FIAT LUX SULLE FAKE NEWS – UNA BUFALA PUBBLICATA DA IL SOLE 24 ORE, RIMBALZATA POI DAI SOCIAL, INFORMAVA CHE I 200 MILIONI NON PAGATI DAI CLIENTI MOROSI DELL’ENEL FINIRANNO SPALMATI A 35 EURO SULLE NOSTRE BOLLETTA – INVECE, L’IMPATTO SUI CONSUMATORI SARÀ ALL’INCIRCA IL 2% DEGLI ONERI DI SISTEMA, E NON 35 EURO) – VIDEO

VIDEO

 

Da Blitz quotidiano.it

 

BOLLETTA DELLA LUCEBOLLETTA DELLA LUCE

Sta circolando su WhatsApp e su Facebookuna fake news che riguarda la bolletta della luce Enel. Secondo questa bufala ci sarebbe un aumento di 35 euro per “sanare” i morosi che non pagano la luce. Una fake news architettata e che fa leva sul caso mosso sulle pagine de Il Sole 24 Ore dal titolo “Bolletta non pagata? Da ora è a carico di tutti”. Un articolo che informava di 200 milioni non pagati da clienti morosi che finiranno spalmati tra tutti gli altri. Una notizia falsa che poi ha avuto l’eco dei social.

tasti falso e veroTASTI FALSO E VERO

 

L’importo di cui parla l’articolo infatti non riguarda gli ammanchi lasciati dai clienti finali morosi bensì il buco creato nell’ultimo biennio del crac di alcune aziende di vendita, la più famosa delle quali è Gala, che nell’articolo del Sole viene invece dipinta come vittima dei morosi.

 

Come se non bastasse, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) è intervenuta direttamente con un comunicato stampa per spiegare meglio che il provvedimento è esclusivamente finalizzato a reintegrare gli oneri di sistema a seguito del mancato versamento da parte di alcune imprese venditrici e non di altri clienti morosi. Il relativo impatto sulle bollette dei consumatori finali non è ancora stato quantificato da ARERA, ma in ogni caso l’Autorità ha precisato che sarà molto contenuto (all’incirca il 2% degli oneri di sistema, e non 35 euro).

 

ENEL STARACEENEL STARACE

Non ci sarà alcun aumento di 35 euro sulla bolletta della luce. Bufala bollette Enel. Sul caso della bufala è intervenuto anche il Codacons: “Stanno circolando sui social network e attraverso testi inviati da cellulare messaggi che annunciano un addebito da 35 euro sulla bolletta della luce di aprile, finalizzato a coprire i debiti degli utenti morosi, quelli cioè che non hanno pagato la propria bolletta elettrica – denuncia il Codacons – Un messaggio pericolosissimo perché invita anche a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale. Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale”.

 

Sta circolando su WhatsApp e su Facebook una fake news che riguarda la bolletta della luce Enel. Secondo questa bufala ci sarebbe un aumento di 35 euro per “sanare” i morosi che non pagano la luce. Una fake news architettata e che fa leva sul caso mosso sulle pagine de Il Sole 24 Ore dal titolo “Bolletta non pagata? Da ora è a carico di tutti”.

 

Un articolo che informava di 200 milioni non pagati da clienti morosi che finiranno spalmati tra tutti gli altri. Una notizia falsa che poi ha avuto l’eco dei social.

 

fake news 1FAKE NEWS 1

L’importo di cui parla l’articolo infatti non riguarda gli ammanchi lasciati dai clienti finali morosi bensì il buco creato nell’ultimo biennio del crac di alcune aziende di vendita, la più famosa delle quali è Gala, che nell’articolo del Sole viene invece dipinta come vittima dei morosi.

 

Come se non bastasse, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) è intervenuta direttamente con un comunicato stampa per spiegare meglio che il provvedimento è esclusivamente finalizzato a reintegrare gli oneri di sistema a seguito del mancato versamento da parte di alcune imprese venditrici e non di altri clienti morosi. Il relativo impatto sulle bollette dei consumatori finali non è ancora stato quantificato da ARERA, ma in ogni caso l’Autorità ha precisato che sarà molto contenuto (all’incirca il 2% degli oneri di sistema, e non 35 euro).

 

fake newsFAKE NEWS

Non ci sarà alcun aumento di 35 euro sulla bolletta della luce. Bufala bollette Enel. Sul caso della bufala è intervenuto anche il Codacons: “Stanno circolando sui social network e attraverso testi inviati da cellulare messaggi che annunciano un addebito da 35 euro sulla bolletta della luce di aprile, finalizzato a coprire i debiti degli utenti morosi, quelli cioè che non hanno pagato la propria bolletta elettrica – denuncia il Codacons – Un messaggio pericolosissimo perché invita anche a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale. Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale”.dagospia.com

 

 

Fondazioni, crac e perdite riaprono il dossier fusioni

A Cariverona il ruolo di pivot: sul tavolo c’è il salvataggio della Cassamarca Anche i Monti di Pietà di Vicenza e Rovigo andranno incontro ad aggregazionidi Eleonora Vallin il mattino di Padova geolocal

PADOVA. Siamo alla vigilia di un’epocale rivoluzione nel mondo delle fondazioni bancarie. Una metamorfosi spinta dai recenti crac bancari e alimentata da situazioni di nanismo o deficit. L’obiettivo è duplice: superare le situazioni critiche e cercare stabili equilibri per assicurare la mission statutaria. Come? Con operazioni di fusione.

Il risiko, potrebbe partire a breve e ottenere una forte moral suasion, contro le resistenze della vecchia guardia, il 7 e 8 giugno a Parma al Congresso nazionale Acri.

In Veneto si contano sei Fondazioni bancarie, solo due, Cariverona e Cariparo, con patrimonio attorno ai 2 miliardi: la «taglia minima» secondo i ben informati. Seguono Cassamarca e Fondazione di Venezia. Poi ci sono le minuscole Monte di Pietà di Vicenza e Banco del Monte di Rovigo che erogano (dati 2016) qualcosa come 270 mila euro. Troppo piccole per restare, tra l’altro il Monte di Rovigo segna rosso. Ma la vera operazione di riassetto vede protagonista Cassamarca. Fondazione in difficoltà da anni, i cui conti 2016 vedono una perdita di 6,45 milioni e un patrimonio eroso: nel 2005 era di 920 milioni, nel 2010 è sceso a 631 milioni, oggi sono 494 milioni. La candidata “pivot” sarebbe Cariverona, fondazione non solo più grande e solida ma anche storicamente legata all’ente diretto da Dino De Poli. Entrambe sono nel capitale di Unicredit (la Holding Unicredito nasce nel 1995 per iniziativa delle due fondazioni) entrambe hanno un cordone immobiliare che le annoda: Cariverona è socio al 3,44% di Cattolica Assicurazioni a cui Cassamarca ha ceduto per 80 milioni la grande tenuta agricola Ca’ Tron di Roncade.

Il progetto non è nuovo: l’idea fu ipotizzata nel 2015 dall’allora presidente di CariVerona Paolo Biasi e De Poli. L’ostacolo allora fu (si disse) la disparità patrimoniale dei due istituti. Ma oggi soffia un vento diverso.

Proprio ieri la Fondazione Carife, rimasta orfana della banca territoriale andata in risoluzione a fine 2015, ha lanciato un appello a tutte le fondazioni bancarie: «Incorporateci». La mossa sarebbe stata concordata il 24 gennaio con il ministero dell’Economia e Finanze (che dovrà dare il placet all’operazione) e non avrebbe ostacoli, anche se non è stata mai inserita nella Legge di Bilancio 2018 la ventilata proposta di legge per favorire le fusioni tra fondazioni bancarie. Poco importa. Perché in realtà, già le prevede il decreto legislativo 153 del 1999 che disciplina le operazioni di ristrutturazione bancaria e che, appunto, prevede operazioni di trasformazione e fusione. Anche il protocollo Acri-Mef del 2015 le contempla, qualora una fondazione non riesca a «raggiungere una capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Quel protocollo dice anche che «nel principio di conservazione del patrimonio» le fondazioni non possono avere un indebitamento superiore al 10% del patrimonio. Cassamarca è al 9,27% (dati 2016).

Non solo. Sempre ieri Giandomenico Genta, numero uno della Fondazione Cassa di Cuneo (ente delle dimensioni di Cariparo, per capire) ha presentato un piano per la creazione di un’unica fondazione bancaria per «mettere insieme tutto ciò che resta delle ex Casse di Risparmio della provincia. Siamo i primi a sperimentare questa strada» ha detto Genta. Ma altri li seguiranno. È lo stesso presidente Acri Giuseppe Guzzetti ad averlo detto in un’intervista di fine 2017, ricordando come non solo Carife ma anche Macerata, Pesaro e Jesi legate a Banca Marche e Chieti, per i dissesti bancari, «sono incapaci di assolvere oggi ai loro compiti di erogazione». «Ne abbiamo parlato con il ministro Padoan – ha detto Guzzetti – si è proposto di trovare dov’è possibile delle fusioni, con la concessione di un credito d’imposta nei confronti della fondazione che svolge le erogazioni per chi non le fa».

Le Marche si stanno già attivando e al tavolo del risiko è seduta Cariverona che ha, tra i territori di competenza, anche Ancona. Il presidente Alessandro Mazzucco è però, in quanto rappresentante della Consulta delle Fondazioni Tre Venezie, ben consapevole del ruolo istituzionale

 

che svolge a Nordest.

Insomma, se lo scacchiere dovesse maturare, a Verona sanno di dover fare la prima mossa e, seppur densa di problemi legati alla debolezza di Cassamarca, la pedina già guarda in direzione Treviso.

Credito Valtellinese, dalla Consob via libera all’aumento di capitale da 700 milioni

L’operazione partita il 19 febbraio si conclude l’8 marzo. Gli azionisti possono esercitare il loro diritto d’opzione a un prezzo di 0,10 euro per azione. Il gruppo prevede 150 milioni di utili nel 2020. 

«Scriviamo il domani. Insieme» si legge sul sito ufficiale del Credito Valtellinese. Il messaggio è rivolto a tutti i loro azionisti, invitati ad aderire all’aumento di capitale da 700 milioni di euro stabilito dal consiglio d’amministrazione dell’istituto. La Consob ha ufficialmente dato il via libera all’operazione, che era già stata approvata dalla Banca d’Italia lo scorso dicembre. Rappresenta il pilastro su cui si basa il piano strategico 2018-2020, percorso che ha come obiettivo il miglioramento del profilo di rischio e l’aumento della redditività del gruppo. Il calendario dell’offerta per la sottoscrizione dell’aumento di capitale prevede il via al 19 febbraio con conclusione dell’operazione all’8 marzo 2018.

DIRITTO DI OPZIONE: C’È TEMPO FINO ALL’8 MARZO. Gli azionisti del Credito Valtellinese (Creval) hanno tempo fino all’8 marzo per esercitare il proprio diritto di opzione sulle azioni di nuova emissione. Per ogni azione posseduta, chi sottoscriverà l’aumento di capitale ne avrà 631 a un prezzo pari a 0,10 euro per azione. Una cifra che incorpora uno sconto del 16% sul prezzo teorico delle azioni di Creval, calcolato in base alla media delle quotazioni ufficiali degli ultimi tre mesi.

PALAZZO SERTOLI

Palazzo Sertoli, la sede del Credito Valtellinese di Sondrio

CESSIONE DIRITTI: SCADENZA IL 2 MARZO. Per la cessione a terzi del proprio diritto di opzione ci sarà tempo fino al 2 marzo. E gli azionisti Creval lo potranno fare attraverso il Mercato telematico azionario (Mta) organizzato e gestito dalla Borsa italiana. Credito Valtellinese mette a disposizione un prospetto informativo sull’intera operazione che può essere consultato sul sito web ufficiale del gruppo, oppure presso la sede legale di Sondrio, in piazza Quadrivio, 8.

UNDICI BANCHE NEL CONSORZIO DI GARANZIA. L’intero ammontare dell’aumento di capitale (700 milioni di euro) è garantito da undici banche che hanno sottoscritto un contratto con efficacia fino al 30 giugno 2018. Questo significa un impegno ad acquisire tutte le azioni che eventualmente dovessero rimanere non sottoscritte al termine dell’asta. I nomi che fanno parte del consorzio di garanzia sono Mediobanca, Banco Santander, Barclays, Citigroup global markets, Credit Suisse, Commerzbank Jefferies e Société Générale, Banca Akros, Equita SIM e Keefe, Bruyette & Woods e MainFirst.

PIANO STRATEGICO: NON SOLO AUMENTO DI CAPITALE. L’operazione di aumento di capitale è la premessa all’applicazione di un piano strategico più ampio, con cui il Credito Valtellinese ha voluto programmare il suo futuro fino al 2020. Verranno infatti ceduti i crediti deteriorati dell’istituto per circa 1,6 miliardi di euro entro il primo semestre del 2018 e ulteriori 500 milioni nella seconda parte dell’anno. In contemporanea, il consiglio d’amministrazione ha previsto un taglio dei costi operativi per 63 milioni di euro, l’incorporazione di Credito Siciliano in Credito Valtellinese e una riduzione del numero delle filiali. Al termine del programma, nel 2020, l’istituto lombardo si aspetta un utile intorno ai 150 milioni di euro.lettera43

Cybersecurity e hacker: Milano e le imprese sotto attacco

Francesco Bertolino lettera43

I sequestratori a volte si accontentano di poche centinaia di euro, altri ne pretendono decine di migliaia. È il prezzo che molte imprese sono costrette a pagare per ottenere il rilascio dei dati “rapiti” dai cybercriminali. Per l’estorsione 4.0 non servono minacce a parenti o amici. Basta un ransomware, un programma in grado di criptare le informazioni archiviate su un pc o su una rete, rendendole inaccessibili fino al versamento del riscatto.

NEL 2017 OLTRE 13 MILA CYBERTRUFFE. A Milano, la città più colpita d’Italia, nel 2017 sono stati denunciate 12.323 truffe informatiche, una ogni 45 minuti. Il fenomeno, nonostante un aumento del 25% rispetto al 2016, resta sottostimato. «I numeri reali sono certamente più alti perché molte imprese pagano e non denunciano», dice Gabriele Faggioli, responsabile dell’Osservatorio Information Security & Privacy, «cosí però si rischia di cadere in una spirale di ricatti».

SPESA IN CRESCITA, MA ANCORA BASSA. Diverse le cause di questa epidemia informatica. «Da un lato, negli ultimi anni è aumentata la superficie di attacco e di rischio», spiega Faggioli, «Milano è un polo tecnologico e ormai tutte le imprese di ogni settore e dimensione utilizzano servizi e strumenti informatici». Dall’altro, «gli investimenti in cybersecuritysono ancora bassi: nel 2016 sono stati solo 972 milioni su 66 miliardi spesi dall’industria italiana per la digitalizzazione», dieci volte meno che in Germania. Situazione migliorata nel 2017 con una crescita del 12% (1,09 miliardi), grazie, però, soprattutto alle grandi imprese che contribuiscono al 78% del mercato di settore.

 
Settori industriali più colpiti da ransomware nel 2016 (%)EducazioneTelecomunicazioniMedia/IntrattenimentoServizi finanziariCostruzioniAziende/enti pubbliciManifatturaTrasportoSanitàCommercioAttacchi ransomware0510152025
 

Se il contagio si diffonde, però, è colpa soprattutto dell’aumento degli untori digitali. «Un tempo il cybercrimine era appannaggio di hacker abilissimi che con motivazioni politico-libertarie sottraevano dati a multinazionali e governi», conferma Ivano Gabrielli, direttore del Centro nazionale anticrimine informatico della Polizia Postale. «Oggi si dedicano a truffe informatiche anche hacker fai-da-te che, dopo aver acquistato ransomware o malware sviluppati da altri nel dark web (siti “nascosti” e accessibili solo con speciali software), attaccano aziende, banche e istituzioni pubbliche».

DIFFICILE RINTRACCIARE I RESPONSABILI. Risalire alla loro identità è quasi impossibile: «Purtroppo in Italia abbiamo poca esperienza investigativa in questo settore», continua Gabrielli, «in più, spesso, i cybercriminali agiscono dall’Est Europa e, una volta incassato il bottino in cripto-valute anonime e non tracciabili, spariscono nel nulla». In gran parte dei casi, il danno dei ransomware è diffuso, ma di scarsa entità: generalmente si tratta di attacchi su larga scala, tecnicamente poco sofisticati.

IL MAN IN THE MIDDLELe conseguenze diventano serie quando l’azienda è vittima di truffe mirate note come Mim e Bec (Man in the Middle eBusiness Email Compromise). Nella prima, l’hacker – “l’uomo nel mezzo” – riesce a intercettare tutte le comunicazioni provenienti da un computer, carpendo password e dati sensibili da sfruttare in un secondo momento a suo vantaggio. La seconda «è più complessa e richiede più tempo», sottolinea Gabrielli. «Il cybercriminale compromette la mail aziendale e spia di nascosto il comportamento e il modo di scrivere di un dirigente». Poi, «si sostituisce a lui e, con una mail a suo nome, chiede a chi ha poteri di spesa un bonifico su un conto estero per cifre anche superiori al milione di euro». Quando la vittima si accorge dell’errore è tardi: incassato il bottino, il truffatore è scomparso senza lasciar tracce.

 
 
 
 
 
 
 
La truffa Man in the Middle
 
Utente aziendale o privato
Sito web (es. Banca)
 
 
Cybercriminale (Man in the Middle)
 
Connessione originale
 
Connessione intercettata
 

Il pericolo non riguarda solo le aziende. A luglio 2017 la sede milanese di Unicredit ha rivelato di aver subìto il furto di dati anagrafici di 400 mila clienti italiani, beneficiari di un prestito personale. Un colpaccio, i cui moventi non sono ancora chiari. Gabrielli ne immagina almeno due: «Informazioni come il reddito o le necessità debitorie sono merce preziosa per altre società del settore che, offrendo pacchetti su misura ai clienti della banca derubata, fanno concorrenza sleale». Oppure, peggio, «mail, numeri di telefono e altri dati personali possono essere sfruttati dagli hacker per attacchi diretti ai clienti». «Serve più cultura della sicurezza a tutti i livelli, perché anche nelle frodi più articolate c’è sempre una compartecipazione del soggetto raggirato», conclude.

CON LA TECNOLOGIA AUMENTA IL RISCHIO. «Ransomware e truffe legate a deviazione di bonifici sono le minacce più frequenti segnalate dai nostri associati, che comportano i maggiori danni all’impresa», dice Alvise Biffi, vicepresidente Piccola Industria di Assolombarda. In molti casi, aggiunge, «le estorsioni 4.0 vanno a buon fine, a meno che non intervenga la banca a bloccare la transazione verso il conto del cybercriminale». La concentrazione dei reati in Lombardia, a suo parere, è figlia di quella industriale: «Molte società appetibili per gli hacker hanno sede qui, come quelle che operano nell’ambito delle comunicazioni, dell’energia o della sanità».

ASSOLOMBARDA CORRE AI RIPARI. «È vero», commenta Biffi, «la stragrande maggioranza delle aziende resta in silenzio e paga per evitare danni d’immagine o complicazioni burocratiche». Ma Assolombarda si sta attrezzando per far emergere e contrastare la criminalità sommersa. Dal 2017 le imprese possono rivolgersi all’help desk dell’associazione «sia in ottica preventiva sia, in caso di avvenuto attacco, per studiare le contromisure da attuare». Per le piccole e medie imprese è anche disponibile un questionario di autovalutazione del livello di rischio che mette in luce aspetti da migliorare per mettere in sicurezza i sistemi». «A breve poi», ricorda, «lanceremo una piattaforma digitale dove la polizia postale segnalerà le minacce in corso e le imprese potranno denunciare, anche in forma anonima, le truffe subite».

 
 
 
 

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Nella partita a scacchi con i cybercriminali è meglio muovere per primi. Perciò, molte grandi società si rivolgono a servizi di ethical hacking per mettere alla prova la resistenza delle reti aziendali a tentativi di intrusione. «Non esiste un sistema sicuro al 100%», fa notare Stefano Zanero, fondatore di Secure Network, «ognuno ha le sue vulnerabilità». A lui e al suo team di 12 “hacker buoni” le imprese chiedono di scoprire quali, prima che lo facciano i “cattivi”. «Il cliente fissa le regole d’ingaggio per il penetration test», spiega, «quali dati vuole assolutamente proteggere, se dobbiamo metterci nei panni di un cybercriminale esterno o di un dipendente infedele e quanto tempo abbiamo per portare a termine l’attacco». «Poi noi ci mettiamo alla ricerca della breccia nel sistema», prosegue, «e la troviamo quasi sempre».

SISTEMI A PROVA DI ATTACCO. Quello dell’hacker al servizio delle imprese «è un lavoro appassionante e faticoso: bisogna essere smanettoni, ma anche capaci di spiegare al personale quali sono i rischi e come minimizzarli». Da docente di informatica al Politecnico, Zanero confessa che «non sempre nelle università italiane si insegnano le competenze necessarie all’ethical hacking». I tecnici vengono spesso reclutati «fra giovani laureati in informatica, fisica o matematica che per hobby si siano già cimentati in penetration test, purché non a fini criminali e a patto che non abbiano precedenti penali».

CRESCE LA DOMANDA DI ESPERTI. La difficoltà che le aziende incontrano nel trovare esperti in cybersecurity è confermata anche da Nello Scarabottolo, coordinatore del corso in Sicurezza dei Sistemi e delle Reti Informatiche della Statale di Milano. Attivo dal 2004, conta ogni anno 200 iscritti. Ma l’offerta di specialisti resta ancora troppo scarsa rispetto alla domanda crescente delle aziende. «Non sempre riesco a soddisfare la richiesta di laureati che mi arrivano», ribadisce. «Oggi si interessano alla protezione dei dati anche piccole e medie imprese che fino a poco tempo fa consideravano una perdita di tempo aggiornare i loro computer». «Le tecnologie migliorano la produzione, ma rendono anche le aziende sempre più vulnerabili», avverte, «nonostante tutte le misure adottabili contro gli hacker, il rischio zero non esiste: bisogna imparare a conviverci».

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JEAN CLAUDE DORMI TRANQUILLO – RENATO BRUNETTA CI SCRIVE E SFANCULA JUNCKER: “VINCIAMO NOI ED ENTRO UN MESE L’ITALIA AVRA’ UN GOVERNO ASSOLUTAMENTE OPERATIVO” – QUELLO DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE “E’ SOLO TERRORISMO PSICOLOGICO” – “NON SARA’ COME NEL 2011 CON LA CADUTA DI BERLUSCONI”

Caro Dago,

 

renato brunettaRENATO BRUNETTA

Strane e paradossali dichiarazioni da parte del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, evidentemente molto confuso e non attento in questa particolare fase politica europea.

 

Juncker non affronta in alcun modo lo stallo politico tedesco – ricordiamo che la Germania è praticamente senza un governo da fine settembre -, trattando di straforo ciò che sarà il risultato del referendum dell’Spd. Non nomina la Merkel e la sua debolezza, ma pontifica di buon grado, e in maniera disinformata in merito alle prossime elezioni politiche in Italia. 

MERKEL JUNCKER1MERKEL JUNCKER1

 

Secondo il presidente della Commissione Ue ‘dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioe’ un Governo non operativo in Italia‘. Assieme all’incertezza in Spagna, secondo Juncker, e’ possibile ’una forte reazione dei mercati nella seconda meta’ di marzo, ci prepariamo a questo scenario’.

 

juncker berlusconiJUNCKER BERLUSCONI

Che dire? L’alto burocrate Ue sbaglia e non è sul pezzo, come diciamo in Italia. Secondo tutti i sondaggi il centrodestra è nettamente in vantaggio rispetto alle altre forze politiche in campo ed è accreditato, secondo le ultime proiezioni, della maggioranza assoluta tanto alla Camera quanto al Senato.

 

Juncker1JUNCKER1

Lo scenario che abbiamo davanti è di un governo assolutamente operativo entro un mese dalla data delle elezioni. Juncker stia tranquillo, si metta l’anima in pace e non faccia terrorismo psicologico in Europa. E comunque, anche tra le elezioni e la formazione del nuovo governo ci sarà, come c’è attualmente, un esecutivo in carica, così come previsto dalla nostra Costituzione. 

 

jean claude junckerJEAN CLAUDE JUNCKER

Quanto alla ‘reazione dei mercati’, abbiamo imparato la lezione. Nel 2011 riuscirono a far fuori un governo legittimamente in carica, quello Berlusconi, con una speculazione finanziaria e con l’imbroglio dello spread: un vero e proprio colpo di Stato. Questa volta non ci caschiamo, caro Juncker.dagospia.com

 

Renato Brunetta 

 

Borsa, Piazza Affari maglia nera. Vola lo spread. Colpa di Juncker

Borsa, il Ftse Mib ha ampliato le perdite fino a cedere lo 0,84% in chiusura

Borsa, Piazza Affari maglia nera. Vola lo spread. Colpa di Juncker 

 

Piazza Affari maglia nera in Europa, con il Ftse Mib che fin dall’inizio delle contrattazioni è stato in territorio negativo e poi ha ampliato le perdite fino a cedere lo 0,84% in chiusura (dopo il picco negativo con un -1,5%). A pesare sulla piazza milanese nel pomeriggio sono state, soprattutto, le parole del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, sull’esito delle elezioni italiane del 4 marzo, che potrebbero portare, a suo giudizio, a ‘nessun governo operativo in Italia’. Ipotesi che lui definisce come ‘lo scenario peggiore’. Un allarme che ha fatto subito risalire lo spread sopra 136 punti base fino a un massimo di 142.

Per quanto riguarda il resto d’Europa, i principali listini del Vecchio Continente hanno chiuso contrastati ma comunque senza perdite consistenti. Questo mentre Wall Street ha reagito positivamente ai verbali della Fed, diffusi ieri sera, che hanno rafforzato le attese per una salita ‘graduale’ dei tassi di interesse, con toni piu’ ottimisti sulla crescita Usa, mentre i verbali dell’ultima riunione della Bce sono risultati rassicuranti ma non sono riusciti a invertire la rotta sui listini.

Sul Ftse Mib ha corso per tutta la giornata Tenaris, che mette a segno un +3,1% (ma e’ arrivata a salire di oltre il 4%) con il 2017 che si e’ chiuso con risultati migliori delle attese e l’outlook per il 2018 positivo, nonostante le incertezze sui possibili dazi. Perdite anche per il comparto bancario, con Unicredit che ha perso l’1,97%, Intesa Sanpaolo (-1,27%) assieme a Banco Bpm (-2%) e Bper (-1,99%). Male anche gli assicurativi, con Unipol in calo del 3,45% che alla fine risulta il titolo peggiore del listino principale, e la galassia Fca (-2%). In controtendenza soprattutto A2a (+3,29%), grazie al rialzo del target price a 1,7 euro (da 1,5 euro) da parte degli analisti. Dopo la spinta al rialzo sul dollaro post verbali della Fed, l’euro a tratti scende sotto quota 1,23 e a fine giornata e’ scambiato a 1,232, mentre prezza 0,8838 contro la sterlina e 131,833 nei confronti dello yen. Sul fronte del greggio, invece, l’indice Wti con consegna ad aprile e’ in rialzo dell’1,23% a 62,47 dollari e il Brent del Mare del Nord schizza a 69,08 dollari con un rialzo del 3,72%.

affariitaliani

I tanti misteri delle ex banche venete

In questa tornata elettorale il già abituale carico di promesse che caratterizza le tante competizioni di questo tipo si è implementato di un nuovo diffuso impegno politico: quello per la costituzione di un fondo di solidarietà che possa essere utilizzato per interventi di sostegno e di assistenza a favore delle persone che, finite fra i circa 200.000 risparmiatori traditi (ex azionisti delle due grandi popolari venete), dimostreranno di essere particolarmente bisognose. In questo contesto programmatico, il confronto ora è tra chi promette di più sul piano quantitativo.

Si è, più volte cercato di dimostrare che un simile approccio al problema del tradimento del risparmio (perché di questo si è trattato) è profondamente errato, perché sottende un improprio spirito meramente assistenzialistico da parte di uno Stato, che, invece, dovrebbe percepire un suo obbligo giuridico di risarcire, cioè di riparare ad un torto subito da molti suoi cittadini per i danni loro derivati da comportamenti antigiuridici di strutture ad esso stesso riconducibili. L’appello ad uno Stato elemosiniere non è coerente con le vere responsabilità sottese agli eventi che hanno portato all’eliminazione delle due ex banche popolari.

Sforziamici, allora, di ricostruire il quadro fattuale della vicenda: si deve partire dalla frettolosa legge 33 del 2015, con la quale è stato convertito in legge il Decreto che, su indicazione di BCE, ha obbligato le banche popolari con attivo patrimoniale superiore ad otto miliardi di euro a trasformarsi in società per azioni, avviando implicitamente anche il processo della loro quotazione. E’ stato l’inizio di un terremoto che non è ancora finito, perché, a seguito della trasformazione e nella prospettiva della loro entrata in borsa, è stato richiesto un aumento di capitale di 1,5 miliardi, per la popolare di Vicenza, e di 1 miliardo, per quella di Treviso. Sono stati costituiti due consorzi di garanzia, capitanati, per la prima, da Unicredit e, per la seconda, da IMI del Gruppo Intesa, al quale hanno aderito nove banche internazionali.

Ma, improvvisamente e senza apparenti ragioni, Unicredit è receduta dall’impegno, seguita, poco dopo, da IMI. Entrambi tali istituti sono stati sostituiti, nella funzione digaranzia per l’aumento di capitale, dal c.d. Fondo di Investimento Atlante, costituito repentinamente per il duplice scopo di garantire gli aumenti di capitale di banche in difficoltà e di rilevarne i crediti in sofferenza, con dotazione (di 5-6 miliardi) proveniente essenzialmente dalle due grandi banche italiane, Unicredit e Banca Intesa; Atlante era una struttura formalmente privata ma, di fatto, completamente controllata dal Ministero dell’Economia. Esso ha subito precisato che la propria offerta di garanzia sarebbe stata valida a condizione che, se il capitale fosse stato sottoscritto solo parzialmente, la quota di sua competenza fosse, comunque, superiore al 50%; quindi, partecipando all’aumento di capitale delle due popolari, intendeva detenerne la maggioranza. E, proprio per facilitare il programmato percorso di Atlante ed evitare che esso potesse defilarsi, l’amministratore delegato di allora di Veneto Banca, si è particolarmente impegnato nello scoraggiare la partecipazione a quell’aumento da parte del capitale privato, tanto che, nella presentazione del pianoalla comunità finanziaria ed ai soci, era arrivato a descrivere la banca stessa come un istituto alla canna del gas o come uno zombie. Tuttavia, non risulta che qualche Procura della Repubblica si sia sentita in dovere di assumere iniziative per sanzionare siffatti gravi atteggiamenti, suscettibili di aver arrecato un non indifferente danno reputazionale alla banca; infatti, in un momento particolarmente problematico per un intermediario che si stava rivolgendo al mercato per chiedere fiducia e capitale, il suovertice amministrativo di allora non aveva esitato a scegliere una comunicazione aziendale che quella fiducia finiva per minarne in radice.

E, in ogni caso, quel dirigente bancario non ha mai spiegato a nessuno la sua scelta di procedere, comunque, sulla strada dell’aumento di capitale, anziché “portare i libri in tribunale”, come avrebbe dovuto fare se la banca fosse stata davvero alla canna del gas: cioè insolvente. Egli avrebbe ben dovuto sapere che un’impresa insolvente ha il dovere di richiedere, essa stessa, una procedura concorsuale e non avrebbe certopotuto ingannare il mercato, ricercando capitale. Quindi, delle due l’una: o la banca era insolvente, ed, allora, andava interrotto subito il percorso dell’aumento di capitale; oppure essa non lo era, ed allora non è dato di capire come un amministratore delegato (apparentemente tanto stimato da Bankitalia) possa, impunemente, aver descritto la banca stessa come alla canna del gas. La disarmonia della manovra era sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nessuno, né la magistratura, né Bankitalia, né Consob ha, finora, censurato quel dirigente (Cristiano Carrus). E’ sempre maggiore il sospetto che egli stesserealizzando un programma pensato e condiviso altrove.

Fatto sta che a tutti, tranne che ad Atlante, è stato praticamente impedito di partecipare all’aumento di capitale, tanto che agli sportelli era stato impartito l’ordine di far sottoscrivere una dichiarazione che doveva esprimere la volontà dell’aspirante sottoscrittore di procedervi, nonostante la stessa banca lo avesse sconsigliato di farlo.

Ebbene, l’aumento di capitale è stato fatto a 10 centesimi per azione ed è statopressoché interamente sottoscritto dal Fondo Atlante, che è giunto a detenere il 98% di entrambe le popolari venete. A questo punto, la diluizione del valore del titolo è stata così intensa che i soci storici hanno sostanzialmente perduto tutto.

In seguito, le gestioni delle due popolari (alle quali ha partecipato anche Fabrizio Viola che, poi, è diventato – altro mistero ! – uno dei tre commissari della liquidazione coatta amministrativa) sono state talmente negative che, nel marzo 2017, entrambe hanno comunicato alle Autorità competenti l’intenzione di accedere al sostegno finanziario della ricapitalizzazione precauzionale. Attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, esse hanno poi ricevuto la comunicazione che BCE, previo accertamento della loro solvibilità (per aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi in base ai bilanci al 31 dicembre 2016), aveva confermato la sussistenza delle condizioni del beneficio richiesto. Ma, pochissimo tempo dopo, nel giugno 2017, le banche venete, non considerate sistemiche in ragione dell’estensione territoriale non europea del rischio del loro default, inaspettatamente sono state dichiarate da BCE nella condizione di “failing or likely fail” (in fallimento o in probabile fallimento); quindi, prive di titolo per accedere alla procedura di ricapitalizzazione precauzionale. Cessata questa procedura, esse sono state sottoposte non alla procedura di risoluzione, in base al sistema del bail-in, bensì a quella nazionale della liquidazione coatta amministrativa.

A questo punto, già sorge una forte perplessità se si considera che, nello stesso periodo, la banca Monte Paschi di Siena, che negli ultimi sette anni aveva bruciato capitali per importi ingenti (quest’anno chiude in pesantissima perdita, di oltre 3,5 miliardi) è stata ammessa alla ricapitalizzazione precauzionale, che – si ripete ancora – presuppone la solvibilità, accertata da BCE, del soggetto richiedente. Perché allora perseguire, per le banche venete, un diverso trattamento fortemente penalizzante, accuratamente risparmiato, invece, in una situazione ben più grave, alla banca toscana?

Tornando alle due banche venete, dopo questo repentino cambio di rotta si è scelto di mettere in campo Banca Intesa, che, per acquisire, in totale assenza di rischi, la solaloro parte buona, oltre ad un’importante quota di mercato in una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa, ha ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 miliardi, nonché la possibilità di retrocedere (fino a 4 miliardi) i crediti che dovessero presentare problemi di incasso nei successivi due anni. E, grazie a questo contributo – non considerato come aiuto di stato, come, invece, sarebbe avvenuto se lo stesso importo fosse direttamente affluito nelle casse delle due ex banche – banca Intesa ha chiuso l’esercizio 2017 con un utile netto di 7,3 miliardi, di cui 3,5 rappresentati da quel contributo. E così, con malcelato orgoglio, l’amministratore delegato di Intesa ha potuto annunciare che l’85% di esso sarebbe stato distribuito ai suoi soci; ciò significa che tutta la manovra, il cui costo complessivo è stato addossato essenzialmente agli azionisti delle due ex popolari venete, ha comportato un elevatissimo utile, di cui beneficeranno quelli di Intesa e le Fondazioni. In sostanza, le disgrazie economiche dei soci delle due banche venete, considerate le vittime sacrificali, sono servite a soddisfare le aspettative dei soci di Intesa. E anche su questa singolare vicenda sta calando un inaspettato oblio.

Un’altra vicenda sulla quale nessuno pare aver voglia di ricercare la verità è riferibile alle c.d. operazioni baciate di Veneto Banca; cioè ai finanziamenti concessi dalle banche ai propri clienti per l’acquisto di azioni e obbligazioni dello stesso istituto finanziatore. Nel bilancio al giugno 2015 sono stati dedotti 116 milioni dal patrimonio di vigilanza, anche se tali operazioni, in realtà, ammontavano a 71 milioni(ai quali, per scrupolo, erano stati aggiunti altri 45, riferiti ad operazioni di incerta natura) Questo era il risultato delle valutazioni effettuate dalla Banca d’Italia, nonché dell’analisi eseguita dagli ispettori BCE nei primi otto mesi del 2015. Le operazioni sospette riguardavano un arco temporale di quasi tre lustri; e la loro entità era, comunque, tale da non creare alcun problema di tenuta patrimoniale dell’Istituto. Orbene, nel corso della seduta del CDA di Veneto Banca del 28 agosto 2015, l’allora A.D. ha dichiarato che il Capo della vigilanza di Bankitalia, dott. Carmelo Barbagallo, gli aveva riferito di essere ben conscio che, per ciò che riguardava labanca trevigiana, non esistevano particolari problemi per le operazioni baciate; ciononostante, lo stesso Barbagallo avrebbe sollecitato un rinnovato approfondimento con l’adozione di criteri molto più selettivi e stringenti. E, a questo punto, ci si deve chiedere perché mai solo per Veneto Banca siano stati addottati più rigidi parametri, neppure in allora vigenti e, in seguito mai entrati in vigore per le altre banche. E la riprova dell’esistenza del sospetto di un inconsueto e inspiegabile accanimento, anche da parte di BCE, nei confronti dei vertici dell’istituto trevigiano, è rinvenibile nell’insistenza con la quale una nota dirigente della Vigilanza europea aveva, essa stessa, sollecitato l’adozione, solo per Veneto Banca, di parametri più rigorosi per l’individuazione delle operazioni baciate.

Ma, anche con riferimento ai c.d. crediti deteriorati di Veneto Banca è lecito prospettare non poche perplessità. Nella sua audizione in commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio ha riferito che, dopo neppure due mesi dall’insediamento dei commissari della liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca, era emerso che ben 800 milioni di crediti deteriorati erano stati riportati in bonis. Non essendo certo usuale che i commissari migliorino la qualità del credito dei soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale, nasce un grave sospetto: perché mai, allora, gli amministratori hanno commesso un così evidente errore nella valutazione del credito di Veneto Banca ? E – ipotesi ancora più inquietante – si è proprio certi che, in una banca ormai allo sbando, le operazioni di trasferimento a credito deteriorato non abbiano perseguito altri scopi trasversali ? Ciò anche perché, di recente, si sono concluse alcune significative transazioni che destano non poche perplessità e che, forse, meritano qualche specifico approfondimento.

Un primo esempio è riferibile ad un’impresa di Roma con la quale Veneto Banca aveva in essere un contratto di finanziamento redatto da uno dei più importanti studi legali di Milano e che risultava inattaccabile. A quanto consta, la banca ha concordato una consistente riduzione del credito (circa 20 milioni), operando con una scelta che era stata contrastata anche da alcuni manager. Vien da chiedersi se esistessero davvero le condizioni di cui all’art. 1965 c.c., con particolare riferimento all’incertezza della situazione giuridica ed alle c.d. reciproche concessioni, oppure se l’operazione si sia risolta solo in un grazioso sconto da parte della banca.

E, con altra impresa del settore alimentare, la banca ha stralciato qualche decina di milioni a fronte di azioni della popolare trevigiana acquistate una decina di anni prima e per le quali non c’era mai stato alcun problema.

Ad un noto imprenditore veneto è stato concesso uno sconto di circa 50 milioni sul suo ingente debito, benché egli si fosse dichiarato disponibile a pagarne l’intero importo, pur nell’arco di qualche anno; ma la relativa pratica, più volte passata per il Comitato Esecutivo della Banca, era sempre stata bocciata. Anche questa operazione suona come un’inopportuna regalia, che stride con la polverizzazione dei risparmi degli azionisti.

Un’altra impresa veneta, che era stata affidata per circa 80 milioni, a fronte di garanzie ipotecarie per la quasi totalità e di garanzie personali di ingente valore, è stata – molto inspiegabilmente – inserita fra i debitori incagliati, poi trasferiti alla liquidazione coatta. Anche questa operazione corrisponde ad una scelta particolarmente singolare, perché quell’impresa era assolutamente regolare nel pagamento dei ratei del suo debito. E si ha notizia di una imminente transazione che,se sottoscritta, consentirebbe al debitore di risparmiare alcune decine di milioni. E’ allora sempre più grave il sospetto che il passaggio di molti debiti alla categoria dei NPL fosse strumentale e finalizzato a facilitare salvifiche transazioni, a beneficio di qualche eletto.

Se così è, gli autori di quella classificazione avrebbero così contribuito al depauperamento della ex Veneto Banca per almeno un centinaio di milioni; con l’ulteriore conseguenza che, se essa non fosse del tutto genuina e non rispecchiasse le reali condizioni economiche dei debitori che vi sono inseriti, si dovrebbe aprire un altro inquietante capitolo di indagini. Ma chi vorrà farlo?

E, a questo punto, sorgono alcune domande: se gli 800 milioni riportati subito in bonis, come ha riferito la prof.ssa Scognamiglio, fossero stati fin dall’origine, classificati per tali; se fosse stata evitata la frettolosa deduzione dal patrimonio di vigilanza dei 250 milioni dovute alle sospette (ma inesistenti) operazioni baciate, in base a regole mai entrate in vigore, ma comunque imposte solo a VB da Bankitalia;se BIM, di recente svenduta per meno di 30 milioni, fosse stata ceduta, quando, in epoca recente, era ancora possibile, per 560 milioni; se tutto ciò fosse avvenuto, sarebbe stato davvero necessario l’aumento di capitale per Veneto Banca? E, conseguentemente, ci sarebbe stato il disastro che poi c’è stato?

I risparmiatori traditi vorrebbero avere qualche risposta per sapere chi devono ringraziare e gradirebbero che l’impegno elettorale fosse diretto, non tanto ad implementare un inutile fondo di solidarietà, quanto a scovare, finalmente, le tante menzogne che tuttora, fra depistaggi e bugie, impediscono di capire la verità sul più grave disastro bancario del dopoguerra.Avanti.it

Fondazioni, parte il risiko del potere. Le nozze fra i soci delle banche

E a Siena la Fondazione Mps chiede i danni (per 3 mld) agli advisor per l’ok alle operazioni di ricapitalizzazione della banca che hanno bruciato il patrimonio

Fondazioni, parte il risiko del potere. Le nozze fra i soci delle banche

Che il settore bancario italiano (se non europeo) sia destinato a un’ulteriore serie di fusioni e acquisizioni è ormai noto a tutti, ma ormai da più parti si ritiene inevitabile che il processo di concentrazione debba coinvolgere anche le fondazioni bancarie, ancora azioniste nel sistema italico del credito di molti istituti, per garantire loro di disporre di un patrimonio sufficiente a proseguire con l’opera di erogazione di risorse a favore del territorio di riferimento. Un tema finora tabù ma sempre presente a livello di discussioni e che sta iniziando a vedere le prime “messe in opera” con l’annunciata fusione tra le fondazioni CariCuneo e CariBra e le voci di un possibile matrimonio tra fondazione Cariverona e fondazione Cassamarca (Treviso).

giuseppe guzzetti

 

La stessa associazione di categoria, l’Acri (guidata fin dal 2000 da Giuseppe Guzzetti, presidente di fondazione Cariplo, ma in procinto di rinnovare i vertici l’anno venturo), ha ormai iniziato a suggerire una semplificazione generale del sistema delle fondazioni dove le 5 “big” (su 88 in tutto esistenti) controllanoil 50% del patrimonio, mentre altre 53 fondazioni piccole e medie pesano per appena il 10% complessivo. Visto anche il “risiko” in corso tra le “banche-figlie”, sembrerebbe dunque arrivato il momento di ridurre enti e poltrone, ma il problema oltre che politico è anche giuridico (occorre infatti ogni volta sciogliere le fondazioni che si vogliono integrare, riformare un nuovo soggetto e ottenere il beneplacito del Tesoro).

A monte tuttavia il vero problema riguarda l’eredità della sventurata gestione del patrimonio delle fondazioni stesse, mantenuto per troppi anni concentrato quasi esclusivamente nelle partecipazioni dirette nel capitale delle banche-figlie. Una concentrazione di risorse che ha causato, con l’esplodere della crisi economico-finanziaria del 2007-2008 prima e di quella del credito sovrano del 2010-2011 poi, un depauperamento dei patrimoni a livelli impressionanti.

mps
 

Si prenda la fondazione Montepaschi: costituita il 28 agosto 1995 in ossequio alla legge Amato-Carli del 1990 che imponeva la costituzione di fondazioni bancarie per separare la proprietà pubblica dalla gestione degli istituti di credito, la fondazione (controllata dal Comune di Siena) mantenne a lungo unapartecipazione del 51% nella neonata Banca Mps Spa.

Rimasta a lungo in uno “splendido isolamento” nonostante si fosse già messo in moto una prima fase di consolidamento del settore bancario, Mps tentò poi tra il 1998-1999 di diventare un “polo aggregante”, rifiutando prima un matrimonio con Bnl, ma rilevando poi la Banca agricola mantovana (col sostegno di alcuni imprenditori e finanzieri tra cui Roberto Colaninno) e quotandosi in borsa. Vennero poi rilevate la Banca del Salento(controllata dalle famiglie Semeraro, Gorgoni e Montinari), poi ridenominata Banca 121, e, nel 2007, la Banca Antonveneta.

Un ultimo boccone costato 9,25 miliardi di euro che andò di traverso all’istituto senese che dovette iniziare a ricorrere ad aumenti di capitale, vedendo via via ridursi il peso della fondazione dapprima fino al 33,5%, poi al 2,5%, all’1,5% e infine a circa lo 0,1% attuale. Nel frattempo la fondazione iniziava, tardivamente aredistribuire l’ormai ridotto patrimonio (dai 5,4 miliardi di euro dichiarati a fine 2010 ai 432 milioni iscritti a bilancio a fine 2016) in altre partecipazioni come Biofund Spa, Vernice Progetti Culturali e Sansedoni immobiliare.

Gli oltre 5 miliardi di patrimonio bruciato difficilmente torneranno nelle disponibilità di fondazione Montepaschi, che però non ci sta a rimanere col cerino in mano e, come racconta Sergio Rizzo, giornalista di Repubblica nel suo nuovo libro “Il Pacco, indagine sul grande imbroglio delle banche italiane” (editore Feltrinelli), avvia una serie di cause per risarcimento danni per oltre 3 miliardi di euro complessivi nei confronti di tutti coloro che ebbero un ruolo negli aumenti di capitale a raffica che contribuirono a far crollare di quasi 18 miliardi di euro il valore di Mps nel giro di un decennio: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Mediobanca, Credit Agricole CIB, Deutsche Bank, Natixis, Rbs, Jp Morgan Chase, Barclays Bank, Goldman Sachs, Generali, Ace European Group, i Lloyd’s di Londra, ed ex amministratori e advisor che si sono succeduti negli anni. Banche, assicurazioni e persone fisiche e persino il Tesoro, che hanno tutti avuto un qualche beneficio dalla lunga sofferenza di Mps, a differenza della sua fondazione “madre”.

Luca Spoldi affariitaliani

PERSIDERA ERA, E PERSIDERA È RIMASTA – DE BENEDETTI ROVINA I PIANI DI BOLLORÉ. IL GRUPPO GEDI, AZIONISTA AL 30%, SI OPPONE ALLA VENDITA DI PERSIDERA A RAIWAY-F2I: 250 MILIONI SONO TROPPO POCHI – MA VIVENDI HA SOLO UN MESE PER CEDERE LA CONTROLLATA (LO IMPONE L’ANTITRUST), E POTREBBE DOVERLA FICCARE IN UN TRUST. E POI CI SONO LE QUOTE MEDIASET…

Ugo Bertone per Libero Quotidiano

 

Riprende a suon di carte bollate il duello tra Vincent Bolloré ed il gruppo Berlusconi.

bollore1BOLLORE1

Sembra tramontata, salvo sorprese, la grande pace tra Vivendi e Mediaset che avrebbe dovuto coinvolgere Telecom Italia. I legali del Biscione si presenteranno lunedì alla Camera Arbitrale di Milano per prender atto ufficialmente che non è stato possibile raggiungere un accordo. Il giorno dopo le parti si presenteranno in tribunale per l’ udienza civile davanti al giudice per la causa (richiesta 3 miliardi di euro) intestata dal gruppo Berlusconi per il mancato rispetto del contratto d’ acquisto di Premium e per la scalata al network tv.

impero BolloreIMPERO BOLLORE

 

E così, a meno di dieci giorni dalle elezioni, i duellanti tornano a scambiarsi fendenti che, per giunta, minacciano di provocar danni inattesi milionari pure in casa De Benedetti. Ma andiamo con ordine. Ieri mattina si è avuta notizia della convocazione per domani di un consiglio straordinario Telecom Italia che dovrà decidere sulla sorte di Persidera, la società dei multiplex al 70% controllata dal gruppo tlc, per il restante 30% da Gedi, il gruppo editoriale presieduto da Marco De Benedetti.

 

La vendita è richiesta dall’ Antitrust Ue quale condizione necessaria per il via libera al controllo di Vivendi su Telecom. Ma dopo mesi di trattative l’ unica offerta, ben inferiore alle attese, è arrivata dalla coppia Rai Way e F2i: 250 milioni, una cifra sufficiente a coprire il prezzo di carico di Telecom (che ha svalutato la propria quota a 137,6 milioni per una valutazione complessiva di 196,57 milioni) ma non quello di Gedi che valuta in bilancio 353 milioni la società.

paola ferrari marco de benedettiPAOLA FERRARI MARCO DE BENEDETTI

 

Insomma, Telecom potrebbe trovare conveniente liberarsi di uno dei tanti contenziosi che complicano l’ attività dell’ ad Amos Genish, ma deve fare i conti con l’ editore di Repubblica: se venisse accettato il prezzo di vendita, il valore della somma parte di Gedi scenderebbe da 0,70 a 0,59 euro per azione. Che fare? Non è escluso che Telecom ceda la propria partecipazione ad un trust, come finora non ha inteso fare.

 

Le attenzioni di Genish, del resto, sono concentrate sul consiglio del 6 marzo, quello che dovrebbe dare il via libera al nuovo piano industriale del gruppo delle tlc tanto sospirato dal mercato. La notizia più attesa, in questa cornice, è senz’ altro il via libera al progetto di separazione della rete che potrebbe innescare un ciclo virtuoso per l’ ex monopolista, vuoi per le ricadute finanziarie che per le eventuali alleanze con Open Fiber (mica facili visto il contenzioso su Cassiopea). Ma, soprattutto, per la trasformazione del gestore tlc in una società con una forte presenza nei contenuti, come vorrebbe Bolloré.

SILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTISILVIO BERLUSCONI CARLO DE BENEDETTI

Un sogno destinato per ora a restare nel cassetto.

 

Insomma, dopo due anni di tentativi di banche d’ affari ed avvocati per trovare una quadra, la questione torna in alto mare. Ma il tempo stringe e comunque sembra giocare a favore di Berlusconi. Ad aprile infatti scade il termine imposto dall’ Agcom a Vivendi per cedere il 19% di Mediaset e tenere per sé una quota inferiore al 10%.

In assenza di un accordo la quota sarà conferita in un trust, ipotesi che appare sempre più plausibile. Almeno fino al prossimo colpo di scena.

LILLI GRUBER E CARLO DE BENEDETTILILLI GRUBER E CARLO DE BENEDETTI

 

 

TIM: VENERDÌ CDA DECIDE SU PERSIDERA, VENDITA O TRUST 

(ANSA) –  La partita su Persidera potrebbe decidersì venerdì con il cda di Tim, socio di maggioranza con il 70% della joint venture con Gedi nella società di infrastrutture per la diffusione di segnali televisivi. Per ottemperare agli impegni con l’Antitrust europeo Vivendi si è impegnata affinché Tim cedesse la sua partecipazione e in accordo con Gedi è stata affidata a Barclays e Lazard l’operazione di valorizzazione. Uno a uno i pretendenti si sono sfilati e ha presentato un’offerta vincolante solo Rai Way alleandosi con F2i. Sul piatto avrebbero messo ‘solo’ 250 milioni di euro, un prezzo ben al di sotto delle aspettative che erano di 300-350 milioni.

 

PIERSILVIO BERLUSCONI 3PIERSILVIO BERLUSCONI 3

Un dejà vu: nell’ottobre 2014 era già stata tentata la valorizzazione sempre con una gara con l’aiuto degli advisor Mediobanca e Banca Imi. La valutazione era stata fatta tra i 450 e i 500 milioni di euro ma anche in quel caso le offerte che poi erano arrivate (era in corsa anche Clessidra) non erano in linea con le attese e l’operazione era stata messa in stand by qualche mese dopo. Allora come ora Gedi non ha motivo di accelerare il processo, viceversa Tim entro fine mese deve rendere conto alla Ue della strada che vuole intraprendere. Se non si troverà un compratore, Tim dovrà deferire la sua partecipazione a un trust.

 

Persidera gestisce cinque mux digitali terrestri (i multiplex televisivi che ospitano piu’ di 60 canali) e ha chiuso il 2016 con ricavi per 80,8 milioni, un ebitda di 46,2 milioni e un debito finanziario netto di 48,8 milioni. Secondo Mediobanca il suo enterprise value e’ di 375 milioni, 75 milioni a mux.dagospia,com

 

silvio piersilvio e marina berlusconiSILVIO PIERSILVIO E MARINA BERLUSCONI

 

marina berlusconi piersilvio e silvioMARINA BERLUSCONI PIERSILVIO E SILVIO

 

 

BOSCHI CHE BUNKER! – LA CASA PATERNA BLINDATA DAI CARABINIERI: IL PAPA’, INDAGATO PER BANCAROTTA, E MADRE SCORTATI PURE PER FARE LA SPESA – VIETATO A GIORNALISTI E RISPARMIATORI TRUFFATI DALL’ETRURIA AVVICINARSI ALL’ABITAZIONE: IDENTIFICATO CHIUNQUE PASSI DA QUELLE PARTI DUE VOLTE DI SEGUITO – NUOVO BOMBASTICO DI DAVIDE VECCHI

Estratto dal libro di Davide Vecchi “Lady Etruria, tra papà e Matteo: tutti i segreti di Maria Elena Boschi” con prefazione di Marco Travaglio e postfazione di Giorgio Meletti, edito da Paper First pubblicato da il Fatto Quotidiano

 

la casa della Boschi a LaterinaLA CASA DELLA BOSCHI A LATERINA

In pieno scandalo banca Etruria la famiglia Boschi diventa inavvicinabile. Il 28 febbraio 2016 l’ associazione vittime del salva banche organizza un presidio a Laterina, nei pressi dell’ abitazione dei Boschi. L’ arrabbiatura del resto è giustificata. Il governo è da poco intervenuto azzerando le obbligazioni subordinate e molti risparmiatori si sono ritrovati con i risparmi di una vita volatilizzati. Inoltre, in quel febbraio 2016, Pier Luigi Boschi è indagato per bancarotta.

 

la casa della Boschi a LaterinaLA CASA DELLA BOSCHI A LATERINA

Non solo. Ma è da poco emerso che il papà del ministro, due anni prima, appena nominato vicepresidente di banca Etruria, nel tentativo di individuare un nuovo direttore generale per sostituire l’ ormai ex Luca Bronchi, aveva usato canali poco istituzionali: si era rivolto a un conoscente massone piuttosto discusso e poi arrestato, Valeriano Mureddu, che lo aveva messo in contatto con Flavio Carboni, l’ untraottantenne faccendiere passato in quasi tutte le vicende più losche e misteriose della storia della Repubblica italiana. Pier Luigi per ben due volte si mette in auto per raggiungere l’ ufficio romano di Carboni e chiedere udienza e consiglio.

 

LIBRO DAVIDE VECCHILIBRO DAVIDE VECCHI

Per i clienti dell’ istituto di credito che si sentono truffati è quasi naturale andare a protestare fuori da casa di quello che viene indicato come uno dei responsabili del tracollo della popolare. Poche decine di persone. Nulla da impensierire l’ ordine pubblico. Tutto si svolge senza alcun tipo di problema, scontro o momento di tensione. Anche perché l’ iniziativa è davvero spontanea e non ha alcun tipo di strumentalizzazione politica: sono risparmiatori. Nient’ altro. Per l’ occasione però arrivano massicce le forze dell’ ordine. E da allora non se ne andranno mai più.

la casa della Boschi a LaterinaLA CASA DELLA BOSCHI A LATERINA

 

A papà e mamma Boschi viene infatti riconosciuta una sorta di scorta. Per proteggersi da risparmiatori e giornalisti. Per essere tecnicamente precisi si tratta di una “vicinanza fissa all’ abitazione” e di una “vicinanza dinamica dedicata”. Il testo dei dispositivi è conservato presso il Comitato per la Sicurezza in prefettura e questura di Arezzo. Vi si leggono i dettagli di quello che diventerà un presidio fisso delle forze di Polizia al fianco della famiglia Boschi. Fuori dall’ abitazione diventa impossibile anche solo avvicinarsi.

BANDIERA PD BRUCIATA A LATERINA AREZZO PROTESTA BANCA ETRURIABANDIERA PD BRUCIATA A LATERINA AREZZO PROTESTA BANCA ETRURIA

 

Quella che nel 2014, quando Maria Elena sbarca al governo come ministro, era una casa di tre piani senza recinzione né altro, spuntata a un incrocio della statale e incastrata tra capannoni industriali e appezzamenti di campagna coltivati, nel tempo si trasforma in un vero e proprio bunker.

 

Di pari passo con le inchieste che riguardano banca Etruria e che vedono il padre Pier Luigi indagato – alla bancarotta semplice e fraudolenta si aggiunge poi l’ accusa di falso in prospetto e di accesso abusivo al credito – la residenza di famiglia si fortifica. Prima spuntano due garage così da permettere a papà e mamma Boschi di entrare in casa senza dover passare dall’ esterno, dove ovviamente i giornalisti si presentano a ogni novità che emerge dalle indagini, come è giusto che sia.

VILLA BOSCHI LATERINAVILLA BOSCHI LATERINA

 

La stampa, si sa, per sua natura deve controllare il potere. E se il padre di un ministro è indagato per una vicenda oggetto di interventi del governo rientra nel potere da controllare. Che ovviamente si infastidisce. Dopo i garage spunta una recinzione lunga tutto il perimetro della villetta. Poi viene piantata anche una siepe alta tanto da coprire la visuale. Infine appare un’ auto fissa di piantone delle forze dell’ ordine con due uomini 24 ore su 24. Il plurindagato Pier Luigi Boschi può stare tranquillo. Nessuno può disturbarlo.

VITTIME SALVA BANCHE LATERINAVITTIME SALVA BANCHE LATERINA

 

Proviamo in molti a fare comunque il nostro mestiere. Ma chi prova anche solo ad accostare lungo la statale nei pressi della casa viene fermato e identificato. Se invece un’ auto passa due, tre volte davanti alla casa gli agenti la seguono per capire i motivi dei ripetuti passaggi. Insomma casa Boschi diventa un bunker inavvicinabile.

VALERIANO MUREDDUVALERIANO MUREDDU

 

Il dispositivo parla di due Carabinieri fissi 24 ore su 24 per 365 giorni l’ anno. Divisi su turni, in pratica, ben 10 uomini dell’ Arma al giorno sono utilizzati per la casa dell’ ex vicepresidente plurindagato della popolare di Etruria. E se deve allontanarsi da casa, lui come anche la moglie, basta telefonare e subito arriva un’ altra auto di servizio con altri due uomini per accompagnarli dove devono.

 

PIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONIPIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONI

Una fonte qualificata della questura di Arezzo ci tiene però a far sapere che in realtà i genitori del ministro non hanno mai abusato di questa vigilanza, tutt’ altro: sono stati rari i casi in cui hanno telefonato per chiedere assistenza. E sempre e solo per colpa dei giornalisti insistenti.

 

Quando poi a Laterina c’ è la ministra, la presenza dei militari si raddoppia. A volte si sono presentate persino delle camionette della Polizia per presidiare l’ abitazione. Ma la scorta riconosciuta al parlamentare membro dell’ esecutivo prescinde da Laterina, le era stata assegnata a Roma. Da ministro anche perché, in quei mesi, riceveva minacce ed era in una “situazione obiettiva di rischio”.dagospia.com