Poste: triplicare i prestiti in 5 anni La concorrenza morbida alle banche

Non solo dividendi. L’azienda guidata da Del Fante vuole portare da 2,6 miliardi a 6 l’erogazione di credito entro il 2022. Ma punta sulle alleanze, anche nuove. E annuncia battaglia anche da fintech. «Non chiuderemo più uffici postali». Il titolo s’impenna

Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, alla presentazione del pianoMatteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, alla presentazione del piano
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Concorrenza sì, ma diplomatica. Le Poste Italiane partecipate dalla Cdp non vogliono più sentirsi dire che sono «una spina nel fianco» delle banche. Proseguono però su quella strada, fare banca in tutte le forme, con il sistema delle alleanze là dove il terreno è delicato, come sui prestiti. «Le erogazioni di credito passeranno dai 2,6 miliardi del 2017 a 6 miliardi a fine piano per conto terzi, in collaborazione crescente con il sistema bancario», ha detto l’amministratore delegato Matteo Del Fante alla presentazione del piano quinquennale 2018-2022 (si chiama «Deliver 2022», consegna al 2022) il 27 febbraio, in Borsa Italiana. È uno slalom che supera le polemiche con l’Abi — Poste non ha la licenza per erogare credito direttamente, dovrebbe chiedere l’autorizzazione alla Banca d’Italia — attraverso gli accordi con alcune, selezionate banche. «Anche con nuovi partner», ha detto Del Fante. Si può prevedere quindi che a Deutsche Bank, Compass e Findomestic, ai quali il gruppo si appoggia oggi per erogare prestiti contando sui suoi 34 milioni di clienti, si aggiungeranno altri alleati.

Gli uffici postali restano aperti

Per le banche tradizionali è una rassicurazione relativa, visto che Poste è di fatto la «banca italiana» più estesa d’Italia. Ha 5 miliardi di ricavi dai servizi finanziari (la metà del totale di gruppo) e soprattutto 12.800 uffici postali che «non chiuderemo più nelle zone periferiche, nei comuni con meno di 5 mila abitanti», ha detto Del Fante . Perché «l’allargamento progressivo della gamma di prodotti li farà diventare un valore aggiunto». Ed è chiaro che proprio sui servizi finanziari, uniti ai pagamenti digitali che non a caso sono diventati una divisione a sè (affidata a Marco Siracusano, l’ex capo del Bancoposta ed ex Intesa), il gruppo sta puntando per tornare al miliardo di utili, come indicato dal piano industriale (dai 700 milioni del 2017 a 1,2 miliardi nel 2022).

 
Il borsellino elettronico

Significa lavorare anche da fintech, altra spina nel fianco del sistema bancario. Perché non solo le Poste non si stanno appoggiando a nessuna delle big four — Apple, Google, Amazon e Facebook — per sviluppare le app di pagamento, ma promettono anche di sfruttare la convergenza tra i dispositivi e l’offerta di servizi finanziari, che le banche non hanno. Corrono da sole e dichiarano battaglia. «Siamo i leader nei pagamenti digitali con 25 milioni di carte emesse e il 25% delle transazioni di ecommerce — ha detto Del Fante — . I pagamenti si muovono più su smartphone che su plastica e con 4 milioni di clienti di carte sim noi di Poste siamo il primo operatore mobile virtuale. È il momento di provare l’integrazione dei due spazi. Tutti gli operatori mobili ci hanno provato in questi anni, ma nessuno è mai riuscito a dare il borsellino elettronico nel cellulare».

Il rally in Piazza Affari

Certo, c’è stato anche l’annuncio di dividendi in crescita costante, del 5% annuo, nel 2018-2020. E l’annuncio di investimenti industriali per 2,8 miliardi a partire dal digitale. E l’avvio del progetto sulle polizze auto. Ma il titolo abituato a restare finora sotto il prezzo di collocamento è stato sospeso al rialzo in Borsa dopo uno scatto del 4% e ha avuto un’impennata del 6% in riammissione. La novità è che ora il mercato ci crede. Anche se ci saranno 10 mila assunzioni. E non verranno più chiusi gli uffici periferici. Alessandra Puato corriere.it