Bridgewater specula sulle elezioni di marzo. Venduti i titoli italiani più importanti

Ralph Dalio, “guru” dei fondi di investimento speculativi

A Davos Ray Dalio, gestore del fondo comune speculativo più importante del mondo, aveva già spiegato che a suo giudizio il mercato obbligazionario stava scivolando in una fase ribassista. E oggi il suo fondo Bridgewater scommette contro Piazza Affari mentre si avvicinano le elezioni italiane del 4 marzo. A dire il vero il più grande gestore hedge del mondo aveva già investito al ribasso sull’Italia, ma oggi si è saputo che ha notevolmente aumentato le sue posizioni ribassiste, v endendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip (società ad alta capitalizzazione) azionaria.

Oggetto delle scommesse ribassiste, che emergono dagli aggiornamenti della Consob sulle posizioni nette corte (cioé l’ammontare delle vendite allo scoperto), sono tra gli altri Intesa, Unicredit, Enel, Eni, Generali, Atlantia, Terna e Snam. Secondo i calcoli di Bloomberg, da ottobre Bridgewater ha triplicato le sue posizioni da 1,1 a 3 miliardi di dollari.

Del resto, la campagna elettorale dei politici nostrani e la reale possibilità che non esca dal voto una maggioranza per governare, non fanno esattamente ben sperare sulla possibile stabilità del nostro Paese.

 

L’Europa ci guarda con preoccupazione, essendo la terza economia dell’euro, e una nostra destabilizzazione politica, diventerebbe automaticamente anche economica e finanziaria, trasformandosi in un problema non solo italiano ma nuovamente un incubo europeo.

La posizione ribassista più consistente di Bridgewater è verso Intesa Sanpaolo, nei confronti della quale il fondo Usa ha ampliato la sua scommessa ribassista all’1,01% del capitale. Seguono Enel (0,92%), Eni (0,9%), Unicredit (0,7%), Banco Bpm (0,7%), Bper (-0,7%), Prysmian (0,7%), Generali (0,6%), Azimut (0,6%), Ubi (0,6%). `Shortate´ per una quota pari allo 0,5% del capitale sono Unipol, Terna, Snam, Mediobanca, Moncler, Leonardo, Fineco e Atlantia.

Di Bridgewater, il più grande hedge fund al mondo, si era parlato a metà ottobre, quando erano emerse posizioni ribassiste per 713 milioni di dollari contro le principali banche italiane proprio mentre l’addendum della Bce, che conteneva criteri stringenti sulla svalutazione dei crediti deteriorati, aveva affossato i titoli del settore.

In quell’occasione il ceo di Intesa, Carlo Messina, aveva bollato come “perdente” la scommessa del fondo, che aveva una posizione netta corta sullo 0,5% del capitale di Cà de Sass. «Secondo me perderanno una significativa opportunità di fare soldi con queste buone azioni italiane», aveva detto.

Ma non è solo Bridgewater a puntare i suoi “cannoni” contro Piazza Affari guardando a un voto che rischia di non dare una maggioranza chiara al Paese: tra i fondi più attivi c’è Aqr Capital management che ha scommesso contro 11 società italiane, con posizioni ribassiste decisamente più consistenti, tra cui spiccano quelle sulle banche Bper (4,31%), Banco Bpm (2,65%), Ubi (1,7%) e Unicredit (1,27%) e sui petroliferi Saipem (2,39%) e Tenaris (1,99%). E poi Marshall Wace che ha messo nel mirino 10 società a partire, ancora una volta, dai bancari Ubi (2,73%) e Banco Bpm (2,22%).il secoloXIX

 

Banche, le grandi assenti dalla campagna elettorale

La campagna elettorale ha dimenticato le banche. Ma il prossimo governo dovrà negoziare in Europa su assicurazione dei depositi, regole di vigilanza e titoli pubblici nei bilanci bancari. Altrimenti decideranno gli altri. E non sarà un bene per l’Italia.

Assicurazione dei depositi: attenti alle bufale

Dopo il polverone sollevato dalle audizioni prenatalizie della Commissione parlamentare d’inchiesta, sul tema banche è calato il sipario. La relazione finale, che pure contiene indicazioni utili, è caduta nel vuoto. La campagna elettorale brilla per promesse di tagli alle imposte e maggiori spese, mentre nessuno fa parola dei problemi del sistema bancario e della tutela dei risparmiatori. È un tema scomodo, che nessuno vuole affrontare a pochi giorni dalle elezioni. Ma è una questione a cui il prossimo governo dovrà dedicare molta attenzione. Non solo perché abbiamo i problemi di casa nostra, ma anche perché l’Europa si sta muovendo sul fronte bancario; e se noi restiamo alla finestra, decideranno gli altri.
La cancelliera Angela Merkel ha recentemente aperto al completamento della Unione bancaria, con l’introduzione di una assicurazione europea dei depositi, e su questo ha trovato l’appoggio del presidente francese Emmanuel Macron. Ma attenzione, perché dietro alle belle parole si nasconde il tranello. È molto probabile che Germania e Francia convergano sulla proposta avanzata di recente dalla Commissione UE, che rappresenta un arretramento clamoroso rispetto al progetto originale. L’ipotesi della Commissione dell’ottobre 2017 prevede infatti che il futuro European Deposit Insurance Scheme (Edis) faccia solo prestiti ai sistemi nazionali di assicurazione dei depositi, qualora abbiano esaurito i loro soldi. Non ci sarà quindi alcuna condivisione delle perdite, anche se il meccanismo viene chiamato (impropriamente) “ri-assicurazione”. Al contrario, la versione avanzata dalla Commissione nel 2015 stabiliva il passaggio graduale a un vero e proprio fondo comune di livello europeo, per garantire il rimborso dei depositi di banche liquidate (fino alla soglia dei 100mila euro). Il futuro governo italiano dovrebbe insistere perché la trattativa riprenda a partire dal progetto originale, non dalla recente proposta, che è già così annacquata da fare contenti i tedeschi.

Più pressione sui crediti deteriorati? No, grazie

Il recente paper di economisti franco-tedeschi, che è stato ripreso ampiamente nel dibattito poiché alcuni di loro sono considerati “consiglieri del principe”, contiene una affermazione che la dice lunga sull’atteggiamento dell’establishment europeo: “le autorità di supervisione dovrebbero aumentare la loro pressione perché si riducano i crediti deteriorati esistenti” (pag. 6).
Francamente, sembra che di pressione ce ne sia già abbastanza. Il controverso Addendumdella Banca centrale europea è destinato a dare una accelerazione alle rettifiche sui nuovi crediti deteriorati, imponendo rilevanti costi alle banche italiane. La stessa Bce ha annunciato l’arrivo di un ulteriore provvedimento relativo allo stock di crediti deteriorati in essere. Oltre a ciò, i governi europei hanno già impostato, nel Consiglio europeo dell’11 luglio 2017, un piano d’azione ad ampio raggio, che coinvolge le altre istituzioni europee (Bce, Commissione UE, European Banking Authority) e che prevede diverse misure, destinate ad aumentare la pressione regolamentare sulle banche. Peraltro, gli istituti italiani stanno già riducendo in misura significativa lo stock di crediti deteriorati, attraverso operazioni di cessione e cartolarizzazione. È un processo che richiede tempo: ulteriori forzature da parte dei supervisori imporrebbero costi ingiustificati. Senza contare che prima o poi bisognerà affrontare i rischi accumulati dalle banche tedesche e francesi, imbottite di titoli opachi e illiquidi (come documentato dalla Banca d’Italia).

Titoli pubblici nei bilanci delle banche

La questione più spinosa è quella dei titoli del debito pubblico detenuti dalle banche. Quelle italiane hanno il 9 per cento del loro attivo concentrato sul rischio rappresentato dal Tesoro italiano.
Su questo fronte circolano diverse ipotesi. Una è quella di attribuire ai titoli pubblici un peso positivo nel calcolo dei requisiti patrimoniali. L’altra è porre un limite al portafoglio di titoli pubblici del proprio paese che una banca può detenere. La prima modalità andrebbe respinta: implicherebbe che i titoli pubblici di paesi con rating elevato (come Germania e Francia) continuerebbero a godere di un peso al rischio pari a zero, mentre altri paesi (tra cui l’Italia) avrebbero un peso del 50 o del 100 per cento, quindi sarebbero penalizzati. La seconda strada sembra più equa: si imporrebbe gradualmente un limite di concentrazione da applicare in modo uniforme ai titoli dei diversi paesi.
Finora la posizione italiana (governo e banche) è stata di totale chiusura su questo fronte. Sarebbe meglio passare a una impostazione più ragionevole, dove il limite di concentrazione venga negoziato in cambio della assegnazione esplicita alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza degli Stati membri della zona euro. Finora questo ruolo si è fatto faticosamente strada attraverso il programma Omt (Outright Monetary Transactions, mai attivato) e con il Quantitative easing (che ha ufficialmente un altro scopo: la stabilità dei prezzi), ma non è mai stato riconosciuto.
Negli anni bui della crisi del debito sovrano (2011-2012), le banche hanno di fatto sopperito all’assenza della banca centrale quale prestatore di ultima istanza dei governi. Se limitiamo la capacità delle banche di svolgere questo compito, imponendo un limite alla quantità di titoli pubblici detenibili, bisogna assegnarlo alla banca centrale, rimuovendo dallo Statuto della Bce il divieto di finanziamento diretto del settore pubblico.

ANGELO BAGLIONIBAGLIONINUOVAInsegna Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania. Redattore de lavoce.info. 

NELLE MAGLIE DEL VOTO – ‘IL GIORNALE’ SCOPRE LA PORCATA DELLE QUOTE ROSA, MA DIMENTICA CHE LA FA ANCHE FORZA ITALIA – A NEW YORK SI FRUGA TRA I CASSONETTI PER TRUCCARE IL VOTO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO – IL GOVERNO CHE IMPONE I VACCINI OBBLIGATORI È LO STESSO CHE IGNORA LA SCIENZA E VIETA IL MAIS OGM? – IL FORZISTA ROMAGNOLI, PROCESSATO INGIUSTAMENTE PER TRAFFICO D’ARMI, SI TOGLIE I MACIGNI DALLE SCARPE CON UN LIBRO…

Maria Giovanna Maglie per Dagospia

 

TELEFONOTELEFONO

Telefonata a fine gennaio di un ex parlamentare, ora consigliere di amministrazione in scadenza di un ente importante, all’ esponente di partito che partecipa ai tavoli dove si decidono i candidati.

 

“Ma dove mi avete messo alla fine”, domanda relativamente tranquillo perché aveva ricevuto dal capo rassicurazione solenne.

”Non ci sei, abbiamo fatto una selezione di età, abbiamo svecchiato”. “’Veramente ho  la tua eta’”.

 

“ Beh, non ci sei perché abbiamo fatto  una selezione di merito severa, rigorosissima, spietata”. “Ma se c’è la tua segretaria…”.

“Vabbè, ti sei fidato, non hai fatto casino, sei un fesso”.

 Chi sono i personaggi e qual è il partito? Fate voi.

 

 

L’IMBROGLIO DELLE QUOTE SPIEGATO AL ‘GIORNALE’

articolo del giornale sulle suffragette (manca qualcuno)ARTICOLO DEL GIORNALE SULLE SUFFRAGETTE (MANCA QUALCUNO)

 

Titolo e sommario del Giornale  di Sallusti suonano sdegnati: “Così le suffragette delle quote rosa faranno eleggere  gli uomini”.

“Boschi, Boldrini e Bongiorno capolista in più collegi ma opteranno per uno. Negli altri lasceranno il seggio a chi le segue: un maschio”.

Era ora, si dice una che ha provato a sollevare un minimo di scandalo su questo bel pasticcio. Però c’è qualcosa che non va, qualcuno che manca. Boschi, Boldrini, Bongiorno, ok.

 

E le donne di Forza Italia che hanno accettato esattamente lo stesso ricatto, che hanno svolto copiosamente lo stesso ruolo, perché il Giornale le salta a piè pari? La vogliamo chiamare una disattenzione?

 

L’imbroglio, legalizzato ma non per questo  meno infame, della legge  che prevede nel rosatellum il 40% di candidate donne,( che poi chi gliel’aveva chiesta questa manovra trasudante retorica), ma poi le falcidia grazie a pluricandidature, alternanza, e una percentuale stabilità non per circoscrizioni, comincia insomma a tirar fuori il capino dalla censura  che i giornali evidentemente avevano scelto di applicarsi, con l’eccezione di questo modesto sito che  ha rivelato l’imbroglio con tanto di cifre e risultati possibili.

mariastella gelmini silvio berlusconiMARIASTELLA GELMINI SILVIO BERLUSCONI

 

Bisogna capirli. Dopo tanto strombazzare sul fatto che ci sarebbe stato il pienone di donne, chi compiacendosi e comunicando la grande conquista  agli italiani,  chi lamentandosi  di questo privilegio da riserva indiana, fatti due conti, viene fuori che le donne saranno ancora meno che nella legislatura appena finita, nella quale non c’era alcuna legge obbligo di quota, ed è una verità imbarazzante.

 

 Il 5 marzo sarà difficile negare che il numero è quello che è, sarà difficile non vedere che se una donna è capolista in 6 posti e può essere eletta solo in 1, per dirla in modo brutale, gli altri 5 posti vanno al maschietto di turno che sta sotto. Sono le pluricandidature, bellezza, e’ la regola dell’alternanza, bellezza, n’omo na donna n’omo na donna, come avrebbe detto Verdone. Le spacci per 10, sono 2.

 

 L’imbroglio  pero’ l’hanno fatto tutti, chi più chi meno, e diciamo che Forza Italia, per informazione del Giornale, è dentro con tutte le scarpe. Fatti i famosi conti, per esempio in Lombardia, schiera un 35% di donne, con 13 donne su 37, e le cose peggiorano in Piemonte con un 29% di donne,5 su 17 seggi.

 

 Analizziamo il caso di Maria Stella Gelmini, che in Forza Italia è imbarazzante. È solo un esempio, ce ne sono altre,  sempre di Forza Italia. Questi i collegi nei quali è presente al plurinominale (oltre ad essere a Bollate in Lombardia)

 

mariastella gelmini liste di forza italiaMARIASTELLA GELMINI LISTE DI FORZA ITALIA

 

 

 

 

 

 

 

  In pratica lei  viene eletta nell’uninominale sicuro,e fa passare Cannatelli, Ferraro, Orsini, Orizio, Di Pietro. Le altre donne come lei sono presenti più volte al plurinominale e quindi lasceranno liberi anche altri ruoli. La percentuale del 60 a 40 diventa 84 a 16. Complimenti.

Per informazione del Giornale, ma soprattutto degli elettori.

 

 

 

LOST IN TRANSLATION

 

La verità? Che  tra Queens e Brooklyn si fruga anche nei cassonetti a caccia di schede abbandonate da compilare.

schede italiani all esteroSCHEDE ITALIANI ALL ESTERO

Leonardo Metalli, storico giornalista Rai di spettacoli e cultura, pupillo amatissimo di Renzo Arbore – ma caro a tanti Big dello spettacolo, tanto è vero che gli spot da testimonial elettorali glieli hanno fatti  personaggi come Tony Renis e Gigi d’Alessio – si è giocato la roulette di fare il candidato all’estero nella circoscrizione del Nord America fuori dai partiti tradizionali, con il Maie,  una sorta di lista civica che già ha eletto deputati nella legislatura appena finita.

 

Sapeva che era un’avventura , e spera proprio di farcela, ma non si immaginava il gran casino che circonda il voto all’estero. Stiamo parlando di 18 deputati in epoca di maggioranze forse risicate forse non raggiungibili,quindi preziosi.

 

leonardo metalliLEONARDO METALLI

 Ma li’ le schede arrivano a casa e la maggior parte delle persone, addirittura il 70%, o le butta o le lascia dove sono arrivate, dimenticandosene. L’interesse è scarso, e lo spazio di manovre anche non trasparenti altissimo. Anche perché la tua scheda la puoi dare al candidato o al patronato, e il giro è lungo e non controllato prima dell’arrivo agli scatoloni del consolato.

 

Si vota, si fa per dire, in questi giorni, in anticipo sull’Italia, gli scatoloni andranno chiusi il primo marzo, e anche Leonardo Metalli con la moglie Marisa May e il fido amico e socio di Mad for Italy, Cesare Rascel, si sono messi in giro a caccia di schede e di italo americani disposti a consegnargli la loro. Niente cassonetti però, noblesse oblige.

 

 

LORENZIN E MARTINA SCIENZIATI INCOMPRESI

 

Siamo scienziati o caporali?

beatrice lorenzinBEATRICE LORENZIN

 L’attuale governo, uscente, ma con  speranze di mantenere il posteriore sulle cadreghe, grazie anche ai buoni uffici degli inquilini del Quirinale, attuali ed ex ingombranti, conduce in nome della scienza una battaglia per l’obbligatorietà dei vaccini. A chiunque avanzi un minimo dubbio o critica, si ricorda l’importanza del metodo scientifico, sì sbuffa di volta in volta che Luigi Di Maio non capisce, che Salvini sbeffeggia, e così via.

 

Ma ora che un gruppo scelto di ricercatori ha dimostrato che  la coltivazione del mais Ogm non e’ nociva, e i residui potenzialmente cancerogeni sono inferiori nei prodotti Ogm, meno affetti da pericolosi funghi alimentati dai parassiti, che fanno i nostri prodi?

maurizio martina carlo craccoMAURIZIO MARTINA CARLO CRACCO

In Italia non si può coltivare il mais Monsanto grazie ad un decreto firmato, tra gli altri, dal ministro della Salute, e dal ministro dell’Agricoltura.

 

Domanda: perché essere contro i vaccini per la Lorenzin è da populisti irresponsabili e invece vietare il mais Ogm che migliorerebbe il saldo della nostra agricoltura di centinaia di milioni l’anno, no?

 

Il ministro Martina che promette entro il 2025 l’eliminazione dei pesticidi, lo sa che è come eliminare per legge non  i vaccini, ma proprio tutti i tipi di farmaci? SOS scienziati.

 

 

ROMAGNOLI E I GARANTISTI DELLA DOMENICA

 

 Massimo Romagnoli fu campione di preferenze nel 2006 per FI. Nel 2014 il clamoroso arresto in Montenegro eseguito da agenti della Dea e la prigione negli Usa. Condannato a quattro anni, riuscì a far riaprire il suo caso e a dimostrare che non era lui a dirigere il giro d’armi da 16 milioni di dollari dirette in Colombia.

massimo romagnoliMASSIMO ROMAGNOLI

Molta perseveranza e la fortuna di incappare in una giustizia senza ideologia, come quella americana, che non ti tratta da colpevole solo perché fai il broker di armi, come faceva fino al 2014 Romagnoli per Alenia.

 

Ora ha  scritto un libro, Un innocente in trappola, per la Male Edizioni di Monica Macchioni, con la collaborazione di Andrea Velardi, e si è tolto qualche sassolino dalla scarpa, chiamando in causa Renzi, Orlando e la Farnesina di Gentiloni,  che ne ignorarono completamente gli appelli. 

libro massimo romagnoliLIBRO MASSIMO ROMAGNOLI

Non che dalla parte sua,  tra gli amici  del centro-destra che frequentavano entusiasticamente la sua bella casa romana, la reazione, con poche eccezioni, sia stata diversa.

 

E’ l’Italia, bellezza, il garantismo è una chiacchiera di salotto, il garantismo riguarda solo chi viene colpito e fa la vittima della persecuzione, gli altri si fottano.

 Ora Romagnoli  e’ di nuovo candidato. Con Forza Italia? Ma va… Dopo inutili telefonate agli amici di un tempo che fu, si è messo in proprio col suo Movimento per la Libertà. I voti nella circoscrizione estero Europa non gli mancano, vedremo a chi riuscirà a sottrarli. Unico finora a raccontare la sua storia senza pregiudizi Thomas Mackinson per Il Fatto. dagospia.com

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/17/elezioni-fece-32-mesi-di-carcere-per-traffico-darmi-e-terrorismo-ex-deputato-fi-ricandidato-allestero-da-autonomo/4163519/

BANG BANG, ANBANG SE LO CIUCCIA IL GOVERNO CINESE – PECHINO PRENDE IL CONTROLLO DEL TERZO GRUPPO ASSICURATIVO DEL PAESE, A RISCHIO CRAC DOPO L’ARRESTO DELL’EX PATRON PER ‘REATI ECONOMICI’ – WU XIAOHUI, COCCO DEL REGIME GRAZIE AL MATRIMONIO CON LA NIPOTE DI DENG XIAOPING, AVEVA COMPRATO PURE IL WALDORF ASTORIA

Alessandra Capozzi per www.ilsole24ore.com

 

Wu Xiaohui di Anbang con Stephen Schwarzman di BlackstoneWU XIAOHUI DI ANBANG CON STEPHEN SCHWARZMAN DI BLACKSTONE

Pechino non vuole rischiare il collasso di Anbang Insurance Group, il gruppo assicurativo cinese proprietario, tra l’altro dell’iconico hotel Waldorf Astoria di New York. Così le autorità cinesi hanno deciso di assumere il controllo diretto da subito, e per un anno , del terzo assicuratore del paese che rischia l’insolvenza per sospette attività illegali dopo che l’ex patron è stato perseguito per «reati economici» . E, quindi anche il controllo del lussuoso hotel newyorkese.

 

Niente nazionalizzazione del capitale

Wu Xiaohui ANBANGWU XIAOHUI ANBANG

La China Insurance Regulatory Commission (Circ), la Commissione cinese di vigilanza sulle attività delle assicurazioni, attraverso una nota, ha annunciato che assumerà, per un anno, la gestione del gruppo precisando che il controllo non è accompagnato da una nazionalizzazione del capitale, dal momento che Anbang continuerà a operare come un gruppo privato. Anbang ha violato i regolamenti assicurativi «seriamente» mettendo in pericolo la sua capacità di rimborsare i propri debiti, ha affermato la Commissione che assicura come «i diritti legittimi e gli interessi dei clienti assicurativi e degli stakeholder saranno protetti in modo efficace».

 

il waldorf astoriaIL WALDORF ASTORIA

Nel 2014 comprò il Waldorf Astoria per la cifra record di 1,95 miliardi $

Fondato nel 2004 da Wu Xiaohui che vantava legami «politici» con la famiglia del leader riformista Deng Xiaoping di cui ha sposato la nipote Zhuo Ran , Anbang è passato da semplice assicuratore immobiliare ad essere un colosso finanziario che ha investito molto all’estero. In particolare il gruppo è finito sotto i riflettori nel 2014 comprando il Waldorf Astoria per la cifra record di 1,95 miliardi di dollari e negli ultimi anni ha aumentato il numero di acquisizioni di gruppi assicurativi esteri: il sudcoreano Tong Yang Life, il Vivat dei Paesi Bassi e il belga Fidea.

 

Anbang è il primo gruppo cinese a diventare oggetto di una misura così radicale dopo che lo scorso anno Pechino ha ordinato a diverse importanti compagnie del paese di ridurre gli investimenti stranieri. Se il gigante Wanda ha ottemperato vendendo per miliardi di dollari gli asset nel settore del turismo, Anbang aveva in qualche modo fatto resistenza, dichiarando a luglio di non avere piani di vendita dei suoi investimenti. Tuttavia il gruppo aveva dovuto annunciare a metà giugno 2017 le dimissioni del suo emblematico patron, Wu Xiaohui, ufficialmente «per motivi personali» . La stampa cinese aveva quindi denunciato il suo arresto che non è mai stato confermato ufficialmente. dagospia.com

anbang insuranceANBANG INSURANCEanbang insuranceANBANG INSURANCEANBANG INSURANCEANBANG INSURANCEil waldorf astoriaIL WALDORF ASTO

Zonin, nessun problema in Maremma

Solo il 2% della Tenuta Rocca di Montemassi tra i beni finiti nella lista del Tribunale dopo il sequestro conservativo  

RIBOLLA . L’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza Gianni Zonin – insieme ai manager di Bpvi – è da tempo nel mirino dei giudici per il tracollo dell’Istituto di credito, peraltro radicato anche in Toscana dopo l’acquisto della ex Cassa di risparmio di Prato. Nei giorni scorsi il Tribunale di Vicenza, accogliendo parte delle istanze presentate dai risparmiatori penalizzati, che chiedono un ristoro per via giudiziaria, ha dato il via libera ai decreti per l’acquisizione di alcuni beni di Zonin. E tra questi c’è anche un sequestro che riguarda il 2% della società “Tenuta Rocca di Montemassi”, nel comune di Roccastrada, ceduta alla moglie Silvana Zuffellato con contratto di partecipazione il 22 dicembre 2015. Dopo il sequestro preventivo da 106 milioni chiesto e ottenuto dalla Procura di Vicenza a carico dell’istituto in liquidazione, ora l’azione si è estesa ai beni trasferiti a moglie e figli.

Ma cos’è è esattamente la Tenuta Rocca di Montemassi? Cosa si produce? Chi ci lavora? Ci saranno ripercussioni? Gianni Zonin ha creato con Rocca di Montemassi un tempio del grande vino. Il suo impegno e quello della sua famiglia ha fatto diventare la piana sotto il castello reso celebre dall’affresco di Simone Martini, già considerata terra di Bacco nel sesto secolo avanti Cristo, un giacimento di qualità. Nel 1999 a suggellare l’ampliamento aziendale in Toscana, dove già possedeva il Castello d’Albola (nel cuore del Chianti classico) e la fattoria Abbazia di Monte Oliveto (nel terroir della Vernaccia di San Gimignano), Zonin ha acquistato dalla famiglia grossetana Bucalossi questa tenuta, che all’epoca si chiamava Fattoria “Pian del Bichi” e oggi si estende (dopo altri acquisti) su 430 ettari di cui 180 dedicati alla vigna, il resto a pascolo (vacche maremmane e cavalli) e coltivazioni agricole tipiche della Maremma, tra cui grani antichi e frumenti. Gli oltre 180 ettari di vigna di Rocca di Montemassi producono Doc Maremma Toscana. La fanno da padroni due grandi autoctoni di Maremma: il Sangiovese e il Vermentino, oltre a uve di grande caratura qualitativa come il Merlot, il Cabernet Franc, il Cabernet Sauvignon e il Syrah, che qui dà esiti strepitosi. A Pian del Bichi, a Ribolla, le scelte di Gianni Zonin – che qui chiamano “Il Cavaliere” e un paio di volte all’anno viene a caccia – sono andate negli ultimi 18 anni in una direzione ben precisa, apprezzata dai cittadini, dai cacciatori e dalle istituzioni. Sono stati ristrutturati i volumi esistenti mantenendo un approccio coerente con la tradizione dei luoghi, ma soprattutto sono stati creati posti di lavoro veri. Oggi, in azienda, lavorano 45 persone tra fissi e avventizi. Il direttore, da quasi due anni, è il piemontese Alessandro Gallo, già al vertice di Castello d’Albola, mentre gli affari di famiglia li segue Domenico Zonin, che martedì sarà a Pian del Bichi. I casali e la dimora padronale sono stati riportati all’antico splendore, mentre per la realizzazione degli edifici aziendali è stato adottato uno stile conforme alle costruzioni della zona. Sono state messe a dimora centinaia di olivi, di pini marittimi, di oleandri e corbezzoli, di sughere, di ginestre, per ripristinare l’identità del paesaggio rurale. E poi i due capolavori: il laghetto dove dimorano i cigni, una sorta di specchio di Venere e il museo della civiltà rurale,in un’ala dell’azienda riportata alla sua architettura originale. 
Il direttore Alessandro Gallo rassicura: «Qui lavoriamo con impegno, come sempre. Non ci sono ripercussioni rispetto alle vicende giudiziarie. Noi tutti crediamo nel progetto Zonin e diamo il massimo». 

Gabriele Baldanzi Il Tirreno

CRV – Banche Venete: prima riunione della Commissione speciale d’inchiesta Oggi, nella sede del Consiglio regionale Veneto

CONSIGLIO REGIONALE VENETO 

Banche Venete – Prima riunione della Commissione speciale d’inchiesta istituita presso il Consiglio regionale del Veneto.

(Arv) Venezia 23 feb. 2018 – Si è svolta questa mattina a Venezia, presso palazzo Ferro Fini, la prima riunione della Commissione speciale d’inchiesta istituita in seno all’Assemblea legislativa regionale sui gravi fatti riguardanti il sistema bancario in Veneto.

Come stabilito con Deliberazione n. 205 del 21 dicembre scorso, i Commissari saranno chiamati per tre mesi, rinnovabili, a valutare i fatti emersi dopo la chiusura dei lavori della precedente Commissione speciale d’inchiesta che aveva concluso il proprio compito con la Relazione finale votata dal Consiglio regionale del Veneto il 12 luglio 2016; tra i compiti attribuiti alla nuova Commissione d’inchiesta, l’acquisizione di dati e informazioni riguardanti l’attività svolta dalle Autorità di Vigilanza nell’esercizio delle proprie funzioni su Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, specie con riguardo all’attività svolta da Banca d’Italia negli anni che hanno preceduto la crisi, nonché invitare ad audizione, tra gli altri, gli ex amministratori degli Istituti, conoscitori e studiosi del fenomeno, i rappresentanti dei comitati dei correntisti, azionisti e obbligazionisti, le associazioni dei consumatori più rappresentative a livello regionale e i rappresentanti sindacali dei dipendenti.

“Gli esiti della precedente Commissione d’inchiesta costituiranno la base di partenza per il lavoro della nuova Commissione” ha dichiarato a margine della seduta la Presidente dell’organismo consiliare. “Saranno innanzitutto verificati gli impegni presi allora. Contestualmente a questo riscontro, saranno chiamati in audizione presso la Commissione, sulla base di un preciso cronoprogramma, tutti coloro che potranno contribuire a dipanare la complessa questione della crisi bancaria che ha colpito il nostro territorio. Faremo un lavoro di squadra, senza pregiudizi ideologici, per dare risposte concrete ai risparmiatori e agli imprenditori, e anche per fare il punto rispetto a ciò che è stato fatto finora e a quanto è rimasto da fare, a livello regionale e nazionale”.

“I nostri poteri d’indagine – ha aggiunto il Vicepresidente della Commissione speciale d’inchiesta – sono in special modo conoscitivi e di audizione di tutti i soggetti che sono coinvolti nella liquidazione, ovvero nel sostanziale fallimento, delle due banche. Il nostro compito è di ricostruire in maniera fedele e completa ciò che è successo: bisogna arrivare alla verità; gli elementi per farla emergere ci sono”.ANSA VENETO

Fascismo, Italia a rischio anni di piombo: la lezione del giudice Salvini

Neofascismo: la videoinchiesta tra la guerra anarchici-neofascisti sui muri di Milano (FOTO) e la lezione sulla tolleranza del giudice Giudo Salvini (VIDEO)

Fascismo, Italia a rischio anni di piombo: la lezione del giudice Salvini

Video-inchiesta di Claudio Bernieri affariitaliani

Achab, anarchico insurrezionalista diciottenne di Milano, da giorni deambula di notte nella zona della movida selvaggia, tra corso Ticinese, la Darsena,  via Scaldasole  e i bar del chupito. Esce a mezzanotte come Nosferatu da uno stabile occupato in via Emilio Gola e  lancia avvertimenti  con la bombolette spray sui muri. Obiettivo? Avvertire inesistenti “fasci” del quartiere che la zona è ”antifa”. E’ un esempio (vedi la gallery) del ritorno delle pulsioni di violenza tra le fasce più emarginate  dei giovani.

Addirittura il collettivo di Achab ha stampato un manifesto che riproduce la  carta dei tarocchi con l’immagine dell’Appeso, carta dei Tarocchi  naturalmente dedicata all’odiato “antifa”.  Il manifesto viene in queste notti affisso sopra i manifesti elettorali del centro destra, mentre altre scritte che inneggiano  al ritorno delle spranghe e delle P38 sono lasciate  sui muri delle scuole.

Fascio dove sei, Hazet 36“, è lo slogan  più diffuso sui muri,  che lorda  sia le entrate dei licei che i luoghi di ritrovo  più  popolari: slogan truculenti  che il Comune non cancella.  La Hazet? Trattasi  della marca della chiave inglese  che venne usata dai katanga del Movimento studentesco nel 68 per colpire le forze dell’ordine e gli avversari politici di allora.

Assistiamo davvero a un inquietante revival degli anni di piombo?  Il dubbio sorge in via Scaldasole, dove un ”fascio” ha  infine risposto con una propria scritta ad Achab, che auspica ” più sbirri e fasci morti”. “Basta scritte, meniamoci”, ribatte con un colpo di vernice un anonimo “fascio” che firma  il suo invito con una inequivocabile ascia bipenne. Ci sarà presto un duello? Chissà…

Siamo stati così a una insolita conferenza tenuta in un albergo discreto di san Siro sul 68 e i vari scontri che insanguinarono per un decennio lo scenario politico italiano, e che degenerarono infine nel terrorismo di Prima linea, Br, Nar , Ordine Nuovo, con scontri cruenti tra le varie manovalanze. Sanbabilini e  katanga, fasci e cinesi…

L’idea di riunire vari reduci degli opposti schieramenti, ed oggi ovviamente rinsaviti, è stata dello scrittore Pierluigi Arcidiacono che ha invitato il noto giudice Guido Salvini a tenere una conferenza  sul 68 e  gli anni di piombo e su quella violenza insensata che oggi  giovani come Achab auspicano. Nella serata è così nato quasi per caso un utile tutorial sulla tolleranza.

Jens Weidmann conferma la natura di falco tedesco. E ammette: “più facile lavorare con Merkel che con Draghi”

Monte dei Paschi, la linea dura della Germania sull’intervento dello Stato

“La Bce è certamente una istituzione che funziona bene. Ma questo non significa che debba assumere il ruolo…dei governi”. E il riferimento è ovviamente al programma di Quantitative easing che …

I suoi attacchi contro Mario Draghi sono stati spesso frontali: che continui a essere contrario al Quantitative easing e ne invochi da tempo la fine, d’altronde, è chiaro a tutti. Così come è chiaro che il vero falco della Bce sia lui: Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea. Jens Weidmann, che al termine della scadenza del mandato di Draghi dell’ottobre del 2019, potrebbe prendere il suo posto.

 
 

La corsa alla successione, sebbene manchi più di un anno, è già iniziata, così come sono iniziate le scommesse che vedono il falco tedesco già seduto sullo scrannodella presidenza dell’Eurotower.

Lui non si espone più di tanto e, nel corso di un’intervista pubblicata oggi sul Financial Times, afferma piuttosto come sia assurdo che si dibatta sulla nazionalità del candidato più probabile a prendere il posto di Draghi:

“Questa discussione sulla nazionalità del candidato (ad assumere la presidenza della Bce) è completamente assurda. Intendo dire, vi sareste mai domandati se questa istituzione (la Bce) fosse giusta per un italiano?”.

Eppure il quotidiano britannico sottolinea come proprio la sua nazionalità giochi a suo favore: “E perchè è tedesco il motivo per cui viene considerato il favorito alla presidenza della Bce. Sebbene si siano fatti i nomi di altri, come quello del governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau e del responsabile della banca olandese Klass Knot, come candidati a prendere il posto di Draghi, nessuno è stato menzionato così spesso come il numero uno della Bundesbank”.

E, continua l’FT, “dopo un presidente olandese, francese e italiano, molti ritengono che sia arrivato il momento di un tedesco alla guida della Bce. La nomina del ministro dell’economia spagnolo Luis de Guindos alla carica di vice presidente ha anche aumentato apparentemente le chances di Weidmann: nominare un vice di un paese del sud Europa spiana la strada a un candidato nordeuropeo che si aggiudichi il primo premio”.

L’interrogativo è se Berlino sia disposta a pagare il prezzo per aggiudicarsi la presidenza dell’istituzione finanziaria più importante in Europa, ovvero accettare una maggiore unione monetaria. In realtà, Weidmann ribatte all’FT che anche questo dibattito è, a suo avviso, assurdo e ricorda a tal proposito la presidenza di Jean-Claude Trichet, negli anni compresi tra il 2003 e il 2011:

“Abbiamo avuto un presidente della Bce francese, e cosa hanno chiesto i tedeschi ai francesi, in cambio?”.

In realtà, molti sono concordi nel ritenere che una cosa i tedeschi la chiesero a quei tempi: ovvero che la sede della Banca centrale europea fosse a Francoforte e che l’istituto fosse a immagine e somiglianza della Bundesdbank. Ma il falco tedesco rifiuta di credere che questa sia stata una concessione da parte della Francia:

“Venne raggiunto un accordo secondo cui una banca centrale indipendente, orientata alla stabilità, fosse la cosa migliore: e tutti furono d’accordo“.

Nell’intervista, Weidmann cerca di smontare l’immagine del funzionario tedesco rigido che molti gli attribuiscono:

“In alcuni dibattiti, posso avere un’opinione diversa, ma non accade mai che ci sia alla fine da una parte un outsider e dall’altra il resto”, sottolinea.

Eppure l’FT ricorda come, quando del settembre del 2012 Draghi confermò che soltanto un membro del Consiglio direttivo si era opposto alla sua promessa di fare il possibile per salvare l’Eurozona – espressa nella famosa frase ‘whatever it takes’, in diversi dissero che l’outsider era stato proprio Weidmann.

I suoi attacchi contro Draghi non sono mancati, tanto che anche i funzionari a lui più vicini credono che sia stato un errore attaccare in maniera tanto plateale l’attuale presidente della Bce.

Weidmann usa ora toni più concilianti, pur ammettendo che, dal suo punto di vista, “in un certo senso, è più facile lavorare con Merkel (che non con Draghi)“.

Da segnalare che Weidmann è stato responsabile della divisione di economia e di finanza della cancelleria tedesca, prima di diventare numero uno della Bundesbank, nel 2011.

“Andavo piuttosto d’accordo con lei, visto che ha un approccio molto analitico. Alla fine è lei che doveva prendere le decisioni, ma fino a quel momento era possibile avere davvero un buon confronto…se fosse stato diversamente, non sarei rimasto per sei anni”, sottolinea, aggiungendo che è comunque “facile conversare anche con Mario (Draghi). E’ un uomo di grande cultura, si può parlare di diverse cose con lui”.

Detto questo, “la Bce è certamente una istituzione che funziona bene. Ma questo non significa che debba assumere il ruolo…dei governi”. E il riferimento è ovviamente al programma di Quantitative easing varato dalla Bce per mettere in sicurezza l’Eurozona e salvarla dalla crisi dei debiti sovrani.

Intanto la possibilità che Weidmann sostituisca Draghi alla fine del prossimo anno calma gli animi dei falchi e preoccupa molto le colombe.

Basti pensare alla frase con cui, nel 2012, il banchiere citò il Faust, capolavoro di Goethe, per avvertire sui pericoli potenziali di una politica monetaria incentrata sull’erogazione di finanziamenti agli stati e che finisca con l’innescare una spirale inflazionistica. (Nella tragedia, Mefistofele convince l’imperatore del Sacro Romano Imperofortemente indebitato di stampare moneta per rilanciare l’economia. Ma è vero anche che nella tragedia non ci sono riferimenti all’inflazione).

D’altronde, l’inflazione per la Germania è una ossessione. E Weidmann è a capo della istituzione più rispettata della Germania. Così come disse l’ex responsabile della Commissione europea Jacques Delors disse, “non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank”.

Nel ricordare ciò il quotidiano britannico aggiunge anche che la posizione di Weidmann, alla fine, è in linea con quello della Germania: una “nazione che vede il debito come un peccato”. Tanto che la parola “schuld”, debito, significa anche “colpa”. Laura Naka Antonelli Finanzaonline

Bper tra puntate al ribasso e nuovo Cda

Mentre il Cda si prepara a varare una lista di candidati per il rinnovo integrale dell’organo amministrativo, un hedge fund americano scommette pesante contro la banca modenese. Il titolo però avanza a Piazza Affari


 
 

Finora è stata una delle banche abbastanza lontana dai radar delle cronache finanziarie, almeno quelle negative, ma ora anche su Bper iniziano ad accendersi i riflettori.

Sono, in particolare, due gli sviluppi che interessano la banca modenese, uno positivo quantomeno in una visione prospettica e l’altro abbastanza negativo. Il fronte sfavorevole è stato aperto da uno dei soliti hedge fund americani che stanno scommettendo al ribasso sulla Borsa italiana in vista dell’esito delle prossime elezioni ma che finora stanno prendendo una sonora cantonata con perdite enormi. Dopo Bridgewater, che ha scommesso 3 miliardi di euro contro l’Italia e soprattutto contro le banche italiane a partire da Intesa Sanpaolo, o Marshall Wace su Ubi, ora è spuntato anche Aqr Capital Management, fondo del Connecticut, spuntato a sorpresa nel capitale di Bper con una posizione corta del 3,89%, la maggiore finora assunta da un investitore shortista sul Ftse Mib. Qualcosa bolle in pentola? Ai posteri l’ardua sentenza direbbe qualcuno per usare un po’ di frasi a effetto.

Di sicuro la banca modenese, nonostante sia tra le possibili candidate al prossimo processo di consolidamento del settore bancario italiano, ha altro a cui pensare, a partire dal rinnovo del consiglio di amministrazione da proporre all’assemblea del 14 aprile. La riunione dei soci sarà la seconda convocata con la nuova struttura da società per azioni di Bper e quindi la ricomposizione integrale del Cda rappresenta un tema delicato anche se già l’anno scorso è stato votato un rinnovo parziale dell’organo amministrativo senza i criteri della cooperativa.

Secondo le ultime indiscrezioni di stampa il consiglio di amministrazione attualmente in carica dovrebbe riunirsi subito dopo le elezioni del 4 marzo per approvare una lista di maggioranza con la conferma di Luigi Odorici, Ettore Caselli e di Alessandro Vandelli e il possibile sostegno di Unipol, maggior azionista con il 10% circa del capitale, e di altri grandi soci a partire dalle numerose fondazioni di origine bancaria come la Fondazione Banco di Sardegna. Il solco dovrebbe essere quello recentemente tracciato dal presidente Odorici in occasione del convegno Assiom-Forex. “L’auspicio è che ci possa essere una condivisione tra le anime dell’azionariato, ovvero Unipol, le fondazioni e che si arrivi a una soluzione condivisa in vista dell’elezione del nuovo cda”, ha spiegato il banchiere. “Poi che questa soluzione sia una lista presentata da qualcuno o la lista del cda dipenderà dalle scelte degli azionisti, anche se la lista del cda in teoria è la soluzione più auspicabile perché dimostrerebbe che c’è largo accordo”.

Dunque non dovrebbero emergere grandi sorprese con la composizione di un nuova Cda che sarà chiamato almeno a discutere nei prossimi mesi di alcuni temi importati, a partire dai nuovi target aggressivi sulla riduzione di crediti deteriorati. E anche del consolidamento: si tratta, comunque, di una questione di medio termine. Al momento, come affermato dall’a.d. Vandelli sempre all’Assiom-Forex, il focus è sulla riduzione dei crediti deteriorati e non c’è interesse per altre acquisizioni dopo quella della Nuova Carife.

Intanto a Piazza Affari il titolo guadagna quasi l’1% complice anche la positiva intonazione del mercato. Rosario Murgida finanza report

Il Movimento Risparmiatori Traditi è il primo partito dei soci truffati da Veneto Banca, BPVi e non solo. Il piovese Alberto Artoni: “si estende da nord a sud, siamo in due milioni”- FATEVI SENTIRE TUTTI CONTRO PADOAN E BANCA INTESA ALLORA SI CHE TUTTI SI METTERANNO IN RIGA

ArticleImage

È il veneto Alberto Artoni (“faccio l’ingegnere edile come seconda professione, la prima è quella di socio truffato dalle banche venete“) ad annunciarci in anteprima assoluta che è nato con sede a Roma, il Movimento Risparmiatori Traditi, il primo partito che vuol raccogliere intorno a sè i soci delle banche fallite, in un modo e nell’altro. Per il sessantatreenne professionista (“anche l’edilizia soffre dei crac bancari“), nato a Piove di Sacco “il Movimento si estenderà dal nord al centro fino al sud, perchè ad essere stati truffati sono tutti, in tutta l’Italia”

Ed altri rischiano di perdere i loro soldi investiti in altri istituti a rischio. Ci sono, infatti, quelli che, dopo la Carige, dovranno portare a termine onerosi aumenti di capitale, come il Credito Valtellinese, e banche, come la Banca Popolare di Bari, che vivono  situazioni che assomigliano tanto a quelle pre flop della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.

Ai già truffati e agli azionisti a rischio si rivolge, ci dice il suo fondatore veneto, il Movimento Risparmiatori Traditi, che nel suo simbolo aggiunge la scritta ‘No salva banche’ (nella foto con Artoni): “se gli azionisti e gli oobligazionisti risparmiatori azzerati o fortemente impoveriti, come chi ha investito in MPS, sono almeno e ad oggi 500.000 non dimentichiamo che intorno a loro c’è una famiglia. Se ci limitassimo a pensare a nuclei di 4 persone con dirito al voto senza allargare troppo il perimetro degli “arrabbiati’, è di almeno due milioni di voi il bacino potenziale di elettori che sanno sulla propria pelle quanto è costata la malagestio pratica e politica delle banche a cui avevano affidato i loro soldi…”.

Ma altri, tanti altri sanno – conclude l’ing. Artoni del Movimento Risparmiatori Truffati –, che, se si continua così, per l’italia non c’è futuro, per cui a loro spiegheremo che è meglio affidarsi non a politici parolai e di mestiere ma a chi sta pagando in proprio i loro errori“.

Se il messaggio è forte e chiaro e di sicuro sta arrivando alle orecchie di chi in Parlamento vuole andare o vuole tornare, è utile fare qualche considerazione “politico-elettorale”.

Il tracollo di un (de)nutrito gruppo di banche, in primis le due più grandi Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, trova le sue origini pratiche ed economiche nelle primigenie colpe di chi le ha gestite male e di chi, poi, le ha controllate peggio e così omertosamente che è stata evitata dalla Commissione d’inchiesta sulle banche, in buona parte più interessata al gossip su Maria Elena Boschi che alle sorti dei soci truffati, l’audizione di Franco Antiga, che ai tempi di Vincenzo Consoli era vice presidente della ex Popolare di Montebelluna ed avrebbe ascoltato, secondo l’ex Ad, Carmelo Barbagallo “non negare” il suo sempre negato “consiglio” di consegnarsi senza condizioni nelle mani di Gianni Zonin.

In questo quadro di partenza, complicato dalle nuove normative europee del bail-in e dalla legge sulla trasformazione in Spa delle ex Popolari, è naturale per gli potenziali elettori (saranno sempre meno?) dare gran parte di responsabilità dei mancati salvataggi delle banche collassate e dei loro soci truffati al governo in carica, il cui “azionista” di maggioranza, è oggi il Partito Democratico, che, quindi, pagherà di sicuro il conto elettorale più salato dei vari crac.

Ma non c’era e non c’è stato sempre e solo il PD o un suo qualunque progenitore, anzi…, a governare se i fallimenti delle banche dei nostri giorni hanno origine negli apparentemente “lontani” anni della prima decade del terzo secolo, in cui già si chiudevano occhi, orecchi e… nasi su Bankitalia (non c’era, ad esempio, Mario Draghi già ai tempi dei misfatti originari di MPS e delle coperture di BPVi?) e sui poteri finanziari sempre più dominanti sulle sorti dell’Italia (la riunione sul Britannia del 1992 ne è la rappresentazione plastica) e spesso facili da associare agli interessi delle varie mafie e alle influenze delle logge massoniche.

Non si può, allora, ragionevolmente gettare la croce solo sul Pd perchè qualunque governo con qualunque partito di maggioranza a sostenerlo ha fatto e avrebbe fatto lo stesso: inginocchiarsi a disegni “superiori” che non solo stanno azzerando le nostre banche, con la complicità dei loro manager e dei lacunosi se non interessati controlli, ma hanno già terremotato il sistema delle nostre grandi imprese, con la connivenza dei loro proprietari e dell’assenza di un progetto industriale capace di vivere senza gli aiuti di stato.

Ebbene il Pd pagherà di più, ma non sarà facile, per lo meno per chi ha vissuto direttamente o da vicino il dramma del collasso economico dei risparmi, dare fiducia ad altri partiti classici, molti dei quali, se anche oggi sono spesso formalmente all’opposizione, negli anni passati e in quelli vicini, prima e dopo lo scelto dai signori della BCE Mario Monti, hanno avuto o condiviso le stesse responsabilità piantando i semi di alberi nati marci o seccatisi subito e più rapidamente dello “spennacchio” di Piazza Venezia a Roma.

Ci sarà allora che punterà sui 5 Stelle (“per lo meno loro non hanno fatto in tempo a rimanere coinvolti“) e chi, preoccupato del contraltare della loro “verginità” obbligata, cioè l’inesperienza,non voterà o penserà al Movimento Risparmiatori Truffati: “siamo in due milioni – ripete Artoni – e le nostre porte sono aperte a tutti i danneggiati e  a tutte le associazioni“.

Anche a Luigi Ugone, che continua a dire di non voler fare politica “elettorale” perchè la sua azione è impronata da sempre a scelte poltiche, e Andrea Arman, uno studioso venetista, un po’ avvocato, un po’ di più ascetico?

Per loro le porte sono non aperte ma spalancate… Se Ugone è un trascinatore Arman è un fine uomo di cultura“.

Se il Movimento ha poco tempo per organizzarsi ma punta ad essere presente nei collegi uninominali puntando sull’estensione della “piaga” del credito, quella già scoppiata e quella ancora sotto pelle, è naturale chiedere ad Artoni qualcosa sui necessari apparentamenti: “per ora – è la sua secca risposta – ci concentramo sull’organizzazione. Da noi, poi, vista anche l’eco mediatica quotidiana, verranno in molti ma noi partiremo sempre dalla valutazione delle corresponsabiltà di ognuno e poi ci ragioneremo su”.

In due milioni…  (Vicenza Piu’ – Il Direttore Coviello)