È morto Carlo Ripa di Meana, aveva 88 anni

Carlo Ripa di Meana, a lungo politico e attivista per l’ambiente, è morto oggi a Roma a 88 anni; sua moglie Marina era morta lo scorso 4 gennaio. Erede di una famiglia di marchesi, Ripa di Meana aveva militato nel Partito Socialista Italiano negli anni Sessanta dopo essere stato vicino al PCI da giovane, e alle elezioni regionali lombarde del 1970 fu eletto consigliere regionale col PSI; dal 1974 al 1979 fu presidente della Biennale di Venezia, dal 1979 al 1984 fu parlamentare europeo, dal 1985 al 1992 commissario europeo alla Cultura e all’Ambiente, dal 1992 al 1993 fu ministro dell’Ambiente nel governo guidato da Giuliano Amato. Dal 1993 al 1996 fu portavoce dei Verdi, con cui fu rieletto al Parlamento europeo.

 

Carlo Ripa di Meana a Roma nel 2004 (©Mauro Scrobogna / 

il post.it

E’ morto a Roma Carlo Ripa di Meana

Ambientalista, ministro, presidente Biennale, aveva 89 anni

 © ANSA
© ANSA

Potere al Popolo, Cremaschi: “Il M5S? Ormai sono i moderati della City”

Giorgio Cremaschi, ex sindacalista della Fiom, illustra ad Affaritaliani.it il programma di Potere al Popolo. E di LeU dice: “E’ una corrente esterna del Pd”

Potere al Popolo, Cremaschi: "Il M5S? Ormai sono i moderati della City"

 di Andrea Deugeni affariitaliani
twitter11@andreadeugeni
 

“Per il M5S la prima parola è legalità. Per noi, invece, è giustizia sociale. Si tratta di una differenza vera, sostanziale. Noi rappresentiamo un fattore che nel Paese non c’è più e che serve: una Sinistra reale del popolo sfruttato e oppresso che deve essere presente nelle istituzioni per migliorare l’Italia. Come?Mettendo al centro il lavoropiù Stato e meno mercato, investimenti pubblici nell’economia eristrutturazione del debito“. Giorgio Cremaschi(nella foto in alto a sinistra con Maurizio Landini), ex segretario nazionale della Fiom e ora candidato (a Bologna nell’uninominale e capolista nel collegio di Napoli-Nord nel proporzionale) di Potere al Popolo spiega ad Affaritaliani.it perché la “vera forza di rottura in queste elezioni è la sua e non il M5S“.

E IL SITO INTERNET DI POTERE AL POPOLO VA IN TILT“In questi giorni non si riesce ad entrare nel sito di Potere al Popolo per consultare il programma. E’ un fatto positivo: noi siamo piccoli dal punto di vista informatico, ma non si riesce a entrare per la quantità di accessi. Cresce l’interesse su Potere al Popolo. La genta va a cercare la nostra piattaforma”, racconta Cremaschi.

L’ex sindacalista, poi, illustra i punti principali del programma del movimento nato dai fuoriusciti  del Brancaccio, l’appuntamento del giugno scorso del Teatro a Roma, quando nel corso dell’assemblea che doveva mettere insieme i fermenti extra-Pd (dalla quale sarebbe poi natoLiberi e Uguali), la ricercatrice precaria Viola Carofalo (nell’ultima foto in basso), 37 anni, attivista dell’ex Opg occupato di Napoli “Je so’ pazzo”, contestò il bersaniano Miguel Gotor, senatore Mdp.

Sull’euro e sull’Europa volete, leggo testualmente nel programma di Potere al Popolo, ”rompere l’Unione Europea dei trattati”. Ma la moneta unica va mantenuta?
“Dipende. Sul tema abbiamo posizioni diverse. Io appartengo alla piattaforma sociale Eurostop e sono contro la moneta unica, mentre ci sono altri esponenti di Potere al Popolo che sono più cauti sulla questione valutaria. La nostra portavoce Viola Carofalo ha spiegato che la posizione di partenza del movimento è realizzare il proprio programma sociale, rompendo con i Trattati europei nell’ipotesi che tutti i Paesi siano disponibili a ricontrattare moneta e servizi. Se questo non succederà siamo pronti anche al piano alternativo”. 

Giorgio Cremaschi ape 4
 

Quale?
“Rompere unilateralmente su tutto, compreso anche sull’appartenenza all’Eurozona. Potere al Popolo ha un programma economico-sociale che vuole realizzare ad ogni costo e ritiene che sia incompatibile con i Trattati europei”. 

Quali in particolare?
“Noi, il 5 marzo, vogliamo rispedire al mittente il Fiscal Compact, aumentare il deficit di bilancio, portare nelle mani dello Stato la Banca d’Italia, riprendere il controllo del debito pubblico, riducendo l’ammontare dei soldi che paghiamo ogni anno alle banche come interessi per il servizio del debito. Sosteniamo politiche che sono chiaramente incompatibili con i Trattati Ue. Non siamo contro la moneta unica in quanto tale, ma contro le politiche economiche di Bruxelles che vogliono dire austerità. La Germania ci ha imposto l’euro per imporci l’austerità. Se sarà possibile evitare le politiche economiche restrittive ricontrattando la moneta unica manterremo l’euro, se non sarà possibile opteremo per la rottura. Anche unilaterale”. 

Il suo movimento, poi, rivendica il “diritto dei popoli ad essere chiamati ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello pregresse o future, con il ricorso al referendum”. Non crede che questo possa portare, soprattutto a livello europeo, ad uno stallo decisionale?
“Innanzitutto, la scelta di rompere i Trattati va sottoposta a referendum, come anche l’adozione del Fiscal Compact. In linea più generale, non siamo d’accordo con il modello proposto da questa Unione. Siamo a favore di accordi fra Stati democratici che, ad esempio, non generino casi come quello dell’Embraco o dell’Honeywell che delocalizzano alla ricerca di condizioni migliori nel Vecchio Continente. Siamo contrari alla libera circolazione dei capitali, che è un principio fondante dell’Ue. Crediamo che sulle grandi scelte internazionali del Paese ci debba essere la consapevolezza del popolo. Non soltanto riguardo alla governance comunitaria, ma anche, per esempio, anche se scelte come l’appartenenza alla Nato. C’è il precedente italiano del 1989. Sui principali trattati, da Maastricht fino al Fiscal Compact, va fatta una consultazione referendaria”. 

Potere al popolo
 

E sulle direttive? 
“Siamo per disobbedire. Sempre sul Fiscal Compact, per esempio, Bruxelles sta trasformando l’accordo in una direttiva, così evita di sottoporlo all’approvazione dei Parlamenti nazionali”. 

Capitolo lavoro: Potere al Popolo vuole metterlo al centro della propria azione politica, “cancellando il Jobs Act, la legge Fornero e tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro”. In più, intende “ripristinare l’originario articolo 18 ed estenderlo alle imprese con meno di 15 dipendenti”. Parallelamente vuole anche “porre fine ai trasferimenti a pioggia alle aziende e stoppare la continua riduzione delle tasse sui profitti”. Tutto questo, però, non rischia di allontanare dal nostro Paese gli investimenti privati che il lavoro invece lo creano?   
“Innanzitutto, al centro del nostro programma sta la questione sociale che significa avere diritto ad un lavoro non sfruttato. Aspetto che ci differenzia da tutti gli altri partiti politici. Non vogliamo solo la piena occupazione fatta di lavoretti part-time, ma impieghi veri, dignitosi e non oppressivi. Lavori che diano uno stipendio che consenta alle persone di poter vivere. Per raggiungere questo obiettivo, intendiamo agire su un doppio fronte”.

Quale? 
“Da una parte, vogliamo abolire le leggi che favoriscono il precariato. E’ necessario considerare il contratto a tempo indeterminato l’unico contratto vero. Le altre forme contrattuali devono essere pure eccezioni. Invertendo i principi che vigono ora nel mercato del lavoro. Dall’altra, vogliamo ridurre l’orario, sia settimanale sia complessivo, abolendo totalmente la legge Fornero. Una riforma che, spostando in là l’età pensionabile, finisce per allungare in media l’orario di circa cinque ore a settimana per tutti i lavoratori italiani. Incentivando così la disoccupazione”.

giorgio cremaschi ape 1
 

Ok, ma tutto ciò non scoraggia gli investimenti privati?
“A parte il fatto che un lavoro di migliore qualità rende ed aumenta gli spazi per un’economia migliore. Non è l’impresa che crea il lavoro, ma il lavoro stesso. Se ci sono milioni di occupati in modo stabile, si produce domanda e mercato che attira a sua volta l’impresa. Infine, a differenza di tutti gli altri, Potere al Popolo vuole più Stato e meno mercato. L’Italia non deve più puntare sugli investimenti esteri che, solo per citare alcuni casi aziendali, finiscono per produrre casi come la Embraco o l’Honeywell. Casi che abbiamo visto come finiscono. Bisogna mettere un freno alla fuoriuscita di reddito dal nostro Paese e puntare sull’intervento dello Stato nell’economia. Questa è la leva fondamentale che può e deve creare più occupazione”.  

A proposito di “investimenti pubblici nella politica industriale”, sempre nel vostro programma si legge, che volete “valorizzare il settore turistico e puntare sulla riconversione ecologica delle economia”. Ma allo stesso tempo volete “aumentare gli investimenti nella cultura, abolire poi la Fornero sulle pensioni, istituire un reddito minimo garantito, introdurre un minimo di pensione, con 15 anni di contributi, compresi quelli figurativi”. In più, intendete “rinunciare alle privatizzazioni e alla vendita del patrimonio pubblico, ripubblicizzando alcune industrie principali”. Insomma, un’esplosione della spesa pubblica. E gli oltre 2.300 miliardi di debito italiano, il terzo più alto al mondo, come pensate di ridurli? Con le vostre politiche, i mercati smetterebbero di comprare Btp e spingerebbero i rendimenti alle stelle…
“Potere al Popolo chiede, ed è l’unico a farlo, una revisione di tutto il debito pubblico. In una prima fase non siamo spaventati dal ricorrere ad un aumento del deficit. Siamo contro Maastricht. E’ ovvio che il deficit va aumentato per costruire case, scuole ed ospedali e non per comprare gli F35 o per salvare le banche e remunerarle con interessi sui Btp. Dipende da cosa si spende. In Italia i soldi ci sono. Da 25 anni, il nostro Paese ha un bilancio primario in attivo. I cittadini versano allo Stato più soldi di quelli che ricevono in servizi. Abbiamo calcolato che, da inizio anni ’90, sono stati fatti circa 750 miliardi di tagli alla spesa pubblica, soldi che sono andati come interessi alle banche come interessi sui titoli di Stato. Il nostro debito pubblico aumenta non per un welfare troppo generoso come sostiene Emma Bonino, ma  aumenta, al contrario, perché è tutto determinato dall’usura bancaria sul debito. E’ per questo motivo che intendiamo rinazionalizzare la Banca d’Italia riprendendo il controllo del debito”.

viola carofalo

Viola Carofalo

E quindi?
” Partendo da un’attività di audit sul debito, intendiamo poi ristrutturarlo. Da un lato andremo a predere i soldi dal sistema bancario e finanziario. Dall’altro, lavoreremo per una redistribuzione del reddito”.

I mercati si spaventerebbero…
“Certamente, ma come ci insegna il capitalismo privato, i piccoli debitori restano schiacciati, mentre quelli grandi hanno potere. E noi agiremmo come Stato che impone le proprie condizioni”. 

Come il Movimento 5 Stelle, anche voi proponente l’introduzione di un reddito di cittadinanza e di tagliare stipendi e vitalizi dei parlamentari. Ma perché un elettore dovrebbe votare voi e non Luigi Di Maio?
“Innanzitutto, i nostri parlamentari prenderanno uno stipendio di duemila euro al mese, cifra che ci sembra già un buono stipendio. Il parlamentare deve comprendere quanto guadagna il Paese e non arricchirsi. Nessuno arriva a questo livello. Si tratta un aspetto di moralità e giustizia. Il reddito di cittadinanza, poi, dev’essere considerato, non come fanno i 5 Stelle, una misura di emergenza contro la disoccupazione. Bisogna concentrarsi poi sulla creazione di lavoro”. 

Beh, ma come struttura (il capo politico del movimento è un portavoce che ruota) e compilazione dal basso del programma, Potere al Popolo ricorda molto ilM5S della prima ora. Formazione politica che quasi certamente nella quota proporzionale sarà il primo partito, facendo ben sentire la propria voce…
“Le differenze di programma sono enormi. Abbiamo dei punti in comune, come anche la voglia di mandare a casa quanti hanno governato fino ad ora. Ma c’è una diversità di fondo. Per loro, la prima parola è legalità. Per noi, invece, è giustizia sociale. Si tratta di una differenza vera, sostanziale. Noi rappresentiamo un fattore che nel Paese non c’è più e che serve: una Sinistra reale del popolo sfruttato e oppresso che deve essere presente nelle istituzioni per migliorare l’Italia. Il M5S ha rappresentato una rottura solo in passato. Abbiamo assistito a una sua conversione che l’ha resa ora una formazione molto moderata. Se avessimo i voti del M5S di sicuro non andremmo nella City di Londra per farci accettare dagli investitori. I mercati e i finanzieri sono i nostri avversari, non quelli da cui dobbiamo farci accettare”.  

Come gestire l’emergenza migranti? 
“E’ necessario abolire il decreto Minniti che sono un’offesa ai poveri. Le politiche internazionali vanno ripensate: i tagli alle spese militari vanno indirizzati alle attività di sostengo delle economie in crisi e poco sviluppate da cui provengono i flussi migratori. Meno guerre significa poi creare meno migranti. I migranti, già presenti nel nostro Paese, devono avere diritti, altrimenti finiscono per essere usati come schiavi nell’economia clandestina. Basta vedere quello che accade nei campi agricoli della Puglia. Ogni anno, in Italia entrano normalmente 200 mila migranti, a fronte di 300 mila italiani che nel 2017 hanno fatto le valigie per andare a cercare lavoro all’estero. Affrontando la disoccupazione di massa e costruendo una società più giusta, la rabbia sociale verso i migranti si sgonfierebbe”. 

Per chi voterà il sindacato?
“Potere al Popolo riscuote un grande consenso presso i sindacati di base e presso quei settori della Triplice che hanno criticato fortemente le politiche del governo Renzi, prima e di Gentiloni poi. I vertici di Cgil, Cisl e Uil invece stanno con Pd e Leu. Quest’ultimo è una corrente esterna del partito dei Dem“.     

BpVi, la protesta dei duecento truffati – Video

Prato, assemblea con Federconsumatori, che raccomanda prudenza sulle eventuali cause di risarcimento individuali

Il presidente della Federconsumatori Toscana Fulvio Farnesina illustra le novità per chi è rimasto truffato dalla BpviPrato, assemblea dei duecento clienti pratesi al Palazzo delle professioni per fare il punto sulla situazione dopo il crack della Banca Popolare di Vicenza – L’ARTICOLO – (video Sproviero-Lardara)
 

PRATO. Morena credeva che quel gruzzolo di 12mila euro, frutto del sudore di tanti anni in fabbrica, fosse al sicuro nella cassaforte di palazzo degli Alberti. E invece no, è andato tutto in fumo. «Fui chiamata dall’impiegata della banca – racconta la 75enne pensionata in lacrime – perché il mio conto corrente aveva superato i 10mila euro. Mi parlò di un investimento in azioni con la garanzia che i miei soldi sarebbero stati al sicuro».

Era il giugno 2016: un anno dopo per la Banca popolare di Vicenza sarebbe scattata la liquidazione coatta amministrativa. Adriana Mancini ci ha rimesso invece la metà del capitale di Morena: seimila euro. Anche lei azionista dell’ex BpVi, l’ottantenne pratese senza peli sulla lingua la butta sulla politica quando prende la parola, durante l’assemblea organizzata dalla Federconsumatori pratese, pronta a costituirsi parte civile – insieme a Federconsumatori Toscana – nel procedimento penale a carico degli ex vertici di Popolare di Vicenza.

LEGGI ANCHE:

«Tra pochi giorni si andrà a votare ma nessun politico ha speso una parola per noi. Nemmeno il sindaco s’è interessato». Nella sala del palazzo delle Professioni riecheggia la voce dei risparmiatori traditi dal crack dell’istituto bancario, 200 quelli associati a Federconsumatori. È la voce di Andrea Badiani che s’interroga sul da farsi dopo aver ascoltato i consigli dell’associazione dei consumatori che, supportata dai legali Silvia Abati e Matteo Ferrari Zanolini, ha raccomandato prudenza su possibili cause di risarcimento individuali. «Ci viene detto che la costituzione di parte civile rappresenta un vicolo cieco – fa notare Badiani – ma il fondo di 100 milioni di euro previsto dalla finanziaria suona come una beffa se non è sufficiente».

Eppure, secondo Federconsumatori questa è l’unica speranza per riavere i soldi. «È la strada maestra, perché il fondo istituto dal governo riconosce il diritto al risarcimento dei risparmiatori – spiega il vicepresidente nazionale Sergio Veroli – Ma la capienza finanziaria è limitata e mancano i decreti attuativi sui criteri di erogazione». I nervi in assemblea sono tesi: tante le testimonianze di anziani truffati, messi nelle condizioni di dover comprare pacchetti di azioni con il pretesto di un mutuo da pagare. Giacinto Pescali è uno dei più arrabbiati. Ce l’ha anche con Intesa che ha rilevato la parte sana della banca veneta.

«Allo sportello mi dicono che i rimborsi toccheranno ai redditi più bassi». La confusione è tanta. C’è chi ha provato a inserirsi nell’insinuazione al passivo ma lo Stato, creditore privilegiato, avrà la precedenza sugli incassi della liquidazione. E poi c’è il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura, un processo dietro l’angolo che si preannuncia complicato. Secondo i legali dell’associazione, «esiste il rischio di prescrizione e che non si recuperi nulla a fronte di esborsi economici». L’unica certezza è che Federconsumatori Prato e Toscana si costituiranno parte civile prima del dibattimento. «Una scelta di responsabilità – sottolinea il presidente regionale Fulvio Farnesi – per dare un segnale politico forte».

Maria Lardara il tirreno edizione di Prato

Processo crac Veneto Banca a Roma, Paola Severino, legale di Intesa ed ex ministro della giustizia: “la mia assistita non deve farsi carico di nulla, ma solo ringraziata”

ArticleImage

L’ennesimo appuntamento in aula con l’udienza preliminare nel procedimento per il dissesto di Veneto Banca si è tradotto in un conflitto giudiziario che va ben oltre la fisiologia di un procedimento penale e il contrasto tra le parti.

Oggi 2 marzo a scontrarsi non erano accusa e difesa, ma, da una parte le tante migliaia di vittime incolpevoli della malagestio bancaria che ha bruciato tutti i loro risparmi e dall’altra il potere, cinico e arrogante, che tenta di piegare ogni cosa alle sue logiche. Dinanzi al gup Lorenzo Ferri, oggi è stata la volta dei responsabili civili: Intesa San Paolo, il primo gruppo bancario italiano che, al prezzo di 50 centesimi, ha acquistato Veneto Banca e quest’ultima. 

La prima è stata citata da quasi tutte le vittime grazie all’ordinanza del giudice che ha autorizzato tale citazione. La seconda invece si è costituita volontariamente.

Per il salvataggio di Veneto Banca (e della Banca Popolare di Vicenza) il governo italiano ha messo sul tavolo 17 miliardi di cui 5 di sussidio ad Intesa.

Che per tutta risposta non vuole saperne di rifondere i tanti risparmiatori indotti a sottoscrivere azioni e poi spogliati di tutto.

Ha fatto impressione che in aula, nel pool di legali schierato dal colosso bancario, ci fosse in prima fila Paola Severino (nella foto, ndr), ministro della giustizia fino a meno di cinque anni fa e difensore abituale di quelle grandi aziende – Eni, Enel, Telecom – che rappresentano il cuore del potere finanziario.
Drastica la sua linea di difesa degli interessi del colosso bancario, spietata, a tratti cinica: non c’è stata alcuna cessione d’azienda – ha detto in sostanza – quindi Intesa non deve farsi carico di nulla. Va solo ringraziata per avere salvato gli sportelli, i dipendenti e i correntisti.
Ovviamente l’ex ministro ha sorvolato su quei cinque miliardi cash versati dallo Stato, con il decreto approvato in pochi minuti senza nemmeno discutere, una domenica di giugno.
Tranciante poi l’invocata ragion di Stato per la quale – questo il ragionamento dell’avv. Severino – gli azionisti e gli obbligazionisti devono rassegnarsi e vanno necessariamente sacrificati.

Insomma un intervento a gamba tesa nello scenario di un processo che con molta fatica, ed anche un certo coraggio, il gup ha predisposto in modo da potere esaminare effettivamente la domanda di giustizia che esso pone.

E’ risultato sorprendente negare che si sia trattato di una cessione d’azienda, considerato che anche Intesa San Paolo sul proprio sito ne parla in questi termini e che in diverse lettere alla clientela dichiara, anzi confessa, di subentrare a Veneto Banca.
Insomma il governo consegna 17 miliardi di soldi pubblici ad una grande banca perché impedisca il fallimento disordinato di altre due banche ma ciò non comporta l’impegno di farsi carico delle responsabilità di queste ultime.
Stupefacente è risultato poi l’intervento dei difensori di Veneto Banca la quale si è costituita volontariamente come responsabile civile ma, sostanzialmente solo per escludere che possa risponderne anche Banca Intesa.
Stessi argomenti, stesse analisi, stesse richieste anche da parte della banca trevigiana, impegnatissima ad escludere ogni coinvolgimento di Intesa.
Questa posizione, che ovviamente le parti civili e le organizzazioni dei consumatori che le rappresentano, hanno annunciato di combattere, avrebbe un effetto discriminatorio illogico e incomprensibile tra correntisti da un lato e azionisti dall’altro. Effetto che il gup Ferri ha escluso con l’ordinanza di autorizzazione alla citazione.

Ora si tratta di capire che se anche questo attacco sferrato dal colosso bancario, per bocca di un ingombrante avvocato ex ministro, potrà essere respinto dal giudice attraverso le norme di riferimento o, in caso contrario, se debba essere posta una questione di illegittimità costituzionale del decreto-legge 17 del 25 giugno ’99.
La risposta dovrebbe giungere il 15 marzo quando il gup chiuderà le questioni preliminari e potrà finalmente cominciare ad analizzare gli elementi dai quali scaturirà la decisione o meno di mandare a processo (tutti o alcuni) gli imputati. Udienza anche il 9 marzo per la trattazione delle eccezioni di competenza territoriale.  Angelo Di Natale vicenzapiu’

BEN AMMAR MA NON BENISSIMO: IL FINANZIERE TUNISINO ACCUSATO DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA IN FRANCIA – CONSIGLIERE DI TIM E DELLA WEINSTEIN COMPANY, PONTE TRA BERLUSCONI E BOLLORÉ, RISCHIA FINO A 5 ANNI DI CARCERE PER IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ CINEMATOGRAFICA QUINTA COMMUNICATION – GIÀ PIGNORATO UNO CHALET SULLE ALPI FRANCESI DA 3 MLN –

BEN AMMAR CONFALONIERIBEN AMMAR CONFALONIERI

 

Dal Fatto Quotidiano

 

Tarak Ben Ammar rischia di non poter più gestire i suoi affari per il fallimento della società cinematografica Quinta Communication. Il franco-tunisino dalle mille risorse – è, infatti, consigliere di Telecom Italia, della Weinstein Co. (l’ ex società del produttore americano dello scandalo abusi), ex di Mediobanca, nonché ex manager di Michael Jackson – è accusato dal tribunale francese di Nanterre di bancarotta fraudolenta, il che comporterebbe fino a 5 anni di carcere, una multa di 75.000 euro e altre pene accessorie come l’ interdizione dai diritti civili e il divieto a emettere assegni.

 

tarak ben ammar nabil karoui e silvio berlusconiTARAK BEN AMMAR NABIL KAROUI E SILVIO BERLUSCONI

I guai sono cominciati già nel 2011: fallisce Quinta Industries, società che raggruppa in sé altre società di post-produzione cinematografica, tra le quali Quinta Communication che è anche azionista di maggioranza di Quinta Industries e il cui presidente è Ben Ammar. Nel 2015, sempre per il fallimento della stessa azienda, a Ben Ammar viene pignorato lo chalet in Val d’ Isère, valore stimato: 3 milioni.

 

Inoltre, viene chiesto al manager, alla società e ai dirigenti un risarcimento di 45 milioni di euro. A oggi, però, la Corte ha condannato Ben Ammar, la sua società e un suo dirigente a un risarcimento di 3,5 milioni di euro.dagospia.com

 

I MAGISTRATI INSEGUONO MARIA ETRURIA BOSCHI PURE SULLE DOLOMITI – APERTA UN’INDAGINE A BELLUNO SU PAPA’ PIERLUIGI. SAREBBE COINVOLTO IN UNA STORIACCIA SU BANCA ETRURIA, CON PROTAGONISTI SERVIZI SEGRETI, MASSONI E VATICANO – LE RIVELAZIONI DI DUE “GOLE PROFONDE”, INTERCETTATE DA “LA VERITA’” –

Giacomo Amadori per la Verità

 

Ai piedi delle stesse Dolomiti e precisamente a un centinaio di chilometri da Bolzano, dove è stata paracadutata la candidata Maria Elena Boschi, il procuratore di Belluno Paolo Luca e il pm Marco Faion, hanno aperto un fascicolo d’ indagine, dove compare più volte il nome di suo papà Pier Luigi.

 

boschi in Alto AdigeBOSCHI IN ALTO ADIGE

A innescarlo sono state le dichiarazioni di un quarantaduenne agente immobiliare romano e procuratore sportivo, Valerio L., con importanti entrature in Vaticano, e Giuseppe V., 64 anni, imprenditore marchigiano e consulente bancario, per un ventennio informatore della banda dei massoni che faceva capo ai faccendieri Flavio Carboni, Valeriano Mureddu e Giuliano Michelucci. Giuseppe V. ha spiegato di aver messo a disposizione le sue competenze e l’accesso ad alcune banche dati ritenendo di collaborare con i servizi segreti italiani. Infatti Michelucci, 64 anni, si sarebbe qualificato come 007 e avrebbe esibito tesserini, auto di servizio con lampeggiante e amicizie nelle forze di polizia.

 

Giuseppe V. e Valerio L. si sono rifugiati nel profondo Nord sostenendo di essere in pericolo di vita. I due, a partire dallo scorso novembre, hanno rilasciato decine di ore di dichiarazioni adesso al vaglio degli inquirenti che intendono verificare l’ attendibilità dei fatti denunciati prima di eventuali trasmissioni di notizie di reato alle procure competenti.

pierluigi boschiPIERLUIGI BOSCHI

 

Nei loro verbali, raccolti dai carabinieri del Nucleo investigativo bellunese guidato dal maggiore Marco Stabile, viene descritto un altro «mondo di mezzo» in cui si incrociano criminalità organizzata, alti prelati del Vaticano, servizi segreti e uomini politici. Un sottobosco fatto di dossier, traffici d’ armi, violenze e soldi sporchi. Anche Giuseppe G. si è dichiarato appartenente alla massoneria, mentre il suo presunto compagno di fuga sarebbe il nipote di un noto cardinale fiorentino deceduto negli anni Ottanta.

 

I due in una decina di incontri hanno riferito notizie al limite dell’ incredibile e nelle loro ricostruzioni hanno ritagliato un ruolo anche per Pier Luigi Boschi. Secondo Valerio L., Boschi sarebbe stato soprannominato dalla banda «Professore» e si sarebbe interessato di affari immobiliari e investimenti finanziari, anche nel mondo del calcio. In un documento sequestrato a Michelucci dalla Guardia di finanza di Arezzo (presso il tribunale toscano è imputato per riciclaggio) si parla effettivamente di un «professore che fa parte di un settore bancario monetario, politico».

mureddu e moglieMUREDDU E MOGLIE

 

In una mail coeva si legge: «Il Professor B. la settimana prossima ha detto che la banca dirà di sì per l’ America Latina». Nelle carte si fa riferimento anche a un incontro con lui durante la Leopolda, la kermesse renziana. Nella documentazione sequestrata, però, viene appellato con nome e cognome il «professor» Filippo Benelli, docente di diritto costituzionale all’ università di Macerata e presidente di Democratici & socialisti, la componente socialista del Pd. Ma se il professore citato nelle mail potrebbe non essere Boschi, i rapporti tra la banda dei massoni e il padre dell’ ex sottosegretaria sono conclamati in altre inchieste.

 

Per esempio in un fascicolo della Procura di Prato aperto per una brutta storia di caporalato. In questa indagine è stato arrestato anche Michelucci accusato di aver tentato di indurre un mezzadro pakistano a rendere false dichiarazioni all’ autorità giudiziaria. L’ uomo aveva il compito controllare i braccianti asiatici che lavoravano in un’ azienda vitivinicola. Nell’ interrogatorio del 14 novembre 2016, reso davanti al pm Antonio Sangermano, Michelucci, assistito dall’ avvocato milanese Luigi Giuliano, fa un preciso riferimento a babbo Boschi: «Premetto di non appartenere ai servizi segreti () tuttavia dagli anni ’80 ho svolto un continuativo ruolo informativo in favore di S. B. ovvero un carabiniere che si era accreditato con me quale membro dei servizi segreti italiani. () Ho fornito al suddetto S. B. informazioni riservate su Pier Luigi Boschi, già membro del Cda di Banca Etruria, in relazione a presunti rapporti con una fiduciaria svizzera, senza svolgere in tal senso alcun approfondimento».

PIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONIPIER LUIGI BOSCHI FLAVIO CARBONI

 

Ricordiamo che nelle scorse settimane abbiamo raccontato come nel computer di Michelucci le Fiamme gialle aretine abbiano rinvenuto un presunto programma finanziario per il trasferimento dall’ Honduras di 6 miliardi di euro intestato a Pier Luigi Boschi, il quale, nell’ atto, risultava domiciliato a Chiasso in piazza Indipendenza 4. Su tale documento la Procura di Arezzo ha aperto un filone d’ indagine. Il pm di Prato durante l’ interrogatorio di Michelucci ha domandato se ci fosse «un’ attività di dossieraggio e di discredito nei confronti di Pier Luigi Boschi» e Michelucci ha ribattuto di aver avuto l’ informazione da un avvocato svizzero e di non essere in grado di stabilirne «minimamente il fondamento» e di non sapere che «uso intendesse fare di questa informazione S. B.» né di conoscere «il possibile utilizzo da parte dei servizi segreti».

 

Michelucci ha anche raccontato di aver fornito informazioni al suo referente negli 007 su esponenti politici italiani, «tra cui l’ onorevole Carlo Giovanardi di Modena, in relazione a una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto la Baraldi Spa, senza sapere che utilizzo ne sia stato fatto». Michelucci e Giovanardi sono coinvolti in un’ inchiesta bolognese riguardante le concessioni delle certificazioni antimafia alle imprese: il primo è accusato di rivelazione di segreto, false dichiarazioni ai pm e favoreggiamento, il secondo di violenza o minaccia a un corpo politico-amministrativo (in questo caso la Prefettura di Modena). Il procedimento è sospeso in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sull’ utilizzabilità dei tabulati telefonici di Giovanardi.

indagine caporalato MichelucciINDAGINE CAPORALATO MICHELUCCI

 

A Prato, Michelucci ha spiegato di aver sviluppato negli anni «una serie di rapporti con lo Stato Vaticano, svolgendo anche attività di sicurezza e di trasporto di altissimi prelati». Nella sua agenda ci sarebbero i nomi anche di diversi politici di primo piano a cui avrebbe offerto un servizio di scorta.

 

Per esempio Michelucci avrebbe portato in giro per Roma anche la moglie dell’ attuale ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e nelle sue intercettazioni avrebbe vantato la conoscenza del ministro dello Sport, Luca Lotti, originario dello stesso paese di Michelucci, Montelupo fiorentino. Il fascicolo pratese nel frattempo è passato dal pm Sangermano, trasferito al tribunale per i minorenni di Firenze, al collega Lorenzo Gessi.

 

La banda dei massoni è sotto inchiesta anche a Perugia per reati che vanno dall’ associazione per delinquere alla violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Ma il pm Giuseppe Petrazzini non rilascia informazioni sullo stato del fascicolo e sulle indagini portate avanti dalla Squadra mobile cittadina. In Umbria, Michelucci gestiva una specie di agenzia di investigazioni non ufficiale.

 

alfano e moglieALFANO E MOGLIE

Nell’ ufficio di Perugia gli investigatori hanno trovato oltre 3.000 dossier su personaggi della politica e dell’ imprenditoria, tra cui Boschi. L’ affitto dell’ abitazione di Michelucci era pagato dalla società anonima svizzera Choca, riconducibile all’ avvocato svizzero Pier Francesco Campana, classe 1929, coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nella Confederazione elvetica e in Italia. Nel 2014 Michelucci, d’ accordo con l’ avvocato Campana, inviò un presunto finanziere pakistano, tal Abdulaziz Jamaluddin nella sala riunioni di Banca Etruria al cospetto di Pier Luigi Boschi per proporre un finanziamento da 300 milioni di euro e chiedere l’ apertura di un conto. Una vicenda su cui hanno indagato anche i finanzieri di Arezzo.

 

La struttura di investigazioni parallele di Michelucci e Campana utilizzava come dominio internettiano la sigla Aisiee (che evoca quella dei nostri servizi segreti). Lo scorso novembre il faccendiere sembra abbia lasciato in fretta e furia il capoluogo umbro.

 

In mezzo a tante indagini giudiziarie, si è aperto il nuovo capitolo bellunese, dove per la prima volta un presunto informatore della banda sembra intenzionato a fare rivelazioni importanti. Un quadro intricato in cui non è facile distinguere la verità dalle bugie. Infatti anche Giuseppe V. e Valerio L. hanno subito in passato denunce per truffa, diffamazione e stalking, in un paio di casi da parte di quelli che oggi accusano.

ACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBALACCORDO TRA PIER LUIGI BOSCHI E LA ZETA GLOBAL

 

Al cospetto degli inquirenti bellunesi i due testimoni hanno pure parlato di presunti dossier ai danni di politici di centrodestra e in particolare hanno fatto i nomi di Gianni Alemanno, Renata Polverini e Magdi Cristiano Allam, su cui la banda avrebbe cercato informazioni sensibili. Tutto questo è finito nei verbali degli inquirenti e al momento il fascicolo è aperto con un ipotesi di stalking ai danni di Giuseppe V. e Valerio L., assistiti in questo procedimento dall’ avvocato feltrino Franco Tandura, ex presidente della camera penale e dell’ ordine degli avvocati della provincia di Belluno.

 

Se Maria Elena Boschi si augurava, scappando da Arezzo, di tenere lontane da sé le indagini che coinvolgono il padre (indagato in Toscana per bancarotta fraudolenta, falso in prospetto e ricorso abusivo al credito), pare aver fatto male i propri conti: le cattive frequentazioni del genitore la stanno inseguendo anche sulle nevi delle Dolomiti. dagospia.com

(1. Continua)

 

Italia, salvataggio venete spada Damocle su rientro deficit e debito 2017

MILANO/ROMA (Reuters) – Per la terza economia della zona euro lo scorso anno si è chiuso con un crescita di 1,5% — miglior risultato dal 2010 — ma soprattutto con una discesa dei coefficienti deficit/Pil e debito/Pil superiore persino alle stime del governo.

Lo certificano i dati Istat validi per i parametri di Maastricht, dunque per il confronto europeo, con un dettaglio tutt’altro che trascurabile, dal momento che non includono i costi del salvataggio delle banche venete, che si presume verranno contabilizzati — ancora non è chiaro in che termini — in sede Eurostat con una conseguente revisione al rialzo dei valori di deficit e debito.

Occorre quindi attendere almeno fino al 23 aprile, quando l’ufficio di statistica della zona euro diffonderà la prima stima degli aggregati di debito e deficit per l’intera unione monetaria, Italia compresa.

Per la‘liquidazione ordinata’ di Popolare Vicenza e Veneto Banca il governo ha stanziato un contributo contante pari a poco meno di 5 miliardi oltre a garanzie di circa 12 miliardi.

 

Nella Nota di aggiornamento al Def di fine settembre il Tesoro precisa di aver al momento accantonato per il salvataggio delle banche venete‘soli’ 400 milioni a‘fair value’. Il valore nominale massimo delle garanzie pubbliche — spiega Via XX Settembre — è pari a circa 12,4 miliardi, cifra che rappresenta tuttavia uno“scenario estremo, difficilmente realizzabile”.

“[…] I numeri suggeriscono che, nonostante l’incertezza politica, il favorevole andamento della crescita sta avendo benefici effetti sui saldi di finanza pubblica: non solo prosegue (a un ritmo superiore al previsto) il miglioramento di deficit e avanzo primario, ma sembra iniziato già dal 2017 un sia pur lieve trend di calo del rapporto debito/Pil” scrive in un commento l’analista di Intesa Sanpaolo Paolo Mameli.

Si torni però ai dati di questa mattina.

In termini grezzi, il prodotto interno lordo 2017 è cresciuto al ritmo di 1,5%, un decimo oltre la prima stima pubblicata sempre da Istat il 14 febbraio e sei oltre lo 0,9% del 2016, mettendo a segno la performance più brillante degli ultimi sette anni, in perfetta linea alle attese ufficiali della nota di aggiornamento al Def.

Ancora più straordinario — per quanto forse soltanto estemporaneo — il miglioramento dei conti pubblici.

Da 2,5% del 2016 il deficit nominale scivola a 1,9% — minimo da dieci anni a questa parte — da confrontare con l’attesa governativa di 2,1%, con un avanzo primario in salita a 1,9% da 1,5% dell’anno precedente.

Quanto poi al debito, da sempre punto dolente, i numeri di questa mattina indicano che in valore percentuale rispetto al Pil lo scorso anno si è chiuso a 131,5% da 132% del 2016, addirittura un decimo al di sotto dell’131,6% della stima ufficiale.

Ciliegina sulla torta, la discesa della pressione fiscale a 42,4% — minimo dal 2011 secondo la serie storica Istat — dopo il 42,7% del 2016.

“I dati combinati dell’economia reale e dei conti pubblici attestano che le politiche economiche contraddistinte dalla metafora del‘sentiero stretto’ stanno perseguendo con successo tanto il risanamento delle finanze pubbliche (meno deficit e meno debito in rapporto al Pil) quanto il sostegno alla crescita” dice una nota di Via XX Settembre.

– ha collaborato Valentina Consiglio

È vero che nel 1994 Emma Bonino fu eletta con la Lega Nord?

Lo dice uno screenshot che sta girando molto sui social network, ma è più complicata di così

 

Da ieri sta girando su Twitter e Facebook un’immagine da cui risulta che alle elezioni del 1994 Emma Bonino, attuale leader di +Europa, fu eletta in Parlamento con la Lega Nord, un partito che Bonino sta criticando da settimane per le sue posizioni contro l’Europa e l’immigrazione. L’immagine è vera ed è tratta dal vecchio sito della dodicesima legislatura, che durò al 15 aprile 1994 all’8 maggio 1996. Sostenere che Bonino fu eletta con la Lega Nord, come sembra indicare il sito in questione, è però impreciso.

Nel 1994 Bonino faceva parte della Lista Pannella – Riformatori, uno dei numerosi partiti messi in piedi fra gli anni Novanta e Duemila dai Radicali, che allora erano guidati da Marco Pannella e si consideravano trasversali rispetto ai partiti tradizionali. Ai tempi la Lista temeva di non avere un consenso sufficiente per eleggere con certezza dei parlamentari – e infatti non riuscì a superare lo sbarramento del 4 per cento – e fece un accordo con la neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi per entrare nel centrodestra e appoggiarlo su alcuni temi (all’epoca il centrosinistra era ancora molto influenzato dalla tradizione comunista e socialista). In cambio, il centrodestra si impegnò ad eleggere alcuni esponenti Radicali.

 

La legge elettorale con cui si votò nel 1994 era il cosiddetto Mattarellum, ideato dall’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che prevedeva un sistema misto di elezione: il 75 per cento tramite un sistema uninominale, con un solo candidato per collegio, e il 25 per cento con una quota proporzionale. Bonino venne candidata alla Camera nel sistema uninominale, in un seggio considerato sicuro per il centrodestra e che comprendeva Padova e il paese limitrofo di Selvazzano Dentro. Due mesi prima delle elezioni, in un’intervista al Messaggero disse di non sentirsi né leghista né “berlusconiana”.

Bonino fu eletta col 39,5 per cento dei voti. Come si capisce bene dall’immagine qui sotto, è impreciso sostenere che entrò in Parlamento con la Lega Nord: la sua candidatura fu sostenuta da tutto il centrodestra. Un archivio più recente della Camera dei deputati, inoltre, scrive correttamente che nel 1994 Bonino fu eletta “con sistema maggioritario”, senza associarla a nessun partito in particolare.

Le elezioni del 1994 furono vinte dal centrodestra. I Radicali riuscirono ad eleggere complessivamente sei deputati e due senatori ed entrarono nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Pochi mesi dopo Bonino fu eletta Commissario europeo per gli aiuti umanitari e per la tutela dei consumatori su indicazione di Berlusconi, e lasciò il suo seggio alla Camera. il post.it

COMUNICARE È POTERE – SIMONE BEMPORAD, DIRETTORE DELLA COMUNICAZIONE DI GENERALI SPA È ”IL COMUNICATORE DEL 2018” – ‘’HA CREATO UNA COMPLESSA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE INTEGRATA PER RACCONTARE L’IMPORTANTE INTERVENTO DI GENERALI NEL CUORE DI PIAZZA SAN MARCO A VENEZIA”

http://www.affaritaliani.it/mediatech/premio-ischia-comunicatore-dell-anno-a-simone-bemporad-527301.html

 

 

simone bemporadSIMONE BEMPORAD

Simone Bemporad, direttore della comunicazione di Generali Spa è “comunicatore dell’ anno 2018. Riconoscimento speciale a Massimiliano Lanzi, manager del “Centrostudi Giornalismo e Comunicazione”.

 

Lo ha deciso la giuria formata da Gerardo Capozza, Capo Cerimoniale e Consigliere della Presidenza del Consiglio, Marco Bardazzi, Direttore Comunicazione Esterna ENI spa, Alessandro Bracci, Direttore sede Interregionale di Roma Siae, Leonardo Bartoletti, giornalista, Giovanni Buttitta, responsabile relazioni esterne e progetti speciali, comunicazione esterna e sostenibilità Terna Spa, Nicola Cerbino, Capo ufficio stampa della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, Danilo Di Tommaso, Direttore Comunicazione e rapporti con i Media CONI, Ludovico Fois, Responsabile Relazione esterne e affari istituzionali ACI, Carlo Gambalonga giornalista, Flavio Natalia Capo Comunicazione Prodotto Sky Italia , Massimiliano Paolucci, direttore relazioni esterne ACEA spa, Stefano Porro, Direttore affari relazioni esterne affari istituzionali ADR spa, Valeria Speroni Carli, capo ufficio stampa Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite srl e Luciano Tancredi, Direttore Relazioni esterne e istituzionale Condotte spa.

simone bemporadSIMONE BEMPORAD

 

GENERALIGENERALI

“Bemporad – si legge nella motivazione della giuria – ha creato una complessa strategia di comunicazione integrata per raccontare l’importante intervento di Generali nel cuore di Piazza San Marco a Venezia, collegandolo con una serie di iniziative di corporate social responsibility destinate a una vasta gamma di iniziative, dalla lotta alla povertà alla creazione di startup da parte di rifugiati. Il successo mediatico è stato notevole, con decine di articoli e servizi sulla stampa nazionale e internazionale. E l’iniziativa presenta molti aspetti innovativi dal punto di vista della comunicazione, incluso l’utilizzo – come “comunicatori” – dei 70 milia dipendenti e 200 mila agenti di Generali.”dagospia.com

Germania, attacco hacker alle reti federali: sospetti sui russi ‘BUCATO’ IL MINISTERO DEGLI ESTERI E QUELLO DELLA DIFESA

Un attacco hacker al sistema informatico del governo tedesco che andrebbe avanti da un anno. E’ quanto emerso da fonti stampa poi confermate da esponenti delle istituzionali. Uno choc per la Germania e il suo sistema di efficienza. Si tratterebbe, infatti, del più grande attacco informatico ai danni del governo di Berlino che ritiene di aver già individuato i colpevoli. I sospetti, secondo le prime dichiarazioni, cadrebbero sui russi che, attraverso il gruppo di pirati informatici APT28 (noto come “Fancy Bear”) sarebbe riuscito a rubare dati sensibili. Secondo le indagini svolte sul gruppo, gli investigatori li ritengo i responsabili dell’attacco al Bundestag nel 2015.

‘Bucati’ i server del governo e delle agenzie di sicurezza

L’attuale attacco, invece, avrebbe violato i sistemi di sicurezza del ministero degli Esteri e della Difesa. Attraverso un malware, infatti, sarebbero stati trafugati dati sensibili. Ma non solo. L’infiltrazione andrebbe avanti da un anno, ma è stato scoperto solo a dicembre. Il ministro dell’Interno tedesco ha fatto sapere che l’attacco è stato “neutralizzato e tenuto sotto controllo”. Nonostante questo “l’incidente viene trattato come un’alta priorità e con risorse massicce” da parte dell’intelligence, ha sottolineato Johannes Dimroth, portavoce del Ministero.

Sospetti sui russi

Dalle prime informazioni trapelate, i presunti responsabili sarebbero i pirati informatici appartenenti al gruppo russo APT28, e legato ai servizi militari russi del GRU ( gli stessi accusati di aver hackerato la campagna elettorale di Hillary Clinton negli Stati Uniti). Un’ipotesi sulla quale stanno lavorando i servizi segreti di Angela Merkel. Secondo fonti del Bild, tuttavia, il ‘buco’ non sarebbe da attribuire ad APT28. Si tratterebbe di qualcosa di molto più sofisticato, un attacco preparato a lungo anche se con la stessa area d’origine: la Russia.

OFCS REPORT