BERLUSCONI, DELL’UTRI E QUELLE “BOMBE AFFETTUOSE” – IL VOTO SI AVVICINA E VA IN LIBRERIA “IL CAVALIERE NERO” DI BIONDANI E PORCEDDA – LE INTERCETTAZIONI TRA IL CAV ED IL SUO BRACCIO DESTRO SUGLI ATTENTATI DI COSA NOSTRA DEL ’75 E DELL’86 – POCHI DANNI. SILVIO SOSPETTA DI MANGANO. MA MARCELLO GARANTISCE: E’ ANCORA IN GALERA

“Il Cavaliere Nero, la vera storia di Silvio Berlusconi”, di Paolo Biondani e Carlo PorceddaIL CAVALIERE NERO, LA VERA STORIA DI SILVIO BERLUSCONI”, DI PAOLO BIONDANI E CARLO PORCEDDA

 

Paolo Biondani per l’Espresso

                 

Marcello Dell’Utri, nel 1986, è sotto intercettazione a Milano per i suoi rapporti con il boss mafioso Vittorio Mangano, ormai condannato al maxi-processo come trafficante di eroina tra Italia e Stati Uniti. Dodici minuti dopo la mezzanotte del 29 novembre 1986, il manager di Publitalia riceve una telefonata da Berlusconi, che lo informa di aver subito un attentato. L’esordio è fulminante.

 

DELLUTRI, BERLUSCONI, MANGANODELLUTRI, BERLUSCONI, MANGANO

Berlusconi: «Allora è Vittorio Mangano che ha messo la bomba».

Dell’Utri: «Non mi dire, e come si sa?».

Berlusconi: «Da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza… È fuori».

Dell’Utri: «Ah, non lo sapevo neanche».

Berlusconi: «E questa cosa qui, da come l’hanno fatta, con un chilo di polvere nera, fatta con molto rispetto, quasi con affetto. Ecco: un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata: lui ha messo una bomba».

Dell’Utri: «Ah… perché, cioè non si spiega proprio».

 

Nella stessa telefonata l’imprenditore allude a un altro attentato, da lui subito nel 1975.

 

Silvio Berlusconi con Marcello DellUtri Foto di Alberto RoveriSILVIO BERLUSCONI CON MARCELLO DELLUTRI FOTO DI ALBERTO ROVERI

Berlusconi: «Poi, la bomba, fatta proprio rudimentale… con molto rispetto… perché mi ha incrinato soltanto la parte inferiore della cancellata, un danno da duecentomila lire… quindi una cosa rispettosa e affettuosa».

Dell’Utri (ride): «Sì, sì, pazzesco… Comunque sentiamo, sì».

Berlusconi: «Non c’è altra spiegazione… è la stessa via Rovani come allora».

Dell’Utri: «Sì, sì… Adesso vediamo… Comunque credo anch’io che non ci sono altre richieste. Anche perché non ci sono, voglio dire. Si sarebbero fatti sentire, insomma, no?».

Berlusconi: «Va be’, niente, stiamo a vedere…».

 

A questo punto cambiano argomento, ma poi tornano sul discorso della bomba.

 

DellUtri e BerlusconiDELLUTRI E BERLUSCONI

Berlusconi: «Mi hanno aperto un po’ gli occhi i carabinieri, un chiaro segnale estorsivo, e quindi ripensi che a undici anni fa…».

Dell’Utri: «Sì, ma non vedo altro neanch’io, pensandoci bene hai ragione, da dove può arrivare insomma?… In effetti, se è fuori, non avrei dei dubbi netti. Va be’, tu sei sicuro che è fuori?».

Berlusconi: «Me l’hanno detto loro (i carabinieri)… Ti passo Fedele».

Confalonieri: «Marcello, allora, sei d’accordo anche tu, no?».

Dell’Utri: «Sì, guarda, non sapevo che è fuori, ma se è fuori non ci sono dubbi, direi».

Confalonieri: «Non è un uomo di fantasia… Si ripete. Ha cominciato a dieci anni a fare così, ha quarantun anni adesso…».

Dell’Utri: «E poi anche con un attentato timido, solo per dire: sono qui…» (ride).

Confalonieri: «Come la terra con la croce nera, come l’altra volta, ti ricordi?».

 

I giudici osservano che in questa telefonata Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri parlano di due diversi attentati, commessi a undici anni di distanza. Il più grave è il primo: il 26 maggio 1975 esplode una bomba nella villa di Berlusconi in via Rovani a Milano. La casa è in restauro, l’ordigno sfonda i muri perimetrali e fa crollare il pianerottolo del primo piano, provocando danni ingenti.

 

berlusconi dellutriBERLUSCONI DELLUTRI

L’attentato viene però denunciato solo dall’intestatario formale della villa, Walter Donati, per cui viene collegato a Berlusconi solo in seguito. A quel punto le indagini raccolgono indizi su un paventato progetto di sequestro del figlio di Berlusconi, ma l’autore dell’attentato resta misterioso.

 

Nella telefonata intercettata, Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri paragonano quella bomba del 1975 a un nuovo ordigno, meno potente, esploso poche ore prima, il 28 novembre 1986. Come evidenziano i giudici, «questa telefonata dimostra che Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri non avevano alcun dubbio sulla riconducibilità a Mangano dell’attentato di undici anni prima». (…) Ma anche se «nessuno dei tre nutriva alcun dubbio nel ricondurre la bomba del 1975 a Mangano – sottolineano i giudici – nessuna indicazione fu offerta agli investigatori, anzi si decise di non denunciare direttamente quell’attentato».

 

via Rovani BerlusconiVIA ROVANI BERLUSCONI

Poche ore dopo, nel pomeriggio del 29 novembre 1986, Dell’Utri telefona a Berlusconi per riferirgli cosa ha scoperto sull’attentato del giorno prima. Gli dice testualmente: «Ho visto Tanino, che è qui a Milano». Il Tanino in questione è sicuramente Cinà: non lo negano né lui né Dell’Utri. Già questo è un riscontro: Cinà vedeva davvero Dell’Utri a Milano proprio nel periodo delle riscossioni mafiose rivelate dai pentiti, come confermano anche altre intercettazioni del 1987.

 

Dopo aver fatto il nome di «Tanino», Dell’Utri racconta quali notizie ha raccolto tramite quell’amico palermitano: assicura a Berlusconi non solo che Mangano è ancora detenuto, ma anche che può stare «tranquillissimo», nonostante l’attentato. E precisa di essere certo dell’estraneità di Mangano («è proprio da escludere categoricamente») anche se i carabinieri sospettavano il contrario.

 

Analizzando la telefonata, i magistrati osservano che, per identificare l’autore di un attentato di matrice mafiosa, «Dell’Utri si rivolge a Cinà proprio perché gli è nota la sua mafiosità». E appunto perché ha raccolto informazioni dall’interno di Cosa nostra «può escludere con certezza la matrice di Mangano, anche se è notorio che i mafiosi, quando vogliono, riescono a delinquere anche in carcere».

 

Vittorio Mangano in tribunale nel 2000VITTORIO MANGANO IN TRIBUNALE NEL 2000

I giudici trascrivono anche una battuta che Berlusconi, al telefono con Dell’Utri, dice di aver fatto ai carabinieri, lasciandoli sbalorditi, e cioè: «Trenta milioni li avrei anche pagati». Un passaggio giudicato «sintomatico dell’atteggiamento mentale dell’imprenditore disponibile a pagare, ma non a denunciare le richieste estorsive».

 

Una posizione confermata anche da un’intercettazione del 17 febbraio 1988. Berlusconi parla con un amico immobiliarista, Renato Della Valle, di altre minacce criminali che non ha mai denunciato né chiarito. Questa volta il Cavaliere è preoccupatissimo. E confida all’amico: «Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo».

 

TOTO RIINATOTO RIINA

Le rivelazioni dei pentiti riconfermano questo quadro e aggiungono i pezzi mancanti. L’attentato del 1975 l’ha fatto Mangano, probabilmente per rientrare nel giro dei soldi di Arcore. L’ordigno del 1986 invece l’hanno collocato i catanesi. Per cui, come Dell’Utri riesce a sapere in tempo reale, i mafiosi palermitani e corleonesi non c’entrano. Riina però sa chi è stato. E ne approfitta per usare proprio Catania come base per le nuove intimidazioni, quelle che gli permettono di ricementare il rapporto Cinà-Dell’Utri e raddoppiare la posta.

 

Ricostruendo la storia di queste «affettuose» bombe mafiose, i giudici sottolineano tra l’altro che anche l’attentato del 1986 era rimasto «del tutto assente da ogni cronaca giornalistica». Eppure i boss di Cosa nostra sapevano tutto. E i pentiti hanno potuto raccontarlo.

 

Testo tratto dal libro “Il Cavaliere Nero, la vera storia di Silvio Berlusconi”, di Paolo Biondani e Carlo Porcedda, ed. Chiarelettere. dagospia.com

 

Eni-Saipem, chiesti 6 anni e 4 mesi per l’ex ad Scaroni

La richiesta del pm nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti per assicurarsi appalti in Algeria

 

MILANO – La Procura di Milano chiede che l’ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni, sia condannato a 6 anni e 4 mesi per le presunte tangenti in Algeria: l’accusa è corruzione internazionale.

Oggi il Pm Isidoro Palma ha chiesto 6 anni e 4 mesi di carcere per Scaroni, tra gli imputati per corruzione internazionale al processo in corso a Milano con al centro presunte tangenti pagate in Algeria in cambio di appalti.

Secondo le indagini del pm Fabio De Pasquale, per assicurarsi appalti in Algeria, Saipem, con l’autorizzazione degli ex vertici Eni, avrebbe versato oltre 190 milioni di mazzette in piu’ tranche a pubblici ufficiali algerini. L’allora partecipata dal Cane a Sei Zampe sarebbe riuscita ad aggiudicarsi 7 contratti d’appalto in gare bandite dalla società di Stato algerina Sonatrach, mentre Eni avrebbe ottenuto l’autorizzazione all’acquisto della società canadese First Calgary Petroleum, proprietaria dei diritti di sfruttamento sul territorio algerino.

La Procura ha chiesto anche 900 mila euro di sanzione per la stessa Eni e per Saipem, alla sbarra in qualità di enti per la legge 231 del 2001, e 8 anni per Farid Noureddine Bedjaoui, fiduciario dell’allora ministro algerino dell’Energia, ritenuto con il suo entourage destinatario delle mazzette.

Nella sua requisitoria il pm ha negato a tutti gli imputati le attenuanti generiche, aggiungendo l’aggravante della transnazionalità. Quanto al ruolo di Scaroni e degli altri ex manager della compagnia condannati “hanno utilizzato la controllata (Saipem) per veicolare la tangente, perchè così faceva comodo a Eni”. Repubblica.it

 

Scaglia vende La Perla a Sapinda Holding

La società di investimento rileva il 100% delle azioni della società, rilevata nel 2013 dall’ex numero uno di Fastweb

La Perla cambia proprietario. Il brand del lusso è stato acquisto da Sapinda Holding, che ha rilevato il 100% delle azioni di La Perla Global Management (UK) Limited (“La Perla”), la controllante della società La Perla Group, leader globale nel settore della lingerie di alta gamma. Fondata nel 1954 da Ada Masotti, La Perla si è affermata come un brand del lusso a livello internazionale, grazie alla sua capillare presenza in 150 negozi monomarca in tutto il mondo ed ai suoi flagship stores presenti nelle principali città metropolitane in America, Europa, Middle-Est ed Asia. Con il suo headquarter a Londra, La Perla impiega oltre 1.500 persone in tutto il mondo. “La Perla ha raggiunto, in questi anni, una vera presenza globale affermandosi come un brand del lusso di successo e, per questo, desidero ringraziare la nostra clientela fidelizzata e tutte le persone che, con tanta passione e professionalità, hanno saputo portare la società a questo brillante risultato. “Siamo soddisfatti che Sapinda abbia acquisito La Perla in quanto darà continuità alla nostra visione strategica posta a creare un brand globale del lusso che rappresenti le molteplici sfaccettature della femminilità”, ha detto Silvio Scaglia, azionista di principale attraverso il fondo di investimento Pacific Capital. “Ho avuto modo di conoscere e collaborare con Sapinda ed il suo CEO Lars Windhorst molti anni fa e, pertanto, sono sicuro che il nuovo investitore ha le risorse necessarie per sviluppare ulteriormente La Perla nella direzione e visione intraprese ad oggi, ovvero rafforzare la sua leadership di brand internazionale mantenendo la propria produzione in Europa“.
Lars Windhorst, CEO di Sapinda: “Siamo lieti di annunciare l’acquisizione della società La Perla, un marchio iconico e uno dei principali attori nel modo del lusso. Silvio Scaglia e il suo team hanno svolto un eccellente lavoro di sviluppo dell’attività in un settore che continua a dimostrare un’enorme potenziale di crescita. Siamo pronti ad investire ulteriormente, a migliorare la posizione finanziaria dell’azienda perseguendo la strategia di crescita intrapresa sino ad oggi”, ha invece commentato Lars Windhorst, CEO di Sapinda.

La Repubblica

Poste, quattro assi per Matteo Del Fante nel nuovo piano industriale

Il nuovo piano che l’Ad di Poste svelerà al mercato martedì mattina aggiungerà il nuovo polo dei pagamenti digitali ai i tre pilastri del Bancoposta, assicurazioni e logistica. Da lì verranno le prospettive di nuova crescita in una evoluzione del gruppo che non esclude anche nuove acquisizioni per accentuare e consolidare i trend positivi nei business tradizionali

 

Poste, quattro assi per Matteo Del Fante nel nuovo piano industriale

Matteo De Fante presenta domani mattina, martedì 27 febbraio, a Milano il nuovo piano industriale di Poste italiane. Sarà un piano lungo, verosimilmente cinque anni, per avere il respiro sufficiente a fare evolvere la corazzata postale verso i nuovi business. E la novità principale, per chi ha seguito i primi passi del manager nel suo primo anno di attività alla guida di Poste Spa, è la nascita del nuovo polo dei pagamenti digitali che sorgerà intorno a Poste Mobile. Un ibrido che sarà al tempo stesso banca e operatore telefonico per offrire ai 33 milioni di clienti Bancoposta, alle piccole e medie imprese come anche alla Pubblica amministrazione un unico contenitore di servizi digitali avanzati.

L’obiettivo è quello di agganciare l’onda montante dei servizi di pagamento digitali, trainati dall’e-commerce in avanzata ovunque nel mondo sebbene con diverse velocità, e di farne un nuovo volano di crescita. Poste cambia pelle e diventa una sorta di ApplePay? Certamente no, visto che le intenzioni di Del Fante, a quanto si raccoglie negli ambienti vicini a Poste, sono al contrario di consolidare i punti di forza – e quindi il BancoPosta ma anche i servizi assicurativi che portano un fiume di denaro in costante aumento (+2% dei premi netti di Poste Vita, con la raccolta salita a 20,4 miliardi nel preconsuntivo 2017). L’altro tema sarà l’accelerazione della cura di recupero nei punti deboli: qui il focus è sulla logistica, dove la corrispondenza lo scorso anno ha perso un ulteriore 10% dei volumi seguendo un trend ormai strutturale, ma dove i pacchi hanno recuperato terreno con un aumento del 17% dei volumi e di 43 milioni di fatturato. E dove non si escludono nuove acquisizioni.

In altre parole, Matteo Del Fante proseguirà nel solco dei tre tradizionali pilastri (servizi finanziari, servizi assicurativi e risparmio gestito, servizi postali), un binario che comunque garantirà anche nel 2017 un pay out agli azionisti dell’80% con una montagna di 549 milioni di dividendi pagati su 689 milioni di utile netto. Ma cambierà a modo suo le carte sul tavolo con il quarto polo rappresentato dal nuovo settore operativo nel banking digitale che includerà – è ovvio – i servizi in mobilità. Ma vediamo di capire meglio come si articolerà il piano che darà all’Ad il respiro di una visione di medio-lungo periodo.

IL POLO DEI PAGAMENTI DIGITALI

Il nuovo polo, affidato a Marco Siracusano che rafforza così la posizione acquisita nell’ottobre scorso quando prese in mano la funzione Pagamenti, mobile e digital, sostanzialmente concentra in unico spazio moneta elettronica e pagamenti digitali. Se finora chi comprava qualcosa su Internet tramite PostePay doveva passare tramite BancoPosta, domani – con lo spacchettamento dei servizi di BancoPosta e il conferimento dei pagamenti digitali in un unico polo – opererà direttamente con Poste Mobile. Alla nuova direzione che sarà presentata martedì dovrebbero essere affidati i bollettini postali, l’operatore Poste Mobile e probabilmente anche la partecipazione del 15% in Sia, società tra le maggiori in Europa nei pagamenti digitali di cui Cassa Depositi, azionista di controllo di Poste, detiene un altro 30% circa. Poste ha avviato la separazione del patrimonio da BancoPosta del ramo dedicato alla moneta elettronica e i servizi di pagamento e ha chiesto a Banca d’Italia l’autorizzazione affinché PosteMobile possa operare quale Istituto di moneta elettronica (IMEL), continuando a svolgere le attività di operatore mobile virtuale. Il che significa che in un futuro la nuova PosteMobile potrebbe emettere nuove carte di pagamento (oggi i titolari della carta ricaricabile PostePay Evolution sono già 4,7 milioni) senza passare da altre banche e che potrebbe fare concorrenza alle banche sui Pos (le macchinette per pagare con carta o Bancomat nei negozi). Potrebbe poi acquisire anche una carta di credito ma è presto per spingersi così lontano. Resta il fatto che con 12.800 uffici postali, il network digitale e la piazza commerciale che offre, Del Fante si aspetta risultati non banali mettendo i suoi punti di forza a fattor comune.

BANCOPOSTA E RISPARMIO

Resta il pilastro fondamentale su cui poggia Poste che da qui trae 56 miliardi di raccolta nel 2017, in crescita del 12%. Qui ci sono i buoni e i libretti postali, i prodotti fondamentali per Cdp e per la grande marea dei piccoli risparmiatori poco propensi al rischio. Il risultato operativo, tuttavia, è in calo del 5% a quota 773 milioni lo scorso anno per il ristoro agli azionisti del Fondo immobiliare Europa 1 ma anche perché il trend ribassista del mercato ha ridotto i margini. Del Fante ha appena ricontrattato con Cassa Depositi le commissioni per collocare il risparmio postale e conta di incamerare fino a 1,8 miliardi di commissioni quest’anno. Notizia che ha ridato slancio al titolo in Borsa perché consentirà a Poste di mantenere il risultato operativo anche di fronte all’attesa – ammessa con gli analisti dall’Ad Del Fante e dal responsabile del BancoPosta Andrea Novelli – di un target negativo per gli afflussi netti di risparmio postale nel 2018.

ASSICURAZIONI E RISPARMIO GESTITO

A chi chiedeva al Del Fante se il filone del risparmio gestito fosse in contraddizione con il tradizionale business del risparmio postale, l’Ad di Poste ha risposto di no. Il primo va alla clientela meno propensa al rischio, l’altro a chi invece punta a guadagnare un po’ di più e a rischiare altrettanto. E’ qui che Del Fante punta le carte sulla “collaborazione rafforzata” definita con Anima e rinnovata per 15 anni, che andrà a regime a fine anno. Le Polizze Vita si confermano una gallina dalle uova d’oro (840 milioni di risultato operativo, +32%) per Poste che con Anima svilupperà servizi Fondi e polizze Unit Linked (ramo III) oltre al tradizionale Vita (ramo I).

LOGISTICA

La corrispondenza continua a diminuire in volume anche se rallenta la discesa. I pacchi invece hanno invertito la rotta. Poste, che rinunciò a Bartolini nel 2005, si trova scoperta sull’internazionale ma potrebbe lanciarsi in qualche acquisizione per colmare il divario con i grandi concorrenti europei.

Se queste in sintesi appaiono le linee guida, non resta ora che attendere le rivelazioni di Matteo Del Fante martedì mattina. Il titolo Poste, collocato a 6,75 euro nell’ottobre 2015 dell’era Caio, ha perso quota e recuperato nell’ultimo anno il 12% tornando a 6,7 euro. Il nuovo piano potrebbe rinvigorire i giudizi degli analisti, lo scopriremo a breve.

 firstonline

Carige, ruggine fra i soci sotto la Lanterna. I timori di Malacalza

Mincione, Volpi e alcuni altri fondi sarebbero tentati dal mettere in un angolo Malacalza (primo socio col 20,67%), dando mandato a Fiorentino per una fusione

Carige, ruggine fra i soci sotto la Lanterna. I timori di Malacalza

 

Banca Carige, la ruggine sotto la lanterna: mentre il titolo continua a recuperare terreno in borsa, guadagnando anche oggi in modo deciso (+6,17%) pur restando sotto i prezzi dell’aumento di capitale da 500 milioni di euro (0,86 centesimi per azione contro 1 centesimo per azione a cui venne effettuata la ricapitalizzazione), tra i soci dell’istituto ligure inizia a emergere qualche tensione e non poteva essere diversamente. Il movimento di recupero in borsa è iniziato il 16 febbraio scorso, quando il titolo oscillava tra 0,74 e 0,75 centesimi pare azione, nel momento in cui è arrivata la conferma che il finanziere Raffaele Mincione aveva acquistato una quota del 5,428% del capitale della banca attraverso il fondo Capital Investment Trust spendendo poco più di 22 milioni di euro.

Non solo: secondo alcune indiscrezioni anche alcuni altri fondi avrebbero imitato sia pure con maggiore discrezione Mincione (mentre tra i venditori vi sono stati sicuramente Chenavari e Credito Fondiario, entrati con poco più del 5% durante l’aumento di capitale ma già scesi al di sotto di tale soglia dopo aver rilevato rispettivamente la società di credito al consumo del gruppo, Creditis, e una parte dei crediti deteriorati), sfruttando quotazioni che restano a livelli bassissimi(nonostante il recupero di quasi 20 punti percentuali in poco più di una settimana, il titolo resta di un 60% abbondante sotto i livelli di soli 12 mesi fa), così da piazzare con poca spesa una puntata al “casinò del risiko bancario italiano”, dove in molti danno Carige destinata ad accasarsi da qui a uno o due anni al massimo.

Una prospettiva che non piace chiaramente a Vittorio Malacalza, socio al 20,64% dell’istituto che nell’avventura Carige ha finora investito poco più di 400 milioni registrando perdite per 230 milioni prima dell’ultimo aumento più quasi altri 5 milioni da allora. Visto che Banca Carige stasera capitalizza 450 milioni di euro in tutto, Malacalza è destinato a chiudere in rosso la partita salvo che la capitalizzazione non risalga almeno a 1,95 miliardi di euro, una cifra che, nonostante le buone notizie giunte dall’ultimo Outlook Abi-Cerved sulle sofferenze delle imprese (che ha segnalato non solo il calo delle sofferenze bancarie a 87 miliardi netti, ovvero 167 miliardi lordi, ma soprattutto il calo al 2,6% del tasso di ingresso, ossia della percentuale di nuovi crediti che si trasformano in sofferenze, un livello che non si registrava da prima delle crisi 2008-2009), per il momento è pura fantascienza.

Così non sarà un caso che qualche giorno fa il presidente (su indicazione di Malacalza) di Banca Carige, Giuseppe Tesauro, abbiagettato una secchiata d’acqua gelata sull’ipotesi di un prossimo “matrimonio” come quella studiata da Equita Sim (che ha ipotizzato una futura aggregazione a 5 tra Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e appunto Banca Carige) o quelle circolate a livello di voci di mercato nei mesi scorsi (con Cariparma-Credit Agricole, Unipol Banca o Banca Bper), lanciando anche una stilettata a quei soci che a differenza di Malacalza, “uno che viene dall’economia reale”, “hanno giocato a monopoli tutta la vita”.

Una frecciatina che è sembrata indirizzata a Gabriele Volpi (9% di Carige) e allo stesso Mincione, che potrebbero essere tentati da far fronte comune con una manciata di altri investitori istituzionali nel caso di un’offerta d’acquisto o di integrazione che, per quanto “generosa” rispetto alle quotazioni attuali non potrebbe mai, al momento, consentire a Malacalza di chiudere l’avventura senza danni. Per sperare di limitare i danni, semmai, Malacalza deve augurarsi che il piano messo a punto da Paolo Fiorentino (terzo amministratore delegato che prova a rilanciare l’istituto da quando l’imprenditore ligure figura tra i soci di riferimento e già “chiamato a rapporto” da Malacalza) inizi a produrre risultati più che tangibili sia sotto il profilo dell’azione di de-risking in corso sia sotto l’aspetto commerciale e di riduzione dei costi, così da riportare in equilibrio i conti come continua a chiedere anche la Bce.

Soprattutto deve sperare che Fiorentino non riesca a coagulare attorno a sé proprio Volpi, Mincione, qualche fondo e forse anche quel 5,4% in mano a Sga (la “bad bank” del Tesoro che negli scorsi giorni si è vista affidare le sofferenze delle due ex banche popolari venete Bpvi e Veneto Banca). In quel caso il gioco potrebbe farsi duro e Malacalza dovrebbe o esercitare fino in fondo il via libera ottenuto da Bankitalia e Bce per salire sino a un massimo del 28% (ma questo vorrebbe dire rischiare altri capitali, sia pure ottenendo di abbassare il costo di carico della partecipazione), o rassegnarsi ad essere chiuso in un angolo, col rischio di dover subire un’operazione di fusione sulla base di valutazioni distanti da quelle ritenute “corrette”. In entrambi i casi a Genova sono in molti a prevedere che la ruggine sotto la lanterna è destinata a crescere da qui alla prossima primavera.

Luca Spoldi affariitaliani.it

Il nuovo direttore del Max Planck Institut di Colonia per la ricerca sulle imprese, italiano, afferma sulla FAZ che l’Italia DEVE negoziare l’uscita dall’euro al più presto

Il prof. L. Baccaro intervistato dalla rinomata F.A.Z. Frankfurter Allgemeine Zeitung

Noi sappiamo che è solo questione di tempo prima che ci diano ragione su tutta la linea, parlo del team di scenarieconomici.it. Poi, coloro che fino a poco prima avevano detto il contrario, ossia la bugia crassa secondo cui era nell’interesse degli italiani restare nell’euro, beh, troveranno qualche scusa per giustificare il cambio di registro. Dubito si scuseranno (anche perchè rischierebbero il linciaggio, temo)

La verità è molto più semplice: oggi stare dentro l’euro è un danno netto per l’Italia, se non ne esce salta il sistema. Solo a potenze straniere interessate a mettere la mani sugli assets italici può interessare che si resti dentro la moneta unica. Anche tra i cittadini italiani, il 99,9% circa ha interesse ad uscire ma non lo sa o meglio nessuno glielo spiega. Gli unici che possono – nel breve e medio termine – avere interesse a restare nell’euro sono le elites finanziarie che controllano tra l’altro i media, coloro che vivono di globalizzazione a pegno però di ammazzare la società italica. E che controllano i media, che in gran parte nascondono la verità ai cittadini.

Oggi anche il prof. Baccaro si unisce al coro di coloro che, come noi, suggeriscono un’uscita la più rapida possibile dalla moneta unica come unico modo di salvare il Paese. La voce è di rilievo, vista la sua posizione in seno ad uno degli Istituti più importanti d’Europa. Cosa diranno ora i Giannino, i Barisoni, i vari professori Monti e Deaglio (marito della prof. Fornero), l’Istituto Bruno Leoni, i politici cooptati?

Che sia chiaro: se in Italia non è ancora partita una discussione seria sui pro e contro del restare nell’euro a parità di voto di ogni cittadino è perchè qualcuno gioca sporco. Leggasi, alcuni politici italiani sono chiaramente pagati per andare contro gli interessi nazionali, a vantaggio di quelli ad es. tedeschi. Idem i giornalisti nazionali, asserviti ad un piano ben più grande di loro che finirà per affamare i loro figli nascondendo la verità.

Leggiamo dunque con interesse l’articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung sulla posizione presa dallo stimato prof. Baccaro, pugliese, nuovo direttore della suddetta sezione del Max Planck Institute in Germania. Che questo sia da monito ai vari minions che, contro gli interessi del Paese, ancora difendono la permanenza dell’euro dell’Italia. Probabilmente per loro interessi personali. Fa ridere che la stessa F.A.Z associa le idee del prof Baccaro a quelle dei sovranisti italiani, su tutte la Lega. Fa sorridere che anche la stessa AfD, partito di opposizione di destra tedesco, lanci lo stesso messaggio, meglio per l’Italia concordare l’uscita dall’euro onde evitare guai peggiori in futuro (mettendo a rischio anche la pace in EUropa).

Vedasi la traduzione sotto dell’articolo, dal tedesco.

“L’Italia dovrebbe negoziare l’uscita dall’euro”
Lucio Baccaro, nuovo direttore dell’Istituto Max Planck per lo studio delle società di Colonia, sorprende con un suggerimento.

FRANCOFORTE, 25 febbraio. Non ci sono molti grandi ricercatori italiani che fanno carriera in Germania. Lucio Baccaro è un’eccezione in questo senso: Nato in Puglia nel 1966, economista politico, dallo scorso settembre è direttore del rinomato Istituto Max Planck per lo Studio delle Società di Colonia (MPIfG). E ovviamente non vuole essere inferiore al suo predecessore Wolfgang Streeck, che interviene provocatoriamente nei dibattiti sociali: in una conversazione con F.A.Z. Baccaro ha fatto una campagna per un’uscita controllata dal suo paese d’origine dall’euro. È stato un errore iscriversi all’euro. “L’Italia dovrebbe negoziare un’uscita? In generale: “Sì!” Dice Baccaro.

Il ricercatore giustifica la sua posizione insolita tra gli economisti tedeschi con problemi strutturali dell’economia italiana che sono sorti per un lungo periodo di tempo. Un ritiro dall’euro potrebbe aiutare a risolverlo. “Quando si unì alla moneta comune nel 1999, molti italiani sognarono di giocare nella” premier league “delle economie”, ha detto Baccaro, “ma si è rivelato un errore”. Il modo in cui la Grecia si è sviluppata all’interno dell’euro è stato un disastro. “L’Italia è il secondo più grande disastro”, ha detto Baccaro. La produttività delle aziende italiane è rimasta stagnante per circa due decenni, l’economia sta crescendo a un ritmo più lento rispetto a quello tedesco o francese, e il rapporto debito pubblico, oltre il 130% del prodotto interno lordo, è circa il doppio di quello della Germania. Con la moneta unica Euro, il paese del Sud Europa è stato privato dell’opportunità di guadagnare competitività dagli aggiustamenti dei tassi di cambio internazionali – e quindi “ammanettato al palo dell’Unione europea”.

Baccaro, che detiene presso l’Università di Ginevra, oltre al suo posto a Colonia come professore di sociologia, non è amico dell’austerità imposta al sud Europa, che spesso coinvolge le riforme strutturali dolorose. Invece, il ricercatore si basa su una maggiore domanda macroeconomica per aiutare i paesi a crescita lenta. Soprattutto, vede gli effetti dal di fuori. “Se la domanda interna e la domanda dall’estero tendono a ristagnare, spetta al governo spendere di più, almeno inizialmente”, ha detto il ricercatore. Sarebbe difficile con le regole del Trattato di Maastricht concordate nel caso di Italia, secondo cui il debito annuo non deve superare il tre per cento della produzione economica. “Dobbiamo rilassarsi alcune di queste restrizioni, forse anche il limite del 3% per cento”

Anche se Baccaro, che originariamente ha studiato inizialmente filosofia – economia solo dopo -, deriva i suoi argomenti in modo diverso – con le sue conclusioni su euro e di spesa dei programmi dei ricercatori non è lontano dal partito euro scettico della Lega Nord italiana, con il partito di Silvio Berlusconi (Forza Italia) a distanza. Entrambe le parti sono viste in buona posizione nella campagna elettorale italiana e possono sperare in una vittoria alle elezioni parlamentari questa domenica.

Il nuovo direttore di Max Planck offre una testimonianza contrastante per l’economia tedesca. Da un lato, “la Germania è l’unica economia che ha compiuto la transizione nel passato dalla crescita economica guidata dai salari alla crescita trainata dalle esportazioni”. D’altra parte, è proprio questo modello di crescita che potrebbe essere fatale per la Germania in futuro [con il dollaro debole, ndr]. All’ombra delle aziende esportatrici di successo, è stato creato un ampio settore dei bassi salari e dei servizi, associato a questa considerevole disuguaglianza sociale. La Germania non ha utilizzato le abbondanti entrate fiscali per rafforzare sufficientemente questi gruppi.

 scenarieconomici.it

DICEMBRE 2015 -PROFUMO DI INTESA NEI CONTI DOLCE & GABBANA – I DUE STILISTI HANNO UNA VERA PASSIONE PER I FINANZIAMENTI DELLA BANCA GUIDATA DA CARLO MESSINA: 124 MILIONI INCASSATI SUL TOTALE DI 132 CHIESTI AL SISTEMA BANCARIO

L’ultimo bilancio al marzo scorso registra un miliardo abbondante di ricavi e un utile di gruppo di 45,8 milioni. L’indebitamento complessivo è a quota 400 milioni, su un patrimonio patrimonio netto di 919 milioni.

Andrea Giiacobino per “andreagiacobino.wordpress.com

 

DOLCE E GABBANA CON KYLIE MINOGUEDOLCE E GABBANA CON KYLIE MINOGUE

Carlo Messina, chief executive officer di Intesa Sanpaolo, ama vestire abiti a tre pezzi di moderna fattura, ma poi la banca milanese “veste” Dolce & Gabbana. Lo si scopre leggendo l’ultimo bilancio al marzo scorso di D&G srl, la holding dei due stilisti Stefano Dolce e Domenico Gabbana che ha chiuso l’esercizio di gruppo con un utile di 30 milioni di euro (45,8 milioni un anno prima) evidenziando ricavi in crescita ad oltre un miliardo rispetto ai 960 milioni del precedente esercizio.

 

dolce & gabbanaDOLCE & GABBANACARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLICARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Su un patrimonio netto di 919 milioni figurano debiti complessivi per 400 milioni di cui 132 milioni sono l’esposizione verso istituti di credito. I finanziamenti passivi vedono la banca guidata da Messina in pole position: 40 milioni prestati a Dolce & Gabbana Usa ad un tasso dell’1,34%, 46 milioni erogati a Dolce & Gabbana Shanghai (5,24%), 25 milioni a Dolce & Gabbana Japan (1,02%) e 13 milioni a Dolce & Gabbana Singapore (1,54%). Negli Stati Uniti i due stilisti sono stati anche finanziati dal Credit Agricole per 55,7 milioni ad un più conveniente tasso dello 0,77%.dagospia.com

dolce e gabbana fotografati da Steven Klein per "W"DOLCE E GABBANA FOTOGRAFATI DA STEVEN KLEIN PER “W”dolce e gabbana fotografati da Steven Klein per "W"DOLCE E GABBANA FOTOGRAFATI GABBANA SUL TENDERdolce e gabbana fotografati da Steven Klein per "W"

Banche: quattro big assumono

La piazza finanziaria luganese

Credit Suisse, Deutsche Bank, UBS e Barclays tornano a cercare personale dopo i tagli

Il vento è girato. Le quattro maggiori banche europee tornano ad assumere per la prima volta dal 2015.

Secondo quanto riporta il Financial Time, Credit Suisse, Deutsche Bank e UBS complessivamente hanno incrementato in posti di lavoro di 3’000 unità nella seconda metà del 2017, Barclays di 2’500 nell’intero anno scorso, esclusi gli effetti della cessione delle attività in Africa.

Il ritorno delle assunzioni nelle quattro banche d’affari del Vecchio Continente fa seguito ai tagli del personale del 2016 per circa 12’000 unità.

ats/joe.p.rsi.ch

MESSINA ANCORA CON MCKINSEY.

 

Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, non riesce proprio a liberarsi di McKinseyLeonardo Totaro, managing director mediterranean complex della importante multinazionale della consulenza è stato infatti il superconsulente del banchiere romano, assieme ad Andrea Orcel capo dell’investment banking di Ubs, nel tentativo abortito di conquista delle Assicurazioni Generali. Ma il nome di McKinsey è tornato qualche giorno fa oltreoceano (per l’esattezza il 2 marzo scorso) proprio nell’occasione che Messina ha scelto per dire che quella che ha fatto sul Leone di Trieste non è stata una retromarcia. Caso vuole infatti, che tra i premiati dalla Foreign Policy Associationall’Hotel St. Regis sulla Quinta Strada di New York, non ci fosse solo il banker italiano ma anche il canadese Dominic Barton, che di McKinsey è il global managing partner, cioè il numero uno, carica che ricopre dal 2009. Nello specifico Messina è stato insignito del Corporate Social Responsibility Award, un riconoscimento dedicato ai manager del settore finanziario che si distinguono nel campo della responsabilità sociale d’impresa. Abbastanza sorprendente, ma non per le abitudini americane, è che a premiare il banchiere italiano sia stato Laurence (“Larry”) Fink, numero uno di BlackRock, il gigante a stelle e strisce dell’asset management che proprio di Intesa Sanpaolo è azionista con poco meno del 5%.

INTESA-GENERALI: MEMORIES OF DISASTER.

 

Oggi il Financial Times ha nuovamente bocciato l’operazione Intesa-Generali. Qui di seguito il commento, che mette nel mirino anche l’advisor di Carlo Messina, ceo Intesa: Andrea Orcel, capo dell’investment banking di UBS.

Intesa-Generali brings back nasty memories of ABN Amro disaster

Similarities in the deal should give management and investors pause for thought

Is that the sound of alarm bells ringing? To anyone with a faint heart and a corporate memory that stretches back a decade, there are some nasty parallels between Intesa Sanpaolo’s mooted acquisition of Generali and one of the worst M&A deals in history — Royal Bank of Scotland’s acquisition of ABN Amro back in 2007.

True, this deal is smaller. Insurer Generali has a market capitalisation of €24bn, so even if a premium is paid, any acquisition would be less than half the size of the €71bn ABN takeover. And it is domestic, making the combination simpler than the Anglo-Dutch deal of 10 years ago.

There are all the same five striking similarities, which should give management and investors pause for thought.

 

  1. The timing looks bad. Back in the autumn of 2007, when RBS pounced on its weak Dutch rival, the macro-environment was already turbulent. The US mortgage market was melting down, banks were finding it harder to fund themselves and Northern Rock had collapsed. Within months, Bear Stearns and Lehman Brothers would fail, too. Today’s environment, and the strength of bank balance sheets, is far healthier. Italy, though, is relatively weak. The banking sector is awash with non-performing loans. Intesa chief Carlo Messina sees that as an opportunity. His opposite number at Generali has lost his top two lieutenants and looks vulnerable.

 

  1. The adviser is the same. Andrea Orcel was Merrill Lynch’s top European rainmaker when he and a couple of colleagues dreamt up the RBS-ABN deal. Today he runs UBS’s investment bank, but still works as a deal adviser. Intesa-Generali would be one of his biggest takeovers.

 

  1. The design is similar. Like RBS-ABN, this is a complex buy-and-carve-up deal. While ABN was ultimately split between RBS, Santander and Fortis (with two of the three ending up bailed-out and nationalised as a result), Intesa’s plan would be to sell off Generali’s French and German operations to the likes of Axa and Allianz.

 

  1. The deal is hostile. In 2007, Barclays had been in friendly discussions with ABN, before RBS shouldered its way in with an unsolicited counter-offer — the hostile approach meant that due diligence was limited and relations were strained, further complicating an already ill-fated combination. The potentially high-risk nature of financial companies’ balance sheets makes them dangerous targets for hostile acquisitions.

 

  1. The combined group would be systemic. The €60bn-plus combined market capitalisation of Intesa-Generali is a long way short of the biggest financial groups. (RBS-ABN created the world’s biggest bank.) But the entity would probably still attract the attention of global regulators — and a capital surcharge commensurate with being a “systemically important financial institution”. Some critics highlight the concentration of government debt that would be held by the group (nearly €160bn) — more than 7 per cent of Italy’s outstanding sovereign bonds — albeit the majority is held as client investments, rather than on Intesa or Generali’s own account.

 

There are of course compelling arguments in favour of a deal, too. Besides all the usual cost savings that can accompany large-scale M&A, Intesa sees big “revenue synergies” — by distributing its products through the Generali advisory network, and selling Generali property and casualty insurance through bank branches. There may also be an opportunity for capital arbitrage, exploiting the so-called Danish Compromise, which allows Europe’s bancassurance companies — such as France’s Crédit Agricole — to double-count bank and insurance unit capital. The loophole is due to be closed in the coming years. But banks have been granted leniency, and Intesa is hoping it can benefit too, potentially lifting its already decent 12.8 per cent core equity tier one capital ratio by 2 percentage points.

The decision on which path to choose rests with Mr Messina. He has steered Intesa through Italy’s problems, and until the Generali plan leaked (sending the bank’s shares down 10 per cent), he was liked by investors, particularly because of a promised dividend payout ratio of 70 per cent.

Mr Messina is known to be confident he can maintain the dividend and that any capital surcharge should not top 0.25 per cent. But he is still torn. The former finance chief is famed for his conservative style. That should make him very wary of anything that invites parallels with the most toxic financial deal ever done.

patrick.jenkins@ft.com