È morto Carlo Ripa di Meana, aveva 88 anni

Carlo Ripa di Meana, a lungo politico e attivista per l’ambiente, è morto oggi a Roma a 88 anni; sua moglie Marina era morta lo scorso 4 gennaio. Erede di una famiglia di marchesi, Ripa di Meana aveva militato nel Partito Socialista Italiano negli anni Sessanta dopo essere stato vicino al PCI da giovane, e alle elezioni regionali lombarde del 1970 fu eletto consigliere regionale col PSI; dal 1974 al 1979 fu presidente della Biennale di Venezia, dal 1979 al 1984 fu parlamentare europeo, dal 1985 al 1992 commissario europeo alla Cultura e all’Ambiente, dal 1992 al 1993 fu ministro dell’Ambiente nel governo guidato da Giuliano Amato. Dal 1993 al 1996 fu portavoce dei Verdi, con cui fu rieletto al Parlamento europeo.

 

Carlo Ripa di Meana a Roma nel 2004 (©Mauro Scrobogna / 

il post.it

E’ morto a Roma Carlo Ripa di Meana

Ambientalista, ministro, presidente Biennale, aveva 89 anni

 © ANSA
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Potere al Popolo, Cremaschi: “Il M5S? Ormai sono i moderati della City”

Giorgio Cremaschi, ex sindacalista della Fiom, illustra ad Affaritaliani.it il programma di Potere al Popolo. E di LeU dice: “E’ una corrente esterna del Pd”

Potere al Popolo, Cremaschi: "Il M5S? Ormai sono i moderati della City"

 di Andrea Deugeni affariitaliani
twitter11@andreadeugeni
 

“Per il M5S la prima parola è legalità. Per noi, invece, è giustizia sociale. Si tratta di una differenza vera, sostanziale. Noi rappresentiamo un fattore che nel Paese non c’è più e che serve: una Sinistra reale del popolo sfruttato e oppresso che deve essere presente nelle istituzioni per migliorare l’Italia. Come?Mettendo al centro il lavoropiù Stato e meno mercato, investimenti pubblici nell’economia eristrutturazione del debito“. Giorgio Cremaschi(nella foto in alto a sinistra con Maurizio Landini), ex segretario nazionale della Fiom e ora candidato (a Bologna nell’uninominale e capolista nel collegio di Napoli-Nord nel proporzionale) di Potere al Popolo spiega ad Affaritaliani.it perché la “vera forza di rottura in queste elezioni è la sua e non il M5S“.

E IL SITO INTERNET DI POTERE AL POPOLO VA IN TILT“In questi giorni non si riesce ad entrare nel sito di Potere al Popolo per consultare il programma. E’ un fatto positivo: noi siamo piccoli dal punto di vista informatico, ma non si riesce a entrare per la quantità di accessi. Cresce l’interesse su Potere al Popolo. La genta va a cercare la nostra piattaforma”, racconta Cremaschi.

L’ex sindacalista, poi, illustra i punti principali del programma del movimento nato dai fuoriusciti  del Brancaccio, l’appuntamento del giugno scorso del Teatro a Roma, quando nel corso dell’assemblea che doveva mettere insieme i fermenti extra-Pd (dalla quale sarebbe poi natoLiberi e Uguali), la ricercatrice precaria Viola Carofalo (nell’ultima foto in basso), 37 anni, attivista dell’ex Opg occupato di Napoli “Je so’ pazzo”, contestò il bersaniano Miguel Gotor, senatore Mdp.

Sull’euro e sull’Europa volete, leggo testualmente nel programma di Potere al Popolo, ”rompere l’Unione Europea dei trattati”. Ma la moneta unica va mantenuta?
“Dipende. Sul tema abbiamo posizioni diverse. Io appartengo alla piattaforma sociale Eurostop e sono contro la moneta unica, mentre ci sono altri esponenti di Potere al Popolo che sono più cauti sulla questione valutaria. La nostra portavoce Viola Carofalo ha spiegato che la posizione di partenza del movimento è realizzare il proprio programma sociale, rompendo con i Trattati europei nell’ipotesi che tutti i Paesi siano disponibili a ricontrattare moneta e servizi. Se questo non succederà siamo pronti anche al piano alternativo”. 

Giorgio Cremaschi ape 4
 

Quale?
“Rompere unilateralmente su tutto, compreso anche sull’appartenenza all’Eurozona. Potere al Popolo ha un programma economico-sociale che vuole realizzare ad ogni costo e ritiene che sia incompatibile con i Trattati europei”. 

Quali in particolare?
“Noi, il 5 marzo, vogliamo rispedire al mittente il Fiscal Compact, aumentare il deficit di bilancio, portare nelle mani dello Stato la Banca d’Italia, riprendere il controllo del debito pubblico, riducendo l’ammontare dei soldi che paghiamo ogni anno alle banche come interessi per il servizio del debito. Sosteniamo politiche che sono chiaramente incompatibili con i Trattati Ue. Non siamo contro la moneta unica in quanto tale, ma contro le politiche economiche di Bruxelles che vogliono dire austerità. La Germania ci ha imposto l’euro per imporci l’austerità. Se sarà possibile evitare le politiche economiche restrittive ricontrattando la moneta unica manterremo l’euro, se non sarà possibile opteremo per la rottura. Anche unilaterale”. 

Il suo movimento, poi, rivendica il “diritto dei popoli ad essere chiamati ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello pregresse o future, con il ricorso al referendum”. Non crede che questo possa portare, soprattutto a livello europeo, ad uno stallo decisionale?
“Innanzitutto, la scelta di rompere i Trattati va sottoposta a referendum, come anche l’adozione del Fiscal Compact. In linea più generale, non siamo d’accordo con il modello proposto da questa Unione. Siamo a favore di accordi fra Stati democratici che, ad esempio, non generino casi come quello dell’Embraco o dell’Honeywell che delocalizzano alla ricerca di condizioni migliori nel Vecchio Continente. Siamo contrari alla libera circolazione dei capitali, che è un principio fondante dell’Ue. Crediamo che sulle grandi scelte internazionali del Paese ci debba essere la consapevolezza del popolo. Non soltanto riguardo alla governance comunitaria, ma anche, per esempio, anche se scelte come l’appartenenza alla Nato. C’è il precedente italiano del 1989. Sui principali trattati, da Maastricht fino al Fiscal Compact, va fatta una consultazione referendaria”. 

Potere al popolo
 

E sulle direttive? 
“Siamo per disobbedire. Sempre sul Fiscal Compact, per esempio, Bruxelles sta trasformando l’accordo in una direttiva, così evita di sottoporlo all’approvazione dei Parlamenti nazionali”. 

Capitolo lavoro: Potere al Popolo vuole metterlo al centro della propria azione politica, “cancellando il Jobs Act, la legge Fornero e tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro”. In più, intende “ripristinare l’originario articolo 18 ed estenderlo alle imprese con meno di 15 dipendenti”. Parallelamente vuole anche “porre fine ai trasferimenti a pioggia alle aziende e stoppare la continua riduzione delle tasse sui profitti”. Tutto questo, però, non rischia di allontanare dal nostro Paese gli investimenti privati che il lavoro invece lo creano?   
“Innanzitutto, al centro del nostro programma sta la questione sociale che significa avere diritto ad un lavoro non sfruttato. Aspetto che ci differenzia da tutti gli altri partiti politici. Non vogliamo solo la piena occupazione fatta di lavoretti part-time, ma impieghi veri, dignitosi e non oppressivi. Lavori che diano uno stipendio che consenta alle persone di poter vivere. Per raggiungere questo obiettivo, intendiamo agire su un doppio fronte”.

Quale? 
“Da una parte, vogliamo abolire le leggi che favoriscono il precariato. E’ necessario considerare il contratto a tempo indeterminato l’unico contratto vero. Le altre forme contrattuali devono essere pure eccezioni. Invertendo i principi che vigono ora nel mercato del lavoro. Dall’altra, vogliamo ridurre l’orario, sia settimanale sia complessivo, abolendo totalmente la legge Fornero. Una riforma che, spostando in là l’età pensionabile, finisce per allungare in media l’orario di circa cinque ore a settimana per tutti i lavoratori italiani. Incentivando così la disoccupazione”.

giorgio cremaschi ape 1
 

Ok, ma tutto ciò non scoraggia gli investimenti privati?
“A parte il fatto che un lavoro di migliore qualità rende ed aumenta gli spazi per un’economia migliore. Non è l’impresa che crea il lavoro, ma il lavoro stesso. Se ci sono milioni di occupati in modo stabile, si produce domanda e mercato che attira a sua volta l’impresa. Infine, a differenza di tutti gli altri, Potere al Popolo vuole più Stato e meno mercato. L’Italia non deve più puntare sugli investimenti esteri che, solo per citare alcuni casi aziendali, finiscono per produrre casi come la Embraco o l’Honeywell. Casi che abbiamo visto come finiscono. Bisogna mettere un freno alla fuoriuscita di reddito dal nostro Paese e puntare sull’intervento dello Stato nell’economia. Questa è la leva fondamentale che può e deve creare più occupazione”.  

A proposito di “investimenti pubblici nella politica industriale”, sempre nel vostro programma si legge, che volete “valorizzare il settore turistico e puntare sulla riconversione ecologica delle economia”. Ma allo stesso tempo volete “aumentare gli investimenti nella cultura, abolire poi la Fornero sulle pensioni, istituire un reddito minimo garantito, introdurre un minimo di pensione, con 15 anni di contributi, compresi quelli figurativi”. In più, intendete “rinunciare alle privatizzazioni e alla vendita del patrimonio pubblico, ripubblicizzando alcune industrie principali”. Insomma, un’esplosione della spesa pubblica. E gli oltre 2.300 miliardi di debito italiano, il terzo più alto al mondo, come pensate di ridurli? Con le vostre politiche, i mercati smetterebbero di comprare Btp e spingerebbero i rendimenti alle stelle…
“Potere al Popolo chiede, ed è l’unico a farlo, una revisione di tutto il debito pubblico. In una prima fase non siamo spaventati dal ricorrere ad un aumento del deficit. Siamo contro Maastricht. E’ ovvio che il deficit va aumentato per costruire case, scuole ed ospedali e non per comprare gli F35 o per salvare le banche e remunerarle con interessi sui Btp. Dipende da cosa si spende. In Italia i soldi ci sono. Da 25 anni, il nostro Paese ha un bilancio primario in attivo. I cittadini versano allo Stato più soldi di quelli che ricevono in servizi. Abbiamo calcolato che, da inizio anni ’90, sono stati fatti circa 750 miliardi di tagli alla spesa pubblica, soldi che sono andati come interessi alle banche come interessi sui titoli di Stato. Il nostro debito pubblico aumenta non per un welfare troppo generoso come sostiene Emma Bonino, ma  aumenta, al contrario, perché è tutto determinato dall’usura bancaria sul debito. E’ per questo motivo che intendiamo rinazionalizzare la Banca d’Italia riprendendo il controllo del debito”.

viola carofalo

Viola Carofalo

E quindi?
” Partendo da un’attività di audit sul debito, intendiamo poi ristrutturarlo. Da un lato andremo a predere i soldi dal sistema bancario e finanziario. Dall’altro, lavoreremo per una redistribuzione del reddito”.

I mercati si spaventerebbero…
“Certamente, ma come ci insegna il capitalismo privato, i piccoli debitori restano schiacciati, mentre quelli grandi hanno potere. E noi agiremmo come Stato che impone le proprie condizioni”. 

Come il Movimento 5 Stelle, anche voi proponente l’introduzione di un reddito di cittadinanza e di tagliare stipendi e vitalizi dei parlamentari. Ma perché un elettore dovrebbe votare voi e non Luigi Di Maio?
“Innanzitutto, i nostri parlamentari prenderanno uno stipendio di duemila euro al mese, cifra che ci sembra già un buono stipendio. Il parlamentare deve comprendere quanto guadagna il Paese e non arricchirsi. Nessuno arriva a questo livello. Si tratta un aspetto di moralità e giustizia. Il reddito di cittadinanza, poi, dev’essere considerato, non come fanno i 5 Stelle, una misura di emergenza contro la disoccupazione. Bisogna concentrarsi poi sulla creazione di lavoro”. 

Beh, ma come struttura (il capo politico del movimento è un portavoce che ruota) e compilazione dal basso del programma, Potere al Popolo ricorda molto ilM5S della prima ora. Formazione politica che quasi certamente nella quota proporzionale sarà il primo partito, facendo ben sentire la propria voce…
“Le differenze di programma sono enormi. Abbiamo dei punti in comune, come anche la voglia di mandare a casa quanti hanno governato fino ad ora. Ma c’è una diversità di fondo. Per loro, la prima parola è legalità. Per noi, invece, è giustizia sociale. Si tratta di una differenza vera, sostanziale. Noi rappresentiamo un fattore che nel Paese non c’è più e che serve: una Sinistra reale del popolo sfruttato e oppresso che deve essere presente nelle istituzioni per migliorare l’Italia. Il M5S ha rappresentato una rottura solo in passato. Abbiamo assistito a una sua conversione che l’ha resa ora una formazione molto moderata. Se avessimo i voti del M5S di sicuro non andremmo nella City di Londra per farci accettare dagli investitori. I mercati e i finanzieri sono i nostri avversari, non quelli da cui dobbiamo farci accettare”.  

Come gestire l’emergenza migranti? 
“E’ necessario abolire il decreto Minniti che sono un’offesa ai poveri. Le politiche internazionali vanno ripensate: i tagli alle spese militari vanno indirizzati alle attività di sostengo delle economie in crisi e poco sviluppate da cui provengono i flussi migratori. Meno guerre significa poi creare meno migranti. I migranti, già presenti nel nostro Paese, devono avere diritti, altrimenti finiscono per essere usati come schiavi nell’economia clandestina. Basta vedere quello che accade nei campi agricoli della Puglia. Ogni anno, in Italia entrano normalmente 200 mila migranti, a fronte di 300 mila italiani che nel 2017 hanno fatto le valigie per andare a cercare lavoro all’estero. Affrontando la disoccupazione di massa e costruendo una società più giusta, la rabbia sociale verso i migranti si sgonfierebbe”. 

Per chi voterà il sindacato?
“Potere al Popolo riscuote un grande consenso presso i sindacati di base e presso quei settori della Triplice che hanno criticato fortemente le politiche del governo Renzi, prima e di Gentiloni poi. I vertici di Cgil, Cisl e Uil invece stanno con Pd e Leu. Quest’ultimo è una corrente esterna del partito dei Dem“.     

BpVi, la protesta dei duecento truffati – Video

Prato, assemblea con Federconsumatori, che raccomanda prudenza sulle eventuali cause di risarcimento individuali

Il presidente della Federconsumatori Toscana Fulvio Farnesina illustra le novità per chi è rimasto truffato dalla BpviPrato, assemblea dei duecento clienti pratesi al Palazzo delle professioni per fare il punto sulla situazione dopo il crack della Banca Popolare di Vicenza – L’ARTICOLO – (video Sproviero-Lardara)
 

PRATO. Morena credeva che quel gruzzolo di 12mila euro, frutto del sudore di tanti anni in fabbrica, fosse al sicuro nella cassaforte di palazzo degli Alberti. E invece no, è andato tutto in fumo. «Fui chiamata dall’impiegata della banca – racconta la 75enne pensionata in lacrime – perché il mio conto corrente aveva superato i 10mila euro. Mi parlò di un investimento in azioni con la garanzia che i miei soldi sarebbero stati al sicuro».

Era il giugno 2016: un anno dopo per la Banca popolare di Vicenza sarebbe scattata la liquidazione coatta amministrativa. Adriana Mancini ci ha rimesso invece la metà del capitale di Morena: seimila euro. Anche lei azionista dell’ex BpVi, l’ottantenne pratese senza peli sulla lingua la butta sulla politica quando prende la parola, durante l’assemblea organizzata dalla Federconsumatori pratese, pronta a costituirsi parte civile – insieme a Federconsumatori Toscana – nel procedimento penale a carico degli ex vertici di Popolare di Vicenza.

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«Tra pochi giorni si andrà a votare ma nessun politico ha speso una parola per noi. Nemmeno il sindaco s’è interessato». Nella sala del palazzo delle Professioni riecheggia la voce dei risparmiatori traditi dal crack dell’istituto bancario, 200 quelli associati a Federconsumatori. È la voce di Andrea Badiani che s’interroga sul da farsi dopo aver ascoltato i consigli dell’associazione dei consumatori che, supportata dai legali Silvia Abati e Matteo Ferrari Zanolini, ha raccomandato prudenza su possibili cause di risarcimento individuali. «Ci viene detto che la costituzione di parte civile rappresenta un vicolo cieco – fa notare Badiani – ma il fondo di 100 milioni di euro previsto dalla finanziaria suona come una beffa se non è sufficiente».

Eppure, secondo Federconsumatori questa è l’unica speranza per riavere i soldi. «È la strada maestra, perché il fondo istituto dal governo riconosce il diritto al risarcimento dei risparmiatori – spiega il vicepresidente nazionale Sergio Veroli – Ma la capienza finanziaria è limitata e mancano i decreti attuativi sui criteri di erogazione». I nervi in assemblea sono tesi: tante le testimonianze di anziani truffati, messi nelle condizioni di dover comprare pacchetti di azioni con il pretesto di un mutuo da pagare. Giacinto Pescali è uno dei più arrabbiati. Ce l’ha anche con Intesa che ha rilevato la parte sana della banca veneta.

«Allo sportello mi dicono che i rimborsi toccheranno ai redditi più bassi». La confusione è tanta. C’è chi ha provato a inserirsi nell’insinuazione al passivo ma lo Stato, creditore privilegiato, avrà la precedenza sugli incassi della liquidazione. E poi c’è il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura, un processo dietro l’angolo che si preannuncia complicato. Secondo i legali dell’associazione, «esiste il rischio di prescrizione e che non si recuperi nulla a fronte di esborsi economici». L’unica certezza è che Federconsumatori Prato e Toscana si costituiranno parte civile prima del dibattimento. «Una scelta di responsabilità – sottolinea il presidente regionale Fulvio Farnesi – per dare un segnale politico forte».

Maria Lardara il tirreno edizione di Prato

Processo crac Veneto Banca a Roma, Paola Severino, legale di Intesa ed ex ministro della giustizia: “la mia assistita non deve farsi carico di nulla, ma solo ringraziata”

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L’ennesimo appuntamento in aula con l’udienza preliminare nel procedimento per il dissesto di Veneto Banca si è tradotto in un conflitto giudiziario che va ben oltre la fisiologia di un procedimento penale e il contrasto tra le parti.

Oggi 2 marzo a scontrarsi non erano accusa e difesa, ma, da una parte le tante migliaia di vittime incolpevoli della malagestio bancaria che ha bruciato tutti i loro risparmi e dall’altra il potere, cinico e arrogante, che tenta di piegare ogni cosa alle sue logiche. Dinanzi al gup Lorenzo Ferri, oggi è stata la volta dei responsabili civili: Intesa San Paolo, il primo gruppo bancario italiano che, al prezzo di 50 centesimi, ha acquistato Veneto Banca e quest’ultima. 

La prima è stata citata da quasi tutte le vittime grazie all’ordinanza del giudice che ha autorizzato tale citazione. La seconda invece si è costituita volontariamente.

Per il salvataggio di Veneto Banca (e della Banca Popolare di Vicenza) il governo italiano ha messo sul tavolo 17 miliardi di cui 5 di sussidio ad Intesa.

Che per tutta risposta non vuole saperne di rifondere i tanti risparmiatori indotti a sottoscrivere azioni e poi spogliati di tutto.

Ha fatto impressione che in aula, nel pool di legali schierato dal colosso bancario, ci fosse in prima fila Paola Severino (nella foto, ndr), ministro della giustizia fino a meno di cinque anni fa e difensore abituale di quelle grandi aziende – Eni, Enel, Telecom – che rappresentano il cuore del potere finanziario.
Drastica la sua linea di difesa degli interessi del colosso bancario, spietata, a tratti cinica: non c’è stata alcuna cessione d’azienda – ha detto in sostanza – quindi Intesa non deve farsi carico di nulla. Va solo ringraziata per avere salvato gli sportelli, i dipendenti e i correntisti.
Ovviamente l’ex ministro ha sorvolato su quei cinque miliardi cash versati dallo Stato, con il decreto approvato in pochi minuti senza nemmeno discutere, una domenica di giugno.
Tranciante poi l’invocata ragion di Stato per la quale – questo il ragionamento dell’avv. Severino – gli azionisti e gli obbligazionisti devono rassegnarsi e vanno necessariamente sacrificati.

Insomma un intervento a gamba tesa nello scenario di un processo che con molta fatica, ed anche un certo coraggio, il gup ha predisposto in modo da potere esaminare effettivamente la domanda di giustizia che esso pone.

E’ risultato sorprendente negare che si sia trattato di una cessione d’azienda, considerato che anche Intesa San Paolo sul proprio sito ne parla in questi termini e che in diverse lettere alla clientela dichiara, anzi confessa, di subentrare a Veneto Banca.
Insomma il governo consegna 17 miliardi di soldi pubblici ad una grande banca perché impedisca il fallimento disordinato di altre due banche ma ciò non comporta l’impegno di farsi carico delle responsabilità di queste ultime.
Stupefacente è risultato poi l’intervento dei difensori di Veneto Banca la quale si è costituita volontariamente come responsabile civile ma, sostanzialmente solo per escludere che possa risponderne anche Banca Intesa.
Stessi argomenti, stesse analisi, stesse richieste anche da parte della banca trevigiana, impegnatissima ad escludere ogni coinvolgimento di Intesa.
Questa posizione, che ovviamente le parti civili e le organizzazioni dei consumatori che le rappresentano, hanno annunciato di combattere, avrebbe un effetto discriminatorio illogico e incomprensibile tra correntisti da un lato e azionisti dall’altro. Effetto che il gup Ferri ha escluso con l’ordinanza di autorizzazione alla citazione.

Ora si tratta di capire che se anche questo attacco sferrato dal colosso bancario, per bocca di un ingombrante avvocato ex ministro, potrà essere respinto dal giudice attraverso le norme di riferimento o, in caso contrario, se debba essere posta una questione di illegittimità costituzionale del decreto-legge 17 del 25 giugno ’99.
La risposta dovrebbe giungere il 15 marzo quando il gup chiuderà le questioni preliminari e potrà finalmente cominciare ad analizzare gli elementi dai quali scaturirà la decisione o meno di mandare a processo (tutti o alcuni) gli imputati. Udienza anche il 9 marzo per la trattazione delle eccezioni di competenza territoriale.  Angelo Di Natale vicenzapiu’

BEN AMMAR MA NON BENISSIMO: IL FINANZIERE TUNISINO ACCUSATO DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA IN FRANCIA – CONSIGLIERE DI TIM E DELLA WEINSTEIN COMPANY, PONTE TRA BERLUSCONI E BOLLORÉ, RISCHIA FINO A 5 ANNI DI CARCERE PER IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ CINEMATOGRAFICA QUINTA COMMUNICATION – GIÀ PIGNORATO UNO CHALET SULLE ALPI FRANCESI DA 3 MLN –

BEN AMMAR CONFALONIERIBEN AMMAR CONFALONIERI

 

Dal Fatto Quotidiano

 

Tarak Ben Ammar rischia di non poter più gestire i suoi affari per il fallimento della società cinematografica Quinta Communication. Il franco-tunisino dalle mille risorse – è, infatti, consigliere di Telecom Italia, della Weinstein Co. (l’ ex società del produttore americano dello scandalo abusi), ex di Mediobanca, nonché ex manager di Michael Jackson – è accusato dal tribunale francese di Nanterre di bancarotta fraudolenta, il che comporterebbe fino a 5 anni di carcere, una multa di 75.000 euro e altre pene accessorie come l’ interdizione dai diritti civili e il divieto a emettere assegni.

 

tarak ben ammar nabil karoui e silvio berlusconiTARAK BEN AMMAR NABIL KAROUI E SILVIO BERLUSCONI

I guai sono cominciati già nel 2011: fallisce Quinta Industries, società che raggruppa in sé altre società di post-produzione cinematografica, tra le quali Quinta Communication che è anche azionista di maggioranza di Quinta Industries e il cui presidente è Ben Ammar. Nel 2015, sempre per il fallimento della stessa azienda, a Ben Ammar viene pignorato lo chalet in Val d’ Isère, valore stimato: 3 milioni.

 

Inoltre, viene chiesto al manager, alla società e ai dirigenti un risarcimento di 45 milioni di euro. A oggi, però, la Corte ha condannato Ben Ammar, la sua società e un suo dirigente a un risarcimento di 3,5 milioni di euro.dagospia.com

 

I MAGISTRATI INSEGUONO MARIA ETRURIA BOSCHI PURE SULLE DOLOMITI – APERTA UN’INDAGINE A BELLUNO SU PAPA’ PIERLUIGI. SAREBBE COINVOLTO IN UNA STORIACCIA SU BANCA ETRURIA, CON PROTAGONISTI SERVIZI SEGRETI, MASSONI E VATICANO – LE RIVELAZIONI DI DUE “GOLE PROFONDE”, INTERCETTATE DA “LA VERITA’” –

Giacomo Amadori per la Verità

 

Ai piedi delle stesse Dolomiti e precisamente a un centinaio di chilometri da Bolzano, dove è stata paracadutata la candidata Maria Elena Boschi, il procuratore di Belluno Paolo Luca e il pm Marco Faion, hanno aperto un fascicolo d’ indagine, dove compare più volte il nome di suo papà Pier Luigi.

 

boschi in Alto AdigeBOSCHI IN ALTO ADIGE

A innescarlo sono state le dichiarazioni di un quarantaduenne agente immobiliare romano e procuratore sportivo, Valerio L., con importanti entrature in Vaticano, e Giuseppe V., 64 anni, imprenditore marchigiano e consulente bancario, per un ventennio informatore della banda dei massoni che faceva capo ai faccendieri Flavio Carboni, Valeriano Mureddu e Giuliano Michelucci. Giuseppe V. ha spiegato di aver messo a disposizione le sue competenze e l’accesso ad alcune banche dati ritenendo di collaborare con i servizi segreti italiani. Infatti Michelucci, 64 anni, si sarebbe qualificato come 007 e avrebbe esibito tesserini, auto di servizio con lampeggiante e amicizie nelle forze di polizia.

 

Giuseppe V. e Valerio L. si sono rifugiati nel profondo Nord sostenendo di essere in pericolo di vita. I due, a partire dallo scorso novembre, hanno rilasciato decine di ore di dichiarazioni adesso al vaglio degli inquirenti che intendono verificare l’ attendibilità dei fatti denunciati prima di eventuali trasmissioni di notizie di reato alle procure competenti.

pierluigi boschiPIERLUIGI BOSCHI

 

Nei loro verbali, raccolti dai carabinieri del Nucleo investigativo bellunese guidato dal maggiore Marco Stabile, viene descritto un altro «mondo di mezzo» in cui si incrociano criminalità organizzata, alti prelati del Vaticano, servizi segreti e uomini politici. Un sottobosco fatto di dossier, traffici d’ armi, violenze e soldi sporchi. Anche Giuseppe G. si è dichiarato appartenente alla massoneria, mentre il suo presunto compagno di fuga sarebbe il nipote di un noto cardinale fiorentino deceduto negli anni Ottanta.

 

I due in una decina di incontri hanno riferito notizie al limite dell’ incredibile e nelle loro ricostruzioni hanno ritagliato un ruolo anche per Pier Luigi Boschi. Secondo Valerio L., Boschi sarebbe stato soprannominato dalla banda «Professore» e si sarebbe interessato di affari immobiliari e investimenti finanziari, anche nel mondo del calcio. In un documento sequestrato a Michelucci dalla Guardia di finanza di Arezzo (presso il tribunale toscano è imputato per riciclaggio) si parla effettivamente di un «professore che fa parte di un settore bancario monetario, politico».

mureddu e moglieMUREDDU E MOGLIE

 

In una mail coeva si legge: «Il Professor B. la settimana prossima ha detto che la banca dirà di sì per l’ America Latina». Nelle carte si fa riferimento anche a un incontro con lui durante la Leopolda, la kermesse renziana. Nella documentazione sequestrata, però, viene appellato con nome e cognome il «professor» Filippo Benelli, docente di diritto costituzionale all’ università di Macerata e presidente di Democratici & socialisti, la componente socialista del Pd. Ma se il professore citato nelle mail potrebbe non essere Boschi, i rapporti tra la banda dei massoni e il padre dell’ ex sottosegretaria sono conclamati in altre inchieste.

 

Per esempio in un fascicolo della Procura di Prato aperto per una brutta storia di caporalato. In questa indagine è stato arrestato anche Michelucci accusato di aver tentato di indurre un mezzadro pakistano a rendere false dichiarazioni all’ autorità giudiziaria. L’ uomo aveva il compito controllare i braccianti asiatici che lavoravano in un’ azienda vitivinicola. Nell’ interrogatorio del 14 novembre 2016, reso davanti al pm Antonio Sangermano, Michelucci, assistito dall’ avvocato milanese Luigi Giuliano, fa un preciso riferimento a babbo Boschi: «Premetto di non appartenere ai servizi segreti () tuttavia dagli anni ’80 ho svolto un continuativo ruolo informativo in favore di S. B. ovvero un carabiniere che si era accreditato con me quale membro dei servizi segreti italiani. () Ho fornito al suddetto S. B. informazioni riservate su Pier Luigi Boschi, già membro del Cda di Banca Etruria, in relazione a presunti rapporti con una fiduciaria svizzera, senza svolgere in tal senso alcun approfondimento».

PIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONIPIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONI

 

Ricordiamo che nelle scorse settimane abbiamo raccontato come nel computer di Michelucci le Fiamme gialle aretine abbiano rinvenuto un presunto programma finanziario per il trasferimento dall’ Honduras di 6 miliardi di euro intestato a Pier Luigi Boschi, il quale, nell’ atto, risultava domiciliato a Chiasso in piazza Indipendenza 4. Su tale documento la Procura di Arezzo ha aperto un filone d’ indagine. Il pm di Prato durante l’ interrogatorio di Michelucci ha domandato se ci fosse «un’ attività di dossieraggio e di discredito nei confronti di Pier Luigi Boschi» e Michelucci ha ribattuto di aver avuto l’ informazione da un avvocato svizzero e di non essere in grado di stabilirne «minimamente il fondamento» e di non sapere che «uso intendesse fare di questa informazione S. B.» né di conoscere «il possibile utilizzo da parte dei servizi segreti».

 

Michelucci ha anche raccontato di aver fornito informazioni al suo referente negli 007 su esponenti politici italiani, «tra cui l’ onorevole Carlo Giovanardi di Modena, in relazione a una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto la Baraldi Spa, senza sapere che utilizzo ne sia stato fatto». Michelucci e Giovanardi sono coinvolti in un’ inchiesta bolognese riguardante le concessioni delle certificazioni antimafia alle imprese: il primo è accusato di rivelazione di segreto, false dichiarazioni ai pm e favoreggiamento, il secondo di violenza o minaccia a un corpo politico-amministrativo (in questo caso la Prefettura di Modena). Il procedimento è sospeso in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sull’ utilizzabilità dei tabulati telefonici di Giovanardi.

indagine caporalato MichelucciINDAGINE CAPORALATO MICHELUCCI

 

A Prato, Michelucci ha spiegato di aver sviluppato negli anni «una serie di rapporti con lo Stato Vaticano, svolgendo anche attività di sicurezza e di trasporto di altissimi prelati». Nella sua agenda ci sarebbero i nomi anche di diversi politici di primo piano a cui avrebbe offerto un servizio di scorta.

 

Per esempio Michelucci avrebbe portato in giro per Roma anche la moglie dell’ attuale ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e nelle sue intercettazioni avrebbe vantato la conoscenza del ministro dello Sport, Luca Lotti, originario dello stesso paese di Michelucci, Montelupo fiorentino. Il fascicolo pratese nel frattempo è passato dal pm Sangermano, trasferito al tribunale per i minorenni di Firenze, al collega Lorenzo Gessi.

 

La banda dei massoni è sotto inchiesta anche a Perugia per reati che vanno dall’ associazione per delinquere alla violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Ma il pm Giuseppe Petrazzini non rilascia informazioni sullo stato del fascicolo e sulle indagini portate avanti dalla Squadra mobile cittadina. In Umbria, Michelucci gestiva una specie di agenzia di investigazioni non ufficiale.

 

alfano e moglieALFANO E MOGLIE

Nell’ ufficio di Perugia gli investigatori hanno trovato oltre 3.000 dossier su personaggi della politica e dell’ imprenditoria, tra cui Boschi. L’ affitto dell’ abitazione di Michelucci era pagato dalla società anonima svizzera Choca, riconducibile all’ avvocato svizzero Pier Francesco Campana, classe 1929, coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nella Confederazione elvetica e in Italia. Nel 2014 Michelucci, d’ accordo con l’ avvocato Campana, inviò un presunto finanziere pakistano, tal Abdulaziz Jamaluddin nella sala riunioni di Banca Etruria al cospetto di Pier Luigi Boschi per proporre un finanziamento da 300 milioni di euro e chiedere l’ apertura di un conto. Una vicenda su cui hanno indagato anche i finanzieri di Arezzo.

 

La struttura di investigazioni parallele di Michelucci e Campana utilizzava come dominio internettiano la sigla Aisiee (che evoca quella dei nostri servizi segreti). Lo scorso novembre il faccendiere sembra abbia lasciato in fretta e furia il capoluogo umbro.

 

In mezzo a tante indagini giudiziarie, si è aperto il nuovo capitolo bellunese, dove per la prima volta un presunto informatore della banda sembra intenzionato a fare rivelazioni importanti. Un quadro intricato in cui non è facile distinguere la verità dalle bugie. Infatti anche Giuseppe V. e Valerio L. hanno subito in passato denunce per truffa, diffamazione e stalking, in un paio di casi da parte di quelli che oggi accusano.

ACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBALACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBAL

 

Al cospetto degli inquirenti bellunesi i due testimoni hanno pure parlato di presunti dossier ai danni di politici di centrodestra e in particolare hanno fatto i nomi di Gianni Alemanno, Renata Polverini e Magdi Cristiano Allam, su cui la banda avrebbe cercato informazioni sensibili. Tutto questo è finito nei verbali degli inquirenti e al momento il fascicolo è aperto con un ipotesi di stalking ai danni di Giuseppe V. e Valerio L., assistiti in questo procedimento dall’ avvocato feltrino Franco Tandura, ex presidente della camera penale e dell’ ordine degli avvocati della provincia di Belluno.

 

Se Maria Elena Boschi si augurava, scappando da Arezzo, di tenere lontane da sé le indagini che coinvolgono il padre (indagato in Toscana per bancarotta fraudolenta, falso in prospetto e ricorso abusivo al credito), pare aver fatto male i propri conti: le cattive frequentazioni del genitore la stanno inseguendo anche sulle nevi delle Dolomiti. dagospia.com

(1. Continua)

 

Italia, salvataggio venete spada Damocle su rientro deficit e debito 2017

MILANO/ROMA (Reuters) – Per la terza economia della zona euro lo scorso anno si è chiuso con un crescita di 1,5% — miglior risultato dal 2010 — ma soprattutto con una discesa dei coefficienti deficit/Pil e debito/Pil superiore persino alle stime del governo.

Lo certificano i dati Istat validi per i parametri di Maastricht, dunque per il confronto europeo, con un dettaglio tutt’altro che trascurabile, dal momento che non includono i costi del salvataggio delle banche venete, che si presume verranno contabilizzati — ancora non è chiaro in che termini — in sede Eurostat con una conseguente revisione al rialzo dei valori di deficit e debito.

Occorre quindi attendere almeno fino al 23 aprile, quando l’ufficio di statistica della zona euro diffonderà la prima stima degli aggregati di debito e deficit per l’intera unione monetaria, Italia compresa.

Per la‘liquidazione ordinata’ di Popolare Vicenza e Veneto Banca il governo ha stanziato un contributo contante pari a poco meno di 5 miliardi oltre a garanzie di circa 12 miliardi.

 

Nella Nota di aggiornamento al Def di fine settembre il Tesoro precisa di aver al momento accantonato per il salvataggio delle banche venete‘soli’ 400 milioni a‘fair value’. Il valore nominale massimo delle garanzie pubbliche — spiega Via XX Settembre — è pari a circa 12,4 miliardi, cifra che rappresenta tuttavia uno“scenario estremo, difficilmente realizzabile”.

“[…] I numeri suggeriscono che, nonostante l’incertezza politica, il favorevole andamento della crescita sta avendo benefici effetti sui saldi di finanza pubblica: non solo prosegue (a un ritmo superiore al previsto) il miglioramento di deficit e avanzo primario, ma sembra iniziato già dal 2017 un sia pur lieve trend di calo del rapporto debito/Pil” scrive in un commento l’analista di Intesa Sanpaolo Paolo Mameli.

Si torni però ai dati di questa mattina.

In termini grezzi, il prodotto interno lordo 2017 è cresciuto al ritmo di 1,5%, un decimo oltre la prima stima pubblicata sempre da Istat il 14 febbraio e sei oltre lo 0,9% del 2016, mettendo a segno la performance più brillante degli ultimi sette anni, in perfetta linea alle attese ufficiali della nota di aggiornamento al Def.

Ancora più straordinario — per quanto forse soltanto estemporaneo — il miglioramento dei conti pubblici.

Da 2,5% del 2016 il deficit nominale scivola a 1,9% — minimo da dieci anni a questa parte — da confrontare con l’attesa governativa di 2,1%, con un avanzo primario in salita a 1,9% da 1,5% dell’anno precedente.

Quanto poi al debito, da sempre punto dolente, i numeri di questa mattina indicano che in valore percentuale rispetto al Pil lo scorso anno si è chiuso a 131,5% da 132% del 2016, addirittura un decimo al di sotto dell’131,6% della stima ufficiale.

Ciliegina sulla torta, la discesa della pressione fiscale a 42,4% — minimo dal 2011 secondo la serie storica Istat — dopo il 42,7% del 2016.

“I dati combinati dell’economia reale e dei conti pubblici attestano che le politiche economiche contraddistinte dalla metafora del‘sentiero stretto’ stanno perseguendo con successo tanto il risanamento delle finanze pubbliche (meno deficit e meno debito in rapporto al Pil) quanto il sostegno alla crescita” dice una nota di Via XX Settembre.

– ha collaborato Valentina Consiglio

È vero che nel 1994 Emma Bonino fu eletta con la Lega Nord?

Lo dice uno screenshot che sta girando molto sui social network, ma è più complicata di così

 

Da ieri sta girando su Twitter e Facebook un’immagine da cui risulta che alle elezioni del 1994 Emma Bonino, attuale leader di +Europa, fu eletta in Parlamento con la Lega Nord, un partito che Bonino sta criticando da settimane per le sue posizioni contro l’Europa e l’immigrazione. L’immagine è vera ed è tratta dal vecchio sito della dodicesima legislatura, che durò al 15 aprile 1994 all’8 maggio 1996. Sostenere che Bonino fu eletta con la Lega Nord, come sembra indicare il sito in questione, è però impreciso.

Nel 1994 Bonino faceva parte della Lista Pannella – Riformatori, uno dei numerosi partiti messi in piedi fra gli anni Novanta e Duemila dai Radicali, che allora erano guidati da Marco Pannella e si consideravano trasversali rispetto ai partiti tradizionali. Ai tempi la Lista temeva di non avere un consenso sufficiente per eleggere con certezza dei parlamentari – e infatti non riuscì a superare lo sbarramento del 4 per cento – e fece un accordo con la neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi per entrare nel centrodestra e appoggiarlo su alcuni temi (all’epoca il centrosinistra era ancora molto influenzato dalla tradizione comunista e socialista). In cambio, il centrodestra si impegnò ad eleggere alcuni esponenti Radicali.

 

La legge elettorale con cui si votò nel 1994 era il cosiddetto Mattarellum, ideato dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che prevedeva un sistema misto di elezione: il 75 per cento tramite un sistema uninominale, con un solo candidato per collegio, e il 25 per cento con una quota proporzionale. Bonino venne candidata alla Camera nel sistema uninominale, in un seggio considerato sicuro per il centrodestra e che comprendeva Padova e il paese limitrofo di Selvazzano Dentro. Due mesi prima delle elezioni, in un’intervista al Messaggero disse di non sentirsi né leghista né “berlusconiana”.

Bonino fu eletta col 39,5 per cento dei voti. Come si capisce bene dall’immagine qui sotto, è impreciso sostenere che entrò in Parlamento con la Lega Nord: la sua candidatura fu sostenuta da tutto il centrodestra. Un archivio più recente della Camera dei deputati, inoltre, scrive correttamente che nel 1994 Bonino fu eletta “con sistema maggioritario”, senza associarla a nessun partito in particolare.

Le elezioni del 1994 furono vinte dal centrodestra. I Radicali riuscirono ad eleggere complessivamente sei deputati e due senatori ed entrarono nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Pochi mesi dopo Bonino fu eletta Commissario europeo per gli aiuti umanitari e per la tutela dei consumatori su indicazione di Berlusconi, e lasciò il suo seggio alla Camera. il post.it

COMUNICARE È POTERE – SIMONE BEMPORAD, DIRETTORE DELLA COMUNICAZIONE DI GENERALI SPA È ”IL COMUNICATORE DEL 2018” – ‘’HA CREATO UNA COMPLESSA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE INTEGRATA PER RACCONTARE L’IMPORTANTE INTERVENTO DI GENERALI NEL CUORE DI PIAZZA SAN MARCO A VENEZIA”

http://www.affaritaliani.it/mediatech/premio-ischia-comunicatore-dell-anno-a-simone-bemporad-527301.html

 

 

simone bemporadSIMONE BEMPORAD

Simone Bemporad, direttore della comunicazione di Generali Spa è “comunicatore dell’ anno 2018. Riconoscimento speciale a Massimiliano Lanzi, manager del “Centrostudi Giornalismo e Comunicazione”.

 

Lo ha deciso la giuria formata da Gerardo Capozza, Capo Cerimoniale e Consigliere della Presidenza del Consiglio, Marco Bardazzi, Direttore Comunicazione Esterna ENI spa, Alessandro Bracci, Direttore sede Interregionale di Roma Siae, Leonardo Bartoletti, giornalista, Giovanni Buttitta, responsabile relazioni esterne e progetti speciali, comunicazione esterna e sostenibilità Terna Spa, Nicola Cerbino, Capo ufficio stampa della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, Danilo Di Tommaso, Direttore Comunicazione e rapporti con i Media CONI, Ludovico Fois, Responsabile Relazione esterne e affari istituzionali ACI, Carlo Gambalonga giornalista, Flavio Natalia Capo Comunicazione Prodotto Sky Italia , Massimiliano Paolucci, direttore relazioni esterne ACEA spa, Stefano Porro, Direttore affari relazioni esterne affari istituzionali ADR spa, Valeria Speroni Carli, capo ufficio stampa Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite srl e Luciano Tancredi, Direttore Relazioni esterne e istituzionale Condotte spa.

simone bemporadSIMONE BEMPORAD

 

GENERALIGENERALI

“Bemporad – si legge nella motivazione della giuria – ha creato una complessa strategia di comunicazione integrata per raccontare l’importante intervento di Generali nel cuore di Piazza San Marco a Venezia, collegandolo con una serie di iniziative di corporate social responsibility destinate a una vasta gamma di iniziative, dalla lotta alla povertà alla creazione di startup da parte di rifugiati. Il successo mediatico è stato notevole, con decine di articoli e servizi sulla stampa nazionale e internazionale. E l’iniziativa presenta molti aspetti innovativi dal punto di vista della comunicazione, incluso l’utilizzo – come “comunicatori” – dei 70 milia dipendenti e 200 mila agenti di Generali.”dagospia.com

Germania, attacco hacker alle reti federali: sospetti sui russi ‘BUCATO’ IL MINISTERO DEGLI ESTERI E QUELLO DELLA DIFESA

Un attacco hacker al sistema informatico del governo tedesco che andrebbe avanti da un anno. E’ quanto emerso da fonti stampa poi confermate da esponenti delle istituzionali. Uno choc per la Germania e il suo sistema di efficienza. Si tratterebbe, infatti, del più grande attacco informatico ai danni del governo di Berlino che ritiene di aver già individuato i colpevoli. I sospetti, secondo le prime dichiarazioni, cadrebbero sui russi che, attraverso il gruppo di pirati informatici APT28 (noto come “Fancy Bear”) sarebbe riuscito a rubare dati sensibili. Secondo le indagini svolte sul gruppo, gli investigatori li ritengo i responsabili dell’attacco al Bundestag nel 2015.

‘Bucati’ i server del governo e delle agenzie di sicurezza

L’attuale attacco, invece, avrebbe violato i sistemi di sicurezza del ministero degli Esteri e della Difesa. Attraverso un malware, infatti, sarebbero stati trafugati dati sensibili. Ma non solo. L’infiltrazione andrebbe avanti da un anno, ma è stato scoperto solo a dicembre. Il ministro dell’Interno tedesco ha fatto sapere che l’attacco è stato “neutralizzato e tenuto sotto controllo”. Nonostante questo “l’incidente viene trattato come un’alta priorità e con risorse massicce” da parte dell’intelligence, ha sottolineato Johannes Dimroth, portavoce del Ministero.

Sospetti sui russi

Dalle prime informazioni trapelate, i presunti responsabili sarebbero i pirati informatici appartenenti al gruppo russo APT28, e legato ai servizi militari russi del GRU ( gli stessi accusati di aver hackerato la campagna elettorale di Hillary Clinton negli Stati Uniti). Un’ipotesi sulla quale stanno lavorando i servizi segreti di Angela Merkel. Secondo fonti del Bild, tuttavia, il ‘buco’ non sarebbe da attribuire ad APT28. Si tratterebbe di qualcosa di molto più sofisticato, un attacco preparato a lungo anche se con la stessa area d’origine: la Russia.

OFCS REPORT

Snobbati da politica e finanza. Chi rappresenta i millennial in Italia?

Snobbati dalla politica. I bisogni della generazione dei millennial (18-34 anni) sono stati poco presenti in campagna elettorale. Sono 579mila i diciottenni che voteranno per la prima volta alla Camera; i 25enni che andranno all’urna per il Senato sono 635 mila (in entrambi i casi dati Istat al primo gennaio 2018). Temi più vicini alla sensibilità dei giovani, come la tutela dell’ambiente, hanno ricevuto poca o nessuna ospitalità nei talk show. Strana questa mancanza di attenzione da parte dei politici. Ancora più strano, però, che il marketing finanziario abbia poca attenzione per le esigenze di tale generazione che fra una decina d’anni sarà ai posti di comando.

Prodotti di risparmio cercasi

Scovare dei prodotti di risparmio costruiti sulle esigenze dei millennial è più difficile di una caccia al tesoro. Fondi, piani di accumulo, strumenti che consentano di risparmiare per i propri studi: rari i casi di un’offerta di questo tipo nel mercato italiano come dimostra l’inchiesta di Plus24, settimanale di risparmio del Sole24Ore in edicola sabato 3 marzo. La domanda non c’è? Possibile. Di certo non viene stimolata con prodotti ad hoc e con campagne pubblicitarie che vadano a colpire questa generazione che si informa via social network e che scarica e acquista dalla Rete.

The «cheapest generation»

I primi a inquadrare i millennial sono stati i giornalisti Derek Thompson e Jordan Weissmann in un articolo del settembre 2012 pubblicato sul giornale Usa The Atlantic. Titolo del pezzo emblematico: «The cheapest generation» . Qui in Italia potremmo definirla low cost generation. Di quell’articolo sui giovani americani, prendiamo in prestito alcune valutazioni utili per capire come intercettarne i gusti e le sensibilità. Niente di sconvolgente, sia chiaro, come l’interesse per la condivisione delle auto (car sharing), delle abitazioni (Airbnb) e addirittura dei vestiti. Qui però ci interessa capire su cosa investono e la risposta è: su loro stessi.

Educazione e risparmio

Il sogno dell’auto e della casa di proprietà appartiene ai loro genitori mentre è l’istruzione «lo sbocco più ovvio per i soldi che i millennial possono spendere», spiegava su The Atlantic Perry Wong , direttore al Milken Institute, aggiungendo che in un’economia di idee, la conoscenza aggiornata potrebbe essere un bene più agile e prezioso di una casa. Potremmo tradurre: di necessità virtù. Pochi soldi in tasca per i millennial che decidono di puntare su sé stessi attraverso lo studio. Ecco che allora potrebbero essere d’aiuto gli strumenti di risparmio che consentono ai giovani di mettere da parte dei soldi, pochi alla volta, per raggiungere i propri obiettivi come un master, in Italia o all’estero, con annesso vitto e alloggio. Se tali prodotti fossero poi incentivati grazie a commissioni basse e pubblicizzati come un qualunque smartphone, si riuscirebbe sicuramente ad avere un largo ritorno sulla piazza italiana. Ne gioverebbe in aggiunta l’educazione al risparmio.

La convergenza sulla sostenibilità

A differenza di sei anni fa, quando fu pubblicato l’articolo di The Atlantic, c’è però una novità forte nell’orizzonte finanziario. Sono gli investimenti sostenibili che hanno raggiunto la ragguardevole quota di 23 mila miliardi di dollari (fonte Gsia – dati 2016) . È un settore in cui le grandi major bancarie e assicurative stanno investendo tanto in competenze e prodotti, un po’ perché conviene (si abbassa il rischio di portafoglio), un po’ perché costrette dai trattati

internazionali (Parigi, Cop21) e infine perché fra gli investitori è aumentata la sensibilità sui temi ambientali e sociali. Larry Fink, capo di BlackRock, la più grande società di risparmio gestito al mondo (5,1mila miliardi di dollari in gestione) ha scritto una lettera alle aziende in cui investe mettendo nero su bianco un concetto rivoluzionario per il mondo della finanza: non bisogna puntare soltanto ai risultati finanziari ma valutarne anche l’impatto positivo per tutti gli stakeholder ovvero gli azionisti (anche quelli di minoranza), i dipendenti, i clienti e la comunità in cui si lavora. Che sia la finanza sostenibile il punto di convergenza tra millennial e mondo degli investimenti? Nell’attesa, la richiesta a gestori e banche italiane è di non fare come i politici, progettando finalmente strumenti di risparmio per i giovani.

Vitaliano D’Angerio plus 24 risparmio

Perché nell’operazione salva banche di Intesa San Paolo manca la variabile “mercato”

Il ritorno dell'”Ambroveneto”. Così Guzzetti&Messina salvano il “sistema” e si sistemano dai guai di Atlante

Perché nell'operazione salva banche di Intesa San Paolo manca la variabile "mercato"

Intesa Sanpaolo (foto LaPresse)

Un aiuto a Intesa Sanpaolo? Il presidente Gian Maria Gros-Pietro è addirittura indignato. I 4,8 miliardi che il Tesoro prende dal debito pubblico e versa nel capitale privato della banca salvatrice (senza ottenere come corrispettivo né titoli di proprietà né interessi), non sono in alcun modo un sostegno pubblico. “Chi dice queste cose non ha compreso il meccanismo – spiega – Intesa prende a suo carico una quantità di debiti e prende a proprio vantaggio la parte sana degli attivi che non sono assolutamente sufficienti a pareggiare. Questo è il motivo per cui occorre un intervento dello stato”. Distinzioni così sottili sfuggono agli analisti del Financial Times e ancor più ai “falchi tedeschi” secondo i quali l’Italia ha messo l’unione bancaria “sul letto di morte” (Markus Ferber, deputato europeo della Csu bavarese). Per dimostrare quanto sia al di sopra di queste polemiche dozzinali, Intesa lancia un altolà al Parlamento: l’esito dell’operazione è subordinato a un’approvazione del decreto senza ostacoli, senza ritardi e senza cambiamenti. Il contratto, infatti, include una clausola risolutiva. Discorsi e toni da vincitori, insomma.

  

Ma il prof. Gros-Pietro, l’amministratore delegato Claudio Messina e azionisti di riferimento come Giuseppe Guzzetti con la Fondazione Cariplo adesso vogliono anche stravincere? Intesa Sanpaolo era l’unica banca in grado di togliere le castagne dal fuoco. “Ha le dimensioni, la struttura e il management per rendere redditizia la parte buona, ha le economie di scala, una migliore percezione degli operatori di mercato e si indebita a costi più bassi”, l’ha lodata Fabio Panetta vice direttore generale della Banca d’Italia. Tutti gli altri si sono tirati indietro resistendo ai tentativi di “persuasione morale”. Non è più il tempo in cui il ministro e il governatore alzavano la cornetta e tutti scattavano sugli attenti. Nel Veneto plaude il governatore Luca Zaia ed è contento anche il sindaco di Vicenza Achille Variati che è del Partito democratico e da giovane ha lavorato in banca. Il sistema nord-est s’è ripreso dalla crisi prima e meglio degli altri, ora viene ricompensato dai contribuenti di tutta Italia e da Intesa che già aveva una posizione di primo piano. “Non ne avevamo bisogno, possediamo già 800 sportelli senza Bpv e Veneto Banca – dicono a Ca’ de Sass quartier generale milanese già sede storica della Cariplo – Abbiamo reso un servizio al paese”. Dunque, Intesa come banca di sistema, unica erede di un glorioso passato che ritorna ogni qual volta l’Italia si ricorda di non essere una economia di mercato. Nessuno voleva un bail-in, anzi in Italia viene rifiutato il principio stesso che il dissesto di banche mal gestite venga pagato da chi lo ha provocato e da chi se ne è approfittato, non dai contribuenti. Si legge sul Corriere della Sera di Urbano Cairo, editore sponsorizzato proprio da Intesa: “Dopo tutto, che cosa sono 12 (o 18) miliardi spalmati a vario titolo tra 60 milioni di italiani, davanti agli 11 miliardi bruciati di valore azionario a spese di 210 mila soci delle banche? Tra le due equazioni semplicemente non c’è proporzione”. In mezzo, piuttosto, c’è una variabile “m” come mercato. Il risparmio è garantito dalla Costituzione, la quale, tuttavia, non garantisce affatto il risparmio mal impiegato.

Per Intesa è una rivincita dopo la sconfitta sulle Assicurazioni Generali. Ma quella era una operazione strategica (fino a una possibile fusione, si era detto), forse azzardata, però tale da rimettere in moto la finanza italiana, uno stagno marginale in Europa. Qui siamo tornati a un cabotaggio locale e difensivo. Intesa ha scelto un’altra strada rispetto a Unicredit e per molti versi soffre la sua eccessiva italianità. In cambio è solida, con un patrimonio superiore ai requisiti della vigilanza internazionale, buoni profitti ed elevati dividendi. Ed è fortemente radicata nel territorio dalla quale in fondo è scaturita: il lombardo-veneto. Con una singolare inversione dei ruoli. Nella nascita del Nuovo Banco Ambrosiano è stata determinante la Banca Cattolica con la quale Giovanni Bazoli ha creato l’Ambroveneto. Oggi l’erede di quel matrimonio salva quel che resta delle banche venete. Messina è un banchiere nato e cresciuto a Roma, dalla Bnl è passato all’Ambroveneto nel 1995, poi ha salito le scale interne; non pretende di abitare nella City e vuole giocare un ruolo di primo piano nell’economia italiana. Fin dall’inizio ha posto una condizione assoluta: l’operazione non doveva intaccare i dividendi (ha promesso 3,4 miliardi) e il capitale (al 12,8 per cento quello di vigilanza). Quindi, ha escluso tutti i crediti deteriorati e quelli ad alto rischio, i bond subordinati, i costi della ristrutturazione e le pendenze legali. Il Santander spende quasi 8 miliardi per ricapitalizzare il Popular e i contribuenti spagnoli non sborsano un euro. Intesa, che vale la metà della banca creata da Emilio Botín, mette avanti i suoi doveri nei confronti degli azionisti, i fondi di investimento, la Compagnia di Sanpaolo e la Fondazione Cariplo che hanno investito 100 milioni a testa nel fondo Atlante (Intesa a sua volta ha messo un miliardo). Tutte risorse bruciate dall’insuccesso della mitologica creatura ideata da Guzzetti e da Alessandro Penati. Insomma, una sorta di compensazione pubblica rispetto a un generoso salvataggio “di mercato” che non è riuscito per una serie di circostanze specifiche e di errori concreti, ma anche per una ragione di fondo: il mercato dove non c’è non si può creare con un gesto giacobino.

Stefano Cingolani IL FOGLIO DEL 26 GIUGNO 2017

Denaro e politica, una relazione segreta in Svizzera

Invito al silenzio: disegno di una mano con l'indice appoggiato su delle labbra.
Pssssst: i finanziamenti politici in Svizzera sono un segreto ben custodito. 

(GraphicaArtis/Getty Images)

La mancanza di trasparenza sul finanziamento dei partiti e delle campagne è uno dei pochi punti della democrazia svizzera nel mirino di critiche internazionali. I soldi sono un tema tabù nel paese. Ma ci sono sempre più voci che invocano la luce in questo campo. Tra l’altro, anche con un’iniziativaLink esterno popolare.

Questo articolo fa parte di #DearDemocracyLink esterno, la piattaforma di swissinfo.ch sulla democrazia diretta. Qui, oltre a giornalisti interni della redazione, si esprimono anche autori esterni. Le loro posizioni non corrispondono necessariamente a quelle di swissinfo.ch.

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Un articolo della “Handelszeitung”, un’importante pubblicazione economica svizzera, nel gennaio 2015 ha suscitato grande clamore: per la prima volta è stato condotto e pubblicato un sondaggio sulle donazioni delle grandi società svizzere ai partiti.

Si può parlare di una cesura, perché fino a quel momento le grandi aziende avevano tenuto allo scuro tutto quanto riguarda i loro rapporti con la politica.

Secondo le loro dichiarazioni, sostengono i partiti politici con cifre milionarie. Alcuni gruppi, come Nestlé o UBS, vincolano tali donazioni a condizioni, in particolare a un orientamento politico-economico liberale. Altri, come Credit Suisse, determinano i contributi in proporzione alla forza dei partiti.

Gioco senza regole

Aziende finanziariamente forti, che hanno un grande interesse ad avere condizioni quadro favorevoli, possono quindi iniettare denaro nell’arena politica elvetica, senza restrizioni? Sì, possono.

Anche persone potenti possono donare quanto vogliono a partiti, comitati di votazioni o singoli politici. E possono farlo senza alcun obbligo di divulgazione.

Le uniche disposizioni giuridiche riguardano le autorità. A loro è vietato condurre o sostenere campagne politiche con fondi pubblici.

Il «lato oscuro» della democrazia

La Svizzera detiene il record mondiale per numero di votazioni organizzate a livello nazionale. Ma malgrado i suoi oltre 620 scrutini federali (stato alla fine del 2017), la democrazia elvetica non è perfetta.

In questa serie, Sandro Lüscher analizza con occhio critico gli aspetti problematici della democrazia svizzera. Studente di scienze politiche all’università di Zurigo, gestisce un blog sulla polica in SvizzeraLink esterno.

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Ma c’è davvero bisogno di trasparenza nel finanziamento della politica? Serve a qualcosa sapere chi e con quanto denaro influenza i processi decisionali politici? Sì, affermano i sostenitori della trasparenza. Essi citano due motivi principali.

1. Il denaro come fattore d’influsso

In primo luogo, lo motivano con la vivace cultura della democrazia diretta del paese. Di norma, quattro volte all’anno si vota sui temi più diversi. Si va per esempio dalla tutela delle corna dei bovini fino a complesse questioni di tassazione delle imprese.

Naturalmente, le imprese o i singoli individui sono legittimamente incentivate a partecipare alla campagna per il voto se questo li riguarda direttamente. Nessuno vede nulla di riprovevole al riguardo.

Allo stesso tempo, tuttavia, studi scientifici indicano che grossi dispendi possono avere un’influenza decisiva sul risultato, soprattutto quando questo si gioca sul filo di lana. Benché non si possa certo dire che in generale si possano acquistare le votazioni, campagne condotte in modo intensivo e professionale possono influenzare fortemente l’opinione pubblica.

Occorre tuttavia osservare che tutti gli studi svizzeri in materia si basano su valutazioni vaghe e modelli semplificati. Questo semplicemente perché in Svizzera non esistono dati pubblici sul finanziamento politico.

2. Il diritto democratico alla trasparenza

In secondo luogo, i sostenitori di una maggiore trasparenza sostengono che i cittadini di uno Stato repubblicano hanno il diritto di sapere quali attori e con quali mezzi finanziari cercano di influenzare la politica. Aggiungono che la politica è un forum dell’opinione pubblica e che le decisioni prese in tale sede riguardano – a volte più, a volte meno – ogni individuo.

Secondo i fautori della trasparenza, ad esempio, una grande banca non regalerebbe un milione di franchi a partiti politici per motivi caritatevoli, ma piuttosto nella speranza di trarre un certo beneficio per l’azienda.

Se tali operazioni non sono soggette a restrizioni o addirittura vietate dalla legge, la loro divulgazione è il minimo indispensabile. Anche se molte persone non si interessano, i fautori della trasparenza sono convinti che ci sono però dei cittadini critici che sono molto interessati a conoscere tali influssi e che terranno conto di queste informazioni quando si formeranno le loro opinioni per prendere delle decisioni, sia nelle votazioni che nelle elezioni.

L’elettorato giudicherà

Guardando la questione con distacco, tuttavia, anche i politici stessi potrebbero avere interesse a illuminare gli angoli oscuri della democrazia svizzera. In proposito, la professoressa di diritto di Lucerna, Martina Caroni, in un articolo sul quotidiano Neue Zürcher Zeitung (NZZ), ha osservato: “Anche se la tesi dell’influenza del denaro non può essere provata, il dubbio corrode la fiducia nel funzionamento della democrazia”.

Finora il parlamento ha respinto tutte le proposte di fare trasparenza. La persistenza con cui la maggioranza dei politici si oppone a qualsiasi forma di divulgazione alimenta nel popolo il sospetto che la tesi secondo cui la politica si può comperare non sia completamente assurda.

Questo disagio alla fine ha portato al lancio di un’iniziativa popolare. Questa chiede che in futuro in Svizzera si discuta della provenienza del denaro. Almeno in politica.

Iniziativa sulla trasparenza

Nell’ottobre 2017 un comitato di membri di partiti diversi ha depositato alla Cancelleria federale l’iniziativa sulla trasparenzaLink esterno munita di quasi 110mila firme.

Il testo prevede che i partiti politici rappresentati nel parlamento svizzero presentino ogni anno il bilancio, il conto economico e ogni donazione ricevuta superiore a 10’000 franchi all’anno e per persona.

Inoltre, chiunque spenda più di 100’000 franchi per una votazione o un’elezione federale deve dichiararlo e attestare l’ammontare dei fondi propri come pure le donazioni ricevute superiori a 10’000 franchi.

Nel messaggio alle Camere federali, il governo svizzero raccomanda di respingere l’iniziativa. L’esame parlamentare del testo non è ancora iniziato. L’iniziativa sarà sottoposta al voto popolare probabilmente non prima del 2019.

Tra due giorni, il 4 marzo 2018, gli elettori di Friburgo e di Svitto sono invece già chiamati a votare su due iniziative popolari che chiedono la trasparenza del finanziamento politico a livello cantonale.

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(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi)TVSVIZZERA.IT

L’Ad Castagna: «Banco Sgsp, Modena sempre più strategica»

«Il nuovo modello organizzativo prevede in città il cuore di tutta l’area territoriale». Oggi incontro con imprese e autorità

MODENA. Per tutti in provincia di Modena è il Banco S.Geminiano e S.Prospero, il Banco dei Santi, per gli addetti ai lavori è Banco Bpm, terzo gruppo bancario italiano sorto nel gennaio 2017 dalla fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano.

Banco Bpm, che comprende anche il Banco S.Geminiano e S.Prospero, nasce dall’unica autentica fusione seguita alla riforma delle banche popolari. Alla guida di Banco Bpm c’è l’amministratore delegato Giuseppe Castagna, 59enne di Napoli che ha fatto esperienza alla Banca Commerciale poi carriera in Intesa Sanpaolo per passare nel 2014 in Bpm e diventare amministratore delegato di Banco Bpm dopo la fusione.

Oggi Castagna sarà a Modena per una importante tappa del road show di presentazione del Gruppo al territorio, alle istituzioni e al tessuto imprenditoriale a un anno dalla sua costituzione. Un incontro in cui raccogliere anche le istanze locali verso il Gruppo bancario. Abbiamo chiesto a Giuseppe Castagna di spiegare l’impegno di Banco Bpm e Bsgsp nei confronti del territorio di Modena e dintorni.

IL TERRITORIO. «Un territorio basilare per il nostro Gruppo – dice l’Ad – e lo dimostrano sia i numeri importanti sia le nostre scelte strategiche. I numeri perché in termini di incidenza percentuale, gli sportelli del Gruppo presenti in Emilia Romagna sono il 9,7% del totale, i clienti il 9,6% e le masse di raccolta e impieghi intorno al 10%. Un’area caratterizzata da tanti imprenditori capaci, da famiglie di risparmiatori, un’area in cui non a caso ci sono Bper e Credem e dove Banco Bpm con il suo marchio Bsgsp ricopre un ruolo molto significativo».

Il nuovo modello territoriale di Banco Bpm, avviato all’inizio di quest’anno, conta 221 filiali retail in Emilia Romagna, 71 a Modena, 55 a Bologna, 47 a Reggio Emilia, per citare le prime tre province. In questo nuovo modello Modena, con 900 risorse, ha maggiore autonomia gestionale rispetto al passato e un ruolo ancora più importante perché è sede della Direzione Territoriale Emilia-Adriatica, guidata da Stefano Bolis, che comprende le province di Modena, Reggio Emilia, Bologna, Ferrara, Ravenna, Rimini, Forlì-Cesena e la provincia marchigiana di Pesaro e Urbino, con le filiali divise in 4 Aree.

Modena è anche sede del Mercato Corporate Centro-Nord, guidato da Luca Mazzini, che opera in Emilia Romagna attraverso 3 centri Corporate con un forte presidio delle principali aree prodotto. A Modena sono presenti anche una filiale di Banca Aletti (la banca private del gruppo) e una sede di ProFamily, società del Gruppo che si occupa di credito al consumo.

«I fatti dimostrano che a Modena è stata assegnata maggiore autonomia decisionale – aggiunge Castagna – poteri più consistenti e il cuore di un’area così vasta e importante è collocato proprio in questa città. Abbiamo voluto riconoscere nei fatti il grande valore che ha il brand Banco S.Geminiano e S.Prospero in questi territori».

IL NUOVO MODELLO. Inevitabile anche una razionalizzazione delle filiali.

«La tecnologia digitale influenza tante scelte – afferma Castagna – e in questo senso la nostra strategia prevede di arrivare a grandi filiali in cui ci sia tutto. I clienti trovano tutte le competenze che possono interessare accorpate con un unico obiettivo di offrire quello che definiamo “benessere patrimoniale”. Oltre ai prodotti tradizionali, ai finanziamenti personali o per mutui e progetti di investimento, nella stessa filiale sono disponibili tutti i servizi che riguardano previdenza, assicurazioni, pianificazioni per la famiglia.

Il nuovo modello di rete commerciale prevede il settore “Retail” con 8 Direzioni Territoriali sui territori di radicamento del Gruppo e il settore “Corporate” con la creazione di 5 Mercati che si dedicano alle imprese con un fatturato superiore ai 75 milioni di euro.

LE AGGREGAZIONI. «Con riferimento alle aggregazioni, dopo l’approvazione della riforma Renzi sulle banche popolari all’epoca tutti avevano parlato con tutti, noi compresi, ma poi si è concretizzata solo la nostra. Siamo stati i primi, e per ora i soli, a dare vita a una vera fusione perché non si devono considerare tali i processi, volontari o forzati che siano, di incorporazioni, salvataggi o aiuti che hanno caratterizzato le altre operazioni. Ma devo dire che ci sono ancora troppe banche, il sistema italiano, così com’è ora, non può reggere, è troppo frammentato. E pensare che in pochi anni siamo già passati da circa 600 a 200 istituti bancari ma si deve arrivare a cinque o sei grandi Gruppi in grado di reggere sul mercato globale più le micro realtà per le esigenze molto specifiche in ambito locale. Arriverei a dire che persino noi non siamo ancora abbastanza

 

grandi, la nostra dimensione attuale non basterà. Al punto che arriveremo in perfetta salute al momento della seconda ondata di aggregazioni e da fine 2019, a conclusione del nostro Piano triennale, credo saremo pronti per guardare a nuove opportunità».

Stefano Turcato LA GAZZETTA DI MODENA