Scalata alla Daimler, ombre cinesi: potrebbe esserci una regia dello Stato

Il sito cinese qq.com suggerisce che i fondi necessari a Li Shufu per rastrellare
il 9,7 per cento delle azioni (9 miliardi di dollari) siano arrivati dallo Stato, come avvenne nel 2010 per l’acquisizione della svedese Volvo da parte della sua Geely

Li Shufu dinanzi alla Grande sala del popolo di Piazza Tiananmen a PechinoLi Shufu dinanzi alla Grande sala del popolo di Piazza Tiananmen a Pechino
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Di chi sono i soldi utilizzati per rastrellare il 9,7 per cento delle azioni di Daimler AG? Sono fondi privati o c’è stato un intervento statale di Pechino? Si tratta di un investimento personale dell’ingegnere Li Shufu, hanno detto da Stoccarda la settimana scorsa, quando è stata rivelata la scalata del proprietario della cinese Geely al gruppo tedesco che controlla il marchio Mercedes-Benz. Con 9,2 miliardi di dollari (circa 7,5 miliardi di euro) il presidente del gruppo automobilistico basato nello Zhejiang ha rastrellato in poche settimane quel 9,7% dei titoli Daimler, diventando il primo azionista della casa tedesca. Il governo di Berlino ora parla di una stretta nei controlli sulla trasparenza degli investimenti. Il tema sarà portato all’attenzione dell’Unione europea, ma intanto le azioni sono passate di mano e sono in una cassaforte cinese.

Il precedente di Volvo

È stato il sito cinese qq.com a suggerire che i fondi per l’operazione siano arrivati dallo Stato, come avvenne nel 2010 per l’acquisizione della Volvo svedese da parte di Geely, allora sostenuta dalle autorità di Daiqing, città dalle provincia delle Heilongjiang nota per i campi petroliferi. Yang Xueliang, vicepresidente di Geely, ha smentito la voce, sostenendo che la speculazione «è una caccia alle ombre (cinesi, ndr) ed è senza alcun fondamento». Molto cauto il commento del presidente Li Shufu: «Rispetto i valori e la cultura di Daimler e non ho chiesto una poltrona nel board di supervisione, questa non è una priorità per me», ha detto alla Bild. Il fatto, sostiene il patron cinese, è che «al momento nessun gruppo automobilistico è in grado di vincere la battaglia contro gli “invasori” senza amici. Per raggiungere la supremazia tecnologica ci si deve adattare a un nuovo tipo di pensiero in termini di condivisione e unione delle forze. Il mio investimento nella Daimler riflette questa visione». In effetti Li Shufu, 55 anni, è un uomo di visioni. È il proprietario del più grande gruppo automobilistico privato in Cina; è stato il primo cinese a fare acquisizioni all’estero nell’industria delle quattro ruote, dalle auto ai camion, ora corre sulla strada dell’innovazione elettrica e anche delle vetture che si guidano da sole. Il primo grande passo nel 2010 quando con 1,8 miliardi di dollari rilevò la svedese Volvo, che sembrava a fine corsa e invece con la cura cinese è tornata a fare utili: 785 milioni di dollari nel 2016. Nel 2013 Li Shufu ha anche comprato la fabbrica dei mitici taxi neri londinesi, rilanciandola e convertendola ai motori puliti. Poi ha portato sotto controllo cinese la Lotus inglese, la Proton malese, la start-up Terrafugia che lavora alle auto volanti. Circolano anche vetture di brand Geely che Li Shufu vuole portare in Europa e il know-how venuto dalla Svezia ha aiutato molto.

 

Secondo JD Power, società di ricerca e consulenza, la qualità del «made in China» è ormai vicina al livello internazionale, ma per stare sul mercato è necessario globalizzarsi. Resta l’interrogativo: si può credere che i 9 miliardi di dollari per diventare primo azionista di Daimler siano frutto di raccolta di fondi sul mercato internazionale ad opera del «privato» Li Shufu? O dietro c’è la potenza di fuoco di «China Inc», del capitale statale? Le mosse di Geely all’estero sono in controtendenza rispetto alla stretta imposta dal governo centrale ad altri gruppi industriali cinesi. Wanda è stata costretta a ridurre drammaticamente il debito cedendo le sue partecipazioni a Hollywood; Anbang è stata commissariata da Pechino e il suo fondatore è finito in carcere. E la retata di miliardari non si arresta: l’ultimo finito in cella, secondo rivelazioni di stampa a Pechino, è Ye Jianming, che aveva portato in cinque anni CEFC China Energy a diventare il quarto gruppo petrolifero della Cina.

di Guido Santevecchi, corrispondente a Pechino corriere.it