Occhiali nel mondo (+3,2%), Friuli in Canada per l’innovazione, accordo fra Veneto e Armenia e altre #AziendeConLaValigia

ANFAO, Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici di Confindustria, ha presentato i dati dell’occhialeria italiana del 2017: l’export continua a crescere +3,2% a 3,7 miliardi di euro e gli occhiali italiani – con il distretto bellunese in prima fila –  si confermano protagonisti su tutti i mercati mondiali. Contestualmente, il presidente di ANFAO Giovanni Vitaloni  ha presentato MIDO 2018, l’evento dell’eyewear più importante al mondo, che si chiude oggi alla Fiera di Rho.

Il quadro economico generale si è riflesso anche sui risultati dell’occhialeria italiana. A livello di esportazioni, il 2017 è stato un altro anno di quella che abbiamo definito “crescita normale”, allineata con una dimensione più vicina ai nuovi paradigmi generali post crisi. È bene ricordare che ante-crisi, fino al 2007, il Pil mondiale aumentava del 3,2% annuo, mentre gli scambi di beni del 6,8%, oggi i tassi di entrambi sono inferiori. Sul mercato interno, invece, l’abbrivio che sembra aver ritrovato il Paese non si è registrato per il settore, i consumi restano asfittici e complessivamente si è chiuso in leggera flessione.

«Le aziende bellunesi presenti a Mido quest’anno sono circa una cinquantina – spiega Lorraine Berton, presidente di Sipao e vice presidente di Anfao – i dati del settore a preconsuntivo segnano un andamento positivo con una crescita dell’export di poco superiore al 3% in valore,  crescita normale, ma sostanzialmente crescita (oltre 3,7 miliardi di euro il valore assoluto). Restano fondamentali i mercati di USA ed Europa (in USA a trainare sono le montature, in Europa il sole), a livello di occupati e aziende il 2017 chiude con una  sostanziale stabilità. La produzione è in linea con l’export quindi in crescita di circa 3 punti percentuali (3,8 miliardi di euro). L’occhialeria che, seppur con un incremento non più eclatante come quello segnato negli anni appena trascorsi, cresce più degli altri comparti del Paese».

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«Quest’anno Confindustria Belluno Dolomiti – continua Lorraine Berton –  si presenta alla fiera internazionale di Milano con due importanti novità:  sarà presente per prima volta con uno stand, insieme Assolombarda, per promuovere i servizi a supporto delle imprese associate, alcuni svolti in sinergia, come la Cyber Security, uno strumento che permette di valutare il livello di sicurezza ed esposizione di un’azienda e di porre in essere soluzioni adeguate a tutela delle imprese sempre più esposte ai pericoli della rete. Lo stand, inoltre, ospiterà due grandi monitor, uno dei quali dedicato esclusivamente a VOX, la piattaforma digitale ideata da Confindustria Belluno Dolomiti. Si tratta di  una vetrina per le aziende 4.0, una “digital room” che riunisce e dà voce alle aziende associate, attraverso un social wall che aggrega – grazie a un algoritmo – i post pubblicati dalle aziende sui rispettivi canali social, con aggiornamenti in tempo reale. Nei giorni della fiera, in particolare, i visitatori potranno così leggere un “diario” aggiornato delle attività delle aziende e delle iniziative proposte durante l’esposizione. Sabato 24 febbraio, poi,  in un’ottica di scambio tra mondo sapere e mondo del fare, Sipao e Confindustria Belluno Dolomiti hanno ospitato per la prima volta a MIDO 60 studenti dell’Istituto Tecnico Segato iscritti a Opzione Tecnologia dell’occhiale  accompagnati da 5 docenti».

«Oggi Mido è l’appuntamento di riferimento per la filiera dell’occhiale a livello internazionale e rappresenta una straordinaria occasione di valorizzazione del Made in Italy nel mondo – commenta Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda – È una vetrina della capacità di innovazione delle nostre imprese e dell’eccellente qualità e bellezza dei nostri prodotti. Non a caso la creatività è da sempre una caratteristica del DNA italiano, basti pensare che l’Italia rappresenta il 16,5% delle imprese europee della filiera creativa».

Friuli in Canada per l’innovazione

Una prima giornata di visite a incubatori e istituzioni del comparto innovazione a Toronto e, quindi, “Icco Innova Award”, evento a cui prenderanno ospiti selezionati della comunità business dell’Ontario e delle principali istituzioni, con particolare riguardo a quelle preposte allo sviluppo dei settori innovativi in Canada, nel cui ambito ci sarà uno speciale focus sul Friuli, con la presentazione del comparto innovazione della regione tramite un seminario, nonché la selezione e la premiazione di un’azienda friulana nel corso dell’evento – con l’Italy Canada award.

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Ci saranno inoltre incontri d’affari per le aziende friulane partecipanti, con aziende canadesi del comparto. È fitto il programma della missione economica di sistema studiata per supportare le Pmi del settore innovazione a operare sul mercato canadese, realtà a elevato potenziale di business, organizzata dalla Camera di Commercio di Udine, in collaborazione con Confindustria Udine e con la Camera di Commercio Italiana per l’Ontario-IccoFriuli Innovazione e Università di Udine. La due giorni si terrà lunedì 26 e martedì 27 febbraio, portando una delegazione di imprese e istituzioni friulane in Canada, guidate dal presidente Cciaa Giovanni Da Pozzo e dalla presidente di Confindustria Udine Anna Mareschi Danieli: è il frutto del progetto dell’“Innovation Desk Icco”, con sede all’ufficio di Toronto della Camera di Commercio Italiana dell’Ontario e collegamento diretto con la Camera di Commercio udinese, da circa un anno sede territoriale dell’Icco, dove tutte le imprese friulane possono trovare aiuto e assistenza per il mercato dell’Ontario, il traino economico del grande Paese Nordamericano.

Il progetto, ufficializzato in un accordo siglato da tutti i partner, fornisce assistenza professionale alle aziende italiane e canadesi, alle Università, ai centri di ricerca e organizzazioni imprenditoriali che operano in settori tradizionalmente contraddistinti dall’esigenza di innovare costantemente i prodotti o servizi. Questi settori comprendono informatica, alta tecnologia, aerospazio, chimica e farmaceutica, biotecnologie, design, meccanica (anche applicata al settore agroalimentare e altri beni di consumo).

Marmo: Italia primo fornitore

di macchinari per le cave egiziane

È made in Italy il motore dell’industria lapidea in Egitto. Portano il marchio di fabbrica italiano, infatti, la maggior parte dei macchinari utilizzati dalle oltre 550 cave locali per estrarre, tagliare e lavorare 5,2 milioni di tonnellate di marmi e graniti ogni anno.

Nel 2016 (ultimo dato disponibile), l’Italia ha superato lo storico rivale cinese quale primo fornitore di tecnologie in Egitto, recuperando dopo tre anni il primo posto in classifica con il 47,3% delle quote di mercato e un fatturato pari a 9 milioni di euro. A certificare il sorpasso tricolore sono i dati della ricerca Marble and Natural Stone in Egypt, curata dall’esperto Carlo Montani. Lo studio è stato presentato in anteprima nel corso di Marmomac Samoter Egypt – Forum for the Construction Industry, l’appuntamento dedicato ai settori della pietra naturale e dei macchinari per l’edilizia, organizzato da Veronafiere al Cairo il 18 e il 19 febbraio.

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L’Egitto rappresenta il settimo produttore lapideo a livello mondiale, alla ricerca di know-how e macchine all’avanguardia per modernizzare i propri processi di lavorazione. Le stime elaborate da Montani, parlando di un’espansione del comparto del 15% entro il 2020, pari ad un incremento di 750mila tonnellate di marmi.

Nel Paese nordafricano, la pietra naturale gioca un ruolo primario anche nel settore delle costruzioni, in continua crescita grazie al programma statale di investimenti al 2020 per oltre un milione di unità abitative, strutture alberghieri e resort di lusso al Cairo, sul Mar Rosso e sulla costa nord e la realizzazione, lungo il canale di Suez, di un imponente polo logistico ed industriale.

Le opportunità di business per le imprese italiane, quindi, non mancano. Per favorirle, Veronafiere ha promosso la due-giorni al Cairo, accompagnando una missione imprenditoriale di aziende top italiane nel campo delle tecnologie lapidee (Epiroc/Atlas Copco, Pedrini, Cobalm, Klindex, Pentachem, Bunker e Tesimag) con l’obiettivo di incontrare oltre 100 operatori egiziani rappresentativi di tutta la filiera. Il format della manifestazione ha previsto seminari tecnici e una visita al distretto industriale di lavorazione più importante del Cairo di Shak el Thoban.

L’evento ha avuto la collaborazione di ICE-Agenzia, il patrocinio dell’ambasciata italiana al Cairo e il coordinamento scientifico di Isim-Istituto internazionale del marmo.

Il Veneto collabora con la regione di Armavir

“Mentre qualcuno si preoccupa di mettere sanzioni, come quelle alla Russia, il Veneto apre invece canali di sviluppo economico”. E’ quanto ha detto l’assessore regionale allo Sviluppo economico veneto incontrando nei giorni scorsi a Palazzo Balbi il governatore e una delegazione della regione armena di Armavir, insieme ad una rappresentanza delle categorie produttive e delle università del Veneto.

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Dopo la firma del protocollo d’intesa per il rafforzamento delle relazioni tra le due regioni da parte dei rispettivi Governatori, si è passati alla fase operativa per gettare la base di progetti destinati a favorire l’interscambio tra le rispettive realtà economiche, sociali e culturali, nella prospettiva dello sviluppo della collaborazione. L’assessore ha sottolineato il significato non solo politico dell’intesa sottoscritta, ma anche di vicinanza tra le due regioni. “La Regione di Armavir – ha aggiunto – è una delle più significative sul piano economico del suo Paese e il Veneto lo è altrettanto in Italia. Dopo la crisi economica degli ultimi anni, il Veneto è la regione che ha fatto registrare la crescita del Pil più forte d’Italia e il tasso di disoccupazione più basso”.

“La presenza qui delle università – ha detto ancora l’assessore – l’abbiamo voluta perché la Regione sta lavorando con loro in maniera importante. Nel corso del 2017 abbiamo presentato il primo piano industriale del Veneto che nasce da questa collaborazione e ha tra i suoi capisaldi l’innovazione tecnologica e la ricerca per essere competitivi nel mondo.  Le imprese venete sono per lo più di piccola dimensione e noi mettiamo risorse perché possano fare ricerca e innovazione per restare sul mercato. Questa è la via che proponiamo anche ad Armavir, i cui mercati sono per noi importanti e strategici e con cui siamo disponibili a incrementare i rapporti sia economici, sia culturali che con il Veneto sono storicamente di assoluta fratellanza”.

Il governatore armeno Ashot Ghahramanyan da parte sua ha ricordato il patrimonio storico e architettonico di Armavir, cuore spirituale dell’Armenia che ha invitato i Veneti a visitare, e si è detto convinto che ci sono tutte le condizioni per sviluppare opportunità di interrelazione per il futuro.

Rizzani de Eccher costruisce la nuova sede Gazprom

Il gruppo friulano delle costruzioni Rizzani de Eccher – oltre 5mila addetti e fatturato di oltre 1,1 miliardi di euro, realizzato per il 90% all’estero – ha vinto la gara per la costruzione di un centro multifunzionale a Minsk (Bielorussia), per un valore di 630 milioni di dollari. Il contratto riguarda anche quella che sarà la sede del più grande gruppo petrolifero del mondo, Gazprom. La stessa azienda aveva già vinto, qualche anno fa, la commessa da Gazprom Space Technology per la realizzazione di un’industria high tech per la fabbricazione di satelliti commerciali del valore di circa 215 milioni di dollari.

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I lavori dureranno 36 mesi. Progettato dalla russa Vips e dall’americana Aecom, il complesso comprende una torre di 35 piani, racchiusa da una facciata completamente vetrata; un hotel cinque stelle Radisson Blu di 204 stanze con annesso Centro conferenze per circa 1.600 persone; quattro edifici residenziali e direzionali; una shopping mall con 11 ristoranti; un centro medico e un centro sportivo su una superficie complessiva è di 261mila metri quadri circa (di cui circa 110mila interrati).

L’azienda – base a Cergnacco, Udine – attraverso la controllata Codest International Srl (società di diritto italiano controllata al 100% da Rizzani de Eccher) opera nell’area CIS (la comunità degli stati indipendenti nata dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica) da oltre 30 anni.
Rizzani de Eccher è un gruppo che riunisce varie società,fra cui la stessa Codest, specializzate nel general contracting di edilizia e infrastrutture, oltre che nell’ingegneria e attrezzature speciali per ponti e viadotti ; è attivo in oltre 30 Paesi, con lavori in esecuzione per oltre 4 miliardi. Attraverso Codest è presente dal 1985 sia in Russia che in molti Paesi ex Urss, dove ha portato a termine oltre 120 progetti, consolidando la propria leadership nella realizzazione di hotel di lusso (Hyatt, Four Seasons, Kempinsky, Radisson), sedi di banche e compagnie multinazionali, edifici residenziali di lusso, complessi industriali e infrastrutture per soddisfare i crescenti bisogni di questo mercato «che – spiega Claudio De Eccher – manifesta grande simpatia per le aziende italiane, alle quali riconosce qualità e affidabilità» .

Nel 2012 e 2014 Codest ha due firmato con la società UK Dynamo due contratti per la realizzazione del complesso multifunzionale “VTB Arena Park”, del valore complessivo di circa 1,7 milioni di euro: sull’area, centralissima, di 32 ettari, il progetto prevede lo stadio centrale della leggendaria squadra Dynamo di Mosca, intitolato a Lev Yashin, che comprende anche un’arena sportiva e un centro commerciale integrati nello stesso edificio, nonché un complesso edilizio di tredici palazzi.

Lo stadio potrà ospitare fino a 33mila spettatori, mentre l’Arena, con una configurazione trasformabile per hockey, basket e volley oltre a spettacoli, potrà ospitare fino a 14mila persone. La prima fase della costruzione si è conclusa il 22 ottobre 2017 con la posa del manto erboso sul campo dello stadio e l’apertura dell’ “Hyatt Regency Mosca Petrovsky Park” a l cinque stelle. Codest ha impiegato nel cantiere fino a 2.500 persone fra le quali i migliori specialisti italiani del settore e manodopera locale selezionata e altamente qualificata. Ma non c’è solo estero: a Venezia lo scorso ottobre Rizzani de Eccher si è aggiudicata l’appalto per la riqualificazione e il restauro conservativo degli apparati decorati, delle Procuratie Vecchie di piazza San Marco a Venezia.

barbaraganz.blog.ilsole24ore.com

“SANT’ANTONIO, LIBERACI DAI POLITICI!” – A PADOVA ARRIVANO FROTTE DI FEDELI ALLA BASILICA DI SANT’ANTONIO, IN UN MISCUGLIO DI FEDE, TURISMO E BUSINESS – COME VOTERA’ L’ELETTORATO CATTOLICO? SCEGLIERA’ CON IL PORTAFOGLI – ALLE BATTAGLIE SUI DIRITTI CIVILI O SULLE QUESTIONI MORALI, STAVOLTA DARA’ PRIORITA’ A STIPENDI, PENSIONI, WELFARE

Alberto Mattioli per www.lastampa.it

 

FEDELI NELL BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVAFEDELI NELL BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVA

Non ci saremo dimenticati qualcuno? In questa campagna elettorale, fateci caso, si parla pochissimo dei cattolici. Sarà che l’unanimismo dei tempi della Dc è un ricordo, e da un pezzo, sarà che la Cei è insolitamente silente, la categoria quasi non compare nei proclami e nei calcoli pre elettorali. E allora vale forse la pena di fare un salto in uno dei luoghi simbolo del cattolicesimo più popolare e tradizionale: a Padova, la basilica di Sant’Antonio. Anzi, «il Santo»: inutile perfino specificare quale, basta la parola.

 

E qui viene subito fuori un’Italia che i giornali non raccontano mai, quella di una devozione forse semplice ma ancora radicatissima. Infatti in un sabato pomeriggio mediamente uggioso la chiesa, che pure è grande, è pienissima, la messa affollata. Si fa la fila per toccare la tomba con il corpo del Santo, si fa la fila per guardare (e non toccare: è dietro un vetro) la sua reliquia più venerata, quella della lingua.

 

BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVABASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVA

In effetti, a differenza della stragrande maggioranza dei candidati a queste politiche, Antonio era di un’eloquenza prodigiosa, e sulla consecutio si destreggiava sicuramente meglio di Di Maio. Quanto ai frati, il miscuglio di tradizione e modernità è, anche questo, miracoloso. Le messe si ordinano al bancone, una mano porge l’offerta e l’altra riceve un santino neorealista e la ricevuta dei 10 euro. Ma le funzioni, informa il sito, sono anche trasmesse in streaming. 

 

Insomma, sant’Antonio piace sempre moltissimo, e la miscela di fede, turismo, devozione e business pare ancora inossidabile. Lo spiega già il tassista (dalla stazione alla Basilica, 7 euro e 50, prezzo fisso, come per gli aeroporti): «Qui a Padova abbiamo tre grandi industrie: la Safilo, l’Università e Sant’Antonio». Però siamo qui per parlare di politica. Iniziando magari proprio dai padroni di casa, che sono i frati minori conventuali, insomma i francescani, non a caso l’ordine più popolare. 

FEDELI NELLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVAFEDELI NELLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVA

 

Padre Mario Conti è accanto a una bancarella fuori dall’ingresso, e poco male se pioviggina perché porta sul saio un cappellino con visiera, magari non troppo regolamentare ma comodo. E qui si capisce subito che il voto cattolico non esiste più, esiste il voto dei cattolici, divisi e incerti come il resto della Nazione.

 

«Se i pellegrini ci chiedono per chi votare? No, figuriamoci. Anche perché non sapremmo cosa rispondere. Nel convento siamo una cinquantina e ne discutiamo spesso in refettorio, anche se poi alla fine ognuno resta della sua opinione. Una linea ufficiale non c’è. Parlando con la gente si avverte, più che l’urgenza di scegliere uno schieramento, quella di una politica che si occupi di cose concrete. Lo vediamo quando i fedeli ci confidano le loro preoccupazioni, il lavoro che non c’è, le famiglie che si disgregano, l’incertezza del futuro».

LA TECA CON I RESTI DI SANT ANTONIOLA TECA CON I RESTI DI SANT ANTONIO

 

Di fronte allo spettacolo della vita pubblica italiana, vacilla anche la carità cristiana: «Noi preghiamo sant’Antonio che ci tolga i politici dai piedi. O almeno che ci faccia comandare dall’Europa, ma davvero: sono senz’altro più seri loro che i nostri». Parola di Renzo e Marisa, marito e moglie, pensionato lui e impiegata lei, di Castelfranco Veneto.

 

Cattolicissimi: messa tutte le sere, adorazione, vespri, «dico due rosari al giorno» (lui) e «deve assolutamente andare a Medjugorje, le cambierebbe la vita» (lei), e pazienza se la Chiesa è scettica. Ma sul comportamento da tenere davanti alle urne, e non quelle delle reliquie, regna ancora una volta l’incertezza.

FEDELI ALLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVAFEDELI ALLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVA

 

«Alle ultime tre elezioni non sono nemmeno andato a votare – racconta Renzo -. Questa volta invece lo farò. Sono indeciso fra il Movimento 5 stelle e il Popolo della famiglia». E poi confessa che sì, un po’ di nostalgia per la Dc c’è, se non altro perché per la maggioranza dei cattolici scegliere era molto più facile: «Forse si stava meglio quando si stava peggio».

 

L’impressione è che, più che i diritti civili o le questioni morali, dalla politica ci si aspettino risultati su stipendi, pensioni, welfare. «Sono talmente giù di morale», e non per le unioni civili o l’aborto, ma perché «sono sommersa di tasse», dice Marianna, di Novara, origini romene ma in Italia da una vita, a Padova non solo per il Santo («Sono credente ma non troppo praticante, però anche il lavoro è preghiera») ma soprattutto perché un figlio abita qui, poi c’è una figlia in Irlanda, due in Spagna e uno a Novara, almeno lui.

 

INTERNO DELLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVAINTERNO DELLA BASILICA DI SANT ANTONIO A PADOVA

«Di certo farò il mio dovere e andrò a votare. Per chi, però, non lo so ancora. Al lavoro ne parliamo moltissimo, ma vedo molta incertezza. Si sceglierà, al solito, secondo coscienza. Ma non credo che oggi in Italia la fede religiosa sia determinante».

 

Riassume tutto una professoressa di latino in pensione, 67 anni, il nome non lo dice, battezziamola Maria, molto più a posto, quanto a chiarezza di sintassi e di pensiero, della maggior parte degli ospiti dei talk politici. Origini calabresi, Maria vive a Padova dal 2003 e ogni tanto viene a trovare il Santo, ma senza eccessi devozionali «sono cattolica ma non fanatica. Mi ha sempre colpito vedere questo fervore, è un fenomeno interclassista e talvolta anche interreligioso: lì dentro (e indica la facciata della basilica, ndr) ho visto anche dei musulmani».

 

Lei almeno, ha scelto per chi votare, anche se la prende larga: «Io spero nell’unità degli italiani intorno alla nostra civiltà greco-latina, cristiana ed europea». Quindi? «Quindi ho deciso di votare per il centro-destra». Berlusconi, insomma: «Non esageriamo, proprio lui magari no. Di certo, una preghiera per la nostra Italia la dirò». E che sant’Antonio ci dia una mano, almeno lui.dagospia.com

 

ELEZIONI 2018/ Lao Xi: la rissa sul voto spiana la strada al padrone straniero

Si paragona la crisi italiana allo stallo tedesco, ma le due situazioni sono diverse. Mentre i contendenti litigano, l’Italia sarà presto stritolata. Dalla Cina, LAO XI

Scontri ieri a Milano (LaPresse)Scontri ieri a Milano (LaPresse)

Che spettacolo vedere dalla Cina la campagna elettorale italiana. Nei giornali italiani si trova talvolta il paragone della crisi politica del Belpaese con quella ancora perdurante della Germania. Eppure la similitudine è superficiale e fuorviante. Cosa ci sia dietro e quale sia la posta delle due crisi è molto diverso. In Germania la crisi c’è perché si deve trovare una delicata alchimia per evitare che i pericolosi neonazisti di AfD rimangano da soli all’opposizione e possano così capitalizzare le spinte populiste e gli errori inevitabili del governo per crescere ancora. Inoltre si tratta di salvare il più possibile i socialdemocratici della Spd di Martin Schultz, i quali si sono sacrificati e si sacrificheranno ancora per garantire la stabilità di governo, anche a costo di perdite ulteriori di consenso.

La posta immediata è arrivare nel prossimo paio d’anni a una percentuale di deficit sul Pil del 60 per cento. In quel modo la Germania al centro, i suoi “gnomi” intorno e la Ue intorno ancora diventano una grande potenza industriale ed economica globale che oggi si sta allineando strettamente con l’America nella partita più grossa del momento e dei prossimi decenni: l’Asia e il ruolo della Cina.

Il progetto può piacere o meno, i costi per la Germania il resto della Ue e il mondo possono essere molto rilevanti. Ma di certo è un progetto alto in cui tutti i partiti (tranne la AfD) stanno mettendo a rischio il proprio interesse particolare (il particulare, direbbe Guicciardini) per l’interesse nazionale.

In Italia invece a dieci giorni dal voto, come ha sottolineato Federico Fubini sul Corriere, i programmi elettorali dei partiti si sono persi per strada. Tutti avevano dato (letteralmente) i numeri: promettendo tutto e il contrario di tutto, flat tax, redditi di cittadinanza, sgravi fiscali, regali ai bambini, pacchi di pasta, una scarpa adesso e un’altra dopo le elezioni.

Poi tutto è cambiato quando i numeri sono diventati non più credibili. Allora le promesse sono finite ed è ritornata la realtà che tutti vedevano: l’appartenenza al club, al clan o anche solo alla cordata di interessi.

Di Maio con i suoi M5s ha dichiarato di puntare al 30 per cento per potersi sedere al tavolo di governo (che fine ha fatto il vecchio sogno di scacciare la vecchia politica?). Berlusconi punta a superare il 40 per cento per governare da solo, e anche di prendere più voti della Lega per non essere ricattato. Il Pd punta a essere il predellino insostituibile in qualunque grande alleanza, e sponda di Berlusconi nel difficile condominio con la Lega. Gli altri, in ordine sparso, sperano nelle briciole.

Vista da lontano lo scontro sembra quello che si vede sulle serie Tv di Gomorra, bande che vogliono solo spartirsi i soldi, le zone dello spaccio, ma non hanno alcun interesse a quello che succede alla città, anzi: più la città degrada, più c’è spazio per i propri affari. Qui sta la differenza profonda con la Germania, dove invece i partiti pensano prima alla città, alla polis, e poi alla loro parte. L’esito delle serie tv è scritto: lo sfacelo del paese, la divisione per linee tribali, come è successo alla Libia dopo Gheddafi. Solo che l’Italia non può essere lasciata andare come la Libia, specie se ci sono questi piani in Europa e nel mondo.

L’Italia si fece per un astuto progetto geopolitico di Cavour. Il progetto durò fin quando Mussolini si volle infilare in un gioco molto più grande di lui. Dopo è stato Alcide De Gasperi (con l’appoggio di Togliatti e dei socialisti) a inventarsi uno spazio per l’Italia nella guerra fredda. Anche tra il XII e il XIII secolo gli stati italiani si inventarono un progetto geopolitico che allontanava da una parte l’imperatore di Costantinopoli e dall’altra quello tedesco. Questo spazio è durato fin quando da una parte le condizioni geopolitiche generali non sono profondamente mutate e dall’altra la litigiosità interna fra stati italiani non ha superato certi limiti. La caduta di Bisanzio nel 1453 e la ribellione dei principi tedeschi dietro Lutero nel 1517 cambiarono totalmente l’orizzonte. Nella Penisola la spinta particulare dei vari principati preferì l’intervento esterno (allora della Francia) a una soluzione interna, come avocata da Machiavelli.

Oggi, purtroppo, pare che la vera anima dell’Italia sia ancora Guicciardini, non Machiavelli. Se è così, anche stavolta la soluzione potrà essere solo esterna. Si tratterà soltanto di vedere come avverrà e quanto pegno pagheranno gli italiani per essere stati incapaci di governare se stessi e avere poi messo a repentaglio la vita di tutti.LAO XISUSSIDIARIO.NET

Borse incerte negli Usa e in Ue. Meglio investire sugli emergenti

Il rischio di nuovi rialzi dei tassi negli Usa e l’incertezza politica in Europa rendono i mercati nervosi. Meglio puntare sugli emergenti, come India e Brasile

Di Luca Spoldi AFFARIITALIANI
Borse incerte negli Usa e in Ue. Meglio investire sugli emergenti

 
 

I mercati finanziari cercano sempre di anticipare le tendenze, così il varo di una  manovra fiscale iperstimolante in condizioni di pieno impiego e ciclo maturo, con conseguente rischio di esplosione dell’inflazione e di ulteriori rialzi dei tassi stanno spingendo molti investitori ad alleggerire le posizioni sull’azionario americano per riposizionarsi sulle borse europee. Da inizio anno al 21 febbraio, ad esempio, i fondi azionari Usa hanno subito un deflusso netto di 22 miliardi di dollari, in buona parte “intercettato” dai fondi azionari europei, che nello stesso periodo hanno segnato un afflusso netto di 15 miliardi.

In Europa, tuttavia, le elezioni italiane del 4 marzo e il lungo processo di avvicinamento alla Brexit in Gran Bretagna contribuiscono a generare ulteriore incertezza su mercati che hanno già riscoprendo la volatilità dopo otto anni di crescita pressoché ininterrotta e senza scosse. Visto che i tassi che negli Stati Uniti crescono in Europa hanno comunque smesso di scendere, anche “parcheggiare” i capitali su strumenti obbligazionari espone a qualche rischio, perché nel caso di titoli a breve termine (o fondi monetari) i rendimenti sono ancora negativi, mentre sui titoli a lungo termine i prezzi sono molto elevati, i rendimenti reali modesti e il rischio di perdite in conto capitale nei mesi a venire sta crescendo. Che fare dunque?

Un’alternativa sempre più frequentemente segnalata dalle principali case d’investimento è ampliare i propri orizzonti e inserire in portafoglio, se non lo si è ancora fatto, una percentuale di investimenti in azionario (e obbligazionario) emergente. Secondo Dara White, Responsabile globale azioni emergenti di  Columbia Threadneedle Investments, i mercati azionari emergenti dopo avere arrancato rispetto ai mercati azionari sviluppati fin dalla crisi finanziaria globale (dal 2012 sino a tutto il 2017 l’indice Msci Emerging Markets è rimasto sotto l’S&P 500 di oltre 80 punti percentuali, nonostante un rialzo del 37% segnato lo scorso anno) possono ora recuperare terreno.

In questi anni tali mercati sono molto cambiati, del resto: dieci anni fa i titoli di maggior peso erano colossi statali operanti in settori ciclici come Gazprom, Petrobras o PetroChina, mentre oggi sono gruppi come Alibaba, Tencent e Samsung, “aziende di qualità più elevata che generano un rendimento del capitale investito (Roic) superiore” e pertanto sono degne “di multipli decisamente più elevati”. Così anche se l’aumento dei tassi a livello mondiale, un dollaro che potrebbe rafforzarsi e un rallentamento della crescita della Cina sono fattori di rischio da tenere d’occhio questa volta i mercati emergenti potrebbero stupire positivamente grazie in particolare ad un andamento degli utili che potrebbe ripetere quanto visto lo scorso anno.

All’inizio del 2017, ricorda l’esperto, l’aspettativa di crescita degli utili per l’azionario emergente era in media del 15%, ma a fine anno la crescita è risultata a seconda dei mercati e dei settori tra il 25% e il 30%: “prevediamo una dinamica simile di revisione al rialzo anche per il 2018” conclude White. L’unica vera incognita, anche in questo caso, è di natura politica. Il presidente americano Donald Trump anche in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo ottobre sta accelerando col varo delle misure protezionistiche più volte promesse in campagna elettorale. Vero o meno che sia la percezione degli elettori di Trump, del resto, è che gli Usa abbiano perso la propria leadership in molti settori a causa di una concorrenza “sleale” proprio da parte di alcuni paesi emergenti come Messico, Cina o Russia.

Le tariffe finora applicate dagli Usa alle importazioni sono del resto tre le più basse al mondo (sono inferiori solo in una manciata di paesi tra cui l’Australia, la Nuova Zelanda, Singapore e Hong Kong), sicché una loro revisione non potrà che essere comunque al rialzo. Già a gennaio Trump ha imposto dazi del 30% sull’import di pannelli solari e del 20% sulle lavatrici, mentre è di questi giorni la proposta avanzata dal Dipartimento del Commercio Usa alla Casa Bianca di introdurre dazi o tetti alle importazioni di alluminio e acciaio. Così Patrick Zweifel, capo economista di Pictet, si è chiesto quali possano essere i paesi più “a rischio” di essere colpiti dai nuovi dazi Usa. Il maggiore deficit commerciale americano per singolo paese è di gran lunga quello con la Cina (375 miliardi di dollari l’anno, vale a dire quasi un quarto dell’intero debito pubblico italiano), ma le esportazioni cinesi verso gli Usa rappresentano appena il 3,6% del Prodotto interno lordo cinese.

Molto più a rischio, da questo punto di vista, sono il Messico, che dalle esportazioni verso gli Stati Uniti ricava il 29,3% del proprio Pil, il Vietnam (19,5% del Pil) e Hong Kong (12,5%), seguiti da paesi come Singapore, Malesia, Taiwan, Tailandia e Israele, con quote superiori al 10% del Pil. In Europa rischiano contraccolpi legati ai nuovi dazi commerciali Usa paesi come Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia e Polonia, ma in ogni caso per tutti loro l’export americano pesa tra il 3% e il 2% del Pil. Se però si guarda a quali siano le economie più coinvolte nella “catena del valore”, ossia nel grande flusso in ingresso e in uscita di materie prime, semilavorati e prodotti finiti che chiamiamo globalizzazione, si scopre che è Taiwan (con un 67% del proprio export coinvolto nella “catena del valore”, ossia nella globalizzazione) il paese più a rischio, seguito dall’Ungheria, dalla Repubblica Ceca, dalla Corea del Sud e da Singapore, tutti con oltre il 60% di coinvolgimento.

Potrebbe quindi essere opportuno cercare di investire non genericamente sui mercati emergenti, ma su quelli meno esposti a eventuali contraccolpi dovuti alla politica commerciale di Trump, come l’India o il Brasile, ad esempio attraverso ETF come Lyxor Msci India o iShares Msci India, piuttosto che Lyxor Brazil o iShares Msci Brazil. Un’ultima annotazione: se per caso ve lo state chiedendo, l’Italia è “coinvolta” nella globalizzazione per meno del 50% del proprio export, al pari di paesi come Stati Uniti e Giappone, piuttosto che Svizzera, Olanda, Spagna e Francia. Così probabilmente il mercantilismo trumpiano non farà troppo male all’export italiano e in qualche caso (Tenaris nell’acciaio, Buzzi nel cemento, Fca nell’automobile) potrebbe persino fare bene a quelle nostre aziende che già dispongono di impianti di produzione e reti distributive negli Stati Uniti.

La prima a indagare Zonin, il ritorno della Carreri Venne buttata fuori dalla magistratura da Bellomo, il giudice radiato. Il ministro Orlando starebbe per reintegrarla

Rumors affidabili arrivano da Roma: prima delle elezioni ci sarà un provvedimento su Cecilia Carreri, il magistrato ora ex che di fatto più di quindici anni fa stava per togliere il tappo al vaso di Pandora della Banca Popolare di Vicenza e ai suoi miasmi. Quel tappo che molti, colleghi di Vicenza, banchieri, magistrati del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Stato hanno concorso a rimettere in fretta, con i danni incalcolabili che sappiamo. La signora oggi è solo una signora, con un cappotto cammello che nasconde un peso grande così: perché non mi vogliono più in magistratura? E’ stata di fatto estromessa con un rigetto definitivo del 2011, ma non si è arresa. E siamo all’epilogo: a momenti ci sarà la decisione del Csm o del ministro della giustizia Andrea Orlando (Pd) che porrà la parola fine a un contenzioso che descrive un mondo giudiziario per certi versi allucinante: costellato di errori, sviste, omissioni, sensibile ai refoli della politica, ma soprattutto abbarbicato alla forma e non alla sostanza.

Allora, reintegro all’orizzonte? Interpretano gli ottimisti che fiutano l’aria: a Roma hanno capito che nel disastro banche venete, disastro economico ma anche giudiziario e politico, la figura di Cecilia Carreri, arrivata da lontano, assomiglia sempre più, oggi, a quella di Giovanna d’Arco. I defraudati delle banche venete chiedono il suo ritorno, l’hanno fatto con cartelli e slogan e con decine e decine di messaggi a lei. Quindi, a un passo dalle elezioni, un provvedimento di reintegro potrebbe placare le folle (di votanti) inferocite e portare qualche consenso. Ci sta pensando Orlando, al quale – dicono – potrebbe aver dato un utile consiglio lo stesso premier Gentiloni. Ci sta pensando il Consiglio Superiore della Magistratura, che un paio di giorni fa si è visto recapitare per corriere urgente l’ultima memoria scritta da Carreri, dopo aver ricevuto nell’ottobre scorso l’ennesima istanza che chiede la riammissione in magistratura, uguale a quella inoltrata al ministro. Che sia la volta buona?

Di sicuro è l’ultima, perché finora in nove anni di iter giudiziario amministrativo pareri, decreti e sentenze si sono succeduti con un unico risultato: Carreri, per lei non c’è posto.«Ma con errori così clamorosi – si infiamma ancora lei – che avrebbero dovuto accorgersene da soli. Talmente evidenti che sembrano voluti, e che comunque dimostrano colpevole sciatteria. Altro che competenza». Le guance ancora si imporporano, quando pensa a quella decisione del Consiglio di Stato che nel 2011 rigettò ogni sua richiesta. Entrare nei dettagli di un batti e ribatti giudiziario che tutto è meno che lineare, è semplicemente impossibile: basti pensate che la cronistoria di questo contenzioso, approdato anche alla commissione parlamentare giustizia, pubblicata il 17 gennaio 2017, occupa cinque pagine fitte fitte, e si tratta solo dell’elenco di atti giudiziari contrapposti. Spiace dirlo, ma Kafka era un dilettante.

E chi era il firmatario di quella decisione che inibiva per sempre la toga di magistrato all’ex collega Carreri? Vien da sorridere: Francesco Bellomo. Sì, quello che come direttore della scuola di formazione per magistrati “Diritto e scienza” imponeva il look delle allieve: trucco, calze fashion, gonne corte corte, tacco 12. Quello che sentenziava (di sé): «Sono un genio»; che informava: «Ho un QI 188, la media è 100». Quello espulso il 12 gennaio di quest’anno dal Consiglio di disciplina della giustizia amministrativa, organo di autogoverno di Tar e Consiglio di Stato, che ha deciso con 13 sì e un astenuto. Destituito dalla magistratura. Radiato. Ovviamente non c’è alcun nesso tra la sentenza del 2011 anti-Carreri e le disgrazie successive di Bellomo. Ma il ministro, e il Csm, si trovano ora a decidere sulla base del pronunciamento di un giudice radiato. Può avere il suo peso. Al di là del merito: a quanto dicono le carte, pare che il «preparatissimo» Bellomo abbiaignorato le date esatte di ben due revoche delle dimissioni comunicate da Cecilia Carreri.

Forse per l’ex magistrato è cominciato il conto alla rovescia: «Ho ancora nell’armadio la mia toga, non l’ho più messa da dieci anni, è come nuova. Avevo già comperato i cordoni d’oro per lo scatto di anzianità e la nomina a consigliere di Cassazione… In questi anni, per difendermi, ho dovuto fare il magistrato senza esserlo. Mi hanno strappato via dal lavoro che amavo di più, da anni chiedo di annullare le dimissioni e rientrate in servizio». Quei pochi giorni di regata in barca a vela le sono costati il posto: «Ma ero in ferie! E dalla mia avevo un pacco così di sentenze della Cassazione, ignorate». Diventano intuibili le ragioni del siluramento: opporsi all’archiviazione dell’indagine su Popolare di Vicenza e il suo presidente Gianni Zonin nel 2002, processo durato fino al 2009, era lesa maestà. «Di Bellomo dopo un mese non si ricorda più nessuno. Io ho subito un accanimento mediatico e interno durato dieci anni. Ma adesso le cose sono diverse: questo caso va oltre la mia persona. Riguarda il funzionamento della giustizia, dei ministeri, del CSM».

Tempi duri, quelli dell’inchiesta sulla Banca Popolare a Vicenza. Erano gli stessi tempi degli attacchi di Berlusconi alla magistratura: «Vogliamo la liberazione dall’oppressione della magistratura» (2007), «L’anomalia italiana non è Silvio Berlusconi, ma sono i pm e i giudici comunisti. I pm sono la vera opposizione nel nostro Paese» (2009). Ma più ancora per l’atmosfera a palazzo di giustizia e fuori. «Il tribunale era un isolato più in là di Palazzo Thiene, sede della Popolare. Ma io Zonin non l’ho mai visto». Mica tutti come lei: non era raro vedere il presidentissimo, ormai signore della città, a cena con amici magistrati.C’era chi andava a caccia con lui, chi andava in vacanza nelle sue tenute. Lo sapevano tutti, magari non si può dimostrare, e che male c’era? Quello di un’inchiesta insabbiata, anche fuori Vicenza. Quando la procura di Venezia sostanzialmente dice «brava Carreri» e impugna l’archiviazione, il tribunale lagunare lascia in sonno il procedimento per quattro anni… E se le contiguità amichevoli sono vere ma indimostrabili, le assunzioni di magistrati, ufficiali della guardia di finanza, funzionari fuorusciti da Bankitalia sono dimostrabilissime, con tanto di stipendi. Carreri: «Negli anni in cui subivo un accanimento senza precedenti, fino alle dimissioni, Zonin espandeva il suo impero, andava sempre più su. Era riuscito a formarsi una rete di protezione che è durata anni. Quando arrivavano gli incaricati delle ispezioni dalla Banca d’Italia, venivano accolti dagli ex colleghi e si abbracciavano».

Oggi siamo al redde rationem: «Vorrei tornare a testa alta. Chiedo soltanto giustizia,sarebbe un risarcimento morale. E poi, non c’è bisogno di magistrati, soprattutto a Vicenza? Quello che ho visto allora è esattamente quello che c’è adesso, tutto si è verificato puntualmente». Cecilia Carreri spera, con realismo. Questione di giorni, conto alla rovescia. Anche per la seconda edizione del suo libro uscito l’anno scorso, “Non c’è spazio per quel giudice” (Edizioni Mare Verticale): «Aspetto la decisione che arriva da Roma, se mi reintegrano o meno. Comunque vada, la scriverò, è l’ultimo aggiornamento. Da quando lo saprò, in dieci giorni il libro esce. Ci sono cento pagine in più della prima uscita: tante cose nuove su Zonin, le sue società, sulla banca, sui sistemi, anche sui servizi segreti. Non sono più un magistrato, ma le inchieste so farle».

 VVOX

Gianni Zonin, Renzo Mazzaro: da Banca Agricola di Lonigo fino a Banca Popolare di Vicenza per poi donare tutto a moglie e figli

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«Schéi e amicissia orba la giustissia». Lo ripeteva sempre Domenico Zonin, lo zio preferito del cavalier Gianni, fondatore della casa vinicola di Gambellara. E Gianni Zonin non l’ha mai dimenticato. È lui stesso che lo racconta in una specie di saga della famiglia Zonin, messa nero su bianco da Curzio Levante, scrittore di notte, si suppone, visto che di giorno faceva il direttore della Banca Agricola di Lonigo, agenzia di Montebello. L’ha fatto per una vita ed era sempre in lite con la direzione generale di Lonigo, per via dei crediti eccedenti e gli sconfinamenti quotidiani che consentiva agli Zonin.

Nel 1980 l’azienda di Gambellara che commercializzava bottiglie di vino con tappo a corona era fuori per oltre un miliardo di lire. Al punto che gli Zonin, nel gennaio di quell’anno, vengono segnalati alla vigilanza della Banca d’Italia, assieme ad un’altra azienda vicentina, la Fai spa di Giovanni Bettanin, macchine movimento terra.

Occhio ai nomi e ai ruoli: Bettanin è vicepresidente della banca; con lui nel cda siede Gaetano Zonin, fratello di Gianni e imparentato con il Levante di cui sopra (ha sposato una nipote), oltre ad essere subentrato allo zio Domenico, che era stato consigliere della banca per decenni. Chiaro che si davano i soldi con manica larga, inutilmente osteggiati dal direttore generale Enea Dell’Angelo e dal presidente Enrico Dalla Grana. Finché si rompono le scatole di questa opposizione e li fanno fuori: Dalla Grana viene destituito da un cda convocato irregolarmente e la presidenza della banca va a Bettanin. C’è una sollevazione generale, proteste dei sindacati, esposti alla magistratura. La Banca d’Italia resta a guardare (copione già visto) e solo anni dopo la Corte d’Appello di Venezia dichiara illegittimo il ribaltone.

Peschiamo questa ricostruzione dalla rivista “Quaderni Vicentini” diretta da Pino Dato, nella quale un informatissimo autore che si firma Gordon Gekko (dal personaggio del film Wall Street impersonato da Michael Douglas) racconta per filo e per segno la resistibile scalata finanziaria del cavalier Zonin.

Contro di lui gli oppositori hanno sempre ragione, ma le sentenze arrivano fuori tempo massimo, quando non servono più. È uno schema fisso, che si ripete. Dopo la Banca Agricola di Lonigo tocca al ricorso contro l’assemblea di Bpvi del 1996: le nomine fatte in quella circostanza vengono dichiarate illegittime in primo, secondo e terzo grado. Ma la sentenza della Cassazione arriva nel 2008, significava annullare 12 anni di attività della banca: improponibile.

Non parliamo del caso di Cecilia Carreri, il gup di Vicenza che già nel 2002 aveva inquisito Gianni Zonin per la vicenda della società Querciola (il palazzo Bnl a Venezia fatto acquistare al fratello), per il finanziamento alla società Acta di Gambellara (16 miliardi di lire dal Mediocredito con contropartita onerosa per Bpvi) e per il falso in bilancio sui derivati finanziari Barclays (57 miliardi di lire certificati dal consulente tecnico della procura Marco Villani, smentito dal capo della stessa procura Antonio Fojadelli).

Vicenza archiviò due volte, per due volte la procura generale di Venezia interpose appello, chiedendo il rinvio a giudizio. Ma non se ne fece nulla. A pagare fu solo Cecilia Carreri, costretta a dimettersi dalla magistratura, mentre Fojadelli, ormai in pensione, dichiarava l’anno scorso: «Ero e resto amico di Zonin». E la legittima suspicione?

«Hanno fatto evaporare miliardi, dato credito a man bassa agli amici mettendo le mani in tasca ai clienti e sono liberi», è capitato di dire a Fabrizio Viola, che da commissario di Bpvi ha promosso azione di responsabilità contro Zonin e gli altri ex amministratori.

Naturalmente Zonin non è stato a guardare: ha citato a sua volta la banca, dichiarandosi vittima né più né meno dei risparmiatori; soprattutto ha messo al riparo i beni passandoli alla moglie e ai tre figli (valore dichiarato sulla carta delle aziende di famiglia 12, 5 milioni di euro).

La magistratura, per quanto in ritardo, ha avviato un sequestro cautelativo di 1,7 milioni di euro per coprire le spese di giustizia (Cicero pro domo sua) e adesso autorizza gli avvocati dei risparmiatori a procedere a sequestri fino a 200 milioni di euro, rivalendosi anche su beni di mogli e figli.

Vuoi vedere che gira il vento anche per la “giustissia” dello zio Domenico buonanima? Difficile, finché non verrà dichiarato lo stato di insolvenza della Popolare di Vicenza, che al momento è stato richiesto da un gruppo di risparmiatori, ma non ancora dalla Procura. Solo questo renderebbe possibile procedere per i reati fallimentari a carico degli ex amministratori. L’iniziativa toccava alla Procura di Vicenza e i pm Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi hanno detto che ci stanno lavorando. La richiesta poteva venire anche da creditori importanti, per esempio un’altra banca. Utopistico solo pensarlo.

I legali di Zonin faranno opposizione. Magari il cavaliere di Gambellara, per dimostrare la sua buonafede, rifarà al processo il discorso della “musina”, la banca come un salvadanaio dove i veneti mettono i risparmi, lui per primo. Solo che la “musina” si è rotta e dentro non c’era nulla.

di Renzo Mazzaro, da Il Corriere delle Alpi Il Mattino di Padova

Cardiff, la fine della regina del carbone, tra miseria, banche del cibo e sussidi

Nel Galles delle miniere la rivoluzione industriale è ormai fallita: il 23% vive in povertà. Le infrastrutture sono state pagate da Bruxelles, ma qui la Brexit ha trionfato

La caduta Cynon, Rhymney, Ebbw, Merthyr sono ormai comunità dimenticate, ad eccezione di Rhondda, dove l’ex miniera è stata trasformata in museo. Nella foto l’ultimo carico di carbone estratto a Rhondda nel 1983

 

Con la tappa nel cuore del Galles, in quella porzione di Regno Unito che figura tra le regioni più depresse d’Europa, termina il viaggio nelle diseguaglianze del nostro continente. Abbiamo individuato città che secondo l’Eurobarometro (ma non solo) sono tra le più povere. O meglio lo sono diventate, schiacciate da un mondo in continua evoluzione e dal cambiamento dei processi produttivi che le ha lasciate indietro. Non siamo andati in Bulgaria (fanalino di coda per reddito pro capite della Ue) o in Romania, a cercare queste testimonianze: ma nel cuore dell’Europa più solida, lungo l’asse Parigi-Berlino locomotiva della Ue, e appunto, nel Regno Unito, che pur con un piede fuori dalla Ue resta un Paese in crescita. È in questa realtà che le diseguaglianze, sociali, culturali ed economiche, sono ancora più marcate.  

 

I perdenti della Brexit viaggiano sul convoglio che ogni giorno attraversa su e giù il Galles meridionale. Il 46enne Peter lo prende alle 6,30 del mattino per andare a friggere patate in un fast food di Cardiff e la sera fa il percorso inverso, stesso buio, stesse file di tetti grigi interrotte qua e là dalla statua di un minatore, stessi boschi fangosi arrampicati fino alla stazione di Merthyr Tydfil che non funzionerebbe a pieno ritmo senza quell’Ue a cui nel 2016 Peter e gli altri hanno detto no.  

 

È tra le valli dell’ascesa e del declino della rivoluzione industriale che il gran rifiuto britannico assume tonalità plumbee: con il 23% della popolazione in condizione di povertà, la spesa pubblica destinata a un ennesimo taglio del 7% entro il 2019, il 14% dei genitori impossibilitati a comprare un cappotto per l’inverno ai figli e il 30% dipendenti dai sussidi, questo spicchio di Regno Unito figura tra le regioni più depresse d’Europa, un buco nero dove i 250 milioni di sterline versati ogni anno da Bruxelles come fondi strutturali hanno fatto la differenza. O almeno, avrebbero dovuto farla. Perché invece qui, in barba a qualsiasi previsione, 6 abitanti su 10 hanno votato «leave». 

 

«Non so se ho fatto bene o male ma qualcosa dovevo fare, quando mio padre era in fabbrica mangiavamo carne due volte alla settimana mentre adesso i salari sono sempre più bassi e bastano appena per l’affitto, gli stranieri vengono ad approfittare degli ospedali gratis e i miei ragazzi si sono dovuti trasferire a Manchester», ragiona Peter approcciando la banchina e puntando a una birra nella centrale High street, un negozio di beneficenza dopo l’altro, Croce Rossa, Esercito della Salvezza, Cancer Care. In realtà, nell’ex regno del carbone che insidiava a Cardiff il ruolo di capitale e attraeva manodopera globale come una Chicago ante litteram, gli immigrati attuali, polacchi, bulgari, ungheresi, non arrivano al 3% e lavorano quasi tutti nel nuovo impianto di lavorazione della carne, un «ufficio» poco ambito dai nativi. Ma tant’è. 

 

«Il Galles si è pronunciato per il leave nonostante ricevesse dall’Ue assai più di quanto versasse e, se nella Cardiff che ha assorbito tutti gli sforzi della riconversione industriale hanno prevalso i “remain”, la differenza è venuta proprio dalle aree più povere, quelle che già destinano un quinto del budget a tamponare le diseguaglianze e pagheranno la quota più alta di un conto stimato intorno allo 0,5% del Pil», nota il politologo dell’università di Cardiff Rod Hick. È un cortocircuito semantico prima ancora che politico. Lungo i binari del tempo perduto, dove il Novecento ha lasciato un’aspettativa di vita 7 anni più bassa che in Inghilterra e il pediatra Paul Davis del David’s Hospital di Cardiff studia il rapporto tra sottosviluppo famigliare e autismo infantile, il bisogno di un capro espiatorio è lievitato con il divario tra occupazione e benessere: mentre la prima cresceva con il moltiplicarsi di contratti low cost l’altro diminuiva, riversando sugli sportelli delle almeno 157 banche del cibo gallesi famiglie indigenti ancorché lavoratrici, infermieri, insegnanti con capo chino per la vergogna, chiunque non avesse diritto all’assegno sociale ma arrivasse a fine mese con il frigo vuoto. 

 

«Siamo passati dai fasti del ferro, del carbone e dell’acciaio al crollo dell’occupazione, della ricerca e degli investimenti, è come se dopo una sbronza ci fossimo risvegliati 30 volte più poveri di Londra e fuori tempo massimo per far crescere una borghesia imprenditoriale» spiega Adam Price, leader del partito di centro-sinistra e nazionalista gallese Plaid Cymru che da alcuni anni incalza lo storico primato laburista nelle valli dove l’Ukip è servito da megafono contro l’Ue per tornare insignificante all’indomani del referendum. Price, figlio di un minatore, indica sulla mappa Cynon, Rhymney, Ebbw, comunità leggendarie che, come Merthyr, saldavano il sudore alla politica e donarono molti figli alle brigate anti-franchiste. Nomi che oggi, ad eccezione della ex miniera Rhondda trasformata in museo di grido, non compaiono neppure nell’indice delle guide turistiche: «Il no a Bruxelles è il rifiuto di una popolazione che si sente abbandonata dalla politica nazionale “City-centrica” e che ha colpito a caso, male. Ricordo gli scioperi degli Anni 80 quando l’Europa ci mandava pasti caldi, Bruxelles si è spesa per noi molto più di Westminster, ma sono storie che qui non racconta nessuno».  

 

Non si trova un cartello che menzioni l’Ue lungo la ferrovia, che è poi l’unica arteria delle valli altrimenti punteggiate di grandi e isolati villaggi. Non se ne trovano a Port Talbot, ultimo avamposto dell’acciaio, dove il consigliere di Plaid Cymru Nigel Hunt mostra quartieri bordeline in cui si sovrappongono il 4% della popolazione cittadina, il 10% del business, il 20% dei comportamenti anti-sociali e Westminster vorrebbe costruire una gigantesca prigione. E non se ne trovano a Merthyr Tydfil, sotto l’orologio della stazione, all’ingresso di antichi pub come The New Crown che oggi serve il bacalau dei nuovi gestori portoghesi e ospita concerti live frequentati da over 40 perché i giovani se ne vanno, s’iscrivono all’università e non tornano più.  

 

«C’è stata una fase in cui la disoccupazione sfiorava il 25%, ora va molto meglio, siamo al 7,3%, ma la stima comprende i nuovi contratti “a zero ore”, quelli per cui firmando ti metti a disposizione e aspetti: sulla carta si lavora ma già vediamo allungarsi la fila davanti alle banche del cibo» nota Lesley Hodgson dell’associazione Focal Point, un raccordo tra il territorio e quelli che lei non chiama stranieri perché «sono parte della vita quotidiana», dice gustando il cappuccino ordinato da «Brachi», cognome italiano degli Anni 50 diventato sinonimo di caffè. 

 

Per le strade, a dire il vero, lo spaesamento è palpabile, un senso diffuso di essere altrove, contare poco, faticare molto. «Non abbiamo saputo spiegare alla gente che le infrastrutture da cui dipendono i collegamenti tra le valli, a partire dalla preziosa superstrada A465, sono state pagate dall’Europa» concede Maureen Howells, referente per la povertà e le diseguaglianze di cinque ministeri. Il governo locale, una coalizione di laburisti e liberaldemocratici, ha messo su una task force per le valli, sperando che non sia troppo tardi. Un po’ in effetti, lo è. Dal suo ufficio ai piani alti dell’Assemblea nazionale il leader dell’Ukip gallese Neil Hamilton sa di non poter sedurre una terra di sindacalisti purosangue, ma aspetta sul ciglio del fiume i petali della rosa rossa, passata dall’80% del 1974 al 33% attuale. «Una volta liberi dalla burocrazia di Bruxelles faremo del Galles un paradiso fiscale dove i ricchi vengano a investire e non ci sia più bisogno di assegni sociali» fantastica. Le prospettive politiche del partito di Farage non sembrano oggi più consistenti di quelle del suo fondatore, ma la Brexit è un’eredità ingombrante.  

 

Romba un aereo, gli scolari con gli zaini sulle spalle ridono naso all’insù: il cielo sopra Merthyr, protagonista di tanti versi di Dylan Thomas, è lo stesso, ma Londra è lontanissima.

FRANCESCA PACI LA STAMPA
INVIATA A CARDIFF

Una giornata di ordinaria paura nelle piazze

MINNITI LA COMMENTA COSÌ: “QUALCHE SINGOLA E LIMITATA TENSIONE”

Una giornata di ordinaria paura nelle piazze

da Eques

“Qualche singola e limitata tensione”. Così ha commentato, persino compiaciuto, il ministro degli Interni, Marco Minniti, la giornata di manifestazioni di ieri, 24 febbraio 2018. Singolare, veramente singolare la sua opinione. E sì, perché, guardando i servizi trasmessi un po’ da tutti i telegiornali, i “pacifici manifestanti”, accomunati dal lievito di un “doveroso antifascismo”, a cui nessuno può democraticamente sottrarsi, si è visto invece l’uso di violenza e prevaricazione contro le Forze dell’Ordine, al “dichiarato fine” di impedire ad altri di esprimere il proprio libero, e ovviamente diverso pensiero.

Questa sarebbe espressione di “democrazia”?

A molti non sembra affatto. Che l’improntitudine dei politici non abbia limiti, è fatto certamente notorio, e ovvio, vien da dire, stando alle quotidiane loro esternazioni, ma che addirittura l’ormai tra pochi giorni ex Ministro di uno dei dicasteri più delicati, addirittura sminuisca in modo così mistificante le reiterate azioni violente poste in essere da facinorosi che, se c’è qualcosa che hanno dimostrato, è solo la loro assoluta sconoscenza del significato del concetto di “democrazia”, è veramente oltraggioso per i milioni di italiani che hanno dovuto assistere a tali vergognose espressioni di prevaricazione.
Per quale ragione il Ministro, a cui tutto si può addebitare meno che di non esser dotato di intelligenza, abbia definito “qualche singola e limitata tensione” quel che le immagini trasmesse hanno mostrato, e cioè la palese e violenta rivolta contro l’ordine costituito, in questo consistendo l’aggressione portata alle Forze dell’Ordine, rimane un mistero.

Si è sentito dire “per calare i toni della contesa”

Sicuri che sia questo il risultato che si può conseguire raccontando una realtà diversa da quel che le immagini hanno mostrato? Occupare le strade, violando i divieti, con il volto travisato, armati di bastoni, tirando cubetti di porfido, devastando quel che si incontra, del tutto impunemente, tirando “bombe carta”, e cioè quegli ordigni esplosivi, riempiti di chiodi e frammenti di metallo, il cui unico scopo è ferire, se non anche uccidere, poliziotti e carabinieri che cercano di garantire l’ordine pubblico, sarebbero l’espressione di questa “limitata tensione” idonea a far calare la tensione?

Davvero sicuri di questo o per caso, qualcuno, consentendo questo si auspica proprio qualche reazione violenta?

E poi, cosa ci vuole, il morto, per descrivere nella sua oggettiva realtà quel che accade quando questi “democratici” esprimono, nell’unico modo in cui sono capaci di farlo, il loro pensiero? Beh, se è questo il criterio distintivo delle tensioni, che le fa definire gravi, solo se ci sono i morti (anche se la gravità sembrerebbe esser appannaggio solo di alcuni tipi di vittime, e non di altri), allora ha ragione il Ministro.
Molti italiani però, sicuramente molti di più delle poche centinaia di facinorosi, e parliamo di milioni, la pensano assai diversamente. Certamente non tutti i manifestanti si comportano in quel modo, ma voler dipingere un’Italia che esiste solo nella fantasia, o forse nei desideri di qualcuno, non è certo raccontare la verità.

Tutto ciò poi, con la scusa, buona per tutte le stagioni, di un antifascismo, di cui però non si sentiva più parlare da decenni, per la semplicissima ragione che, ad onta di quanto dice chi ha il potere di accendere o spegnere i microfoni, non esiste più da tempo. A parte che questa pianificata reviviscenza del fascismo, che è un fenomeno che, volenti o nolenti, fa parte della storia italiana, e che meriterebbe semmai, per chi ne possa avere interesse, ormai solo sotto il profilo storico, una serena rilettura alla luce dei dati oggettivi, e non delle partigiane mistificazioni, che ancor oggi vengono spacciate come verità, quel che si palesa sotto gli occhi di tutti, è che le azioni poste in essere da questi “antifascisti”, e i loro modi di esprimersi, sono perfettamente identici a quelli definiti come fascisti.

E si, perché cercare di impedire agli altri, con prevaricazione, violenza fisica, devastando tutto quel che si trovano sul cammino, di riunirsi pacificamente, manifestare il proprio pensiero, e partecipare, alla pari di tutti i competitori, a una campagna elettorale, non rispettando gli ordini delle Autorità, e anzi ribellandosi in forma violenta, è proprio il nucleo centrale di quello che, sia la giurisprudenza, che il comune sentire degli antifascisti di oggi definisce “fascismo”.

Allora cerchiamo di capirci, se democrazia significa, nella sua essenza, libertà di pensiero, e di sua espressione, nel rispetto degli altri, come si possono qualificare i comportamenti che viste attraverso le telecamere?
Più che insigni giuristi, liberali e sicuramente, loro si, antifascisti (ma quando il fascismo c’era, non oggi che sono passati più di settanta anni ed è ormai morto e sepolto), hanno lungamente dibattuto proprio sulla legittimità del divieto di ricostituzione del partito fascista, perché, al di là di quel che era stato, il divieto avrebbe comportato una contraddizione del sistema democratico, laddove limitava proprio la libertà di pensiero, e questo sicuramente era irrispettoso proprio dei principi basilari della democrazia.
La scelta fu quindi quella di vietare la ricostituzione di quel partito, che ci sta tutta in un sistema basato sulla democrazia, non toccando però in alcun modo la libertà individuale di pensare ed esprimere il proprio pensiero, e pertanto anche di essere fascisti, con la sola limitazione di precludere, oltre alla ricostituzione di quel partito, tutte le manifestazioni e comportamenti indirizzati a imporre il proprio pensiero agli altri con violenza e prevaricazione, vietando anche l’esposizione e utilizzo dei simboli propri del fascismo, se indirizzati, in qualsiasi modo, a una sua rinascita.

Questo apparve a quegli studiosi l’equo compromesso che, garantendo il neonato sistema repubblicano, permetteva comunque a tutti, indistintamente, assoluta libertà di pensiero e di sua espressione. E allora, è doveroso domandarsi oggi, opporsi agli ordini legalmente impartiti dall’Autorità, pretendere di impedire a chi la pensi diversamente di riunirsi, esprimere il proprio pensiero, partecipare alle competizioni elettorali, usare violenza contro le persone, danneggiare il patrimonio, sia pubblico che privato, che cosa è? Questa sembra la descrizione di quello che, secondo l’opinione di molti, e però, scusate se c’è ancora chi insiste a voler esprimere il proprio diverso pensiero, non di tutti, sarebbe la descrizione del “fascismo”.

Ma allora, chi sono i fascisti?

Quelli che senza armi, senza tumulti, attraverso la parola, il confronto e l’incontro, propugnano le proprie idee, legittime e, per lo meno a parole, sostanzialmente identiche a quelle di tutti gli altri schieramenti, dai quali si differenziano solo per le modalità di approccio e soluzione dei problemi, o quelli che, autoattribuitasi la patente di democratici, pretendono di impedire agli altri, con la violenza, persino l’espressione del loro diverso, e però libero, pensiero?
Domandatevelo … e datevela da soli una risposta.

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FLASH: anche il nome di Romano Prodi nell’inchiesta di Mueller su Paul Manafort, l’ex capo campagna di Donald Trump

Sta rimbalzando sui siti esteri la notizia che i nomi di tre politici europei di primo piano sono spuntati nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sull’ex manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort. Secondo una nuova accusa emessa venerdì scorso dall’ufficio di Mueller, Manafort avrebbe pagato 2 milioni di dollari a un gruppo informale chiamato Hapsburg Group, per “rappresentare in modo favorevole” l’ex presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych. Il gruppo sarebbe stato attiva tra 2012 e 2013 e sarebbe stato capeggiato da un “ex cancelliere austriaco”, identificato come “Politico A” dall’accusa di Mueller.

La mossa di Mueller su un dossier estraneo alla sua indagine sulla campagna di Trump è chiaramente tesa a mettere pressione sugli ex membri dello staff del candidato presidenziale, in modo da cercare di ottenere accordi e confessioni sul cosiddetto Russiagate.

 

Secondo l’accusa, che riprende un memorandum di Paul Manafort del giugno 2012 etichettato “Solo Visione”, Eyes Only, i politici di alto livello coinvolti nell’operazione “Super VIP” avrebbero simulato di essere osservatori super partes mentre erano in realtà lobbisti pagati da Yanukovich, tramite Manafort e l’ex Cancelliere.

Dal memorandum di Manafort lo scopo dell’operazione Super VIP era di “radunare un piccolo gruppo di politici Europei di alto livello, campioni altamente influenti e amici politicamente credibili che possano agire informalmente e senza nessuna relazione visibile con il Governo dell’Ucraina“.

Altre fonti riportano che Politico A sarebbe Alfred Gusenbauer, cancelliere socialista austriaco tra 2007 e 2008.  Gusenbauer e Prodi insieme a due lobbisti implicati nella campagna orchestrata da Manafort incontrarono membri del Congresso americano nel 2013, secondo dichiarazioni retroattive rese solo lo scorso anno dalla società di lobbying Mercury.

 

Le dichiarazioni retroattive riportano infatti che Alfred Gusenbauer e Romano Prodi insieme a due lobbisti della Mercury incontrarono il presidente della commissione affari esteri della Congresso USA Ed Royce (Rep-California) e altre persone interne al Congresso.

Sia Prodi che Gusenbauer hanno rilasciato dichiarazioni che confermano i pagamenti in loro favore, rispettivamente percepiti da Gusenbauer stesso (Prodi) e da Hapsburg Group (Gusenbauer), ma smentiscono che i soldi provenissero da Manafort o Yanukovych.

In particolare Romano Prodi ha dichiarato al New York Times sabato che il denaro proveniva da Gusenbauer come parte  “delle normali relazioni che intrattenevo con lui“, e che i soldi non provenivano, a sua conoscenza, né da Yanukovych né da Manafort. Alla domanda se i soldi di Gusenbauer provenivano da Manafort, Prodi si è mostrato scettico ma ha detto “chiedete a Gusenbauer“, aggiungendo che pensava venissero da uomini d’affari europei interessati ad avvicinare Ucraina e Unione Europea. Prodi sostiene anche di non aver mai conosciuto l’Hapsburg Group né ricevuto mai denaro da nessuna società di lobbying. Prodi ammette di aver incontrato membri del Congresso interessati all’Ucraina, ma afferma di non aver sentito parlare della Mercury. Alla domanda su chi organizzava i meeting a Washington, Prodi ha risposto “Immagino fosse Gusenbauer“.

Ancora Prodi dichiara che “era Gusenbauer che guidava il gruppo; facemmo tutti i nostri sforzi perla pace in Ucraina“. Il gruppo, che consisteva di “esperti ed ex politici”, si ruppe quando fu chiaro che “una relazione più forte con l’Unione Europea era impossibile“.

A noi sembra bizzarro che un politico esperto come Prodi non abbia mai cercato di verificare, al di là di benevole supposizioni personali, la reale provenienza del denaro che percepiva per quelle che erano azioni lobbistiche organizzate “a sua insaputa” dalla Mercury, una delle più note società di lobbying di Washington.

 scenarieconomici.it

BPVI e Veneto Banca, Padoan giunge alle stesse conclusioni di economiaspiegatafacile.it. Ma tu guarda!

È notizia di ieri, sabato 24 febbraio 2018, apparsa anche sul Giornale di Vicenza che, anche Padoansarebbe giunto alla tardiva conclusione di conferire ad SGA, società di recupero crediti di proprietà dello Stato, una consistente quota di NPL da rivendere sul mercato.

BPVI e Veneto Banca, Padoan giunge alle stesse conclusioni di economiaspiegatafacile.it. Ma tu guarda!

Ma qualcuno ci aveva pensato già da un pezzo; ecco chi è.

A dire il vero questa notizia si faceva attendere da un po’, ma ciò che economiaspiegatafacile.it aveva rivelato ai suoi lettori, in un articolo passato un po’ in sordina dal titolo UN PIANO PER RISARCIRE I RISPARMIATORI TRUFFATI SENZA SPENDERE UN EURO E SENZA AUMENTARE IL DEBITO PUBBLICO È POSSIBILE?, è la parte mancante del piano di Padoan e soci.

Ciò che tutt’oggi ancora manca è la soluzione al ristoro dei danni subiti dai risparmiatori delle due” venete” e che pare mancare anche all’idea di Padoan.

 

 

Cover del paper: Piano per risarcire i risparmiatori

 


 

I DUE ARTICOLI A CONFRONTO

 

In un passaggio dell’articolo del Giornale di Vicenza si legge testualmente:

“E dopo diversi mesi è arrivato l’atteso decreto del Mef per trasferire i crediti deteriorati delle ex banche venete che non erano transitati a Intesa, alla Sga del Tesoro.
Si tratta di 17,8 miliardi di euro di prestiti con un valore contabile netto di 9,9 miliardi che lo Stato attraverso una gestione «paziente» conta di recuperare quasi per intero replicando quanto avvenuto con il Banco di Napoli”.

Passaggio che troviamo già nel piano pubblicato da Economia spiegata facile e scritto a quattro mani da Fabio Lugano, il principale ideatore e Costantino Rover.

Leggiamo a pagina 3 troviamo scritto:

“Le regole di Basilea 2 impongono che le banche debbano regolarizzare le proprie posizioni nei
confronti degli NPL entro tempi ristretti. Come ogni buon imprenditore sa, essere obbligati a vendere
qualcosa in tempi ristretti significa dovere vendere sotto costo e quindi a rimetterci.
LE REGOLE BANCARIE COSTRINGONO A SVENDERE.” … “Esistono altri organismi che sfuggono alle regole di Basilea?
In un caso simile gli NPL non verrebbero trattati in modo urgente ed avrebbero tutto il tempo di
fruttare di più.
Lo Stato…

Ciò che viene ribadito è che lo Stato avrebbe tutto il tempo necessario a ricapitalizzre gli NPL.

Ma i risparmiatori truffati possono aspettare tutto questo tempo?

In un successivo passaggio il giornale ci comunica che:

“Ora la Sga,comespiega il comunicato del Tesoro, potrà anche procedere a operazioni di ristrutturazione visto che è unintermediario finanziario
(ex art 106)”

Mentre il Paper di Fabio Lugano e Costantino Rover recita in due passaggi:

“lo Stato deposita gli NPL presso un proprio deposito titoli gestito per suo conto da una società di recupero crediti già esistente ed operativa: la SGA. Ora lo Stato ha tutto il tempo per rivenderli ad un prezzo maggiore assieme agli immobili legati agli NPL di cui può ancora disporre nel proprio “conto” presso la bad bank.
L’ipotesi più plausibile è che questo lasso di tempo possa essere di circa 10 anni.“. … “giunti a questo punto, ovvero dopo essersi sostituito allo status dei creditori colpiti dal crack delle banche
venete, lo Stato può già indennizzare subito cittadini, artigiani, imprese e risparmiatori anticipando di
tasca propria il miliardo e mezzo necessario a ristorare le loro perdite.”.

Già, lo Stato – volendo – potrebbe risarcire IMMEDIATAMENTE  i risparmiatori truffati.
Coma mai Padoan non si affretta a dirlo?

Forse perché non sa come fare?
O non ci ha pensato?
Oppure non ne è interessato?

Fabio Lugano, che invece ha a cuore il bene dei risparmiatori, visto che funge le veci di consulente finanziario delle associazioni dei risparmiatori truffati, invece ci ha pensato.

 


 

COME SCARICARE GRATIS IL PAPER

 

Ed ecco che su sollecitazione di Economia spiegata facile, tramite il suo autore, Costantino Rover (già considerato incandidabile durante la ferrea selezione sulla base delle competenze in quel delle “parlamentarie” del M5S) ha reso pubblico come farebbe.

Nella versione istituzionale il paper risulta leggermente più dettagliato, mentre nella versione illustrata, avremo modo di far comprendere a chiunque ci sta attorno, il piano attraverso numerose tavole a disegni che aiutano anche chi di economia non è propriamente ferrato, a comprendere l’idea.

 

Una pagina illustrata del piano per risarcire i risparmiatori.

Il paper è suddiviso in due parti: una parte propedeutica che ha lo scopo di introdurre il lettore nella comprensioni dei fondamentali economici che lo interessano e una parte descrittiva.

Nella seconda parte il lettore comprenderà il progetto venendo accompagnato fase per fase lungo tutto il suo svolgimento.

È quello che vorremmo tanto che facesse anche Padoan, mentre invece, dopo anni di traversie, nessuno – se non forse chi manovra i fili, sa che destino aspetta le banche italiane ed i loro risparmiatori.scenarieconomici.it

Per scaricare grautiramente il paper vai all’articolo di Economia spiegata facile cliccando QUI.