLE BANCHE VENETE TRUFFATI PER BEN DUE VOLTE PRIMA DALLA VECHIA GESTIONE E POI DAL CONTRATTO DEL NOTAIO MARCHETTI E RELATIVO DLGS 99/2017.

SAI BENISSIMO CHE NON MI FAI PAURA  IN QUANTO AVENDO GIA’ VISTO LA MORTE IN FACCIA CON UN INFARTO MIOCARDICO ACUTO TUTTO CIO’ E’ NULLA VICINO A QUELLO CHE SI PROVA IN CERTI MOMENTI DELLA VITA.

CORDIALMENTE 

PAOLO POLITI

 

P.S. MI RACCOMANDO DI CONSEGNARE AI TUOI FIDI COLLABORATORI LE MIE COMUNICAZIONI DA CONSEGNARE AI TUOI LEGALI AL FINE DI POTERTI APPIGLIARE A QUALCOSA CHE NON ESISTE.

AD MAIORA!

Stalking da società di recupero crediti

Di Avv. Cristiano Cominotto
Stalking da società di recupero crediti

Sul fatto che un debito debba essere pagato non vi è nulla da dire, ma cosa succede se una’agenzia di recupero crediti in modo insistente pretende il pagamento? Quali sono i limiti previsti dalla legge nel pretendere il pagamento di un debito?

 

Quello che una recente proposta di legge sta ipotizzando è l’entrata in vigore di un reato di stalking bancario. Questo tipo di reato limiterebbe la liceità dell’insitenza delle chiamate per pretendere il pagamento di un debito. Specialmente se le chiamate sono numerose e reiterate nel tempo e se all’interno di queste counicazioni si paventassero al debitore conseguenze ben più gravi di quelle che in realtà prevede la legge. 

Questo tipo di proposta di legge deriverebbe dalle conseguenze che l’insitenza nel pretendere i debiti può portare e ha già portato negli ultimi anni. Quello delle chiamate e dei contatti da parte delle agenzie di recupero crediti è infatti un fenomeno cresciuto e aumentato nel tempo. I casi più gravi hanno addirittura visto un debitore suicidarsi a seguito delle continue pretese.

Serve comunque ribadire che i debiti vanno pagati e che se non si ottempera agli impegni presi si sta infrangendo la legge, ma qui non si sta mettendo in discussione il principio della pretesa del pagamento di un debito si stanno invece prendendo in esame le modalità con le quali si richiede il pagamento. Se queste ultime dovessero essere ossessive, la proposta di legge vorrebbe che le stesse diventassero illecite.

Non resta che aspettare per vedere se questa proposta passerà e se sarà effettivamente introdotto il reato di stalking bancario.

 

 

PREDICA BENE CHI PREDICA ULTIMO: MUORE A 99 ANNI BILLY GRAHAM, IL PIU’ IMPORTANTE E INFLUENTE PASTORE EVANGELICO DELLA STORIA. TRUMP: ‘NESSUNO COME LUI’ – IL ‘CONFESSORE IN CAPO’ È STATO PER ANNI CONSIGLIERE DEI PRESIDENTI, DA TRUMAN A OBAMA. AVEVA IL PARKINSON DAL 1992 – ANCHE LA REGINA ELISABETTA, APO DELLA CHIESA ANGLICANA SI FACEVA CONFESSARE DA UN BUZZURRO DEL NORTH CAROLINA, CON GRANDE SDEGNO DELLA CORTE INGLESE

obama da billy grahamOBAMA DA BILLY GRAHAM

TRUMP RENDE OMAGGIO A BILLY GRAHAM, ‘NESSUNO COME LUI’

 (ANSA) – Anche Donald Trump rende omaggio su Twitter al leader evangelico Billy Graham, morto oggi a 99 anni. “Il grande Billy Graham è morto. Non c’era nessuno come lui!. Mancherà ai cristiani e a tutte le religioni. Un uomo molto speciale”, ha scritto.

 

 

MORTO BILLY GRAHAM, PREDICATORE E CONFESSORE DEI PRESIDENTI USA

Da www.lastampa.it

 

la regina elisabetta nancy e ronald reagan e billy grahamLA REGINA ELISABETTA NANCY E RONALD REAGAN E BILLY GRAHAM

Il reverendo Bill Graham, una delle personalità religiose più influenti della storia americana, per decenni consigliere fidato dei presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca, è morto all’età di 99 anni. Dal 1992 soffriva del morbo di Parkinson.

 

 

Le sue visite nello Studio Ovale risalgono ai tempi di Harry Truman e la sua consuetudine con i vari presidenti che da allora hanno guidato gli Stati Uniti è proseguita fino all’era Obama. L’influenza religiosa di Graham, che seppe sfruttare ad arte le potenzialità offerte dai moderni mass media, si estese ben al di là dei confini degli Usa. 

harry truman billy grahamHARRY TRUMAN BILLY GRAHAM

 

 

Il “confessore in capo”, come venne ribattezzato, «ha predicato il Vangelo a oltre 215 milioni di persone in 185 Paesi del mondo», si leggeva sul suo sito. Autore di oltre 30 libri, l’evangelico Graham girò il globo, anche oltre la Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda, per portare la sua predicazione alle truppe Usa sparse nel mondo. 

 

 

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Nato a Charlotte, in North Carolina, il 7 novembre del 1918, secondo quanto recita la sua biografia Graham aspirava a diventare un giocatore di baseball. Ma dopo gli studi, iniziò la sua carriera di pastore evangelico nelle periferie di Chicago, per poi divenire presto una figura spirituale di riferimento per le migliaia di reduci che tornavano dai fronti della Seconda Guerra Mondiale.dagospia.com

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RETROSCENA – JUNCKER AMMETTE CHE LA SITUAZIONE EMA È MOLTO INGARBUGLIATA. L’OLANDA RISCHIA DI PERDERE LA SEDE DEL FARMACO E L’ANNULLAMENTO RIMETTEREBBE IN GARA TUTTI I PAESI EUROPEI – OVVIAMENTE L’ITALIA, SECONDA ARRIVATA, DICE CHE TOCCHEREBBE A MILANO. CHI PREVARRÀ TRA JUNCKER E IL PIO GENTILONI?

MERKEL JUNCKER1MERKEL JUNCKER1

1. DAGOREPORT

In quel di Bruxelles il sobrio Juncker si è lasciato sfuggire con il suo principale collaboratore, il capo di gabinetto Martin Selmayr, che la situazione Ema è molto ingarbugliata. L’Olanda rischia di perderla e l’annullamento rimetterebbe in gara tutti i paesi dell’EU. Ovviamente l’Italia, seconda arrivata, dice che toccherebbe a Milano. Chi prevarrà tra Juncker e il pio Gentiloni?

 

2. EMA, DOMANI L’ISPEZIONE DELL’EUROPARLAMENTO LA VIA: VERIFICHEREMO SE AMSTERDAM È PRONTA

Da Sole 24 Ore.com

 

MATTARELLA JUNCKERMATTARELLA JUNCKER

E’ un partita Milano contro Amsterdam? La risposta dell’eurodeputato Giovanni La Via è negativa: «Non c’è una contrapposizione Milano contro Amsterdam, non è una rivincita di una partita di calcio che abbiamo perso al primo tempo, si tratta semplicemente di andare a verificare se ad Amsterdam ci sono le condizioni per garantire l’operatività dell’agenzia una volta trasferita da Londra, che è il parametro fondamentale sulla base del quale prenderemo la nostra posizione sulla scelta della sede».

 

ema a londraEMA A LONDRA

La Via è il deputato italiano che fa parte del gruppo del Partito popolare che ha un ruolo centrale nell’affaire dell’Agenzia europea del farmaco: è relatore per la commissione Ambiente che istruisce la proposta con la quale l’Europarlamento a marzo prenderà posizione a favore o contro la scelta del Consiglio Ue di trasferire l’Ema ad Amsterdam.

 

Domani guiderà la delegazione di deputati che avrà un incontro con le autorità tecniche e politiche olandesi per accertare “sul terreno”, anche attraverso una ispezione dei siti, se lo Stato olandese è in grado di garantire o meno l’operatività dell’agenzia una volta trasferita da Londra oppure questa garanzia non c’è. Il confronto si annuncia difficile e all’insegna della tensione.

gentiloni tajaniGENTILONI TAJANI

 

Sull’argomento è intervenuto anche il presidente del Consiglio. «Nella gara per aggiudicarsi la sede dell’Ema – ha sottolineato Gentiloni – Milano è arrivata in fondo fortissima e adesso con lo stesso spirito e capacità di fare squadra, senza battute elettoralistiche, città, Regione e governo stanno lavorando, e lavoreranno nelle prossime settimane, per assicurarsi che tutto il processo sia stato condotto con correttezza e in modo trasparente. Se cosi non fosse, non sarebbe un torto solo a Milano, ma all’Italia e all’Europa».

dalai lama e giuseppe salaDALAI LAMA E GIUSEPPE SALA

 

Dal canto suo il sindaco di Milano, Giuseppe Sala si aspetto che la delegazione dell’europarlamento «verifichi come stanno le cose». «Oggi – ha detto Sala – il nostro capo di gabinetto è a Bruxelles per preparare i nostri parlamentari che faranno parte della delegazione. Non chiedo nient’altro che una visita, che però vada a fondo, ma mi sembra che anche il livello di attenzione del Parlamento europeo stia salendo. Quindi ripeto: rispetto delle regole, ma massima attenzione al fatto che gli europei non siano penalizzati da questo doppio passaggio su Amsterdam che problemi ne creerà».dagospia.com

Assicurazioni, su premi scoppia l’ira degli agenti

Il presidente del sindacato di categoria Sna, Claudio Demozzi, spiega a Finanza Report l’impatto di una norma che obbligherà gli operatori a versare subito alle compagnie l’intero premio


 
 

Gli agenti assicuratori sono sul piede di guerra contro il governo, e in particolare contro il Ministero dello Sviluppo Economico, nell’imminenza dell’approvazione definitiva, forse entro dopodomani 23 febbraio, di una modifica legislativa motivata dal recepimento della direttiva Ue 2016/97 (o Idd) sulla distribuzione assicurativa. Si tratta dell’obbligo, secondo gli assicuratori estraneo alla direttiva UE, per gli agenti e i subagenti di versare i premi incassati direttamente alla compagnia assicurativa, attendendo in un secondo tempo di ricevere la provvigione, anziché, come è stato finora, versare il premio dopo averlo già stornato del proprio legittimo compenso. Il tutto abbinato all’introduzione di sanzioni più elevate per la categoria.

Il governo interviene sull’articolo 117 del Codice delle Assicurazioni, con un testo già approntato l’8 febbraio e passato al vaglio del Ministero dello Sviluppo Economico e del Consiglio di Stato, in attesa della firma definitiva, che si dice possa avvenire domani o al più dopodomani. Il Sindacato Nazionale Agenti assicurativi, o Sna, ha già inviato una durissima lettera al premier Paolo Gentiloni e al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, dichiarando lo stato d’agitazione della categoria ed evocando la “disobbedienza civile”.

Ciò perché i prevedibili ritardi nel pagamento dei compensi rischierebbero di affossare una categoria che comprende 20.000 agenti assicurativi italiani e 200.000 persone (tra collaboratori, subagenti e produttori degli agenti) nonché 30.000 dipendenti.

Il presidente dello Sna, Claudio Demozzi, da noi raggiunto telefonicamente, ci ha spiegato i pericoli dietro il decreto: “Non siamo contro la direttiva Idd in sè, che è non vincolante e che offre margini di autonomia a ogni stato. Ma il governo italiano vi ha inserito questa modifica, che ci obbligherebbe a versare subito l’intero premio alle compagnie, vedendo ritardata la nostra provvigione. Sembra un ‘capriccio’ a favore di banche e grandi compagnie assicurative, a scapito delle medie e piccole compagnie e degli agenti. Può far perdere il lavoro a migliaia di agenti che garantiscono una ineguagliabile prossimità ai potenziali clienti, anche nei contesti di provincia, nei piccoli centri di collina o di montagna. Il nostro paese non è solo Roma o Milano. Siamo pronti a non rispettare questa nuova legge, perché rischiamo il tutto per tutto”.

Demozzi prosegue illustrandoci la reale dimensione del problema: “Per fare un paragone calzante, lei pensi a cosa significherebbe se un benzinaio versasse direttamente alle compagnie petrolifere tutto l’incasso di ogni giorno, aspettando poi di essere remunerato in un secondo tempo, e dovendo anche affrontare tutte le spese vive della sua attività. Dal governo, per ora, si dicono disposti solo a un anno di moratoria per consentire agli agenti di adattarsi alla nuova regola. Vorremmo che il governo capisse la portata devastante del provvedimento considerando che sono a rischio 200.000 partite IVA. Speriamo che i ministri comprendano che sarebbe un boomerang fiscale per lo Stato. Venerdì terremo a Roma una riunione del Comitato Centrale dello Sna, a cui parteciperanno i nostri 120 responsabili provinciali. Lì decideremo tutte le iniziative che si affiancheranno all’agitazione e alla disobbedienza civile. Sono sconcertato dal fatto che un governo faccia un simile autogoal, inimicandosi un’intera categoria, a pochi giorni dalle elezioni politiche”.

Il confronto, insomma, si preannuncia aspro e gli agenti assicurativi non intendono cedere. Sarebbero più colpiti gli agenti plurimandatari, che spesso incassano assegni unici per il pagamento di più polizze contratte con più compagnie. Risulterebbe quindi attaccato il concetto di plurimandato e di aumento della concorrenza. MIRKO MOLTENI FINANZA REPORT

Servizi segreti: terrorismo, immigrazione e cyber temi che minacciano la nostra sicurezza

NELLA RELAZIONE ANNUALE I CONTENUTI A CUI OFCS AVEVA DEDICATO AMPIO SPAZIO

La Relazione annuale dei servizi segreti, presentata oggi al Parlamento, conferma nei contenuti una realtà sotto gli occhi di tutti, ovvero che il pericolo viene da fuori.
I dati comunicati, corredati da approfondite analisi delle nostre agenzie di intelligence, nella loro interezza pongono in risalto come l’immigrazione selvaggia di clandestini nel nostro Paese abbia provocato un significativo aumento del tasso di criminalità, sia in termini di reati comuni sia, soprattutto, in riferimento alla minaccia terroristica.

Gli “sbarchi occulti” ai quali la Relazione dedica ampio spazio, altro non sono che gli arrivi clandestini dalla Tunisia e dalla Libia ai quali questa testata ha dato ampio spazio, in tempi non sospetti, e trattati da altri magazine di rilevanza nazionale, come fake news o, comunque, come problematiche di scarso rilievo.

I dati di fatto posti in risalto dalla relazione dell’intelligence nostrana, riguardano la gemmazione delle cellule terroristiche in Occidente, fattore di primaria importanza se messo in relazione, anche in questo caso, con il flusso di clandestini “sedicenti” che quotidianamente continuano a sbarcare sulle nostre coste, con il risultato di infettare pericolosamente il Continente di soggetti non solo indesiderabili, ma certamente pericolosi per la sicurezza nazionale.

Il radicamento del fenomeno del terrorismo islamista in Libia e le sue ramificazioni logistiche in Tunisia ed Egitto, avendone percepito l’ampiezza del fenomeno, sono da mesi oggetto di analisi a livello internazionale, rappresentando queste, un rischio nello specifico, sì nell’area del Mediterraneo, ma con importanti infiltrazioni anche a livello globale. La gemmazione delle cellule spontanee, collegata al persistere della minaccia jihadista, quanto mai attuale, non hanno subito un particolare calo in prossimità della sconfitta militare patita dall’autoproclamato califfato in Siria ed Iraq.

Il dualismo crescente tra il Daesh e la rinascente al Qaeda, è una nuova realtà con la quale occorre confrontarsi, considerando il rischio, anche qui, conclamato, che questa sorta di confronto interno alle due grandi organizzazioni terroristiche sortisca un effetto emulazionistico tra le frange di islamisti, anche d’importazione, che si trovano nel nostro Paese.

Da considerare anche il perdurare delle presenze di veterani della jihad e dipredicatori che abbiamo segnalato in analisi precedenti. Contro questi soggetti, onnipresenti anche nelle nostre realtà urbane, a poco servono i mezzi tecnologici all’avanguardia utilizzati, forse a sproposito dalle varie intelligence. Le risorse umane, le cosiddette Humint, sono, probabilmente, le armi più idonee per confrontarsi con una realtà tristemente in crescita e con la quale il dato certo è quello di un aumento esponenziale di azioni non necessariamente legate a specifiche direttive dei network jihadisti, ma semplicemente frutto della mancanza di una reale volontà di integrazione nel tessuto sociale dell’Occidente.

PAOLO BEDONI CHI INDAGA?VERTICI DI CATTOLICA ASSICURAZIONI INDAGATI PER CORRUZIONE, GOVERNO FACCIA DIETROFRONT SU H-CAMPUS!

La notizia di un coinvolgimento diretto della Cattolica Assicurazioni nel filone dell’inchiesta veneta sulle verifiche fiscali in una società appartenente al gruppo, impone una seria riflessione sulla capacità di finanziamento della stessa Cattolica per il progetto H-Campus, già oggetto di una mia interrogazione parlamentare alla Camera dei deputati, e sul coinvolgimento diretto del Governo, tramite Cassa Depositi e Prestiti, in un’operazione immobiliare che il M5S giudica ad alto rischio.

Le preoccupazioni espresse dal M5S sulla realizzazione del mega Campus da 26 mila metri quadri sono più che fondate: come può una società della quale risultano attualmente indagati, per episodi di presunta corruzione e irregolarità fiscali, il direttore amministrativo Giuseppe Milone, preposto alla redazione dei documenti contabili societari, e Albino Zatachetto, segretario del presidente del Cda, garantire il finanziamento di un progetto da oltre cento milioni di euro? Senza contare poi tutte le criticità legate alla scelta del sito e all’assenza di interesse pubblico per il Campus, già denunciate dal Movimento!

Un investimento che mette a rischio i soldi dei contribuenti, considerato che la Cattolica è il finanziatore principale del progetto e che, stando alle ultime notizie, risulta beneficiaria di favori fiscali per diversi milioni di euro. Inoltre, sebbene il presidente della Società Cattolica Paolo Bedoni non risulti attualmente indagato, il suo nome ricorre più volte nelle intercettazioni telefoniche intercorse tra gli arrestati nell’ambito dell’inchiesta di Venezia sui regali in cambio di sconti sulle sanzioni fiscali!

Alla luce dei recenti fatti di cronaca che vedono coinvolta la Cattolica Assicurazioni in quella che è stata definita “la più grande inchiesta contro il fenomeno della corruzione dopo il Mose, ho depositato in questi giorni un nuovo atto in Parlamento per avere dal Governo chiarimenti sul coinvolgimento di funzionari pubblici in questa vicenda e per sapere se ritiene ancora sicuro un investimento di tale portata, considerata la difficile posizione in cui si ritrova la Cattolica, al centro delle indagini di Venezia per presunta corruzione!

ariannaspessotto#M5S

Sequestro di 176 milioni ai familiari di Zonin: “C’è un giudice a Vicenza” – CONTESTUALE DOMANDA A CARLO MESSINA CONSIGLIERE DELEGATO DI INTESA SAN PAOLO – CHE NON RISPONDE MAI

ANSA

Gianni Zonin

Premesso che Gianni Zonin ha guidato la banca Popolare di Vicenza per 19 anni. 

Premesso che Gianni Zonin è indagato ma innocente fino al terzo grado di giudizio per il crac della sua banca. 

Premesso che una azione della Banca valeva 62,50 euro ed è precipitata a 10 centesimi, riducendo in polvere 6 miliardi di euro di 118.000 piccoli azionisti. 

Vorrei provare, da romanziere, a immaginare una scena di famiglia. 

Pura fantasia, al momento. 

Un tavolo ovale, quadri di grande valore alle pareti, bicchieri di cristallo e camerieri silenti che servono acqua e basta e poi, silenti, escono dalla stanza. 

 

Chiudendosi alle spalle la porta massiccia. Una grande villa. Restaurata di fresco. Con un grande giardino. 

Il capofamiglia dice che ha deciso di donare i suoi beni ai figli e alla moglie. Azienda vinicola,terre, palazzi, quote di società. Fa 176 milioni di euro. 

 

Siamo dalle parti dei Buddembrook o dello scandalo Lehman? 

Questa bella riunione di famiglia magari non c’è mai stata. Ma il Giudice della udienza preliminare Roberto Venditti, il 15 febbraio, ha stabilito il sequestro conservativo di quei beni. 

 

Perchè la donazione ai familiari fu fatta da Gianni Zonin dopo l’apertura della inchiesta sullo scandalo della Popolare di Vicenza. «In pregiudizio e in danno ai creditori» scrive il Gip nella ordinanza. 

E allora, per una volta, bisogna dire la frase famosa «C’è un Giudice a Berlino». 

 

La frase della Giustizia che alla fine si sveglia. Ispirata dalla storia popolare tedesca del mugnaio di Posdam, da Michael Kolhaas del racconto di Heinrich von Kleist, da Brecht. 

 

C’è un Giudice a Vicenza.  

Come hanno detto gli avvocati dell’indagato Zonin (dopo «aver preso atto»): «massima fiducia nel lavoro della magistratura». 

https://facebook.com/antonellaboralevi http://www.antonellaboralevi.it  LA STAMPA

Popolare di Vicenza, sequestri milionari ai familiari di Zonin

Il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il sequestro conservativo per 176 milioni di euro sui beni mobili e immobili intestati a mogli e figli da Zonin e altri cinque ex manager della banca veneta. Spiraglio di risarcimento per oltre cinquemila azionisti

 

Popolare di Vicenza, sequestri milionari ai familiari di Zonin

Sono oltre venti i sequestri conservativi autorizzati a carico di Gianni Zonin e altri cinque ex manager della Popolare di Vicenza, per una cifra complessiva di 176 milioni di euro. I vertici della banca, nelle settimane successive all’apertura dell’inchiesta sul crac, “intestarono beni mobili e immobili a mogli e figli in pregiudizio e in danno ai creditori”, ha affermato il giudice Roberto Venditti accogliendo parte delle istanze presentate dai risparmiatori durante le sedute dell’udienza parlamentare. Lo riferisce oggi il quotidiano La Repubblica.

Il titolo dell’istituto di credito precipitò da 62,5 a euro a 10 centesimi in poche settimane, polverizzando gli oltre 6 miliardi di euro di capitale posseduti da 118mila soci. Già a partire dai prossimi giorni i legali delle parti civili in causa – circa cinquemila – potranno procedere all’acquisizione dei beni individuati nel provvedimento del giudice.

Per Zonin – per 19 anni alla guida della banca, accusato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Bce – il sequestro di beni mobili o immobili ceduti o regalati a terzi riguarda in primis l’azienda vinicola di famiglia, Gianni Zonin Vineyards Sas. Il manager aveva infatti ceduto partecipazioni ai suoi figli pari al 26,9%. Tra fine 2015 e 2016 i trasferimenti di beni da Zonin ai suoi familiari non si è limitato all’attività vinicola: terreni, palazzi, società immobiliari e via dicendo.

I legali di Zonin, prendendo atto della decisione del giudice, hanno espresso la massima fiducia nel lavoro della magistratura”,

Lo scorso 5 febbraio erano stati bloccati altri 106 milioni di euro per l’ipotesi di ostacolo alla vigilanza da parte della Consob, depositati presso la banca in liquidazione. A fine aprile un secondo filone di indagine dovrebbe confluire nell’inchiesta di partenza.

Insomma, le vittime del crac vicentino iniziano a intravedere la concreta possibilità di ottenere un risarcimento per quanto perso circa due anni fa.

 

P.S DOMANDO PER L’ENNESIMA VOLTA AL SIG CARLO MESSINA CONSIGLIERE DI INTESA San Paolo DOVE SONO STATI INSERITII I 49.000.000,00 DI FINANZIAMENTI DELLE SOCIETA’ LEGATE A ZONIN E DA ME PUBBLICATE. CARLO MESSINA ANCORA NON RISPONDE COSI’ IL FIDO STEFANO BARRESE RESPONSABILE DEI TERRITORI CHE HA GESTITO TUTTAL’OPERAZIONE BANCHE VENETE. I CITTADINI VOGLIONO SAPERE . I CONTRIBUENTI VOGLIONO SAPERE . PERTANTO SI DIA UNA MOSSA VELOCE A RISPONDERE.

Popolari venete, ok dell’Ue al salvataggio. Berlino: ”Muore l’unione bancaria”. El Pais: ”Cosi’ pagano i contribuenti”

padoan pier carlo c ansadi Fiorina Capozzi
La Commissione europea ha giudicato gli aiuti di Stato compatibili con le regole. Ma Madrid rileva come Santander, che ha comprato il Banco Popular per 1 euro, abbia messo sul piatto 7 miliardi per ricapitalizzarlo senza chiedere soldi pubblici. Secondo il Wall Street Journal il governo ha avuto paura che imporre sacrifici ai piccoli investitori potesse “spingerli nelle braccia dei partiti estremisti
La promessa che i futuri contribuenti non pagheranno più per le banche malate è caduta per sempre”. All’indomani del decreto che salva le due banche venete, è durissimo il commento dell’eurodeputato tedesco Markus Ferber, esperto finanziario della Csu (Christlich-Soziale Union) e vicepresidente della commissione affari economici del Parlamento europeo. Dal suo punto di vista, la decisione di Bruxelles di avallare il salvataggio-liquidazione di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza è “deludente” perché “porta l’Unione bancaria sul letto di morte”. Il suo non è un timore isolato nel Vecchio Continente. Così non sorprende che, mentre in Borsa Intesa guadagnava terreno chiudendo a +4,2%, il ministro della finanze tedesco Wolfgang Schaeuble si sia sentito in dovere di chiarire che “per quanto possibile l’uso di fondi pubblici dovrebbe essere evitato nelle procedure di fallimento”. Tuttavia, pur senza commentare il caso specifico, Schaeuble ha ritenuto opportuno ribadire attraverso il suo portavoce la posizione tedesca secondo cui è “meglio far uscire dal mercato le banche non redditizie piuttosto che tenerle in vita attraverso una ricapitalizzazione precauzionale”.

Quasi un messaggio per chi pensa che il caso delle due banche venete possa costituire un precedente per gli istituti di credito in difficoltà. Ma soprattutto una precisazione quasi dovuta visto che intanto, a Madrid, El Pais si interrogava sul senso di un’operazione, avallata da Bruxelles, che prevede un consistente esborso di denaro pubblico e che va nella direzione “diametralmente opposta” a quanto consentito alla Spagna per il Banco Popular. “Intesa Sanpaolo assorbirà entrambe le entità – sottolinea un articolo pubblicato sul sito del quotidiano spagnolo – però il costo dell’operazione – 5 miliardi iniziali con un margine fino a 17 – ricadrà sui contribuenti. Un intervento opposto a quello utilizzato nel caso del Banco Popular in Spagna” che è stato acquistato per un euro dal Santander, pronto ad effettuare una ricapitalizzazione da 7 miliardi. Per il quotidiano spagnolo appare evidente che “gli unici ad essere pregiudicati saranno i contribuenti italiani. Perché Intesa si consolerà con gli asset sani delle banche fallite” secondo un disegno “difeso dal premier Paolo Gentiloni”.
Per gli spagnoli insomma convince poco la posizione della Commissione europea per la quale l’operazione delle due banche venete non è affatto un “salvataggio”, ma “un aiuto di Stato che serve ad attenuare gli effetti dell’uscita di mercato di una banca”. Certo, come evidenzia il New York Times, fa riflettere la tempestività con cui la “scricchiolante macchina dell’Unione europea” possa talvolta muoversi “rapidamente” per evitare il peggioramento della “fiducia nel fragile sistema bancario del Paese”. Il tutto per “due banche che rappresentano appena il 2 per cento dei depositi degli italiani”, ma avrebbero potuto “minare la fiducia in altre banche”. Senza contare, come spiega il giornale statunitense, che “in Italia c’è la paura che imporre sacrifici alla classe media dei correntisti e piccoli investitori – al pari di quelli che hanno acquistato i senior bond di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca – possa spingere le persone che hanno subito delle perdite nelle braccia dei partiti estremisti di sinistra o di destra” provocando “instabilità politica”.
A dispetto delle motivazioni, per il Wall Street Journal, il salvataggio delle due banche italiane è un “passo indietro” per la finanza europea: “Le autorità sulla concorrenza, che decidono sugli aiuti di stato, sembrano aver concesso un tacito accordo alle vecchie modalità di fare business – ha scritto il quotidiano americano – La loro decisione su queste piccole banche rappresenta un precedente che preoccupa”. Per il giornale americano sono le domande da porsi per comprendere a pieno il caso italiano: innanzitutto “perché le due banche non sono state trattate con il nuovo regime di risoluzione e – poi – perché Intesa Sanpaolo si è aggiudicata un accordo così buono sugli asset delle due banche”, prosegue. La risposta alla prima domanda è “pragmatica e gli investitori possono imparare da questa. La risposta alla seconda è più preoccupante e sembra un passo indietro per la finanza europea”, conclude il giornale ricordando che, secondo gli analisti, l’operazione non costerà neanche un euro ad Intesa. Anzi: la banca guidata da Carlo Messina potrà beneficiare di un aumento degli utili del 5-7% entro il 2020. Considerazioni che avranno tenuto ampiamente banco anche a Bruxelles prima di dare l’ok al salvataggio.

ilfattoquotidiano.it

MARZO 2017 – Pioggia di miliardi a Rosneft. Il dossier Trump scuote Intesa. Nell’operazione sarebbero intervenuti intermediari americani

MESSINA

 

Sono cinque righe, riportate a pagina 30 del più corposo rapporto ormai diventato celebre come “dossier Trump”. Ma sono cinque righe “pesanti”, praticamente passate inosservate in Italia, che chiamano indirettamente in causa Intesa Sanpaolo. E rischiano di mettere in imbarazzo la banca guidata da Carlo Messina. Per capirne il riferimento bisogna inquadrare il contesto. Il “dossier Trump”, elaborato da un ex 007 inglese, dimostrerebbe le relazioni esistenti tra Donald Trump e il Cremlino nei mesi che hanno preceduto le elezioni alla Casa Bianca. Il rapporto è diventato famoso per i presunti aspetti boccacceschi legati alla vita privata del nuovo presidente americano. E più in generale deve essere preso con le pinze. Contiene però tanti altri passaggi economicamente interessanti, che ancora suscitano l’attenzione dei servizi segreti di mezzo mondo.

Il punto -Ma cosa c’entra Intesa? Bisogna partire dalla privatizzazione di una fetta importante di Rosneft, il colosso petrolifero russo, perfezionatasi in tempi recenti. E’ proprio ai retroscena di questa operazione che fa riferimento il passaggio a pagina 30 del rapporto. Qui si parla di un incontro avvenuto a Mosca, i primi giorni di luglio 2016, tra Igor Sechin, numero uno di Rosneft, e Carter Page, all’epoca consulente di politica estera di Trump. Riferendo confidenze di uno stretto collaboratore di Sechin, lo 007 inglese scrive che “il presidente di Rosneft desiderava che venissero cancellate le sanzioni contro di lui e la società petrolifera, a tal punto da offrire ai sodali di Page e Trump l’intermediazione di più del 19% di Rosneft”. Page, dal canto suo, “aveva espresso interesse confermando che se Trump fosse stato eletto le sanzioni sarebbero state cancellate”. Dopodiché il dossier continua dicendo che a un certo punto Sechin ha cominciato a dubitare della possibilità che Trump potesse arrivare alla Casa Bianca, cosa in realtà poi avvenuta. Ma non c’è dubbio che il retroscena sulla cessione di una fetta di Rosneft fa riflettere. E qui entra in scena Intesa Sanpaolo, non citata direttamente dal dossier Trump ma in qualche modo tirata in ballo dal documento. Si dà infatti il caso, come sin troppo sbrigativamente riportato dalla stampa italiana, che nel gennaio di quest’anno la banca guidata da Carlo Messina abbia erogato la bellezza di 5,2 miliardi di euro per finanziare i compratori del 19,5% di Rosneft. Questi compratori rispondono al nome di Qia, il fondo sovrano del Qatar, e di Glencore, il colosso minerario anglosvizzero. Possibile che questi ricchi colossi non avessero soldi da mettere per l’operazione? Queste e altre domande erano state poste dalla stampa inglese, sicuramente in modo interessato (visti gli interessi anglosassoni).

Punture di spillo – La Reuters (vedi La Notizia del 26 gennaio scorso), dopo aver premesso che il 19,5% di Rosneft è stato valutato 10 miliardi di euro, e dopo aver ricordato che Qia aveva messo sul piatto 2,5 miliardi, Glencore 300 milioni e Intesa 5,2 miliardi, si chiedeva chi avesse pagato la parte restante della cifra. In più, ricordando che i soldi sono finiti alla QHG Shares, ovvero a una joint venture costituita tra Qia e Glencore con sede a Singapore, aveva rivelato che “secondo i pubblici registri la proprietà della struttura in ultima analisi vede coinvolta anche una società delle Isole Cayman, i cui beneficiari non possono essere tracciati”. Da qui la domanda: chi sono i beneficiari ultimi dell’erogazione? Il Financial Times (vedi La Notizia del 18 gennaio) aveva indicato nella banca russa Vtb, anch’essa destinataria di sanzioni, il primo finanziatore dell’operazione, a cui sarebbe poi subentrato l’istituto di credito italiano. Il tutto per il sospetto di una finta privatizzazione di Rosneft. Adesso ci si mette il dossier Trump, secondo il quale su quella cessione, il cui acquisto è stato finanziato da Intesa, potrebbe essere stata pagata una super intermediazione a beneficio di emissari Usa. Sul punto Intesa, sondata da La Notizia, ha sempre detto di aver agito nel più totale rispetto delle regole, ma di non poter aggiungere dettagli a causa delle clausole di “confidentiality”. Certo è che il mistero rimane. STEFANO SANSONETTI LA NOTIZIA