Perché il futuro di petrolio e gas naturale non è ancora segnato

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Nel corso degli ultimi dieci anni la rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali (Unconventional Revolution, più frequentemente ma meno precisamente definita Shale Revolution) ha prodotto un notevole aumento della produzione di petrolio e gas naturale negli Usa.

 

L’ampia disponibilità di petrolio di alta qualità ha cementato il cluster industriale nordamericano, valorizzando parallelamente i giacimenti di light tight oil statunitensi e le riserve di bitume canadesi, con ampie ricadute positive sul segmento della raffinazione.

L’accesso ai giacimenti di shale gas ha innescato negli Usa una ristrutturazione complessiva del parco centrali e delle reti di distribuzione e trasmissione, che si sono riverberati positivamente sui costi finali dell’energia elettrica, sui margini degli operatori, sull’efficienza complessiva del sistema energetico nazionale e del tessuto produttivo.

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Tuttavia, a dispetto della relazione casuale tra combustibili fossili ed emissioni di sostanze climalteranti e dell’antagonismo tra fonti tradizionali e nuove fonti di energia rinnovabile (Nfer), la Unconventional Revolution ha contribuito anche al taglio delle emissioni americane di CO2 e alla fase di sviluppo straordinario sperimentata dalle NFER in molti Stati della federazione. Anche grazie alla sapiente orchestrazione dell’amministrazione Obama, che ha accelerato la riconversione infrastrutturale attraverso una serie di provvedimenti esecutivi (programmi federali, ordini esecutivi e moratorie), in stretta collaborazione con l’Environmental Protection Agency (EPA).

Il graduale aumento della quota di energia elettrica prodotta da gas naturale e la parallela, conseguente,diminuzione di quella prodotta a carbone, ad esempio, ha reso la rete elettrica americana sempre più elastica e diversificata. Riducendo inoltre l’intensità carbonica dell’economia nazionale e le emissioni di agenti inquinanti.

A differenza delle centrali coal-fired, infatti, le centrali gas-fired raggiungono un grado di efficienza ottimale già in scala ridotta o intermedia, permettendo una distribuzione più capillare (e quindi più efficace) delle centrali, hanno meccanismi di accensione e spegnimento estremamente agili, che le rendono adatte a sostenere sia il carico di base che i picchi di potenza, hanno un’efficienza elettrica maggiore(del 20/40%) ed emettono il 30/50% di CO2 in meno.

Le Nfer sono per natura discontinue e non programmabili(ad esclusione delle biomasse), perciò non possono che beneficiare di reti più flessibili, in grado di assorbire gli sbalzi di produzione degli impianti eolici e solari.

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Inoltre, il passaggio da uno schema in cui il carico di base era assorbito da impianti di grandi dimensioni a un assetto ibrido, in cui le dimensioni medie degli impianti diminuiscono gradualmente, rende la rete più articolata, permettendo agli impianti Nfer di trovare posto più facilmente dove le condizioni climatiche o la logistica gli garantiscono vantaggi competitivi rispetto ai combustibili fossili.

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E, paradossalmente, anche nel medio e lungo periodo il dualismo tra idrocarburi e Nfer non è così scontato.

Il ritardo con cui sono stati implementati meccanismi di controllo delle emissioni di CO2 a livello globale, infatti, potrebbe costringere la comunità internazionale ad adottare strategie di contrasto al cambiamento climatico più aggressive.

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Non è assolutamente da escludere che agli approcci passivi (efficienza energetica, conversione del parco centrali, razionalizzazione dei consumi) si vadano ad aggiungere approcci attivi, mirati alla cattura dell’anidride carbonicaal momento dell’emissione o direttamente in atmosfera.

Una prospettiva, quella della cattura e dello stoccaggio dell’anidride carbonica post-combustione, non particolarmente allettante, almeno al momento, in ragione dei costi di Operation and Maintenance (O&M) degli impianti e della mole di investimenti a fondo perduto necessari alla realizzazione della cornice infrastrutturale.

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Tuttavia, un’extrema ratio che potrebbe rendersi necessaria se, come sembra sempre più probabile, verranno mancati gli obiettivi di contenimento del riscaldamento climatico globale entro i parametri stabiliti a Parigi nel 2015.

Se il futuro del carbone negli Usa appare segnato per effetto dell’evoluzione del mercato e della struttura della rete, quello del gas naturale e del petrolio si trova ancora in un limbo di incertezza, ed è altamente probabile che nei prossimi decenni gli idrocarburi assorbiranno ancora una quota rilevante nel paniere energetico statunitense, come in quello delle altre maggiori economie mondiali.

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Gli Stati Uniti hanno le caratteristiche ideali per trasformarsi nel laboratorio globale in cui sperimentare un nuovo modello di coesistenza e reciproca valorizzazione tra le Nfer e gli idrocarburi, capace di assicurare sviluppo economico e sostenibilità ambientale.

Il Rinascimento energetico sperimentato durante l’amministrazione Obama dimostra che la decarbonizzazione non è necessariamente nemica dello sviluppo economico, anzi. E, almeno per il momento, neanche degli idrocarburi.

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