Carige-Mincione, resa dei conti in cda

Giuseppe Tesauro (a sinistra), presidente di Carige, e l’azionista e vice presidente Vittorio Malacalza

Giuseppe Tesauro (a sinistra), presidente di Carige, e l’azionista e vice presidente Vittorio Malacalza

Genova – Sarà un consiglio di amministrazione ad alta tensione quello convocato da Carige martedì prossimo. La discussione sull’istanza del nuovo azionista Raffaele Mincione, che recentemente ha acquistato il 5,4% della banca attraverso il suo Capital Investment Trust e che da terzo socio chiede voce nel board, è destinata ad assorbire larga parte della seduta.

Da quanto risulta al Secolo XIX, la lettera indirizzata al presidente Giuseppe Tesauro, nella quale il finanziere chiede rappresentanza in consiglio, non è esplicitamente all’ordine del giorno della riunione del 6 marzo. Ma nell’odg compare la voce «Comunicazioni del presidente» e più di una fonte è pronta a scommettere che tra quelle ci sarà soprattutto il “caso Mincione”.

«Consob ha acceso un faro sulla questione – riflette una fonte finanziaria – e la notizia della lettera è apparsa sui giornali: impossibile che il tema non venga affrontato in consiglio».

Il dibattito su annuncia teso. Nella lettera, Mincione argomenta il suo ingresso in Carige descrivendolo come un investimento di medio-lungo periodo. E a fronte di un cda che non rispecchia più la composizione dell’azionariato (dopo l’ultimo aumento di capitale Aldo Spinelli e la Fondazione si sono fortemente diluiti), il finanziere chiede voce per contribuire alla governance da subito, visto che l’attuale cda scadrà solo nel 2019. Non solo. Secondo quanto anticipato nei giorni scorsi, Mincione avrebbe pronto un “piano B” che prevede la revoca e il rinnovo del cda attraverso un’assemblea straordinaria, nel caso in cui la richiesta a Tesauro non fosse presa in considerazione. La strategia potrebbe concretizzarsi dopo il 29 marzo, cioè successivamente all’assemblea di approvazione del bilancio 2017.

Il “piano B” implica un ribaltamento della maggioranza, oggi in mano a Malacalza con il 20,6%, attraverso l’aggregazione di più fondi nazionali e internazionali intorno a Mincione (che si dice sia pronto a investire ancora, verso il 10%) con l’obiettivo di raggiungere un 30% che supererebbe l’autorizzazione a salire al 28% data da Bce a Malacalza. A quel punto, a fronte di due schieramenti di peso analogo, Gabriele Volpi con il suo 9% giocherebbe il ruolo di ago della bilancia.

Gilda Ferrari Il SecoloXIX

Carige guarda alla sfida tra Mincione e Malacalza

Il titolo scatta e poi ripiega. Giallo su un vertice, smentito, con l’ad Fiorentino e i fondi a Milano

La prospettiva di uno scontro fra soci ha acceso il titolo Carige nella mattinata di ieri fino a fargli guadagnare attorno a mezzogiorno oltre due punti percentuali.

Raffaele Mincione

Poi l’entusiasmo è rientrato e la seduta è stata chiusa in calo dell’1,18 per cento. Di certo, l’ingresso del finanziere italo-inglese Raffaele Mincione nel capitale con una quota del 5,4% non è avvenuto in punta di piedi. E continua a scatenare una ridda di indiscrezioni e congetture su presunte grandi manovre all’interno della compagine azionaria tutt’altro che compatta dell’istituto.

In particolare si fa largo l’ipotesi che se Mincione non otterrà una rappresentanza in cda adeguata al pacchetto rastrellato, come chiesto per lettera al presidente Giuseppe Tesauro, chiederà la convocazione di un’assemblea straordinaria (successiva a quella già fissata il 29 marzo) per la revoca del board e l’elezione di un nuovo organo amministrativo. In questo caso, si tratterebbe di una dichiarazione di guerra agli attuali soci di controllo ovvero la famiglia Malacalza che esprime la maggioranza del consiglio che scade con l’approvazione del bilancio 2018 e quindi nella primavera 2019. Alcune fonti sostengono che la «lista Mincione» potrebbe raccogliere il consenso di fondi di investimento già legati all’Italia e di altri investitori istituzionali internazionali a cui farebbe capo complessivamente quasi il 30% del capitale, quota che si avvicinerebbe al 40% in caso di appoggio anche di Gabriele Volpi, titolare del 9 per cento. Ma che farebbe però scattare a quel punto l’obbligo di Opa. In assemblea la sfida sarebbe con i Malacalza, oggi al 20,6%, che però possono salire fino al 28% con l’autorizzazione – già in tasca – della Bce.

Alle indiscrezioni ieri se ne è intanto aggiunta un’altra assai più ardita secondo cui lo scorso 21 febbraio a Milano, nella sede di piazza Duomo della controllata Banca Cesare Ponti, ci sarebbe stato un incontro fra Mincione, l’ad di Carige, Paolo Fiorentino, e alcuni manager di altri fondi. Incontro seccamente smentito da una portavoce dell’istituto ligure ed escluso anche da fonti vicine a Mincione. Quello stesso giorno, del resto, il presidente Tesauro incalzato dai giornalisti a margine del comitato esecutivo dell’Abi riunito a Roma, aveva definito Vittorio Malacalza «un azionista forte che viene dall’economia reale ed è importante perché non è di quelli che hanno giocato a monopoli tutta la vita, e poi abbiamo un bravo amministratore delegato».

Al netto dei rumors lungo l’asse Milano-Genova-Londra, sulle manovre nell’azionariato di Carige tengono ben accesi i riflettori sia la Bce sia la Consob che già si è allertata per la mancata comunicazione della richiesta di Mincione da parte di Tesauro all’intero cda. Il Giornale.it