Quando Bsi respinse la storica maxitangente

Lugano disse no alla ‘mazzetta’ Eni al governo nigeriano
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È il 31 maggio 2011 quando, da un conto intestato al governo nigeriano presso la Jp Morgan Chase di Londra, si vogliono trasferire alla Bsi di Lugano 1,092 miliardi di dollari. L’incredibile somma è quanto pagato qualche giorno prima da Eni per la licenza petrolifera Opl 245. L’importo ha un destinatario preciso: un conto Bsi intestato a una certa Petrol Service Co Lp. La transazione puzza.
Questa società offshore è controllata da Gianfranco Falcioni, uomo d’affari italiano stabilito in Nigeria dove è vice-console onorario. Come mai, poco dopo aver ricevuto i soldi da Eni, il Governo nigeriano vuole trasferire l’intero ammontare della concessione ad una scatola vuota associata a tale Falcioni? La Bsi respinge il bonifico. A buona ragione. 
Per i pm di Milano, che dal 2012 indagano sull’affare Opl245, quella che doveva arrivare a Lugano era niente meno che la più grande mazzetta della storia. Il conto ticinese avrebbe dovuto essere soltanto un passaggio: tramite i buoni uffici di Falcioni il denaro doveva poi confluire ai beneficiari della corruzione. 
Ma così non è andata. Anche se lo scopo finale verrà comunque raggiunto: dopo varie divagazioni una parte della somma andrà a ingrassare i politici nigeriani; un’altra rientrerà ai dirigenti di Eni. Questo almeno stando all’accusa alla base del processo che inizierà domani, lunedì, a Milano. Imputati, oltre a Eni (e Shell), tredici persone tra cui vari manager, l’ex ministro nigeriano Dan Etete e alcuni intermediari come Gianfranco Falcioni. Quest’ultimo è accusato di avere accettato il compito di distribuire il denaro versato da Eni per Opl245 costituendo la Petrol Service e aprendo il conto luganese. 
Dai documenti letti dal Caffè emergono altri dettagli. Come il fatto che la Petrol è stata costituita e amministrata tramite una fiduciaria di Mendrisio, la Emmegi Finanziaria. Quest’ultima è stata perquisita nell’ottobre 2015 dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) su richiesta italiana. Nei formulari interni della Bsi viene inoltre indicato lo scopo del conto aperto con l’ausilio di Emmegi. I fondi di Petrol avrebbero dovuto arrivare dalla Helencraft, società canadese già cliente della banca: “La Helencraf è in fase di liquidazione. I clienti ci informano che il motivo del cambiamento è dovuto a cambiamenti a livello degli azionisti e per un’ottimizzazione fiscale. La nuova società (…) Petrol Service Co. Lp riprenderà le attività e la medesima operatività bancaria della Helencraft”. 
In realtà non sarà così. Bsi verrà a sapere che la relazione doveva servire quale “conto piattaforma” per un’ingente operazione che avrebbe coinvolto società nigeriane non conosciute e collegate a ex politici del Paese africano. Il “niet” viene dall’alto. Lo si deduce da una mail interna: “Il dott. Ammann (capo unità compliance, ndr) ritiene che Bsi non debba entrare in relazione con il sig. Dan Etete (avente diritto economico della quasi totalità della transazione) a causa dei grandi rischi reputazionali legati a quest’ultimo e al suo ruolo in seno al governo di Abacha. Inoltre tali rischi sarebbero accentuati dall’utilizzo della relazione accesa presso Bsi quale conto piattaforma”. 
Il maxi bonifico sarà così respinto al mittente. Fallito il suo scopo, il conto verrà chiuso da lì a poco. Un’ultima curiosità: una parte di quei 1.092 miliardi è ritornata a Lugano. Sono i 21 milioni finiti alla Safra Sarasin, su conti controllati dall’intermediario Gianluca Di Nardo. Ma questa volta il denaro resterà a lungo in riva al Ceresio: il denaro è infatti bloccato su ordine del Mpc.
Federico Franchini caffè.ch