03/16/13–04:04: Il Banco perde 944 mln. Saviotti: Siamo solidi

Il Banco Popolare ha chiuso il 2012 con una perdita di 944 milioni, contro il rosso di 2,258 miliardi del 2011. Sul risultato pesano rettifiche su crediti per 1,284 miliardi e la svalutazione della partecipazione Agos Ducato per 399 milioni. Nel conto economico, in calo anche il risultato della gestione operativa (-37,9% a 876 milioni). Il Core Tier 1, il principale termometro di soldità patrimoniale per le banche, è pari al 10,1%, che diventa il 9,4% considerando il buffer suggerito dall’Eba.
La raccolta diretta è scensa del 5,7% a 94,5 miliardi, quella indiretta del 4% a 61,8 miliardi, mentre gli impeghi lordi si sono contratti dell’1,3% a 96,2 miliardi. Le esposizioni lorde deteriorate salgono del 17,5% a 16,2 miliardi.

L’amministratore delegato Pierfrancesco Saviotti ha assicurato che il gruppo è linea con la Banca d’Italia in materia di politica di accantonamenti del Banco Popolare.
“I consigli della Banca d’Italia sono congrui con la nostra politica, che continuerà ad essere prudente anche nel corso del 2013. – ha spiegato Saviotti – Ci sentiamo attori tranquilli in questo mercato.

(da Il Giornale) 

Il massone De Benedetti incontra Renzi a Palazzo Chigi. E Sorgenia aveva già preso 600 milioni

Il massone De Benedetti incontra Renzi a Palazzo Chigi. E Sorgenia aveva già preso 600 milioni

Il #massone #CarloDeBenedetti, patron della #Repubblica che – secondo quanto rivelato da Fabrizio Barca nella famosa “intercettazione” con il finto #Vendola – avrebbe manovrato per formare il governo #Renzi, ha incontrato ieri il premier a Palazzo Chigi. “È uno scandalo”, l’accusa più soft. Anche perché, appena qualche settimana fa, Sorgenia aveva ricevuto la mancetta di 600 milioni, come riportato da Libero Quotidiano.
Quello di Matteo Renzi è “il governo dell’Ingegnere”, inteso come Carlo De Benedetti? Se già era legittimo avere qualche sospetto, quanto successo nelle ultime ore va a rafforzare le convinzioni di chi, dietro l’ascesa dell’uomo di Pontassieve, ci vede lo zampino dell’editore di Repubblica (che più di tutti gli altri quotidiani nazionali gli ha tirato la volata). Già, perché nel pomeriggio di mercoledì 9 aprile, De Benedetti si è recato a Palazzo Chigi. Una visita che ha fatto letteralmente infuriare il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha tuonato su Twitter: “De Benedetti a Palazzo Chigi da Renzi per dare ordini sulle nomine? Vergogna?”.
LEGITTIMI SOSPETTI – Nel cinguettio, Gasparri, avanza un sospetto: ovvero che l’editore di Repubblica voglia dire la sua sull’imminente giro di nomine ai vertici delle società pubbliche, tra le quali anche Eni, Enel, Finmecanica e Poste. Secondo le ultime indiscrezioni, i nomi potrebbero essere svelati già domenica: un particolare in grado di alimentare ogni dietrologia sul colloquio tra l’Ingegnere e il premier. Su quanto si siano detti i due non è trapelato alcun dettaglio ufficiale. Si può anche ipotizzare che nel faccia a faccia si sia affrontato il nodo dei debiti di Sorgenia nonché quello dei guai giudiziari della Tirreno Power di Vado Ligure. Una visita inopportuna, quella di De Benedetti a Renzi. E’ davvero “il governo dell’Ingegnere”?
IL SALVAGENTE – Le banche lanciano un salvagente da seicento milioni per salvare Sorgenia, la società elettrica che, attraverso Cir fa capo alla famiglia De Benedetti: quattrocento milioni sotto forma di aumento di capitale e altri duecento come obbligazioni convertibili. È questo il costo che i ventidue creditori dovranno accollarsi per tirare fuori dai guai la società elettrica e, di riflesso, l’intero gruppo guidato da Rodolfo, il figlio dell’Ingegnere, e da Monica Mondardini. Non è nemmeno da escludere che la fatica della trattativa abbia incrinato i rapporti interni visto che, secondo le indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera, la Mondardini sarebbe entrata nel vortice delle nomine pubbliche. Viene indicata per il vertice di Poste Italiane. Concorre con Francesco Caio, anch’egli con un passato nel gruppo dell’Ingegnere: è stato sostanzialmente l’ultimo amministratore delegato di Olivetti e poi ha guidato Omnitel.
Il piano delle banche per Sorgenia è stato sintetizzato in una lettera che partirà nelle prossime ore. Manca solo la firma di Banca Marche. Un ritardo dovuto forse al fatto che, date le condizioni di sostanziale insolvenza dell’istituto, non c’è nessuno che voglia assumersi la responsabilità di una firma tanto impegnativa.
Tanto più che per le banche non è proprio un’operazione semplicissima da digerire. Non a caso il dossier è finito sui tavoli più alti: Fabrizio Viola (Mps), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Federico Ghizzoni e Alessandro Decio (Unicredit), Victor Massiah (Ubi), Giuseppe Castagna (Bpm), Pierfrancesco Saviotti (Banco Popolare). L’ultimo vertice si è svolto due giorni fa senza risultati. Le banche hanno deciso di andare avanti da sole. Secondo il piano l’azionariato di Sorgenia avrà questa composizione: Mps al 22%, Ubi 18%, Banco Popolare l’11,5%, Intesa il 9,8%, Unicredit il 9,7% e Bpm il 9 per cento. Complessivamente l’80% del capitale che metterà la Cir ai margini della governance. La perdita del controllo è compensata dal fatto che, in questa maniera la dinastia si toglie dai guai. Tanto più che alle banche non viene certo ceduto un gioiello. Sorgenia ha debiti per 1,9 miliardi e deve anche fronteggiare il problema della centrale di Vado Ligure di cui è azionista al 39% (il 50% fa capo ai francesi di Gaz de France). L’impianto è sotto sequestro per disastro ambientale. La scelta di cedere la patata elettrica alle banche se da una parte evita guai molto gravi, dall’altra non sarà priva di conseguenze. Facile immaginare che, da ora in avanti i rapporti di Rodolfo De Benedetti con il sistema bancario saranno piuttosto complessi. Sorgenia, per esempio, aveva ottenuto un extra-fido di seicento milioni. Tutto lascia pensare che da ora in avanti, le altre società del gruppo smetteranno di avere un trattamento di favore. Tanto più che le banche, sempre oculate nei confronti delle imprese minori, sono state veramente generose verso la famiglia dell’Ingegnere.
Per non farsi estromettere Rodolfo aveva tentato un ultimo rilancio: metteva sul piatto 100 milioni e chiedeva alle banche di partecipare per altri 190. Voleva però la gestione e il privilegio sui futuri dividendi. La proposta è stata respinta. Sorgenia andrà avanti con la protezione dell’articolo 182bis, lo scudo che mette al riparo dai creditori. La gestione resta affidata all’attuale ceo Andrea Mangoni. A lui il compito di trovare una soluzione.

Castagna (Bpm): «C’è la necessità di un terzo polo bancario»

di Rosario Dimito IL MESSAGERO
«Non c’è una ricetta per il terzo polo ma credo che il Paese abbia bisogno di poli importanti perchè ci sono solo due banche grandi». Giuseppe Castagna, consigliere delegato della Bpm, ammette la necessità che alle spalle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, si formi un altro colosso. E questo colosso può nascere solo dalla fusione delle popolari, favorire e incalzate dal decreto del governo che le costringe a trasformarsi in spa. «Aspettiamo prima la conversione in legge» del decreto, aggiunge Castagna, interpellato a margine dell’esecutivo Abi, per mettere le mani in avanti rispetto a un processo di consolidamento che, a parole tutti negano sia partito, ma che in realtà, si sta nutrendo di contatti serrati. Lo stesso Castagna bolla come «illazioni» le rivelazioni del Messaggero di oggi che indicano nella Bper l’opzione principale di Piazza Meda. In effetti, pur non essendoci ancora una trattativa fra le parti, ci sono stati abboccamenti tra Castagna e Alessandro Vandelli, ad della banca di Modena che, dal suo canto, guarda ad altre ipotesi, come la Popolare di Sondrio. La parola d’ordine di tutti è «non c’è niente». La riassume Pierfrancesco Saviotti a chi gli chiede conto delle varie ipotesi, tra cui una combinazione con Ubi su Mps. Saviotti comunque rilancia il ruolo di polo aggregante del Banco. E non c’è «assolutamente niente» anche per il numero uno di Ubi Banca, Victor Massiah. Tutti si propongono come «poli aggreganti», ma intanto aspettano la conversione del decreto che impone la trasformazione in spa alle prime dieci banche popolari italiane. «Prima il consolidamento delle regole, poi quello delle banche», ha chiosato Massiah. Insomma stando a quello che lasciano intendere i banchieri che devono tenere la bocca cucita per opportunità – anche rispetto alle indagini in corso sul rialzo dei titoli delle popolari in concomitanza del varo del decreto – le trattative fioriranno tutte insieme. Eppure incontri e colloqui si stanno susseguendo. Subito dopo l’esecutivo Abi svoltosi a Milano, due banchieri di popolari coinvolte nella riforma, si sono dati appuntamento in un ristorante al centro di Milano.

Il banchiere è mobile, giri di poltrone sempre più veloci

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Enrico Cuccia, al momento di prendere la guida di Mediobanca, ricevette da Raffaele Mattioli in dono un tagliacarte con un biglietto: «Durezza e taglio uralici per i prossimi quarant’anni». Una raffigurazione del mestiere di banchiere rispettata nell’istituto costituito nel 1946 per accompagnare l’Italia nella ricostruzione. Ma che nel nostro Paese non è stata di frequente la via maestra. Come dimostrano l’esplosione delle sofferenze e la diffusione di numerosi «casi particolari» che hanno rivelato intrecci fra localismo e interessi privati. Ebbene, il mix costituito da un lato da dossier specifici e dall’altro da crisi economica, tassi-zero e tramonto di modelli di business che regolatori, tassi e tecnologia obbligano a ripensare, ha favorito numerosi cambi di vertice nelle banche.

La svolta di questi giorni al Montepaschi, che ha luogo comunque dopo un faticoso lavoro di ristrutturazione compiuto anzitutto da Fabrizio Viola, in Mps dal 2012, è l’ultimo esempio. Il «film» senese è fra i più significativi perché l’istituto, unico con forte presenza statale, costituisce un problema irrisolto che gioca a sfavore della fiducia dei mercati sull’intero nostro sistema creditizio. Capitale, crediti deteriorati, assetti azionari: un «pacchetto completo» di temi che, pur con un piano già approvato dalla Bce, ora passa alla nuova guida della banca, Marco Morelli.Argomenti che, in termini certo diversi per dimensioni, «tensioni» e storia (Mps è un caso a sé) non sono stati estranei all’avvicendamento di maggio-giugno in Unicredit con l’addio dopo sei anni di guida di Federico Ghizzoni e la scelta di affidare il timone dell’unica banca italiana sistemica a Jean-Pierre Mustier, ex SocGen ed ex Unicredit, dove era stato capo dell’investment banking dal 2011 al 2014. Ora gli impegni prioritari per il primo capoazienda bancario crossborder sono rappresentati da capitale e dismissioni e da un ri-orientamento geografico e di business.
Vicende di tutt’altra taglia e significato strategico riguardano il cambio della guardia che si è verificato in Carige poco prima, in marzo. Il match fra i fondi di private equity Apollo e Vittorio Malacalza, primo socio con il 17,5% circa, si è chiuso con la vittoria di quest’ultimo che ha collocato al timone il top manager di Sator-Banca Profilo Guido Bastianini e alla presidenza Giuseppe Tesauro.
Le svolte. Da Carige è uscito invece Piero Luigi Montani, approdato a Genova dalla fine del 2013 dopo aver guidato per quasi due anni Bpm. Al suo posto nella banca milanese, dove ha cercato (per due volte) di imprimere una svolta Andrea Bonomi, è arrivato agli inizi del 2014 Giuseppe Castagna, ex capo della Banca dei Territori di Intesa. Che ora, con Pier Francesco Saviotti, è protagonista del matrimonio con il Banco Popolare, che alcuni avrebbero voluto allargato anche a Ubi, l’istituto guidato da Victor Massiah. E proprio da quest’ultima banca nel maggio 2015 è uscito il direttore generale Francesco Iorio, chiamato a guidare la Popolare vicentina da Gianni Zonin al posto di Samuele Sorato. Dopo gli scandali che hanno travolto l’istituto il nuovo azionista totalitario, il fondo Atlante che ha sottoscritto l’aumento di capitale e operato così il salvataggio, quest’estate ha confermato Iorio e nominato Gianni Mion alla presidenza eSalvatore Bragantini vice.
All’elenco di svolte in banca ne vanno poi aggiunte almeno altre tre: il difficile incarico assunto da Roberto Nicastro, ex Unicredit, chiamato a fine 2015 da Bankitalia per risolvere il dossier dei quattro istituti posti in risoluzione (Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti); il passaggio nel novembre 2015 di Andrea Munari, vicepresidente di Borsa Italiana con curriculum in Intesa e Credito Fondiario, alla guida di Bnl, dopo che Fabio Gallia è andato in Cdp; l’avvicendamento in Bper che nell’aprile 2014 ha portato Alessandro Vandelli a prendere il timone al posto di Luigi Odorici.
Una lunga serie di cambi al vertice che, compresi i casi particolari, sarebbe sbagliato non inscrivere anche in un processo generale di cambiamento che, dopo la grande crisi, sta rivoluzionando banche e banchieri: le uscite di Alessandro Profumo da Unicredit nel settembre 2010 e di Corrado Passera da Intesa nel 2011 hanno sancito la fine dell’epoca delle grandi aggregazioni post privatizzazioni; la scelta di affidare il timone di Unicredit a Ghizzoni e, dopo la parentesi rappresentata da Enrico Cucchiani, l’ascesa di Carlo Messina in Intesa vanno già inquadrate nel periodo di riscrittura dell’industria del credito. E ora, nell’era della Bce, degli stress test e dei tassi-zero gli obiettivi sono definiti dalle soluzioni per gestire il capitale, dividendi compresi, sviluppare nuove fonti di ricavi a fronte di un sempre più sottile margine d’interesse, comprimere costi e individuare nuovi modelli di business basati sulla tecnologia.
Meno margini. Dal 2008 i ricavi delle top banche italiane retail sono passati, secondo l’Area studi Mediobanca, da 66,2 a 57 miliardi con il contributo del margine d’interesse calato dal 67,3 al 51,5%. Sempre le banche più grandi hanno deliberato nel 2007 la distribuzione di dividendi per 10,4 miliardi e, dopo lo stop del 2008, l’ammontare si è attestato fra 1 e 2 miliardi per risalire a 3,4 nel 2015 ma dei quali 2,3 riconducibili alla sola Intesa. La capitalizzazione dal 2006 è scesa da 247,3 miliardi a 77,2 e il peso del settore sul listino è passato da un terzo al 18,3%. Le sofferenze nette sono aumentate sugli impieghi dallo 0,86% a quasi il 5%. Cifre che fanno impressione e spingono a rinnovare vertici e strategie.
Durezza e taglio «uralici» restano indispensabili. Ma al nuovo banchiere tocca anche uno stage fra Amazon e Silicon Valley.
di Sergio Bocconi da Corriere economia

BANCHE UN MATRIMONIO DA MANICOMIO: LA BRUTTA FINE CHE FARÀ LA BPM

Per le banche il mondo diventa maledettamente più complicato giorno dopo giorno. Molte continuano a soffrire di debolezze strutturali mai curate fino in fondo, per tutte ci sono da affrontare sfide competitive complesse. C’è allora chi pensa di poter svoltare e risolvere tutti i problemi con la magica formula delle fusioni societarie: che alla prova dei fatti si sono rivelate più un vincolo di manicomio che di matrimonio.

Ad ogni modo, quella del matrimonio “fra pari”, che poi pari non sono, è la soluzione che verrà proposta ai soci della Banca Popolare di Milano e a quelli del Banco Popolare domani sabato 15 ottobre, nelle assemblee convocate rispettivamente per l’occasione a Milano e a Verona. Si tratta di una fusione fra banche popolari (cioè cooperative, anche se ancora per poco) di medie dimensioni. La prima, quella milanese, in buona salute e inserita in un tessuto economico vivo e vitale; la seconda ancora impegnata a smaltire i postumi di un’aggregazione fatta quasi dieci anni fa, con il poco invidiabile record di essere la prima banca italiana per durata della convalescenza (persino superiore a quella di Mps).

La tesi di Castagna è che l’aggregazione «produrrà molta redditività» (1 miliardo di utile nel 2019), grazie alle sinergie sui costi. È lo stesso ritornello che dalle parti di Verona, dove ha sede il Banco, si sente da anni: ma il motore fin qui gira sempre a vuoto. Le analisi sul consolidamento del settore bancario svolte in sede G-10, peraltro, sono piuttosto caute quando si parla di aggregazioni di banche di medie dimensioni. «Non è vero che sommando le due otteniamo la terza banca del paese, semmai otteniamo un problema più grande», osserva Fulvio Coltorti, docente di Storia economica all’Università Cattolica di Milano, e per decenni direttore dell’ufficio studi nella Mediobanca di Cuccia e Maranghi.

«Questa fusione mette insieme una banca gioiello, risanata dal precedente amministratore delegato (Piero Montani, ndr), con una banca che deve ancora mettersi a posto», sottolinea Coltorti. La logica è: banca buona con banca meno buona, risultato migliore. «Ma questo funziona solo se la banca buona è molto più grande dell’altra: e sulle spalle della Bpm viene caricato un peso troppo grande, da sola non ce la fa». Il Banco ha un cospicuo ammontare di crediti deteriorati (20 miliardi lordi, 14 miliardi netti al 30 giugno 2016) e rappresenta «la somma di banche con diverse vicissitudini».

Il rischio è che anziché essere il Banco ad essere risollevato, sia la BPM ad essere tirata dentro il gorgo. Del resto, sulle capacità di gestione di integrazioni complesse il top management dell’istituto veronese – da Carlo Fratta Pasini, un avvocato-banchiere in carica dal 2004, allo stesso amministratore delegato Pier Francesco Saviotti, arrivato a Verona nel 2008 dopo lo scandalo Italease – ha mostrato limiti evidenti. Al mercato come alle autorità di vigilanza, e ancora di più alle tasche dei loro azionisti. Sul piano dell’efficienza, poi,  non c’è partita: sui ricavi dell’istituto milanese i costi operativi incidono per il 59%, su quelli del Banco per il 72% (dati al 30 giugno 2016).

Che si guardi la questione sul lato industriale sia da quello meramente finanziario, la sostanza non cambia. La Borsa è stata sempre scettica su questo progetto – l’unico concretamente perseguito da Castagna, un banchiere che ha sempre lavorato con le grandi imprese e non è stato in grado di capire le vere potenzialità di una banca di territorio, e che territorio.

Lo scambio è infatti percepito come ampiamente svantaggioso per la BPM, che perderà identità, centralità, non viene adeguatamente compensata sul piano del governo societario (tutto sbilanciato a favore dei veronesi) sia su quello dei concambi (agli azionisti del Banco sarà assegnato il 54,626% della nuova capogruppo, a quelli BPM il 45,374%). L’affare lo fanno i veronesi, e lo fa anche la città di Verona, visto che le principali attività del nuovo gruppo saranno concentrate nella città veneta, mentre a Milano si preannunciano ridimensionamenti. Come è stato chiaramente fatto intendere agli investitori internazionali. E i dipendenti rischiano di essere come il tacchino a Natale.

Eppure nonostante questa evidenze che dovrebbero mettere d’accordo tanto gli investitori di capitale quanto i soci-dipendenti, la probabilità che l’operazione passi è elevata. La deliberazione avverrà con voto capitario, cioè una testa un voto: sarà l’ultima volta, visto che automaticamente scatterà la trasformazione da cooperativa in società per azioni, richiesta dalla riforma Renzi. Solo se non dovesse passare la fusione, si dovrà tornare in assemblea entro dicembre e votare la trasformazione in S.p.A. da “single” e poi aprire un nuovo capitolo.

Uno scenario questo che Castagna e i sindacati nazionali (Fabi, Fisac-Cgil, Uilca, ecc.) dipingono come un incubo. Consapevoli che venendo meno l’ipotesi di una mortificante fusione con il Banco il titolo BPM risalirebbe, hanno infatti paventato il rischio di scalata e di perdita delle tutele occupazionali per i dipendenti. In realtà, è vero l’esatto contrario se la banca milanese resta autonoma o diventa capofila di aggregazioni più gestibili.

Ma Castagna e i vertici delle varie sigle sindacali non hanno tralasciato nulla pur di intruppare i dipendenti e portarli a votare sì nell’assemblea di sabato 15: pressioni in tutte le sedi, rimborsi spese per chi arriva da lontano (messi a disposizione di tutti gli altri soci solo all’ultimo momento, con evidente disparità di trattamento) e accordi sindacali pensati per vincere le contrarietà dei dipendenti e accompagnare le uscite di personale.

L’appoggio dei sindacati è probabilmente l’anticipo di uno scambio politico con il Governo. Quando ci saranno da negoziare gli ammortizzatori sociali per tutto il settore bancario, in cui per la prima volta si comincia a parlare di licenziamenti collettivi, aver aiutato a portare a termine la fusione BPM-Banco, sulla quale si gioca la credibilità della riforma delle banche popolari, sarà indubbiamente un titolo di merito da mettere sul tavolo. Peccato che a pagarlo siano gli azionisti e i dipendenti della BPM e la città di Milano.

Il blocco dei contrari include i pensionati (Patto per Bpm e Associazione Lisippo) come pure parte dei soci non dipendenti, mentre è noto che Piero Lonardi, storico esponente dei soci esterni, si esprimerà a favore e potrebbe arrivare a trascinare con sé un migliaio di soci. L’esito dell’assemblea dipenderà molto dal numero dei presenti: sulla carta sono attesi oltre 12mila soci, in proprio o per delega; per essere approvata la fusione deve avere i due terzi dei voti. A condizionare la libertà dei dipendenti potrebbe essere però anche il sistema di voto adottato, potenzialmente atto a scoraggiare i voti contrari.

I giochi sono comunque aperti e quel che è certo è che in una fredda mattina di metà ottobre Milano potrebbe perdere un’istituzione che ne ha accompagnato l’impetuosa crescita e affermazione negli ultimi 150 anni, e che gode tuttora di buona salute. Sarebbe un epilogo inglorioso e autolesionistico per la Banca Popolare di Milano. Tanto più paradossale perché avviene in un momento in cui la metropoli vive un momento di felice dinamismo sociale ed economico. Un epilogo non privo di amara ironia visto che a posare la lapide sulla storia della banca milanese sarebbero proprio quelle delle forze sociali, dipendenti e sindacati, che nel passato hanno fatto dell’istituto di Piazza Meda un unicum – sia pure non privo di limiti né al riparo da errori – nella storia economico-sociale dell’Italia dall’Unità a oggi.

LORENZO DILENA GLI STATI GENERALI.IT

Banco Popolare-Bpm, prove d’intesa

 

Banco Popolare: Saviotti, esposto a Consob contro Morgan Stanley – 6 GENNAIO 2014

Roma, 8 lug. (AdnKronos) – “Che in un momento di turbolenza come quello attuale, in un mercato che è soggetto ad una volatilità enorme, esca una casa importante come Morgan Stanley dicendo le stupidaggini che hanno detto creando il danno che hanno creato ci ha imposto una legittima difesa. Noi ci siamo rivolti ai nostri legali e abbiamo chiesto di fare un esposto alla Consob che sarà presentato tra oggi e lunedì”. Ad affermarlo, a margine dell’Assemblea dell’Abi, è l’ad di Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti in merito al report della banca d’affari.

“E’ inimmaginabile che qualcuno in un momento come questo -sottolinea Saviotti- possa scrive le cose che hanno scritto loro. Oltretutto anche se fossero vere non si dovrebbero scrivere. Sono interventi che sono configurabili al mio modesto parere come aggiotaggio”. LIBEROQUOTIDIANO

ANNO 20110 -BANCO POPOLARE, PIERFRANCESCO SAVIOTTI “ZERO TITULI”. SCEMPIO URBANISTICO SELVAGGIO A FONTANA DI TREVI.ALEMANNO DORME ALLE MALDIVE.

Roma 22 Giugno 2010 (Corsera.it)

Come si trasforma un vecchio monastero nel cuore di Roma in una agenzia bancaria e in un palazzo di lusso,ma “senza tituli”, come avrebbe detto Josè Mourinho.Soltanto che questa volta ci riferiamo ai titoli abilitativi urbanistici e ai regolamenti edilizi.Il Sindaco di Roma Gianni Alemanno dorme tranquillamente alle Maldive,proprio come all’epoca del terremoto in Abruzzo.Anche oggi dorme e sotto il suo naso si compiono scempi edilizi nel cuore della città eterna a due passi da Fontana di Trevi.Uffici del Comune inoperosi,abbandonati a se stessi,incapaci di difendere il patrimonio del Comune di Roma e degli stessi cittadini di Roma.

Continua la nostra inchiesta sull’allegra gestione immobiliare del Banco Popolare,che oggi come ieri non appare di molto modificata,da Trabattoni a  Fontana di Trevi.Fioccano gli esposti alla Procura della Repubblica di….

….Roma,Ministero dei Beni culturali,Comune di Roma,USCE , Ufficio del catasto e Ordine degli Architetti.Coinvolti i vertici di Bipielle real estate Marco Mezzadri direttore generale e gli architetti Saulle e Sebastiani.

Il Lupo perde il pelo ma non il vizio 2.

LODI – Gli uomini della Guardia di finanza di Lodi sono arrivati di buon mattino e hanno cominciato a sigillare porte e finestre di box e appartamenti. Intorno alle 12.30 il palazzo costruito dalla società Zoninvest in via Visconti a Lodi era impacchettato a dovere, sottoposto a sequestro preventivo disposto dal sostituto procuratore Giovanni Pescarzoli. Il provvedimento, avallato dal Gip Laura Sola, nasce dalla convinzione degli inquirenti che il palazzo sia stato costruito commettendo i reati di abuso d’ ufficio e abuso edilizio, aumentando la volumetria concessa per ottenere un profitto maggiore. All’ interno della stessa indagine sono stati iscritti al registro degli indagati anche Filippo Zoncada, consigliere delegato della Zoninvest e figlio di Desiderio Zoncada, ex presidente del cda della Banca Popolare di Lodi nell’ epoca Fiorani, il progettista Vincenzo Puglielli, attualmente presidente dell’ Ordine degli architetti di Lodi, i due tecnici comunali Gabriele Subinaghi e Carla Pacchiarini e Antonio Pelucchi, titolare della Pg Costruzioni, che ha eseguito i lavori. Secondo gli atti i primi sarebbero responsabili del reato di abuso d’ ufficio in concorso, mentre a Pelucchi, Zoncada e Puglielli viene contestato anche l’ abuso edilizio. Per il momento 25 dei 29 appartamenti del palazzo, quelli non ancora venduti, altrettanti box e 13 posti auto esterni sono stati posti sotto sequestro e al Catasto i finanzieri hanno chiesto di vigilare perché non vengano fatti oggetto di compravendita. L’ inchiesta sull’ edificio, è scaturita dal filone di indagine su alcune immobiliari lodigiane avviato dopo gli interrogatori a Gianpiero Fiorani, ex ad della Banca Popolare di Lodi, che secondo la Finanza aveva investito parecchi dei suoi fondi nel settore delle costruzioni contando anche sul sostegno delle casse della banca.

Belloni Caterina

Pagina 13
(18 settembre 2007) – Corriere della Sera

 

Il Banco Popolare,ex Popolare di Lodi,per stessa ammissione del suo ex a.d. Giampiero Fiorani,non era estranea alla malagestio immobiliare,scaturita dalle stesse ammissioni di Giampiero Fiorani.Oggi con altrettanto protervia ci prova proprio nel cuore di Roma a pochi passi dalla Fontana di Trevi in Via Poli 2 e 3 a Roma,come testimoniato dalla nostra inchiesta BANCO POPOLARE,PIERFRANCESCO SAVIOTTI IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO.Il sindaco di Roma Gianni Alemanno è intrattenuto da Gianni Letta,e non si accorge degli abusi,d’altronde….

anche la figlia del sottosegretario e il suo gentile consorte Ottaviani,sono stati impegnati in grossolani abusi edilizi nella loro Villa Miani,che il sottoscritto Corsera.it ha documentato nel corso di una trasmissione televisiva.

Ma vediamo cosa succedeva ieri al Banco Popolare di Lodi e poi vedremo cosa accade oggi al Banco Popolare.

 Eppure Pescarzoli non parla di processi di criminalità a Lodi in trasferta ma del filone più lodigiano dei processi a carico del mai troppo poco ex amministratore dell’impopolare Banca Popolare diLodi (poi Banca Popolare Italiana): quello sui presunti rapporti tra l’ex rampante banchiere e il dirigente del settore pianificazione e gestione del territorio del Comune di Lodi Luigi TrabattoniL’inchiesta è figlia delle dichiarazioni del Fiorani nell’interrogatorio del 5 ottobre del 2006 (nel pieno dello scandalo dei “furbetti del quartierino”) in cui Fiorani parlava della società CORES srl con la quale era stato acquistato un terreno in prossimità della filiale BPL in Lodi in via San Bassiano. Nei verbali si legge come dietro alla CORES ci fosse l’UNIONE FIDUCIARIA (collegabile secondo le dichiarazioni a Silvano Spinelli) e la ZONIVEST srl (riferibile alla famiglia Zoncada) nonché come soci occulti (questo sempre secondo le dichiarazioni di Fiorani, successivamente ritrattate perché “nate sotto la pressione del carcere”) egli stesso, Giovanni Benevento e appunto il Trabattoni che si sarebbe impegnato ad aumentare la volumetria ottenendo in cambio il ruolo di progettista e direttrice dei lavori per la moglie. Da qui l’inchiesta della Procura diLodi e il blitz della Guardia di Finanza presso gli uffici del Comune per accertare le responsabilità (che lo stesso Trabattoni rifiuta con sdegno come si può leggere nell’articolo del Corriere della Sera del 1 giugno 2006).

Al di là degli esiti giudiziari dell’inchiesta (che, Pescarzoli tiene a precisare, non è “nè chiusa nè archiviata“) rimbalza stonato il silenzio della politica e della città nei confronti di un’omertà latente (per di più svelata da un procuratore) che da molti non è ritenuta propria diqueste terre. E’ la prevedibile dinamica dei paesi dei signorotti dove il buon nome viene sfoggiato davanti ad uno spumantino in un adulterio di amicizie interessanti e interessate che attraversano indifferenti strati sociali, economici e politici: il silenzio come grumo per difendere l’orticello e il vicino. Una posizione ostinata di “disinteresse” assolutamente interessata per non dovere essere costretti a prendere una posizione. Una miopia su sé stessi degna del sospetto di premeditazione. Un delegare la narrazione dei fatti ai processi e solo nei processi come in un feudo mai sconsacrabile. Una liturgia del silenzio officiata come dovere per il buon nome.

Pinocchio e Il Gatto e La Volpe.

Quando infatti Pierfrancesco Saviotti sostiene a gran voce che conosce cosa c’è dentro Italease ,vale a dire gli immobili,dice una cosa falsa,perchè dalla nostra inchiesta si percepisce tutto il contrario.E vediamo perchè:

l’inchiesta di Corsera.it ,sulla gestione immobiliare di Bipielle real estate,ha messo il dito sulla malagestio del principale ufficio di gestione delle dismissioni immobiliari del gruppo.L’ufficio che dovrebbe essere il vanto del nuovo Banco Popolare,è al contrario finito in giudizio citato per danni,a causa dell’inadempienza contrattuale …

….provocata da una scandalosa gestione del processo di vendita.Una delle più belle proprietà immobiliari del gruppo,un palazzo a fontana di Trevi,oggetto della concupiscenza di Giampiero Fiorani, che ne voleva fare la sua reggia nel cuore della Capitale.La Bipielle real estate gestisce la vendita del palazzo,che insieme ad altre proprietà appartenute a Stefano Ricucci,sono oggetto di una delibera della Banca per procedere alla loro dismissione.A capo della Bipielle real estate siede Marco Mezzadri,un ex Gabetti,coadiuvato dal fido Cazzarà,un geometra proveniente dal gruppo Fabbroni di Bologna.

La vendita della lussuosa proprietà immobiliare finisce in tribunale.L’acquirente a pochi giorni dal rogito sollecitava la BPL a produrre la relativa documentazione urbanistico edilizia,tra cui,e citiamo testualmente:

copia integrale di tutte le domande di concessione edilizia in sanatoria;copia delle rettifiche delle concessioni in sanatoria;copia del certificato di agibilità;copia di attestazione energetica ed in merito alla DIa e alla sua variante,il fine lavori,certificato di collaudo,accatastamento…

Nella medesima lettera di richiesta,il compratore,evidenziava che: le unità immobiliari promesse in vendita insistono al contrario di quanto indicato nel preliminare,in due particelle la 244 e la 356,ma la prima risulta essere intestata ad altro soggetto giuridico e non a BPL.

Banco Popolare procedeva alla vendita di un immobile,sito su una particella che non risultava essere di sua proprietà.

Sussisteva dunque un gravissimo problema sotto il profilo sia delle rettificazioni degli atti notarili che delle note di trascrizione precedenti in cui non si menziona la particella 244 e sia sotto il profilo della volturazione in sede catastale.E’ infatti sin troppo evidente ,che quando si acquista una proprietà immobiliare,oltre ad avere il diritto di ricevere un bene correttamente identificato,deve essere garantito anche un acquisto sicuro sotto l’aspetto della opponibilità nei confronti dei terzi.

Ma andiamo avanti in questa storia grottesca.

La Bipielle procedeva al riaccatastamento delle proprietà immobiliari promesse in vendita,ma stranamente queste risultavano adesso insistere non soltanto sulla particella 356,quella promessa in vendita,bensì su due particelle 244 e 356,ovvero esclusivamente sulla 244 e venivano identificate con nuovi subalterni in maggioranza insistenti sulla particella di proprietà di Edilroma 76 srl e non dunque della Bipielle real estate.Ma la cosa singolare è che la particella 244 veniva dichiarata soppressa dal Notaio Arcangeli ben 16 anni prima,circostanza confermata anche dal successivo atto di compravenita a ministero del Notaro Biasini del 2002.

In realtà,quanto risultava dagli atti di provenienza non trovava riscontro nelle visure effettuate dalal società acquirente prima di addivenire alla stipula notarile da cui emergeva che la particella 244 del foglio 478 non solo sussistesse,ma risultasse intestata a soggetto giuridico diverso da BPL.

La Bipielle rispondeva,sostenendo che quando accertato dall’atto Arcangeli fosse corretto per poi,contraddittoriamente,procedere ad un riaccatastamento in base al quale i beni compromessi risultavano insistere o sulla particella 244 o sulla particella 356.

La Bipielle dunque procedeva alla vendita di uncompendio immobiliare,in cui la maggior consistenza insisteva su di una particella che nei registri immobiliari risulta in capo ad altro soggetto giuridico,in quanto mai trasferita e dall’altro,senza alcuna corrispodenza tra questi e i beni descritti negli atti di provenienza e nelle relative note di trascrizione.

La Bipielle inoltre al momento del rogito notarile,non adempie ad un suo proprio dovere,ovvero quello di consegnare il certificato di agibilità,che come noto costituisce requisito essenziale dell’immobile,ai fini del compimento di quella funzione economica sociale,indispensabile dunque per il corretto adempimento contrattuale.L’orientamento della giurisprudenza oggi è monolitico in questo senso.

Ma fatto ancora più grave,è che la Bipielle real estate,si presenta al rogito notarile con un termine indicato essenziale di adempimento senza le rettiche delle concessioni in sanatoria,necessarie per la regolarizzare le concessioni in sanatoria afferenti abusi edilizi commessi sui beni compromessi,rilasciate addirittura dieci anni prima 1999.Come mai dopo dieci anni la Bipielle real estate non era riuscita ancora ad ottenere le rettifiche? Mezzadri e Cazzarà cosa fanno? Dormono? Eppure gli azionisti del Banco Popolare pagano dei lauti stipendi.

Sull’immobile in questione,risultavano nel corso dell’anno 1986 essere state presentate ex L.47/85 delle istane di condono per sanare illegittimità urbanistico edilizie ivi dichiarate,come ultimate nell’anno 1962.Sennonchè dall’elaborato grafico allegato alle domande di condono così come le successive planimetrie presentate in Catasto a completamento della documentazione integrativa di Condono,rappresentano uno stato dei luoghi assolutamente contrastante con quanto riportato nelle planimetrie allegate nei successivi rogiti dei notai Bianchi e di Arcangeli.

Sovrapponendo le planimetrie si poranno facilmente osservare diverse destinazioni d’uso,ma anche una diversa distribuzione dei locali che evidenziano lavori che non sono stati rappresentati nel richiesto condono nè in alcun altro atto successivo.Da qui la considerazione che tali lavori debbano intendersi eseguiti abusivamente e comunque mai sanati.Fatto dirimente ove si osservi che nel rogito Arcangeli(facendo seguito a quanto dichiarato anche nell’atto Bianchi)si dichiara,in maniera si deve ritenere non rispondente al vero,che alla data di presentazione del condono(1986):” l’immobile non ha subito modifiche ala situazioine edilizia esposta nella domanda in sanatoria.”

E’ da notare che le domande nonchè le concessioni in sanatoria riportano,quale particella riguardante l’intervento,esclusivamente quella distinta con il numero civico 356 del foglio 478 e non già la particella 244 del medesimo foglio,mentre di contro,le parti pretese condonate insistono per oltre un terzo sulla particella n.244 dello stesso ovvero esclusivamente su quest’ultima.

Inoltre è mancata la produzione dei nullaosta ambientali in regione dei vincoli presenti nella zona ove ricade l’immobile(zona A-centro storico)Peraltro nel provvedimento dei Beni Ambientali,ai fini del rilascio del condono,secondo la relazoine dell’arch.Fabio Sebastiani di parte promittente venditrice(BPL ndr)vi saebbe la seguente condizione:”ripristino delle aperture delle finestre sui prospetti laterali.”Prescrizione,che stando allo stato attuale dei luoghi non risulta essere stata rispettata.

Inoltre anche le superfici condonate risultano ,così come indicate nelle singole concessioni in sanatoria rilasciate, di gran lunga inferiori rispeptto a quelle da condonarsi.

Il compendio immobiliare ha continuato a subire trasformazioni a mezzo di denuncia di inizio di attività e successiva variante,tutte fondanti la propria efficacia sul presupposto della validità del condono rilasciato.Di qui l’illegittimità derivante delle D.I.A presentate.

Ma vi è ancora di più,attso che la DIA e la variante sono di per sè illegittime per plurimi motivi.E’ bene precisare che l’istituto della DIA consente,per norma e prassi consolidata,solo alcuni limitati interventi di manutenzione interna e non già ad esempio la variazionie dell’altezza dei solai così come la realizzaaione di scala interna di collegamento tra due piani.

 Ebbene nella relazione della D.I.A. dell’arch.Giovanni Saulle,viene,si deve ritenere artatamente,introdotta la richiesta di demolizione e ricostruzione di una scala di collegamento tra il piano terra ed il solo primo piano,dando quindi per esistente nell’ante operam e nel post operam la scala medesima che non esisteva in Verità.

Bene nella stessa planimetria raffigurante l’ante operan della DIA,detta seconda scala non viene graficizzata(così come non lo è mai stata in alcun elaborato concernente il fabbricato).Vi è quindi la prova certa che detta seconda scala non vi era ed è stata realizzata illegittimamente con la DIA.

La realizzazione di detta scala,che ha comportato l’accorpamento del piano terra e del primo piano uffici) è quindi avvenuta in violazione dell’art.26 delle NTA del PRG “tessuti di origine medioevale” ove si ammette “all’interno della stessa unità edilizia,l’accorpamento di unità immobiliari contigue in orizzontale in verticale ” “senza realizzare nuove scale” ed ove comunque si vietano destinazioni commerciali superiore a 250mq,prescrizione quest’ultima non rispettata atteso che l’accorpamento tra il piano terra e il primo piano ad uffici,supera di gran lunga detta misura.

La Bipielle inoltre,realizza con le opere della DIA,un frazionamento del fabbricato,creando due organismi edilizi nuovi e separati,quello ceduto al compratore e quello rimasto in proprietà alla Bipielle real estate,vietato anche questo dalla normativa del PRG e che semmai sarebbe dovuto essere assistito legittimamente da un permesso a costruire in snatoria ex art.36 del DPR n.380/2001.

Da ultimo veniva in evidenza che lo stato dei luoghi rappresentato nell’ante operam della D.I.A. non coincide con quello rappresentato nel post operam dell’elaborato grafico di condono.

Addirittura in questo bailamme di illegittimità,si evince che il piano terra aveva già assunto una destinazione d’uso,agenzia bancaria,in realtà non assentita dal condono,che diversamente autorizzava la sola destinazione commerciale venendosi a creare un diverso carico urbanistico(da basso a medio alto) vietato dalla normativa del PRG art.6 e 7.

Dinanzi a tutto questo i due tecnici di Bipielle real estate.architetti Saulle e Sebastiani,rispettivamente nella relazione alla DIA ed alla variante,asseverano,incredibilmente,che le opere realizzate sono conformi agli strumenti urbanistici adottati e approvati e che non comportato pregiudizio alla statica dell’edificio(quando in realtà si demolisce un solaio,si crea una fondazione per una nuova scala in ferro,si demoliscono mura portanti) e dulcis in fundo,nella variante alla D.I.A. ,si afferma che le opere ” non comportano modifiche in locali NON interessati da domanda di Condono edilizio” e che lo stato dei luoghi e la destinazione d’uso al piano terra(agenzia bancaria) sarebbero conformi alal concessione edilizia in sanatoria rilasciata!!!

Appare fin troppo evidente che i provvedimenti amministrativi citati sono stati rilasciati in assoluto difetto dei presupposti ed in base a dichiarazioni non conformi alla realtà dei fatti.

In altri termini oggetto di questa compravendita immobiliare di Bipielle real estate,sarebbe stato un bene assolutamente diverso da quello promesso in vendita,sia sotto il profilo urbanistico che edilizio,non conforme alla normativa,con condoni illegittimamente rilasciati,comunque per superfici inferiori e per i quali,addirittura,a distanza di un decennio non erano state rilasciate le necessarie rettifiche,senza l’indicazione di particelle catastali,senza i nulla osta ovvero rispetto alle relative prescrizioni,con opere mai sanate,con Dia travolta da illegittimità anche derivata,con frazionamenti illegittimi,senza i certificati di agibilità e di attestazione energetica e vieppiù con una cronistoria delle provenienze del tutto irregolare.

Corsera.it

Alberto Sordi, la terza età, e i quasi 200 film

 

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https://www.rsi.ch/play/tv/decadi-anni-90/video/sordi-ospite-al-film-festival-ragazzi?id=2615380&startTime=0.000333&station=rete-uno

Come reagirebbe Alberto Sordi, se sapesse che chi lo sta intervistando ha visto soltanto 2, dei suoi quasi 200 film?

Gennaio 1995. Sordi è a Bellinzona per presentare il suo film ‘Nestore, l’ultima corsa’ nell’ambito del Film Festival Ragazzi (chiamato oggi Castellinaria, Festival internazionale del cinema giovane).

Giuliano, 10 anni, e il suo amico Mariano si calano nel ruolo di giornalista e operatore e accompagnano l’attore e regista per un tratto di strada realizzando, con poche e semplici domande, una vera e propria intervista ritratto.

‘Albertone’ parla della sua lunga carriera (in quel momento: 187 film) e di come abbia sempre interpretato la parte di un italiano, contribuendo spesso -da autore- a sviluppare i personaggi.

Intervista d’archivio della Televisione svizzera ad Alberto Sordi, che presenta ‘Nestore, l’ultima corsa’

Inevitabile qualche parola sulla vecchiaia, tema di ‘Nestore’, film che Alberto Sordi dirige mentre egli stesso entra nella terza età.

Con un consiglio ai giovani: frequentare i vecchi, perché possono raccontare quella vita vissuta che nei libri di scuola non si trova.

La camminata e la chiacchierata si concludono al mercato nel centro di Bellinzona, dove Sordi raccoglie i saluti e gli abbracci degli ammiratori.

L’intervista è stata trasmessa dalla Televisione svizzera il 12 gennaio 1995, nel magazine culturale ‘Alice’.

tvsvizzera.it/ri con RSI (Teche)