La ridicola guerra di Trump sui dazi costerà agli americani e alle auto europee miliardi di dollari

Donald Trump. Alex Wong/Getty Images

Dopo le dichiarazioni di giovedì sulle tariffe doganali, non si sa se la cosa più ridicola di Donald Trump sia la sua mancanza di mira o la sua capigliatura. Il presidente Usa ha annunciato che applicherà tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sulle importazioni di alluminio per salvaguardare gli interessi delle aziende americane e dei lavoratori. Il provvedimento, che ha causato due giorni di violenti ribassi nelle Borse di tutto il mondo, intende contrastare l’attività commerciale aggressiva e scorretta della Cina, primo produttore al mondo di acciaio. Peccato che le statistiche ufficiali dello stesso Department of Commerce, riferite al 2017, mostrino che le industrie siderurgiche cinesi saranno appena scalfite dalle tariffe, mentre a farne le spese saranno soprattutto gli alleati storici degli Stati Uniti.

 

 

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Gli Usa sono il primo importatore al mondo d’acciario con circa 30 milioni di tonnellate l’anno. Lo comprano soprattutto dal Canada (16% delle importazioni), dall’Unione europea (15%) e dal Brasile (13%).  Seguono la Corea del Sud (10%) e il Giappone (6%). L’acciaio cinese rappresenta soltanto il 3% dell’import americano.

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Passando all’alluminio, che come ha ricordato il segretario al Commercio Wilbur Ross è una materia strategica per l’industria aeronautica e aerospaziale, il primo fornitore degli americani è di gran lunga il Canada che alimenta il 56% dell’import, seguito da Russia (8%) ed Emirati Arabi (7%). Della Cina non viene fornita la cifra.

La portaerei di classe nimiz USS John C. Stennis (CVN 74) nel Mare delle Steve Smith/U.S. Navy via Getty Images

Il dramma quando si parla di tariffe commerciali è che a ogni azione segue una reazione: se tu metti una tariffa a me io metto una tariffa a te. Mentre dalla Cina non arriva nessuna reazione ufficiale, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha già detto che sono allo studio misure di rappresaglia  per colpire le importazioni di alcuni marchi americani di grande immagine, ma anche di preciso significato politico. Nel mirino ci sono le  moto della Harley-Davidson, azienda che ha sede nel Wisconsin, lo Stato dello Speaker del Congresso, Paul Ryan. Tariffe anche per l’abbigliamento della Levi Strauss, che ha il quartier generale a San Francisco, città di Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica al Congresso, e per il whiskey burbon, che viene prodotto nello Stato del leader dei repubblicani al Senato, Mitch McCornell.

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Nella siderurgia la Cina è un gigante: ha una capacità produttiva pari a 10 volte quella degli Stati Uniti ed esporta acciaio in tutto il mondo per un valore pari a circa lo 0,5% del suo Pil.  Sono gli stessi numeri a dire che le tariffe americane non faranno neanche il solletico agli uomini di Pechino: nel 2017 le esportazioni di acciaio cinese verso gli Usa sono state meno di un milione di tonnellate, mentre nello stesso anno per contrastare l’eccesso di produzione la Cina ha chiuso impianti con una capacità produttiva totale di 50 milioni di tonnellate.

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“Le guerre commerciali sono belle ed è facile vincerle”, ha twittato  il presidente degli Usa. Gli osservatori più generosi dicono che Trump è un grande negoziatore, e quindi annunci così roboanti servono per mettere i paletti di una trattativa che deve ancora partire. Ma in tutto il mondo economico-finanziario si è alzato un vento di terrore: nuove tariffe e relative rappresaglie rischiano di portare a un calo del commercio internazionale con relativa frenata della crescita globale. E grandi timori arrivano dalle case automibilistiche europee.

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I primi a soffrire potrebbero essere gli stessi americani, che dovranno fronteggiare un aumento dei prezzi dei generi legati all’acciaio. Il presidente dell’American International Automobile Dealers Association, Cody Lusk, ha messo in guardia la Casa Bianca. “Le tariffe proposte non potrebbero venire in un momento peggiore: le vendite di auto negli ultimi mesi non crescono più e le aziende produttrici non sono pronte ad assorbire un forte aumento dei costi”. L’analista di Ubs, Colin Langlan,  ha previsto che Ford dovrà fronteggiare quest’anno un aumento dei costi da materie prime di circa 1 miliardo di dollari, ma con le tariffe il conto salirà di altri 300 milioni. Per General Motors ci sarà un aumento aggiuntivo di 200 milioni di dollari che andranno a sommarsi a un incremento dei costi già previsto in 800 milioni.