IL PAPA VESTE VERSACE – MENTRE BERGOGLIO PREDICA POVERTA’ E ANTI-CAPITALISMO, IL CARDINAL RAVASI TAGLIA IL NASTRO DELLA MOSTRA AL METROPOLITAN DI NEW YORK SULLA MODA ISPIRATE ALL’ICONOGRAFIA CATTOLICA – AL SUO FIANCO IL FINANZIATORE DELL’ESPOSIZIONE, IL POTENTE FONDO BLACKSTONE CHE HA IL 30% DI VERSACE (DONATELLA IN PRIMA FILA CON ANNA WINTOUR)

Michela Tamburrino per la Stampa

 

Un dialogo spinoso che si consuma su un crinale aspro, a rischio caduta. La sacralità cattolica e la moda, il rito della vestizione nel doppio binario tra sfilata e processione. Il Vaticano per la prima volta si mischia e dialoga in una mostra che farà storia. Già nel 1983 The Vatican Collection si distinse come la terza mostra più visitata del Metropolitan Museum newyorkese.

 

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

Ora c’ è un intreccio più complesso e sdrucciolevole che riguarda anche l’ uso che gli stilisti fanno delle immagini e dei simboli sacri. Gli uni e gli altri nell’ esposizione Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination , corpi celesti e tanta immaginazione in un viaggio che prenderà il via il 7 maggio a New York, all’ Anna Wintour Costume Center, alla Galleria Medievale del Met nella Fifth Avenue e al Met Cloister, ala distaccata del museo che raccoglie cinque antichi chiostri.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

Tutto nasce dall’ invito rivolto al Vaticano, che accetta, prende quaranta opere conservate nella Sacrestia della Cappella Sistina mai uscite prima dalle sacre stanze e le spedisce oltre Oceano.

La mitra di Leone XIII ricamata in oro con diamanti, smeraldi e zaffiri; la tiara di Pio IX anche qui smeraldi, zaffiri, diamanti e perle; il piviale di Benedetto XV di seta bianca, ricamato con filo metallico d’ oro, lamé d’ oro e lustrini preziosi.

 

tiara pio ixTIARA PIO IX

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Il confronto sfrontato ma d’ effetto esplode, testimone Anna Wintour silente come in effigie, nel vestito con la natività impressa di Lanvin, nella Coppa Magna dei cardinali su un abito di Valentino, nelle cattedrali di Monreale riprese da Dolce & Gabbana, nel culto degli angeli disegnati dalla Schiapparelli. Così si traccia il pellegrinaggio che ha il sapore delle Stazioni, bel risultato per il curatore Andrew Bolton, preso dal dialogo tematico d’ attualità, «in un momento storico di razionalizzazione imperante che spinge alla sacralità».

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

 

Divertito da questo connubio dalle mille promesse, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che per dar forza al suo pensiero parte dalla tradizione romana collegata al mondo ecclesiale fino a parafrasare il filosofo materialista Feuerbach: «L’ uomo è ciò che veste» e non più «ciò che mangia». «Il vestito specifica l’ uomo. Nella genesi, Dio entra in scena come creatore e come sarto, infatti si legge che fece tuniche di pelle al suo uomo e alla sua donna. Li vestì. Ecco i due volti dell’ abito, quello materiale, fisico, usato per tutelarsi dall’ esteriorità e il secondo che attiene alla moralità, che protegge la sessualità, dunque la vita e il suo mistero.

Wintour, Versace e Piccioli al MomaWINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Poi c’ è l’ investitura, la rappresentazione sociale di una persona che passa per i simboli di riconoscibilità culturale».

scarpe di giovanni paolo iiSCARPE DI GIOVANNI PAOLO II

 

La vestizione è liturgia in evoluzione, proprio come accade per la moda, per gli abiti eleganti e non feriali con i quali si celebra un rito laico. «Vesti e paramenti che entreranno solo in uno spazio trascendente quanto l’ abito da sera in un salone». E in iperbole si arriva al «Papa veste Prada» riferimento alle preferenze sartoriali di Benedetto XVI espresse nei mocassini rossi che spuntavano dalla Papamobile, copywriter Ravasi.

 

mitra di pio xiMITRA DI PIO XI

Ma tornando al crinale pericoloso, quanto apprezza la Chiesa la dissacrazione cucita addosso? «Si dissacra ciò che ha un significato e che si riconosce – insiste Ravasi – , il simbolo religioso in un mondo secolarizzato ancora incide». Papa Francesco è inflessibile contro gli eccessi mondani, lusso e superficialità, che sono parte integrante della moda.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

«È vero, entriamo in un mondo che rappresenta anche la malattia del nostro tempo, il lusso fine a sé stesso. Ma anche lì ci sono persone che hanno bisogno della nostra voce. Noi diciamo loro: donate, date ai poveri qualche bel vestito, comprate un giacinto per loro. È male stare solo alla finestra, io guardo oltre la frontiera, oltre la protezione del sacro».dagospia.com

Versace al MomaVERSACE AL MOMA

 

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMAVersace e Piccioli al MomaVERSACE E PICCIOLI AL MOMA

c.h. schwarzman donatella versace s.a. schwarzmanC.H. SCHWARZMAN DONATELLA VERSACE S.A. SCHWARZMANravasi wintour donatella versaceRAVASI WINTOUR DONATELLA VERSACEheavenly bodies fashion and the catholic imagination pio ixHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO IX

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMA

papa francescoPAPA FRANCESCO

heavenly bodies fashion and the catholic imagination pio xiHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO XIheavenly bodies fashion and the catholic imagination benedetto xvHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION BENEDETTO XV

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

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NPL, i 18 miliardi delle ex Banche Venete passano a SGA ma c’è incertezza sui tempi e le modalità di recupero

 

Anche le sofferenze di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza sono passate di mano rimanendo però nel nostro Paese. A recuperarli sarà direttamente il Ministero dell’Economia attraverso la Società per la gestione di attività (SGA), che ha acquistato nel 2016. E’ quanto prevede il decreto di cessione degli NPL accumulati dai due istituti in liquidazione coatta, firmato venerdì scorso dal Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

I crediti deteriorati ammontano a quasi 18 miliardi di euro e per censirli tutti ci sono voluti quasi otto mesi. Il Governo, infatti, aveva approvato il decreto di liquidazione dei due istituti di credito il 23 giugno scorso. La SGA, che per anni si è occupata di recupero crediti per il Banco di Napoli ed oggi è assistita da Kpmg e dallo studio legale Rcc, li gestirà pur non avendo licenza bancaria. Saranno direttamente i vertici della società a decidere con quali modalità scegliere gli operatori cui affidare il recupero, se con gara o con altre procedure più “ristrette”. Nel pacchetto di crediti che passano a SGA non rientrano i “prestiti baciati”, ovvero uno stock di alcune centinaia di migliaia di euro delle due ex popolari venete che sono stati lasciati nella Lca per renderne più agevole il recupero in fase di contenzioso.

Appena la Corte dei Conti darà il suo ok, l’operazione potrà partire e si prevede che verranno coinvolti i player più importanti. Anche perché i numeri sono importanti e li riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore: secondo Bankitalia di questi 18 miliardi di crediti ce ne sono fino a 9,9 miliardi recuperabili, che insieme agli 1,7 miliardi di equity porterebbero nel tempo i conti in positivo anche per lo Stato, che alla partita ha dedicato 10,6 miliardi (5,2 di esborso immediato più 5,4 di sbilancio iniziale dei due istituti).

La strada, insomma, è lunga e l’attesa non sarà breve anche perché bisogna aspettare l’accordo tra la Lca e la SGA che definirà nel dettaglio il perimetro dei crediti da cedere e le procedure con cui il veicolo si dovrà interfacciare con l’ente di liquidazione. Ma il vero nodo da sciogliere, che potrebbe allungare ulteriormente i tempi, riguarda l’operatività di SGA che deve superare alcune difficoltà oggettive, legate alla complessità della situazione, a cominciare dal recupero dei dati relativi alle singole posizioni che sono fisicamente ancora nelle sedi delle filiali delle ex Venete, diventate Intesa Sanpaolo.

In questo caso, più che mai, il fattore tempo è fondamentale per tutti: per il Ministero che deve recuperare la spesa, per i 10mila creditori che si dovranno insinuare al passivo per recuperare quanto gli spetta e, infine, per evitandone l’ulteriore deterioramento di 100mila posizioni, di cui 25mila, ovvero un quarto, sono aziende incagliate in cerca di nuova finanza.

 

CHE NE SARA’ DELLA SARAS SENZA GIAN MARCO MORATTI? – AL FRATELLO MASSIMO TOCCHERA’ INIZIARE A LAVORARE SUL SERIO NELLA SOCIETA’ DI RAFFINAZIONE, QUOTATA IN BORSA – IL CINISMO DEL MERCATO: IERI IL TITOLO E’ SALITO

AN. C. per ‘Libero Quotidiano

 

STABILIMENTO SARASSTABILIMENTO SARAS

Che futuro avrà adesso la Saras? Quali appetiti si scateneranno e cosa decideranno gli eredi. La società petrolifera della famiglia Moratti è un gioiellino che capitalizza in borsa circa 1,7 miliardi di euro (ieri a Piazza Affari il titolo ha chiuso in crescita dello 0,67%, controvalore di 1,8 euro sull’ onda di ipotesi speculative dovuto proprio al futuro riassetto di controllo della società).

 

L’ imprenditore Gian Marco Moratti lascia in eredità un gruppo di circa circa 1.900 dipendenti e ha dichiarato ricavi per circa 6,9 miliardi di euro al 31 dicembre 2016. Saras, che è controllata da Massimo e da una società dello scomparso Gian Marco. Le due holding detengono poco più del 25% del capitale e sono legate da un patto di sindacato che mette al riparo l’ azienda dalle scalate. Quotata in Borsa dal 2006, il suo core business è la raffinazione, nell’ impianto di Sarroch, in Sardegna, uno dei più grandi del Mediterraneo, con una capacità produttiva di circa 300mila barili al giorno.

Massimo e Gianmarco MorattiMASSIMO E GIANMARCO MORATTI

 

Negli anni Duemila la società ha diversificato gli investimenti avviando un impianto di gasificazione a ciclo combinato per convertire i residui della raffinazione e un parco eolico a Ulassai, in provincia di Nuoro. Saras ha chiuso i primi nove mesi del 2017 con un utile di 109,4 milioni e un utile lordo (Ebitda)di 303 milioni di euro Adesso l’ attenzione è sul futuro, e sul pacchetto azionario in mano alla famiglia. La speculazione finanziaria fa galoppare la fantasia.

 

SarasSARAS

C’ è chi già immagina una progressiva uscita dal controllo della società. Ipotesi che rimbalza da tempo in ambito finanziario, ma che al momento non trova riscontri. Di certo c’ è che per il prossimo 1 marzo, salvo rinvii per lutto, è fissato il consiglio di amministrazione della società che deve approvare il bilancio e che dovrebbe presentare il nuovo piano industriale. E tutti gli occhi sono ora puntati, ovviamente, sulle future scelte della famiglia. Gli appetiti nel settore energetico ci sono, anche perché la Saras è oggi una delle principali società di raffinazione in Europa.

 

Raffineria SarasRAFFINERIA SARAS

Nel 2013 il colosso petrolifero russo Rosneft ha rilevato, in accordo con la famiglia, una quota del 21%. Nell’ aprile del 2013 nel consiglio della Saras era entrato anche Igor Ivanovich Sechin, uno dei signori del petrolio e presidente di Rosneft, ritenuto tra i più stretti di a Vladimir Putin.L’ alleanza era stata poi chiusa nel 2016, a causa delle sanzioni economiche contro la Russia che hanno impedito di portare avanti i progetti comuni.

 

MORATTI BORSAMORATTI BORSA

Adesso bisognerà vedere come reagiranno i mercati ai nuovi assetti familiari e se la famiglia vorrà continuare a gestire la holding petrolifera o avventurarsi su altre strade. Di certo la figura di Gian Marco, il “petroliere discreto”, resterà nelle cronache economiche italiane.dagospia.com

 

La responsabilità del collegio sindacale di imprese bancarie quotate

Cassazione Civile, Sez. II, 22 gennaio 2018, n. 1529 – Pres. Petitti, Rel. Varrone
Cristina Evanghelia Papadimitriu, Dottore di ricerca presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi, Phd in diritto dell’impresa
 
 

Premessa

Con la sentenza n. 1529 del 22 gennaio 2018 la Corte di Cassazione si pronuncia su una questione di estremo rilievo, evidenziando e specificando quali siano le funzioni di controllo e vigilanza gravanti sui membri dei collegi sindacali delle banche.

La questione non è di poco conto in quanto da tempo è costante un vivace dibattito sul punto in dottrina e in giurisprudenza, dibattito che ancora oggi vede contrapporsi posizioni diversificate e, per tale ragione, rappresenta un importante spunto di riflessione in materia.

Infatti, la recente crisi finanziaria, di cui ancora oggi si scontano gli effetti, ha posto in evidenza l’esigenza di una maggiore attenzione alle strutture di controllo interno delle società che si sono spesso dimostrate inefficienti a prevenire situazioni rischiose e di default.Tale esigenza è stata avvertita in particolar modo nel settore bancario dove si è assistito al dissesto di vari gruppi bancari e finanziari di notevoli dimensioni.

Proprio in considerazione di tale generale premessa, è interessante analizzare brevemente l’orientamento della Suprema Corte in merito alla responsabilità dei sindaci di imprese bancarie, allo scopo di comprendere come il principio statuito dalla Cassazione possa inserirsi al meglio nel complesso meccanismo dei controlli interni.

La posizione della Suprema Corte

Ciò che la sentenza evidenzia è un regime di responsabilità che attribuisce al collegio sindacale l’obbligo di verificare la legittimità e la correttezza di tutte le delibere del consiglio di amministrazione, nonché la verifica del rispetto degli obblighi che la legge pone a carico degli amministratori e l’adempimento da parte di questi degli obblighi di diligente gestione aziendale previsti dall’art. 2392 c.c.. e richiesti in relazione alla natura dell’incarico e delle specifiche competenze degli stessi amministratori.

Nella sentenza de qua due sono le principali questioni sulle quali è importante porre l’attenzione.

In primis, il primo punto che in questa sede interessa evidenziare è quello relativo alla corretta interpretazione normativa del Codice Civile e del Testo Unico Bancario sugli obblighi gravanti sul collegio sindacale di imprese bancarie quotate.

A tale proposito, i ricorrenti sostengono che gli obblighi cui sono soggetti i sindaci di imprese bancarie quotate riguardano l’attività della società considerata complessivamente e che, quindi, a loro è rimesso un controllo globale e sintetico, mentre la convenienza delle scelte operative effettuate resterebbe di competenza esclusiva degli amministratori. In poche parole, l’attività di vigilanza si tradurrebbe in un controllo sintetico e generico, che non ha ad oggetto singoli atti o specifiche operazioni.

L’altro profilo fondamentale riguarda la responsabilità dei sindaci in relazione alle carenze nell’organizzazione dei controlli interni e nella gestione del credito.

Secondo i ricorrenti l’obbligo di vigilanza del collegio sindacale non può essere esteso fino a comprendere anche le singole operazioni di credito, né tantomeno l’esercizio di poteri di ispezione e controllo, atteso che il compito dei sindaci si concretizza nella sola verifica delle procedure.

Tali punti sono stati considerati totalmente infondati da parte della Suprema Corte.

Infatti, nel fare riferimento alla violazione delle norme sulla governance, la Corte richiama le disposizioni di vigilanza in materia di organizzazione e governo societario delle banche del 4 marzo 2008 nonché le circolari numero 229 del 21 aprile 1999 e numero 263 del 27 dicembre 2006, emanate dalla Banca d’Italia, con le quali sono state chiaramente individuate ed elencate le funzioni di controllo e vigilanza che spettano ai componenti dei collegi sindacali delle banche stesse.

Le predette circolari delineano un sistema di responsabilità che coinvolge il collegio sindacale, il quale ha l’obbligo di controllare la legittimità e la correttezza di tutte le delibere del consiglio di amministrazione allo scopo di verificare sia il rispetto dei doveri previsti ope legis a carico degli amministratori, sia l’adempimento da parte loro degli obblighi legali ex. art. 2392, primo comma, c.c..

La Corte di Cassazione ribadisce pertanto l’orientamento espresso in merito dalla corte d’appello, confermando le carenze nell’organizzazione dei controlli interni ed affermando che l’affidamento ad una società esterna della valutazione dell’audit interno non esonera in ogni caso i sindaci dall’obbligo di controllare la rispondenza e la coerenza dei dati di verifica sui flussi informativi aziendali derivanti da tale ente privato di revisione.

Secondo la giurisprudenza in commento, il collegio sindacale ha interpretato in modo riduttivo e burocratico i propri compiti e non ha dunque svolto il ruolo attivo nell’ambito dei meccanismi di controllo della società, evitando così di assumere delle concrete iniziative di vigilanza.

Pertanto, la Corte di Cassazione conferma quanto già affermato dalla corte d’appello ritenendo che “nel caso in esame i giudici di merito hanno accertato, con adeguato apprezzamento di fatto, che i ricorrenti sono venuti meno ai loro obblighi di vigilanza”.

Infatti, secondo lo stesso regolamento della Banca d’Italia, il collegio sindacale è tenuto “a verificare, senza limitarsi agli aspetti meramente formali, la regolarità e la legittimità della gestione, il corretto funzionamento delle aree operative e l’adeguatezza dei sistemi dei controlli interni e del sistema informativo”. In tale contesto, la facoltà per il collegio sindacale, di avvalersi di collaborazioni esterne, non limita l’attività che l’obbligo di controllo è tenuto a svolgere.

La Suprema Corte non sembra dunque manifestare alcun dubbio sulla questione sottoposta alla sua attenzione, continuando ad affermare che “la complessa struttura di una banca non può comportare l’esclusione o anche il semplice affievolimento del potere-dovere di controllo riconducibile a ciascuno dei componenti del collegio sindacale, i quali, in caso di accertate carenze delle procedure aziendali predisposte per la corretta gestione societaria, sono sanzionabili a titolo di concorso omissivo, gravando sui sindaci, da un lato, l’obbligo di vigilanza – in funzione non soltanto della salvaguardia degli interessi degli azionisti nei confronti degli atti di abuso gestionali degli amministratori, ma anche della verifica dell’ adeguatezza delle metodologie finalizzate al controllo interno della società, secondo parametri procedimentali dettati dalla normativa regolamentare, a garanzia degli investitori – e, dall’altro lato, l’obbligo legale di denuncia alla Banca d’Italia e alla Consob”.

In conclusione, sembra che la Corte di Cassazione si esprima in modo chiaro e deciso con riferimento alla forma e al relativo grado di responsabilità dei sindaci di imprese bancarie quotate, affermando un principio che non esonera il collegio sindacale dagli obblighi ispettivi e di vigilanza sulla gestione sociale, ponendo anzi in rilievo l’importanza del ruolo da esso svolto e la necessità che tale organo sociale adempia correttamente ai propri doveri.

Pertanto, ciò che preme sottolineare in definitiva è che una maggiore considerazione dell’importanza del sistema di controllo interno potrebbe effettivamente incidere sulla capacità delle banche di raggiungere l’obiettivo della <<sana e prudente gestione>>: infatti, un sistema di controllo ben organizzato può prevenire o ridurre al minimo il rischio di crisi e di fallimento di una banca.

 

Per ulteriori approfondimenti, si veda: CALANDRA BONAURA, Crisi finanziaria, governo delle banche e sistema di amministrazione e controllo, in BENAZZO – CERA – PATRIARCA (a cura di), Il diritto delle società oggi. Innovazioni e persistenze. Studi in onore di Giuseppe Zanarone, Torino, 2011; CAPRIGLIONE, I <<prodotti>> di un sistema finanziario evoluto. Quali regole per le banche?, in Banca, borsa e titoli di credito, 2008; Cass. sez. Un. 20934/2009.

Dirittobancario.it

Contratto di cessioni di azienda delle Banche Venete ad Intesa Sanpaolo S.p.a. e diritto di recesso del Cliente ex art. 2558 2° comma c.c.

Parere

CONTRATTO DI CESSIONI DI AZIENDA DELLE BANCHE VENETE AD INTESA SANPAOLO S.P.A. E DIRITTO DI RECESSO DEL CLIENTE EX ART. 2558 2° COMMA C.C.

Viene chiesto quale strumento abbia il Cliente delle Banche Venete per impedire la successione di Intesa Sanpaolo S.p.a. nel proprio contratto di conto corrente, di mutuo o di qualunque altro contratto bancario e/o finanziario.

E’ noto infatti che il legislatore, con l’art. 2558 1° comma c.c., al fine di non pregiudicare l’azienda nella sua composizione, stabilisce che l’acquirente dell’azienda – cessionario – subentra in tutti i contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa dal venditore – cedente – che non abbiano carattere personale. Tale principio trova sede anche in quei contratti in cui oggetto della cessione siano solo rami di azienda e addirittura in quei contratti in cui la cessione di azienda si realizza attraverso il trasferimento di una pluralità di beni aziendali per mezzo di un insieme di atti negoziali separati (pur contestuali).

Il Cliente – contraente ceduto – ha però sempre diritto di recedere dal proprio contratto. L’art. 2558 2° comma c.c. fa salvo questo diritto prevedendo però un termine decadenziale di tre mesi dalla notizia del trasferimento e la sussistenza di una giusta causa.

Nella fattispecie in esame l’atto di cessione di azienda delle Banche Venete ad Intesa Sanpaolo S.p.a. si presenta come un articolato contratto di cessioni di azienda non unitario, in quanto oggetto delle cessioni sono stati solo taluni beni aziendali e non l’intera universalità di essi. Ciò può costituire giusta causa di recesso per quel Cliente che è titolare di più rapporti e non vuole che alcuni rimangano in capo alle Banche Venete ed altri invece si trasferiscano in capo ad Intesa Sanpaolo S.p.a. Si Pensi ad esempio al Cliente che ha in essere un contenzioso civile con le Banche Venete quale azionista e/o obbligazionista e che si vede impossibilitato a proseguire i contenziosi contro Intesa Sanpaolo S.p.a. perchè detti contenziosi sono esclusi dalla cessione e non voglia quindi proseguire con Intesa Sanpaolo S.p.a. altri rapporti bancari invece oggetto di cessione.

Quanto al termine di decadenza di tre mesi, questo decorre dalla notizia del trasferimento. Notizia che deve considerarsi data al Cliente solo mediante la prova della data certa della comunicazione da parte della Banca cessionaria al Cliente, con la specifica delle aziende cedute e di quelle non cedute. Nessun termine può considerarsi trascorso infatti se non vi è comunicazione con data certa al Cliente del contratto di cessioni di azienda e del suo contenuto. Non si può confondere infatti la notizia della messa in liquidazione coatta amministrativa della Banca, conoscibile con data certa coincidente con il giorno di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del relativo provvedimento legislativo, con la notizia del contratto di cessioni di azienda e del suo contenuto.

http://www.studiolegaledecastello.it

Un’economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D’Alessandro

Di Maio la lancia come giovane ‘economista’, ma lei con il New York Times corregge il tiro: “Leggo l’Economist”

Un'economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D'Alessandro

Lei è la prima a essere arrabbiata. E, paradossalmente, lo è più di tutti con l’uomo che ha cercato di lanciarla in una brillante carriera politica.

Alessia D’Alessandro, presentata da Luigi Di Maio come “una economista che lavora con la Cdu in Germania”, ha dovuto puntualizzare qualche dettaglio del suo curriculum nientemeno che con il New York Times al quale ha concesso una lunga intervista per spiegare come stanno veramente le cose. E per uscire indenne da un meccanismo che rischiava di trasformarsi un un micidiale tritacarne.

 

Ma per capire bisogna andare con ordine, a partire da quell’intervista in cui il candidato premier di M5s si è lasciato prendere dall’entusiasmo.

 

La benedizione

E’ la fine di gennaio: in una puntata di ‘Di Martedì’ Luigi Di Maio parla di Alessia D’Alessandro come della candidata che ad Agropoli, in provincia di Salerno, M5s oppone a Franco Alfieri, il ‘sindaco delle fritture’ schierato dal Pd per volontà del governatore della regione Campania, Vincenzo De Luca. Di Maio la descrive, per l’appunto, come una giovane economista che lavora per il partito di Angela Merkel.

 

 

Il carico da 11…

A caricare i toni ci pensa il Corriere della Sera, che rilanciando su Facebook un articolo scrive che la D’Alessandro è stata ‘strappata alla Merkel’. “Economista, plurilaureata, parla cinque lingue e lavora come staffista al Centro ricerche economiche della Cdu, il partito della Cancelliera tedesca” scrive il quotidiano.   

 

…e la precisazione

Passano poche ore ed è lo stesso consiglio economico della Cdu a chiarire che Alessia D’Alessandro collabora solo come assistente, “non è operativa in nessun ambito rilevante dal punto di vista politico” e “non cura contatti politici”. “Abbiamo l’impressione che la sua posizione nel consiglio economico sia stata ingigantita in modo poco serio dal suo partito nei media italiani” afferma un portavoce del consiglio “non vorremmo aggiungere a questo fracasso politico altri commenti”. Esperienza che tra l’altro si conclude quel giorno: il portavoce aggiunge anche che la D’Alessandro “lascia il Consiglio, per suo desiderio”.

 
Un'economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D'Alessandro
 

La versione di Alessia – parte prima

A questo punto è la stessa D’Alessandro a voler mettere i puntini sulle i. E lo fa con un’intervista a Vanity Fair in cui chiarisce che: ha “lavorato per la direzione del Consiglio Economico della Cdu, un think tank dove l’industria tedesca ha modo di discutere con i politici di tematiche nazionali e internazionali”, ma non ha mai avuto contatti con politici (“mi confrontavo con gli esperti del consiglio economico. Lavoravo con le commissioni che proponevano discussioni su temi di varia natura”) e no, non ha conosciuto Angela Merkel, ma l’ha “vista una volta a un evento”.

 

Racconta di sè che ha occasionalmente fatto la modella per pagarsi gli studi, ma che ha anche lavorato “nel reparto di contabilità di un’azienda, nel settore delle risorse umane, come consulente internazionale, nell’area della corporate communication e nel turismo”. Che da piccola ha fatto la ballerina e che a 14 anni aveva già letto il ‘Manifesto’ di Marx, colpita dal concetto di lotta di classe, senza sentirsi però di sinistra perché “interessata al contenuto più che all’etichetta”.

 

E’ l’inizio di febbraio e la cosa sembra chiusa, finché di questa bella ragazza poliglotta, promessa della politica a cinque stelle, non si interessa nientemeno che il New York Times. E qui altri puntini su altre i.

 

La versione di Alessia – parte seconda

Al quotidiano newyorkese Alessia D’Alessandro dice che, in effetti, la presentazione fatta da Di Maio “non è stata proprio puntuale”. Chiarisce di non essere un’economista “anche se nei momenti liberi mi piace leggere l’Economist” e di voler “un giorno essere un’economista”. Tuttavia riconosce che il candidato premiere M5s ha creato un po’ di confusione quando l’ha descritta come “qualcuno che lavora in un’istituzione legata alla Cdu e quindi alla Merkel”.

 

L’impressione, insomma, è che qualcuno abbia – a sua insaputa – gonfiato il suo curriculum. Ed è questo che la fa sbottare: “Che stanno combinando in Italia?” dice al NYT. E si tira via dal tritacarne. Appena in tempo.  AGI

LONDRA, FUORI DALL’EUROPA, MA CAPITALE DELLA MAFIA MONDIALE – NELLA CITY INVESTITI OGNI ANNO 195 MILIARDI DI STERLINE – E DOVE CI SONO GRANDI FLUSSI DI DENARO E’ FACILE NASCONDERE QUELLI ILLECITI – POLO GLOBALE DEL RICICLAGGIO ANCHE ATTRAVERSO LE SOCIETA’ DI SCOMMESSE. IL TRUCCO DEL MONEY TRANSFER

Amalia De Simone per il Corriere della Sera

 

«Londra costituisce la principale piazza finanziaria mondiale. Circola tanto denaro, tra questi anche quelli di mafie italiane o straniere. Le mafie sono attratte da questo mercato perché è un mercato dove si fa affari molto facilmente». Il colonnello della Guardia di Finanza presso l’ambasciata italiana a Londra, Claudio Petroziello, lo spiega chiaramente: «Secondo l’Economic Crime Command dell’Nca, sono circa 195 i miliardi di sterline investiti ogni anno attraverso la piazza finanziaria di Londra. Qui fare affari è semplice ed è anche semplice nascondersi. E’ chiaro che proprio in mezzo a grandi volumi di denaro che circolano ogni giorno, è meno facile che vengano individuati degli investimenti di provenienza dubbia o chiaramente illecita».

 

LONDRA RICICLAGGIOLONDRA RICICLAGGIO

«L’Inghilterra è vista come un territorio favorevole per molti gruppi criminali, incluse le mafie italiane per varie ragioni – spiega Anna Sergi, docente di criminologia e vice direttrice del centro di criminologia dell’Università di Essex – Innanzitutto per la posizione geografica: l’Inghilterra è uno dei porti di ingresso dell’Europa dalla rotta atlantica e ovviamente dall’America Latina. Quindi per quanto riguarda il traffico di stupefacenti, nonostante non sia la costa di preferenza, è comunque una porta importante. Parliamo del porto di Liverpool ma ci sono ovviamente tanti altri ingressi».

 

Claudio PetrozielloCLAUDIO PETROZIELLO

La ricercatrice chiarisce che Londra è la capitale della cocaina in Europa per quanto riguarda i consumi e di conseguenza il mercato è alle stelle ed è un mercato dai profitti elevatissimi. «Dall’altro punto di vista il sistema di contrasto a tutto il crimine organizzato, incluso quello mafioso, si ferma alle attività ‘visibili’. Quindi questo, oltre al fatto che è conveniente riciclare i soldi nel sistema inglese, rende l’Inghilterra molto attraente dal punto di vista delle mafie. Non bisogna mai dimenticare che le mafie vanno dove ci sono già i soldi. Ci devono essere i soldi per poter sfruttare i soldi».

 

Petroziello aggiunge anche che non esiste una operazione finanziaria o economica che non possa essere uno strumento di riciclaggio. «Operazioni straordinarie su società, operazioni su derivati. Ogni strumento che offre il mercato finanziario o il mercato degli affari in generale, può costituire operazione di riciclaggio. Si comprano immobili, si comprano società, si fanno investimenti attraverso società controllanti in offshore. I sistemi di riciclaggio oggi sono praticamente infiniti e Londra li offre tutti».

STERLINESTERLINE

 

Le operazioni di riciclaggio, secondo Anna Sergi, sono molto creative ma hanno un unico scopo, che è quello di pulire i soldi, giustificare la provenienza come se fosse lecita. «Ci sono dei modi semplicissimi, come reinvestimento in attività legali come in ristoranti, proprietà, e questo viene fatto tramite dei broker e sono delle corporations o dei consulenti finanziari spezzano in tante piccole somme da investire in altrettante piccole attività, quello che a loro viene presentato come un patrimonio.

 

<C’è anche una facilitazione, per esempio quella finanziaria, che aiuta a muovere la proprietà di vari fondi e di vari assets (principalmente assets liquidi ma anche prodotti bancari come alta finanza, investimenti in borsa) e anche qui l’Inghilterra è debole perché ha un sistema estremamente propenso al paradiso fiscale. Di conseguenza è facile riciclare soldi se, come accade per le nostre mafie, si hanno le competenze per farlo».

 

anna sergiANNA SERGI

Quello che emerge nel racconto di Anna Sergi è che basta sganciare un minimo la proprietà dalla sua provenienza illecita e nel momento in cui si fa un passaggio unico risulta difficile arrivare alla ownership principale. Oltre a questi, esistono poi dei sistemi molto più elaborati, legati quasi interamente a prodotti bancari o a trasferimenti di denaro su piattaforme diverse da quelle bancarie.

 

«Ad esempio c’è il sistema di cuckoo – spiega Sergi – che significa letteralmente fare ‘cucù’ da una parte e dall’altra ed è il trasferimento di denaro tramite Western Union, MoneyGram, TransferWise. Questi funzionano in modo che da una parte, per esempio in Italia o in Inghilterra, un cliente apre un conto con Western Union o TransferWise, chiedendo di trasferire per esempio 100 euro in Inghilterra; qui ci sarà qualcuno che ha accesso ai dati di registrazione e, in collusione con qualcun altro, può dire “quel cliente vuole trasferire 100, facciamo finta che abbia trasferito 300”. Quel 200 in più che viene messo a carico del cliente in realtà è denaro che viene riciclato».

 

MONEY TRANSFERMONEY TRANSFER

Poi ci sono delle tattiche ancora più utilizzate e conosciute, come lo smurfing che consiste nel fare dei versamenti di denaro su conti individuali al di sotto della soglia permessa da qualsiasi banca a livello europeo per il controllo anti riciclaggio; o la modalità di creare delle piccole attività all’interno di commerci di nicchia o degli illegal betting shops, i negozi di scommesse. «Aprire un negozio di scommesse in Inghilterra porta un ciclo di contanti particolarmente elevato, ha una certa sua regolamentazione particolare rispetto ad altre attività, può essere un fronte per un riciclaggio di denaro».

 

SCOMMESSE ON LINESCOMMESSE ON LINE

Da anni, uno dei metodi di riciclaggio più utilizzati dalle mafie è quello di investire in società di scommesse online o più in generale nel sistema dei “giochi”. Alcune indagini su un clan pugliese, i Parisi, portano proprio a Londra. Infatti la Paradise Bet con sede nella capitale inglese farebbe capo al clan Parisi e per questo gli fu sospesa la licenza. dagospia.com

IL TRONCHETTI DELLA FELICITÀ – AL PRIMO APPUNTAMENTO CON I CONTI ANNUALI DOPO IL RITORNO IN BORSA, PIRELLI SUPERA I 5 MILIARDI DI RICAVI – MESSA A PUNTO DELLA GOVERNANCE E DELL’AZIONARIATO: I CINESI DI CHEMCHINA AVRANNO IL 45,5% DEL CAPITALE CON CAMFIN ALL’11,35% – I RUSSI VERSO L’USCITA – LO SVILUPPO DELLE AUTO ELETTRICHE

Francesco Spini per ‘La Stampa’

 

TRONCHETTITRONCHETTI

Al primo appuntamento con i conti annuali dopo il ritorno a Piazza Affari, la Pirelli si presenta con ricavi 2017 in crescita del 7,9% a 5,35 miliardi di euro e profitti netti in crescita del 19%, a 175,7 milioni. L’ utile netto delle attività in funzionamento cresce del 60,5%, a 263,3 milioni: la differenza tra i due risultati è legato alla perdita di 87,6 milioni relative alle attività degli pneumatici «industrial», che non contribuiranno più ai risultati di Pirelli in quanto scorporate.

 

Anche il debito si presenta in deciso calo, passando da una posizione finanziaria netta di 4,91 miliardi del 2016 a 3,21 miliardi, con un rapporto tra debiti netti e margine operativo lordo rettificato pari a 2,7 volte, contro le 4,6 volte del 2016.

ChemChina PirelliCHEMCHINA PIRELLI

 

Per il gruppo guidato dal vicepresidente e amministratore delegato Marco Tronchetti Provera si tratta poi di dare corso alle modifiche del sistema di governo decise in occasione del ritorno in Borsa.

 

TRONCHETTI REN JIANXINTRONCHETTI REN JIANXIN

L’ assemblea, convocata per il 15 maggio, sarà chiamata ad innalzare a 15 il numero di componenti del consiglio stesso, aggiungendo un rappresentante delle minoranze. Sarà inoltre rinnovato il collegio sindacale, in scadenza, e votato un piano di incentivo di lungo termine rivolto al management, 290 persone, legato al raggiungimento degli obiettivi del periodo 2018-2020.

Myung Sung Wane Afef Jnifen Marco Tronchetti ProveraMYUNG SUNG WANE AFEF JNIFEN MARCO TRONCHETTI PROVERA

 

Una messa a punto della governance che si accompagna a un riassetto nell’ azionariato visto che, a cavallo dell’ estate, sarà attuata la scissione della holding Marco Polo, con l’ attribuzione diretta delle quote ai soci: i cinesi di ChemChina avranno così direttamente il 45,5% del capitale con Camfin all’ 11,35%.

TRONCHETTI PROVERA GENTILONITRONCHETTI PROVERA GENTILONI

 

Quanto ai russi, che rimarrebbero con il 6,24%, non è detto rimarranno nel gruppo. Ad aprile, infatti, scadranno i vincoli a non vendere (il cosiddetto «lock-up») e il mercato scommette su una monetizzazione della partecipazione. «Riteniamo che la loro uscita sia un evento probabile, essendo soci puramente finanziari», hanno scritto per esempio ieri gli analisti di Equita.

 

Pur con conti «in linea col piano», per il dividendo bisognerà attendere il prossimo anno, come era stato peraltro annunciato in occasione della quotazione e della presentazione del piano industriale. Per il resto i numeri 2017 evidenziano una «decisa crescita» nel segmento «high value», ovvero negli pneumatici ad alto valore aggiunto, i cui ricavi sono cresciuti dell’ 11,8%, oltre quota 3 miliardi di euro, e hanno visto l’ incidenza sul fatturato salire al 57,5% (dal 55,3% del 2016). Le aree Apac (Asia Pacifico) e Nafta (Nord America) si confermano quelle a maggiore profittabilità.

tronchetti e putinTRONCHETTI E PUTIN

 

Nell’ anno migliora anche la performance ambientale, con ad esempio la riduzione del 4% di consumo di energia e una diminuzione del prelievo idrico del 14%. Il 93% dei rifiuti è stato avviato a recupero. Sul piano industriale Pirelli è sempre più attenta allo sviluppo delle auto elettriche guardando a partnership con grandi costruttori globali cui fornire il primo equipaggiamento. Sarà anche estesa la gamma di prodotti Velo, i copertoni per biciclette, con l’ ingresso nel segmento delle bici elettriche.

 

nicole kidman marco tronchetti proveraNICOLE KIDMAN MARCO TRONCHETTI PROVERA

Tornando ai numeri finanziari, per il 2018 le attese sono in linea con le previsioni di piano, verso una crescita dei ricavi «uguale o maggiore» al 6%, «+10% escludendo l’ effetto cambi», col debito destinato a scendere a 2,3 volte il mol.dagospia.com

L’oro vale sempre oro, un mistero che dura da 6 mila anni: ecco perchè

Il Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, esplora, in un agile pamphlet edito da “il Mulino” (“Oro”, pagg. 131, euro 12) e pieno di curiosità, le ragioni per cui, anche nell’era del denaro di carta e del denaro virtuale, l’oro resta il bene-rifugio per eccellenza, perno delle economie e dei sistemi monetari.

 

L’oro vale sempre oro, un mistero che dura da 6 mila anni: ecco perchè

Nell’era del denaro di carta e addirittura del Bitcoin, l’oro non dovrebbe essere un relitto barbarico, come sosteneva già un secolo fa il grande economista John Maynard Keynes? Sì, forse dovrebbe, ma non lo è e proprio questo è il grande mistero dell’oro, che non è più uno strumento di pagamento ma solo un oggetto da collezione o da investimento (tipicamente anticiclico) e che però riveste ancora un’enorme importanza, addirittura sproporzionata rispetto al suo valore intrinseco. E’ proprio attorno a questo enigma, l’enigma dell’oro, al suo formarsi nel corso dei secoli fin dalla preistoria e al suo mantenersi ancor oggi che ruota l’interessante e piacevolissimo pamphlet di Salvatore Rossi, Direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, intitolato non per caso “Oro” e pubblicato da “il Mulino” (pagg. 131, euro 12).

In poche pagine Rossi ci racconta un sacco di cose: perchè l’oro è cosi importante, come è cambiato il suo destino quando si è incrociato con il denaro, come è cambiata la sua funzione quando sul mercato sono arrivate le banconote e quando è sparita la convertibilità con il dollaro e con le altre monete, perchè le banche centrali lo conservano ancora in abbondanza nei loro forzieri segreti, dove si forma ogni giorno il prezzo dell’oro e perchè quasi tutti lo considerano ancor oggi un bene rifugio.

Ma anche la ricostruzione storica che Rossi fa del tentativo della Banca d’Italia di salvaguardare durante l’ultima guerra le sue riserve auree nei sotterranei di Palazzo Koch, frustrati dai dubbi e dai cedimenti del Governatore di allora, della razzia dei nazisti e del successivo recupero italiano fino al modo e al perchè  le banche centrali conservano oggi le loro riserve in oro con scarse possibilità di smobilizzarle.

L’”Oro” è un libro pieno di dati ma si legge in un lampo perchè non è mai banale, è pieno di curiosità ma anche di passione civile e ha il merito – non frequente – di essere scritto in modo sobrio e soprattutto comprensibile non solo agli specialisti ma a tutti. Leggerlo non è solo utile ma gradevole. 

 Firstonline.it

Telepass, torta da 10 mld per i Benetton. La partita dei pagamenti stradali

In attesa di Abertis, Atlantia è pronta a partecipare alla gara tedesca per gestire il Telepass. A livello mondiale si farà leva su relazioni “simbiotiche”

Telepass, torta da 10 mld per i Benetton. La partita dei pagamenti stradali

 
Gilberto Benetton, Presidente Gruppo Autogrill, sarà premiato il prossimo 5 ottobre a New York con il prestigioso GEI AWARD 2017.
 

In attesa di conoscere l’esito della disfida col gruppo Acsper il controllo della spagnola Abertis, il gruppo Benetton punta sempre più sull’innovazione Fintech ed in particolare sul “modello Telepass” per crescere in tutta Europa. Del resto Fintech (la tecnologia applicata al settore finanziario) non vuol dire solo sportelli bancari che chiudono: quello dei pagamenti elettronici è una rivoluzione che sta abbracciando una molteplicità di attività della nostra vita quotidiana, dai pagamenti delle bollette dal tabaccaio, alle soste auto pagate tramite cellulare, fino ai servizi offerti agli oltre 6,2 milioni di abbonati di Telepass Spa, la controllata di Atlantia specializzata nell’emissione, commercializzazione e gestione dei sistemi di pagamento elettronico Telepass e Viacard (11 milioni di titoli di pagamento attivati).

Servizi che ormai sono sempre più internazionali, almeno per quanto riguarda i proprietari di mezzi pesanti (oltre le 3,5 tonnellate o che trasportano più di 9 persone) che già possono pagare i pedaggi autostradali col sistema Telepass oltre che in Italia (dove è possibile anche pagare la sosta in alcuni parcheggi in struttura e sulle strisce blu, l’accesso all’Area C di Milano e il traghettamento sullo stretto di Messina) anche in Francia (dove il dispositivo è abilitato al servizio TIS-PL), Spagna e Portogallo (attraverso il servizio Viat-T), Polonia (sul tratto autostradale A4 tra Cracovia e Katowitze, tramite dispositivo Telepass EU), Austria (grazie al servizio Go collegato al Telepass EU) e Belgio (il Telepass EU dà accesso al Liefkenshoek Tunnel, che è parte della strada anulare R2, garantendo inoltre tariffe preferenziali).

Ora la Germania sta per indire una gara per la gestione del servizio Telepass sulle principali arterie autostradali, un boccone da 1-1,5 miliardi di euro che fa gola a molti, a partire dal colosso della telefonia Deutsche Telekom, che sulla carta pare favorito specie se ricevesse qualche “aiutino” in fase di definizione del bando. Ma il business del pagamento dei pedaggi autostradali non è solo un affare europeo: si calcola infatti che a livello mondiale si passerà dai 4,75 miliardi di dollari raccolti nel 2015 a 10,96 miliardi di dollari di giro d’affari annuo entro il 2022, con gli Usa che rappresentano il mercato più importante e la Cina quello che cresce più rapidamente (con tassi attorno al 16,5% annuo, contro il 12,5% medio atteso a livello mondiale).

In questo caso oltre ad Atlantia i principali attori sono le americane Raytheon, GeoToll, Neology e Cubic Corporation, la giapponese Denso, le austriache Kapsch Trafficcom, Transtoll Pty ed Efkon, e la cinese (di Taiwan) Far Eastern Electronic Toll Collection Corp. Ma interessate ad alcuni aspetti del business sono anche le francesi Schneider Electric SE e Thales, la norvegese Q-Free, la tedesca Siemens, l’austriaca Sensor Dynamics, l’inglese Toll Collect, le americane 3M, International Road Dynamics, Transcore Holdings, Honeywell International e Trmi Systems Integration, l’australiana Transurban, la giapponese Xerox Corporation e il colosso cinese SAIC (Shanghai Automotive Industry Corporation).

La partita vera si giocherà dunque sulle alleanze industriali/commerciali: lo studio World Fintech Report 2017, distribuito oggi da Cap Gemini, parla non a caso di un elevato potenziale delle “relazioni simbiotiche” che si stanno iniziando a vedere tra le società tecnologiche e le istituzioni finanziarie tradizionali.

Al riguardo Telepass Spa non ha perso tempo avendo già avviato contatti con Fiat Chrysler Automobiles (e forse Psa-Peugeot Citroen) per integrare sistemi di Telepass integrato in alcuni dei nuovi modelli come la Jeep Renegade, una strada che ha convinto anche Audi (gruppo Volkswagen), che in collaborazione con Gentex rilascerà da fine anno un dispositivo di pagamento elettronico (l’Integrated Toll Module) integrato nello specchietto delle sue future vetture destinate al mercato americano, ma utilizzabile anche in varie località del Canada e del Messico. Poi, forse, sarà la volta dell’Europa e dell’Asia.

Luca Spoldi affariitaliani

Gian Marco Moratti sarà sepolto a San Patrignano, la Comunità: “Addio capitano coraggioso”

La nota della Comunità di San Patrignano in merito alla scomparsa di Gian Marco Moratti:

Se n’è andato un padre. La grande famiglia di San Patrignano piange la scomparsa di Gian Marco Moratti, avvenuta nelle prime ore di lunedì 26 febbraio. Una presenza costante, riservata ma sempre rassicurante, che infondeva coraggio e forza alle migliaia di ragazze e ragazzi della comunità. La comunità in cui aveva creduto fin dall’inizio, per cui aveva lottato, gioito e sofferto. La cerimonia funebre si terrà domani, martedì 27 febbraio alle ore 17.00 nell’auditorium di San Patrignano. Per volontà di Gian Marco la sepoltura avverrà nel cimitero di San Patrignano. 

Era il 1979 quando conobbe Vincenzo Muccioli, incrociato per caso tramite un’amicizia comune. Fu subito conquistato dal progetto di accogliere quei ragazzi che nessuno voleva. A San Patrignano trovò persone che volevano cambiare il mondo secondo valori e ideali in cui lui stesso aveva deciso di spendersi in prima persona fino all’ultimo. 

Con estrema umiltà, insieme alla moglie Letizia e spesso accompagnato dai figli, visse i tempi duri degli inizi nelle roulotte, nel fango, nel freddo. Sacrifici ripagati da uno spirito comunitario che ogni fine settimana lo spingeva a tornare, per risolvere problemi, progettare il futuro, condividere i giorni di festa. 

Fu il suo un aiuto completamente disinteressato e portato avanti negli anni fedele al patto iniziale: poter continuare ad aprire la porta agli ultimi, agli emarginati. 

Un uomo straordinario, dotato di una generosità fuori dal comune, di un’intelligenza emotiva che lo rendeva capace di dialogare con tutti. Un capitano coraggioso che fu in grado di affiancare Vincenzo Muccioli in acque tempestose, e per il bene di San Patrignano fu risoluto nel prendere decisioni anche molto dolorose.  

Amava il miracolo della vita che vedeva nei ragazzi che in comunità abbandonavano la maschera delle sostanze e si rivelavano nell’unicità di persone certamente fragili, ma di cui intuiva il potenziale. Aveva piacere di sedersi a tavola con i ragazzi ogni volta che ne aveva la possibilità, ascoltando le loro storie, condividendo le loro conquiste, le loro speranze.  

E’ riduttivo pensare a Gian Marco come solo a un filantropo. Era il primo dei volontari, il primo a cercare soluzioni concrete per aiutare i ragazzi, convinto che attraverso la giusta opportunità ognuno possa dare il meglio di sé. Come quando se ne va un amato padre di famiglia, le ragazze e i ragazzi della comunità continueranno ad ispirarsi alla sua bontà e alla sua profonda umanità. Ed è anche nel suo nome che tutta San Patrignano porterà avanti il suo impegno”.

Per la morte di Gian Marco Moratti è giunta anche la nota di cordoglio del Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini:

“Con Gian Marco Moratti scompare un grande imprenditore e un uomo che ha dimostrato nella propria vita di essere sempre attento ai bisogni dei più fragili. Esemplare e straordinario l’impegno e il contributo che in prima persona, assieme alla moglie Letizia, ha dato alla Comunità di San Patrignano, e che non è mai venuto meno a partire dagli anni ’70”.

“Per San Patrignano – prosegue Bonaccini – quella dei Moratti è stata una presenza tanto costante quanto silenziosa dai primi anni di vita della Comunità ad oggi. Più che sostenitori, erano persone di famiglia, sempre presenti nei momenti più significativi nella vita dei tanti, tantissimi giovani che negli anni ne sono stati ospiti. La mia vicinanza, che è anche quella della nostra regione, va a tutta la famiglia”.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini e presidente della Provincia, ha inviato un telegramma alla famiglia Moratti, in cui ha ricordato come Gian Marco fosse un punto di riferimento di San Patrignano, “per cui perde molto anche il territorio di quella Rimini che fa per il sociale e per gli altri”.

Addio Gian Marco, capitano coraggioso

Se n’è andato un padre. La grande famiglia di San Patrignano piange la scomparsa di Gian Marco Moratti, avvenuta nelle prime ore di lunedì 26 febbraio. Una presenza costante, riservata ma sempre rassicurante, che infondeva coraggio e forza alle migliaia di ragazze e ragazzi della comunità. La comunità in cui aveva creduto fin dall’inizio, per cui aveva lottato, gioito e sofferto. La cerimonia funebre si terrà domani, martedì 27 febbraio alle ore 17.00 nell’auditorium di San Patrignano. Per volontà di Gian Marco la sepoltura avverrà nel cimitero di San Patrignano.

Era il 1979 quando conobbe Vincenzo Muccioli, incrociato per caso tramite un’amicizia comune. Fu subito conquistato dal progetto di accogliere quei ragazzi che nessuno voleva. A San Patrignano trovò persone che volevano cambiare il mondo secondo valori e ideali in cui lui stesso aveva deciso di spendersi in prima persona fino all’ultimo.

Con estrema umiltà, insieme alla moglie Letizia e spesso accompagnato dai figli, visse i tempi duri degli inizi nelle roulotte, nel fango, nel freddo. Sacrifici ripagati da uno spirito comunitario che ogni fine settimana lo spingeva a tornare, per risolvere problemi, progettare il futuro, condividere i giorni di festa.
Fu il suo un aiuto completamente disinteressato e portato avanti negli anni fedele al patto iniziale: poter continuare ad aprire la porta agli ultimi, agli emarginati.

Un uomo straordinario, dotato di una generosità fuori dal comune, di un’intelligenza emotiva che lo rendeva capace di dialogare con tutti. Un capitano coraggioso che fu in grado di affiancare Vincenzo Muccioli in acque tempestose, e per il bene di San Patrignano fu risoluto nel prendere decisioni anche molto dolorose.

Amava il miracolo della vita che vedeva nei ragazzi che in comunità abbandonavano la maschera delle sostanze e si rivelavano nell’unicità di persone certamente fragili, ma di cui intuiva il potenziale. Aveva piacere di sedersi a tavola con i ragazzi ogni volta che ne aveva la possibilità, ascoltando le loro storie, condividendo le loro conquiste, le loro speranze.

E’ riduttivo pensare a Gian Marco come solo a un filantropo. Era il primo dei volontari, il primo a cercare soluzioni concrete per aiutare i ragazzi, convinto che attraverso la giusta opportunità ognuno possa dare il meglio di sé. Come quando se ne va un amato padre di famiglia, le ragazze e i ragazzi della comunità continueranno ad ispirarsi alla sua bontà e alla sua profonda umanità. Ed è anche nel suo nome che tutta San Patrignano porterà avanti il suo impegno.

 

MILANO SALUTA GIANMARCO MORATTI – LINA SOTIS, TRONCHETTI, SALA, DIANA BRACCO, LAPO, TEODORANI E BRACHETTI PERETTI, MARONI E SCARONI, ELISABETTA CANALIS, GINO STRADA, LA CORONA DI PIPPO BAUDO – MELETTI: “È DIFFICILE RINTRACCIARE NELLA SUA BIOGRAFIA UN CONTRIBUTO INNOVATIVO ALLA STORIA DELL’INDUSTRIA ITALIANA”

1. FOLLA ALL’ULTIMO SALUTO

Elisabetta Andreis per il Corriere della Sera

corona Letizia funerali MorattiCORONA LETIZIA FUNERALI MORATTI

 

La chiesa di San Carlo al corso, in piazza San Carlo era gremita. Parenti, amici, collaboratori, dipendenti, cittadini. Milano ha dato l’ultimo saluto a Gian Marco Moratti, l’imprenditore e presidente della società petrolifera Saras, figlio di Angelo Moratti e fratello di Massimo (ex presidente dell’Inter), nonché marito dell’ex sindaca di Milano ed ex presidente Rai, Letizia Moratti.

 

LA FOLLA

Famiglia funerali MorattiFAMIGLIA FUNERALI MORATTI

Le corone di fiori erano innumerevoli, le persone sono dovute restare fuori dalla chiesa, piena. Visibilmente provati la moglie Letizia Moratti e i figli. Commossa tutta la sua famiglia, dal fratello Massimo Moratti con la moglie Milly alla sorella Bedy. Sono arrivati, tra gli altri, l’ex presidente dell’Inter, Ernesto Pellegrini, una delegazione della Primavera nerazzurra con l’allenatore Stefano Vecchi, Lapo Elkann, l’ex ad di Eni, Paolo Scaroni, Paolo Berlusconi, il presidente del Coni, Giovanni Malagò, gli ex interisti Marco Branca ed Esteban Cambiasso, il numero uno di Pirelli, Marco Tronchetti Provera con Afef, l’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, Diana Bracco (entrata in lacrime), Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, il sindaco di Milano, Beppe Sala, e il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni. Tra le corone, sul sagrato, c’è una dell’Inter, di Pippo Baudo, del presidente nerazzurro Erick Thohir, del Teatro alla Scala, dei dipendenti Saras e di Roberta Armani.

corona Pippo Baudo funerale MorattiCORONA PIPPO BAUDO FUNERALE MORATTI

 

Dopo la cerimonia, il feretro partirà per San Patrignano, dove alle 17 verrà tumulato. «Era un ragazzo speciale. È una storia di 50 anni fa ed è una bella storia». Così la giornalista Lina Sotis ha ricordato Gian Marco Moratti, di cui è stata la prima moglie.

 

IL RICORDO DEL FIGLIO ANGELO

funerale MorattiFUNERALE MORATTI

Diana Bracco funerale MorattiDIANA BRACCO FUNERALE MORATTI

Sull’altare è salito il figlio maggiore, Angelo: «Caro papà, quando facevo gol mi dicevi bravo, anche se magari centravo il quadro, panico. Mi dicevi lavorerai con il nonno. Dopo la partita mi facevi sentire in colpa, se arrivavamo tardi di un attimo. Quando ero piccolo mi parlavi delle tue passioni, il petrolio, la vela, la caccia, il karate e il calcio. Più avanti, le tue passioni sono diventate meno numerose e più intense, a quel punto io non avevo più paura del buio, ma mi ricordavo quando mi spegnevi la luce, in quelle sere che ogni bambino avrebbe voluto passare con il papà. Oggi, quando arriverai a San Patrignano, salirai in cielo. Letizia che ti è sempre stata vicino è sempre con te, e qui sulla terra intanto c’e piccolo Gianmarco che inizia a giocare a calcio in un corridoio»

 

LE PAROLE DEL PRETE

Così il prete che ha officiato la messa: «Gianmarco ha sempre scansato l’ammirazione, non avrebbe voluto si raccontasse troppo di sé. Noi, d’accordo con i familiari, non scopriremo le sue doti. I suoi gesti più generosi resteranno nascosti. A lui rendeva felice fare il bene nelle piccole cose . E si vede anche da questa chiesa, gremita di parenti, ma anche dia gente comune, che viene quasi da domandarsi dove Gian Marco mai abbia incontrato questi nostri cittadini che oggi paiono così scossi, e lo sono».

Malago funerale MorattiMALAGO FUNERALE MORATTI

 

2. EREDE SENZA QUALITÀ DEL NOSTRO CAPITALISMO

Estratto dell’articolo di Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano

 

La specie umana l’ ha imparato alcuni millenni fa che “de mortuis nihil nisi bonum”, cioè che dei morti bisogna solo parlare bene. E non c’ è ragione di violare la regola aurea per Gian Marco Moratti, il petroliere milanese morto ieri a 81 anni, sul quale questo giornale è stato forse l’ unico a scrivere ciò che era doveroso scrivere quando era vivo e talmente ricco e potente da risultare temibile.

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Cambiasso funerale MorattiCAMBIASSO FUNERALE MORATTI

Queste esagerazioni elegiache sono forse più di cattivo gusto e più irrispettose del defunto di qualche pacata verità utile a riconoscere a Moratti il posto che gli spetta – non di primissimo piano ma neppure irrilevante – nella storia del capitalismo italiano. A partire dal fatto che è stato esattamente un figlio di, il primogenito di Angelo Moratti, imprenditore di prima grandezza, coetaneo di Enrico Mattei e di Attilio Monti: quando Mattei ha costruito con l’ Eni, l’ impero petrolifero pubblico, i suoi amici Monti e Moratti lo hanno affiancato impiantando le grandi raffinerie private.

 

Moratti padre era nato povero e ha costruito una ricchezza immensa grazie a una capacità imprenditoriale fuori del comune e a una personalità carismatica, interpretando abilmente il ruolo del petroliere privato nell’ Italia della ricostruzione in tutte le sue declinazioni, non ultimo qualche rapporto opaco con la politica. Fu lui a costruire in Sardegna, nella piccola Sarroch alle porte di Cagliari, la più grande raffineria del Mediterraneo.

corona Inter funerale MorattiCORONA INTER FUNERALE MORATTI

 

Angelo Moratti è morto nel 1981, quando Gian Marco aveva già 45 anni e l’ altro figlio Massimo ne aveva 36. Con la raffineria i due fratelli hanno ereditato una fabbrica di denaro, prende il petrolio greggio e lo trasforma in carburante. Bisogna essere un po’ idioti per farla andare male ma non c’ è bisogno di essere geni per farla andare bene.

Bedy MorattiBEDY MORATTI

 

Come imprenditore Gian Marco Moratti lascia ai due figli maschi Angelo (nato dal primo matrimonio con la giornalista Lina Sotis) e Gabriele (frutto del secondo matrimonio con Letizia Brichetto, più nota con il cognome del marito) esattamente la stessa raffineria ereditata dal padre quasi quarant’ anni fa.

 

Milly MorattiMILLY MORATTI

 

famiglia a funerali Moratti 1FAMIGLIA A FUNERALI MORATTI 1

 

Rimane un mistero che cosa abbia fatto Gian Marco degli immensi capitali ereditati e accumulati dopo la morte del padre, come del resto è ignoto l’ esatto ammontare delle sue ricchezze che qualcuno si spinge a considerare superiori a quelle di Silvio Berlusconi.

Pellegrini funerali MorattiPELLEGRINI FUNERALI MORATTI

 

Suo fratello ha notoriamente speso una cifra vicina al miliardo per finanziare l’ Inter e inseguire il sogno, coronato da successo nel 2010, di riportarla quarant’ anni dopo ai fasti della Grande Inter di Helenio Herrera e, appunto, del presidente Angelo Moratti. Di Gian Marco si sa che ha generosamente finanziato per decenni la Comunità di San Patrignano di Vincenzo Muccioli dove, racconta la leggenda autorizzata, passava quasi tutti i fine settimana con moglie e figli a dare una mano al recupero dei tossicodipendenti.

Elisabetta Canalis funerale MorattiELISABETTA CANALIS FUNERALE MORATTI

 

Ma è difficile rintracciare nella sua biografia un contributo innovativo alla storia dell’ industria italiana. Contrariamente agli elogi di maniera, Gian Marco Moratti ha perfettamente rappresentato la figura dell’ imprenditore di seconda generazione, e ha interpretato il ruolo in modo dignitoso, senza le pose sguaiate di certi nati ricchi, e anzi arricchendo con un generoso e silenzioso paternalismo la sua sostanziale posizione di percettore di rendita. Ciò ha contribuito a costruire una reputazione così positiva da cosentirgli di superare senza danni i momenti più difficili.dagospia.com

Cordoba funerali MorattiCORDOBA FUNERALI MORATTIMassimo Funerali MorattiMASSIMO FUNERALI MORATTI

 

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Letizia al funerale MorattiLETIZIA AL FUNERALE MORATTIPaolo Berlusconi funerali MorattiPAOLO BERLUSCONI FUNERALI MORATTImoratti muccioliMORATTI MUCCIOLIAfef e Tronchetti funerale MorattiAFEF E TRONCHETTI FUNERALE MORATTILapo Elkann funerali MorattiLAPO ELKANN FUNERALI MORATTIMatrimonio Moratti_SotisMATRIMONIO MORATTI_SOTISGhizzoni funerale MorattiGHIZZONI FUNERALE MORATTIGino Strada funerali MorattiGINO STRADA FUNERALI MORATTISala funerali MorattiSALA FUNERALI MORATTI

Gelmini funerali MorattiGELMINI FUNERALI MORATTIStefano Boeri funerali morattiSTEFANO BOERI FUNERALI MORATTI

 

 

Ray Dalio: economia Usa in fase Goldilocks. Draghi? Bisognerebbe fargli complimenti

L’intervista di Bloomberg al fondatore di Bridgewater Associates, hedge fund numero uno al mondo che scommette contro l’Italia e l’Europa.

“Siamo nella fase di Goldilocks del ciclo, dove non fa troppo caldo e neanche troppo freddo. Abbiamo la crescita e non abbiamo un problema di inflazione. Questa è la parte bella del ciclo”. Intervistato da Bloomberg, Ray Dalio, numero uno di Bridgewater Associates, rinnova la sua fiducia nei fondamentali dell’economia americana, affermando che gli Usa sono avanti rispetto all’Europa nel ciclo economico.

 
 

Ciò, a suo avviso, significa che la Federal Reserve potrebbe decidere di ritirare gli stimoli lanciati durante gli anni della crisi e alzare i tassi di interesse prima delle attese.

Secondo il fondatore dell’hedge fund numero uno al mondo, che gestisce asset per $160 miliardi circa, le banche centrali si troveranno a fronteggiare la sfida di riuscire a trovare un equilibrio tra crescita e inflazione, tra uno o due anni, dopo la fase Goldilocks.

Da segnalare che per economia Goldilocks si intende quell’economia che non è surriscaldata al punto tale di innescare un’inflazione superiore alle attese, e che non è fredda al punto da causare una recessione. Il termine si riferisce dunque a un’economia che versa nel suo stato ottimale, caratterizzato da piena occupazione e stabilità economica.

Di norma, elementi chiave di un’economia Goldilocks sono un basso tasso di disoccupazione, un aumento dei prezzi degli asset (titoli azionari e prezzi degli immobili), bassi tassi di interesse, una crescita del Pil veloce ma costante e una bassa inflazione)

A proposito di banche centrali, Dalio sottolinea come “bisognerebbe commplimentarsi con Draghi” per aver salvato l’Europa dalla crisi dei debiti sovrani e fa notare come il Continente stia che “sta attraversando ora una bella fase di deleveraging”,

VIDEO BLOOMBERG 

https://www.bloomberg.com/api/embed/iframe?id=fa051415-3674-4e89-9959-ad986df6f4c4

Ieri Bloomberg ha riportato che il fondatore dell’hedge fund numero uno al mondo ha deciso di attaccare l’Europa intera, con posizioni short che ammontano complessivamente a $18,45 miliardi. Nel mirino c’è sempre Piazza Affari, se si considera la decisione recente di triplicare la puntata ribassista contro l’Italia fino a $3 miliardi.Laura Naka Antonelli Finanzaonline.it

Le novità delle Linee guida Banca d’Italia per le banche less significant sulla gestione degli NPL

Corrado Angelelli, partner, Banking & Finance, Freshfields Bruckhaus Deringer
dirittobancario.it
 

[*] Passi in avanti sono stati compiuti nel corso di questi anni nel processo di riduzione delle sofferenze bancarie. Il rapporto tecnico della Commissione europea preparato per l’Ecofin (pubblicato il 18 gennaio scorso) riconosce gli sforzi compiuti dall’Italia e cita il nostro Paese fra “i più virtuosi” nell’affrontare la questione dei non-performing loans (NPL) nel corso del 2017. Si parla di una “accelerazione inattesa” e di “risultati molto incoraggianti”: le nostre banche hanno ridotto di un quarto la propria quota di NPL.

Tuttavia la strada da fare è ancora lunga e in questo verso si muovono le raccomandazioni della BCE riprese dal nostro regolatore.

Tra le cause che hanno ingigantito lo stock dei crediti deteriorati deve essere sicuramente annoverata la lentezza delle procedure di recupero di crediti nel nostro Paese: in Italia, i tempi di recupero sono doppi (7-8 anni) rispetto alla media degli altri principali paesi dell’Unione Europea (2-3 anni). La crescita delle partite anomale è stata inoltre favorita dal comportamento organizzativo e gestionale degli intermediari, i quali hanno spesso sottovalutato l’importanza e la complessità del processo di recupero dei crediti: a tale compito sono stati spesso dedicati risorse e personale insufficienti; le modalità di lavorazione erano prevalentemente cartacee e basso era il livello di informatizzazione. Tutto ciò ha contribuito ad un allungamento dei tempi di lavorazione, con impatti negativi anche sulla capacità di recupero.

Le Linee Guida per le banche sui crediti deteriorati (NPL) emanate dalla BCE nel marzo 2017 intervengono direttamente su questi punti critici. Tale documento è destinato a tutti gli enti significativi (Significant Institutions, SI), i quali sono sottoposti alla vigilanza diretta della BCE.

In considerazione delle caratteristiche del mercato bancario italiano, contraddistinto da molte realtà locali, le Linee Guida della BCE si applicano ad un numero limitato di soggetti. Per buona parte del tessuto bancario italiano continua a rimanere competente la Banca d’Italia. In particolare per quanto riguarda le Less Significant Institutions (LSI), la Banca d’Italia ha pubblicato Linee Guida analoghe lo scorso gennaio. Si tratta di uno strumento non vincolante: tuttavia gli eventuali scostamenti devono essere spiegati e motivati dietro richiesta dell’Autorità di vigilanza (sistema “rispetta o spiega”). Le LSI sono pertanto invitate a valutare la sostanziale rispondenza del proprio assetto rispetto alle Linee Guida e, ove necessario, ad adottare le misure opportune. Inoltre, le LSI sono invitate a fare riferimento per aspetti operativi di dettaglio alla Guidancepubblicata dal SSM (Single Supervisory Mechanism).

Le Linee Guida di Banca d’Italia non si soffermano sulla questione relativa alla svalutazione delle nuove sofferenze di cui all’addendum alle Linee Guida BCE dell’ottobre scorso, ma riprendono in modo puntuale i contenuti del primo documento di BCE, affrontando problemi più ampi relativi a monitoraggio e gestione.

Banca d’Italia, riprendendo la BCE, fa chiarezza. Dando in qualche modo voce a parte del mondo bancario, la cessione di portafogli che sembrava l’unica opzione disponibile per affrontare e risolvere il problema in tempi rapidi, non viene riconosciuta come l’unica strada percorribile per risolvere il problema. Gestione interna, lo strumento della cartolarizzazione, così come anche un insieme di varie opzioni devono essere prese in considerazione dagli istituti.

L’obiettivo delle Linee Guida è quello di ridurre gli NPL in un orizzonte temporale prefissato, realistico, ma anche abbastanza ambizioso. Pertanto, le banche devono dotarsi di una specifica strategia volta a ottimizzare la gestione degli NPL, massimizzando il valore attuale dei recuperi. La Vigilanza si attende che le strategie siano supportate da solide analisi quantitative e che siano integrate a tutti gli effetti nei processi strategici e gestionali aziendali.

Le Linee Guida di Banca d’Italia riproducono fedelmente lo schema seguito da BCE e affrontano nel seguente ordine: la strategia di gestione degli NPL; la governance e l’assetto operativo per la gestione degli NPL (in particolare: i compiti dell’organo con funzione di supervisione strategica, i conflitti di interesse e gli incentivi, i presidi organizzativi); le misure di concessione; la classificazione e rilevazione degli NPL; le rettifiche di valore e le cancellazioni contabili; la valutazione delle garanzie immobiliari.

Nel capitolo dedicato alla governance, emerge come un ruolo significativo sia stato attribuito all’organo con funzione di supervisione strategica, il quale deve essere pienamente coinvolto nella definizione e nel monitoraggio della strategia di gestione degli NPL. Esso stabilisce, con apposita delibera, i criteri di classificazione, valutazione e gestione degli NPL e ne assicura la comprensione da parte del personale; inoltre, assicura adeguati controlli interni sui processi di gestione degli NPL.

Tale organo avrà il compito di definire e aggiornare annualmente il piano operativo, valutando, almeno trimestralmente, i progressi effettuati rispetto agli obiettivi prefissati.

Le Linee Guida (sia per le SI che per le LSI) prevedono che la gestione della politica relativa ai crediti deteriorati debba avvenire a cura di unità operative dedicate, dotate delle competenze tecniche adeguate e separate da quelle responsabili degli affidamenti. Si vuole in tal modo eliminare i potenziali conflitti di interesse con le unità preposte alla concessione dei prestiti ed evitare che i necessari interventi gestionali sugli NPL vengano ritardati od omessi allo scopo di non fare emergere carenze delle scelte creditizie passate.

Si prevedono, inoltre, incentivi per i soggetti dotati di poteri decisionali rilevanti nel comparto di NPL. Tali incentivi devono essere specificamente collegati al grado di conseguimento degli obiettivi operativi prefissati e sono volti ad evitare che, come purtroppo accaduto in passato, vi sia una gestione passiva

È importante sottolineare come l’assetto descritto debba essere adattato e semplificato a seconda della complessità e delle specificità di ciascuna banca, coerentemente con un criterio di proporzionalità.

Entrambe la BCE e la Banca d’Italia hanno posto l’accento sulla necessità di assicurare la presenza di infrastrutture tecniche adeguate per le unità dedicate agli NPL. È fondamentale che le banche dispongano di una adeguata base dati informatica, al fine di assicurare l’adozione di decisioni gestionali consapevoli e tempestive, nonché per controllare e ottimizzare la performance dell’attività di gestione.

Sistemi informatici solidi e sicuri consentono di avere dati completi e aggiornati per tutta la durata del processo di recupero degli NPL e di sviluppare flussi informativi automatizzati verso i dirigenti delle unità dedicate per l’intero ciclo di vita degli NPL.

La definizione e la formalizzazione ex ante di tali procedure consentono di limitare l’eccessiva discrezionalità nell’individuare e porre in essere le diverse azioni da intraprendere in presenza di un deterioramento delle posizioni di rischio.

Inoltre, lo sviluppo di sistemi informatici aziendali appropriati e la disponibilità di dati di qualità sufficientemente elevata sono i presupposti necessari alla base dell’approccio di segmentazione dei portafogli, la cui adozione è fortemente consigliata in entrambe le Linee Guida. Tale approccio consente infatti di raggruppare classi di debitori con caratteristiche simili allo scopo di attribuirgli un trattamento analogo.

Le banche devono poi porre in essere procedure di controllo efficaci ed efficienti e predisporre gli opportuni accorgimenti organizzativi per l’adozione tempestiva delle misure più idonee per la classificazione, valutazione e gestione delle posizioni deteriorate.

È importante che le banche siano in grado di individuare e gestire i clienti con posizioni deteriorate in uno stadio molto precoce. Pertanto, deve essere predisposto un adeguato sistema di allerta precoce a livello di operazione/debitore e deve essere approntato un regolare flusso informativo sugli avvisi di allerta e sulle operazioni intraprese.

L’emergere di segnali dal sistema di preavviso garantisce che vengano intraprese le opportune azioni gestionali da parte delle unità competenti.

Nelle Linee Guida si delinea un sistema di controllo delle attività di gestione degli NPL basato su tre livelli: meccanismi di controllo della performance all’interno delle unità dedicate; opportune attività di controllo da parte della funzione di controllo dei rischi (il cui scopo è quello di assicurare la qualità dei processi di gestione degli NPL, anche concorrendone alla definizione); regolari verifiche da parte della funzione di internal auditsull’adesione alle politiche in materia di NPL e alle Linee Guida. Tale struttura riproduce essenzialmente il sistema di controlli strutturato in tre linee di difesa che troviamo nella Guidance della BCE.

Un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi è quello delle misure di concessione al debitore (forbearance). Le banche approvano misure di concessione se tali misure sono ritenute idonee a massimizzare i recuperi attesi sulle esposizioni nei confronti di debitori in difficoltà finanziaria e qualora siano necessarie per riportare l’esposizione in una situazione di rimborso sostenibile. È sempre necessario svolgere una valutazione della solvibilità del debitore.

Infine, per quanto concerne la valutazione delle garanzie immobiliari, le Linee Guida si adoperano per risolvere alla radice i problemi presentatisi in passato: le banche hanno, infatti, spesso omesso di chiedere ai mutuatari informazioni finanziarie periodiche e non hanno cercato di ottenere valutazioni aggiornate degli immobili.

La conseguenza è stata che non sono stati riconosciuti i segnali di allerta precoce di un deterioramento della qualità delle attività, causando una sottostima degli accantonamenti.
Banca d’Italia (sulla scia di quanto fatto dalla BCE) ha raccomandato alle banche di avvalersi per la valutazione di periti indipendenti dal processo di concessione del credito e dotati delle qualifiche e competenze necessarie. Inoltre, ha richiesto che il valore degli immobili posto a garanzia dell’esposizione venga aggiornato con cadenza almeno annuale, fintanto che l’esposizione è classificata come deteriorata.

In conclusione, il messaggio della Banca d’Italia – così come quello della BCE – appare essere esplicito: le banche devono ridurre il livello dei crediti deteriorati in modo trasparente, credibile, praticabile e provvedere ad adeguati accantonamenti.

Per fare ciò, devono dotarsi di strutture adeguate, anche a costo di porre in essere modifiche radicali all’interno dell’organizzazione interna.

Poste: triplicare i prestiti in 5 anni La concorrenza morbida alle banche

Non solo dividendi. L’azienda guidata da Del Fante vuole portare da 2,6 miliardi a 6 l’erogazione di credito entro il 2022. Ma punta sulle alleanze, anche nuove. E annuncia battaglia anche da fintech. «Non chiuderemo più uffici postali». Il titolo s’impenna

Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, alla presentazione del pianoMatteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, alla presentazione del piano
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Concorrenza sì, ma diplomatica. Le Poste Italiane partecipate dalla Cdp non vogliono più sentirsi dire che sono «una spina nel fianco» delle banche. Proseguono però su quella strada, fare banca in tutte le forme, con il sistema delle alleanze là dove il terreno è delicato, come sui prestiti. «Le erogazioni di credito passeranno dai 2,6 miliardi del 2017 a 6 miliardi a fine piano per conto terzi, in collaborazione crescente con il sistema bancario», ha detto l’amministratore delegato Matteo Del Fante alla presentazione del piano quinquennale 2018-2022 (si chiama «Deliver 2022», consegna al 2022) il 27 febbraio, in Borsa Italiana. È uno slalom che supera le polemiche con l’Abi — Poste non ha la licenza per erogare credito direttamente, dovrebbe chiedere l’autorizzazione alla Banca d’Italia — attraverso gli accordi con alcune, selezionate banche. «Anche con nuovi partner», ha detto Del Fante. Si può prevedere quindi che a Deutsche Bank, Compass e Findomestic, ai quali il gruppo si appoggia oggi per erogare prestiti contando sui suoi 34 milioni di clienti, si aggiungeranno altri alleati.

Gli uffici postali restano aperti

Per le banche tradizionali è una rassicurazione relativa, visto che Poste è di fatto la «banca italiana» più estesa d’Italia. Ha 5 miliardi di ricavi dai servizi finanziari (la metà del totale di gruppo) e soprattutto 12.800 uffici postali che «non chiuderemo più nelle zone periferiche, nei comuni con meno di 5 mila abitanti», ha detto Del Fante . Perché «l’allargamento progressivo della gamma di prodotti li farà diventare un valore aggiunto». Ed è chiaro che proprio sui servizi finanziari, uniti ai pagamenti digitali che non a caso sono diventati una divisione a sè (affidata a Marco Siracusano, l’ex capo del Bancoposta ed ex Intesa), il gruppo sta puntando per tornare al miliardo di utili, come indicato dal piano industriale (dai 700 milioni del 2017 a 1,2 miliardi nel 2022).

 
Il borsellino elettronico

Significa lavorare anche da fintech, altra spina nel fianco del sistema bancario. Perché non solo le Poste non si stanno appoggiando a nessuna delle big four — Apple, Google, Amazon e Facebook — per sviluppare le app di pagamento, ma promettono anche di sfruttare la convergenza tra i dispositivi e l’offerta di servizi finanziari, che le banche non hanno. Corrono da sole e dichiarano battaglia. «Siamo i leader nei pagamenti digitali con 25 milioni di carte emesse e il 25% delle transazioni di ecommerce — ha detto Del Fante — . I pagamenti si muovono più su smartphone che su plastica e con 4 milioni di clienti di carte sim noi di Poste siamo il primo operatore mobile virtuale. È il momento di provare l’integrazione dei due spazi. Tutti gli operatori mobili ci hanno provato in questi anni, ma nessuno è mai riuscito a dare il borsellino elettronico nel cellulare».

Il rally in Piazza Affari

Certo, c’è stato anche l’annuncio di dividendi in crescita costante, del 5% annuo, nel 2018-2020. E l’annuncio di investimenti industriali per 2,8 miliardi a partire dal digitale. E l’avvio del progetto sulle polizze auto. Ma il titolo abituato a restare finora sotto il prezzo di collocamento è stato sospeso al rialzo in Borsa dopo uno scatto del 4% e ha avuto un’impennata del 6% in riammissione. La novità è che ora il mercato ci crede. Anche se ci saranno 10 mila assunzioni. E non verranno più chiusi gli uffici periferici. Alessandra Puato corriere.it