LEVI’S LEVA DI TORNO GLI UMANI – IL COLOSSO DEI JEANS RIMPIAZZA I DIPENDENTI CON LASER E ROBOT: ‘RIFINIRE UN PANTALONE IN 90 SECONDI INVECE DEI 6-8 MINUTI CHE CI METTE UN ESSERE UMANO. E POI SI EVITA IL CONTATTO CON SOSTANZE TOSSICHE’. SARANNO CONTENTI I LAVORATORI DI NON RISCHIARE DI RESPIRARE VELENI NÉ DI PORTARE A CASA LO STIPENDIO

 

 

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BRAD PITT LEVISBRAD PITT LEVIS

Levi Strauss sceglie i laser al posto dei lavoratori. Il colosso americano ha infatti annunciato che utilizzerà dei robot per velocizzare il processo di rifinitura dei jeans. Levi’s ha già iniziato a usare i robot e spera, entro il 2020, di sostituirli a tutti gli esseri umani che attualmente si occupano della mansione, e che in alcuni casi sono stati a rischio  tossicità.

 

L’obiettivo, secondo quanto riportato dal Financial Times, è quello di ridurre gli sprechi e i costi, accorciando anche il processo di design e di manifattura, che appare troppo lento per rispondere ai rapidi cambi nella moda. L’amministratore delegato di Levi’s Chip Bergh ha però assicurato che nessuno verrà licenziato e i lavoratori verranno indirizzati su altri processi.

 

LEVIS JEANSLEVIS JEANS

“Il nostro obiettivo – ha sottolineato l’AD – era quello di affrontare due principali sfide del settore, essere in grado di rispondere rapidamente alle tendenze dei consumatori che cambiano velocemente e rendere più sostenibile il processo di produzione”. La nuova tecnologia dimezzerà il ciclo di produzione e distribuzione consentendo alla società di accumulare meno capi al termine della stagione.

jeans vetements e levisJEANS VETEMENTS E LEVIS

 

Negli ultimi anni la società si è trovata a fronteggiare una crescente concorrenza e una forte pressione sui margini, e proprio in quest’ottica l’introduzione dei robot dovrebbe velocizzare la produzione. “I laser – ha proseguito Bergh –  possono compiere un la finitura di un paio di jeans in 90 secondi rispetto ai 6-8 minuti di un lavoratore in carne e ossa”. I jeans saranno disponibili nei negozi in tre mesi dall’avvio della lavorazione e, in aggiunta, il numero di sostanze chimiche utilizzate nella produzione scenderà a poche decine dalle oltre 1.000 impiegate nella lavorazione a mano.

wedie della levis rimpolpano le naticheWEDIE DELLA LEVIS RIMPOLPANO LE NATICHE

 

Levi Strauss ha chiuso il 2017 con ricavi in crescita dell’8% a 4,9 miliardi di dollari e un utile in calo del 3% a 281 milioni di dollari. dagospia.com

levis jeansLEVIS JEANSGIACCHE LEVISGIACCHE LEVISwedgie fit della levisWEDGIE FIT DELLA LEVIS

Allianz G.I. sale in Banca Generali

I fondi del gruppo tedesco costruiscono una posizione che è seconda solo a quella della casa madre Generali, ma è presto per parlare di risiko

 
 

Allianz Global Investors ha il 3,56% di Banca Generali posizionandosi in questo modo dietro al gruppo Generali, azionista di riferimento con oltre il 51%. 

La posizione emerge dalle pagine Reuters sull’azionariato delle società quotate. Il filing date risulta al 31 ottobre scorso, ma conferma le indiscrezioni circolate sulla stampa nelle ultime ore. Indiscrezioni che si sono spinte a ipotizzare una sorta di risiko del private banking, considerato che recentemente Mediobanca avrebbe messo gli occhi su Allianz Bank, divisione del gruppo assicurativo tedesco. Uno scenario, quello di un più ampio consolidamento, che tuttavia appare prematuro. 

Da parte sua Bloomberg ha scritto che la posizione di Allianz è stata costruita tra fine 2017, gli ultimi giorni di gennaio e il mese di febbraio per arrivare al 3,65% di Banca Generali. Una posizione che sarebbe detenuta attraverso quattro differenti fondi di investimento per complessive 4,3 milioni di azioni (circa 120 milioni di euro di controvalore). Allianz Global Investors è una società di gestione con asset under management per quasi mezzo trilione di euro.

A Piazza Affari intanto Banca Generali segna a fine mattinata -0,5% a 27,34 euro con il Ftse Mib che cede lo 0,2%. S.N. Finanzareport

IL CONTRATTO CON CUI BANCA INTESA SI IMPOSSESSA DELLE POPOLARI VENETE. IL DOCUMENTO CHE DIMOSTRA LA SOTTOMISSIONE DELLO STATO AI GRANDI POTERI

 

 

Grazie ad un amico carissimo amante dell’onestà e della correttezza, siamo riusciti ad avere il contratto completo di cessione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza in forma completa. Riteniamo utile analizzare con voi, anche in varie puntate, per poter giungere in profondità, le incredibili clausole contenute, che indicano la sottomissione totale della legge e del governo agli interessi privati di una parte. Parliamoci chiaro: la stabilizzazione del sistema creditizio non c’entra nulla, qui si cancellato il concetto di rischio d’impresa per favorirre in modo assolutamente smisurato una parte, ISP, a danno degli azionisti truffati di VB e BPVI e, in generale della collettività.  Perchè la spesa di quest’operazione, non un salvataggio, ma un regalo, sarà a carico della collettività fin nei più minuti particolari.

Inoltre è facile capire, leggendo i dati, che non si è trattato di una scelta fatta a fronte di una situazione emergenziale, ma di un disegno compiuto, durato almeno un mese e comunque ben prima del ventilato “Interesse” di Intesa per l popolari venete di cui si è parlato ai primi di giugno. Ci sono troppi dettagli che sembrano indicare un lavoro ben calcolato.

 

Non volendovi tediare con 124 pagine di contratto pubblicheremo le parti essenziali.

CHI FIRMA IL CONTRATTO: i commissari liquidatori , tra cui l’ex AD , ora commissario , Fabrizio Viola. Siamo al caso unico in cui un AD di una società in Liquidazione Coatta Amministrativa viene ad essere nominato liquidatore. Per fare un paragone comprensibile come un fallito che viene nominato curatore fallimentare della propria azienda, atto per lo meno inappropriato, anche per permettere allo stesso Viola di poter reagire ad eventuali accuse che comparissero nel procedimento di liquidazione. Si è voluto far strame del diritto e del buon senso , con l’ennesima forzatura, e pensiamo si è dato lavoro ai giudici amministrativi.

LE PREMESSE

Nelle premesse sono indicate , rapidamente, le generalità delle banche in gioco, il fatto che VB e BVI sono dichiarate in liquidazione coatta amministrativa (si parla direttamente di banche LCA) ed il motivo di fondo per cui viene compiuta l’operazione

Cioè a ISP la cosa che interessa è beccarsi il nord est (Voci ci indicano soprattutto il Friuli) e fare soldi. Vi garantiamo che, grazie allo stato, ci riesce BENISSIMO. Chiaramente il benestare della BCE è fra le premesse, non potrebbe essere altrimenti, ma anche il decreto legge del 25 Giugno è fra le premesse, e ne fa parte integrante. Come vedremo meglio andando avanti nel contratto, i denari dello stato sono un INTERESSE ESSENZIALE  per ISP, più della stabilità del sistema bancario.

L’OGGETTO DEL CONTRATTO ED IL CORRISPETTIVO . L’oggetto del contratto sono “certe attività, passità e rapporti giuridici”, mica tutto, solo quello che desidera, giustamente, come al supermercato. Il corrispettivo è, infatti, da caffè in bar di periferia : UN EURO, da dividersi equamente in 50 centesimi per Banca popolare di Vicenza e 50 centesimi per Veneto Banca. Neppure un caffè a testa, forse una bottiglietta d’acqua al discount.

L’ESSENZIALE QUADRO LEGISLATIVO (!!??). Parliamoci chiaro, ISP non è un benefattore, ci mancherebbe, ed interviene solo perchè le leggi dello stato (con la esse minuscola, vista la sudditanza) si piegano al proprio volere. In caso contrario non avrebbe avuto nessun interesse ad acquistare VB e BPVI.

La legge si è piegata , lo stato si è piegato, e sappiamo cosa accade a chi si piega…. Lo capirete molto bene quando leggerete i corrispettivi che ISP HA PERCEPITO per selezionare gli assets, cioè le attività, di BPVI e VB, le garanzie CHE HA PRETESO, fin nei minimi particolari, per portare a termine quest’operazione. Vi anticipaimo che Le cifre sono TALMENTE ELEVATE da permettere la ricapitalizzazione delle due banche, secondo i desiderata della BCE, senza alcun problema, con la sola differenza che , in questo caso, le banche sarebbero rimaste di proprietà dello stato, e non sarebbero state cedute. Invece lo stato ha ricapitalizzato, ma non è padrone di nulla. Francamente ci chiediamo quali strumenti di pressione abbia potuto avere ISP e la dirigenza di VB e di BPVI per ottenere questo risultato, perchè non è possibile piegare lo stato senza mezzi di coercizione pesanti.

Non ci facciamo illusioni che alcuno risponda alla nostra domanda, ma riteniamo che, almeno voi, lettori, dobbiate conoscere cosa sta accadendo.

Restate sintonizzati per le prossime puntate sul contratto scenarieconomici.it

IL CONTRATTO DI CESSIONE DELLE POPOLARI VENETE A BANCA INTESA SECONDA PUNTATA:

 

 

 

Cari amici,

prima di tutto  vi tolgo una curiosità: come abbiamo fatto ad avere il contratto, o meglio come ha fatto la nostra fonte, molto acuta, ad averlo ?

Del resto nel contratto c’è scritto

Ed allora, come abbiamo fatto ?

Semplice, perchè il Diavolo fa le pentole, e non i coperchi. Infatti ha depositato l’atto in CCIAA ed è divenuto disponibile tramite la rete CERVED….. Certo , bisognava sapere dove e come cercare…

Ed ora proseguiamo con l’analisi del contratto.

CARATTERISTICHE E PRESUPPOSTI ESSENZIALI DEL CONTRATTO.  Il contratto , come ogni contratto, ha dei presupposti essenziali, cioè degli elementi senza il quale non sussisterebbe. In questo specifico contratto alcuni sono ovvi, altri molto meno.

Abbiamo indicato già fra le caratteristiche essenziali la presenza del “Quadro Legislativo”, cioè l’approvazione del DL del 25/06/2017, senza il quale NON sussiste il presente contratto. Se il Parlamento NON approverà il DL, il contratto non sussisterà. Non sapremmo se definire questa clausola come promessa d atti di terzi o come pressione indebita nei confronto di un organo costituzionale affinchè legiferi in una certa direzione. Immaginiamo quali pressioni saranno fatte sugli Organi Legislativi affinchè abdichino dalla propria funzione ed approvino il DL senza modifiche. A questo punto potremmo regolare lo Stato solo con contratti vincolanti che il Parlamento non può che approvare, oppure, direttamente, sciogliendo il Parlamento.

Oltre, ovviamente , alla presenza delle autorizzazioni legate all’esercizio dell’attività bancaria da parte degli istituti di credito, vi è anche la concessione di contributi da parte dello stato a favore di Istituto San Paolo. Niente contributo , nessuna cessione.  Vediamo i contributi:

Il primo contributo è pari a 3,5 miliardi di euro, e ISP lo VUOLE E DEVE RICEVERE per mantenere un CET1 del 12,5% a fronte dell’attivo che viene assorbito dalle due banche popolari venete. Infatti incrementando l’attivo è necessario aumentare la copertura patrimoniale. Quest’operazione è fatta attraverso un aumento del capitale con relativa diluizione dei diritti dei soci che non desiderino sottoscriverlo. A questo trattamento sono stati sottoposti i vecchi soci BPVI e VB quando è subentrato Fondo Atlante. Invece ISP ottiene di assorbire l’attivo , ma lo stato gli integrerà il capitale IN MODO TALE DA NON DILUIRE I POTERI DEL PRECEDENTI SOCI. Non è specificato, ma probabilmente tramite strumenti di debito ad altissima subordinazione (e rischio) , ma senza diritto di voto. Lo stato SI ASSUME i rischi di impresa in ISP, senza averne i relativi poteri. Una bella forzatura della logica economica fatta per favorire ISP. Lo stato finanzia e non ha nulla.

I contributi non sono mica finiti

ISP riceve proprio 1285 milioni di euro per la ristrutturazione delle Banche Popolari Venete  . Dato che vuole assorbire le Banche e non metterci neanche un centesimo con questi soldi si faranno anche i relativi versamenti ai fondi di solidarietà interbancari.

 

Come si è arrivati alla determinazione dei 1285 milioni di euro ? C’è una tabella ad hoc molto interessante, purtroppo in inglese .

Lo stato cosa finanzia per 1285 milioni ? Beh, ad esempio paga il cambio delle insegne delle filiali, un tocco di tirchieria non degno della tradizione di ISP. A casa mia si direbbe “Cacia la spiciula, barbun”. Evidentemente questa voce è stata voluta per sottolineare il fatto che ISP non vuole metterci proprio un centesimo nel salvataggio, ma trarne tutti i vantaggi, una specie di indicatore dello strapotere del privato sullo stato, sempre con la s minuscola. Una parte può imporre ciò che vuole, in barba ad ogni logica politica ed economica.

Possiamo notare che vengono stanziati 1316 milioni per il pensionamento anticipato dei dipendenti:PERCHE AI DIPENDENTI DELLE BANCHE VENETE O DI INTESA SI, EDAGLI OPERAI NOI? PERCHE’ SI TROVANO I SOLDI AI BANCARI E NON PER I  TERREMOTATI?  PERCHE’ VENGONO FATTE QUSTE SCELTE DI CARATTERE SQUISITAMENTE POLITICO? Come sempre in Italia si aiutano i ricchi e si combattono i poveri.

Per indicare un terzo  grosso contributo dobbiamo fare un salto avanti La fusione è fiscalmente neutra, ma, chissà come mai, se valutiamo ciò che viene ceduto a ISP , abbiamo questa particolarità.

I crediti fiscali, creati dalle perdite patite dai soci precedenti delle Banche Popolari Venete, vengono cedute a ISP. L’ennesimo esproprio a favore di un terzo. Non solo, le eventuali perdite generate in questo primo semestre del 207 passeranno a ISP, che quindi ne avrà un ulteriore vantaggio fiscale in questo momento non quantificabile.

Facciamo due conti. A quanto ammontano i contributi che lo stato, direttamente o indirettamente, concede a ISP ?

Contributo in conto capitale :     3500 milioni

Contributo di ristrutturazione:  1285 milioni

Crediti fiscali:                                 1794 milioni

Totale :                      6579 milioni, 6,579 miliardi

Il totale è superiore ai 6,4 miliardi di euro che BCE riteneva fossero necessari per la ricapitalizzare le Banche Venete. Quindi lo stato è riuscito nello straordinario obiettivo di spendere di più che con una ricapitalizzazione diretta e, nello stesso tempo, non possedere ASSOLUTAMENTE NULLA Un obiettivo non facile

Grazie, ed al prossimo articolo

IL CONTRATTO DI CESSIONE DI BPVI E VB A INTESA SAN PAOLO PARTE TERZA. L’INCREDIBILE GARANZIA “SODDISFATTI O RIMBORSATI”

 

Oggi affrontiamo il tema della garanzie che lo Stato ha fornito ad Intesa San Paolo (ISP) nella cessione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza:  infatti non è stato sufficiente che ISP si sia scelto cosa e come acquisire, non sono stati sufficienti gli ingenti fondi messi a disposizione della banca di Torino, no, c’è una garanzia su una parte consistente dei crediti ceduti. Un po’ come quando ritirate la macchina dal concessionario ed avete diritto ad almeno 24 mesi di garanzia, solo che, in questo caso, la garanzia è fatta sulla pelle dei contribuenti italiani e dei vecchi azionisti.

Nel frattempo il governo sta accelerando per vedere il decreto approvato senza nessuna modifica, neanche di carattere migliorativo o per maggiore tutela di chi è stato truffato. Alla fine cosa può essere la vita di 200-300 mila risparmiatori e delle loro famiglie se confrontata con il benessere di Intesa San Paolo , che fra l’altro è il maggior partecipante al capitale di Banca d’Italia con 51 mila quote? La Giustizia diventa un fattore perfettamente secondario di fronte alle banche.

Alla cessione naturalmente verrà fatta la solita commissione di esperti per valutare l’attivo ed il passivo. Come già indicato dal decreto lo stato fornisce una garanzia “Soddisfatti o rimborsati” per quanto riguarda attivi e partecipazioni bancarie :

C’è una garanzia oserei dire completa, quello che non piace viene restituito. Nelle procedure fallimentari di solito vale il criterio del “Visto e piaciuto”, cioè si prendono beni nello stato in cui sono, anche per non gravare la procedura di costi ulteriori. Però nei fallimenti non ci sono banche, e soprattutto non c’è Banca Intesa .

Non è questa comunque l’unica garanzia prestata dallo Stato , anche se attraverso le banche liquidate, a Banca Intesa. Infatti c’è anche la garanzia sui crediti High Risk

 

Lo stato ha dato una garanzia ulteriore a Banca Intesa su una fetta dei crediti IN BONIS , ma definiti di altro rischio. PD vuol dire Probability of deafult, ed indica la probabilità di una eventuale incapacità di far fronte agli impegni da parte del cliente. In questo caso la PD che definisce il “Credito ad alto rischio” è del 4,5% per il clienti privati e di 8% per le aziende. I crediti oltre questo livello di rischio vengono “Garantiti prima chiamata” da parte delle banche in liquidazione e dello stato. Garanzia prima chiamata significa che lo Stato (che, vorrei ricordare, è finanziato da tutti noi, non è un’entità astratta) che in caso uno di questi crediti non venga pagato, e fino ad una concorrenza di quattro miliardi, verrà ritornato alle banche liquidate e rimborsato in toto a ISP , con garanzia totale dello stato.

 

A questo punto mi fermo, ci sarebbero tante altre cose da dire, e magari, avendone il tempo, farò un articolo su cosa sarebbe successo se tutti questi denari e queste garanzie fossero state date alle banche venete e non a ISP. Magari non subito, anche se molti calcoli li ho già fatti. Ammetto di essere stato preso da un po’ di scoramento, perchè non h senso scrivere quando poi gli atti del potere sono guidati alla perversione del diritto a favore di questo e quello, e la giustizia viene a passare in secondo piano

Grazie

Carige, polemiche in vista per stipendi e Mincione

La banca ligure, malgrado le difficoltà dell’anno scorso, ha erogato maxi stipendi a dirigenti e consiglieri. Intanto la Consob ha acceso un faro sulla vicenda Mincione

 
 

Carige potrebbe finire nel tritacarne delle polemiche sui maxi-stipendi erogati ai dirigenti che spesso e volentieri nascono quando le aziende sono in difficoltà o comunque superano grandi ostacoli solo con l’aiuto dei soci.

Come scrive la giornalista Carlotta Scozzari su Twitter, Paolo Fiorentino, diventato amministratore delegato della banca ligure, ha percepito nel 2017 uno stipendio di ben 723 mila euro “per il doppio ruolo di direttore generale, che tipicamente consente agli ad-banchieri di vedere lievitare il proprio stipendio”. Il predecessore di Fiorentino, Guido Bastianini ha invece ricevuto 392 mila euro portando a oltre 1 milione di euro gli emolumenti versati dalla banca ligure ai due dirigenti che si sono succeduti al timone.

Cifre elevate, ben 570.500 euro, sono state erogate anche al presidente Giuseppe Tesauro mentre il vicepresidente e maggior azionista Vittorio Malacalza ha ottenuto 209.250 euro. 

Le probabile polemiche sugli stipendi garantiti a dirigenti e consiglieri si interseca con un’altra vicenda che rischia di avere qualche ripercussione. Sull’ingresso nell’azionariato di Raffaele Mincione e in particolare sulla richiesta di ottenere una rappresentanza consigliare avrebbe infatti acceso il suo faro la Consob. La commissione si è allertata per la mancata comunicazione della richiesta da parte di Tesauro all’intero consiglio di amministrazione. 

Il presidente non avrebbe in particolare riferito della lettera inviata da Mincione una settimana fa nel corso dell’ultima riunione dei consiglieri, un incontro comunque di breve durata. Il finanziere ha chiesto di ottenere un posto nel consiglio forte dell’acquisto del 5,4% del capitale di Carige e del ruolo di terzo azionista dietro i Malacalza e l’imprenditore Gabriele Volpi. 

Intanto, oggi, il titolo perde in Borsa quasi l’1,2% nonostante l’intonazione sostanzialmente positiva di Piazza Affari. finanza report.it

PADOAN CI FA O C’E’? – A SIENA, DOV’E’ CANDIDATO PD, DICE CHE “CI VORRANNO ANNI” PRIMA CHE LO STATO USCIRA’ DA MONTEPASCHI. MA A ROMA IL SUO BRACCIO DESTRO, FABRIZIO PAGANI, LO SMENTISCE: DECIDE LA BCE E, COMUNQUE, IL TESORO DOVRA’ USCIRE PRESTO DALL’AZIONARIATO DELLA BANCA

Claudio Antonelli per la Verità

 

FABRIZIO PAGANIFABRIZIO PAGANI

Cortocircuito ai vertici del ministero dell’ Economia. Ieri il capo segretaria del Mef, Fabrizio Pagani, ha fornito un’ interessante informazione sul futuro di Mps. Ha detto che potrebbe essere venduta entro la fine dell’ anno. Confermando che i tempi di cessione dell’ istituto senese sono decisi dalla vigilanza europea che si limita a far rispettare gli accordi presi dal governo. In poche parole, per evitare che gli otto miliardi versati a Mps diventino aiuti di Stato, il Tesoro dovrà presto uscire dall’ istituto.

 

Eppure lunedì il ministro Pier Carlo Padoan rivolgendosi ai suoi elettori senesi si è spinto a dire che lo Stato rimarrà anni dentro la banca riproponendo quanto aveva già sostenuto il 10 febbraio scorso. «Ci vorrà tempo perché lo Stato esca da Mps»: aveva detto l’ azionista di maggioranza della banca. In netta confusione con le dichiarazioni diffuse il 23 gennaio quando Padoan si diceva certo «di uscire presto dall’ azionariato di Mps».

 

RENZI PADOAN ORECCHIERENZI PADOAN ORECCHIE

A questo punto c’ è da essere confusi. A quale Padoan credere? Oppure, dal momento che segue il dossier da vicino, ha ragione Pagani? E la sua uscita taglia la testa al toro? In occasione del 10 febbraio, a far pensare che le dichiarazioni di Padoan fossero destinate a rassicurare il mercato c’ erano i numeri del bilancio. Purtroppo i risultati del 2017 tendono tutti al rosso e ci riferiamo all’ andamento negativo, non tanto alle preferenze politiche del territorio di riferimento. E dunque far sapere al mercato che lo Stato è disposto a rimanere garante a lungo è un modo come un altro per stabilizzare il titolo. E forse ce n’ è bisogno.

 

L'iceberg della Monte dei Paschi di SienaL’ICEBERG DELLA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

Il gruppo ha realizzato ricavi per poco più di 4 miliardi di euro, in calo del 6% rispetto al 2016, «per la flessione del margine di interesse e delle commissioni nette». Scendono dell’ 11,5% anche gli attivi fruttiferi, gli impieghi commerciali e del portafoglio titoli. E questo al netto delle rettifiche dei crediti e delle attività finanziarie che hanno superato la cifra di 5 miliardi.

 

Tirando le somme l’ istituto ha chiuso in rosso di 3,5 miliardi di euro il suo primo anno di «normalizzazione pubblica», con una perdita di 502 milioni soltanto nell’ ultimo trimestre. A fine 2016 il segno meno era di 3,2 miliardi. La fetta preponderante del buco è ancora legata alla dismissione di 24,2 miliardi di crediti deteriorati. D’ altronde, la pulizia del portafoglio è uno dei quattro pilastri del piano di ristrutturazione concordato con Ue e Bce.

 

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

«Stiamo attuando il piano di ristrutturazione, anche se il processo è stato più lungo di quanto ci attendessimo», aveva sottolineato l’ ad di Montepaschi, Marco Morelli. «Abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo posti all’ inizio dello scorso anno», in termini anche di rafforzamento patrimoniale, recupero della raccolta e tagli dei costi. «Ora», ha aggiunto, «siamo focalizzati e pronti a dedicare energia e impegno alla gestione commerciale della banca». In realtà il dato della raccolta spicca non certo in senso positivo. Si è attestata a 193,6 miliardi di euro (-4,5% rispetto al 31 dicembre 2016), con una riduzione delle masse nel quarto trimestre di 7,6 miliardi di euro. A fine 2017 i crediti verso la clientela del gruppo valevano 86,5 miliardi di euro, in riduzione di 20,2 miliardi rispetto a fine dicembre 2016 e di 4,6 miliardi di euro sul 30 settembre 2017. Un lungo elenco di numeri che cozza con la garanzia pubblica.

 

RENZI MPSRENZI MPS

Mps è di fatto un istituto pubblico, e alle sue spalle ha una grande solidità: il denaro dei contribuenti. Eppure i cittadini e gli investitori istituzionali sembrano pensarla ancora diversamente. Al di là delle dismissioni, della pulizia di bilancio e dei tagli, al momento a latitare è la fiducia. Ecco perché dobbiamo rivedere la nostra analisi di febbraio. Le dichiarazioni di Padoan non erano dirette al mercato, ma agli elettori senesi che vedono nella presenza del Tesoro un ritorno ai vecchi tempi. Quando la banca era la prima industria della città e della provincia.

 

mps titoli di stato 4MPS TITOLI DI STATO 4

Un modo per mantenere il più possibile lo status quo anche se nella realtà tutto è cambiato. A parlare ai mercati è invece il dirigente del Mef che conosce le regole della Bce e si prepara a un’ operazione di mercato. Se i conti vanno male e bisognerà organizzare un matrimonio, serviranno altre pulizie e altri sacrifici da parte dei dipendenti e degli sportellisti. Esattamente ciò che il candidato Padoan non può al momento permettersi di esternare.dagospia.com

I rischi per banche e Poste nella rt del dlgs Assicurazioni

banche unicredit

ROMA (Public Policy) – La tenuta del nuovo organismo per laregistrazione degli intermediari assicurativi e riassicurativi, che sarà affidata all’Ivass, verrà finanziata tramite una quota del contributo di vigilanza che spetta ogni anno agli intermediari iscritti al Rui e da cui oggi si ricavano annualmente circa 6,4 milioni di euro.

È quanto si legge nella relazione tecnica del dlgs Assicurazioni, varato dal Governo lo scorso 8 febbraio e che dovrà ora incassare i pareri parlamentari (è all’esame della commissione Industria del Senato). 

“Nelle more della definizione degli aspetti organizzativi e di funzionamento dell’istituendo organismo – si legge nella rt – la tenuta del Rui sarebbe gestita presso l’Organismo da un numero di risorse pari a quelle che oggi se ne occupano in Ivass e con lo stesso applicativo aggiornato. In questo caso i costi aggiuntivi(comprensivi anche degli oneri indiretti – affitto, utenze, arredi e varie ed ipotizzando esclusivamente di utilizzare personale di nuova assunzione) potrebbero ammontare a 1,150 milioni di euro (+17% i dell’aliquota contributiva)”. 

In questa ipotesi, sottolinea la rt, la misura contributiva annua potrebbe crescere di 4 euro per i 5.855 della sezione C, ovvero produttori diretti che esercitano l’intermediazione assicurativa, per cui la quota annua salirebbe a 22 euro; di 8 euro per le 23.831 persone fisiche delle sezione A e B, ovvero gli agenti di assicurazione e i broker, la cui quota salirebbe a 55 euro; di 46 euro per le persone giuridiche delle sezioni A e B, quindi sempre agenti e broker, la cui quota salirebbe a 316 euro; e in un range tra 200 e 1.300 euro per i 523 iscritti nella sezione D, ovvero banchePoste ItalianeSim, che già oggi pagano un contributo annuo di vigilanza che oscilla tra i 2,350 euro e i 9.600 euro annui (per la raccolta di premi oltre 1 miliardo). (Public Policy) VIC

Banche, verso un’altra proroga per le Gacs

E’ sempre boom per le garanzie pubbliche, il Tesoro potrebbe chiedere a Bruxelles di estenderle ai crediti incagliati

 
 

E’ sempre boom delle Gacs, le garanzie pubbliche del governo sulle cartolarizzazioni di sofferenze bancarie. E altrimenti non potrebbe essere, visto il continuo pressing estenuante sugli istituti affinché ripuliscano i loro bilanci dai crediti deteriorati. Proprio a marzo si attendono nuove indicazioni sia dalla Commissione Ue sia dalla Bce

Così, anche quest’anno e con largo anticipo rispetto alla scadenza, Roma si appresta a chiedere a Bruxelles la possibilità di prorogare tali garanzie, che nel frattempo vanno a ruba: per i prossimi mesi, secondo indiscrezioni di stampa, le banche italiane avrebbero “prenotato” Gacs fino a 50 miliardi di euro. 

Di qui la decisione dei tecnici del Tesoro di portarsi avanti in vista della scadenza fissata per il 6 settembre. La decisione spetterà al prossimo inquilino di via XX Settembre, espressione della maggioranza che uscirà dalle urne delle elezioni politiche di domenica prossima. 

La Commissione europea aveva già accordato una proroga nello scorso settembre, consentendo di estendere lo schema di garanzie pubbliche per un altro anno. In precedenza il decreto del Mef del febbraio 2016 aveva istituito le Gacs per una durata di 18 mesi. Ora appunto la nuova richiesta, che si spiega sia con il pressing europeo per ridurre ulteriormente lo stock di Npl sia per le operazioni già in cantiere, che vedono protagoniste una schiera di banche fra cui in prima fila c’è Mps (27 miliardi), ma anche Banco Bpm e Bper, oltre alla stessa Intesa Sanpaolo, Bnl e Creval per citarne alcune. 

Da superare ci sarà come sempre lo scrutinio della Dg Comp europea che vigila sul rispetto della normativa sugli aiuti di Stato. Intanto prende quota l’ipotesi che le gacs possano essere estese anche alle inadempienze probabili cartolarizzate, note anche come Unlikely to pay (Utp) o incagli. Una categoria di crediti quest’ultima che è finita a sua volta nel mirino della vigilanza e di alcune banche come Carige che ne stanno studiando la dismissione. Stefano Neri Finanzareport

Mps, per Padoan la grana Atlante

Anomalie nella gestione della maxi-cartolarizzazione di sofferenze della banca senese. Intanto il titolo tocca i minimi storici in Borsa

 
 

Spunta un nuovo problema per Pier Carlo Padoan, il ministro dell’Economia candidato dal Pd a Siena. Ed è un problema che riguarda Banca del Monte dei Paschi e il fondo Atlante.

Secondo una ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, Quaestio e il suo fondo Atlante II sarebbero i veri beneficiari del maxi smaltimento di crediti deteriorati effettuato recentemente dalla banca su imposizione della Bce. Il quotidiano parla di un affare di circa 200 milioni di euro per il gestore del fondo promosso due anni fa dall’economista Alessandro Penati per aiutare le banche italiane nella gestione delle sofferenze.

“Nell’operazione sulle banche popolari venete, ispirata dal Tesoro, Penati ha perso molto”, 3,5 miliardi di euro. “E ha avuto la possibilità di rifarsi proprio grazie al Tesoro, nuovo azionista di controllo di Mps”, scrive il giornale ripercorrendo la storia recente della banca senese, dal fallimento dell’aumento di capitale organizzato da Jp Morgan fino al salvataggio orchestrato dallo Stato con l’ausilio delle autorità europee, tra cui quella Bce che impone la cessione, o meglio la svendita visti i tempi ristretti, di crediti deteriorati per 26 miliardi di euro.

“Il patrimonio di vigilanza (Cet1) di Mps può assorbire un massimo di perdite pari alla cessione dei 26 miliardi di sofferenze a un prezzo del 21% del loro valore nominale messo a bilancio. Che diviene subito il prezzo massimo che Mps può spuntare sul mercato: una posizione perdente in partenza”, prosegue il Fatto spiegando come, dopo l’uscita di scena di Elliott e Fortress dal tavolo delle trattative, inizino “le pressioni su Quaestio affinché accetti il 21%, un prezzo più alto della media di mercato ma sufficiente per garantire un rendimento adeguato a un investitore non aggressivo. Quaestio accetta e avvia una selezione degli “special servicer”, cioè di chi farà il recupero dei crediti, ma chiede e ottiene anche la cessione della piattaforma di Mps per la gestione delle sofferenze (“Juliett”)” ad un prezzo di 52 milioni, la metà rispetto ai 105 milioni concordati quasi un anno prima con Cerved.

“Poi però – si sottolinea nell’articolo – Quaestio Sgr affida a Juliette (ribattezzata “Sirio”) il 50% dei 26 miliardi di sofferenze revocando alcune quote affidate ad altri servicer (un altro 35% va a Dobank, investitore di Atlante). Molti osservatori hanno storto il naso. In questo modo le commissioni che Sirio incasserà per la gestione delle sofferenze, stimate in circa 500 milioni di euro, andranno per metà agli azionisti di Quaestio Sgr che attraverso Atlante II ha rilevato le sofferenze. Insomma il gestore del fondo da un lato dovrebbe verificare le performance di recupero dei crediti e dall’altro gode dei profitti fatti dal “servicer” che fa capo a lui, in un potenziale conflitto d’interessi a danno dei quotisti di Atlante II, su cui pesano le commissioni”. 

“Chi rischia di perderci è invece Mps. La cessione delle sofferenze avviene attraverso una “cartolarizzazione”, i crediti vengono cioè trasformati in titoli. Quelli meno pregiati (detti mezzanine e junior) vengono rilevati da Atlante; quelli di maggior qualità (senior) potranno invece beneficiare della Garanzia pubblica e rimarranno in pancia a Mps. La loro quantità è data dalla qualità del servicer scelto, valutato dalle agenzie di rating. Sirio non ha buone performance e quindi la banca rischia un’ulteriore perdita”, avverte il quotidiano chiedendo, tra le righe, spiegazioni sulle “anomali di questa storia” allo stesso Padoan.

La notizia rappresenta l’ennesimo colpo per la banca, oggi penalizzata anche in Borsa dove ha toccato i minimi storici con un ribasso dell’1,7% a 3,17 euro. Rosario Murgida Finanzareport

 

Lega Calcio: Malago’ candida G. Micciche’ -milanofinanza.it

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

 

Il presidente del Coni e commissario straordinario della Lega di serie A, Giovanni Malagò, ha proposto Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi, come candidato ideale per la presidenza della Lega. “E’ una mia idea, del tutto personale di cui devo parlare ancora con il diretto interessato”, ha detto Malagò dopo la riunione informale con i 20 club. “Non ho sentito nessuno avverso alla mia proposta. Miccichè è un uomo di sport, molto appassionato, competente, un uomo di relazioni, di sistema, molto stimato”.

I club, scrive milanofinanza.it, gli hanno chiesto anche di verificare se ci sono altri nomi da sottoporre all’assemblea per prendere una decisione il 19 marzo riguardo il ruolo di ad per il quale resta in corsa Sami Kahale, ex manager di Procter&Gamble. Per quanto riguarda il consigliere indipendente, Malagò ha spiegato che “sarebbe bello individuare una donna di sport, capace, o un rappresentante della categoria giocatore-allenatore o un uomo laico rispetto alle società”.

Ieri il commissario, di rientro dalle Olimpiadi invernali, ha incontrato i dirigenti delle società di serie A intrattenendosi in riunione on il presidente del Torino, Urbano Cairo, quello del Genoa, Enrico Preziosi, quello del Cagliari, Tommaso Giulini e quello del Benevento, Oreste Vigorito. Hanno partecipato inoltre l’ad dell’Inter, Alessandro Antonello, quello del Milan, Marco Fassone, e quello della Juventus , Beppe Marotta. In serata Malagò ha invitato a cena i dirigenti in un grande hotel di Milano.

Malagò propone il palermitano Gaetano Miccichè, Presidente Lega Calcio

GAETANO MICCICHE’ ENRICO CUCCHIANI 
Il commissario straordinario della Lega Calcio, Giovanni Malago’, ha proposto ai presidenti della massima serie, il nome di Gaetano Micciche’, presidente di Banca Imi del gruppo Intesa Sanpaolo, come possibile nuovo presidente della Lega. Lo ha detto il presidente del Coni al termine della riunione informale con i presidenti della serie A, svoltasi oggi in via Rosellini. “Ho proposto Micciche’ e nessuno mi ha detto di no. Devo ancora parlarne con il diretto interessato e spero che mi dia la sua disponibilita’. Potrebbe anche non esserlo, e lo contattero’ direttamente questa sera, ma spero di si’ perche’ lui e’ un uomo di sport, di sistema, d’azione, darebbe molto valore aggiunto alla Lega, in ticket con l’amministratore delegato, che potrebbe essere uno dei nomi gia’ usciti finora sui giornali”. (ITALPRESS).

Lega Serie A, Malagò candida Miccichè alla presidenza

Quello del presidente di Banca Imi è il nome proposto ai club dal presidente del Coni, commissario dell’organizzazione.

Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi

Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi

Gaetano Micciché, presidente di Banca Imi, del gruppo Intesa Sanpaolo, è il profilo indicato dal commissario della Lega Serie A, Giovanni Malagò, ai club come candidato ideale per la presidenza della Lega. “Non ho sentito nessuno avverso a mia proposta. È una mia idea, del tutto personale di cui devo parlare ancora con il diretto interessato – ha detto Malagò dopo la riunione informale con i 20 club -. Micciché è un uomo di sport, molto appassionato, competente, un uomo di relazioni, di sistema, molto stimato”.
OBIETTIVO 19 MARZO — “Non ho intenzione di convocare un’assemblea fino a quando non c’è la certezza di trovare una soluzione per quanto riguarda lo statuto e la governance”, ha aggiunto Malagò. “Ci sarà nuova assemblea informale il 5 marzo alle ore 15 con l’obiettivo di convocare una assemblea vera e propria per lunedì 19 marzo”. E alla domanda se già in quella data si potrebbe arrivare all’elezione della nuova governance della Lega, Malagò ha risposto: “L’obiettivo è quello. C’è una abbondante condivisione sui ragionamenti. Poi può essere che si fa e si disfà la tela, ma ho trovato un clima di coesione”. Per Malagò questa vicenda “si deve concludere senza fazioni, senza vincitori e vinti”.
UNA DONNA CONSIGLIERE — Il commissario della Lega ha anche proposto una donna come consigliere indipendente: “Sarebbe bello individuare una donna di sport, capace”, ha spiegato al termine dell’incontro. L’alternativa sarebbe “un rappresentante della categoria giocatori o allenatori, ma un uomo laico rispetto alle società”. La Gazzetta dello Sport

Lega Serie A, Miccichè è il candidato di Malagò: «Non avverto dissensi»

Il presidente del Coni, commissario della Lega dal 2 febbraio, propone il presidente di Banca Imi: «È un uomo di sport, un valore aggiunto». Decisiva la nomina dell’ad

 
 
Gaetano Miccichè (Ansa)Gaetano Miccichè (Ansa)
shadow

Giovanni Malagò va di fretta: nel giorno dell’insediamento in via Rosellini da commissario della Lega di A, paralizzata da mesi e incapace di rinnovare i propri organi, il presidente del Coni — dopo la prima riunione informale «svoltasi in un clima cordiale» alla presenza di tutti i club (assente Lotito, rappresentato da Marco Canigiani, responsabile marketing della Lazio), indica il presidente futuro. «Ho segnalato Gaetano Micciché, uomo di sport, appassionato, competente, capace di fornire un valore aggiunto. Non ho avvertito pareri avversi alla mia proposta». Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi, ex direttore generale di Banca Intesa, per 14 anni, membro del consiglio di Rcs. «Vedremo se Gaetano Miccichè sarà disponibile ad accettare l’incarico» sospira Malagò. Che ha avvertito i presidenti di non voler convocare assemblee finché non ci sarà prima un accordo su governance e statuto. «Ho detto loro che è stato finora molto poco serio indire riunioni aperte per mesi per eleggere gli organi: dal punto di vista estetico e civilistico non è accettabile».

Appuntamento perciò al 5 marzo per una riunione informale e al 19 per un’assemblea per il rinnovo delle cariche e l’adeguamento dello statuto ai principi informatori del Coni. «In nessuna società dopo tre votazioni non si passa alla maggioranza semplice: chi arriva dopo di me deve poter lavorare», aggiunge il Commissario. Sull’ad sfumato Tebas, decade anche la candidatura di De Siervo di Infront. «Lo stesso De Siervo condivide che non è soluzione di buon senso ricoprire il ruolo essendo parte in causa». Resta il nome di Sami Kahale di Procter and Gamble. «Ma i presidenti mi hanno dato mandato esplorativo per valutare se ci sono altre figure».

 

Malagò ha inoltre tracciato il profilo del consigliere indipendente di Lega: «Mi piacerebbe che fosse una donna di sport. In alternativa un rappresentante dei calciatori o degli allenatori o ancora una figura laica che non abbia legami con i club». In più auspica per le nomine dei 4 consiglieri di Lega e dei 2 federali che venga garantito il rispetto delle minoranze. Chiusura di giornata la cena tra tanti sorrisi: la parola passa ai presidenti di serie A che valuteranno la proposta di Malagò, decisiva in questo senso la nomina del futuro ad.

L’autocastrazione dei divieti alle auto Diesel: qualcuno inizia ad accorgersi che l’Italia perderà migliaia di posti di lavoro. E ci si dovrà indebitare (coi tedeschi, encore) acquistando auto elettriche

Tratto da: Diesel Addio, …, Il sole 24 Ore, 27.02.2018 [notasi che i NOX in alta atmosfera contribuiscono a ridurre l’effetto serra catalizzando la disintegrazione del vero gas serra, il metano, ossia il gas che sarà più utilizzato per produrre l’elettricità usata dalle auto eletriche, altra beffa], vedasiLINK 

Ma non si voleva passare ai veicoli elettrici perchè evitavano l’effetto serra? Perchè erano meno inquinanti dei motori a combustibili fossili? Tutte bugie, tutta propaganda. Ora anche il Sole 24 Ore lo dice…

Gli italiani sono un popolo di scaltrissimi idioti: annusano l’aria come nessuno ma non fanno quasi mai i conti, men che meno difendono i propri interessi come comunità. Parliamo ad esempio delle aiuto diesel oggi tanto bistrattate, la bibliografia è satura di esempi che dimostrano quanto segue:

1. le medie auto elettriche sono più inquinanti di quelle a combustibile fossile (diesel), con le tecnologie attuali

2. il diesel è di gran lunga la tecnologia più pulita in termini di emissione anche prospettica (efficienza di motore prossima al 50% raggiungibile in pochi anni), fatte salve le polveri sottili che possono però essere eliminate con il montaggio di un piccolo apparecchio del costo di qualche centinaio di euro.

3. in termini di CO2 una Tesla emette tanta CO2 quanto (circa) una Ferrari Portofino, calcoli dello Stato di Singapore che di fatto assimila come inquinamento i due veicoli

Smitizziamo dunque lo scandalo dieselgate: a parte la truffa tedesca delle centraline taroccate, certa, l’accettazione del declino del diesel lato teutonico è andata di pari passo con il rapido sviluppo di una filiera dell’auto elettrica oltre Gottardo, filiera che l’Italia ad esempio non ha e non avrà. La casualità dei due eventi – scandalo del diesel truccato e sviluppo della nuova tecnologia elettrica – NON deve passare inosservata.

Le auto elettriche, fino a quando non ci saranno nuove tecnologie VERE, leggasi motori a cella a combustibile, inquineranno sempre più di un motore diesel molto performante. Questo perchè comunque bisogna bruciare combustibili fossili per produrre elettricità. Anzi, la sostituzione dell’auto diesel causerà – per la legge della domanda e dell’offerta – un incremento del costo dell’elettricità che tutti consumiamo a casa nostra, ma questa è un’altra storia. Sono già intervenuto sulle auto elettriche (vedasi QUI QUI)

Cosa si nasconde dietro la spinta mediatica verso le auto elettriche, da imporre per legge ai consumatori (senza ridurre la CO2 emessa)

https://scenarieconomici.it/truffa-co2-auto/embed/#?secret=ZH6jFqzAg3

L’Italia che oggi ha una filiera sul combustibile tradizionale ma NON sull’auto elettrica, ovvero si troverà a breve a subire danni enormi (leggasi, enorme perdita di posti di lavoro, ad esempio nella metalmeccanica in quanto le auto elettriche non hanno bisogno di un cambio meccanico, oltre che nella produzione dei motori diesel e nelle accensioni).

Con la beffa data dal fatto che la nuova tecnologia elettrica che si vuole introdurre inquinerà – beffa delle beffe – più dei motori diesel: infatti le auto elettriche spostano solo l’inquinamento, non lo eliminano. Si brucerà sempre combustibile fossile. Dunque non si produrrà più energia per autotrazione con il motore a combustione interna, invece si brucerà gas a centinaia di kilometri di distanza. Peccato che le trasformazioni di tensione ed il trasporto dell’elettricità fino al luogo di ricarica consumeranno circa il 12% dell’elettricità prodotta, mandando a ramengo ogni ipotesi di maggiore efficienza. E non vi dico del costo di smaltimento delle batterie dopo solo 10 anni, costi anche ambientali.

Senza dimenticare che ci sarà bisogno di enormi investimenti in colonnine di ricarica, che i consumatori dovranno comunque pagare. Aggiungiamoci anche la certa obsolescenza programmata delle batterie, come per gli IPhone: un set di accumulatori auto mediamente dura al massimo 10 anni, poi conviene cambiare il mezzo visto che il costo di sostituzione delle batterie è maggiore.

Vedasi LINK all’articol de Il Sole 24 Ore

Dunque, a fronte di tutti questi svantaggi perchè mai si dovrebbe sviluppare una filiera elettrica? A maggior ragione se fra 25 anni al massimo le auto elettriche verranno giocoforza sostituite dalle auto a celle a combustibile? Semplice, la Germania, assieme alla Francia intendono cavalcare il trend della filiera “in esclusiva” portando enormi profitti ad esempio in Germania: a breve tutti i consumatori in EUropa dovranno infatti sostituire – indebitandosi – le auto diesel, comprando possibilmente auto elettriche prodotte praticamente solo dalle aziende tedesche, francesi e svedesi. Ossia i consumatori italiani dovranno solo spendere, dove prenderanno i soldi non si sa visto che la produzione ossia l’occupazione in Italia nel settore auto crollerà drammaticamente con l’avvento dell’elettrico. I disoccupati come fanno a consumare? Si venderanno figli ed organi? O diventeranno schiavi? Chiedere al M5S per i dettagli…

L’unico paese veramente interessato alla tecnologia auto elettrica, finalizzata a spostare l’inquinamento dalle megalopoli alle campagne – a parità o anche in peggioramento dell’inquinamento – è la Cina, non l’EUropa. Tanto vale approfittarne: e fu così che l’EU iniziò ad introdurre leggi che obbligano di fatto la sostituzione dei veicoli a motore tradizionali. Ovvero leggi EU che avvantaggiano i tedeschi ed i francesi su tutti, gli altri saranno obbligati a consumare, indebitandosi.

Gli USA fanno e faranno storia a sè: per le grandi distanze e per il relativamente basso inquinamento nelle metropoli rispetto ad esempio alla Cina continueranno ad utilizzare le tecnologie tradizionali, per almeno 8 anni non penseranno nemmeno a cambiare registro.

L’Italia dovrebbe opporsi al cambiamento verso l’auto elettrica in quanto inutile ed anzi dannoso, oltre che mortale per la sua industria metalmeccanica. Sarebbe facilissimo dimostrare che un auto diesel con gli opportuni accorgimenti inquina meno dell’auto elettrica e crea meno effetto serra. Ma insomma, lo scopo è evitare l’inquinamento e soprattutto l’effetto serra o far fare soldi ai franco-tedeschi?

Comunque la si guardi l’Italia è destinata al crack: sociale, civile, economico, anche etico secondo chi scrive.

Per questa ragione ho deciso di far nascere mio figlio fuori dai confini italici, voglio dargli una possibilità di non crescere schiavo. In Italia tornerò, certamente, ma solo come turista.

Il problema è sempre il solito, nessuno in Italia fa qualcosa per cambiare le cose, fidandosi (per mera ignavia) di politici che – ormai è chiaro – sono venduti ad interessi altrui, certamente non ad interessi italiani.

Buon declino a tutti. Specialmente ai giornalisti milanesi del Sole 24 Ore, che saranno i primi ad affondare con la barca Italiana (visto che se muore l’industria metalmeccanica in Italia morirà di fatto anche Confindustria, …)

Mitt Dolcino scenarieconomici.it

Quegli acquisti su Carige e Creval. La spinta dei fondi esteri per un’alleanza

Per Banca Carige un rialzo del 20% in due settimane. Per Credito Valtellinese negli ultimi due giorni un rimbalzo del 45% dei diritti d’opzione dell’aumento di capitale da 700 milioni. Fondi esteri che puntano su due delle (ex?) «zombie bank» italiane? L’andamento di prezzi e volumi scambiati lascia poco spazio all’immaginazione: gli acquisti ci sono e anche consistenti, tanto da compensare le posizioni corte di alcuni hedge. Basti pensare che, secondo le comunicazioni alla Consob del 26 febbraio, il fondo Oceanwood Capital Management Limited ha incrementato la posizione corta sul Creval al 40,26% del capitale (pre-aumento). Pochi euro, dato che il valore della banca è ormai dato dalle azioni di nuova emissione che, a tre giorni dalla fine di negoziazione dei diritti, pare destinata a concludersi con successo (in ogni caso è garantita da un consorzio di 11 istituti capitanati da Mediobanca).

Quello che più meraviglia gli osservatori finanziari è che su due banche finora considerate problematiche, scatti l’interesse degli investitori esteri proprio alla vigilia di elezioni politiche dall’esito incerto. Evidentemente, il rischio Italia non spaventa il mercato. Che guarda piuttosto alle potenzialità di rivalutazione in Borsa delle due banche dopo la pulizia di bilancio, resa possibile proprio grazie ai nuovi capitali.

Ma il vero motivo per cui si aprono posizioni lunghe su CreVal e Carige non è tanto la redditività futura, quanto la partita delle aggregazioni che si aprirà nei prossimi mesi. A Genova si sta già creando un doppio schieramento che riguarda quello visto nel 2004-2005 su Bnl (con patto e contropatto di sindacato). A Sondrio si guarda alle mosse del misterioso socio francese Denis Dumont che, con circa il 6%, è il primo socio della banca valtellinese che ormai ha un’azionariato da public company.

Lo strapotere di Amazon e la paura di Poste Italiane di fare la fine della rana con lo scorpione

MATTEO DEL FANTE AD POSTE ITALIANE, settembre 2017 – foto di SARA MINELLI Imagoeconomica

Che le Poste Italiane fossero legate al colosso americano del commercio via internet Amazon da un complicato rapporto di amore e odio era già emerso all’inizio di febbraio. Da un lato, infatti, il numero uno di Poste, Matteo Del Fante, in occasione del ventennale dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), aveva ammesso che con il gruppo fondato da Jeff Bezos “ci sono conversazioni” per cercare di trovare “l’assetto migliore per il consumatore. Negli ultimi mesi – aveva aggiunto Del Fante – c’è un’attenzione particolare per questo ‘over the top’ che Poste e altri operatori stanno accompagnando nella consegna dei pacchi”.

 

Jeff Bezos – David McNew/Getty Images

Quanto ai numeri e tenendo conto che l’azienda italiana e quella statunitense lo scorso agosto avevano siglato un accordo per una importante commessa, Del Fante aveva fatto sapere che solo a dicembre del 2017 “sono stati consegnati tre volte i volumi del dicembre del 2016, riuscendo a ottenere livelli di qualità altissimi”. Dall’altro lato, però, aveva aggiunto il numero uno di Poste, “si pone un tema importante: questi signori stanno acquisendo una posizione di mercato dominante”, con il rischio quindi, per l’azienda italiana, di fare la fine “della rana che aiuta lo scorpione a saltare il fiume, ma poi viene punta dallo scorpione”.

Leggi anche: Addio “passo Amazon”. Negli Stati Uniti e in Cina spopola il magazzino intelligente gestito da robot

Del Fante è poi tornato sulla spinosa questione il 27 febbraio del 2018, in occasione della presentazione del nuovo piano industriale al 2022, chiamato “Deliver 2022”, che tra le altre cose prevede un riassetto della divisione “corrispondenza e pacchi”. In particolare, come si legge nella nota che annuncia i dettagli del nuovo piano, “Poste Italiane sta lanciando un nuovo modello operativo di recapito di corrispondenza e pacchi, secondo un approccio innovativo che tiene conto della densità di popolazione e dei differenti volumi, e che prevede consegne pomeridiane e nel weekend. Ciò fa seguito alla firma di due importanti accordi sindacali che sanciscono nuove modalità di lavoro, mentre il gruppo si consolida nel settore in rapida crescita dell’ecommerce applicato al mercato dei pacchi B2C (dall’impresa al consumatore, ndr), dove è già presente con una quota del 30 per cento”.

MATTEO DEL FANTE AD POSTE ITALIANE CON LO STAFF POSTE ITALIANE, settembre 2017 – foto di SARA MINELLI

Anche in questo caso, con la presentazione del nuovo piano, il messaggio arrivato da Del Fante è stato “in chiaroscuro”. Amazon, ha detto il numero uno di Poste, “è molto aggressiva nello sviluppo della propria rete, ma finora abbiamo avuto un ottimo rapporto, improntato alla massima trasparenza, nei settori in cui si può lavorare assieme. La pressione che viene da Amazon aiuta la nostra azienda a migliorare la qualità dei servizi proposti. Tutta l’azienda, a partire dai sindacati, ha capito questo messaggio”. Anche questa volta, poi, c’è stato un riferimento ai numeri del 2017: “Abbiamo raddoppiato il volume con Amazon nel 2017 rispetto al 2016, con un picco a dicembre, quando abbiamo quasi triplicato il volume rispetto allo stesso mese del 2016”, ha detto Del Fante.

Leggi anche: Sette incredibili dati che rivelano le mostruose dimensioni raggiunte da Amazon

Amazon, diventata ormai anche in Italia il primo sito dove si effettuano acquisti online, per recapitare la merce a casa degli utenti si affida a dei corrieri. In Italia – come si può leggere sul sito del gruppo di Jeff Bezos – il gigante statunitense utilizza principalmente la propria società Amazon logistics, ma anche Sda del gruppo Poste se non direttamente Poste Italiane, oltre che Ups, Dhl, Gls, Bartolini, Hermes, Sailpost e Tnt. Utilizzando numerosi corrieri (c’è anche un’altra lista di operatori che possono essere considerati secondari), si può ipotizzare che, in presenza di eventuali problemi e difficoltà attinenti a uno specifico contratto o commessa, per Amazon non faccia una grande differenza rinunciare a uno.

Lavoratori Amazon in California, gennaio 2015 – foto di Justin Sullivan/Getty Images

Al contrario, almeno a giudicare dai numeri citati da Del Fante, sembra invece fare la differenza per l’azienda che materialmente consegna i pacchi. In altri termini, è evidente lo strapotere in mano ad Amazon. E si capisce ancora di più perché il numero uno di Poste a inizio febbraio preconizzasse: “Questi signori stanno acquisendo una posizione di mercato dominante”, con tutti i pericoli che ciò può comportare.

Leggi anche: Ecco perché il 2018 potrebbe essere un anno nero per Amazon in Italia

Come se ne esce? Innanzi tutto, va detto che già all’inizio di dicembre, l’Agcom aveva diffidato Amazonmettendo in guardia che il colosso a stelle e strisce svolge servizio postale senza averne titolo e sollecitandola a regolarizzare la propria posizione. Non solo. A metterci una pezza, recependo un emendamento di Francesco Boccia, ci ha provato anche la legge di bilancio del 2018, varata dal governo di Paolo Gentiloni. Il provvedimento in questione prevede che, dal 2020, le Poste possano svolgere il servizio postale universale anche per i pacchi fino a 5 chili (oggi il limite è fissato a 2 chili).

Questo significa che l’azienda pubblica italiana, tra due anni, potrà consegnare, nell’ambito del servizio universale, che è regolato da prezzi stabiliti nel contratto di servizio, pacchi più pesanti. A parte il problema fisico che ciò potrebbe comportare per il postino e a parte il fatto che come visto il colosso statunitense lavora anche con le Poste, è evidente l’intento di “strappare” un po’ di mercato ad Amazon. Presto si capirà se è come provare a fermare un’onda con la mano.

SPILLO/ I favoritismi e le strane nomine dell’Ue di cui (in Italia) nessuno parla

Martin Selmayr è stato nominato Segretario generale della Commissione europea. Ma non avrebbe diritto a questa carica. In Italia però nessuno ne parla.

LapresseLapresse

L’assegnazione della sede dell’Ema con la vittoria di Amsterdam “contro” Milano sta appassionando noi italiani che, con qualche argomento, crediamo di essere stati battuti da una competizione sleale. Le proteste per ora si sono perse nel vuoto. Negli ultimi giorni un’altra vicenda europea, più importante, sta appassionando chi si occupa di Europa. Si tratta della nomina completamente inaspettata del tedesco Martin Selmayr a segretario generale della Commissione europea. È la figura apicale della burocrazia europea con i suoi 33.000 dipendenti; quello con cui si parla per mettere d’accordo le finanziarie nazionali con l’Europa, per la Brexit, ecc.

Lo scoop è stato fatto domenica dal quotidiano francese Liberation che ha dato conto dello stupore misto a incredulità con cui anche i più esperti e navigati politici e osservatori di cose europee hanno registrato il colpo di mano. La nomina secondo il racconto di Liberation mai smentito e confermato da altre fonti è andata cosi. Martin Selmayr già capo staff di Juncker non aveva i titoli, la qualifica di “direttore” per essere considerato un candidato al ruolo di segretario generale della Commissione. Il presidente ha diritto di scegliere il segretario generale ma solo tra i direttori generali o i direttori generali aggiunti. Quindi Selmayr come ha fatto? A fine gennaio ha inoltrato la domanda per essere nominato vice segretario generale della Commissione europea, nomina ottenuta il 21 febbraio, poi, lo stesso giorno, il segretario generale olandese, Alexandre Italianer, ha rassegnato le dimissioni con la rassicurazione di rimanere consigliere senior fino alla pensione aprendo le porte delle segreteria generale a Selmayr. I commissari europei hanno saputo che la nomina a segretario generale sarebbe stata all’ordine del giorno solo all’ultimo minuto e alcuni commissari non sapevano nemmeno che la nomina era all’ordine del giorno. Il tedesco Selmayr oggi è capo della staff di Jucker, segretario della Commissione e a capo di tutta la burocrazia europea; senza le qualifiche, senza un voto, senza una selezione, senza nemmeno un odg aggiornato per tempo.

Una congiura di palazzo fatta all’oscuro dei commissari ha partorito il responsabile massimo della burocrazia europea in un processo che non ha previsto nessuna selezione trasparente; non si sapeva nemmeno che c’era una nomina da fare. Liberation aggiunge alcuni dettagli divertenti sulla “complicità” della direttrice greca delle risorse umane della Commissione che lo stesso giorno della nomina di Martin Selmayr, il 21 febbraio, ha visto la sua funzione prolungata oltre la data di pensionamento; oltre lei anche il marito funzionario europeo per non farsi mancare niente. Noi italiani al confronto siamo dilettanti.

Nello sconcerto generale per la violazione plateale di qualsiasi regola e per l’assenza di qualsiasi trasparenza nella burocrazia europea, quella che poi fa la morale agli altri, si sono registrate pochissime proteste politiche (una timida protesta dei verdi tedeschi e basta). La vicenda è stato lo spunto per un articolo del Telegraph che vedeva in questo episodio tutte le ragioni per cui la Gran Bretagna debba uscire dall’Unione; l’integrazione europea, oggi si discute di esercito, notava il quotidiano inglese, è fatta sopra la testa della gente in una situazione di sospensione della democrazia e delle regole e in una dinamica dall’alto verso il basso.

Chi si interroga su questo metodo da qualsiasi lato dell’agone politico, sinistra, centro o destra, è un populista. Considerato che questo processo è guidato dai tedeschi, anche in questo caso, i casi della vita, ne è spuntato uno dove conta, e dai loro alleati, con i francesi che si ritagliano, per ora, la campagna d’Africa e d’Italia e che la politica europea della Germania impone austerity è davvero inspiegabile come mai esplodano i populismi e i movimenti anti-euro. Sono sicuramente retrogradi che ancora vogliono un po’ di democrazia.

Sempre il Telegraph registrava che chiunque negli ultimi anni abbia provato a cambiare l’Europa in senso democratico è stato sconfitto. La macchina è andata avanti con il pilota automatico e le ultime nomine dimostrano che il pilota automatico è ancora lì; le istituzioni europee sono una foglia di fico quando il gioco si fa duro e bisogna occupare le posizioni di potere per poter indirizzare le politiche europee.

La beffa finale è che noi italiani, colonizzati prima culturalmente che economicamente, giustifichiamo questo processo partendo dal presupposto che le regole da noi non si rispettano, siamo ingovernabili, brutti e cattivi, mentre in Europa, dove vive lo spirito europeo, sì che la gente fa il suo dovere. Per cui farci governare dall’Europa è la nostra unica speranza. Lo spirito europeo è un colpo di mano della Germania e dei suoi amici che passa sopra le istituzioni e le regole europee senza neanche una finta. Visto quello che succede in Europa per ora preferiamo la nostra, supposta, anarchia.

Se Liberation parla di colpo di stato per leggere questa vicenda quanto esagera veramente? Sarebbe bello che anche in Italia si parlasse di queste cose. Ma forse, essendo già colonia, non ci compete più. Per questo per la nostra Legge di bilancio parleremo con l’Europa e cioè con un burocrate messo lì dalla Germania scavalcando le istituzioni europee e in violazione di ogni regola. La Germania per il suo surplus commerciale con la stessa persona e in futuro con il nuovo simpaticissimo presidente della Bce. In ogni caso viva l’Europa e abbasso i populismi. Magari i tedeschi in cambio pagano la pensione anche a Paolo Annoni.

PAOLO ANNONI sussidiario.net

IL PAPA VESTE VERSACE – MENTRE BERGOGLIO PREDICA POVERTA’ E ANTI-CAPITALISMO, IL CARDINAL RAVASI TAGLIA IL NASTRO DELLA MOSTRA AL METROPOLITAN DI NEW YORK SULLA MODA ISPIRATE ALL’ICONOGRAFIA CATTOLICA – AL SUO FIANCO IL FINANZIATORE DELL’ESPOSIZIONE, IL POTENTE FONDO BLACKSTONE CHE HA IL 30% DI VERSACE (DONATELLA IN PRIMA FILA CON ANNA WINTOUR)

Michela Tamburrino per la Stampa

 

Un dialogo spinoso che si consuma su un crinale aspro, a rischio caduta. La sacralità cattolica e la moda, il rito della vestizione nel doppio binario tra sfilata e processione. Il Vaticano per la prima volta si mischia e dialoga in una mostra che farà storia. Già nel 1983 The Vatican Collection si distinse come la terza mostra più visitata del Metropolitan Museum newyorkese.

 

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

Ora c’ è un intreccio più complesso e sdrucciolevole che riguarda anche l’ uso che gli stilisti fanno delle immagini e dei simboli sacri. Gli uni e gli altri nell’ esposizione Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination , corpi celesti e tanta immaginazione in un viaggio che prenderà il via il 7 maggio a New York, all’ Anna Wintour Costume Center, alla Galleria Medievale del Met nella Fifth Avenue e al Met Cloister, ala distaccata del museo che raccoglie cinque antichi chiostri.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

Tutto nasce dall’ invito rivolto al Vaticano, che accetta, prende quaranta opere conservate nella Sacrestia della Cappella Sistina mai uscite prima dalle sacre stanze e le spedisce oltre Oceano.

La mitra di Leone XIII ricamata in oro con diamanti, smeraldi e zaffiri; la tiara di Pio IX anche qui smeraldi, zaffiri, diamanti e perle; il piviale di Benedetto XV di seta bianca, ricamato con filo metallico d’ oro, lamé d’ oro e lustrini preziosi.

 

tiara pio ixTIARA PIO IX

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Il confronto sfrontato ma d’ effetto esplode, testimone Anna Wintour silente come in effigie, nel vestito con la natività impressa di Lanvin, nella Coppa Magna dei cardinali su un abito di Valentino, nelle cattedrali di Monreale riprese da Dolce & Gabbana, nel culto degli angeli disegnati dalla Schiapparelli. Così si traccia il pellegrinaggio che ha il sapore delle Stazioni, bel risultato per il curatore Andrew Bolton, preso dal dialogo tematico d’ attualità, «in un momento storico di razionalizzazione imperante che spinge alla sacralità».

Ravasi, Wintour, Versace e Piccioli al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

 

Divertito da questo connubio dalle mille promesse, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che per dar forza al suo pensiero parte dalla tradizione romana collegata al mondo ecclesiale fino a parafrasare il filosofo materialista Feuerbach: «L’ uomo è ciò che veste» e non più «ciò che mangia». «Il vestito specifica l’ uomo. Nella genesi, Dio entra in scena come creatore e come sarto, infatti si legge che fece tuniche di pelle al suo uomo e alla sua donna. Li vestì. Ecco i due volti dell’ abito, quello materiale, fisico, usato per tutelarsi dall’ esteriorità e il secondo che attiene alla moralità, che protegge la sessualità, dunque la vita e il suo mistero.

Wintour, Versace e Piccioli al MomaWINTOUR, VERSACE E PICCIOLI AL MOMA

Poi c’ è l’ investitura, la rappresentazione sociale di una persona che passa per i simboli di riconoscibilità culturale».

scarpe di giovanni paolo iiSCARPE DI GIOVANNI PAOLO II

 

La vestizione è liturgia in evoluzione, proprio come accade per la moda, per gli abiti eleganti e non feriali con i quali si celebra un rito laico. «Vesti e paramenti che entreranno solo in uno spazio trascendente quanto l’ abito da sera in un salone». E in iperbole si arriva al «Papa veste Prada» riferimento alle preferenze sartoriali di Benedetto XVI espresse nei mocassini rossi che spuntavano dalla Papamobile, copywriter Ravasi.

 

mitra di pio xiMITRA DI PIO XI

Ma tornando al crinale pericoloso, quanto apprezza la Chiesa la dissacrazione cucita addosso? «Si dissacra ciò che ha un significato e che si riconosce – insiste Ravasi – , il simbolo religioso in un mondo secolarizzato ancora incide». Papa Francesco è inflessibile contro gli eccessi mondani, lusso e superficialità, che sono parte integrante della moda.

Ravasi, Wintour, Versace al MomaRAVASI, WINTOUR, VERSACE AL MOMA

 

«È vero, entriamo in un mondo che rappresenta anche la malattia del nostro tempo, il lusso fine a sé stesso. Ma anche lì ci sono persone che hanno bisogno della nostra voce. Noi diciamo loro: donate, date ai poveri qualche bel vestito, comprate un giacinto per loro. È male stare solo alla finestra, io guardo oltre la frontiera, oltre la protezione del sacro».dagospia.com

Versace al MomaVERSACE AL MOMA

 

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMAVersace e Piccioli al MomaVERSACE E PICCIOLI AL MOMA

c.h. schwarzman donatella versace s.a. schwarzmanC.H. SCHWARZMAN DONATELLA VERSACE S.A. SCHWARZMANravasi wintour donatella versaceRAVASI WINTOUR DONATELLA VERSACEheavenly bodies fashion and the catholic imagination pio ixHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO IX

Versace e Ravasi al MomaVERSACE E RAVASI AL MOMA

papa francescoPAPA FRANCESCO

heavenly bodies fashion and the catholic imagination pio xiHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION PIO XIheavenly bodies fashion and the catholic imagination benedetto xvHEAVENLY BODIES FASHION AND THE CATHOLIC IMAGINATION BENEDETTO XV

papa benedetto xviPAPA BENEDETTO XVI

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NPL, i 18 miliardi delle ex Banche Venete passano a SGA ma c’è incertezza sui tempi e le modalità di recupero

 

Anche le sofferenze di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza sono passate di mano rimanendo però nel nostro Paese. A recuperarli sarà direttamente il Ministero dell’Economia attraverso la Società per la gestione di attività (SGA), che ha acquistato nel 2016. E’ quanto prevede il decreto di cessione degli NPL accumulati dai due istituti in liquidazione coatta, firmato venerdì scorso dal Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

I crediti deteriorati ammontano a quasi 18 miliardi di euro e per censirli tutti ci sono voluti quasi otto mesi. Il Governo, infatti, aveva approvato il decreto di liquidazione dei due istituti di credito il 23 giugno scorso. La SGA, che per anni si è occupata di recupero crediti per il Banco di Napoli ed oggi è assistita da Kpmg e dallo studio legale Rcc, li gestirà pur non avendo licenza bancaria. Saranno direttamente i vertici della società a decidere con quali modalità scegliere gli operatori cui affidare il recupero, se con gara o con altre procedure più “ristrette”. Nel pacchetto di crediti che passano a SGA non rientrano i “prestiti baciati”, ovvero uno stock di alcune centinaia di migliaia di euro delle due ex popolari venete che sono stati lasciati nella Lca per renderne più agevole il recupero in fase di contenzioso.

Appena la Corte dei Conti darà il suo ok, l’operazione potrà partire e si prevede che verranno coinvolti i player più importanti. Anche perché i numeri sono importanti e li riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore: secondo Bankitalia di questi 18 miliardi di crediti ce ne sono fino a 9,9 miliardi recuperabili, che insieme agli 1,7 miliardi di equity porterebbero nel tempo i conti in positivo anche per lo Stato, che alla partita ha dedicato 10,6 miliardi (5,2 di esborso immediato più 5,4 di sbilancio iniziale dei due istituti).

La strada, insomma, è lunga e l’attesa non sarà breve anche perché bisogna aspettare l’accordo tra la Lca e la SGA che definirà nel dettaglio il perimetro dei crediti da cedere e le procedure con cui il veicolo si dovrà interfacciare con l’ente di liquidazione. Ma il vero nodo da sciogliere, che potrebbe allungare ulteriormente i tempi, riguarda l’operatività di SGA che deve superare alcune difficoltà oggettive, legate alla complessità della situazione, a cominciare dal recupero dei dati relativi alle singole posizioni che sono fisicamente ancora nelle sedi delle filiali delle ex Venete, diventate Intesa Sanpaolo.

In questo caso, più che mai, il fattore tempo è fondamentale per tutti: per il Ministero che deve recuperare la spesa, per i 10mila creditori che si dovranno insinuare al passivo per recuperare quanto gli spetta e, infine, per evitandone l’ulteriore deterioramento di 100mila posizioni, di cui 25mila, ovvero un quarto, sono aziende incagliate in cerca di nuova finanza.