Gondo, viaggio nella miniera dei bitcoin e delle criptovalute a due passi dall’Italia

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I tubi neri e argento spuntano dalle pareti e si irradiano in ogni direzione. Assomigliano ai tentacoli di una gigantesca piovra meccanica. Soffiano, sbuffano, aspirano. Sono i polmoni della miniera. Dentro è buio, il ronzio assordante, luci intermittenti scandiscono il ritmo vertiginoso degli algoritmi e le macchine sembrano ribollire. Il termometro segna 32 gradi, fa caldo come d’estate. Ma fuori la colonnina di mercurio è a meno tre.
Siamo a Gondo, 78 abitanti o forse meno, a 1.359 metri sulle Alpi svizzere, appena dopo il confine italiano.

Per arrivarci da Domodossola bisogna arrampicarsi per 22 chilometri lungo la statale del Sempione, fino alla dogana. Un tempo qui c’erano le miniere d’oro e per duecento anni centinaia di minatori hanno scavato nelle viscere della montagna. L’oro di Gondo si trasformava in monete dalla inconfondibile lega chiara.

Nel 1897 la vena, però, si esaurisce e Gondo sprofonda nel dimenticatoio. Ma 120 anni dopo i minatori sono tornati. Non estraggono più metallo prezioso ma criptovalute, ethereum, monero, bitcoin. Non usano picconi ed esplosivi ma computer e schede grafiche. E non sono poveri manovali ma hanno il volto di due 26enni svizzeri esperti di informatica e di finanza.

Ludovic Thomas e Christophe Lillo, cresciuti entrambi nel comune di Saxon nel Cantone Vallese, hanno scelto questo paese per costruire la loro miniera di criptovalute dove estraggono senza sosta le monete virtuali, 24 ore su 24, sette giorni su sette. L’Eldorado del XXI secolo è un luogo improbabile che fruga nell’intangibile.

Minatori a 26 anni 
Thomas e Lillo hanno cominciato due anni e mezzo fa quasi per gioco a interessarsi di criptovalute. In un garage di biciclette nel loro paese a metà strada tra Sion e Martigny non accumulavano solo bitcoin, ethereum o monero. Facevano incetta di conoscenze sulla tecnologia blockchain.
Quando i vicini di casa hanno cominciato a lanciare pomodori sulla porta del garage perché il rumore dei macchinari si era fatto insopportabile, hanno capito che da Saxon dovevano andarsene. 

«E allora siamo venuti qui a Gondo», racconta Thomas, alto e magro come un chiodo, studi di finanza a Dublino ed esperienze a Londra e a Malta. 
Ci si guarda intorno scrutando le montagne sepolte di neve e ci si chiede per quale motivo due 26enni abbiano scelto questo luogo isolato, quasi disabitato, come quartier generale della loro miniera. Le pareti che incombono sulle poche case del paese hanno qualcosa di angoscioso: salgono verticali per decine di metri, tanto che d’inverno il sole illumina i tetti solo un’ora al giorno. 

Thomas e Lillo sono arrivati qui lo scorso settembre e il 30 novembre hanno iscritto la loro società, la Alpine Mining, nel registro del commercio del Cantone Vallese, con un capitale sociale di 100mila franchi.
«Abbiamo cominciato con 20mila franchi e tutti i guadagni sono stati reimpiegati nella società. Finora abbiamo investito un milione di franchi e quest’anno ci aspettiamo di raggiungere una cifra analoga di fatturato», spiega Thomas.

L’ingresso nella miniera 
La miniera virtuale compare dove meno te l’aspetti: sotto un parcheggio per auto accanto ai gabbiotti dei doganieri. Le apparecchiature sono preziose e la presenza degli agenti scoraggia qualsiasi tentazione di furti.
Thomas fa strada, apre una porta ed entra in un ampio locale diviso da una parete di legno. Un’altra porta si spalanca: un vento caldo e un rumore assordante – il sibilo dei macchinari – danno il benvenuto nella miniera. Alcuni telai metallici sono allineati paralleli l’uno all’altro. Contengono mille Gpu, cioé schede grafiche ad alte prestazioni, quelle che si usano nei computer per i giochi a 3D. Sono loro a effettuare i complicati calcoli matematici necessari per estrarre nuove criptovalute, come un tempo si estraeva l’oro utilizzando i picconi.

Come funziona la blockchain 
Il meccanismo della blockchain inventato dal Satoshi Nakamoto – una figura di cui non si è mai individuata la vera identità – è un software complesso, costruito in modo che si possano solamente aggiungere nuovi dati alla fine della catena senza la possibilità di modificarne i contenuti. Così la blockchain di una criptovaluta inizia il giorno in cui viene “creata” e continua a incrementarsi giorno dopo giorno conservando traccia di tutto quello che nel frattempo è successo. È un file pubblico e chiunque può averlo nel proprio computer scaricandone il software. 

I minatori come Thomas e Lillo hanno un compito importante nel meccanismo ideato da Satoshi Nakamoto: devono convalidare tutti i pagamenti e le transazioni delle criptovalute e devono riunirli in pacchetti che vengono chiamati “blocchi”. Quando un blocco viene completato, il minatore lo rende pubblico e il pacchetto viene aggiunto agli altri già esistenti nella blockchain.
Di miniere come quella di Gondo ne spuntano a decine ogni giorno. Molte sono localizzate in Cina, altre in Russia, in Bulgaria o in altri paesi dove l’energia è a basso costo. E in questo lavoro di “certificazione” dei blocchi della blockchain, i minatori di tutto il mondo sono in competizione tra loro. Perché solo chi sarà riuscito a completare un blocco nel minor tempo possibile avrà una ricompensa pari alle commisioni sui pagamenti che il pacchetto certificato contiene più 12,5 bitcoin generati da zero, un valore che si dimezza ogni quattro anni. Meccanismi analoghi sono previsti per le altre criptovalute.

L’ESTRAZIONE DELLE CRIPTOVALUTE

Quanti siano i bitcoin, ethereum e monero che la Alpine Mining riesce a creare ogni giorno è un segreto industriale su cui Thomas e Lillo non rispondono. Ma a giudicare dai soldi reinvestiti nella società, i guadagni sono stati pari finora a molte centinaia di migliaia di franchi svizzeri.

L’energia a basso costo di Gondo 
Per riuscire a completare un blocco della blockchain bisogna disporre di una enorme capacità di calcolo. Ed è il lavoro che le mille schede grafiche della miniera di Gondo svolgono ininterrottamente. Le luci intermittenti blu, rosse e verdi squarciano il buio e sono il segnale che il calcolo dell’algoritmo procede senza intoppi. Questa attività forsennata ha però due problemi: genera una enorme quantità di calore e brucia energia, tanta energia.

Ecco perché la Alpine Mining ha scelto di venire qui. Thomas lo spiega con semplicità: «Gondo è il luogo dove l’energia elettrica ha il prezzo più basso di tutta la Svizzera, circa otto centesimi di franco al chilowattora». In Canton Ticino costa già quattro volte di più. In Italia, meglio non parlarne.
«Quella che utilizziamo è energia pulita, perché proviene da centrali idroelettriche, e attualmente abbiamo a disposizione 350 kilowatt su 1,2 megawatt di potenza del trasformatore di Gondo», aggiunge Christophe Lillo.
Ad aver portato la Alpine Mining fin qui è stato proprio il bassissimo costo dell’energia elettrica. Ma per poter crescere, la società di Thomas e Lillo – che oggi è composta da un team di 10 persone, 6 delle quali lavorano a tempo pieno in questo villaggio – bisognerebbe costruire un nuovo trasformatore. 

Società in lista d’attesa 
Per sapere se tutto ciò sarebbe possibile in un’area difficile come quella di Gondo, si deve superare il passo del Sempione e raggiungere dopo 45 minuti di auto Brig, città dell’Alto Vallese dove il sindaco di Gondo, Roland Squaratti, ha una società di consulenza fiscale. «Un nuovo trasformatore è semplice da realizzare, ma ci vogliono sei mesi di lavoro – osserva Squaratti -. Quando questi ragazzi ci hanno proposto di collocare da noi la loro società, non avevamo idea di cosa fosse la blockchain. Abbiamo dovuto consultare Google per capirlo. Ma la cosa più divertente è che per 15 anni abbiamo cercato di attrarre imprese nel nostro comune e non ci siamo mai riusciti. Adesso, dopo l’arrivo della Alpine Mining, a Gondo abbiamo la fila. Ci sono una quindicina di società nel settore delle criptovalute che volgliono installarsi da noi. Sono tutte svizzere tranne una della provincia di Verbania, in Italia. E tutte sono attratte dal basso costo dell’energia».

Il problema è che a Gondo non c’è più spazio. Il paese è incuneato in una gola ed è impossibile trovare una superficie adeguata a ospitare le nuove aziende. E poi bisognerebbe costruire il nuovo trasformatore, appunto. «Ma una cosa è certa. La Alpine Mining ha la precedenza», taglia corto il sindaco.

I progetti di espansione 
Il nodo dell’energia non frena però i piani di crescita dei due 26enni, che per il futuro vogliono concentrarsi sull’estrazione di una decina di criptovalute. Ma soprattutto vogliono costruire una nuova miniera molto più grande di quella di Gondo, con 5mila schede grafiche e una capacità di calcolo enormemente superiore. Naturalmente dovrà essere realizzata altrove, ma sempre in Svizzera perché «questo – si compiace Thomas – è un paese politicamente stabile, aperto all’utilizzo delle criptovalute, con più di 600 centrali idroelettriche e dove il clima freddo aiuta a tenere sotto controllo la temperatura delle installazioni. Inoltre l’Iva al 7,7% sulle importazioni di hardware ci consente di acquistare apparecchiature risparmiando sui costi». 

La Alpine Mining offre già oggi anche servizi di hosting e di cloud mining, cioé capacità di calcolo ad altre miniere di bitcoin & C. I fondi di venture capital e gli hedge fund cominciano a corteggiare seriamente la Alpine Mining. Così, da un capitale di 20mila franchi, i due minatori di Gondo potrebbero presto trovarsi a gestire un’impresa da 20 milioni di franchi. E in fondo perché stupirsi? Questa è la nuova febbre dell’oro.