IL PAPA VESTE VERSACE – MENTRE BERGOGLIO PREDICA POVERTA’ E ANTI-CAPITALISMO, IL CARDINAL RAVASI TAGLIA IL NASTRO DELLA MOSTRA AL METROPOLITAN DI NEW YORK SULLA MODA ISPIRATE ALL’ICONOGRAFIA CATTOLICA – AL SUO FIANCO IL FINANZIATORE DELL’ESPOSIZIONE, IL POTENTE FONDO BLACKSTONE CHE HA IL 30% DI VERSACE (DONATELLA IN PRIMA FILA CON ANNA WINTOUR)

Michela Tamburrino per la Stampa

 

Un dialogo spinoso che si consuma su un crinale aspro, a rischio caduta. La sacralità cattolica e la moda, il rito della vestizione nel doppio binario tra sfilata e processione. Il Vaticano per la prima volta si mischia e dialoga in una mostra che farà storia. Già nel 1983 The Vatican Collection si distinse come la terza mostra più visitata del Metropolitan Museum newyorkese.

 

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

Ora c’ è un intreccio più complesso e sdrucciolevole che riguarda anche l’ uso che gli stilisti fanno delle immagini e dei simboli sacri. Gli uni e gli altri nell’ esposizione Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination , corpi celesti e tanta immaginazione in un viaggio che prenderà il via il 7 maggio a New York, all’ Anna Wintour Costume Center, alla Galleria Medievale del Met nella Fifth Avenue e al Met Cloister, ala distaccata del museo che raccoglie cinque antichi chiostri.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

Tutto nasce dall’ invito rivolto al Vaticano, che accetta, prende quaranta opere conservate nella Sacrestia della Cappella Sistina mai uscite prima dalle sacre stanze e le spedisce oltre Oceano.

La mitra di Leone XIII ricamata in oro con diamanti, smeraldi e zaffiri; la tiara di Pio IX anche qui smeraldi, zaffiri, diamanti e perle; il piviale di Benedetto XV di seta bianca, ricamato con filo metallico d’ oro, lamé d’ oro e lustrini preziosi.

 

tiara pio ixTIARA PIO IX

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Il confronto sfrontato ma d’ effetto esplode, testimone Anna Wintour silente come in effigie, nel vestito con la natività impressa di Lanvin, nella Coppa Magna dei cardinali su un abito di Valentino, nelle cattedrali di Monreale riprese da Dolce & Gabbana, nel culto degli angeli disegnati dalla Schiapparelli. Così si traccia il pellegrinaggio che ha il sapore delle Stazioni, bel risultato per il curatore Andrew Bolton, preso dal dialogo tematico d’ attualità, «in un momento storico di razionalizzazione imperante che spinge alla sacralità».

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

 

Divertito da questo connubio dalle mille promesse, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che per dar forza al suo pensiero parte dalla tradizione romana collegata al mondo ecclesiale fino a parafrasare il filosofo materialista Feuerbach: «L’ uomo è ciò che veste» e non più «ciò che mangia». «Il vestito specifica l’ uomo. Nella genesi, Dio entra in scena come creatore e come sarto, infatti si legge che fece tuniche di pelle al suo uomo e alla sua donna. Li vestì. Ecco i due volti dell’ abito, quello materiale, fisico, usato per tutelarsi dall’ esteriorità e il secondo che attiene alla moralità, che protegge la sessualità, dunque la vita e il suo mistero.

Wintour, Versace e Piccioli al MomaWINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Poi c’ è l’ investitura, la rappresentazione sociale di una persona che passa per i simboli di riconoscibilità culturale».

scarpe di giovanni paolo iiSCARPE DI GIOVANNI PAOLO II

 

La vestizione è liturgia in evoluzione, proprio come accade per la moda, per gli abiti eleganti e non feriali con i quali si celebra un rito laico. «Vesti e paramenti che entreranno solo in uno spazio trascendente quanto l’ abito da sera in un salone». E in iperbole si arriva al «Papa veste Prada» riferimento alle preferenze sartoriali di Benedetto XVI espresse nei mocassini rossi che spuntavano dalla Papamobile, copywriter Ravasi.

 

mitra di pio xiMITRA DI PIO XI

Ma tornando al crinale pericoloso, quanto apprezza la Chiesa la dissacrazione cucita addosso? «Si dissacra ciò che ha un significato e che si riconosce – insiste Ravasi – , il simbolo religioso in un mondo secolarizzato ancora incide». Papa Francesco è inflessibile contro gli eccessi mondani, lusso e superficialità, che sono parte integrante della moda.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

«È vero, entriamo in un mondo che rappresenta anche la malattia del nostro tempo, il lusso fine a sé stesso. Ma anche lì ci sono persone che hanno bisogno della nostra voce. Noi diciamo loro: donate, date ai poveri qualche bel vestito, comprate un giacinto per loro. È male stare solo alla finestra, io guardo oltre la frontiera, oltre la protezione del sacro».dagospia.com

Versace al MomaVERSACE AL MOMA

 

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMAVersace e Piccioli al MomaVERSACE E PICCIOLI AL MOMA

c.h. schwarzman donatella versace s.a. schwarzmanC.H. SCHWARZMAN DONATELLA VERSACE S.A. SCHWARZMANravasi wintour donatella versaceRAVASI WINTOUR DONATELLA VERSACEheavenly bodies fashion and the catholic imagination pio ixHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO IX

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMA

papa francescoPAPA FRANCESCO

heavenly bodies fashion and the catholic imagination pio xiHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO XIheavenly bodies fashion and the catholic imagination benedetto xvHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION BENEDETTO XV

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

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NPL, i 18 miliardi delle ex Banche Venete passano a SGA ma c’è incertezza sui tempi e le modalità di recupero

 

Anche le sofferenze di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza sono passate di mano rimanendo però nel nostro Paese. A recuperarli sarà direttamente il Ministero dell’Economia attraverso la Società per la gestione di attività (SGA), che ha acquistato nel 2016. E’ quanto prevede il decreto di cessione degli NPL accumulati dai due istituti in liquidazione coatta, firmato venerdì scorso dal Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

I crediti deteriorati ammontano a quasi 18 miliardi di euro e per censirli tutti ci sono voluti quasi otto mesi. Il Governo, infatti, aveva approvato il decreto di liquidazione dei due istituti di credito il 23 giugno scorso. La SGA, che per anni si è occupata di recupero crediti per il Banco di Napoli ed oggi è assistita da Kpmg e dallo studio legale Rcc, li gestirà pur non avendo licenza bancaria. Saranno direttamente i vertici della società a decidere con quali modalità scegliere gli operatori cui affidare il recupero, se con gara o con altre procedure più “ristrette”. Nel pacchetto di crediti che passano a SGA non rientrano i “prestiti baciati”, ovvero uno stock di alcune centinaia di migliaia di euro delle due ex popolari venete che sono stati lasciati nella Lca per renderne più agevole il recupero in fase di contenzioso.

Appena la Corte dei Conti darà il suo ok, l’operazione potrà partire e si prevede che verranno coinvolti i player più importanti. Anche perché i numeri sono importanti e li riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore: secondo Bankitalia di questi 18 miliardi di crediti ce ne sono fino a 9,9 miliardi recuperabili, che insieme agli 1,7 miliardi di equity porterebbero nel tempo i conti in positivo anche per lo Stato, che alla partita ha dedicato 10,6 miliardi (5,2 di esborso immediato più 5,4 di sbilancio iniziale dei due istituti).

La strada, insomma, è lunga e l’attesa non sarà breve anche perché bisogna aspettare l’accordo tra la Lca e la SGA che definirà nel dettaglio il perimetro dei crediti da cedere e le procedure con cui il veicolo si dovrà interfacciare con l’ente di liquidazione. Ma il vero nodo da sciogliere, che potrebbe allungare ulteriormente i tempi, riguarda l’operatività di SGA che deve superare alcune difficoltà oggettive, legate alla complessità della situazione, a cominciare dal recupero dei dati relativi alle singole posizioni che sono fisicamente ancora nelle sedi delle filiali delle ex Venete, diventate Intesa Sanpaolo.

In questo caso, più che mai, il fattore tempo è fondamentale per tutti: per il Ministero che deve recuperare la spesa, per i 10mila creditori che si dovranno insinuare al passivo per recuperare quanto gli spetta e, infine, per evitandone l’ulteriore deterioramento di 100mila posizioni, di cui 25mila, ovvero un quarto, sono aziende incagliate in cerca di nuova finanza.

 

CHE NE SARA’ DELLA SARAS SENZA GIAN MARCO MORATTI? – AL FRATELLO MASSIMO TOCCHERA’ INIZIARE A LAVORARE SUL SERIO NELLA SOCIETA’ DI RAFFINAZIONE, QUOTATA IN BORSA – IL CINISMO DEL MERCATO: IERI IL TITOLO E’ SALITO

AN. C. per ‘Libero Quotidiano

 

STABILIMENTO SARASSTABILIMENTO SARAS

Che futuro avrà adesso la Saras? Quali appetiti si scateneranno e cosa decideranno gli eredi. La società petrolifera della famiglia Moratti è un gioiellino che capitalizza in borsa circa 1,7 miliardi di euro (ieri a Piazza Affari il titolo ha chiuso in crescita dello 0,67%, controvalore di 1,8 euro sull’ onda di ipotesi speculative dovuto proprio al futuro riassetto di controllo della società).

 

L’ imprenditore Gian Marco Moratti lascia in eredità un gruppo di circa circa 1.900 dipendenti e ha dichiarato ricavi per circa 6,9 miliardi di euro al 31 dicembre 2016. Saras, che è controllata da Massimo e da una società dello scomparso Gian Marco. Le due holding detengono poco più del 25% del capitale e sono legate da un patto di sindacato che mette al riparo l’ azienda dalle scalate. Quotata in Borsa dal 2006, il suo core business è la raffinazione, nell’ impianto di Sarroch, in Sardegna, uno dei più grandi del Mediterraneo, con una capacità produttiva di circa 300mila barili al giorno.

Massimo e Gianmarco MorattiMASSIMO E GIANMARCO MORATTI

 

Negli anni Duemila la società ha diversificato gli investimenti avviando un impianto di gasificazione a ciclo combinato per convertire i residui della raffinazione e un parco eolico a Ulassai, in provincia di Nuoro. Saras ha chiuso i primi nove mesi del 2017 con un utile di 109,4 milioni e un utile lordo (Ebitda)di 303 milioni di euro Adesso l’ attenzione è sul futuro, e sul pacchetto azionario in mano alla famiglia. La speculazione finanziaria fa galoppare la fantasia.

 

SarasSARAS

C’ è chi già immagina una progressiva uscita dal controllo della società. Ipotesi che rimbalza da tempo in ambito finanziario, ma che al momento non trova riscontri. Di certo c’ è che per il prossimo 1 marzo, salvo rinvii per lutto, è fissato il consiglio di amministrazione della società che deve approvare il bilancio e che dovrebbe presentare il nuovo piano industriale. E tutti gli occhi sono ora puntati, ovviamente, sulle future scelte della famiglia. Gli appetiti nel settore energetico ci sono, anche perché la Saras è oggi una delle principali società di raffinazione in Europa.

 

Raffineria SarasRAFFINERIA SARAS

Nel 2013 il colosso petrolifero russo Rosneft ha rilevato, in accordo con la famiglia, una quota del 21%. Nell’ aprile del 2013 nel consiglio della Saras era entrato anche Igor Ivanovich Sechin, uno dei signori del petrolio e presidente di Rosneft, ritenuto tra i più stretti di a Vladimir Putin.L’ alleanza era stata poi chiusa nel 2016, a causa delle sanzioni economiche contro la Russia che hanno impedito di portare avanti i progetti comuni.

 

MORATTI BORSAMORATTI BORSA

Adesso bisognerà vedere come reagiranno i mercati ai nuovi assetti familiari e se la famiglia vorrà continuare a gestire la holding petrolifera o avventurarsi su altre strade. Di certo la figura di Gian Marco, il “petroliere discreto”, resterà nelle cronache economiche italiane.dagospia.com

 

La responsabilità del collegio sindacale di imprese bancarie quotate

Cassazione Civile, Sez. II, 22 gennaio 2018, n. 1529 – Pres. Petitti, Rel. Varrone
Cristina Evanghelia Papadimitriu, Dottore di ricerca presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi, Phd in diritto dell’impresa
 
 

Premessa

Con la sentenza n. 1529 del 22 gennaio 2018 la Corte di Cassazione si pronuncia su una questione di estremo rilievo, evidenziando e specificando quali siano le funzioni di controllo e vigilanza gravanti sui membri dei collegi sindacali delle banche.

La questione non è di poco conto in quanto da tempo è costante un vivace dibattito sul punto in dottrina e in giurisprudenza, dibattito che ancora oggi vede contrapporsi posizioni diversificate e, per tale ragione, rappresenta un importante spunto di riflessione in materia.

Infatti, la recente crisi finanziaria, di cui ancora oggi si scontano gli effetti, ha posto in evidenza l’esigenza di una maggiore attenzione alle strutture di controllo interno delle società che si sono spesso dimostrate inefficienti a prevenire situazioni rischiose e di default.Tale esigenza è stata avvertita in particolar modo nel settore bancario dove si è assistito al dissesto di vari gruppi bancari e finanziari di notevoli dimensioni.

Proprio in considerazione di tale generale premessa, è interessante analizzare brevemente l’orientamento della Suprema Corte in merito alla responsabilità dei sindaci di imprese bancarie, allo scopo di comprendere come il principio statuito dalla Cassazione possa inserirsi al meglio nel complesso meccanismo dei controlli interni.

La posizione della Suprema Corte

Ciò che la sentenza evidenzia è un regime di responsabilità che attribuisce al collegio sindacale l’obbligo di verificare la legittimità e la correttezza di tutte le delibere del consiglio di amministrazione, nonché la verifica del rispetto degli obblighi che la legge pone a carico degli amministratori e l’adempimento da parte di questi degli obblighi di diligente gestione aziendale previsti dall’art. 2392 c.c.. e richiesti in relazione alla natura dell’incarico e delle specifiche competenze degli stessi amministratori.

Nella sentenza de qua due sono le principali questioni sulle quali è importante porre l’attenzione.

In primis, il primo punto che in questa sede interessa evidenziare è quello relativo alla corretta interpretazione normativa del Codice Civile e del Testo Unico Bancario sugli obblighi gravanti sul collegio sindacale di imprese bancarie quotate.

A tale proposito, i ricorrenti sostengono che gli obblighi cui sono soggetti i sindaci di imprese bancarie quotate riguardano l’attività della società considerata complessivamente e che, quindi, a loro è rimesso un controllo globale e sintetico, mentre la convenienza delle scelte operative effettuate resterebbe di competenza esclusiva degli amministratori. In poche parole, l’attività di vigilanza si tradurrebbe in un controllo sintetico e generico, che non ha ad oggetto singoli atti o specifiche operazioni.

L’altro profilo fondamentale riguarda la responsabilità dei sindaci in relazione alle carenze nell’organizzazione dei controlli interni e nella gestione del credito.

Secondo i ricorrenti l’obbligo di vigilanza del collegio sindacale non può essere esteso fino a comprendere anche le singole operazioni di credito, né tantomeno l’esercizio di poteri di ispezione e controllo, atteso che il compito dei sindaci si concretizza nella sola verifica delle procedure.

Tali punti sono stati considerati totalmente infondati da parte della Suprema Corte.

Infatti, nel fare riferimento alla violazione delle norme sulla governance, la Corte richiama le disposizioni di vigilanza in materia di organizzazione e governo societario delle banche del 4 marzo 2008 nonché le circolari numero 229 del 21 aprile 1999 e numero 263 del 27 dicembre 2006, emanate dalla Banca d’Italia, con le quali sono state chiaramente individuate ed elencate le funzioni di controllo e vigilanza che spettano ai componenti dei collegi sindacali delle banche stesse.

Le predette circolari delineano un sistema di responsabilità che coinvolge il collegio sindacale, il quale ha l’obbligo di controllare la legittimità e la correttezza di tutte le delibere del consiglio di amministrazione allo scopo di verificare sia il rispetto dei doveri previsti ope legis a carico degli amministratori, sia l’adempimento da parte loro degli obblighi legali ex. art. 2392, primo comma, c.c..

La Corte di Cassazione ribadisce pertanto l’orientamento espresso in merito dalla corte d’appello, confermando le carenze nell’organizzazione dei controlli interni ed affermando che l’affidamento ad una società esterna della valutazione dell’audit interno non esonera in ogni caso i sindaci dall’obbligo di controllare la rispondenza e la coerenza dei dati di verifica sui flussi informativi aziendali derivanti da tale ente privato di revisione.

Secondo la giurisprudenza in commento, il collegio sindacale ha interpretato in modo riduttivo e burocratico i propri compiti e non ha dunque svolto il ruolo attivo nell’ambito dei meccanismi di controllo della società, evitando così di assumere delle concrete iniziative di vigilanza.

Pertanto, la Corte di Cassazione conferma quanto già affermato dalla corte d’appello ritenendo che “nel caso in esame i giudici di merito hanno accertato, con adeguato apprezzamento di fatto, che i ricorrenti sono venuti meno ai loro obblighi di vigilanza”.

Infatti, secondo lo stesso regolamento della Banca d’Italia, il collegio sindacale è tenuto “a verificare, senza limitarsi agli aspetti meramente formali, la regolarità e la legittimità della gestione, il corretto funzionamento delle aree operative e l’adeguatezza dei sistemi dei controlli interni e del sistema informativo”. In tale contesto, la facoltà per il collegio sindacale, di avvalersi di collaborazioni esterne, non limita l’attività che l’obbligo di controllo è tenuto a svolgere.

La Suprema Corte non sembra dunque manifestare alcun dubbio sulla questione sottoposta alla sua attenzione, continuando ad affermare che “la complessa struttura di una banca non può comportare l’esclusione o anche il semplice affievolimento del potere-dovere di controllo riconducibile a ciascuno dei componenti del collegio sindacale, i quali, in caso di accertate carenze delle procedure aziendali predisposte per la corretta gestione societaria, sono sanzionabili a titolo di concorso omissivo, gravando sui sindaci, da un lato, l’obbligo di vigilanza – in funzione non soltanto della salvaguardia degli interessi degli azionisti nei confronti degli atti di abuso gestionali degli amministratori, ma anche della verifica dell’ adeguatezza delle metodologie finalizzate al controllo interno della società, secondo parametri procedimentali dettati dalla normativa regolamentare, a garanzia degli investitori – e, dall’altro lato, l’obbligo legale di denuncia alla Banca d’Italia e alla Consob”.

In conclusione, sembra che la Corte di Cassazione si esprima in modo chiaro e deciso con riferimento alla forma e al relativo grado di responsabilità dei sindaci di imprese bancarie quotate, affermando un principio che non esonera il collegio sindacale dagli obblighi ispettivi e di vigilanza sulla gestione sociale, ponendo anzi in rilievo l’importanza del ruolo da esso svolto e la necessità che tale organo sociale adempia correttamente ai propri doveri.

Pertanto, ciò che preme sottolineare in definitiva è che una maggiore considerazione dell’importanza del sistema di controllo interno potrebbe effettivamente incidere sulla capacità delle banche di raggiungere l’obiettivo della <<sana e prudente gestione>>: infatti, un sistema di controllo ben organizzato può prevenire o ridurre al minimo il rischio di crisi e di fallimento di una banca.

 

Per ulteriori approfondimenti, si veda: CALANDRA BONAURA, Crisi finanziaria, governo delle banche e sistema di amministrazione e controllo, in BENAZZO – CERA – PATRIARCA (a cura di), Il diritto delle società oggi. Innovazioni e persistenze. Studi in onore di Giuseppe Zanarone, Torino, 2011; CAPRIGLIONE, I <<prodotti>> di un sistema finanziario evoluto. Quali regole per le banche?, in Banca, borsa e titoli di credito, 2008; Cass. sez. Un. 20934/2009.

Dirittobancario.it

Contratto di cessioni di azienda delle Banche Venete ad Intesa Sanpaolo S.p.a. e diritto di recesso del Cliente ex art. 2558 2° comma c.c.

Parere

CONTRATTO DI CESSIONI DI AZIENDA DELLE BANCHE VENETE AD INTESA SANPAOLO S.P.A. E DIRITTO DI RECESSO DEL CLIENTE EX ART. 2558 2° COMMA C.C.

Viene chiesto quale strumento abbia il Cliente delle Banche Venete per impedire la successione di Intesa Sanpaolo S.p.a. nel proprio contratto di conto corrente, di mutuo o di qualunque altro contratto bancario e/o finanziario.

E’ noto infatti che il legislatore, con l’art. 2558 1° comma c.c., al fine di non pregiudicare l’azienda nella sua composizione, stabilisce che l’acquirente dell’azienda – cessionario – subentra in tutti i contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa dal venditore – cedente – che non abbiano carattere personale. Tale principio trova sede anche in quei contratti in cui oggetto della cessione siano solo rami di azienda e addirittura in quei contratti in cui la cessione di azienda si realizza attraverso il trasferimento di una pluralità di beni aziendali per mezzo di un insieme di atti negoziali separati (pur contestuali).

Il Cliente – contraente ceduto – ha però sempre diritto di recedere dal proprio contratto. L’art. 2558 2° comma c.c. fa salvo questo diritto prevedendo però un termine decadenziale di tre mesi dalla notizia del trasferimento e la sussistenza di una giusta causa.

Nella fattispecie in esame l’atto di cessione di azienda delle Banche Venete ad Intesa Sanpaolo S.p.a. si presenta come un articolato contratto di cessioni di azienda non unitario, in quanto oggetto delle cessioni sono stati solo taluni beni aziendali e non l’intera universalità di essi. Ciò può costituire giusta causa di recesso per quel Cliente che è titolare di più rapporti e non vuole che alcuni rimangano in capo alle Banche Venete ed altri invece si trasferiscano in capo ad Intesa Sanpaolo S.p.a. Si Pensi ad esempio al Cliente che ha in essere un contenzioso civile con le Banche Venete quale azionista e/o obbligazionista e che si vede impossibilitato a proseguire i contenziosi contro Intesa Sanpaolo S.p.a. perchè detti contenziosi sono esclusi dalla cessione e non voglia quindi proseguire con Intesa Sanpaolo S.p.a. altri rapporti bancari invece oggetto di cessione.

Quanto al termine di decadenza di tre mesi, questo decorre dalla notizia del trasferimento. Notizia che deve considerarsi data al Cliente solo mediante la prova della data certa della comunicazione da parte della Banca cessionaria al Cliente, con la specifica delle aziende cedute e di quelle non cedute. Nessun termine può considerarsi trascorso infatti se non vi è comunicazione con data certa al Cliente del contratto di cessioni di azienda e del suo contenuto. Non si può confondere infatti la notizia della messa in liquidazione coatta amministrativa della Banca, conoscibile con data certa coincidente con il giorno di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del relativo provvedimento legislativo, con la notizia del contratto di cessioni di azienda e del suo contenuto.

http://www.studiolegaledecastello.it

Un’economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D’Alessandro

Di Maio la lancia come giovane ‘economista’, ma lei con il New York Times corregge il tiro: “Leggo l’Economist”

Un'economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D'Alessandro

Lei è la prima a essere arrabbiata. E, paradossalmente, lo è più di tutti con l’uomo che ha cercato di lanciarla in una brillante carriera politica.

Alessia D’Alessandro, presentata da Luigi Di Maio come “una economista che lavora con la Cdu in Germania”, ha dovuto puntualizzare qualche dettaglio del suo curriculum nientemeno che con il New York Times al quale ha concesso una lunga intervista per spiegare come stanno veramente le cose. E per uscire indenne da un meccanismo che rischiava di trasformarsi un un micidiale tritacarne.

 

Ma per capire bisogna andare con ordine, a partire da quell’intervista in cui il candidato premier di M5s si è lasciato prendere dall’entusiasmo.

 

La benedizione

E’ la fine di gennaio: in una puntata di ‘Di Martedì’ Luigi Di Maio parla di Alessia D’Alessandro come della candidata che ad Agropoli, in provincia di Salerno, M5s oppone a Franco Alfieri, il ‘sindaco delle fritture’ schierato dal Pd per volontà del governatore della regione Campania, Vincenzo De Luca. Di Maio la descrive, per l’appunto, come una giovane economista che lavora per il partito di Angela Merkel.

 

 

Il carico da 11…

A caricare i toni ci pensa il Corriere della Sera, che rilanciando su Facebook un articolo scrive che la D’Alessandro è stata ‘strappata alla Merkel’. “Economista, plurilaureata, parla cinque lingue e lavora come staffista al Centro ricerche economiche della Cdu, il partito della Cancelliera tedesca” scrive il quotidiano.   

 

…e la precisazione

Passano poche ore ed è lo stesso consiglio economico della Cdu a chiarire che Alessia D’Alessandro collabora solo come assistente, “non è operativa in nessun ambito rilevante dal punto di vista politico” e “non cura contatti politici”. “Abbiamo l’impressione che la sua posizione nel consiglio economico sia stata ingigantita in modo poco serio dal suo partito nei media italiani” afferma un portavoce del consiglio “non vorremmo aggiungere a questo fracasso politico altri commenti”. Esperienza che tra l’altro si conclude quel giorno: il portavoce aggiunge anche che la D’Alessandro “lascia il Consiglio, per suo desiderio”.

 
Un'economista, una modella o un malinteso? Chi è davvero Alessia D'Alessandro
 

La versione di Alessia – parte prima

A questo punto è la stessa D’Alessandro a voler mettere i puntini sulle i. E lo fa con un’intervista a Vanity Fair in cui chiarisce che: ha “lavorato per la direzione del Consiglio Economico della Cdu, un think tank dove l’industria tedesca ha modo di discutere con i politici di tematiche nazionali e internazionali”, ma non ha mai avuto contatti con politici (“mi confrontavo con gli esperti del consiglio economico. Lavoravo con le commissioni che proponevano discussioni su temi di varia natura”) e no, non ha conosciuto Angela Merkel, ma l’ha “vista una volta a un evento”.

 

Racconta di sè che ha occasionalmente fatto la modella per pagarsi gli studi, ma che ha anche lavorato “nel reparto di contabilità di un’azienda, nel settore delle risorse umane, come consulente internazionale, nell’area della corporate communication e nel turismo”. Che da piccola ha fatto la ballerina e che a 14 anni aveva già letto il ‘Manifesto’ di Marx, colpita dal concetto di lotta di classe, senza sentirsi però di sinistra perché “interessata al contenuto più che all’etichetta”.

 

E’ l’inizio di febbraio e la cosa sembra chiusa, finché di questa bella ragazza poliglotta, promessa della politica a cinque stelle, non si interessa nientemeno che il New York Times. E qui altri puntini su altre i.

 

La versione di Alessia – parte seconda

Al quotidiano newyorkese Alessia D’Alessandro dice che, in effetti, la presentazione fatta da Di Maio “non è stata proprio puntuale”. Chiarisce di non essere un’economista “anche se nei momenti liberi mi piace leggere l’Economist” e di voler “un giorno essere un’economista”. Tuttavia riconosce che il candidato premiere M5s ha creato un po’ di confusione quando l’ha descritta come “qualcuno che lavora in un’istituzione legata alla Cdu e quindi alla Merkel”.

 

L’impressione, insomma, è che qualcuno abbia – a sua insaputa – gonfiato il suo curriculum. Ed è questo che la fa sbottare: “Che stanno combinando in Italia?” dice al NYT. E si tira via dal tritacarne. Appena in tempo.  AGI

LONDRA, FUORI DALL’EUROPA, MA CAPITALE DELLA MAFIA MONDIALE – NELLA CITY INVESTITI OGNI ANNO 195 MILIARDI DI STERLINE – E DOVE CI SONO GRANDI FLUSSI DI DENARO E’ FACILE NASCONDERE QUELLI ILLECITI – POLO GLOBALE DEL RICICLAGGIO ANCHE ATTRAVERSO LE SOCIETA’ DI SCOMMESSE. IL TRUCCO DEL MONEY TRANSFER

Amalia De Simone per il Corriere della Sera

 

«Londra costituisce la principale piazza finanziaria mondiale. Circola tanto denaro, tra questi anche quelli di mafie italiane o straniere. Le mafie sono attratte da questo mercato perché è un mercato dove si fa affari molto facilmente». Il colonnello della Guardia di Finanza presso l’ambasciata italiana a Londra, Claudio Petroziello, lo spiega chiaramente: «Secondo l’Economic Crime Command dell’Nca, sono circa 195 i miliardi di sterline investiti ogni anno attraverso la piazza finanziaria di Londra. Qui fare affari è semplice ed è anche semplice nascondersi. E’ chiaro che proprio in mezzo a grandi volumi di denaro che circolano ogni giorno, è meno facile che vengano individuati degli investimenti di provenienza dubbia o chiaramente illecita».

 

LONDRA RICICLAGGIOLONDRA RICICLAGGIO

«L’Inghilterra è vista come un territorio favorevole per molti gruppi criminali, incluse le mafie italiane per varie ragioni – spiega Anna Sergi, docente di criminologia e vice direttrice del centro di criminologia dell’Università di Essex – Innanzitutto per la posizione geografica: l’Inghilterra è uno dei porti di ingresso dell’Europa dalla rotta atlantica e ovviamente dall’America Latina. Quindi per quanto riguarda il traffico di stupefacenti, nonostante non sia la costa di preferenza, è comunque una porta importante. Parliamo del porto di Liverpool ma ci sono ovviamente tanti altri ingressi».

 

Claudio PetrozielloCLAUDIO PETROZIELLO

La ricercatrice chiarisce che Londra è la capitale della cocaina in Europa per quanto riguarda i consumi e di conseguenza il mercato è alle stelle ed è un mercato dai profitti elevatissimi. «Dall’altro punto di vista il sistema di contrasto a tutto il crimine organizzato, incluso quello mafioso, si ferma alle attività ‘visibili’. Quindi questo, oltre al fatto che è conveniente riciclare i soldi nel sistema inglese, rende l’Inghilterra molto attraente dal punto di vista delle mafie. Non bisogna mai dimenticare che le mafie vanno dove ci sono già i soldi. Ci devono essere i soldi per poter sfruttare i soldi».

 

Petroziello aggiunge anche che non esiste una operazione finanziaria o economica che non possa essere uno strumento di riciclaggio. «Operazioni straordinarie su società, operazioni su derivati. Ogni strumento che offre il mercato finanziario o il mercato degli affari in generale, può costituire operazione di riciclaggio. Si comprano immobili, si comprano società, si fanno investimenti attraverso società controllanti in offshore. I sistemi di riciclaggio oggi sono praticamente infiniti e Londra li offre tutti».

STERLINESTERLINE

 

Le operazioni di riciclaggio, secondo Anna Sergi, sono molto creative ma hanno un unico scopo, che è quello di pulire i soldi, giustificare la provenienza come se fosse lecita. «Ci sono dei modi semplicissimi, come reinvestimento in attività legali come in ristoranti, proprietà, e questo viene fatto tramite dei broker e sono delle corporations o dei consulenti finanziari spezzano in tante piccole somme da investire in altrettante piccole attività, quello che a loro viene presentato come un patrimonio.

 

<C’è anche una facilitazione, per esempio quella finanziaria, che aiuta a muovere la proprietà di vari fondi e di vari assets (principalmente assets liquidi ma anche prodotti bancari come alta finanza, investimenti in borsa) e anche qui l’Inghilterra è debole perché ha un sistema estremamente propenso al paradiso fiscale. Di conseguenza è facile riciclare soldi se, come accade per le nostre mafie, si hanno le competenze per farlo».

 

anna sergiANNA SERGI

Quello che emerge nel racconto di Anna Sergi è che basta sganciare un minimo la proprietà dalla sua provenienza illecita e nel momento in cui si fa un passaggio unico risulta difficile arrivare alla ownership principale. Oltre a questi, esistono poi dei sistemi molto più elaborati, legati quasi interamente a prodotti bancari o a trasferimenti di denaro su piattaforme diverse da quelle bancarie.

 

«Ad esempio c’è il sistema di cuckoo – spiega Sergi – che significa letteralmente fare ‘cucù’ da una parte e dall’altra ed è il trasferimento di denaro tramite Western Union, MoneyGram, TransferWise. Questi funzionano in modo che da una parte, per esempio in Italia o in Inghilterra, un cliente apre un conto con Western Union o TransferWise, chiedendo di trasferire per esempio 100 euro in Inghilterra; qui ci sarà qualcuno che ha accesso ai dati di registrazione e, in collusione con qualcun altro, può dire “quel cliente vuole trasferire 100, facciamo finta che abbia trasferito 300”. Quel 200 in più che viene messo a carico del cliente in realtà è denaro che viene riciclato».

 

MONEY TRANSFERMONEY TRANSFER

Poi ci sono delle tattiche ancora più utilizzate e conosciute, come lo smurfing che consiste nel fare dei versamenti di denaro su conti individuali al di sotto della soglia permessa da qualsiasi banca a livello europeo per il controllo anti riciclaggio; o la modalità di creare delle piccole attività all’interno di commerci di nicchia o degli illegal betting shops, i negozi di scommesse. «Aprire un negozio di scommesse in Inghilterra porta un ciclo di contanti particolarmente elevato, ha una certa sua regolamentazione particolare rispetto ad altre attività, può essere un fronte per un riciclaggio di denaro».

 

SCOMMESSE ON LINESCOMMESSE ON LINE

Da anni, uno dei metodi di riciclaggio più utilizzati dalle mafie è quello di investire in società di scommesse online o più in generale nel sistema dei “giochi”. Alcune indagini su un clan pugliese, i Parisi, portano proprio a Londra. Infatti la Paradise Bet con sede nella capitale inglese farebbe capo al clan Parisi e per questo gli fu sospesa la licenza. dagospia.com

IL TRONCHETTI DELLA FELICITÀ – AL PRIMO APPUNTAMENTO CON I CONTI ANNUALI DOPO IL RITORNO IN BORSA, PIRELLI SUPERA I 5 MILIARDI DI RICAVI – MESSA A PUNTO DELLA GOVERNANCE E DELL’AZIONARIATO: I CINESI DI CHEMCHINA AVRANNO IL 45,5% DEL CAPITALE CON CAMFIN ALL’11,35% – I RUSSI VERSO L’USCITA – LO SVILUPPO DELLE AUTO ELETTRICHE

Francesco Spini per ‘La Stampa’

 

TRONCHETTITRONCHETTI

Al primo appuntamento con i conti annuali dopo il ritorno a Piazza Affari, la Pirelli si presenta con ricavi 2017 in crescita del 7,9% a 5,35 miliardi di euro e profitti netti in crescita del 19%, a 175,7 milioni. L’ utile netto delle attività in funzionamento cresce del 60,5%, a 263,3 milioni: la differenza tra i due risultati è legato alla perdita di 87,6 milioni relative alle attività degli pneumatici «industrial», che non contribuiranno più ai risultati di Pirelli in quanto scorporate.

 

Anche il debito si presenta in deciso calo, passando da una posizione finanziaria netta di 4,91 miliardi del 2016 a 3,21 miliardi, con un rapporto tra debiti netti e margine operativo lordo rettificato pari a 2,7 volte, contro le 4,6 volte del 2016.

ChemChina PirelliCHEMCHINA PIRELLI

 

Per il gruppo guidato dal vicepresidente e amministratore delegato Marco Tronchetti Provera si tratta poi di dare corso alle modifiche del sistema di governo decise in occasione del ritorno in Borsa.

 

TRONCHETTI REN JIANXINTRONCHETTI REN JIANXIN

L’ assemblea, convocata per il 15 maggio, sarà chiamata ad innalzare a 15 il numero di componenti del consiglio stesso, aggiungendo un rappresentante delle minoranze. Sarà inoltre rinnovato il collegio sindacale, in scadenza, e votato un piano di incentivo di lungo termine rivolto al management, 290 persone, legato al raggiungimento degli obiettivi del periodo 2018-2020.

Myung Sung Wane Afef Jnifen Marco Tronchetti ProveraMYUNG SUNG WANE AFEF JNIFEN MARCO TRONCHETTI PROVERA

 

Una messa a punto della governance che si accompagna a un riassetto nell’ azionariato visto che, a cavallo dell’ estate, sarà attuata la scissione della holding Marco Polo, con l’ attribuzione diretta delle quote ai soci: i cinesi di ChemChina avranno così direttamente il 45,5% del capitale con Camfin all’ 11,35%.

TRONCHETTI PROVERA GENTILONITRONCHETTI PROVERA GENTILONI

 

Quanto ai russi, che rimarrebbero con il 6,24%, non è detto rimarranno nel gruppo. Ad aprile, infatti, scadranno i vincoli a non vendere (il cosiddetto «lock-up») e il mercato scommette su una monetizzazione della partecipazione. «Riteniamo che la loro uscita sia un evento probabile, essendo soci puramente finanziari», hanno scritto per esempio ieri gli analisti di Equita.

 

Pur con conti «in linea col piano», per il dividendo bisognerà attendere il prossimo anno, come era stato peraltro annunciato in occasione della quotazione e della presentazione del piano industriale. Per il resto i numeri 2017 evidenziano una «decisa crescita» nel segmento «high value», ovvero negli pneumatici ad alto valore aggiunto, i cui ricavi sono cresciuti dell’ 11,8%, oltre quota 3 miliardi di euro, e hanno visto l’ incidenza sul fatturato salire al 57,5% (dal 55,3% del 2016). Le aree Apac (Asia Pacifico) e Nafta (Nord America) si confermano quelle a maggiore profittabilità.

tronchetti e putinTRONCHETTI E PUTIN

 

Nell’ anno migliora anche la performance ambientale, con ad esempio la riduzione del 4% di consumo di energia e una diminuzione del prelievo idrico del 14%. Il 93% dei rifiuti è stato avviato a recupero. Sul piano industriale Pirelli è sempre più attenta allo sviluppo delle auto elettriche guardando a partnership con grandi costruttori globali cui fornire il primo equipaggiamento. Sarà anche estesa la gamma di prodotti Velo, i copertoni per biciclette, con l’ ingresso nel segmento delle bici elettriche.

 

nicole kidman marco tronchetti proveraNICOLE KIDMAN MARCO TRONCHETTI PROVERA

Tornando ai numeri finanziari, per il 2018 le attese sono in linea con le previsioni di piano, verso una crescita dei ricavi «uguale o maggiore» al 6%, «+10% escludendo l’ effetto cambi», col debito destinato a scendere a 2,3 volte il mol.dagospia.com

L’oro vale sempre oro, un mistero che dura da 6 mila anni: ecco perchè

Il Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, esplora, in un agile pamphlet edito da “il Mulino” (“Oro”, pagg. 131, euro 12) e pieno di curiosità, le ragioni per cui, anche nell’era del denaro di carta e del denaro virtuale, l’oro resta il bene-rifugio per eccellenza, perno delle economie e dei sistemi monetari.

 

L’oro vale sempre oro, un mistero che dura da 6 mila anni: ecco perchè

Nell’era del denaro di carta e addirittura del Bitcoin, l’oro non dovrebbe essere un relitto barbarico, come sosteneva già un secolo fa il grande economista John Maynard Keynes? Sì, forse dovrebbe, ma non lo è e proprio questo è il grande mistero dell’oro, che non è più uno strumento di pagamento ma solo un oggetto da collezione o da investimento (tipicamente anticiclico) e che però riveste ancora un’enorme importanza, addirittura sproporzionata rispetto al suo valore intrinseco. E’ proprio attorno a questo enigma, l’enigma dell’oro, al suo formarsi nel corso dei secoli fin dalla preistoria e al suo mantenersi ancor oggi che ruota l’interessante e piacevolissimo pamphlet di Salvatore Rossi, Direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, intitolato non per caso “Oro” e pubblicato da “il Mulino” (pagg. 131, euro 12).

In poche pagine Rossi ci racconta un sacco di cose: perchè l’oro è cosi importante, come è cambiato il suo destino quando si è incrociato con il denaro, come è cambiata la sua funzione quando sul mercato sono arrivate le banconote e quando è sparita la convertibilità con il dollaro e con le altre monete, perchè le banche centrali lo conservano ancora in abbondanza nei loro forzieri segreti, dove si forma ogni giorno il prezzo dell’oro e perchè quasi tutti lo considerano ancor oggi un bene rifugio.

Ma anche la ricostruzione storica che Rossi fa del tentativo della Banca d’Italia di salvaguardare durante l’ultima guerra le sue riserve auree nei sotterranei di Palazzo Koch, frustrati dai dubbi e dai cedimenti del Governatore di allora, della razzia dei nazisti e del successivo recupero italiano fino al modo e al perchè  le banche centrali conservano oggi le loro riserve in oro con scarse possibilità di smobilizzarle.

L’”Oro” è un libro pieno di dati ma si legge in un lampo perchè non è mai banale, è pieno di curiosità ma anche di passione civile e ha il merito – non frequente – di essere scritto in modo sobrio e soprattutto comprensibile non solo agli specialisti ma a tutti. Leggerlo non è solo utile ma gradevole. 

 Firstonline.it

Telepass, torta da 10 mld per i Benetton. La partita dei pagamenti stradali

In attesa di Abertis, Atlantia è pronta a partecipare alla gara tedesca per gestire il Telepass. A livello mondiale si farà leva su relazioni “simbiotiche”

Telepass, torta da 10 mld per i Benetton. La partita dei pagamenti stradali

 
Gilberto Benetton, Presidente Gruppo Autogrill, sarà premiato il prossimo 5 ottobre a New York con il prestigioso GEI AWARD 2017.
 

In attesa di conoscere l’esito della disfida col gruppo Acsper il controllo della spagnola Abertis, il gruppo Benetton punta sempre più sull’innovazione Fintech ed in particolare sul “modello Telepass” per crescere in tutta Europa. Del resto Fintech (la tecnologia applicata al settore finanziario) non vuol dire solo sportelli bancari che chiudono: quello dei pagamenti elettronici è una rivoluzione che sta abbracciando una molteplicità di attività della nostra vita quotidiana, dai pagamenti delle bollette dal tabaccaio, alle soste auto pagate tramite cellulare, fino ai servizi offerti agli oltre 6,2 milioni di abbonati di Telepass Spa, la controllata di Atlantia specializzata nell’emissione, commercializzazione e gestione dei sistemi di pagamento elettronico Telepass e Viacard (11 milioni di titoli di pagamento attivati).

Servizi che ormai sono sempre più internazionali, almeno per quanto riguarda i proprietari di mezzi pesanti (oltre le 3,5 tonnellate o che trasportano più di 9 persone) che già possono pagare i pedaggi autostradali col sistema Telepass oltre che in Italia (dove è possibile anche pagare la sosta in alcuni parcheggi in struttura e sulle strisce blu, l’accesso all’Area C di Milano e il traghettamento sullo stretto di Messina) anche in Francia (dove il dispositivo è abilitato al servizio TIS-PL), Spagna e Portogallo (attraverso il servizio Viat-T), Polonia (sul tratto autostradale A4 tra Cracovia e Katowitze, tramite dispositivo Telepass EU), Austria (grazie al servizio Go collegato al Telepass EU) e Belgio (il Telepass EU dà accesso al Liefkenshoek Tunnel, che è parte della strada anulare R2, garantendo inoltre tariffe preferenziali).

Ora la Germania sta per indire una gara per la gestione del servizio Telepass sulle principali arterie autostradali, un boccone da 1-1,5 miliardi di euro che fa gola a molti, a partire dal colosso della telefonia Deutsche Telekom, che sulla carta pare favorito specie se ricevesse qualche “aiutino” in fase di definizione del bando. Ma il business del pagamento dei pedaggi autostradali non è solo un affare europeo: si calcola infatti che a livello mondiale si passerà dai 4,75 miliardi di dollari raccolti nel 2015 a 10,96 miliardi di dollari di giro d’affari annuo entro il 2022, con gli Usa che rappresentano il mercato più importante e la Cina quello che cresce più rapidamente (con tassi attorno al 16,5% annuo, contro il 12,5% medio atteso a livello mondiale).

In questo caso oltre ad Atlantia i principali attori sono le americane Raytheon, GeoToll, Neology e Cubic Corporation, la giapponese Denso, le austriache Kapsch Trafficcom, Transtoll Pty ed Efkon, e la cinese (di Taiwan) Far Eastern Electronic Toll Collection Corp. Ma interessate ad alcuni aspetti del business sono anche le francesi Schneider Electric SE e Thales, la norvegese Q-Free, la tedesca Siemens, l’austriaca Sensor Dynamics, l’inglese Toll Collect, le americane 3M, International Road Dynamics, Transcore Holdings, Honeywell International e Trmi Systems Integration, l’australiana Transurban, la giapponese Xerox Corporation e il colosso cinese SAIC (Shanghai Automotive Industry Corporation).

La partita vera si giocherà dunque sulle alleanze industriali/commerciali: lo studio World Fintech Report 2017, distribuito oggi da Cap Gemini, parla non a caso di un elevato potenziale delle “relazioni simbiotiche” che si stanno iniziando a vedere tra le società tecnologiche e le istituzioni finanziarie tradizionali.

Al riguardo Telepass Spa non ha perso tempo avendo già avviato contatti con Fiat Chrysler Automobiles (e forse Psa-Peugeot Citroen) per integrare sistemi di Telepass integrato in alcuni dei nuovi modelli come la Jeep Renegade, una strada che ha convinto anche Audi (gruppo Volkswagen), che in collaborazione con Gentex rilascerà da fine anno un dispositivo di pagamento elettronico (l’Integrated Toll Module) integrato nello specchietto delle sue future vetture destinate al mercato americano, ma utilizzabile anche in varie località del Canada e del Messico. Poi, forse, sarà la volta dell’Europa e dell’Asia.

Luca Spoldi affariitaliani