1. ”ECCO COME TRUCCANO LE ELEZIONI” – SERVIZIO BOMBA DELLE ‘IENE’ SUL VOTO ALL’ESTERO 2. STASERA FILIPPO ROMA E MARCO OCCHIPINTI SVELERANNO QUANTO È FACILE TAROCCARE MIGLIAIA DI SCHEDE, E COME I ”CACCIATORI DI PLICHI” LE VENDONO A CANDIDATI TRUFFALDINI: QUI L’ANTICIPAZIONE – GLI ELETTI ALL’ESTERO POSSONO DECIDERE IL PROSSIMO GOVERNO

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DAGONEWS

 

”Ecco come stanno truccando le elezioni” – 3000 schede truccate: ”le Iene” stasera manderanno in onda il servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti che scoperchiano il sistema per corrompere il voto degli italiani all’estero. In una tipografia di Colonia arriva una persona dalla Svizzera che lavora per uno dei politici candidati nelle liste degli italiani all’estero e che vuole comprare migliaia di schede elettorali.

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Il “cacciatore di plichi” (figura già vista nei servizi precedenti di Filippo Roma) è un truffatore che sottrae le schede ancora da compilare prima che arrivino agli italiani residenti in altri paesi, soprattutto in Europa. C’è chi s’infila nelle cassette delle lettere, chi rovista nella spazzatura, chi cerca di intercettare i postini o i corrieri che le distribuiscono, e chi cerca di arrivare alla fonte, alla tipografia o addirittura al consolato.

 

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Il cacciatore di plichi in questo servizio sostiene che sarebbero stati corrotti anche i consolati e le tipografie, per poter comprare migliaia di schede elettorali. Mostra un sacco pieno di plichi provenienti dai consolati di Monaco di Baviera, Colonia, Francoforte…

 

Un parlamentare per essere eletto nelle circoscrizioni Estero ha bisogno di 7-10mila voti. Dunque il bottino di 3mila schede scovato dalle ”Iene” può cambiare il risultato di queste elezioni. Se pensate che sono 6 i senatori eletti in queste circoscrizioni, e che nella legislatura appena conclusa il governo si reggeva per una decina di voti di Verdini e soci, capirete il valore politico che può avere una simile truffa…(dagospia.com)

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Lascia il carcere il braccio destro di Massimo Carminati dopo la condanna a 11 anni

Riccardo Brugia, appartenente all’estrema destra, ha ottenuto dai giudici gli arresti domiciliari

DI LIRIO ABBATE L’ESPRESSO

Lascia il carcere il braccio destro di Massimo Carminati dopo la condanna a 11 anni

Lo scorso luglio è stato condannato a 11 anni di carcere per associazione per delinquere, ma adesso i giudici del tribunale del riesame di Roma lo hanno messo fuori dal carcere, concedendogli gli arresti domiciliari. Si chiama Riccardo Brugia, conosciuto come “er boro”, è il braccio destro violento di Massimo Carminati, ritenuto il capo di “mafia Capitale”. Brugia è pure un appartenente dell’estrema destra, un ex dei Nuclei armati rivoluzionari, favoreggiatore di Cristiano Fioravanti, ha pure scontato una pena per banda armata. I vecchi criminali della Capitale e negli ambienti di detra lo ricordano pure come  “uno dei più grossi rapinatori di Roma”.
Gli inquirenti lo ritengono un componente del clan di mafia Capitale, uno degli organizzatori, il braccio “violento” del capo, con il quale collabora in tutte le attività che gli investigatori hanno evidenziato e ne coordina le attività criminali dell’associazione nei settori del recupero crediti e dell’estorsione, custodendo anche le armi di cui l’organizzazione disponeva. Adesso torna a casa.

Dal 6 marzo sarà uno dei 46 imputati nel processo d’appello a mafia Capitale che vede anche Carminati rispondere dell’accusa di associazione mafiosa. La loro amicizia dura da quarant’anni, ed entrambi sono entrati ed usciti dal carcere e per il Cecato rappresenta il suo uomo di fiducia al quale vengono affidate le missioni più delicate del clan.

Durante il processo in cui Brugia è stato condannato a 11 anni c’è un’immagine registrata dalle telecamere del tribunale in cui si vede l’esultanza di Carminati, con i modi che gli sono più consoni, che porta in un’aula di giustizia l’apologia del fascismo: rassicurare il suo coimputato e amico Brugia con il saluto romano.

Durante le indagini sono state registrate centinaia di conversazioni fra Carminati e Brugia ed emerge come il Cecato informava dettagliatamente il suo braccio destro degli affari in corso, coinvolgendolo direttamente nei rapporti con alcuni imprenditori.

Carminati, quando spiega a Brugia il “manifesto programmatico” dell’associazione, sottolinea di voler abbandonare il settore del recupero crediti e di voler utilizzare, sfruttandoli, imprenditori che possono eseguire le opere o fornire i servizi necessari per le commesse pubbliche: «noi dobbiamo andare diritti, cioè questi debbono essere i nostri esecutori, devono lavorare per noi. Non si può più fare come una volta…che noi arriviamo dopo…facciamo i recuperi». Poi i due descrivono la loro capacità criminale, e ne risultava accresciuto il senso di protezione da parte dei soggetti in contatto con Carminati: «sulla strada comandiamo noi».

La conversazione conferma la condivisione tra Carminati e Brugia di una precisa progettualità criminale, volta al superamento degli affari solitamente trattati (il recupero crediti) ed all’acquisizione di una dimensione imprenditoriale, anche se di tipo molto particolare perché consistente nello sfruttamento dell’imprenditorialità altrui. Ciò attesta il radicamento degli intenti criminosi, la continuità e la stabilità del legame che esistente tra i due appartenenti al clan. E conduce nella stessa direzione il contenuto della conversazione, sempre tra Carminati e Brugia, sul “mondo di mezzo”.

Partecipe del “mondo di sotto” per consolidata pratica criminale e non estraneo al “mondo di sopra” per essere pervenuto alla criminalità per ragioni politiche, Carminati si colloca, insieme a Brugia, in una posizione intermedia, per l’appunto il “mondo di mezzo”, dalla quale interagire con più gruppi e più ambienti, poiché «esiste un mondo di mezzo in cui tutti si incontrano… anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse a che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non può fare nessuno».

Il tenore stesso della conversazione dimostra che Brugia e Carminati stavano effettuando una ricognizione della loro condizione e collocazione (per l’appunto intermedia tra i due mondi) e descrivendo una situazione di fatto già esistente: tanto da fare riferimento ad un noto personaggio che impiegava terze persone per farsi acquistare e recapitare sostanza stupefacente, non potendovi provvedere direttamente a causa della sua notorietà.
I due, che condividevano la scelta di abbandonare il settore del recupero crediti per passare ad attività di tipo “imprenditoriali” (e Brugia aveva già in corso affari immobiliari con la famiglia Diotallevi e un altro imprenditore), meditavano di sfruttare le potenzialità imprenditoriali di “amici”.

Quando Bsi respinse la storica maxitangente

Lugano disse no alla ‘mazzetta’ Eni al governo nigeriano
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È il 31 maggio 2011 quando, da un conto intestato al governo nigeriano presso la Jp Morgan Chase di Londra, si vogliono trasferire alla Bsi di Lugano 1,092 miliardi di dollari. L’incredibile somma è quanto pagato qualche giorno prima da Eni per la licenza petrolifera Opl 245. L’importo ha un destinatario preciso: un conto Bsi intestato a una certa Petrol Service Co Lp. La transazione puzza.
Questa società offshore è controllata da Gianfranco Falcioni, uomo d’affari italiano stabilito in Nigeria dove è vice-console onorario. Come mai, poco dopo aver ricevuto i soldi da Eni, il Governo nigeriano vuole trasferire l’intero ammontare della concessione ad una scatola vuota associata a tale Falcioni? La Bsi respinge il bonifico. A buona ragione. 
Per i pm di Milano, che dal 2012 indagano sull’affare Opl245, quella che doveva arrivare a Lugano era niente meno che la più grande mazzetta della storia. Il conto ticinese avrebbe dovuto essere soltanto un passaggio: tramite i buoni uffici di Falcioni il denaro doveva poi confluire ai beneficiari della corruzione. 
Ma così non è andata. Anche se lo scopo finale verrà comunque raggiunto: dopo varie divagazioni una parte della somma andrà a ingrassare i politici nigeriani; un’altra rientrerà ai dirigenti di Eni. Questo almeno stando all’accusa alla base del processo che inizierà domani, lunedì, a Milano. Imputati, oltre a Eni (e Shell), tredici persone tra cui vari manager, l’ex ministro nigeriano Dan Etete e alcuni intermediari come Gianfranco Falcioni. Quest’ultimo è accusato di avere accettato il compito di distribuire il denaro versato da Eni per Opl245 costituendo la Petrol Service e aprendo il conto luganese. 
Dai documenti letti dal Caffè emergono altri dettagli. Come il fatto che la Petrol è stata costituita e amministrata tramite una fiduciaria di Mendrisio, la Emmegi Finanziaria. Quest’ultima è stata perquisita nell’ottobre 2015 dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) su richiesta italiana. Nei formulari interni della Bsi viene inoltre indicato lo scopo del conto aperto con l’ausilio di Emmegi. I fondi di Petrol avrebbero dovuto arrivare dalla Helencraft, società canadese già cliente della banca: “La Helencraf è in fase di liquidazione. I clienti ci informano che il motivo del cambiamento è dovuto a cambiamenti a livello degli azionisti e per un’ottimizzazione fiscale. La nuova società (…) Petrol Service Co. Lp riprenderà le attività e la medesima operatività bancaria della Helencraft”. 
In realtà non sarà così. Bsi verrà a sapere che la relazione doveva servire quale “conto piattaforma” per un’ingente operazione che avrebbe coinvolto società nigeriane non conosciute e collegate a ex politici del Paese africano. Il “niet” viene dall’alto. Lo si deduce da una mail interna: “Il dott. Ammann (capo unità compliance, ndr) ritiene che Bsi non debba entrare in relazione con il sig. Dan Etete (avente diritto economico della quasi totalità della transazione) a causa dei grandi rischi reputazionali legati a quest’ultimo e al suo ruolo in seno al governo di Abacha. Inoltre tali rischi sarebbero accentuati dall’utilizzo della relazione accesa presso Bsi quale conto piattaforma”. 
Il maxi bonifico sarà così respinto al mittente. Fallito il suo scopo, il conto verrà chiuso da lì a poco. Un’ultima curiosità: una parte di quei 1.092 miliardi è ritornata a Lugano. Sono i 21 milioni finiti alla Safra Sarasin, su conti controllati dall’intermediario Gianluca Di Nardo. Ma questa volta il denaro resterà a lungo in riva al Ceresio: il denaro è infatti bloccato su ordine del Mpc.
Federico Franchini caffè.ch

I segreti di Madre Tekla nella Banca di Lugano

Il mistero di una badessa a Roma forse tesoriera in Ticino
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Dal giardino della casa di Santa Birgitta, da dove si accede attraverso una scala di pietra quasi di fronte Hotel De La Paix, il panorama è spettacolare. Dalla via Calloni si vede Lugano che scivola via verso il lago. Qui vivono le sorelle brigidine, le suore dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Birgitta (o Brigida), che si riconoscono per il copricapo con la corona di lino bianco formata da 5 pezze circolari di tessuto rosso a croce. E da qui si dipana il mistero di Madre Tekla, che usciva con una borsa colma di soldi diretta verso una banca al centro di Lugano. È la stessa Madre Tekla Famiglietti, originaria di un piccolo paese in provincia di Avellino, dal 1977 all’anno scorso badessa dell’ordine e amica delle alte sfere del Vaticano e di molti potenti politici? È la stessa Madre Tekla che proprio a Lugano ha mosso i primi passi come religiosa prima di finire a Roma, nel convento che si affaccia su piazza Farnese, dove era diventata una delle persone più vicine a papa Wojtyla? 
Ma andiamo con ordine. In via Silvio Calloni le suore gestiscono una dimora per pellegrini, un piccolo hotel in centro città a prezzi economici (127 franchi per una camera singola). Qui è passato quest’estate il giornalista Gianluigi Nuzzi proprio per chiarire questo mistero che racconta nel libro-inchiesta “Peccato originale” (Edizioni Chiarelettere), dove si svela l’intreccio di conti nelle banche luganesi che come rigagnoli poi finivano nello Ior, l’istituto del Vaticano.
Tutto comincia quando l’economista Angelo Caloia viene chiamato da Giovanni Paolo II tra le sacre mura a far pulizia proprio nella banca vaticana dopo le dimissioni di monsignor Paul Casimir Marcinkus, il “banchiere di Dio”, travolto dallo scandalo del crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. È il 1989. Caloia fa ordine in Vaticano. E cominciano a venire a galla conti con soldi che non si sa esattamente da dove vengano.
A tirare i fili di questo sistema molti religiosi. Anche Madre Tekla, scrive Nuzzi, che nel suo libro riporta il racconto di un ex dipendente dello Ior, l’Istituto del Vaticano per le opere religiose. L’uomo, Pietro Orlandi, racconta che Madre Tekla, la badessa, quando entrava nella banca del Vaticano, “depositava incredibili somme di denaro” e offriva laute mance agli impiegati. 
Torniamo a Lugano. Nuzzi scrive: “Un’altra suora che si faceva chiamare madre Tekla la ritroviamo anche in Svizzera”. È lei, la badessa? “Non c’è certezza che sia la stessa sorella, probabilmente un’omonima”, si legge fra le pagine del libro. Sta di fatto che negli stessi anni usciva dalla casa di via Calloni e entrava da una porta secondaria al Banco di Lugano, poi inglobato in una grande banca, e con l’ascensore saliva al terzo o quarto piano. Un ex dipendente la ricorda schiva, dai modi sbrigativi. Mostrava un apparente disprezzo per il denaro. “Ogni volta – ha spiegato a Nuzzi l’impiegato – si presentava con un borsone semirigido in pelle che conteneva un tesoro in contanti. Entrava in ufficio con la valigia chiusa, la spingeva sul tavolo e chiedeva di accreditare la somma sul conto”. E quando il funzionario della banca le chiedeva di quanto si trattasse, lei rispondeva: “Non conto mai il denaro, lo faccia lei”. Era brusca anche quando le si chiedeva da dove venisse tutto quel contante. “È un’altra nostra fedele che ci ha lasciato”, rispondeva. 
Il sistema dei depositi delle brigidine al Banco di Lugano, spiega Nuzzi, era quello cosiddetto “a grappolo”, cioè formato da diversi conti e sottoconti, alcuni collegati direttamente allo Ior. In quei tempi non c’era la strategia del “denaro pulito”, e le banche non avevano gli anticorpi di oggi per contrastare eventuali operazioni di riciclaggio. Non è certo il caso delle brigidine, ma per l’autore del libro che ha svelato tanti segreti del Vaticano, c’erano sacerdoti, suore e monsignori che gestivano montagne di soldi. “Una dinamica inconfessabile – scrive Nuzzi – che è andata avanti almeno sino al 2014”. E che papa Francesco punta a sradicare.
Peraltro il nome di Madre Tekla Famiglietti, da Roma a Lugano così legge sul registro di commercio del Ticino, risulta presente in due associazioni religiose, entrambe senza scopo di lucro. La prima è l’Associazione di Santa Birgitta. La seconda, invece, oltre che attività di carattere religioso e umanitario, si occupa di costruire e gestire appartamenti da affittare “a pigione moderata” per anziani o giovani coppie a Collina d’oro Montagnola.

MAURO SPIGNESI il caffè.ch

LE PREVISIONI DEL MAGO DALEMIX (CHE DISTRUGGE LA BOSCHI): ”RENZI E BERLUSCONI CHE SMENTISCONO LE LARGHE INTESE? BUFALE PER GABBARE GLI ELETTORI. DOPO IL VOTO CAMBIA TUTTO” – SU MARIA ETRURIA: ”GENTILONI DOVEVA FARLA DIMETTERE. SE SI SCOPRE CHE TU VAI A PARLARE CON UN BANCHIERE SPONSORIZZANDO LA BANCA DI TUO PADRE, DOPO NON PUOI SERVIRE LO STATO” (COSÌ PARLÒ L’UOMO DELLA MERCHANT BANK DI PALAZZO CHIGI)

Luca Telese per ”Panorama

 

È una campagna elettorale più o meno difficile delle altre?

dalema boschi renzi dalemaDALEMA BOSCHI RENZI DALEMA

 

(In macchina, tra una manifestazione e l’altra, Massimo D’Alema lascia la saletta di un bar di San Donaci per raggiungere un teatro a Lecce. Mi comunica, quasi divertito: «Chi vuole intervistarmi deve accontentarsi dei ritagli di tempo». Guardo l’orologio).

 

È curioso: corro nel Salento, nel mio collegio di Gallipoli, lo stesso in cui mi sono candidato per la prima volta trent’anni fa. Per me è un ritorno alle origini, una prova, ma anche l’unico modo degno che ho per rispondere a una legge elettorale truffaldina e, a mio parere, incostituzionale.

 

Poteva correre nel Lazio, sul proporzionale, sfruttando la sua visibilità mediatica. Nessuno le avrebbe detto nulla.

Allora lei non mi conosce. Faccio politica in Puglia dal 1980, sono stato eletto qui, sono rimasto qui, sempre reperibile sul territorio: non sono un candidato yogurt, di quelli che il giorno dopo il voto scadono e li butti.

 

Perché è una legge elettorale truffaldina?

Non esiste al mondo un sistema in cui tu scegli un partito e il tuo voto va a un altro. Tuttavia, malgrado i complessi meccanismi del Rosatellum, posso dire ai miei elettori una cosa vera: decidono loro. Se mi eleggeranno tornerò in Parlamento a rappresentarli. Altrimenti andrò a casa.

 

bersani epifani dalemaBERSANI EPIFANI DALEMA

Non ha un paracadute proporzionale?

Sono capolista al Senato nel collegio Puglia 2, ma per un movimento come Leu questa non è una garanzia perché è evidente che solo una pluricandidatura sarebbe un vero paracadute. Così si può essere eletti solo se si ottiene un risultato particolarmente buono.

 

Ama il rischio?

Preferisco le sfide alle fughe. Che pena quei poveretti felici di essere già eletti, dopo la nomina al tavolo delle candidature!

 

Lei però è un ex premier.

Sì, sono stato segretario di partito, Presidente del consiglio e ministro degli Esteri ma oggi non ho più nessuna carica. Ora sono un privato cittadino che rivendica la sue convinzioni andando in giro per le case, i ristoranti, i bar, le polisportive, i marciapiedi.

DALEMA RENZIDALEMA RENZI

 

Tutto questo le piace, lo ammetta.

Amo l’idea che puoi vincere o perdere, ma sempre nel segno delle stesse idee e – soprattutto – degli stessi valori. Mi considero un antidoto al decadimento della politica.

 

Massimo D’Alema ha iniziato a fare campagna elettorale a dicembre. Ha deciso che avrebbe provato a contattare direttamente almeno 50 mila persone. Non è lontano dall’obiettivo. Ha un comitato (di volontari) all’americana, gira come una trottola per la Puglia, 12 tappe al giorno. Entra e dice: «Se avete domande fatemele subito. Sono in corsa contro il tempo». Lo puoi trovare in un agroturismo di cinque camere, o al Caffè Artemisia di San Pietro in Lama con 30 persone, nella sala biliardo di un bar, in un teatro parrocchiale, davanti a 200 persone nei teatri tutte le sere. Ovunque trova gente: incerti, militanti, curiosi.

DALEMA RENZIDALEMA RENZI

 

Alle politiche del 2013 lei non si era ricandidato. È presidente della Fondazione Italianieuropei, la chiamano a fare conferenze nel mondo, va in tv quando vuole. Perché correre in queste condizioni?

Sostengo e promuovo un nuovo progetto politico, che nasce a sinistra intorno a Liberi e uguali. Non abbiamo soldi, mezzi di comunicazione che ci sostengano, il nostro simbolo è ancora sconosciuto. Abbiamo però le nostre facce, le nostre biografie, quello che rappresentano.

 

Sul suo carattere, non proprio affabile, si sono scritti dei trattati.

Questa scelta è figlia del mio carattere, della mia storia politica e personale.

 

Si riferisce alla sua famiglia?

Anche. Il mio nonno materno, Giulio Modesti, era un impiegato delle Poste che fu cacciato dal suo posto di lavoro per non essersi voluto iscrivere al Partito fascista: non voleva la cimice sul bavero. Andò a fare l’ebanista, aprendo una bottega nel quartiere Celio a Roma.

 

Lei ha fatto in tempo a conoscerlo?

Sì. Un uomo buono e popolare. Che tuttavia, per carattere, quando il 25 luglio del 1943 cadde il fascismo e lui fu reintegrato a fare l’impiegato alle Poste, non si voltò dall’altra parte.

massimo d alemaMASSIMO D ALEMA

 

In che senso?

Imparò che una lettera anonima indirizzata al comando tedesco poteva significare delazione contro un ebreo nascosto.

 

E cosa fece?

Portava quelle lettere a casa. Le apriva con il vapore, leggeva il nome del denunciato, lo faceva avvisare dalla Resistenza. Poi richiudeva le buste e le consegnava ai tedeschi. Quando le SS andavano nelle case non trovavano nessuno. Per questo, se non fosse chiaro, rischiava la pelle.

 

Comunista e antifascista, come suo padre.

Mio padre mi mostrava lo spolverino forato.

 

Cioè?

Dopo la lunga notte del 1943, quando tutti i capi antifascisti di Ferrara erano stati giustiziati dai nazifascisti – questo lo racconta anche Amendola in Lettere a Milano – mio padre fu mandato lì a ricostruire la rete clandestina. Il che voleva dire esporsi.

 

Anche Giuseppe D’Alema era uomo di carattere, dunque. Ma il soprabito?

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Una sera, in piazza, trovò ad aspettarlo una squadraccia fascista arrivata in camion da Ravenna. Loro iniziarono a sparare, lui a correre. Il soprabito fu trafitto da più pallottole ma mio padre, miracolosamente, rimase illeso.

 

E come si salvò?

Risalendo per il corso incrociò un compagno che passeggiava, il suo nome era Azzi: quello gli tirò la sua bicicletta, mio padre la inforcò e si salvò. Azzi, invece, fu preso, torturato a sangue, ucciso. Non abbiamo mai dimenticato il suo gesto.

 

Ma dire che oggi i fascisti sono alle porte…

Le mie radici mi portano ad avere una certa preoccupazione per qualsiasi forma di rigurgito neofascista. In Italia ci sono la Costituzione e leggi molto chiare, occorre farle rispettare.

Dalema BoninoDALEMA BONINO

 

Nonno Modesti era padre di sua madre. Anche lei comunista. Anche lei donna di carattere.

Suo fratello Gastone era andato a combattere armi in pugno per fermare i tedeschi a Porta San Paolo. Mia madre aveva un carattere di ferro.

 

Un esempio?

(Sospiro). Ero tornato da Pisa, in pieno Sessantotto, con le mie idee libertarie, la critica del totalitarismo sovietico…

 

E lei?

Mi gridò dietro: «Hai il coraggio di parlar male dell’Unione sovietica in questa casa? Considerati in punizione!».

SELFIE CON MASSIMO DALEMASELFIE CON MASSIMO DALEMA

 

Anche lei però non è un tipo tenero: con Renzi avrebbe potuto evitare la guerra se avesse voluto?

Non ho dichiarato nessuna guerra. È Renzi che ha proclamato fin dall’inizio l’obiettivo di rottamare D’Alema e altre personalità della sinistra.

 

È riuscito a rottamarla?

(Occhiata inenarrabile). Direi di no.

 

Però lei lo conosceva da prima, sia sincero.

DALEMA BERLINGUERDALEMA BERLINGUER

No. Il primo vero contatto, tra noi, risale alla sua campagna da sindaco a Firenze. Non l’ho mai raccontato. Mi chiamò e andai a fare la campagna elettorale per sostenerlo.

 

Adesso Renzi dice: «Chi vota Liberi e uguali fa il gioco della destra, chi vota D’Alema elegge Salvini».

Questa è un’autentica stupidaggine. Questa legge, per i due terzi è proporzionale, quindi chi vota Leu elegge i parlamentari di Leu. Avevamo chiesto il voto disgiunto per la quota maggioritaria, ma ci hanno sbattuto la porta in faccia ponendo otto voti di fiducia. Specialmente nel Mezzogiorno la battaglia nei collegi uninominali è tra centrodestra e M5S, se il Pd fa l’appello al voto utile per evitare Salvini rischia di fare il gioco dei 5 Stelle. È già avvenuto in Sicilia dove il candidato dem ha preso otto punti in meno rispetto alle liste che lo appoggiavano.

 

Le diranno che ha una questione personale aperta, con lui.

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Nessuna questione personale. Politica, semmai. Trovo sconcertante che dopo aver spaccato la sinistra, abbandonandone i valori, faccia il piagnisteo.

 

Potrebbe essere un rimpianto.

Ho una memoria di ferro, purtroppo. Non dimentico l’articolo in cui sul Corsera dichiarava: «Bersani e compagni se ne vanno, senza di loro saremo più forti».

 

Lei sta dicendo che Renzi all’epoca non ha sofferto per la scissione?

Sofferto? Ha spinto. Ha brigato. Ha fatto di tutto per mettere fuori quelli di noi che erano rimasti, per spirito di appartenenza, lealtà o sopportazione.

 

Perché? Col senno del poi – e il crollo che tutti i sondaggi sul Pd da allora registrano – era un suicidio politico.

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Lui non lo aveva capito, però. Aveva un disegno: trasformare il Pd nel Partito di Renzi, il Partito della nazione.

 

Ci è riuscito?

Il primo risultato perseguito è stato quello di perdere tutte le elezioni, il secondo obiettivo da perseguire è stato quello del referendum, ma lo hanno fermato gli italiani. Infine l’epurazione di ogni altra anima del Pd dalle liste in queste elezioni, che produrrà, il 4 marzo, il rigetto degli elettori.

 

Ma non le sembra di guardare indietro? Perché lo ha fatto?

GIANNI LETTA E MASSIMO DALEMAGIANNI LETTA E MASSIMO DALEMA

Per difendere i diritti, il lavoro, i giovani dalla precarietà, la salute degli italiani. Per dire: bisogna rimuovere subito il blocco del turnover, assumere 40 mila medici perché altrimenti il sistema sanitario va in pezzi. Il successo di Leu contribuisce a costruire un nuovo centrosinistra, anche aiutando coloro che nel Pd guardano a questa prospettiva.

 

La Bonino, che lei stima, vuole congelare la spesa pubblica per abbattere il debito.

Nei prossimi anni vanno in pensione 21mila medici di base. Non sostituirli non sarà un risparmio, ma un costo per i cittadini. Milioni di italiani rinunciano a curarsi. Al Sud si vive mediamente tre anni di meno che al Nord: questa è una misura di come si declina la nuova disuguaglianza in questo Paese.

prodi dalemaPRODI DALEMA

 

Anche il Pd fa promesse sullo stato sociale.

(Scuote la testa). Io parlo di politiche: di promesse illusorie non ne faccio. Non parlo di bollo auto, di tasse che spariscono o del canone gratis… Negli ultimi giorni mi attendo che ci regalino il gratta e vinci per i parcheggi! Non c’è nulla di serio.

 

Il canone gratis lo ha promesso Renzi, ma anche Gentiloni: non condivide le parole di Prodi che esalta l’attuale premier?

Riconosco a Gentiloni un tono e uno stile che apprezzo, tuttavia non posso dimenticare che aveva promesso che non avrebbe messo becco nella legge elettorale, e poi l’ha imposta al Parlamento. Che avrebbe fatto lo Ius soli, e poi non l’ha votato. Ha difeso la Boschi, quando avrebbe dovuto garbatamente accompagnarla alle dimissioni.

 

Lei è un garantista, perché è così severo con la sottosegretaria?

Non è un problema di condanne: se si scopre che tu vai a parlare con un banchiere sponsorizzando la banca di tuo padre, dopo non puoi servire lo Stato.

 

orlando dalema bersani boldrini pisapiaORLANDO DALEMA BERSANI BOLDRINI PISAPIA

La Boschi ha detto: «L’ho fatto perché mi stava a cuore il mio territorio».

Ne sono certo. Le stavano così a cuore gli artigiani aretini che ha finito per candidarsi a Bolzano.

 

E il Movimento 5 stelle? Lei in Puglia contende i voti alla protesta.

Vado davanti alle organizzazioni di categoria, per esempio Federbalneari di Lecce, e dico: «Volete essere rappresentati da un competente o da un improvvisatore?».

 

Ho visto che si è fermato a parlare un coltivatore, che le diceva: «La stimo, ma sono arrabbiato e tentato di votare Beppe Grillo».

dalema bersaniDALEMA BERSANI

Vero. Parlo con tutti. Gli ho risposto che la Xylella fastidiosa non si ferma con la rabbia ma con delle leggi scritte bene. E a proposito del Sud dimenticato, se la Xylella fosse arrivata in Toscana ne avrebbero parlato all’Onu.

 

E i 5 Stelle non hanno questa capacità?

Ma se non sono riusciti nemmeno a fare le liste! Eleggeranno 20 persone che hanno già espulso dal loro movimento, e che vagheranno in Parlamento in attesa della migliore offerta. Altro che uno vale uno.

 

franceschini dalemaFRANCESCHINI DALEMA

Berlusconi è il suo nemico?

È un avversario politico che ha già governato l’Italia. E non bene. Non può fare il premier per la legge Severino, è alleato di Salvini e della Meloni che insieme pesano più di lui.

 

Tutti ripetono: «No alle larghe intese». Ci crede?

Bufale per gabbare gli elettori. Dopo le elezioni cambia tutto.

 

Però lei conosce la Realpolitik, adesso fa la verginella perché non è più nelle stanze del potere?

Sono cresciuto in un tempo in cui c’era identità. Torno alla politica perché non si può sopportare un sistema in cui incontri un tizio che a gennaio è tuo alleato, a febbraio sta in un altro partito, il 5 marzo sta con i suoi nemici del giorno prima. Gattopardi e trasformisti.

 

E lei cos’è?

ENRICO LUCCI DALEMA EPIFANIENRICO LUCCI DALEMA EPIFANI

L’opposto. Sono stato sempre coerente. Ai miei elettori dico: «Dovete proteggermi con il voto, il vero panda sono io».

 

Ma sul caratteraccio fa autocritica o no?

Ho mille difetti, ma sono una persona seria. E questo lo sanno anche i miei più aspri avversari.

 

E se non viene eletto che cosa farà?

Continuerò a lavorare con Italianieuropei. La politica è passione, una malattia inguaribile. Non ti puoi dimettere da una passione. dagospia.com

 

DALEMA NOBILUOMO E LA MOGLIE DA PAPA RATZINGERDALEMA NOBILUOMO E LA MOGLIE DA PAPA RATZINGERDALEMA NOBILUOMO DA PAPA RATZINGERDALEMA NOBILUOMO DA PAPA RATZINGERDALEMA NOBILUOMO DA PAPA RATZINGERDALEMA NOBILUOMO DA PAPA RATZINGER

 

 

Gondo, viaggio nella miniera dei bitcoin e delle criptovalute a due passi dall’Italia

VIDEO

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I tubi neri e argento spuntano dalle pareti e si irradiano in ogni direzione. Assomigliano ai tentacoli di una gigantesca piovra meccanica. Soffiano, sbuffano, aspirano. Sono i polmoni della miniera. Dentro è buio, il ronzio assordante, luci intermittenti scandiscono il ritmo vertiginoso degli algoritmi e le macchine sembrano ribollire. Il termometro segna 32 gradi, fa caldo come d’estate. Ma fuori la colonnina di mercurio è a meno tre.
Siamo a Gondo, 78 abitanti o forse meno, a 1.359 metri sulle Alpi svizzere, appena dopo il confine italiano.

Per arrivarci da Domodossola bisogna arrampicarsi per 22 chilometri lungo la statale del Sempione, fino alla dogana. Un tempo qui c’erano le miniere d’oro e per duecento anni centinaia di minatori hanno scavato nelle viscere della montagna. L’oro di Gondo si trasformava in monete dalla inconfondibile lega chiara.

Nel 1897 la vena, però, si esaurisce e Gondo sprofonda nel dimenticatoio. Ma 120 anni dopo i minatori sono tornati. Non estraggono più metallo prezioso ma criptovalute, ethereum, monero, bitcoin. Non usano picconi ed esplosivi ma computer e schede grafiche. E non sono poveri manovali ma hanno il volto di due 26enni svizzeri esperti di informatica e di finanza.

Ludovic Thomas e Christophe Lillo, cresciuti entrambi nel comune di Saxon nel Cantone Vallese, hanno scelto questo paese per costruire la loro miniera di criptovalute dove estraggono senza sosta le monete virtuali, 24 ore su 24, sette giorni su sette. L’Eldorado del XXI secolo è un luogo improbabile che fruga nell’intangibile.

Minatori a 26 anni 
Thomas e Lillo hanno cominciato due anni e mezzo fa quasi per gioco a interessarsi di criptovalute. In un garage di biciclette nel loro paese a metà strada tra Sion e Martigny non accumulavano solo bitcoin, ethereum o monero. Facevano incetta di conoscenze sulla tecnologia blockchain.
Quando i vicini di casa hanno cominciato a lanciare pomodori sulla porta del garage perché il rumore dei macchinari si era fatto insopportabile, hanno capito che da Saxon dovevano andarsene. 

«E allora siamo venuti qui a Gondo», racconta Thomas, alto e magro come un chiodo, studi di finanza a Dublino ed esperienze a Londra e a Malta. 
Ci si guarda intorno scrutando le montagne sepolte di neve e ci si chiede per quale motivo due 26enni abbiano scelto questo luogo isolato, quasi disabitato, come quartier generale della loro miniera. Le pareti che incombono sulle poche case del paese hanno qualcosa di angoscioso: salgono verticali per decine di metri, tanto che d’inverno il sole illumina i tetti solo un’ora al giorno. 

Thomas e Lillo sono arrivati qui lo scorso settembre e il 30 novembre hanno iscritto la loro società, la Alpine Mining, nel registro del commercio del Cantone Vallese, con un capitale sociale di 100mila franchi.
«Abbiamo cominciato con 20mila franchi e tutti i guadagni sono stati reimpiegati nella società. Finora abbiamo investito un milione di franchi e quest’anno ci aspettiamo di raggiungere una cifra analoga di fatturato», spiega Thomas.

L’ingresso nella miniera 
La miniera virtuale compare dove meno te l’aspetti: sotto un parcheggio per auto accanto ai gabbiotti dei doganieri. Le apparecchiature sono preziose e la presenza degli agenti scoraggia qualsiasi tentazione di furti.
Thomas fa strada, apre una porta ed entra in un ampio locale diviso da una parete di legno. Un’altra porta si spalanca: un vento caldo e un rumore assordante – il sibilo dei macchinari – danno il benvenuto nella miniera. Alcuni telai metallici sono allineati paralleli l’uno all’altro. Contengono mille Gpu, cioé schede grafiche ad alte prestazioni, quelle che si usano nei computer per i giochi a 3D. Sono loro a effettuare i complicati calcoli matematici necessari per estrarre nuove criptovalute, come un tempo si estraeva l’oro utilizzando i picconi.

Come funziona la blockchain 
Il meccanismo della blockchain inventato dal Satoshi Nakamoto – una figura di cui non si è mai individuata la vera identità – è un software complesso, costruito in modo che si possano solamente aggiungere nuovi dati alla fine della catena senza la possibilità di modificarne i contenuti. Così la blockchain di una criptovaluta inizia il giorno in cui viene “creata” e continua a incrementarsi giorno dopo giorno conservando traccia di tutto quello che nel frattempo è successo. È un file pubblico e chiunque può averlo nel proprio computer scaricandone il software. 

I minatori come Thomas e Lillo hanno un compito importante nel meccanismo ideato da Satoshi Nakamoto: devono convalidare tutti i pagamenti e le transazioni delle criptovalute e devono riunirli in pacchetti che vengono chiamati “blocchi”. Quando un blocco viene completato, il minatore lo rende pubblico e il pacchetto viene aggiunto agli altri già esistenti nella blockchain.
Di miniere come quella di Gondo ne spuntano a decine ogni giorno. Molte sono localizzate in Cina, altre in Russia, in Bulgaria o in altri paesi dove l’energia è a basso costo. E in questo lavoro di “certificazione” dei blocchi della blockchain, i minatori di tutto il mondo sono in competizione tra loro. Perché solo chi sarà riuscito a completare un blocco nel minor tempo possibile avrà una ricompensa pari alle commisioni sui pagamenti che il pacchetto certificato contiene più 12,5 bitcoin generati da zero, un valore che si dimezza ogni quattro anni. Meccanismi analoghi sono previsti per le altre criptovalute.

L’ESTRAZIONE DELLE CRIPTOVALUTE

Quanti siano i bitcoin, ethereum e monero che la Alpine Mining riesce a creare ogni giorno è un segreto industriale su cui Thomas e Lillo non rispondono. Ma a giudicare dai soldi reinvestiti nella società, i guadagni sono stati pari finora a molte centinaia di migliaia di franchi svizzeri.

L’energia a basso costo di Gondo 
Per riuscire a completare un blocco della blockchain bisogna disporre di una enorme capacità di calcolo. Ed è il lavoro che le mille schede grafiche della miniera di Gondo svolgono ininterrottamente. Le luci intermittenti blu, rosse e verdi squarciano il buio e sono il segnale che il calcolo dell’algoritmo procede senza intoppi. Questa attività forsennata ha però due problemi: genera una enorme quantità di calore e brucia energia, tanta energia.

Ecco perché la Alpine Mining ha scelto di venire qui. Thomas lo spiega con semplicità: «Gondo è il luogo dove l’energia elettrica ha il prezzo più basso di tutta la Svizzera, circa otto centesimi di franco al chilowattora». In Canton Ticino costa già quattro volte di più. In Italia, meglio non parlarne.
«Quella che utilizziamo è energia pulita, perché proviene da centrali idroelettriche, e attualmente abbiamo a disposizione 350 kilowatt su 1,2 megawatt di potenza del trasformatore di Gondo», aggiunge Christophe Lillo.
Ad aver portato la Alpine Mining fin qui è stato proprio il bassissimo costo dell’energia elettrica. Ma per poter crescere, la società di Thomas e Lillo – che oggi è composta da un team di 10 persone, 6 delle quali lavorano a tempo pieno in questo villaggio – bisognerebbe costruire un nuovo trasformatore. 

Società in lista d’attesa 
Per sapere se tutto ciò sarebbe possibile in un’area difficile come quella di Gondo, si deve superare il passo del Sempione e raggiungere dopo 45 minuti di auto Brig, città dell’Alto Vallese dove il sindaco di Gondo, Roland Squaratti, ha una società di consulenza fiscale. «Un nuovo trasformatore è semplice da realizzare, ma ci vogliono sei mesi di lavoro – osserva Squaratti -. Quando questi ragazzi ci hanno proposto di collocare da noi la loro società, non avevamo idea di cosa fosse la blockchain. Abbiamo dovuto consultare Google per capirlo. Ma la cosa più divertente è che per 15 anni abbiamo cercato di attrarre imprese nel nostro comune e non ci siamo mai riusciti. Adesso, dopo l’arrivo della Alpine Mining, a Gondo abbiamo la fila. Ci sono una quindicina di società nel settore delle criptovalute che volgliono installarsi da noi. Sono tutte svizzere tranne una della provincia di Verbania, in Italia. E tutte sono attratte dal basso costo dell’energia».

Il problema è che a Gondo non c’è più spazio. Il paese è incuneato in una gola ed è impossibile trovare una superficie adeguata a ospitare le nuove aziende. E poi bisognerebbe costruire il nuovo trasformatore, appunto. «Ma una cosa è certa. La Alpine Mining ha la precedenza», taglia corto il sindaco.

I progetti di espansione 
Il nodo dell’energia non frena però i piani di crescita dei due 26enni, che per il futuro vogliono concentrarsi sull’estrazione di una decina di criptovalute. Ma soprattutto vogliono costruire una nuova miniera molto più grande di quella di Gondo, con 5mila schede grafiche e una capacità di calcolo enormemente superiore. Naturalmente dovrà essere realizzata altrove, ma sempre in Svizzera perché «questo – si compiace Thomas – è un paese politicamente stabile, aperto all’utilizzo delle criptovalute, con più di 600 centrali idroelettriche e dove il clima freddo aiuta a tenere sotto controllo la temperatura delle installazioni. Inoltre l’Iva al 7,7% sulle importazioni di hardware ci consente di acquistare apparecchiature risparmiando sui costi». 

La Alpine Mining offre già oggi anche servizi di hosting e di cloud mining, cioé capacità di calcolo ad altre miniere di bitcoin & C. I fondi di venture capital e gli hedge fund cominciano a corteggiare seriamente la Alpine Mining. Così, da un capitale di 20mila franchi, i due minatori di Gondo potrebbero presto trovarsi a gestire un’impresa da 20 milioni di franchi. E in fondo perché stupirsi? Questa è la nuova febbre dell’oro.

 

IOR PERDONA, BERGOGLIO NO! – CI PENSA IL PAPA A DARE IL COLPO DI GRAZIA ALLA FINANZA CATTOLICA ITALIANA: MANDA A PROCESSO LO STORICO PRESIDENTE DELLA BANCA VATICANA, ANGELO CALOIA, DOPO CHE L’ACCUSA DI PECULATO ERA RIMASTA IN FREEZER PER 4 ANNI – BAZOLIAN-PRODIANO, CALOIA ERA FREQUENTATORE DEL GRUPPO ”CULTURA ETICA FINANZA”…

Angelo CaloiaANGELO CALOIA

Claudio Antonelli per ”La Verità

 

Fra meno di due settimane Angelo Caloia, per quasi 20 anni al vertice dello Ior, la banca del Vaticano, andrà a processo. Le accuse nei suoi confronti sono autoriciclaggio e peculato, per fatti avvenuti tra il 2001 e il 2008, quando il presidente dell’ Istituto opere religiose avrebbe gestito la dismissione di una parte del patrimonio immobiliare.

Al banchiere, così come al direttore generale dell’ epoca (oggi deceduto) Lelio Scaletti, e allo storico avvocato di Caloia, Gabriele Liuzzo sono contestati danni patrimoniali superiori ai 50 milioni di euro.

 

L’ inchiesta è partita all’ inizio del 2014, in piena rivoluzione bergogliana, ma solo venerdì – come riportato in breve dall’ Avvenire – ha visto una improvvisa accelerazione. Con un aspetto politico non certo irrilevante. A darne notizia è stato lo stesso Ior, che ha pubblicato sul proprio sito una nota ufficiale.

 

Angelo Caloia ex. Presidente IORANGELO CALOIA EX. PRESIDENTE IOR

Pur non nominando Caloia, l’ istituto fa presente che si tratta si «un importante passo» che conferma, «ancora una volta, l’ impegno profuso negli ultimi quattro anni dal management dello Ior, per attuare una governance forte e trasparente nel rispetto dei più rigorosi standard internazionali e la volontà dell’ Istituto di continuare a perseguire, attraverso il ricorso alla giurisdizione civile e penale, qualunque illecito ovunque e da chiunque commesso ai suoi danni».

 

Non fosse chiaro il concetto, la banca del Vaticano ha pure deciso di costituirsi parte civile con l’ ex presidente. La nota sbandierata ai quattro venti non è un dettaglio. Per uno Stato come il Vaticano non è per nulla scontato lavare i panni sporchi (sempre che di questo si tratti) al di fuori delle mura. È chiaro che papa Francesco ha deciso ancora una volta di tirare una linea definitiva con il passato. Non sappiamo ancora come sarà lo Ior del futuro, ma con il rinvio a giudizio è definitivamente terminata un’ era. Quella che per oltre 20 anni ha collegato il Vaticano con la finanza cattolica italiana.

CALOIACALOIA

 

Quando, nel 2014, Caloia è finito sotto i riflettori per l’ avvio delle indagini vaticane, il banchiere si era trovato a dare le dimissioni da una serie di incarichi di peso. All’ epoca era vicepresidente di Fideuram, l’ allora istituto di private banking di Intesa, e consigliere di amministrazione del Banco di Napoli. Poi occupava anche poltrone, come dire, un po’ più dietro le quinte, ma comunque molto rilevanti.

 

papa francesco barzellettiere 3PAPA FRANCESCO BARZELLETTIERE 3

«Per esempio era presidente della Sirefid», commentava nel 2014 La Notiziagiornale, «la più importante fiduciaria del colosso bancario nata nel 1973 e successivamente cresciuta a suon di fusioni. A partire dagli anni 2000, per dire, ha incorporato altre fiduciarie come Italfid e Iaf-Istituto fiduciario spa. Fino ad arrivare, nel 2009, all’ integrazione con la Sanpaolo Fiduciaria». Caloia era anche presidente della Société Européenne de Banque Sa, una controllata lussemburghese che si occupa di gestione dei patrimoni.

 

«E che a sua volta controlla un’ altra società lussemburghese che si chiama Lux gest asset management, focalizzata sugli investimenti. Insomma, da tutto questo bendidio», concludeva La Notiziagiornale, complice l’ inchiesta vaticana a cui è sottoposto, Caloia alla fine ha dovuto affrancarsi».

 

PAPA BERGOGLIO CON I GIORNALISTIPAPA BERGOGLIO CON I GIORNALISTI

La notizia del rinvio a giudizio del banchiere cattolico, tanto più cucinata così a freddo, avrà sicuramente colpito due protagonisti della finanza e della politica italiana. Il primo si chiama Giovanni Bazoli, amico di vecchia data di Caloia e per anni frequentatore del gruppo Cultura etica finanza, giusto per citare l’ etichetta (di Fideuram e Intesa abbiamo scritto sopra).

 

Il secondo nome da citare è quello di Romano Prodi, ancora attivo nell’ agone politico. Non bisogna infine dimenticare che l’ ex banchiere dello Ior in gioventù fu anche segretario regionale della Democrazia cristiana, oltre che ordinario alla Cattolica. Con tale background e passaporto, Caloia nemmeno oggi può essere considerato un personaggio a se stante, ne consegue che le scelte di papa Francesco sono precise e mirate.

 

GIOVANNI BAZOLI E ROMANO PRODI FOTO LAPRESSEGIOVANNI BAZOLI E ROMANO PRODI FOTO LAPRESSE

Al di là delle accuse e di fatti che potevano essere affrontati in altro modo, Bergoglio ha deciso di tagliare del tutto i ponti con la storia cattolica di questo Paese. Sta avviando accordi internazionali rivoluzionari (vedi quello con Pechino) forse vorrà utilizzare lo Ior per nuove avventure. dagospia.com

VATICANO, SEDE IORVATICANO, SEDE IOR

Milano Finanza, il rapporto First Cisl, le banche e l’impatto degli esuberi

Delle prospettive del sistema bancario italiano si occupa il quotidiano Milano Finanza con un articolo a firma di Claudia Cervini dal titolo “Quanto costa un esubero”. Le banche italiane sono ancora alle prese con una massiccia molte di crediti non performanti ma si stanno preparando a una nuova ondata di risiko che ridisegnerà la mappa del credito in italia. Secondo uno studio realizzato da First Cisl per MF-Dow Jones “il conto dei salvataggi bancari condotti in porto negli ultimi due anni è salito a fine 2017 a 7,4 miliardi, di cui 2,2 miliardi di euro sono già stati messi a budget dalle banche per la gestione degli esuberi, mentre gli altri 5,2 miliardi sono a carico dello Stato (sempre per gestire le uscite di personale). Le crisi di Banca Mps, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Carichieti, Cassa di Risparmio di Rimini, Cassa di Risparmio di Cesena e Cassa di Risparmio di San Miniato hanno spazzato via 13 mila posti di lavoro e hanno pesato sulle tasche di 280 mila azionisti. Intesa-Sanpaolo, l’ultimo istituto di credito che, col salvataggio delle due banche venete, ha dovuto gestire un importante riassetto, per 5 mila uscite dovrà contabilizzare a bilancio circa 1 miliardo di euro come contributo al Fondo di Solidarietà. Il contributo dello Stato al Fondo di Solidarietà in questo caso è in media di 24 mila euro a persona per 5 mila risorse in uscita: il totale è quindi 120 milioni di euro. Altri 1,285 miliardi sono stati stanziati dallo Stato per la cessione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al fine di coprire l’integrazione, tra cui figura anche l’apporto al Fondo di Solidarietà. Questa somma è già stata utilizzata e accantonata nel bilancio 2017”.

“Questi numeri – è intervenuto su Milano Finanza il segretario generale di First Cisl, Giulio Romani – non sono comunque esaustivi per descrivere l’impatto complessivo delle crisi e vanno considerati come costi indiretti sulle economie locali a fronte della stretta creditizia e della vendita massiva di non performing loans a società che in alcuni casi possono operare secondo logiche aggressive di breve periodo, fattori che pesano sulla ripresa economica del Paese”.

“Uscite ma non solo – scrive MF – perché, a fronte delle 15 mila complessive previste nel perimetro delle banche analizzate, sono state definite anche 1.650 assunzioni in Intesa-Sanpaolo e 132 in Ubi Banca, riducendo così a 13 mila il saldo negativo in termini di posti di lavoro. I numeri della crisi e delle sue ricadute sul Paese indicano che una riforma del sistema bancario non è più differibile – ha aggiunto Romani -. La rivisitazione del sistema bancario deve avere come capisaldi il cambiamento dei sistemi di controllo delle banche, per i quali urge il coinvolgimento dei lavoratori negli organismi di compliance, nonché la modifica delle modalità di retribuzione dei top manager, vincolandone una parte rilevante dei compensi all’ottenimento di risultati di medio-lungo periodo e di carattere sociale. Come abbiamo indicato nelle proposte di AdessoBanca!, il manifesto programmatico che abbiamo redatto assieme alla Cisl, è poi necessario che nelle banche i piccoli azionisti, inclusi i dipendenti, abbiano voce attraverso l’istituzione di voting trust orientati all’esercizio del diritto di voto sulla base di obiettivi di interesse collettivo”.