Nava, neo presidente della Consob: “Le regole europee hanno evitato il peggio per le banche italiane”

Lascia Bruxelles dopo 20 anni alla Commissione europea: «Non sono un banchiere e i banchieri probabilmente mi odiano»

«I regolatori hanno fatto un favore alle banche, perché le abbiamo disciplinate. Se non fossimo intervenuti noi, lo avrebbero fatti i mercati chiedendo di più». Mario Nava, il capo della direzione generale per la Stabilità finanziaria e dei mercati dei capitali (Fisma), si appresta a lasciare Bruxelles dopo vent’anni di servizio nella Commissione europea sapendo di aver contribuito al salvataggio dell’Europa. Un risultato non facile da raggiungere, e scontato non per tutti, soprattutto quando nel bel mezzo della tempesta che dal 2008 si è abbattuta sull’Unione europea e i suoi membri con la moneta unica le turbolenze dei mercati hanno mostrato come fossero in tanti a scommettere che il vecchio continente avrebbe rivissuto le esperienze della grande depressione. Con l’arrivo della Pasqua l’alto funzionario comunitario di lungo corso inizierà la sua nuova vita di presidente dell’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari (Consob), col compito di aiutare l’Italia a rispettare le nuove regole che ha contribuito a forgiare. 

In Commissione europea dal 1994, ha lavorato ai dossier economici più importanti sotto quattro presidenti (Jacques Santer, Romano Prodi, José Manuel Barroso e Jean Claude Juncker), riscrivendo le regole del gioco bancario europeo. La direttiva sui requisiti di capitale per le banche (nota come Crd4) e la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (Brrd) portano la sua firma, così come il provvedimento che ha rotto il circolo vizioso tra crisi bancarie e debito sovrano. Le prime due normative hanno posto tetti ai bonus dei banchieri, imposto nuove riserve di capitale e la predisposizioni di piani di risanamento da aggiornare ogni anno, la terza ha gli azionisti della banca saranno i primi a farsi carico dei costi di un’eventuale risoluzione. E’ il regime più noto come «bail-in», in netta contrapposizione a quello di «bail-out» che prevedeva il ricorso di intervento diretto statale, uno dei motivi che ha contribuito a trascinare l’Europa e la sua moneta unica nel vortice della crisi. 

Per il suo lavoro svolto, che qualcuno definisce «epocale», si è ritagliato uno spazio tra i 35 grandi nomi della finanza contenuti nel libro Banchieri (edizioni Aragno). Un riconoscimento che lascia il diretto interessato quasi sorpreso. «Non sono banchiere, e i banchieri probabilmente mi odiano…», dice riferendosi alle regole europee che ha scritto in veste di capo di Fisma, e con cui ha circoscritto il potere di una parte degli attori del mondo finanziario. «Abbiamo avuto degli anni in cui la regolazione era semplice, in cui non succedeva niente», ragiona in occasione della presentazione del libro a Bruxelles. «Poi è successo il 2007 e il 2008», gli anni in cui rispettivamente Bnp Paribas ha sospeso il rimborso di tre suoi fondi per l’eccessiva esposizione ai mutui subprime e in cui è fallita Lehman Brothers. E’ l’inizio della crisi, che tra il 2010 e il 2011 in Europa si propaga dalla finanza privata a quella pubblica. «Allora abbiamo aumentato le norme di circa cinque volte».  

 

Il capo di Fisma e prossimo numero uno di Consob andrà via dalla capitale dell’Ue consapevole di aver contribuito a evitare il peggio. Ma prima di svestire i panni di una vita, invita tutti a fare ciascuno la propria parte. Perchè le misure prese a livello europeo potranno essere anche epocali, a patto che le azioni a livello nazionali siano tempestive. La proposta della Commissione del provvedimento che ha istituito il regime di bail-in, «che esce dai miei uffici», è del giugno 2013, è stata approvata a marzo 2014 dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo, approvata dall’Aula ad aprile, ed è entrata in vigore venti mesi dopo. «Se in quei venti mesi si fosse fatto qualcosa si avrebbe della credibilità, ma se dopo venti mesi non si è fatto niente, non si possono chiedere altri venti mesi» di tempo. 

Nava saluta la platea svelando un piccolo segreto alla base della sua carriera. «Il mio contributo è cercare di capire cosa si impara dagli episodi». La crisi è stato un episodio amaramente istruttivo, che è servito comunque a mettere l’Europa al riparo e al sicuro. «Quello che ha salvato il sistema finanziario è stata la presa di coscienza collettiva di prendere decisioni rapide e compiere un’opera correttiva». Nava ha contribuito a dare forma a quest’opera, tutt’altro che semplice, ma capace di far ricredere i mercati e quanti avevano preso a scommettere sulla disintegrazione europea. Il risultato finale è stata ancor più integrazione. Lascia quindi con la coscienza a posto. E con una promessa. «Conto di tornare a Bruxelles». 

EMANUELE BONINI LA STAMPA

UN MINCIONE CHE GRAFFIA CARIGE – ESCLUSO DAL CDA, IL FINANZIERE VUOLE SFERRARE L’ATTACCO A MALACALZA. SI È ALLEATO CON ALTRI FONDI CHE, IN MODO DISCRETO, HANNO APPROFITTATO DEL PREZZO BASSO DELLE AZIONI DELLA BANCA E OGGI POTREBBERO PORTARE IL FRONTE RIBELLE VICINO AL 30%

Gilda Ferrari per la Stampa

 

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

La mossa è dirompente e lo scopo, in fin dei conti, è mandare in frantumi l’ attuale equilibrio. Raffaele Mincione è intenzionato a mettere sotto assedio il consiglio di amministrazione di Banca Carige e soprattutto, l’ azionista di riferimento, Vittorio Malacalza.

 

Il “piano B”, secondo quanto è possibile a ricostruire, è un attacco diretto, dopo la richiesta del finanziare romano di poter entrare nella governance dell’ istituto genovese con la lettera spedita al presidente Giuseppe Tesauro. Il progetto di Mincione, confermato da fonti di Radiocor Plus, prevede la revoca e il rinnovo del consiglio di amministrazione attraverso un’ assemblea straordinaria nel caso in cui la richiesta recapitata a Tesauro non fosse presa in considerazione. La strategia ha già tempi stabiliti e dovrebbe concretizzarsi dopo il 29 marzo, successivamente cioè alla riunione dei soci già stabilita: non ci sarebbe infatti il tempo tecnico per presentare le liste.

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

 

Le alleanze

Mincione, terzo azionista, è titolare del 5,4% di Banca Carige: una percentuale superiore a quella di molti soci che oggi sono rappresentati nel Cda e che sono progressivamente scesi (è il caso di Aldo Spinelli e della Fondazione). Il peso non è però sufficiente per condurre la guerra a Malacalza.

 

raffaele mincioneRAFFAELE MINCIONE

Per questo nella strategia viene data importanza all’ alleanza con altri fondi che, in modo discreto, hanno approfittato del prezzo basso delle azioni della banca e oggi potrebbero portare il fronte ribelle vicino al 30%. Con questa forza Mincione potrebbe scardinare il Cda che oggi è espressione a larga maggioranza di Malacalza. Gli alleati sarebbero fondi legati all’ Italia, ma comprendono anche investitori istituzionali internazionali disponibili ad appoggiare la mossa del finanziere.

 

E se Malacalza dovesse salire sino al 28% come autorizzato dalla Bce (oggi è al 20%, l’ imprenditore ha preso tempo «fino a giugno» per decidere), l’ ago della bilancia diventerebbe il secondo socio di Carige. Gabriele Volpi oggi è al 9% delle quote e potrebbe decidere così le sorti dell’ assalto alla governance di Carige. I fondi sono animati da diversi interessi, compreso quello di una prospettiva di aggregazione dell’ Istituto persino nel breve periodo.

vittorio malacalzaVITTORIO MALACALZA

 

Il rischio Opa

La richiesta di un’ assemblea straordinaria sarà motivata con un punto all’ ordine del giorno che metterà in chiaro la revoca del consiglio e contestualmente la sua nomina. I tempi per accelerare e sviluppare questa mossa nell’ assemblea del 29 non ci sono, ma Mincione non intende aspettare la scadenza del mandato del cda della Banca che è prevista con l’ approvazione del bilancio 2018 e quindi verosimilmente per la primavera del 2019. L’ investimento di Capital Investment Trust è stato pari a 22,5 milioni di euro, mentre molti dei soci si sono diluiti per effetto dell’ aumento di capitale. C’ è già, intanto, chi paventa la possibilità di un’ Opa obbligatoria nel caso in cui l’ azione di Mincione dovesse attirare un’ adesione così alta da parte degli investitori.dagospia.com

 

 

gabriele volpi1GABRIELE VOLPI1

Corte dei Conti, condanne “salate”

Nel 2017 il risarcimento chiesto dai magistrati contabili ha superato i 13 milioni di euro. Ma spesso è difficile recuperare le somme. Il pg Astegiano: “Non sempre le amministrazioni interessate denunciano”. Fari puntati sulle spese sanitarie: “Investimenti in calo”

Triplicano gli importi delle condanne stabilite dalla Corte dei Conti nel 2017 rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dalla relazione della presidente Cinthia Pinottidurante l’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile piemontese alla Scuola di Applicazione. La sezione giurisdizionale ha emesso condanne per un importo complessivo di 13.572.614,27 euro, “un incremento pari al 148,31 per cento rispetto agli importi delle sentenze di condanna relative al 2016” scrive Pinotti.

Sono dodici le sentenze di condanna eseguite nei dodici mesi appena passati con il relativo incasso delle somme, mentre “in relazione a tutte le altre è iniziata la procedura di recupero”, spiega il procuratore regionale Giancarlo Astegiano nella sua relazione. Per la precisione, nel 2017 sono stati recuperati 986.214,33 euro e nel corso del 2018 si è già raggiunta la somma di 612.313 euro. Queste operazione non è sempre facile, spesso serve l’intervento della Guardia di finanza per effettuare delle verifiche sui patrimoni dei condannati. “In questo modo nel 2017 è stata individuata una situazione nella quale il debitore aveva alienato beni immobili dopo l’inizio del giudizio e quindi si è potuta attivare tempestivamente l’azione revocatoria”, continua Astegiano. In un altro caso sono stati ipotecati gli immobili. I magistrati sono consapevoli che le somme recuperate sono inferiori a quelle delle condanne: “Non è causata da inerzia – scrive il procuratore – ma dal fatto che alcuni danni, anche di importo elevato, sono causati da soggetti che non dispongono di patrimonio mobiliare o immobiliare sufficiente”.

“Non sempre le amministrazioni interessate denunciano”, ha ammonito Astegiano ricordando che “gli illeciti di finanza pubblica sono perseguibili solamente se si attiva un circuito virtuoso fra dirigenti pubblici, titolari di posizioni di controllo che hanno il dovere e l’onere di segnalare fatti pregiudizievoli”. Invece molte sono le denunce arrivate dai consiglieri di opposizione dei piccoli comuni dove non ci sono strumenti di controllo interno: “Fenomeno rivelatore di un disagio che dovrebbe essere affrontato dal legislatore”.

Sulle difficoltà nella riscossione la presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati, Michela Malerba ha ricordato che, secondo la riforma del 2016, questa pratica “resta in mano alle stesse Pubbliche Amministrazioni danneggiate, dove lavorano i dipendenti, i dirigenti e  gli amministratori infedeli”. Questo provoca, secondo lei, “un conflitto di interessi”: “Quando l’autore del danno condannato dalla Corte dei Conti è un dipendente, magari con un ruolo dirigenziale, la riscossione non rientra tra le priorità dell’ente, anche per il circolo vizioso che si crea dal momento che le Pubbliche Amministrazioni nelle quali più facilmente si annidano i danni erariali, sono generalmente quelle meno efficienti e trasparenti”.

CAPITOLO SANITA’ – Fari accesi sul settore sanitario, che “costituisce il 74% dell’intera spesa regionale”, ha ricordato la presidente della sezione di controllo Maria Teresa Polito. L’attenzione dei magistrati contabili è ristata alta anche perché nel 2017 sono aumentate le denunce delle Aziende sanitarie e ospedaliere per i risarcimenti a terzi (337 nel 2017, 215 nel 2016, 178 nel 2015) e il numero di processi su questo ambito è rimasto elevato (16 citazioni in giudizio su 49, due in più rispetto all’anno precedente, e 267 fascicoli archiviati). Sulla base di questo osservatorio particolare il procuratore Astegiano ha evidenziato “l’assenza per molti anni di una reale e prospettica programmazione in ordine alla ristrutturazione, riorganizzazione e realizzazione di nuovi presidi ospedalieri”. Questa mancanza “ha comportato scelte episodiche, non sempre lungimiranti, che, comunque, hanno provocato la inutile dispersione di risorse pubbliche”, come ad esempio le spese per ristrutturare ospedali poi dismessi a scapito di altri ben funzionanti ma ormai vecchi, “senza dimenticare che è in corso da molti anni la costruzione di alcuni presidi ospedalieri, programmati e iniziati nei primi anni duemila e ancora oggi, lontani dall’essere ultimati, con aggravio non solo dei tempi ma, anche, dei costi di realizzazione e di entrata in funzione”. Per questo il magistrato ritiene “auspicabile che i nuovi e significativi interventi nell’edilizia sanitaria, attualmente previsti, vengano ben ponderati, progettati e finanziati, così da essere realizzati e utilizzati nei tempi previsti”. Un messaggio, quindi, alle amministrazioni che può essere utile nelle valutazioni per il Parco della Salute di Torino e la Città della Salute di Novara.

Sul tema degli investimenti la presidente della sezione di controllo ha fornito qualche cifra: “Ha subito un forte rallentamento anche nel 2016 passando da un valore di 39 milioni di euro del 2015 a 24,4 milioni di euro nel 2016”. Una frazione bassa rispetto al totale della spesa regionale degli investimenti, passata da 227 milioni del 2015 ai 615 dell’anno successivo: “Gli investimenti in sanità si riducono in termini percentuali attestandosi al 4 per cento”.

Positiva, invece, secondo la presidente Polito, la conclusione del piano di rientro. Migliorano inoltre i tempi nel “tasso di tempestività dei pagamenti dei fornitori”, ma nel 2016 è stata ancora alta “la percentuale di non rispetto delle tempistiche definite”. lo spiffero.it

Anche i bancari piangono (con i clienti)

Diminuiscono filiali e dipendenti. Gli istituti di credito tirano la cinghia per superare gli stress test. La campagna della First Cisl a Torino per proteggere il risparmio: “Istituire il reato di disastro bancario”

Odiate, bistrattate, messe all’indice da cittadini e imprese, ma sempre indispensabili. Sono le banche, colpite anch’esse dalla crisi e soggette ormai da anni a un complesso sistema di riforme volto alla riduzione di costi spesso insostenibili. Basti pensare che dal 2009 al 2016 in Piemonte gli impiegati del settore sono passati da 31.248 a 30.017 con una contrazione del 3,9 per cento e il trend non pare arrestarsi almeno per gli anni 2017 e 2018. Ovunque è diminuito anche il numero delle filiali che nello stesso lasso di tempo si è ridotto da 2.726 a 2.364 (-13 per cento). Il giro di vite è stato particolarmente evidente a Torino, dove gli istituti di credito hanno chiuso ben 201 sedi decentrate, passando da 1.158 a 957, mentre tengono le province di Cuneo (- 8%), Asti (-5%) e Biella(-2%).

È un sistema in evoluzione quello bancario, in cui gli istituti più grandi procedono per accorpamenti e acquisizioni, consolidando il proprio stato patrimoniale (l’ultima operazione in questo senso riguarda Intesa Sanpaolo che ha inglobato Bp Vicenza e Veneto Banca, grazie anche a uno stanziamento statale di 3,5 miliardi); mentre le piccole sopravvivono spesso grazie a uno stretto rapporto con il territorio, leggi in particolare le banche di credito cooperativo, che in Piemonte tengono botta ma nel resto d’Italia traballano.

Dalla fotografia di un sistema che ha bisogno di tornare a godere della fiducia dei cittadini, parte la campagna di First Cisl “Adesso Banca” in cui il sindacato propone sei punti di riforma, in cui viene prevista l’istituzione del reato bancario e la nascita di una procura dedicata ai reati finanziari. Un modo per evitare che succeda un’altra volta quel che già accaduto con Monte Paschi di Siena o le banche venete solo per citare i casi più recenti. “Il sistema bancario è di per sé solidale – spiega il segretario dei bancari Cisl Giulio Romani, che ieri a Torino ha presentato la campagna – se salta un istituto in Emilia gli effetti si riverberano in Piemonte. Per questo bisogna inserire nel quadro normativo delle leggi per impedire che le banche vengano gestite male”.  Tra le proposte della Cisl c’è l’azionariato diffuso attraverso trust di scopo vigilati che tutelino il risparmio, perché “il credito è per definizione uno strumento di lungo periodo ed è difficile che possa utilizzarlo chi ha investimenti a medio o basso periodo, come i fondi speculativi”. Il sindacato propone inoltre maggiori controlli sui prodotti finanziari emessi dalle banche, ma anche offerte formative degli istituti per “istruire” i propri clienti e l’istituzione di vantaggi fiscali per investimenti stabili nel capitale delle banche. Tutte misure che dovrebbero portare a una maggiore protezione del risparmio e a investimenti sempre più consapevoli da parte dei cittadini.  

Secondo Romani “il Piemonte gode di un sistema forte grazie alla solidità dei suoi due principali istituti di credito, Sella e Banca del Piemonte, oltre a Intesa Sanpaolo, che però è sempre più milanese. Qualche contraccolpo potrebbe arrivare dai nuovi parametri sulle sofferenze imposti dalla riforma del credito cooperativo, ma nulla di preoccupante”. Meno ottimista è invece sulla proposta del M5s di costituire una banca pubblica per gli investimenti: “Nel 1990 l’Italia ha fatto una scelta di privatizzazione totale, che a posteriori può essere considerata giusta o sbagliata, ma ormai è irreversibile – dice Romani -. Nel merito, poi, il problema è che una banca si fa coi soldi e oggi non vedo dove possano essere trovate le risorse”.

 Lospiffero.it

L’ESPLOSIONE TECNOLOGICA PROSSIMA VENTURA – I GRANDI FONDI A CACCIA DEL BIG BUSINESS MA AMAZON, GOOGLE, SAMSUNG E APPLE HANNO IN MANO IL POTERE GLOBALE – LA CINA COSTITUISCE UN COMITATO SEGRETO PER STUDIARE NUOVI INVESTIMENTI – BOLLORE’ IMPARA DAGLI ERRORI DEL PASSATO E CONVOCA A PARIGI UN GRUPPO DI ESPERTI DI NUOVE TECNOLOGIE

DAGOREPORT

 

industria hi techINDUSTRIA HI TECH

Vincent Bollorè ha dovuto riconoscere a se stesso che negli ultimi tempi non ne ha azzeccata una. Così, con la modestia che non gli è propria ha fatto un atto di umiltà ed ha convocato uno speciale board composto di personaggi attenti ed esperti di nuove tecnologie.

 

C’è voluto poco per comprendere che ha finora sbagliato strategia nei suoi investimenti. Le telecomunicazioni stanno attraversando una nuova e più profonda trasformazione tecnologica che ha innescato una guerra a livello planetario sia sui contenuti sia nei contenitori.

algoritmoALGORITMO

 

I grandi fondi internazionali l’hanno compreso da tempo ed è per questo che investono ingenti risorse (grazie anche al basso costo del denaro) ora in questa ora in quella società: prima o poi, una imboccherà la soluzione giusta. Da qui gli investimenti random per essere pronti a staccare dividendi.

 

tim cook cinaTIM COOK CINA

Questo fenomeno, però, ne innesca un altro. Ed è la paura sui tempi su chi arriva prima. Così, le grandi aziende del web si stanno, per così dire, specializzando ognuna in un settore. Per esempio, Apple ha scelto la musica; Samsung la fotografia; Amazon punta a diventare il numero uno nell’e-commerce; e Google va verso i contenuti. Con un punto focale per tutti: l’intrattenimento. E non è un caso se la Cina si è buttata sui diritti tv del calcio, primo elemento di questo tipo di industria.

TRUMP XITRUMP XI

 

Proprio Pechino vuole svolgere un ruolo di primo piano nell’esplosione tecnologica che sta coinvolgendo il mercato. Fino a punto di definire nuove direttive agli investimenti stranieri delle aziende Made in China. E’ prevista la fusione fra i diversi fondi operativi in Cina nel settore dell’alta tecnologia: fusioni che terranno conto sia delle specificità sia delle diverse aree geografiche.

la tecnologia migliora la stagione della pensioneLA TECNOLOGIA MIGLIORA LA STAGIONE DELLA PENSIONE

 

Ora che è diventato il nuovo Imperatore di Pechino, poi, Xi Jinping ha costituito in gran segreto una sorta di comitato occulto di consiglieri strategici. Ha raccolto i migliori economisti cinesi che abbiano studiato negli Usa e nel Regno unito ed ha affidato mloro il compito di monitorare con attenzione tutto quel che avviene nel pianeta dell’esplosione tecnologica.dagospia.com

 

Lagarde (Fmi) teme effetto boomerang da riforma fiscale Usa: rischio alta inflazione e boom debito

Christine Lagarde guarda con preoccupazione agli effetti della “complicata” riforma fiscale voluta da Trump. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) vede effetti positivi e negativi dalla rivoluzione fiscale negli Stati Uniti: l’aumento di crescita a breve termine, destinato a influire positivamente anche sulla crescita globale, rischia però di surriscaldare l’economia statunitense, ma soprattutto va ad accendere una spia rossa legata all’aumento del debito Usa.

Vantaggi nel breve

Il corposo taglio delle tasse, ha rimarca la Lagarde in un’intervista concessa a Reuters, può alzare il tasso di crescita degli Stati Uniti di circa 1,2 punti percentuali nel triennio 2018-2020, il che dovrebbe contribuire a stimolare la crescita globale e il commercio per alcuni anni. “Gli Stati Uniti sono un’economia molto aperta, e una loro maggiore crescita probabilmente aumenterà la domanda alle altre economie di tutto il mondo e questo è positivo”, ha detto la numero uno del Fmi.

E rischi nel medio periodo

Passando alle possibili controindicazioni, la Lagarde teme che l’impatto dello stimolo fiscale si farà sentire anche sotto forma di surriscaldato sull’economia, con conseguente aumento dei salari e delle pressioni al rialzo sull’inflazione. Dinamiche che andrebbero tutte nella direzione di un inasprimento monetario più deciso da parte della Federal Reserve, rischio che il mese scorso ha scosso i mercati provocando un brusco sell-off sia sulle azioni che sui bond.

La Lagarde, impegnata questa settimana in Indonesia, ha detto nel corso dell’intervista che una preoccupazione più grande è l’aumento dei deficit e del debito USA. Fattori che a partire dal 2022 dovrebbero iniziare a gravare sul tasso di crescita economica.

In tal senso, secondo il Center For a Responsible Federal Budget, il deficit statunitense potrebbe superare quota 1 trilione di dollari già nel 2019 a causa delle forti spese legate a taglio tasse e l’aumento del budget di spesa approvato lo scorso mese.

Titta Ferraro finanzaonline

Il vetro cemento può essere glamour: ecco Torre Prada, a Milano

Nove piani di spazi espositivi per 60 metri di altezza. Il nuovo edificio della Fondazione in Largo Isarco aprirà i battenti il 20 aprile

 
Il vetro cemento può essere glamour: ecco Torre Prada, a Milano 

Nove piani tra sale espositive, un ristorante, una terrazza panoramica e un bar sui tetti. È Torre, il nuovo edificio della Fondazione Prada in Largo Isarco a Milano che sarà aperto al pubblico il 20 aprile 2018. Torre segna il completamento della sede di Milano progettata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio OMA, e inaugurata nel maggio 2015, ed è una delle tre nuove costruzioni che contraddistinguono il complesso architettonico, risultato della trasformazione di una distilleria risalente agli anni Dieci del Novecento.


 Fondazione Prada – Torre –  Photo: Bas Princen 

 

L’edificio in cemento bianco alto 60 metri diventa all’esterno uno degli elementi più riconoscibili della fondazione, inserendosi nel paesaggio urbano di Milano e, al contempo, rivelando una vista inedita della città attraverso le sue ampie vetrate. Torre include nove piani, sei dei quali ospitano sale espositive per una superficie totale di più di 2.000 mq, mentre gli altri tre accolgono un ristorante e servizi per il visitatore. La struttura è completata da una terrazza panoramica di 160 mq dotata di un rooftop bar.

 


 Fondazione Prada – Torre –  Photo: Bas Princen 

 

Gli spazi espositivi sono concepiti per accogliere opere e grandi installazioni della Collezione Prada che include soprattutto  lavori del XX e XXI secolo di artisti italiani e internazionali, diventando sempre più un repertorio di potenziali prospettive a cui contribuiranno futuri progetti e nuovi artisti. Grazie alla variazione di tre parametri (pianta, altezza e orientazione), ogni piano della Torre si configura come uno spazio unico con specifiche condizioni ambientali. Metà dei livelli si sviluppa infatti su base trapezoidale, gli altri su pianta rettangolare.

 
Il vetro cemento può essere glamour: ecco Torre Prada, a Milano 
Photo: Bas Princen 
Fondazione Prada – Torre  

L’altezza dei soffitti è crescente dal basso all’alto: si va dai 2,7 metri del primo piano agli 8 metri dell’ultimo livello. Le facciate esterne sono caratterizzate da una successione di superfici di vetro e di cemento, che attribuiscono così ai diversi piani un’esposizione alla luce sul lato nord, est o ovest. La struttura geometrica complessa, che rende differente l’aspetto esteriore della Torre a seconda della prospettiva di osservazione, incarna la visione architettonica dell’intera fondazione, caratterizzata da una varietà di opposizioni e frammenti destinati a non formare mai un’immagine unica e definita. Come sostiene Rem Koolhaas, “introducendo numerose variabili spaziali, la complessità del progetto architettonico contribuisce allo sviluppo di una programmazione culturale aperta e in costante evoluzione”. 

 


 Fondazione Prada – Torre –  Photo: Bas Princen 

 

 

 
 

ELEZIONI 2018/ Sansonetti: la politica si è arresa e i pm continueranno a comandare

“Una campagna elettorale vuota”. Non per questo senza effetti: seminerà nel paese “un odio senza contenuto”, privo di ogni idealità. E il patto Renzi-Berlsuconi è a rischio.

LapresseLapresse

“Una campagna elettorale vuota”, secondo Piero Sansonetti, direttore de Il Dubbio. Non per questo senza effetti: seminerà “un odio senza contenuto”, privo di ogni idealità. Un governo si farà, Forza Italia e Pd probabilmente faranno un accordo, ma la crisi italiana è senza sbocchi perché la politica ha firmato da tempo la sua resa.

Che paese ci restituiranno queste urne?

Impossibile fare previsioni, non tanto su chi possa vincere il 4 marzo, perché nessuno vincerà, ma su chi potrà governare dopo.

Sul serio secondo lei non prevarrà nessuno?

Gli schieramenti sono tre, e non si vincono le elezioni con il 30 per cento. Si può prevalere sull’avversario o sull’alleato, ma la maggioranza non si può avere. Si farà prima o poi un governo trasversale, questo sì, ma in quale direzione non si sa.

Questo sotto il profilo politico. Ma che Italia sarà?

Un paese di haters, di odiatori. Da questa campagna si esce con una quantità inaudita di odio, ma di odio senza contenuto. Una volta c’era odio anche tra comunisti e democristiani, però sapevi perché si odiavano: perché non si riusciva a fare il contratto dei metalmeccanici, oppure per la guerra in Vietnam.

Oggi invece?

C’è un odio generalizzato, diffuso, senza guida. Nella prima repubblica c’era una forte intellettualità, oggi manca quasi del tutto. Al posto di Sciascia c’è Beppe Grillo.

Dai fatti di Macerata in poi è suonato l’allarme contro la destra fascista.

C’è un aumento di xenofobia, che sta crescendo a vita d’occhio come il populismo. Anche in questo siamo diversi dagli altri paesi. All’estero il populismo contrassegna la destra, da noi è trasversale e dà l’impronta ad almeno due partiti.

Ma M5s è di destra o di sinistra?

Tutte le caratteristiche di M5s sono reazionarie, eppure gli mancano i punti di riferimento classici della destra. E’ trasversale e come spesso accade nel populismo, è privo di cultura politica. E’ a-ideologico, ma anche a-ideale. I 5 Stelle si sono dati un solo valore, quello dell’onestà, che è pure traballante.

E’ lo stesso ideale del partito delle toghe?

No, il partito delle toghe ha un’altro valore-guida, non l’onestà ma il potere. E’ persuaso di essere stato mandato da Dio.

Chi è l’ideologo?

Davigo, che una volta disse di essere “giansenista”. Di conseguenza il mondo è diviso tra un piccolo nucleo di salvati, i giustizieri, e tutti gli altri, che sono dannati.

L’ha definita una campagna elettorale “vuota”. Perché lo scontro politico è diventato così?

E’ un processo lungo, iniziato 25 anni fa. Nella prima repubblica la politica era fondata sulle idee e su riferimenti sociali molto forti. Poi la magistratura ha raso al suolo un’intera classe dirigente. Non è successo in nessun altro paese d’Europa. A quel punto la politica ha perduto la sua autonomia e il suo posto lo hanno preso la magistratura e la finanza. 

L’esempio più eclatante di questo primato?

L’introduzione del vincolo di bilancio nella Costituzione (modifica dell’articolo 81 ad opera del governo Monti, nel 2012, ndr), nel più assoluto silenzio e nella più totale latitanza dei politici. Quella modifica ha rivoluzionato il senso della politica, disarmandola completamente di fronte al potere dell’economia e dell’Europa. 

Sono la stessa cosa?

L’Europa può essere tante cose, ma questa Europa è costruita sull’economia. Comanda chi ha il potere economico. Se chi ha il potere economico ti impone il pareggio di bilancio e tu sei debole, ti genufletti e firmi. Quella firma è stata la resa della politica.

Perché il voto al Sud premierà M5s?

Non è molto diverso dal voto al Nord che premierà la Lega. Nel Nord i 5 Stelle non hanno mercato perché Salvini è più credibile e collaudato, mentre al Sud la Lega non può entrare, perché è stata antimeridionale per troppo tempo. Negli ultimi vent’anni ha imposto una politica antimeridionalista che ora premia l’altro partito leghista, il Movimento 5 Stelle.

Di Maio ha inviato per e-mail la lista dei ministri a Mattarella. Trasparenza elettorale o propaganda?

Per avere la trasparenza sarebbe bastato rendere pubblica la lista e stop. E’ stata invece una “marcetta” su Roma, l’esibizione di un piccolo duce. In calce avrebbe potuto benissimo scrivere “me ne frego”.

L’astensione?

Fra il 30 e il 35 per cento. Non mi pare il dato più preoccupante, accade in tutto il mondo. 

Renzi e Berlusconi?

Le ho sempre viste come figure estremiste, in parte anche sovversive, e invece in queste elezioni sono quelle più tranquillizzanti, le più moderate. Tempo un anno o poco più e hanno avuto una metamorfosi.

Sono intercambiabili?

Intercambiabili no, molto vicini sì. 

Faranno un accordo.

Se hanno i voti per governare. Non è detto.

Allora toccherà al Movimento 5 Stelle.

E con chi? Più del 28-30 per cento non prenderà, per governare gli mancano solo 20 punti…

Aumenta la libertà di manovra di Mattarella.

Ma aumentano anche i guai. Nessuno vede una soluzione possibile e infatti la più ragionevole è un accordo tra centrodestra e centrosinistra. Per farlo, però, Berlusconi dovrà escludere la Lega. E a quel punto non è detto che i numeri ci siano ancora.

(Federico Ferraù) sussidiario.net

 

SE GESTICOLATE MOLTO MENTRE PARLATE, NON TEMETE: STATE AIUTANDO LA MEMORIA! – MELANIA RIZZOLI: “ANCHE SE QUESTA ABITUDINE ITALIANA E’ DERISA ALL’ESTERO, PER LA SCIENZA AIUTA LA CONCENTRAZIONE E A FISSARE CONCETTI IMPORTANTI, È UTILE AI BAMBINI PER IMPARARE, E CHI FA USO DEI GESTI MENTRE COMUNICA OTTIENE RISULTATI MIGLIORI…”

melania rizzoliMELANIA RIZZOLI

Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano”

 

«Sono italiana ma non gesticolo». Così la scrittrice Elena Ferrante, da circa un mese editorialista del Guardian, sulle pagine del quotidiano britannico parla del suo essere italiana, che rivendica con orgoglio, puntualizzando però che quando espone il suo linguaggio in pubblico o in privato, lei lo fa differentemente dal resto dei suoi connazionali, ovvero esprime il suo pensiero a parole e non a gesti, come invece usa fare la quasi totalità della popolazione italica.

 

La Ferrante nel suo editoriale, molto ampio ed articolato sull’identità nazionale, dichiara di non avere uno spirito patriottico, di odiare tutte le mafie, di non mangiare spaghetti, di non parlare ad alta voce e di non esclamare mai «Mamma mia», perché per lei essere italiana inizia e finisce con il fatto di parlare e scrivere in italiano.

 

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Eppure nei commenti all’articolo apparsi sui social, qualcuno si sofferma sui dettagli, ma molti ironizzano: «Non sei davvero italiana se non gesticoli», perché questo dell’agitare le mani e le braccia mentre si parla è ormai universalmente riconosciuta come un’attitudine caratteristica del nostro popolo, ed il concetto espresso dalla scrittrice, pur negandolo applicato a se stessa, confermava di fatto il riconoscimento universale del modo di esprimersi dei nostri connazionali, che accompagnano pensieri e parole con l’atto di gesticolare.

 

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Una identità questa, sentita e derisa all’estero, che sfugge agli stereotipi e al nazionalismo, ma che necessariamente ci chiude in quell’ appartenenza geografica che oltrepassa i confini, che viaggia attraverso il mondo, distinguendosi da tutto quello che è straniero, che non gesticola e che non si fa contaminare da questa risibile e criticabile abitudine, che sfiora la mancanza di educazione o, se preferite, di compostezza.

 

LA SCIENZA COSA DICE

Per la scienza invece, usare le mani mentre si parla è una gestualità positiva, che rafforza il pensiero e la memoria, perché aiuta la concentrazione e a fissare concetti importanti, è utile ai bambini per imparare, e chi fa uso dei gesti mentre comunica ottiene risultati migliori.

 

Nuovi studi provenienti dagli Stati Uniti lo confermano, sottolineando che per un buon oratore in teoria, pur dovendo evitare di usare troppo le mani, quei movimenti areatori gli sono fondamentali per trasmettere pensieri e conoscenza, perché le sue frasi più ricordate sono quelle accompagnate da gesti significativi.

 

IL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMESIL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMES

Non si gesticola infatti solo per farsi capire meglio, ma anche per aiutare se stessi quando si spiegano concetti difficili, o quando la memoria a breve termine è sotto pressione. La scienza cioè tende a sfatare il convincimento che “parlare con le mani” sia un atteggiamento maleducato o volgare, la caricatura di una macchietta dell’ italiano irruento, ignorante e pasticcione, incapace di esprimersi senza l’ausilio dei gesti, perché tutti gli studi scientifici in proposito confermano incredibilmente che essi sono utili, che fanno la differenza, e che l’ 80% dell’ informazione arriva al cervello attraverso gli occhi, attraverso quello che vediamo, e in tal modo si fissa nella memoria, a conferma di quanto la gestualità sia una componente fondamentale della comunicazione.

 

IL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMESIL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMES

L’ istinto che ci porta a gesticolare è fra i più radicati nell’ uomo, e gesticolano anche le persone che parlano al telefono, da fermi o mentre camminano in strada, agitano le mani i bambini piccolissimi e persino i non vedenti quando parlano con altri non vedenti.

 

I GESTI DEI POLITICI

E gesticolano ovviamente i leader politici; Barak Obama per esempio, non lascia nulla al caso, ed i suoi movimenti oratori, preferibilmente dall’ alto in basso e studiati a tavolino, somigliano a quelli di un attore. Donald Trump muove, allarga e rotea ambedue le braccia in ogni suo discorso in piedi, mentre Sarkozy è invece quello che si lascia trascinare più di ogni altro dalle emozioni, si tocca spesso il naso, agita le mani, e non ha paura di risultare più latino e più mediterraneo di un italiano o di uno spagnolo.

IL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMESIL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMES

 

Se Berlusconi tende a gesticolare di più quando è alterato, e per diminuire la sua gestualità tiene sempre in mano dei fogli di finti appunti, Junker è addirittura esplosivo, accompagnando i gesti delle mani con quelli della mimica facciale. I leader più controllati sono sicuramente Vladimir Putin ed Emmanuel Macron, i quali appaiono composti al limite della recita nei loro colloqui, ed Angela Merkel, oratrice dai gesti classici e mai convulsi, ma talmente sorvegliata ed attenta da sembrare a volte addirittura legata, e quindi non sincera e spontanea.

 

SIAMO ORCHESTRALI

IL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMESIL GESTICOLARE DEGLI ITALIANI DAL NEW YORK TIMES

L’antropologo Demond Morris, autore de «La scimmia nuda», sostiene che le mani sono per gli esseri umani ciò che la bacchetta è per un direttore d’ orchestra, e poiché si ritiene che il linguaggio non verbale rappresenta il 55% della comunicazione, tanto vale assecondare l’ istinto, e lasciare che siano le mani a parlare per noi o con noi.

Secondo uno studio dell’ Università di Chicago il gesticolare ha un notevole impatto sullo sviluppo cognitivo, e i bambini che gesticolano hanno maggiore facilità nell’ apprendimento e nello sviluppo linguistico complessivo.

 

Un altro studio dell’ Università di Pittsburgh sfata lo stereotipo secondo cui parlare con le mani siano soprattutto persone di estrazione sociale modesta, e rivela anche che chiedere od obbligare di tenere ferme le mani mentre si parla, impedisce la fluidità del pensiero, e addirittura blocca o interrompe il ragionamento in corso, perché si restringe il campo della memoria e dell’ attenzione, che viene deviata sul controllo dei movimenti degli arti.

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Le mani in movimento sono infatti considerate lo specchio del pensiero, al punto che nella storia giudiziaria gli psichiatri sono spesso chiamati ad intervenire durante gli interrogatori per interpretare il linguaggio delle mani degli imputati, traduttore e rivelatore infallibile di inganni e menzogne, che spesso denuncia involontariamente reticenze o bugie.

Perché non riusciamo a stare fermi mentre parliamo?

 

Perché gesti e parole insieme formano un unico sistema di comunicazione il cui fine ultimo è massimizzare l’ espressione e la capacità e di farsi comprendere. La prosodia di un discorso, ovvero l’ intonazione e il ritmo dello stesso infatti, viene automaticamente rafforzata con il movimento delle mani, in un mix di sonoro e visivo efficace, anche se a volte incongruente, quando cioè il gesto non corrisponde al significato veicolato dalla prosodia del parlato.

 

ATTITUDINE ITALICA

PARLARE CON I GESTI - TOTO E ALDO FABRIZIPARLARE CON I GESTI – TOTO E ALDO FABRIZI

Nel luglio scorso il New York Times ha dedicato un articolo su questa attitudine tutta italiana, anzi soprattutto meridionale secondo il quotidiano, intervistando alcuni napoletani i quali commentavano laconici che per loro certe cose sono davvero impossibili da dire senza gesticolare, beccandosi il commento acido di una docente statunitense di psicologia che definiva i gesti partenopei macchiettistici, oltre che mancanti di sintassi completa. Insomma, il gesticolare è una sorta di polaroid che è in grado di catturare importanti elementi di chi abbiamo di fronte in modo spesso preciso ed accurato, ed anche immediato, perché gli estroversi, per esempio, gesticolano moltissimo, a differenza dei timidi che sono sempre più contenuti e trattenuti.

PARLARE CON I GESTIPARLARE CON I GESTI

 

Personalmente non amo gesticolare, e provo disagio nel vedere o ascoltare le persone molto gesticolanti, ma riconosco che tale coreografia condisce bene un discorso, senza la quale lo stesso può sembrare scarno e stentato, monocorde e poco coinvolgente, a volte impostato e non genuino, sottolineando che comunque noi italiani siamo maestri nel condensare in un semplice gesto concetti complessi, e che, escluse le volgarità, le gesticolazioni hanno un peso maggiore nell’ attribuire il significato alle frasi. Che a volte rendiamo traducibili, ahimè in un linguaggio ormai internazionale, solo con un semplice gesto, e senza nemmeno una parola.dagospia.com

 

PREPARATE GLI ELMETTI – IN BORSA SI ASPETTANO SFRACELLI DA QUESTE ELEZIONI, FINO AL RADDOPPIO DELLO SPREAD – SPACCATURA DELL’ASSE FRANCO TEDESCO: MACRON TIFA RENZI, MERKEL PREFERISCE BERLUSCONI E GENTILONI

DAGONOTA

BORSA 1BORSA 1

 

C’è agitazione in Borsa per il voto di domenica. L’aria che tira fra gli operatori è che l’incertezza politica non porterà nulla di buono sui mercati. Riformisti spezzettati, populisti incapaci: chi potrà garantire la governabilità?

EMMANUEL MACRON MATTEO RENZIEMMANUEL MACRON MATTEO RENZI

 

In più arrivano voci di vendite da parte di fondi. Da lunedì si aspettano vendite da estero. Talmente forti da far allargare fino a 250/270 punti lo spread. Insomma, si aspettano che raddoppi. I mercati, poi, intravvedono una spaccatura sull’Italia dell’asse franco tedesco.

 

angela merkel silvio berlusconiANGELA MERKEL SILVIO BERLUSCONI

Gli operatori si sono convinti che Macron sostenga Renzi: il Ducetto gli avrebbe promesso di fare un nuovo partito sul modello del francese “en marchè”. Ben diverso l’atteggiamento della Merkel. Angelona fa il tifo per Berlusconi e Gentiloni. A riprova di come anche a Berlino si siano accorti di una certa “freddezza” fra il segretario dem ed il premier. dagospia.com

Generali Italia, nomine a 3 nuove strutture

Al via la riorganizzazione delle attività con un focus su innovazione e servizi mirati ai clienti

 
 

Generali Country Italia ha dato vita a tre nuove strutture al servizio delle società del gruppo attive nel nostro Paese (ossia Generali Italia, Alleanza, Genertel, Generali Welion). L’obiettivo, secondo quanto fa spaere il gruppo in una nota, è migliorare l'”innovazione dell’offerta” e offrire “servizi più orientati ai comportamenti dei clienti”.

“Vogliamo accelerare nella trasformazione del nostro business per offrire la migliore customer experience ai nostri 10 milioni di clienti”, spiega l’Ad di Generali Italia Marco Sesana, secondo cui “è fondamentale investire in soluzioni innovative e connesse, nell’analisi avanzata dei dati, intercettare i trend di mercato e comprendere i bisogni e i comportamenti dei nostri clienti. Questo nuovo assetto ci permetterà di essere più efficaci sul mercato, di avere un’offerta sempre più innovativa e personalizzata e allargare la nostra base clienti”, ha commentato il manager.

In particolare, la funzione “Strategic Marketing di Country”, affidata a Federica Alletto(che mantiene le responsabilità in ambito Commerciale di Genertel e Genertel Life), punta ad offrire una maggiore focalizzazione sulla filiera Cliente-Mercato-Rete per meglio intercettare i trend di mercato e i comportamenti dei clienti. La funzione “Business Transformation”, guidata da Francesco Bardelli, vuole accelerare la trasformazione digitale, lo sviluppo di nuove soluzioni assicurative connesse (Connected Insurance), modelli di advanced analytics e il disegno di una nuova esperienza del cliente. All’ad di Generali Welion, Andrea Mencattini, è stata assegnata la funzione “Health & Welfare” per sviluppare in Italia il business salute, ad alto potenziale ed elevato impatto sociale, in linea con lo sviluppo dei servizi di offerta di Generali Welion. Infine Massimo Monacelli(Chief Property & Casualty and Claims Officer) e Giancarlo Bosser (Chief Life & Employee Benefits Officer di Generali Italia) assumono la responsabilità di indirizzo e coordinamento tecnico delle attività assicurative a livello di Paese. S.N. Finanzareport

 

Cracco in Galleria. Quanto è buona la colazione con brioche e burro

Il vostro stalker di Carlo Cracco, definitivamente assestato in Galleria a Milano, dopo avervi dato in anteprima il menu del ristorante, e una foto della cucina, ora vi fornisce il menu del bistrot. E non solo.

Diciamo che ho aspettato un po’: ma il sabato è la mia unica mattina libera. E così sono andato a fare colazione da Cracco in Galleria.

E già che c’ero ho preso qualche appunto sul menu.

Dopo tutto il can can massmediatico dell’inaugurazione, con tutte le testate online e non a raccogliere spunti e notizie e menù (anche dai nostri articoli e non sempre con il cit.), e la gara ad andare a mangiare per primi al ristorante, status symbol da esibire nei propri post, eccomi varcare la porta del caffè bistrot in Galleria, deciso a fare colazione.

Sì, ma – non un misero (no, mica tanto misero) caffè e brioche al banco, come possono fare tutti – una colazione seduta al tavolino.

Ci saranno una ventina di posti a sedere, al caffè; la colazione si serve fino alle 11. Tutto pieno, alle 10, c’è giusto un tavolino vicino alla vetrina, un po’ più luminoso degli altri.

Le vetrine sono comunque coperte da una schermatura che permette di vedere abbastanza bene da dentro, ma impedisce buona parte della visione a chi sta fuori. Alta diciamo 1,80 m, viene presa d’assalto dai passanti che vogliono dare un’occhiata, e che spiccano saltelli per sbirciare…

In effetti, sarà anche il sabato mattina, ma era pieno di curiosi, di gente che si fermava a leggere il menù appeso sulla porta d’ingresso (ecco, magari qyello spostatelo un poco: non si capisce se si può entrare o meno), che entrava a dare un’occhiata, tanto che a un certo punto hanno iniziato a fermare la gente sulla porta. A parte i posti a sedere, ai quali si aggiungeranno quelli del dehors, al banco ci staranno una dozzina di persone o poco più.

La colazione all’italiana di Cracco in Galleria

Ok – sono andato là, e scrivo qui, per la Colazione all’italiana. Che è così composta:  viennoiserie a scelta, pane tostato, già leggermente imburrato, burro e marmellata [sic], spremuta di arancia (o pompelmo), caffetteria calda. Al prezzo di 18 €. A cui aggiungo una bottiglia d’acqua (San Pellegrino da 75 cl). Totale, 25 €.

Mi arrivano velocemente acqua, cappuccino tiepido, e le due brioche che ho chiesto; con e senza marmellata. La spremuta di arancia. Pane burro marmellata invece solo in un secondo tempo. Ecco, un piccolo appunto: magari è il caso di controllare le tempistiche: mi sarebbe piaciuto avere tutto assieme.

Ad alcuni tavoli sono arrivate prima le brioche, e solo dopo che erano state mangiate, la caffetteria: ma forse questa era una richiesta dei clienti.

Che buone, le brioche, vuote e con marmellata, ovviamente di albicocche: complimenti al pasticciere, Marco Pedron.

Ottimo anche il pane tostato leggermente imburrato (solo leggermente: me ne sono accorto quando le dita hanno iniziato a scivolarmi sul vetro dell’iPhone), il burro. La marmellata era ancora di albicocche: ecco, magari poteva essere diversa da quella della brioche. Anche perché era di quelle scure e dense, dolci, molto buona, ma non fra le mie preferite.

E ottimo il cappuccio.

Altre possibilità per la colazione a tavolino: viennoiserie dolce 3,20 €, salata 7,50 €, pane burro marmellata 6,50 €; uova al tegamino, prosciutto cotto affumicato e soncino, 10 €, uovo soffice, spinaci e pancetta 12 €, uova strapazzate, salmone marinato e misticanza, 13 €.

La tazzina di caffè al tavolo, 3.50 €; al banco costa 1,30 €.

Il bistrot di Carlo Cracco in Galleria

Dopo la colazione, entra in funzione il bistrot: una selezione di snack sui 20/25 €, dalle ostriche Fine de Claire della Maison D’Huîtres Amélie (6 per 22 €) alla mozzarella di bufala pomodoro e basilico (20 €), al Culatello di Spigaroli (25 €); pizze, margherita e con verdure, a 16 € (lievito naturale, farine macinate a pietra), insalate, (Nizzarda, Caesar, di stagione, 15/22 €), club sandwich (28 €, 26 il vegetariano), croque madame (12 €) e croque monsieur (10 €).

La cucina invece propone antipasti dai 10 ai 25 €, primi piatti dai 14 ai 20 €, quattro secondi dai 26 (cotoletta alla milanese) ai 42 € (ossobuco con riso al salto e gremolada), dolci da 8 a 16 € (crema cotta caramellata e frutta). Si può scegliere anche dalla pasticceria da banco: 1 € il biscotto, 2,20 un cioccolatino, 3,50 una pasta mignon, 12 € la monoporzione; per la cronaca, la pasticceria mignon costa 45 €/kg, le monoporzioni 8,50 al pezzo, i prodotti da forno 35 €/kg, le torte da 24 a 36 €/kg, la pralineria 45 €/kg, il cioccolato 6,50 €/kg.

Ecco, ora sapete proprio tutto di Cracco in Galleria. Non vi resta che decidere: caffè, bistrot o ristorante?

 

AdessoBanca! a Mestre, Il Gazzettino, pochi addetti per gli Npl ex venete

“In Veneto 106mila azionisti delle ex Popolari sono stati azzerati. Ma la tempesta del crac delle banche venete non è finito”. Inizia così l’articolo dal titolo “Cisl e le banche venete. Pochi addetti, crediti inesigibili” pubblicato oggi dal “Gazzettino”.  Ad alimentare il dibattito, in una regione provata dalle profonde crisi bancarie di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca, la presentazione di AdessoBanca!, “il manifesto per la tutela del risparmio e del lavoro” elaborato dalla Cisl e da First Cisl presentato a Mestre. “Oggi in Veneto – ha dichiarato il segretario generale di First Cisl – c’è anche un grosso problema nella gestione dei crediti deteriorati non solo delle popolari ma anche delle Bcc. Si rischia una pesante restrizione del credito, affidamenti tagliati, manovre che potrebbero mettere a rischio tra le 30 e le 40 mila imprese e privati. Non si possono dare in gestione questi crediti a delle società non bancarie che potrebbero chiedere il rientro frettoloso dei prestiti o, peggio, fare pressioni improprie”.

Concetto chiaro e forte espresso alla presenza del sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta e del segretario della Cisl del Veneto Onofrio Rota. Il timore è connesso al rischio usura che la dissennata gestione dei crediti deteriorati potrebbe alimentare. “Intesa ha destinato 120 addetti delle ex banche venete che andranno nelle sedi della sga in Veneto per la gestione dei crediti deteriorati – ha proseguito Giulio Romani -. Sono troppo pochi: ne servirebbero migliaia per affrontare 30-40mila pratiche. Abbiamo già perso 6 mesi e ora rischiamo di perderne molti altri”. L’occasione fornita da AdessoBanca! é stata troppo ghiotta per invitare la politica a dare una decisa sterzata e spingere le banche tradizionali a cambiare rotta. “Anche Intesa intende far gestire i suoi crediti deteriorati da società esterne e questa è una mossa molto pericolosa”. Un altro pericolo si profila all’orizzonte, evidenzia “Il Gazzettino: “tra breve avremo gli aqr (asset quality review) delle Bcc, molto presenti in Veneto – avverte Romani -. A livello nazionale hanno 15 miliardi di crediti deteriorati nei bilanci a fronte di 21 miliardi di lordo, una svalutazione ancora bassa. Questo potrebbe portare a un problema di patrimonio. È probabile che si cerchi anche qui la vendita sul mercato e questo a danno di artigiani, commercianti, famiglie che potrebbero venire accompagnati a fare stralcio del loro debito con altre forme di indebitamento molto più costose e tassi del 20%”.

Giulio Romani ha poi rilanciato l’idea di perseguire il reato di disastro bancario e di creare una super procura vocata a punire i reati finanziari. Tema sensibile in una regione che ha visto perdere quote consistenti di risparmio accumulati in anni di lavoro e di sudore. “Gli azionisti veneti azzerati a causa del disastro della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca sono stati 106.434. Addirittura, in provincia di Vicenza ad essere depauperato è stato 1’11,1% delle famiglie residenti, a Treviso il 9,7%. È evidente che chi ha sbagliato deve pagare”.

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Incagli ex banche venete, è scattato lo spettro ingiunzioni

VENEZIA. Aveva un’azienda con una sessantina di dipendenti e affidamenti da Veneto Banca garantiti con una “fidejussione omnibus” fino a 1.500.000 euro, 800.000 dei quali costituiti da azioni della…

VENEZIA. Aveva un’azienda con una sessantina di dipendenti e affidamenti da Veneto Banca garantiti con una “fidejussione omnibus” fino a 1.500.000 euro, 800.000 dei quali costituiti da azioni della stessa banca. L’azzeramento delle azioni l’ha rovinato: l’azienda è fallita e la banca gli ha appena fatto recapitare un decreto ingiuntivo per recuperare il credito non saldato. Il danno e la beffa, si direbbe

Ma a controllare le date, si scopre che il decreto ingiuntivo è stato recapitato il 19 febbraio 2018. Com’è possibile se Veneto Banca non esiste più dal 26 giugno 2017, quando la parte garantita degli affidamenti è passata a Banca Intesa, al noto prezzo simbolico di 1 euro? Se invece si fa riferimento a incagli, sofferenze e crediti inesigibili, questi sono stati trasferiti solo il 23 febbraio scorso alla Sga di Napoli (valore complessivo 18 miliardi tra Veneto Banca e Popolare di Vicenza). Peraltro la Sga non è una banca ma una “società per la gestione di attività”, una centrale di recupero crediti in altre parole, già sperimentata nella vicenda del Banco di Napoli. 

Né l’una né l’altra c’entrano. Il decreto ingiuntivo è stato chiesto dal fantasma di Veneto Banca, una figura intermedia che è sopravvissuta al fallimento e si aggira ancora nel quadrante del disastro, nascosta dalla sigla Lca (Liquidazione coatta amministrativa). 

Questa Lca doveva passare al setaccio affidamenti e patrimonio della banca, per separare evangelicamente il grano dal loglio. E poi chiudere baracca. Operazione già terminata il 31 gennaio secondo il capo dei tre commissari liquidatori, Fabrizio Viola, che si è dimesso in quella data. Gli altri due sono Alessandro Leproux e Giuliana Scognamiglio. Invece la Lca continuerà a sopravvivere per occuparsi, a quanto si legge, delle “azioni baciate” che non sono state trasferite né a Banca Intensa né alla Sga, ma sono materia dei processi in corso. 

Il 31 gennaio è anche la data riportata in calce alla richiesta di decreto ingiuntivo presentata dalla Lca al tribunale di Treviso. La firma l’avvocato Massimo Sonego, incaricato dai commissari di procedere al recupero nei confronti dell’azienda fallita. Sarà un dettaglio, ma la procura all’avvocato che risale al 28 dicembre 2017 è firmata solo da due di loro, Leproux e Scognamiglio, non da Viola.

La vicenda è chiusa in poche righe: l’imprenditore lavorava con linee di credito coperte da una fidejussione di un milione e mezzo di euro, è stato dichiarato fallito il 10 maggio 2017, ha un garante esposto a sua volta per 380.000 euro oltre che proprietario di beni già ipotecati. Per di più non risponde alle raccomandate con l’intimazione di rientro. Che altro può fare Veneto Banca Lca se non chiedere «l’ingiunzione a pagare senza dilazioni 75.430,29 euro residuo importo scoperto di conto corrente», naturalmente «con l’aggiunta degli interessi maturati»?

Neanche un cenno al fatto che 800.000 euro della fidejussione erano costituiti da azioni di Veneto Banca, come segnala invece l’associazione padovana “Ezzelino” di riferimento dello sfortunato imprenditore. Il quale – questo l’antefatto mancante – quando cominciano le difficoltà, chiede e richiede alla banca di recuperare i soldi vendendo le azioni. Ma Veneto Banca tira in lungo, secondo un copione già visto. Le azioni crollano e il nostro si ritrova sul lastrico. I fornitori chiedono il fallimento e il tribunale di Treviso non può che dichiararlo. Come il 13 febbraio scorso il giudice Caterina Passarelli non può che ingiungere il pagamento immediato della cifra richiesta, più 2.135 euro di interessi e altri 406 di spese legali. Totale 77.971 euro di scoperto, a fronte di 800.000 euro fatti evaporare dalla banca. 

«Un caso eclatante», dice Patrizio Miatello responsabile

 

dell’associazione Ezzelino, «ma non unico. L’operazione di recupero crediti è in pieno svolgimento, per pagare ed evitare decreti ingiuntivi molti chiedono denaro in prestito. Situazione ideale per incappare in usurai, stiamo molto attenti».

Renzo Mazzaro Il Mattino di Padova

La lista +Europa di Emma Bonino vuole la reintroduzione dell’IMU per la prima casa. E LeU di Grasso inventa i numeri sull’evasione (per poter aumentare le tasse). Cosa aspettarsi nel post voto..

Chi scrive ritiene che il primo problema italiano siano le tasse troppo alte, unitamente ad una burocrazia farraginosa utile solo a dar lavoro ai burocrati. Prima di tutto ai giudici, a pari merito tra i problemi italici: anche il giudice Pignatone, Procuratore capo di Roma, ebbe il coraggio di dire – a Dogliani qualche anno fa, in compagnia di Carlo De Benedetti se ricordo bene – che troppi giudici se non possono incriminare un soggetto lo “sputtanano”, o qualcosa del genere [ho la registrazione delle sue parole, ndr]. Da qui le troppe sentenze postume di assoluzione di personaggi pubblici e politici (Bertolaso & Co. ad esempio, o anche la sindaca Raggi a Roma prima messa alla gogna e poi assolta perchè il fatto non sussiste, O scaglia di Fastweb; o il giudice Diego Curtò della Procura di Milano che fece impropriamente fallire Montedison dietro tangente: pensate davvero che gli stranieri vogliano investire in Italia con una giustizia così?). Ossia la magistratura – di cui Grasso fa/faceva parte – sembra essere usata per fare pulizia (ma assolutamente senza giustizia). Da questo deriva il mio enorme scetticismo per i giudici come Grasso in politica: che i giudici facciano prima “bene” i giudici, poi ne riparliamo.

Ma vorrei andare rapidamente ai fatti in quanto con questi capiremo gli effetti dei voti eventualmente dati o non a Emma Bonino con la sua lista +Europa e a Grasso con LeU-Liberi e Uguali.

Emma Bonino ha come pilastro del suo programma elettorale la reintroduzione dell’IMU anche per la prima casa. In effetti è precisamente quello che l’EUropa austera ha sempre sostenuto, contraria all’eliminazione di tale tassa per le prime case di abitazione (il killer dell’economia italiana, Mario Monti, a nome dell’EUropa espresse chiaramente la sua contrarietà verso tale eliminazione).

“…pensiamo di coprire con la reintroduzione dell’Imu sulla prima casa, l’abolizione dell’aliquota Iva intermedia del 10% e il taglio di diverse agevolazioni fiscali. Ricordo che il nostro debito pubblico, stabilizzatosi negli ultimi anni intorno al 132% del Pil, è da troppo tempo una zavorra insostenibile per l’economia del Paese e pensare di aumentarlo è semplicemente da irresponsabili. …”

Fonte: 10 Domande a Emma Bonino (+Europa), ilsussidario.net, 01.03.2018, LINK

Faccio presente che oggi l’IMU senza esenzioni prima casa comporta il pagamento di circa l’1% del valore commerciale dell’immobile, vuoto per pieno. Notate anche che se avute un mutuo non potrete – come invece succede ovunque in Europa, ossia anche nella +Europa della Bonino – dedurre il mutuo residuo dalla pagamento dell’IMU (che a tutti gli effetti è una tassa patrimoniale), ossia pagherete come se la casa fosse tutta vostra e non in parte ipotecata dalla banca in presenza di mutuo (caso unico nel mondo occidentale, oltre che tremendamente ingiusto).

Or dunque, prima di votare Bonino fatevi i conti di quanto andrete pagare nel caso la suddetta andasse al Governo. Premetto che Emma Bonino è in coalizione con il PD ed è anche vicina ideologicamente a LeU del giudice Grasso.

Il giudice Grasso invece punta sull’evasione fiscale, che dice ammontare a 230 miliardi, di cui si suddetto vorrebbe recuperarne 30 (Peccato che abbia sbagliato clamorosamente i conti!!!)

“…vogliamo fare della lotta all’evasione una priorità. L’evasione stimata in Italia è attorno ai 270 miliardi di euro. Noi pensiamo di poterne recuperare 30 l’anno, è un dato credibile. Ecco, con questi esempi credo si possa dimostrare la differenza tra noi e chi promette di abbassare le tasse, soprattutto ai più ricchi, e così facendo rischia di prosciugare le risorse necessarie per pagare la scuola, la salute, l’assistenza, la cura del territorio. …”

Fonte: 10 Domande a Emma Bonino (+Europa), ilsussidario.net, 01.03.2018, LINK

Sempre il solito problema, i giudici masticano malissimo i numeri. Infatti voglio stare ai numeri ufficiali, dell’ISTAT (ricordo che l’ISTAT è l’ente statistico pubblico italiano a cui bisogna fare riferimento a livello istituzionale, a maggior ragione l’ex presidente del Senato, ndr): secondo gli ultimi numeri disponibili il sommerso italiano sarebbe di 207 miliardi di euro, peccato che si tratti di sommerso a cui va applicata l’aliquota marginale eventualmente evasa in quanto il sommerso NON è tutta evasione – che poi tale evasione veramente ci sia è tutto da dimostrare, vedete il nostro articolo di approfondimento  di qualche mese fa -.

Dunque si arriva alla vera evasione stimata, diversa da quella indicata da Grasso, che ammonta secondo dati ISTAT – utilizzando l’aloquota marginale più alta del 43% – a circa 80 miliardi di euro (DATI ISTAT), ossia ben meno di 100 miliardi di euro, ossia circa 1/3 rispetto ai 230 miliardi di euro indicati dal giudice Grasso. Lo abbiamo ben spiegato QUI e QUI.

Dunque, conclusione, se voterete per Bonino di +Europa potete essere sicuri che avrete più tasse sulla prima casa, certe. E salate. Se invece voterete per Grasso di LeU-Liberi e Uguali vi ritroverete ad avere sempre più tasse ma distribuite su tutti o, in generale, con una polizia fiscale stile Gestapo ancora più repressiva del passato visto che i 30 miliardi che l’ex giudice indica come obiettivo di fatto non ci sono o meglio bisognerà trovarli in altro modo (almeno 20 miliardi), ovvero utilizzando i giudici per le indagini (torniamo alla burocrazia in eccesso, memento che già oggi una PMI italiana paga quasi il 70% dei suoi utili in tasse, (follia), ndr).

Tradotto, torniamo all’oppressione burocratica ed impositiva non solo eccessiva ma addirittura insostenibile che, secondo chi scrive, è ormai arrivata al punto di soffocare la libera imprenditoria.

Dunque, seguendo i dettami di Bonino e Grasso, le prospettive per gli italiani nel post voto sono semplicemente riassumibili in un semplice concetto: più tasse.

Ovvero, in prospettiva, maggior rapporto debito/PIL visto che aumentare le tasse italiane mentre il dollaro si svaluta, i tassi salgono e crescono i rischi di guerra significherà soffocare ulteriormente l’economia italiana, già traballante e mai uscita dalla crisi del 2008 – caso quasi unico nel mondo occidentale, assieme alla Grecia -: ancora oggi il PIL italiano è al di sotto di quello che era prima della crisi subprime, crisi da cui l’Italia non subì alcun danno al contrario di tutti gli altri paesi europei. Infatti il Belpaese oggi è in crisi per una ragione diversa, ossia per le folli misure successive che l’EUropa impose soprattutto ai periferici – per salvare le banche tedesche, inglesi e francesi impelagate in Grecia e nel subprime, ndr – e che sono la vera causa della irrisolta crisi economica italiana iniziata guarda caso con l’avvento di Mario Monti, pregasi verificare i dati.

Chi scrive ritiene che proprio per le colpe riportate nell’incipit l’Italia non riuscirà a crescere nemmeno dopo queste elezioni, ossia proprio per colpa delle tasse e della burocrazia che verranno aggiunte dai partiti su impulso EUropeo.

Resta il problema dei politici incompetenti se non venduti a poteri stranieri, ma questa è un’altra storia.

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