Banche venete, altolà M5s sul decreto per i rimborsi ai truffati: “Gentiloni non si azzardi, servono più soldi e criteri diversi”

https://www.ilfattoquotidiano.it 31 marzo 2018

Venerdì sono scaduti i termini per il testo attuativo del Fondo di ristoro previsto dall’ultima legge di Bilancio. Il sottosegretario: “Solo una questione tecnica”. I parlamentari pentastellati: “Stanziati appena 25 milioni di euro, lo 0,19% del danno inflitto. E sarà molto complicato accedere al beneficio”. Spunta la suggestione di usare gli utili Bankitalia

Per il decreto attuativo del “fondo di ristoro finanziario” da 25 milioni l’anno per quattro anni inserito nell’ultima legge di Bilancio sono scaduti i termini venerdì 30 marzo. Ma il M5schiede al governo uscente di non procedere. E lasciare al prossimo esecutivo il compito di stabilire come risarcire i risparmiatori vittime di reati bancari, a partire da quanti hanno perso denaroinvestito in azioni e obbligazioni di Popolare di Vicenza e Veneto Banca (cedute a Intesa al prezzo simbolico di un euro e con dote pubblica di 17 miliardi) e nelle altre crisi bancarie. Secondo i pentastellati servono più soldi ma anche criteri meno stringenti. Per il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, intervistato dal Sole 24 ore, si tratta però di “una questione tecnica” che “fa parte dell’ordinaria amministrazione”, perché “la costituzione del fondo è stata approvata a larghissima maggioranza in Parlamento”. Dunque “a giorni avremo il decreto”. Che ribadirà come presupposto per l’indennizzo sia il riconoscimento del danno attraverso una sentenza del giudice o il ricorso alla camera arbitrale dell’Anac.

 

Nel frattempo si fa strada pure la suggestione, difficilmente realizzabile, di utilizzare parte degli utili di Bankitalia – 3,89 miliardi stando all’ultimo bilancio – come copertura per indennizzare chi ha subito danni. “Doveroso che gli utili vengano utilizzati per indennizzare i risparmiatori traditi dalle banche, dal momento che appare indiscussa e accertata anche dalla Commissione d’inchiesta sulla Banche la mancata vigilanza di Palazzo Koch sugli istituti che hanno mandato sul lastrico migliaia di risparmiatori”, afferma Letizia Giorgianni, presidente dell’Associazione Vittime del Salva Banche. “Visto che parte di questi utili record andrà allo Stato quest’ultimo potrà sottoscriveretitoli infruttiferi da girare ai risparmiatori danneggiati nei crac delle 7 banche coinvolte: Banca Etruria, Banca MarcheCarifeCarichieti, Banche Venete e Mps: obbligazioni agli obbligazionisti, comprendendo tutti i soggetti esclusi dai paletti voluti dal precedente governo e warrant agli azionisti”. La vigilanza di Palazzo Koch sugli istituti finiti gambe all’aria, come è noto, è finita nel mirino della commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario voluta dal Pd, che si è peròtrasformata in un palcoscenico per la polemica politica senza esiti significativi sul fronte tecnico, se non l’auspicio di maggiore collaborazione e coordinamento con la Consob.

“Apprendiamo che nel 2017 la Banca centrale ha registrato il record di attivi in portafoglio. Doveroso quindi che gli utili di Bankitalia vengano utilizzati per indennizzare i risparmiatori traditi dalle banche, dal momento che appare indiscussa e accertata anche dalla Commissione d’inchiesta sulla Banche la mancata vigilanza di Palazzo Koch sugli istituti che hanno mandato sul lastrico migliaia di risparmiatori”. E’ quanto afferma Letizia Giorgianni, presidente dell’Associazione Vittime del Salva Banche.
“Visto che parte di questi utili record andrà allo Stato – sostiene Giorgianni – quest’ultimo potrà sottoscrivere titoli infruttiferi da girare ai risparmiatori danneggiati nei crack delle 7 banche coinvolte: Banca Etruria, Banca Marche, Carife, Carichieti, Banche Venete e Mps: obbligazioni agli obbligazionisti, comprendendo tutti i soggetti esclusi dai paletti voluti dal precedente governo e warrant agli azionisti. Inutile che Visco sbandieri utili record quando poi sotto la propria gestione è avvenuto il più ampio disastro bancario di cui la storia non abbia memoria a causa della propria inefficienza”, conclude.
(Mat/AdnKronos)

 

Per i deputati M5S Alessio Villarosa e Federico D’Incà e il senatore Daniele Pesco “il decreto legge 99/2017 che ha posto in liquidazione coatta amministrativa Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca è una truffa in piena regola a danno dei risparmiatori” e “truffaldina è anche la modifica proposta durante l’ultima Legge di Bilancio al fondo risarcitorio. È bene ripeterlo prima che il governo Gentiloni si azzardi ad approvare i decreti attuativi”. Infatti “a fronte di oltre 210mila famiglie colpite e 13 miliardi di patrimonio bruciato, il governo ha stanziato appena 25 milioni di euro, pari allo 0,19% del danno inflitto ai risparmiatori. Non solo i soldi sono pochi ma, viste le modalità di accesso al risarcimento indicate nel decreto sarà molto complicato accedere al beneficio, soprattutto per i risparmiatori che hanno comprato i titoli prima del 2007, quando fu emanata la normativa “Mifid“.

Il M5S sostiene di voler “solo procedere a risarcimenti più equi, ma anche garantire agli ex soci e obbligazionisti delle banche venete gli eventuali guadagni che proverranno dalla gestione dei Non Performing Loans. Chiediamo quindi al governo, oggi in carica per i semplici “affari correnti”, di lasciare al futuro esecutivo l’emanazione dei decreti attuativi necessari per stabilire le modalità di accesso e utilizzo del fondo risarcitorio”.

Giovedì, quando via Nazionale ha comunicato di aver messo a segno un utile di 3,89 miliardi e di aver versato allo Stato 4,9 miliardi tra dividendi e imposte, oltre ai 218 milioni per le banche e gli altri enti azionisti (da IntesaUnicredit e Generali a Inps e Inail), i senatori pentastellati sono tornati all’attacco: “Bisognerebbe a questo punto riflettere su ristori più robusti a beneficio delle centinaia di migliaia di risparmiatori che sono rimasti vittima delle crisi bancarie degli ultimi anni”. E ancora: “Il governo uscente stanzia, per esempio, appena 25 milioni, una miseria, nel fondo di ristoro degli investitori colpiti dal crac delle banche venete. Ricordiamo che alle banche private azioniste è arrivato un tesoretto di 4 miliardi in tre anni sia in termini patrimoniali che di conto economico”.

Fratelli d’Italia si accoda alla proposta, lanciata da La Verità: il coordinatore nazionale Guido Crosetto ha detto al quotidiano diretto da Maurizio Belpietro che si tratterebbe di un “atto dovuto da parte di chi, come la Banca d’Italia, doveva vigilare e non l’ha fatto”.

COTTARELLI: OVVERO ARRAMPICARSI SUI VETRI PER TROVARE GIUSTIFICAZIONI….

 SCENARIECONOMICI.IT 31 MARZO 2018

 

Cari amici,

ci sono alcuni personaggi che stanno occupando la TV nella speranza di essere i protagonisti della prossima esperienza politica nazionale, magari come parte di un governo tecnico, occupando una cattedra, o uno strapuntino. Per queso cercano di essere omnipresenti su tutti i canali di comunicazione , dai mass media ai social. Il problema dell’esposizione è che, se non ben organizzata, mostra quello che si è e che si può dare.

Facciamo un esempio di prezzemolino: Cottarelli, ex responabile della Spending Review, più presente in TV della Carrà dei tempi d’oro.

In TV non c’è mai un vero contraddittorio: dalla sua posizione di “Austero tecnico” Cottarelli è molto gradito ai poteri forti, per cui non gli presentano in contraddittorio un Bagnai, un Borghi, un Rinaldi o anche un Socci. Lo lasciano a pontificare tranquillo. Sui social la vita invece si fa dura anche perchè i libri girano, la gente studia, per cui o si è particolarmente preparati, o si ha un consulente social adeguato, o si rischiano figure barbine, ed il nostro sta puntano su questa terza scelta.

Ricordiamo che Egli fa parte della religione dei “Monetizzatori folli” , per cui una eventuale autonomia monetaria verrebbe a corrispondere, per Volere Divino scritto nelle tavole della legge fra l’undicesimo ed il quindicesimo comandamento, ad una pressa folle con completa monetizzazione del debito. Perchè sarebbe così lo sa solo lui, cioè accadrebbe perchè ” Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Comunque per cercare di piegare perfino la parola di Lord Keynes ai suoi desiderata si è fatto consigliare un libro:

Dal quale si è fatto consigliare una frase, relativa ad una critica di Keynes a Lerner.

 

La discussione si basa su come riuscire a finanziare il deficit necessario per finanziare la manovre espansive. Lerner afferma di poterlo finanziare a debito, non con la massa monetaria e Keynes gli rispose “Ma è una cavolata, non si può creare debito per sempre”. Sembrerebbe un 1 a 0 per Cottarelli, con l’appoggio di Keynes.

Peccato che il Nostro abbia postato l’intera pagina del libro: nfatti poche righe più in basso Lerner prosegue (sottolineato in rosso)

Mi è stato detto che un mese dopo ci fu un altro seminario a cui prese parte Keynes, non ero presente, e che a quel meeting Keynes ritirò tutte le sue critiche su di me dicendo che, in fondo , avevo ragione. Quindi ricevetti una lunga lettera di Keynes in cui mi diceva di aver letto la mia Economia del Controllo sulla nave al ritorno. …

 

Poche righe dopo Keynes, persona intelligente , ammetti di aver cambiato idea sulle sue critiche ed elogia Lerner.  Cottarelli non si è premurato neppure di leggere l’intera pagina, evidentemente, fermandosi alla frase che , apparentemente ,  gli dava ragione….

“Cosa se de fa’ pe’ campà”, direbbero a Roma.  Comunque a questo ha risposto Borghi.

Claudio Borghi A.

@borghi_claudio

25 anni è abbastanza prolungato per lei? pic.twitter.com/6M71tfuK2w

Claudio Borghi A.

@borghi_claudio

 
 

No sa, ci tenevo a saperlo perché nel caso considerasse pochi 25 anni (o se pensasse che é solo perché “in Giappone *pretesto a scelta* ma qui in europa è diverso”) Questi di anni sarebbero 45 e non hanno Godzilla nel porto… pic.twitter.com/OlggJKPuvr

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La Francia fa debito e deficit da 40 anni anni per finanziare la propria crescita, e lo fa anche con delle cifre consistenti. $0 anni sono praticamente il “Lungo Periodo” keynesiano. La Francia, per ora, non è fallita. 

Ma non diciamolo a Cottarelli o ai suoi uggiolanti cuccioli radiofonici. Ci resterebbero male…

Questi sono i tecnici che dovrebbero guidare l’Italia.

LA TORTA PASQUALINA 2018 E LA LOTTA PER L’INDIPENDENZA DI UNA NAZIONE. LIBERA E DEMOCRATICA

ORIZZONTI48.BLOGSPOT.IT 31 MARZO 2018

 

torta pasqualina 6
2. Rammentiamo gli ingredienti di quella torta pasqualina: riassorbire e normalizzare le anomalie del voto protestatario, rimettere in sella a tempo indefinito i partiti che appoggiarono il governo Monti, fingere di voler risolvere il problema dei crediti delle imprese verso il settore pubblico e quello degli esodati, ma in realtà affermare un maquillage rafforzativodell’austerità decrescista infelice, affermando che ogni soluzione al riguardo potesse conseguire solo a pesanti sacrifici per tutte la fasce sociali più deboli, in virtù della inderogabile copertura in pareggio di bilancio, negando al contempo ogni realistica considerazione del moltiplicatore della spesa pubblica, e, soprattutto, colpevolizzare tutti gli italiani sull’abbattimento del debito pubblico, in modo da far interiorizzare come principio assoluto l’obbligo supercostituzionale di rispettare il fiscal compact. 
3. Nonostante ciò, possiamo registrare un’evoluzione positiva (ma appunto, non ancora consolidata): quello che nel 2013 pareva come un piano che procedeva a gonfie vele, oggi risulta, in buona parte, non solo l’elenco dei punti di un gigantesco fallimento, ma anche la ragione stessa che ha sospinto una vasta reazione popolare; una reazione tradottasi, almeno sui temi più concreti di quell’agenda distruttiva (pensate a crediti delle imprese, esodati, ossessione delle coperture in pareggio di bilancio e riduzione del rapporto debito/Pil), in una vasta espressione di rigetto popolare per quell’assetto di euro-potere, per quei protagonisti e per le loro pretese di legittimazione ultrattiva, e di prorogatio ad infinitum, sbeffeggiando ogni possibile esito della volontà del corpo elettorale.

4 commenti:

  1. “Lottando, con la forza di un popolo unito (almeno nella sua parte cosciente della sovranità democratica) per l’indipendenza nazionale. E per il benessere, la dignità, e il futuro nostro e dei nostri figli.”

    Non mancheremo alla lotta, né ora né mai.

    Tanti e cari auguri di una serena Pasqua, Quarantotto 🙂

    Rispondi

  2. Auguri a te e a tutti i lettori.

    (Ciascuno, partendo dal rispettivo contesto sociale, può intendere questa lotta democratica e costituzionale in modo personale: ma non dimentichiamo che c’è chi si troverà – o già si trova- in prima linea contro un nemico strapotente e spietato. Il supporto e l’impegno diretto, quando sarà, saranno una prova a cui saremo chiamati…).

     
     
  3.  
  4. Anche perché, una volta tanto davvero, non abbiamo alternative: “La democrazia viene percepita come un sistema tra i tanti, come se su un campionario si dovesse scegliere tra comunismo, democrazia, fascismo, monarchia; non come identica col popolo stesso, espressione della sua emancipazione.” (T. Adorno, Che cosa significa elaborazione del passato).

    Un caro augurio a tutti.

    Rispondi

     
     
  5. Parole da condividere e sottoscrivere. Passione civile, desiderio di riscatto e patriottismo non sono sinonimi di nazionalismo. Abbiamo bisogno di fare appello a tutte le risorse del popolo italiano e voglio sperare che nei prossimi mesi e anni si possa scrivere un pezzo nuovo e memorabile della nostra storia.
    Grazie Luciano per l’impegno che profondi e auguri di una felice Pasqua.

    Rispondi

     
     

GIUSEPPE CASTAGNA – BANCO BPM –

Fusione BPM-BP. Giuseppe Castagna CEO

GENTILE SIG GIUSEPPE CASTAGNA

FACCIO SEGUITO ALLE MIE RICHIESTE PRECEDENTI CHE NON HANNO AVUTO RISCONTRO DA PARTE SUA E CHE NON SONO TUTELATE DA PRIVACY – MA GLI AZIONISTI DEBBONO ESSERE MESSI AL CORRENTE LADDOVE SI RICHIEDE IN QUALITA’ DI CITTADINO O AZIONISTA ( COME NEL MIO CASO) DI CHIEDERE ALLA BANCA COME SONO STATI IMPIEGATI I SOLDI CHE DEPOSITA PRESSO DI ESSA IN PARTICOLAR MODO DAL MOMENTO CHE IN ITALIA LE BANCHE NON PUBBLICANO QUESTE INFORMAZIONI IN MANIERA AUTONOMA – PUR NON ESSENDOCI ALCUNA NORMATIVA CHE IMPONE IL SEGRETO BANCARIO.

PERTANTO LA INVITO FORMALMENTE A DARMI IMMEDIATO RISCONTRO IN MERITO AL DEBITO PORTA VITTORIA DI CUI HO GIA RICHIESTO PUBBLICAMENTE IMMEDIATO  RISCONTRO E CHE LEI A TUTT’ OGGI NON HA MAI FORNITO E DEL CASO HOTEL CICERONE DI CUI ALLEGO COPIA PUBBLICATA SU MF IN DATA 29 MARZO 2018

CORDIAMENTE 

PAOLO POLITI

Banco Bpm: legali di Coppola all’attacco su hotel Cicerone (MF)

 

Grafico Azioni Banco Bpm (BIT:BAMI)
Intraday

Oggi : Giovedì 29 Marzo 2018

Clicca qui per i Grafici di Banco Bpm

Si aggiunge un nuovo capitolo al braccio di ferro tra Danilo Coppola e Banco Bpm. Dopo aver contestato il ruolo dell’istituto di credito nel fallimento di Porta Vittoria, l’immobiliarista e i suoi legali sono recentemente tornati alla carica su un’altra controversa partita, quella dell’Hotel Cicerone a Roma. Il prossimo giovedì 5 aprile è prevista la prima udienza del giudizio avviato lo scorso novembre dalla società Cicerone sarl. Al centro della vertenza c’è l’albergo di lusso a poca distanza dal Vaticano che nel 2004 Coppola aveva acquistato per 70 milioni dall’allora presidente della Roma Franco Sensi.

Le vicissitudini degli anni seguenti, scrive MF, hanno però compromesso i rapporti con il Banco Popolare, portando alla risoluzione del rapporto. Nel dettaglio l’operazione doveva essere finanziata con un contratto di leasing dall’importo complessivo di un centinaio di milioni erogato dalla ex Banca Italease e oggetto di ristrutturazione nel 2010. Il braccio di ferro tra il debitore e la banca veronese si è prolungato fino al 2015, quando il contratto è stato risolto in mancanza di accordo.

Peraltro proprio quell’anno, nell’ambito della procedura di concordato preventivo poi bocciata dal Tribunale di Milano, Coppola ha tentato di acquistare l’hotel ma il tentativo è andato a vuoto. Al punto che, nell’agosto di quell’anno, le società Cicerone sarl e Porta Vittoria spa hanno citato in giudizio Release e il Banco, contestando la nullità dell’accordo di ristrutturazione del debito. In quel caso, però, il giudizio si è estinto dopo la dichiarazione di fallimento di Porta Vittoria e solo nel novembre scorso i legali di Coppola sono tornati alla carica, ricalcando sostanzialmente lo schema della prima iniziativa. Nel frattempo, però, il Banco si è fuso con la Popolare di Milano e questa volta in giudizio è stato citato il nuovo gruppo Banco Bpm insieme sempre a Release, la bad bank nata sulle ceneri di Italease.

Nel dettaglio gli avvocati dell’immobiliarista (Matteo Ghisalberti e Marco De Rossi dello studio legale romano Ghisalberti e De Rossi) chiedono di «dichiarare la vigenza dell’originario contratto di locazione finanziaria del 29 novembre 2004 oltre al risarcimento del danno asseritamente patito, quantificato in circa 45 milioni», come spiega la relazione di bilancio di Banco Bpm . Se l’istituto di credito difende le proprie ragioni, si vedrà quale sarà il verdetto della giustizia.

Per certi versi, comunque, la vertenza somiglia a quella avviata nei mesi scorsi sul fallimento di Porta Vittoria. In quel caso Coppola e i suoi legali hanno accusato Banco Bpm di aver avuto un ruolo di direzione e coordinamento sul gruppo, addebiti respinti con forza dalla banca.

red/lus

 

(END) Dow Jones Newswires

March 29, 2018 02:53 ET (06:53 GMT)

LUTERO E IL DILETTEVOLE (NEL CESSO) – IL PADRE DELLA RIFORMA RACCONTA DOVE NACQUERO I SUOI 95 SAGGI: “LO SPIRITO SANTO MI HA ISPIRATO QUANDO ERO SUL GABINETTO” – LA PRIMA TOILETTE DELLA STORIA NACQUE A CRETA, NEL PALAZZO DI CNOSSO – UN BELGA INVENTO’ LA TURCA – MA NEL MONDO CI SONO 2 MILIARDI DI PERSONE SENZA SERVIZI IGIENICI

dagospia.com 31 marzo 2018

luteroLUTERO

Jessica d’ Ercole per la Verità

 

 

Martin Lutero, perennemente costipato, scrisse i suoi 95 saggi seduto sul trono (non è meglio gabinetto?): «Lo Spirito Santo mi ha ispirato questa riforma quando ero sulla cloaca».

 

Ogni mattina ci alziamo dal letto per sederci sul gabinetto. Spesso anche prima del caffè. In media passiamo 106 giorni della nostra vita a fare la pipì. Per defecare, secondo i ricercatori del Georgia institute of technology di Atlanta, bastano 12 secondi. Ma il medico israeliano Dov Sikirov, cronometro alla mano, nel 2003 ne ha calcolati almeno 130.

 

Cleopatra era solita liberarsi in vasi d’ oro ricoperti di velluto.

tazza d'oro cattelanTAZZA D’ORO CATTELAN

Per celebrare il gabinetto, lo scorso anno Maurizio Cattelan ne ha realizzato uno in oro massiccio. Al Guggenheim di New York, in milioni si sono messi in fila pur di provare l’ esperienza unica di espletare i propri bisogni nell’ America (è il titolo dell’ opera).

 

La prima toilette della storia è nata attorno al 1700 avanti Cristo a Creta, nel Palazzo di Cnosso. Per garantire l’ igiene alla regina, i minoici s’ inventarono un sistema di drenaggio con delle tubature di coccio per fare defluire le acque di scarico. Sistemi simili sono stati ritrovati anche nella valle dell’ Indo, e in Egitto.

 

la cloaca maximaUn gabinetto rinvenuto in Cina, all’ interno di una tomba della dinastia Han, (dal 206 avanti Cristo al 24 dopo Cristo) era addirittura dotato di un poggiabraccia. L’ antica Roma contava 144 foricae, enormi stanzoni comuni in cui gli avventori si sedevano l’ uno accanto all’ altro su un lungo asse di marmo, ricoperto di legno e costellato di buchi. Non era prevista una divisione per sesso: indossando tuniche ampie e lunghe, non si rischiava di mostrare parti intime. Per la pulizia, si utilizzava una spugna conficcata su un’ asta.

bagni pubblici ostiakBAGNI PUBBLICI OSTIAK

 

Sotto ai sedili l’ acqua scorreva in continuazione e finiva nella Cloaca Maxima, costruita nel 600 avanti Cristo sotto il regno di Tarquinio Prisco. Con la caduta dell’ impero, i bagni chiusero per mancanza di acqua corrente e in città si usavano dei vasi che, sia di giorno che notte, venivano svuotati direttamente dalle finestre sulla pubblica via.

In Occidente, l’ idea del primo gabinetto moderno venne a Sir John Harington, poeta e figlioccio di battesimo della regina Elisabetta.

 

Lo chiamò Ajax, dal nome del guerriero greco che, però, pronunciato in inglese richiama a jakes, ovvero il pitale. Era una seduta con sotto un vaso e sopra un serbatoio d’ acqua: aprendo una valvola, l’ acqua si scaricava nel vaso e trascinava via, in un pozzo nero, gli escrementi. Tutto per soli 6 scellini e 8 penny. Orgoglioso della sua invenzione, Harrington, noto fra l’ altro per essere stato il primo inglese ad aver tradotto l’ Orlando furioso (1591), invitò i suoi amici a provarla e ne regalò uno anche alla sua madrina, la regina. Tutti però, pur trovando l’ idea geniale, dovettero presto rinunciare ad abbandonarsi a lunghe sedute intime sia per via dei terribili odori che il pozzo nero emanava, sia per il fatto che la regina lo bandì assieme al suo inventore.

bagno a dortmundBAGNO A DORTMUND

 

Harrington la fece infuriare descrivendone uso e funzionamento nel pamphlet Un nuovo discorso di un soggetto vecchio, chiamato La metamorfosi dell’ Ajax (1596). Una volgarità. E, siccome Elisabetta non sopportava la volgarità, cacciò il suo figlioccio dalla corte e il gabinetto finì nel dimenticatoio per quasi due secoli.

 

Fontana, il famoso orinatoio rovesciato firmato R.

Mutt (pseudonimo di Marcel Duchamp) non venne ammesso al Salone degli artisti indipendenti di New York.

Solo Alfred Stieglitz ebbe il coraggio di esporlo nella sua galleria. Di quest’ opera, del 1917, restano solo una fotografia e repliche autorizzate.

L’ opera è andata persa. Altre opere d’ arte realizzate con un gabinetto: La toilette molle, opera in plastica lucida di Claes Oldenburg (1966); Fontana, scultura in bronzo di Sherrie Levine (1991).

 

A Versailles, sotto Luigi XVI, si contavano più di 250 chaises percées, la cosiddetta comoda. Di queste, 208 ricoperte di velluto rosso. Al Gran ballo di Parigi del 1739, per la prima volta le toilette, che allora si chiamavano guarderobes, furono divise da un cartello «pour les hommes» e «pour les femmes».

 

LUTEROLUTERO

Nel 1775 Alexander Cumming, orologiaio di professione, riprese l’ invenzione di Harrington e la migliorò aggiungendoci una continua presenza d’ acqua sul fondo, una valvola scorrevole per eliminare gli escrementi e uno scarico a forma di «s» che impediva agli odori di risalire.

 

Thomas Crapper abbandonò il metallo in favore della ceramica e aggiunse un serbatoio posto sopra alla tazza che, grazie a un sistema di leve e tiranti, scaricava dieci litri d’ acqua nel gabinetto per ripulirlo. Era il 1886.

Non tutti i gabinetti sono uguali. Quello alla turca è un vaso a pavimento che fu inventato da un belga, Bert Vandegeim. Leggenda vuole che per non sporcarsi i pantaloni Vandegeim se li annodava a mo’ di turbante attorno al capo provocando le risa di sua moglie, Prudence, solita prendere in giro il suo «turco». Tuttavia furono i coloni ottomani, qualche secolo più tardi, a bucare il vaso, collegarlo con uno scarico e ad aggiungere il gancio per i pantaloni.

 

La turca, costringendo la persona ad accovacciarsi, offre la posizione più naturale per evacuare. Inoltre consente di prevenire la trasmissione di qualunque malattia.

Scrive Guido Ceronetti in La carta è stanca (1976): «Perché la pulizia e il decoro non crollino miserabilmente in un punto capitale, siano i locali igienici dotati di un bell’ alveolo alla turca, invece che di wc con insidiosi sedili trasmettimorbi. Quante infezioni di meno se li sopprimessimo tutti! E quanta obesità in meno, stitichezza, emorroidi! Il wc è la vergogna degli alberghi, dei treni (i treni!), dei cinematografi, di tutti i luoghi pubblici, e l’ inciviltà di chi li rende con vari espedienti inservibili ha funzione ammonitrice e vendicatrice».

 

bagno futuro a taiwan.BAGNO FUTURO A TAIWAN.

tazza a imbutoIl modello di tazza più diffuso in Italia è quello a imbuto: le feci scompaiono velocemente nell’ acqua e con loro anche gli odori. In Germania, ma anche in Olanda e nei Paesi Bassi, le tazze hanno all’ interno una «mensola» che blocca il deflusso permettendo di osservare le feci. Esistono anche modelli «a visiera», col ripiano un po’ più inclinato, per proteggere terga e parti intime da eventuali schizzi.

In Giappone i gabinetti si chiamano washlet (crasi di wash e toilet), perché oltre a svolgere la normale funzione lavano, asciugano, massaggiano, emanano profumi per celare i cattivi odori ed emettono suoni per coprire i rumori sgradevoli. Il più costoso raggiunge i 10.000 euro.

 

Ancora oggi 2 miliardi di persone non hanno i servizi igienici in casa. La metà di queste espleta i propri bisogni all’ aria aperta. In Italia una pipì per strada può costare anche 5.000 euro di multa.

bagni pubbliciBAGNI PUBBLICIil cesso in piediIL CESSO IN PIEDIcantinetta nel bagnoCANTINETTA NEL BAGNOcesso coi dentiCESSO COI DENTI

 

 

Perché la disuguaglianza fa male alla democrazia

Anna Soci lavoce.info.it 30 marzo 2018

 

L’attuale interesse per la disuguaglianza economica non dipende da motivazioni etiche. Deriva ancora una volta da considerazioni economiche. Dovrebbe invece scaturire da preoccupazioni per possibili evoluzioni non democratiche del sistema politico.

Perché la disuguaglianza è in primo piano

La disuguaglianza non è mai stata al centro della riflessione economica: Anthony Atkinson, il più grande studioso del tema, diceva che per accorgersene è sufficiente guardare agli indici dei libri di testo.
È vero che il pensiero economico si è ampiamente articolato sul tema della distribuzione funzionale del reddito (ovvero, le quote del prodotto che vanno ai fattori produttivi), ma non ha mai dedicato molta attenzione – con le dovute eccezioni, s’intende – alla distribuzione personale del reddito (ovvero, le quote del prodotto che vanno alle persone, singolarmente o in gruppi di convivenza, tipicamente la famiglia): lì si annida, quando si verifica, la disuguaglianza.
Perché mai allora il tema della disuguaglianza economica è diventato ai nostri giorni scottante, e quasi ineludibile, almeno a parole? Due sono le motivazioni.
La prima giace nel dominio della teoria economica. Pur non dimenticando un certo dibattito empirico che invita alla prudenza, pare abbastanza dismesso il ragionamento secondo il quale la disuguaglianza giovi alla crescita. Trova vigore, invece, il suo opposto, ovvero che le nuoccia, in primo luogo attraverso la distruzione di capitale umano. Per molteplici canali, la disuguaglianza economica costituirebbe un ostacolo all’acquisizione di quelle abilità e competenze che oggi vengono richieste, anche per effetto della globalizzazione. Nulla di etico insomma, l’economia rimane ancora “valuefree” – indenne da giudizi di valore – come il manifesto costitutivo dell’economia positiva degli anni Trenta ci ricorda. Ha semplicemente cambiato opinione.
La seconda – non così diffusa tra forze politiche democratiche come dovrebbe – si esplica attraverso un percorso di scienza politica. La grande crisi dell’ultimo decennio e l’eco mediatica di movimenti come Occupy e il suo motto “we are the 99%” hanno portato alla luce che dalla metà degli anni Settanta in poi la disuguaglianza economica nei paesi ricchi e democratici è aumentata a ritmi sostenuti, pur se in modo non uniforme, e che percentuali piccolissime di popolazione possiedono oramai percentuali altissime di reddito (e ricchezza). Dove è il problema, se non nell’etica? No, il problema è politico. La disuguaglianza, infatti, colpisce la democrazia deteriorandone la qualità e può arrivare a danneggiare la tenuta politica di un sistema.

Conseguenze non solo economiche

Pur nelle critiche metodologiche connesse alla difficile relazione tra causalità e correlazione, il lavoro di Richard Wilkinson e Kate Pickett in italiano “La misura dell’anima: perché le disuguaglianze rendono le società più infelici”, ricordato recentemente su lavoce.info da Andrea Ciffolilli – mostra che non sono i paesi meno ricchi, ma quelli più disuguali ad avere i peggiori indicatori relativi a quasi ogni importante aspetto della qualità della vita, spezzando così una robusta lancia a favore della tesi che i problemi sociali non sono causati dalle condizioni di vita materiali.
Così, all’aumentare della disuguaglianza economica aumenta per le fasce svantaggiate della popolazione l’insoddisfazione per la propria posizione economica, il lavoro svilito, i bassi salari, l’impossibilità di mandare i propri figli in buone scuole.
Questa precaria situazione economica facilmente diventa una altrettanto precaria situazione sociale, e può finire col tradursi in una diminuzione della cittadinanza attiva: si legge di meno, si partecipa di meno e si scivola in un gruppo sociale più basso. All’aumentare delle differenze di reddito, le distanze sociali aumentano e si rafforzano le differenze tra gruppi di cittadini; alla fine, quello che identifica questi gruppi è proprio la loro distanza – ribadiscono Wilkinson e Pickett – che può raggiungere proporzioni enormi e portare all’esclusione sociale attraverso accessi sempre più ridotti alla sfera del consumo, della sanità, delle condizioni abitative, dell’istruzione, del mercato del lavoro qualificato, del sistema di reti di relazioni sociali e della mobilità sociale. A mano a mano che si diventa meno informati, meno partecipi e consapevoli, si diventa più deboli politicamente, più facilmente manipolabili o semplicemente più arrabbiati con la politica. Malcontento diffuso, allontanamento degli individui dalla vita sociale e politica, opposizione aperta alla classe dirigente, atteggiamenti di gruppo più violenti, come qualche scomposto movimento di piazza, possono diventare possibili scenari, dentro a spazi della politica vuoti in cui fiorisce una “civile” (civil) ma pur sempre “oligarchia”, come la chiama Jeffrey Winters: una situazione intermedia tra la democrazia e l’oligarchia vera e propria, in cui il potere è centrato sempre di più sugli interessi dei pochi, pur dentro un ambiente ancora democratico; ed è una situazione destinata a rafforzarsi per via della persistenza intergenerazionale degli svantaggi. Ecco perché – senza scomodare l’etica – la disuguaglianza deve interessarci. E molto.

BREVE LEZIONE PER I MONETARIZZATORI SELVAGGI: LA BCE RADDOPPIA GLI ACQUISTI DI TITOLI CONTRO LA TURBOLENZA DEL MERCATO

 scenarieconomici.it 31 marzo 2018

 

Cari amici,

quando mi trovo, sempre più raramente, spero, a discutere su twitter con quelli che sono definiti gli “Euroinomani”, uno dei temi principali è la funzione che i No Euro vorrebbero assegnare ad una rinata Banca Centrale. Il timore di questi fanatici dell’asservimento al feticcio di Francoforte è che una Banca Centrale autonoma, ma coordinata con il Tesoro, verrebbe a stampare denaro come se non ci fosse un domani.

Un atteggiamento che la nostra Banca Centrale non ha mai avuto, neppure quando i governi erano balneari, per cui non si capisce perchè dovrebbe farlo ora. In raltà una banca centrale autonoma farebbe ciò che, attualmente, fa la BCE: regolerebbe le fluttuazioni e le speculazioni sul debito.

Nelle scorse settimane vi è stata una forte turbolenza sui mercati sia azionari sia dei bond, per cui vi è stato un innalzamento nel rendimento dei titoli delle aziende industriali:

 

Allora la BCE è intervenuta comprando i titoli delle aziende industriali sotto il programma CSPP, praticamente raddoppiandone gli acquisti e portandoli a 2,2 miliardi, solo nell’ultima settimana.

Un più 55% degli acquisti di titoli delle aziende industriali, per contenerne i rendimenti , il tutto mentre l’attivo della BCE non sta , sicuramente, calando.

Ora qualcuno dirà: ma qusto lo fa la BCE, non ci serve una BC italiana. Sbagliato, e di grosso perchè:

  • la BCE lavora a livello macro, europeo, non può lavorare a livello di singoli stati, per cui lo spread fra uno stato e l’altro può crescere senza che lei possa intervenire;
  • spread notevoli fra i diversi stati sono all’ordine del giorno , dato che le strutture economico-finanziarie sono eterogenee;
  • la BCE non opera pr ridurre gli spread sui titoli di stato. Gli acquisti del QE non sono stati in accodo con l’offerta degli stessi, ma in percentuale del PIL dei singoli paesi, per cui si sono acquistati molti più Bund tedeschi che BTP italiani, nonostante sarebbe stato necessario fare l’esatto contrario.

Insomma la BCE non potrà mai svolgere le funzioni di una BC nazionale per :

  • incapacità di adattarsi alle necessità  e specificità delle singole nazioni;
  • vincoli istituzionali che la rendono incapace di svolgere una funzione stabilizzatrice  all’interno dell’unione. Lo statuto BCE è stato scritto in modo che il suo operare venga a rendere più forti, non più deboli, le discrasie nell’Unione.

Quindi una BC italiana non sarebbe una “Pressa pazza” alla Giannino , ma semplicemente un operatore stabilizzante dedicato esclusivamente al nostro sistema economico.

SCENARIO/ Claudio Martelli: su Di Maio e Salvini l’ombra di Draghi

Secondo l’ex ministro CLAUDIO MARTELLI, “più difficile un accordo tra M5s e Pd: in Parlamento hanno numeri troppo risicati”. E i dem devono fare i conti con Renzi, “l’eroico ingombro”

Mario Draghi (LaPresse)Mario Draghi (LaPresse)

“Un ‘patto della staffetta’ tra Lega e M5s come tra Dc e Psi nel 1987? Difficile a dirsi e a farsi, anche perché, stando alle dichiarazioni di Bettino Craxi, quel patto non c’è mai stato. Anzi, è stato motivo di litigi che hanno portato a elezioni anticipate”. Claudio Martelli, uno dei protagonisti di quella stagione politica, non crede alla fattibilità di questa soluzione. Reputa difficile anche “immaginare un governo guidato da un premier di alto profilo con Salvini e Di Maio nel ruolo di vice: bisognerebbe trovare una figura politica autorevole, gradita e superiore a entrambi. Molto difficile”. E sul Pd che ha deciso di stare sull’Aventino, secondo Martelli il problema dei dem è Matteo Renzi, “l’eroico ingombro che impedisce al partito di rinnovarsi”.

Partiamo dal “patto della staffetta”, come nel 1987 tra Dc e Psi. Ieri ne ha parlato Paolo Becchi in un’intervista al Sussidiario e a questa possibilità ha fatto cenno anche il giornalista Mario Sechi. Secondo lei, è uno scenario fattibile?

Che si possa arrivare a un cosiddetto “patto della staffetta” è previsione difficile a dirsi e a farsi. Oltre tutto, stando alle dichiarazioni di Bettino Craxi, quel patto non c’è mai stato. E se qualcun altro affermava il contrario, ciò è stato occasione di litigio, tanto che si arrivò a elezioni anticipate. Piuttosto, se proprio di patto della staffetta vogliamo parlare, dobbiamo riferirci ad altri precedenti storici, per esempio ai consoli romani.

Salvini e Di Maio sono destinati a trovare un accordo?

Beh, in fondo è di questo che si parla in questi giorni di trattative e di incontri. Non riesco, però, a capire se Di Maio ha un atteggiamento puerile, del tipo “ho vinto io, devo governare io, altrimenti è un attentato alla democrazia”, oppure si comporta come si comporta perché non vuole fare il presidente del Consiglio. Ha un approccio troppo respingente.

E Salvini?

Il leader della Lega ha mostrato un comportamento più equilibrato, più flessibile. Ha detto solo un “no” netto a qualsiasi apertura verso il Pd. Ma era inevitabile: è un atto di coerenza con la campagna elettorale che ha condotto e con la sua storia politica, visto che si è sempre dichiarato avversario del Pd e del “patto del Nazareno”.

Si arrivasse a un accordo, e a un eventuale governo M5s-Lega, su alcune questioni cruciali potrebbero aprirsi scenari, e problemi, inediti. A cominciare dall’atlantismo. Non crede?

In effetti questo è uno dei nodi più spinosi. Non vedo differenze di vedute tra Salvini e Di Maio su questo punto, entrambi hanno difficoltà a rapportarsi con un insieme di relazioni ormai consolidate, ampie. Pensi solo al fatto che pochi giorni dopo essersi accreditato agli occhi di Bannon quale interlocutore privilegiato di Trump, alla prima occasione, cioè di fronte al caso delle spie russe, Salvini non ha esitato a scegliere di stare dalla parte di Putin. Neppure l’affinità populista con Trump lo ha reso più cauto. Secondo me, la strategia del leader della Lega resta lepenista, contraria cioè a qualsiasi entità sovranazionale, del tipo Unione europea o Nato, istituzioni avvertite come limiti al nazionalismo e al sovranismo.

È anche per questo motivo che l’Europa ci tiene sotto osservazione?

Che siamo nel mirino della Ue è abbastanza scontato. Ma penso che il grande limite, il grande rischio dei sovranisti è il fatto che sovranismo chiama sovranismo. A quel punto, tutti arroccati attorno al proprio particolare, che accordi si trovano sulle questioni da affrontare? Tutto si complica, a causa di queste chiusure e di questa rigidità. I nazionalismi sempre, prima o poi, degenerano in guerre, non tanto quelle combattute con le armi, ma guerre commerciali, con introduzione di dazi o con manifestazioni unilaterali di forza, che non giovano a nessuno, anzi.

Anche il debito pubblico spaventa l’Europa e le ricette di Lega e M5s portano dritti a un aumento di deficit, di spesa pubblica. Non c’è il rischio di tornare, presto, sotto procedura d’infrazione?

La preoccupazione sul deficit è giustificata, perché più deficit porta più debito. È una regola che si tende a trascurare. Anche Renzi, spesso, se la dimenticava.

Un’altra possibile soluzione per arrivare a un possibile accordo per la formazione del governo è affidare l’incarico a una figura di alto profilo, con Salvini e Di Maio nel ruolo di vice. Una strada praticabile?

Sì, in linea teorica, può essere una possibile soluzione. Ma il problema è trovare una personalità gradita e superiore a entrambi, una figura neutrale e autorevole. Non so quanti giocatori siano candidabili a quel ruolo guardando alla panchina delle riserve della Repubblica. Una volta si faceva ricorso ai governatori della Banca d’Italia…

Ma Lega e M5s non vogliono figure tecniche nei loro governi…

Appunto. Trovare un politico sopra le parti è ancora più complicato.

Sulla strada della possibile alleanza Lega-M5s c’è un ostacolo ingombrante: Silvio Berlusconi. I 5 Stelle non lo vogliono, Salvini lo difende in quanto alleato nella coalizione di centrodestra. Si può mettere da parte una figura come Berlusconi, e Berlusconi si lascerà mettere da parte, dopo che il 4 marzo ha comunque raccolto ancora il 14 per cento dei voti?

Di più. Perché bisogna aggiungere anche l’1,2 per cento di Noi con l’Italia, la “quarta gamba” della coalizione. Se ben ricorda, Salvini non voleva i centristi, è stato Berlusconi a imporli. Quindi oggi Berlusconi vale più del 16 per cento e oltretutto al Senato Forza Italia ha un senatore in più della Lega.

Resta il fatto che Di Maio e l’elettorato in blocco del M5s sono irremovibili: mai con Berlusconi. Come se ne può uscire?

Su questo punto Di Maio va a sbattere. Ma penso che la pregiudiziale cadrà se al leader pentastellato verrà offerto l’incarico di formare il governo. Anche perché, come hanno dimostrato le elezioni di presidenti e vicepresidenti di Camera e Senato, i 5 Stelle non hanno preclusioni verso Forza Italia, il partito di Berlusconi.

Martedì inizieranno le consultazioni al Colle con il capo dello Stato. Saranno lunghe e complesse?

Lunghe non credo. Sulla complessità, peserà invece una certa rigidità complessiva. Solo il centrodestra ha finora dato prova di flessibilità. Il M5s è rigido e tale è anche il Pd nel suo concepirsi solo all’opposizione.

A proposito di Pd, come giudica la scelta del partito di ritirarsi, in questa fase, come sull’Aventino?

Il problema del Pd è che sono alle prese con quello che una volta chiamavamo “l’eroico ingombro”, espressione utilizzata per indicare qualcuno o qualcosa che impediva il cambiamento. L’eroico ingombro dell’attuale Pd si chiama Matteo Renzi. Parafrasando il titolo di un romanzo di Philip Roth, Renzi è “il fantasma che non vuole uscire di scena”. Ma quale battaglia vuole ancora perdere? A parte le Europee del 2014, per il resto ha inanellato una sconfitta dietro l’altra. Il Pd come fa a rinnovarsi se tiene, oltretutto dietro le quinte, Renzi che continua a farla da padrone? I dem devono smetterla di obbedire a un capo che si è dimesso, che è stato disarcionato. E Renzi perché si ostina a restare? Così facendo non solo getta un’ombra anche sulle cose buone che ha fatto, ma condiziona la vita del partito. Meglio farsi da parte.

Intanto c’è anche chi lavora per portare il partito al tavolo con Di Maio. Potrebbe nascere un’alleanza M5s-Pd?

La vera trattativa in fase avanzata è quella tra Lega e M5s. Qualora ci fosse anche la disponibilità del Pd a trattare con i grillini, non è detto che sull’altro fronte ci sia la stessa apertura. E poi in Parlamento quest’alleanza potrebbe contare su numeri troppo risicati.

(Marco Biscella)

SPY FINANZA/ Gli affari delle élite nascosti all’opinione pubblica

Per evitare di dover raccontare una realtà che le vedrebbe colpevoli di una nuova ondata di crisi, le élites generano nuovi mostri da vendere all’opinione pubblica, dice MAURO BOTTARELLI

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Questo articolo è l’ideale prosecuzione di quello pubblicato ieri. Perché, infatti, il potere sente la necessità di dissimulare la realtà, creandone una parallela attraverso gli allarmi, la paura, l’ansia collettiva, le false notizie? Semplice, per evitare la reazione della cosiddetta e un po’ mitologica opinione pubblica: sia essa a livello elettorale che di sollevazione violenta che di disobbedienza civile. O, peggio, economica. Ovvero, una messa in discussione radicale del modello imperante. Non so quanti di voi abbiano visto il film Fight club, se non lo avete fatto vi invito a porre rimedio. In una delle scene iniziali, i due protagonisti si incontrano fortuitamente – poi si scoprirà che non vi è nulla di fortuito nel loro rapporto – in aereo, essendo vicini di posto. Parlano delle disposizioni di sicurezza, guardando il libretto che si trova nel sedile di fronte e Brad Pitt chiede a Edward Norton se sappia perché sui velivoli vi siano le maschere per l’ossigeno: «Per respirare», risponde quest’ultimo. «L’ossigeno ti fa sballare», lo corregge Pitt, parlando di un meccanismo più che consolidato: «In un’emergenza catastrofica, uno fa grandi respiri di paura, a un tratto diventi euforico, docile, accetti il tuo destino». Qui trovate la scena di cui parlo, tratta da YouTube. 

Cosa c’entra tutto questo con la realtà che stiamo vivendo? Anzi, che ci apprestiamo a vivere? È la medesima cosa: per evitare di dover raccontare una realtà che le vedrebbe colpevoli di una seconda ondata di crisi e ulteriore impoverimento globale, le élites generano nuovi mostri da vendere all’opinione pubblica, somministrando loro in contemporanea l’ossigeno della paura ansiogena alimentato dai media. A quel punto, nessuno più guarderà al livello di indebitamento globale pubblico+privato, alla bolla che grava su Wall Street, al potenziale distruttivo di un rialzo dei tassi reali dopo anni di Qe generalizzato, alla precarizzazione di massa, all’intelligenza artificiale, all’automazione e alla robotica, al falso problema dell’inflazione strutturale a fronte di dinamiche salariali che hanno generato, dal 2008 in poi, una devastante e progressiva proletarizzazione di massa del ceto medio a livello globale, Usa di Barack Obama in testa. 

Volete un esempio di quanto sto dicendo? Guardate questi grafici: quanta gente al mondo è conscia di questa situazione? Ovvero che mentre tutti i tg parlano delle magnifiche sorti e progressive del mercato equities, ancora una volta la cosiddetta smart money sta disfandosi di titoli azionari che rivende felice e al massimo delle quotazioni al parco buoi, anch’esso felicissimo perché non conscio dell’ennesima tosatura che lo aspetta? E guardate il secondo grafico, ci mostra come i bonus pagati a Wall Street siano tornati ai livelli record, saliti ulteriormente del 17% nell’ultimo anno a 184.220 dollari di media. E guardate i redditi dei cittadini comuni, del parco buoi cui quella gente sta vendendo la sua carta da parati, gonfiata nel prezzo da anni e anni di buybacks resi possibili dai tassi a zero della Fed che facilitava emissioni obbligazionarie di massa per finanziarli. 

Nel 2016, il bonus medio era di 158mila dollari contro il reddito medio dei comuni mortali statunitensi di poco più di 59mila dollari. E se la storia dovrebbe insegnarci qualcosa, come ci mostrano questi altri due grafici relativi a correlazioni fra indici (e tragici epiloghi), 

 

questi altri grafici svelano quello che è il segreto meglio mantenuto e nascosto dalle élites, grazie al loro impianto disinformativo e a quell’arma di distrazione di massa che è la paura collettiva: la discrepanza fra realtà e speranza economica non è mai stata così ampia. Viviamo nel mondo parallelo che i media ci dipingono e raccontano (speranza), ma che non corrisponde alla realtà dei numeri, quella drammatica e dissimulata, quella con cui dovremo fare i conti a breve. Esattamente come accadde nel fall-out socio-economico del 2008, quando tutti pensarono a uno shock legato al fallimento Lehman Brothers che coinvolgesse solo la finanza, dovendo a breve ricredersi dolorosamente e pagando di tasca propria una parte (quella sostanziale, oltretutto) del conto sotto forma di disoccupazione, pignoramenti, prosciugamento del credito ed esclusione dal suo ciclo di trasmissione (vedi le banche che chiudono rubinetti, prestiti, fidi, mutui e quasi si vengono a riprendere anche agende e calendari regalati a Natale), esclusione sociale. 

 

Certo, ci sono i farmaci oppiodi a dare una mano nell’accettazione quotidiana della realtà, ma capite da soli che siamo a livelli davvero degni di un romanzo distopico. Ma se volete davvero capire cosa serve oscurare agli occhi dei cittadini, mettendo in campo di tutto, dall’atomica nordcoreana al Russiagate fino alle spie avvelenate e ai dazi per rendere ancora grande l’America, guardate questo grafico e avrete la realtà davanti agli occhi: mette in correlazione quella che possiamo tranquillamente definire la mina antiuomo all’idrogeno creata dalla Fed negli anni di espansione monetaria e monetizzazione del debito. 

Quelle linee così divergenti, sia nel recente passato che in prospettiva nel prossimo futuro, rappresentano l’una (quella verde) il tasso di default presente e proiettato nel futuro degli emittenti obbligazionari ad alto rendimento, mentre quella gialla il debito come percentuale del Pil nominale statunitense: siamo alle sperimentazioni di Frankenstein allo stato puro, non esiste più alcuna correlazione diretta fra indebitamento e ciclo di default delle aziende americane non finanziarie che hanno generato quello stesso debito negli anni. Perché? Semplice, finora ha tenuto tutto a galla la Fed con il Qe e le sue varie derivazioni/degenerazioni, ma adesso che i tassi stanno salendo, cosa accadrà? L’aumento del Libor, ovvero delle condizioni di stress bancario nel finanziamento in dollari, è il canarino nella miniera di questa bomba pronta a esplodere? 

Perché c’è poco fa fare, anche volendo ontologicamente ignorare la teoria dei cicli economici: se la Fed smette di tamponare la situazione, qualcuno quel debito deve non solo onorarlo, ma pagarci anche gli interessi sopra. Sono in grado le corporations non finanziarie Usa di fare questo? E quelle dei Paesi emergenti? E i governi di quelle nazioni? No, altrimenti Donald Trump non si sarebbe inventato dalla sera alla mattina la politica dei dazi e non avrebbe attaccato frontalmente Amazon in difesa del commercio tradizionale, strozzato dal dumping ben più letale di quello dell’acciaio cinese del gigante delle-commerce. E gli Usa, piaccia o meno, vedono il loro Pil composto al 70% ancora dai consumi personali: se il trend delle vendite al dettaglio cala e il tasso di risparmio ci mostra un calo delle spese per consumi personali, dinamica che stiamo vivendo proprio ora e da ormai parecchi trimestri (fatti salvi periodi come Natale od occasioni come il Black Friday), come si potrà evitare una netta, drammatica e drastica inversione di trend di quella linea verde del grafico, al netto di grandi catene e centri commerciali che già oggi – con la Fed di fatto ancora nel guado – chiudono decine e decine di punti vendite, tanto che i fallimenti e i licenziamenti correlati già annunciati per quest’anno fanno il paio con il drammatico 2009 post-Lehman? 

I tg e i giornali parlano di questo? No. In compenso, ci regalano dettagli sempre più spaventosi della risorgente minaccia terroristica, addirittura progetti di decapitazioni e mutilazione dei genitali degli infedeli occidentali: così, mentre qualcuno sta già operando nelle tue parti basse a livello economico e di qualità ormai devastata della vita (il livello di indebitamento per credito al consumo, specialmente l’acquisto di auto nuove e usate e per mutui scolastici negli Usa sta sfondando un record storico al mese, un trend ormai insostenibile anche per la fascia più alta della fu middle class), tu non te ne preoccupi, perché temi il jihadista di turno nascosto in cantina o nel vaso di fiori. Quando ti accorgerai della sciarada in atto, purtroppo sarà tardi. Insomma, mentre voi fate grandi respiri di paura indotta (e, per la maggior parte dei casi, immotivata), altrove si creano le condizioni per non pagare il prezzo delle proprie scelte criminali in campo economico, monetario e fiscale. E, anzi, scaricarle un’altra volta sull’opinione pubblica, fatta principalmente di consumatori, correntisti, risparmiatori, acquirenti e detentori di titoli azionari e obbligazionari. Quindi, vi vendono titoli azionari gonfiati perché siate voi i primi sulla linea del fuoco della valanga, quando si staccherà oppure vi diranno che qualche retrogrado barbuto vuole evirarvi in nome di Allah, in modo che non vediate come i primi che puntano a quell’operazione così drastica sul vostro apparato genitale sono proprio i percettori dei bonus che avete visto nel grafico su Wall Street: il tutto, mentre i salari della stragrande maggioranza dei lavoratori Usa restano al palo, mentre sale drasticamente il loro indebitamento e il sempre più ingestibile servizio dello stesso tramite interessi, rate, rid bancari, insolvenze e meraviglie assortite del consumo a tutti i costi. 

Perché è comodo, comodissimo farvi aver paura di Daesh o della Corea del Nord o della Russia. Primo, non pensate ai problemi reali (e se vi azzardate a continuare a farlo, vi imbottiscono di farmaci antidolorifici all’oppio, droghe o alcool, acquistabili non a caso anche con i food stamps, i sussidi alimentari federali, così come le sigarette, visto che la voce principale del Pil Usa negli ultimi trimestri rimangono le spese obbligatorie legate a Obamacare, ovvero la spesa sanitaria) e, secondo, spendete una fortuna in armamenti e difesa per scongiurare quelle minacce. 

Sapete quanto ha appena deciso di spendere la Polonia in chiave anti-russa? Un contratto da 4,75 miliardi di dollari per ammodernare l’hardware militare, lo stanziamento più grande di sempre. Indovinate un po’ chi fornirà quelle armi e quell’equipaggiamento a Varsavia? E come mai gli Usa hanno chiuso il consolato russo a Seattle e non a New York o Los Angeles, città e avamposti diplomatici ben più strategici? Perché era troppo vicino alla fabbrica e al quartier generale operativo della Boeing, la gallina delle uova d’oro del warfare. Svegliatevi, prima che sia troppo tardi. Essere sopravvissuti, in qualche modo, al 2008, non garantisce il medesimo epilogo quando finirà l’Eldorado garantito finora dalle Banche centrali. E lo stesso ragionamento vale per il Giappone, dove ieri i dati macro hanno parlato di prospettive inflazionistiche in calo e disoccupazione in aumento, casualmente: è bastato parlare blandamente e ipoteticamente di exit strategy dall’Abenomics da mettere sul tavolo alla riunione del board della Bank of Japan dell’aprile 2019 (non dopodomani) e il panico sottotraccia – questa volta per una ragione reale e seria – è stato tale da far invertire i dati macro, dopo trimestri di miracolo nipponico. Tu guarda le coincidenze! E la Bce con l’eurozona, settore obbligazionario corporate in testa, non fanno eccezione. 

Ma se preferite, continuate pure a fare grandi (e vanamente tranquillizzanti, un po’ come gli antidolorifici che stanno facendo strage di overdosi in Usa) respiri di paura. 

DON TORTA SU VENETO BANCA: «LA MAFIA A SOSTEGNO DEL POTERE»

Don Enrico Torta torna a parlare delle banche venete: «la giustizia non tutela i risparmiatori truffati, dice, Stato in mano ai poteri forti sostenuti dalle mafie», conclude sempre il parroco che invita i risparmiatori aa non mollare la presa. L’intervista L’intervento a gamba tesa e senza mezze misure del parroco veneziano dopo la notizia dell’incompetenza territoriale della Procura di Roma in merito al crac Veneto Banca a tre anni dalle perquisizioni che videro l’avvio dell’inchiesta romana su Veneto Banca, ora con lo spostamento del processo a Treviso si ripartirà praticamente da zero con il rischio prescrizione in agguato “La Banca d’Italia e la Consob dovevano difendere i risparmiatori, è gravissimo nessuno abbia vigilato anche su di loro ”, conclude il parroco inneggiando alla prosecuzione della lotta

reteveneta.it 28 marzo 2018