Elezioni, diventa deputata 5 Stelle la testimone di giustizia senza volto

DI LIRIO ABBATE PER L’ESPESSO.IT

Piera Aiello aveva sfidato la mafia. Ora entrerà alla Camera: «Per troppi anni non mi sono interessata di politica, complice il fatto che non potevo esercitare il mio diritto di elettore. Ma il desiderio di poter compiere un gesto che milioni di altre persone fanno in tranquillità è una gioia immensa. Urlo dalla felicità perché mi sento una persona normale».

Elezioni, diventa deputata 5 Stelle la testimone di giustizia senza volto 

Per tutta la campagna elettorale ha messo il suo nome e il suo coraggio davanti agli elettori, nascondendo il volto per ragioni di sicurezza, ma ha continuato a mostrare il suo senso di responsabilità. Ancora una volta si è messa in gioco sfidando i politici nel loro campo di gioco. Ed ha vinto. Il nome e la storia di Piera Aiello – è lei la protagonista di questa campagna elettorale – ha avuto la meglio dal risultato delle urne. Lei che è stata la prima testimone di giustizia in Italia contro la mafia ha vinto in Sicilia in un territorio in cui Cosa nostra è ancora forte. E Piera Aiello ha battuto tutti. In lista con il Movimento 5 Stelle nel collegio di Marsala alla Camera ha fatto il pieno di preferenze. La sua elezione è un segnale importante, una scelta di grande maturità per quei siciliani che vivono nel Trapanese dove circola ancora il latitante Matteo Messina Denaro.

La storia di Piera risale a quando sposa Nicolò Atria, è il 1985 e lei ha soli 18 anni. Nove giorni dopo il matrimonio il suocero Vito Atria, boss mafioso, viene assassinato. Nel 1991 la stessa sorte tocca al marito Nicolò, sotto gli occhi di Piera e della figlia di 3 anni.

L’incontro con Paolo Borsellino le cambia la vita, e da quel momento decide di diventare testimone di giustizia. Dopo di lei anche la cognata Rita Atria sceglie di ribellarsi al sistema mafioso.

Dopo quell’omicidio in Piera scatta qualcosa: «Come impongono le regole della mia terra, con una bimba di tre anni da crescere e una rabbia immensa nel cuore. In quel momento il destino ha messo un bivio lungo il mio percorso: dovevo scegliere quale futuro dare a mia figlia Vita Maria».

Il momento di svolta è l’incontro con un uomo che una mattina, scrive Piera, «Mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei carabinieri». Quell’uomo è Paolo Borsellino. «Da quando lo “zio Paolo” mi ha piazzato davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia. Io non ho mai commesso reati, né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti d’assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita, è stata rivoluzionata dalla morte», compresa la morte di Rita Atria, sua cognata, che a 17 anni decide di ribellarsi al sistema mafioso, ma dopo l’assassinio di Borsellino non riesce a reggere al dolore e si toglie la vita.

Nonostante tutto Piera continua ad andare avanti, sostenuta da una determinazione incrollabile e dalla consapevolezza che l’eredità di Falcone, Borsellino e Rita non può andare perduta: «Ecco perché oggi ho due nomi e due cognomi che corrono paralleli, che a volte si incrociano, si sovrappongono, che si respingono e si fondono».

Piera ha raccontato la sua storia qualche anno fa nel libro “Maledetta mafia” scritto con Umberto Lucentini. La testimone di giustizia racconta: «La vita di Rita Atria e la mia sono una storia unica: Rita non sarebbe diventata testimone di giustizia se non avesse seguito di sua spontanea volontà il mio esempio; io non sarei stata presa in considerazione fino in fondo se lei non avesse fatto il gesto estremo di togliersi la vita. È Rita che ringrazio per prima, tramite questo libro, insieme a mia figlia Vita Maria: è stata lei la forza che mi ha consentito di non arrendermi mai». Rivolgendosi ai suoi concittadini di Partanna, a quelli onesti, aveva detto che comprendeva che hanno «paura» e «non parlano: li capisco, non è facile mettersi contro i mafiosi. A loro l’augurio sincero di essere uomini di giustizia: sono accanto a quanti credono che un giorno tutto questo male avrà termine».

Piera ricorda quando ha cambiato identità e grazie al nuovo documento è riuscita a votare. «Smetto di essere un’ombra e torno a essere una persona» racconta Piera Aiello, «per la prima volta dopo anni, entro in un seggio elettorale e vado a votare. La gente che è in fila davanti a me mi vede mentre piango con discrezione. Non mi chiedono il motivo, ma li noto mentre parlottano incuriositi a bassa voce tra di loro. Lo so, a volte andare alle urne è vissuto quasi come un fastidio. Non è il mio caso». Piera urla al telefono con un’amica la gioia per aver votato. «In realtà quel momento per me è particolare anche per un altro aspetto: mi limito ad annullare la scheda perché non so a chi dare la mia preferenza, per troppi anni non mi sono interessata di politica, complice il fatto che non potevo esercitare il mio diritto di elettore. Ma il desiderio di poter compiere un gesto che milioni di altre persone fanno in tranquillità, magari considerandolo una perdita di tempo, è una gioia così immensa che è difficile da descrivere. Urlo dalla felicità perché mi sento una persona normale. Rido, piango, rido e piango: tutto insieme, che emozione. Chi lavora in un ufficio e ha a che fare con noi “cancri” non potrà capire mai la sensazione che provo quella mattina». Adesso Piera, dal volto misterioso, dopo essere tornata a votare potrà pure entrare in Parlamento, da donna coraggiosa e sicura. Un esempio.

Luigi Bisignani: «M5s e Lega, pensare che nessuno ci credeva…»

 Lettera43.it

Il trionfo di Di Maio e Salvini spiegato dal notista de Il Tempo. La sconfitta di Forza Italia? «Era annunciata: Gianni Letta aveva avvertito Berlusconi, troppe ripicche in Forza Italia». La scommessa vinta con Paolo Mieli.

Luigi Bisignani

Luigi Bisignani.

DOMANDA. Perché da tempi non sospetti era così sicuro del trionfo di leghisti e grillini? Informazioni riservate di Palazzo?
RISPOSTA. Ma quali informazioni riservate. Sarebbe stata una analisi logica per chiunque avesse odorato l’umore degli italiani e anche i punti di convergenza dall’anti casta all’immigrazione, fino a un rapporto più maschio con Bruxelles. Il primo articolo, addirittura del 19 giugno 2015, iniziava così: «Prende corpo un nuovo soggetto…», ma tranne Chiocchi, il direttore de Il Tempo, gli altri non mi presero molto sul serio.

D. Chi per esempio?
R. Quest’estate, nella bella casa del professor Stirpe a Morlupo, Bruno Vespa, che conosco, apprezzo e stimo da una vita, mi venne incontro e disse che, seppur leggendomi spesso, considerava la mia intuizione su Lega-Cinque Stelle pressoché una fake news.

D. Altri denigratori della profezia?
R. Ho stravinto anche una scommessa con Paolo Mieli, uno dei guru del giornalismo italiano.

D. Su cosa?
R. Sulle percentuali del Pd e sul destino di Renzi.

D. Mieli su cosa puntava?
R. Sul Pd in recupero oltre il 24% e un Renzi in spolvero.

D. E lei?
R. Renzi a casa e il Pd sotto il 20%.

D. Ma lo strabordante successo dei grillini come lo spiega?
R. Hanno votato per loro quelli che pensano di poter finalmente distruggere tutto e ricominciare daccapo e quelli che, stufi dei partiti, vogliono dare un’occasione al Movimento di governare; e aggiungo, nonostante i disastri della Raggi e dell’Appendino, il che dà la misura di quanto possano essere stanchi gli italiani.

D. A uscirne piuttosto malconcio è stato anche il Cavaliere.
R. Commovente, tenace, ma ha sbagliato la campagna elettorale, doveva fare bagni di folla e non chiudersi in studi televisivi con telecamere impietose. Poi si è lasciato convincere da consiglieri inesperti a rimanere schiacciato sulla Lega. Eppure era stato avvertito autorevolmente.

D. Da chi?
R. Gianni Letta, contrario a questa legge elettorale e anche contrariato per le liste, fatte con ripicche da quattro soldi umiliando tanti candidati che avrebbero portato voti. Berlusconi è stato lasciato solo. E poi è mancato un uomo di grande esperienza come Denis Verdini, oggi rimpianto anche da chi lo avversava dentro Forza Italia.

D. I grillini governeranno?
R. Saliranno tutti sul carro dei vincitori. A partire da Mediobanca, come ho scritto oltre un anno fa. E avranno una mano anche dal Vaticano, Mosca e Washington.

D. E Salvini starà a guardare ?
R. Deve decidere se andare al governo o diventare, a questo punto, il capo indiscusso della Destra, ora che la parabola politica di Berlusconi è al tramonto.

Banche Venete: Zaia, fare di tutto perchè ai truffati arrivino i ristori

liberoquotidiano.it

Treviso, 5 mar. (AdnKronos) – “Si farà di tutto perchè ai truffati arrivino i ristori”. Così Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, oggi a margine di un incontro a Godega Sant’Urbano (Tv), ha ricordato una promessa fatta in campagna elettorale dal leader della Lega, Matteo Salvini in merito alle iniziative a favore dei risparmiatori delle ex banche popolari venete.

“Bankitalia ha per legge l’obbligo della vigilanza sulle banche popolari e se qualcosa è andato storto quantomeno a livello nazionale qualcuno deve prendersi qualche colpa – ha concluso Zaia – mi sembra sia giusto che un governo pensi di pagare il conto”.

Finisce era Pd nelle partecipate, si guarda a nomine

Stefano Neri Finanzareport.it

In scadenza i vertici di Saipem e Cdp. A partire dal 2019 da rinnovare i board di Enel, Eni, Snam, Terna, Poste, Banca Mps, Leonardo, Italgas, Enav, Fincantieri e RaiWay

 
 

Il voto politico italiano sancisce scenari nuovi e incerti, con la vittoria di Movimento 5 Stelle e Lega e le difficoltà per tutti i partiti e le coalizioni a dare vita a una maggioranza. Guardando ai numeri, una delle certezze è invece la bocciatura del Pd e dell’attuale maggioranza di governo. Al punto che si comincia già a ragionare su una sorta di “successione” nel lungo elenco di partecipate di Stato.

Come visto nei giorni scorsi, una di queste società coinvolte è Banca Mps, che aggiorna oggi i suoi minimi storici nonostante a Siena si sia affermato il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan, l’artefice del salvataggio. Il cambio della guardia all’esecutivo potrebbe portare a qualche novità anche per la banca più antica del mondo, che è controllata addirittura al 70% dallo Stato e fatica a rimettersi in carreggiata, come dimostrato dai conti del 2017 che evidenziano un continuo calo dei ricavi e il peggioramento del “rosso”. Regna per il momento l’incertezza, penalizzando il titolo in Borsa. 

Ma l’era del Pd volge al termine anche per tutte le altre partecipate pubbliche, fra cui la stessa Cassa Depositi e Prestiti e diverse big di Piazza Affari. Le quotate in particolare, compreso il Monte dei Paschi di Siena, sono una dozzina. Le altre, oltre a Mps, sono: Enel, Eni, Snam, Terna, Poste, Leonardo, Italgas, Saipem, Enav, Fincantieri e Rai Way. Si tratta appunto di società controllate dallo Stato, direttamente o attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. E la possibilità di un nuovo governo, come notare gli analisti di Mediobanca, include anche la possibilità di cambi nel management “per le società controllate dallo Stato i cui Cda sono stati nominati e confermati durante la precedente amministrazione del Pd”.

Cosa aspettarsi quindi? Scatterà il cosiddetto “manuale Cencelli” con cui i partiti sono abituati a spartirsi le poltrone? Oppure si ragionerà caso per caso? Si profila qualche accelerazione? L’unico Cda in scadenza quest’anno, tra le quotate, è quello di Saipem, che andrà rinnovato in occasione dell’assemblea di bilancio in primavera. In ballo ci sono le poltrone occupate dal presidente Paolo Andrea Colombo Colombo ed all’Ad Stefano Cao. Decisamente più strategica la nomina del board della Cdp, cassaforte delle partecipazioni statali e in grado di muovere ingenti risorse, in agenda sempre quest’anno.

Proprio recentemente l’ad di Leonardo, Alessandro Profumo, ha dovuto smentire le voci di sue dimissioni per passare alla Cdp. Il suo mandato all’ex Finmeccanica scade tuttavia nel 2020. Andranno rinnovati nel 2019 i Cda di Fincantieri, Snam e Italgas, mentre tutti gli altri, come Leonardo, scadranno nel 2020 (fra cui Eni, Enel, Poste, e la stessa Mps). Sempre che l’avvento di un nuovo azionista di controllo non provochi un’accelerazione del ricambio

Elezioni 2018, Mediaset -6%: il voto costringe Silvio all’accordo con Bollorè

Luca Spoldi affariitaliani.it

La posizione negoziale di Mediaset con Vivendi esce indebolita dalla debacle elettorale di FI: addio al risarcimento miliardario e intesa con Tim e Canal+

Elezioni 2018, Mediaset -6%: il voto costringe Silvio all'accordo con Bollorè

 
Foto LaPresse
 

Dalle elezioni politiche 2018 italiane, dal punto di vista dei mercati, non sono giunte alcune sorprese, ma una sostanziale conferma delle attese dei mercati che nessun partito avrebbe ottenuto una maggioranza e che di fatto l’unica alternativa al ritorno alle urne in tempi brevi sia solo un governo di coalizione.

Se molte case d’investimento sembrano preoccupate dell’allungarsi dei tempi necessari a trovare un’intesa per dar vita a un nuovo governo o, peggio, per tornare alle urne senza alcun costrutto, a Piazza Affari è già stata individuata la vera “vittima” di questa situazione, il gruppo Mediaset (che fa riferimento alla famiglia Berlusconi), che risente del tracollo di Forza Italia e lascia sul terreno a metà giornata attorno al 6,5% cadendo a poco più di 2,92 euro per azione quando sono passati di mano già circa 11 milioni di pezzi.

berlusconi mediaset

 

 

Certo, spiega un analista, bisogna considerare che si tratta di una reazione “iniziale, molto emotiva, elemento che spiega questo calo” e che a questi prezzi il titolo resta su livelli ben più alti di quei 2,3 euro toccati a fine novembre 2016 prima che Vincent Bolloré annunciasse che la sua Vivendi stava scalando Mediaset non essendo più interessata a rilevare il 100% di Mediaset Premium ma preferendo entrare direttamente nella stanza dei bottoni del Biscione (di cui è ormai azionista al 25,753%, contro il 41,291% che fa capo a Silvio Berlusconi più un 3,795% di azioni proprie detenute da Mediaset stessa).

Ma pochi dubitano che ieri sera l’unico a stappare una bottiglia di champagne non sia stato proprio il finanziere bretone, che ancora la scorsa settimana si era visto chiudere le porte in faccia a qualsiasi ipotesi di accordo dai rappresentanti di Berlusconi, in attesa dell’esito elettorale.

vincent bollore
 

Ora la debacle alle urne di Forza Italia potrebbe indebolire l’ex premier aprendo la strada solo a due opzioni: nel primo caso si troverà un’intesa, più volte data per prossima ma mai materializzatasi coi “barbari alle porte” d’Oltralpe, dando vita ad un’alleanza Vivendi-Mediaset che avrebbe quasi certamente immediate ricadute per Telecom Italia (controllata da Vivendi col 23,943%, ad un prezzo di carico di 1,0709 euro per azione, contro una quotazione corrente di 0,7288 euro, oggi in rialzo di circa mezzo punto nonostante il calo di un punto degli indici di Piazza Affari), ridando vita all’ipotizzata alleanza a tre tra Tim, Canal Plus e Mediaset sui contenuti digitali. Scenario che spingerebbe le parti anche a trovare un’intesa sulla causa miliardaria intentata dal Biscione nei confronti dei francesi.  

Nella prima udienza che si è tenuta al Tribunale di Milano il 27 febbraio la causa civile tra Mediaset e Vivendi legata al mancato rispetto del contratto per l’acquisto di Premium è stata rinviata al 23 ottobre prossimo. Il mercato aveva quindi iniziato a scommettere sul fatto che un esito forte di Silvio Berlusconi alle elezioni italiane potesse rafforzare la posizione di Mediaset nei confronti di Vivendi.

telecom mediaset 800
 

Se l’ipotesi di un accordo fra il Biscione, Tim e Canal Plus non andasse comunque in porto, la “piccola” Mediaset (poco più di 3,6 miliardi di capitalizzazione, contro i 26,4 miliardi di Vivendi e soprattutto i 170 miliardi di dollari di capitalizzazione di Comcast, che la scorsa settimana ha lanciato un’Opa da 25 miliardi di euro su Sky) dovrà comunque guardarsi intorno e cercare un partner per sopravvivere in un mercato pubblicitario sempre più affollato e competitivo, in cui anche colossi come Amazon e Netflix stanno affacciandosi con sempre maggiore determinazione. 

Mentre Telecom Italia dovrebbe ridisegnare a sua volta la propria strategia multimediale, se Bolloré vorrà farne il perno della sua futura “anti-Netflix” del Sud Europa. Certo, fanno notare alcuni trader, la reazione odierna è molto “epidermica” e non tiene conto della possibile partecipazione in qualche forme di Forza Italia ad un eventuale governo di coalizione, né dell’influenza che Berlusconi potrebbe ancora essere in grado di esercitare sulla politica italiana perché difenda comunque un asset “strategico” come Mediaset dalle mire di operatori esteri.

Il segnale di Piazza Affari è tuttavia inequivocabile: il risultato elettorale italiano mina fortemente la posizione negoziale del gruppo del “biscione” nel suo lungo braccio di ferro con Vivendi e forse segna l’avvio di un graduale disimpegno della famiglia del fondatore.

TOP STORIES ITALIA: Di Maio; noi vincitori assoluti, inizia 3a Repubblica

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Un trionfo elettorale che darà vita alla Terza Repubblica, quella dei cittadini. Il candidato premier del M5S, LUigi Di Maio, commenta così i primi dati elettorali che vedono il Movimento affermarsi come primo partito con oltre il 30% dei voti.

“Sentiamo la responsabilitá di dare un Governo all’Italia”, ha detto il leader del M5S, nel corso di un punto stampa, aggiungendo che “siamo una forza politica che rappresenta l’intera nazione. Rappresentiamo tutto lo stivale dalla Valle D’Aosta alla Sicilia. Non posso dire lo stesso di altri che invece sono delle forze politiche territoriali”. “A tutti coloro che ci stanno osservando, ai mercati che ci stanno guardando -ha ribadito- voglio dire che sentiamo la responsabilitá di dare un Governo al Paese”. Il Movimento 5 stelle, ha proseguito, “triplica i parlamentari nelle due Camere e questo ci proietta verso il Governo”.

“Noi siamo i vincitori assoluti”, ha chiarito Di Maio garantendo di essere comunque “aperti al confronto con tutte le forze politiche, a partire dalle figure di garanzie, cioè i presidenti di Camera e Senato, ma soprattutto per i temi e i lavori della 18esima legislatura”. A tal proposito, “sono sicuro che il presidente della Repubblica saprá guidare questo momento con autorevolezza e sensibilitá, come ha sempre fatto”, ha spiegato Di Maio precisando che “oggi per noi inizia la Terza repubblica e sará finalmente la repubblica dei cittadini”. Secondo il candidato premier del M5S, il risultato del voto è “post-ideologico, va al di lá degli schemi. É un risultato che riguarda i grandi temi irrisolti della nazione. Il risultato del 4 marzo -ha sottolineato- riguarda temi, non ideologie. I cittadini hanno votato il programma 5stelle. Sappiamo bene che ci sono temi come la povertá e tagli agli sprechi che devono essere affrontati. Questa è un’occasione storica per realizzare soluzioni a questi problemi, per portare a compimento quelle cose che aspettiamo da 30 anni”.

“Oggi inizia la Terza Repubblica, che sará finalmente la Repubblica dei Cittadini”, è stato il retweet che Beppe Grillo ha rilanciato per commentare l’esito del voto. Il leader pentastellato, arrivato questa mattina a Roma, si trova all’hotel Parco dei principi, dove i big del M5S da ieri sera seguono lo spoglio elettorale. Grillo seguirà con Di Maio le ultime ore dello scrutinio e probabilmente rilascerà qualche dichiarazione solo davanti ai dati elettorali definitivi. “Sono anziano, sono anziano, devo capire ancora”, si è limitato a dire questa mattina ai giornalisti che lo hanno intercettato vicino all’ingresso dell’hotel Parco dei principi.

Stando agli ultimi dati ufficiali del Viminale, alla Camera il M5S ha superato la soglia del 32% sia alla Camera che al Senato.

VINCITORI E VINTI, E POI?

 scenarieconomici.it

 

Cari amici,

il giorno del giudizio  giunto, e non è stato pietoso. Non voglio fare il solito pezzo noioso e ripetere quello che già avrete sentito in TV o alla radio. per cui sarà rapido ed indolore:

I VINCITORI:

M5s: per meriti propri o demeriti di terzi, comunque è il chiaro vincitore. In netta crescita rispetto al 2013 , supera quota 31%. Gli italiani sono veramente stufi dei governi tecnici o paratecnici, delle personalità imbalsamate, dei giochi di corridoio. Quali vantaggi ha il M5s?

  • aver confermato la propria crescita nonostante una comunicazione ostile e risultati amministrativi non brillanti;
  • avere comunque relativamente poche bocche da sfamare, cioè poche persone da piazzare a posti fissi. La lista dei ministri, nel momento in cui non si ha la maggioranza assoluta ma si deve trattare, deve venir messa da parte;
  • essere il partito con il boccino in mano e poter, almeno teoricamente, giocare con la politica dei due forni, appoggiandosi al CSX o al CDX a seconda della situazione.

Ci sono anche forti punti deboli:

  • l’inesperienza di governo nazionale, anche se gli “Esperti”, stile Monti, hanno fatto solo dei grandissimi disastri;
  • una posizione molto poco chiara nei confronti dell’Europa e dell’Euro. Ricorda molto il “Partito istituzionale rivoluzionario” messicano, cioè un ossimoro.
  • aver promesso, o creato notevoli aspettative, al Sud, proprio l’area dove l’azione di un governo sarà più complessa.

LEGA: la lega passa dal 4 al 17 e rotti% , ad un punto  e mezzo dal PD. Salvini ha preso la Lega stracotta maronian bossiana, entrata in parlamento per il rotto della cuffia, e l’ha portata ad essere il terzo partito nel paese. Aver preso a bordo Borghi e Bagnai, oltre ad aver avuto una dialettica chiare, precisa, senza se e senza ma, ha pagato, anche grazie agli errori colossali del PD, dei governi e dell’Europa, a partire dalla gestione incredibile dei flussi migratori.

I punti di forza:

  • la presenza di persone tecnicamente preparate, che possono costituire un nucleo in grado di gestire la futura politica economica;
  • una  guida chiara e precisa. Se queste elezioni dicono qualcosa è l’azzeramento di ogni opposizione interna. Salvini è più forte di quanto perfino sia mai stato Bossi;
  • aver vinto sul campo la leadership del centrodestra, in modo chiaro, semplice e definitivo;

I punti di debolezza:

  • i voti sono stati concentrati al nord ed al centro. Ottima la Toscana, ma sotto Roma non si è riusciti a raggiungere gli stessi risultati, nonostante un 11% in Sicilia e lo 6,7% in Puglia. Ad essere ottimisti si è rotto il ghiaccio, ma poco di più;
  • ci sono alcuni punti fondanti che non possono essere eliminati da nessun programma, come la gestione dell’immigrazione e le questioni europee, che necessiterebbero un governo a guida leghista che non può esserci in questa fase;
  • dover definire i rapporti con gli alleati del centrodestra.

 

Tra i vincitori “Minori” ricordiamo Fratelli d’Italia che entra in parlamento con una pattuglia non secondaria

 

I VINTI

Partito Democratico: Il PD va sotto la soglia psicologica del 20%, fermandosi poco sopra il 19 e facendosi quasi raggiungere dalla Lega.Si parla di dimissioni di Renzi, cosa probabile, visto che prima aveva giurato che non le avrebbe date. Il PD resta vivo solo in aree delimitate del paese (Alto Adige, alcune aree della Toscana e dell’Emilia) e nei centri delle grandi città, per il resto, perfino in aree dove governa, come la Puglia e la Campania, viene sonoramente battuto. La cosa divertente è che comunque è un partito renziano, anche più di prima, eppure rischia di far fare Harakiri al proprio Dominus indiscusso. Tutto, o quasi , è da buttare: comunicazione, alleanze, Gli scarti del vecchio CDX, Lorenzin etc, non hanno portato nulla, così come Insieme in Europa, e Più Europa ha portato pochissimo. Ora il PD  esce dalle stanze del potere e questo rischia di tagliarne ulteriormente i voti, fatti anche di piaceri di do ut des , etc. Il PD rischia di seguire la strada dei socialisti Francesi, del Pasok, della SPD: scomparire lentamente. Una politica sociale non è compatibile con una politica europeista e questa contraddizione è quasi impossibile da sciogliere.

Liberi ed Uguali: l’idea di un partito che unisse antifascismo classico e sinistra storica è stata fallimentare. Le idee erano vecchie, stantie, e le facce, francamente, impresentabili. Entrano in parlamento, ma con il peso che in precedenza aveva SEL: Perfettamente secondari,

Forza Italia: il partito berlusconiano si trova alle spalle della Lega e con un sensibile distacco. Al Nord non è più un partito primario. Per la prima volta nella sua vita politica Berlusconi deve fare il comprimario. Tra l’altro la sconfitta propria e del PD taglia anche la possibilità di una “Grosse Koalitione” con il PD ed un governo con il M5s sembra francamente molto poco probabile, visto che tutta la campagna elettorale è stata fatta proprio contro quel movimento. Questa posizione, se sopportabile senza problemi dalla Lega, non lo è per un partito che ha la ragione della propria esistenza nella gestione del potere e nella tutela di alcuni interessi. Non è un caso che oggi Mediaset perda oltre il 4% in borsa. Forza Italia deve, a questo punto, trovare una sua collocazione, ricostruendo la propria immagine moderata. Deve anche trovare una leadership vera e propria, seria ed affidabile, perchè la figura di Berlusconi non è più trascinante e rischia anche di essere fisicamente non presente. Bisogna ricostruire da 0 i moderati in Italia, oppure scompariranno.

+ Europa: il partito supereuropeista, austero per natura, superfinanziato dalle elites (omnipresente nelle stazioni, nei tabelloni, etc) non raggiunge il 3% e resta a casa. La Bonino viene eletta a Roma all’uninominale, tanto per ricordarci che cosa abbiamo evitato. Le fregature austre alla Monti non interessano agli italiani.

Briciole ex FI: non ci sono più, si salva solo la Lorenzin, personalmente. Tutti i resti NCD, ALA etc si sono estinti, e questo è bene.

 

ED ORA?

Ora il boccino torna al Presidente della Repubblica. Personalmente ritengo molto improbabile che chi riceverà un primo incarico, sia che sia Di Maio (che guida il maggior partito) , sia che si tratti di Salvini (che guida la maggiore coalizione) sarà il vero presidente del consiglio. Quali le soluzioni?

  • M5s + PD “Derenzizzato”: sostenuta da buona parte della stampa,Huffington post in testa. Però come far convivere Di Maio con un partito che ha al proprio interno Emiliano e De Luca, i suoi principali avversari politici? Inoltre sarebbe un regalo al Centrodestra. Siamo sicuri che il M5s reggerebbe nel lungo periodo ad una situazione di maggioranza ? Siamo sicuri che il PD si “Derenzianizza”?
  • M5s + CDX. Grande nei numeri, il problema è che FI ha fatto campagna elettorale contro M5s. Vero è che per il potere  i berlusconiani potrebbero anche spaccarsi fra ala “Governista” ed ala dura come hanno sempre fatto.  Comunque molto complesso;
  • M5s + Lega. Possibile, ma risicato sui numeri. Tutto dipende da quanto siano seri ntrambi nei proclami di porre “Il programma davanti agli uomini”.
  • Conventio ad excludendum: PD+CDX. Possibile nei numeri, molto improbabile per ovvi contrasti di programma.

Insomma ci sono diverse soluzioni possibili, e negarlo è un po’ superfiiale. Certo, a questo punto bisognerà che la politica torni ad essere l’arte della mediazione. Chi se sarà capace ?

Vincono gli anti-sistema M5s e Lega. E i mercati temono la rottura con l’Europa

Luigi di Maio e Matteo Salvini. Getty images

“I due vincitori delle elezioni politiche italiane sono stati il Movimento 5 stelle (M5s), che ha ottenuto oltre il 30% dei voti, e la Lega, che è emersa come primo partito all’interno della coalizione di centro-destra”. Con queste parole, gli esperti dell’ufficio studi di Unicredit riassumono l’esito della consultazione elettorale del 4 marzo del 2018. “Il risultato delle elezioni italiane – sintetizza anche Jacopo Ceccatelli, amministratore delegato di Marzotto sim – sembra chiaramente premiare i maggiori partiti ‘anti-sistema’: Movimento 5 Stelle e Lega”, guidati rispettivamente da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Tra i grandi sconfitti, spiccano il Pd di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi, che perde punti a favore della Lega.

 

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Flavio Lo Scalzo / AGF

E ora che succederà sui mercati finanziari? Innanzi tutto, va detto che lunedì 5 marzo il Ftse Mib, l’indice di riferimento di Piazza Affari, ha aperto con un secco calo del 2%, per poi cedere, intorno a metà mattinata, l’1% circa. Tra i titoli in maggiore flessione, si distingue Mediaset, il gruppo media che fa capo alla famiglia Berlusconi, alla luce della sconfitta netta, rispetto alla Lega di Salvini, subita dall’ex presidente del consiglio. Lo spread, il differenziale tra i rendimenti dei Btp italiani e dei Bund tedeschi, si è ampliato di una decina di punti, aggirandosi in area 140 rispetto ai circa 130 degli ultimi giorni.

Prima di proseguire con l’analisi dei mercati, però, occorre ipotizzare gli scenari che seguono il voto. “E’ possibile – azzardano gli economisti di Unicredit – che al centro-destra venga dato il mandato di formare un governo. Tuttavia, la posizione di maggioranza della Lega potrebbe complicare un eventuale tentativo di estendere il sostegno del Parlamento”. D’altra parte, aggiungono, “una potenziale alleanza tra M5s e Lega, possibile in termini numerici, resta difficile sul piano politico. Ecco perché – prevedono da Unicredit – l’incertezza dovrebbe prevalere sui mercati nelle settimane a venire”.

Luigi Di Maio, Movimento 5 stelle, luglio 2016 – foto di Stefania D’Alessandro/Getty Images for Giffoni Film Festival

Nel giro di orizzonte di Business Insider Italia della settimana scorsa, era emerso che l’ipotesi più temuta dai mercati sarebbe proprio stata quella di una prevalenza della Lega all’interno del centro-destra; una possibilità che il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, aveva escluso fino all’ultimo minuto ma che invece è diventata realtà. In particolare, le due economiste di Unicredit, Loredana Federico e Chiara Cremonesi, pensano che, ammesso e non concesso che il centro-destra riesca a formare un governo, “esso si proverà fragile”. “Ci aspettiamo – prevedono le due esperte – che i Btp italiani possano essere sotto pressione nel breve termine e che lo spread possa testare i 160 punti”.

“Premiando i due principali partiti anti-sistema (sebbene le posizioni contro l’euro siano state eliminate dai 5 stelle e in qualche modo attutite dalla Lega di Salvini), il risultato elettorale – osserva Ceccatelli di Marzotto sim – dal punto di vista dei mercati finanziari, potrebbe essere letto in maniera non positiva. Da un altro punto di vista tuttavia, il fatto che qualsiasi governo dovrà essere di coalizione, contenendo quindi possibili estremismi populisti e anti europeisti, dovrebbe limitare gli impatti negativi delle elezioni sui mercati finanziari italiani ed europei. Unica eccezione – conclude Ceccatelli – che però al momento non ci sembra particolarmente probabile, sarebbe quella di una coalizione M5s-Lega; in quel caso l’impatto negativo sui mercati potrebbe essere più significativo”.

Nella foto Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini – Flavio Lo Scalzo / AGF

Anche a detta di Matteo Ramenghi, responsabile investimenti per l’Italia di Ubs wealth management, “un’alleanza anti-sistema tra M5s e Lega rappresenterebbe lo scenario peggiore per i mercati ma sembra difficile da realizzarsi per via delle differenze tra i programmi”. L’ipotesi più plausibile è quella di una grande coalizione allargata, che, a detta di Ramenghi, “potrebbe essere accolta positivamente dai mercati nel momento in cui dovesse portare a stabilità politica e disciplina fiscale”. Al contrario, secondo l’esperto di Ubs wealth management, “nuove elezioni potrebbero prolungare l’incertezza e pesare sui titoli italiani. Il mercato azionario non ha scontato nei prezzi l’incertezza elettorale, ma l’andamento dei rendimenti sulle obbligazioni governative suggerisce che abbiano incorporato un certo grado di rischio politico”.

Anche Philippe Waechter, capo economista di Natixis asset management, sottolinea che “nessun partito ha la maggioranza per governare”, sicché è altamente probabile che prenda vita una coalizione. In quanto alle possibili ragioni dell’esito elettorale, per Waechter “può essere spiegato da prospettive economiche deludenti, invecchiamento della popolazione e questione dell’immigrazione. Il rischio – aggiunge Waetcher riferendosi alla linea politica delle forze vincitrici – è quello di cercare di cambiare le istituzioni e in particolare i rapporti con l’Europa”.

Matteo Renzi durante la conferenza stampa di chiusura per la campagna per la segreteria del PD a Bruxelles, 28 aprile, 2017. Emmanuel Dunand/AFP/Getty Images

In linea con questo pensiero anche Andrea Brasili, senior economist di Amundi asset management, secondo cui “con questo risultati, poiché i principali partiti vincitori sono stati molto critici nei confronti dell’Europa, è probabile che il governo non contribuisca al processo di rafforzamento del progetto europeo”. Inoltre, c’è “il rischio che vi siano posizioni molto divergenti su aree di intervento rilevanti, come l’immigrazione”. Più in generale, a detta degli esperti di Amundi, l’esito del voto “non era atteso dal mercato”, perciò, “con questi risultati, se confermati, il processo di formazione di un nuovo governo potrebbe essere piuttosto lungo e l’incertezza sulle Borse rimarrà elevata”.

In ogni caso, aggiungono da Amundi, “nel breve termine, ci aspettiamo che ci sia volatilità, non solo in Italia, ma anche in Europa, almeno fintanto che il nuovo governo non sarà formato e non annuncerà il proprio programma economico e fiscale. Questo sarà fondamentale per comprendere il posizionamento verso l’euro e il tipo di interventi previsti in termini di sistema pensionistico, stimoli fiscali e riduzione del debito”. Insomma, occorre attendere. Nel frattempo, non è detto che i mercati possano essere clementi.

Mps: Padoan rieletto, ma titolo a picco

Rosario Murgida Finanzareport.it

L’incertezza post-elettorale penalizza ancora le azioni della banca senese con un nuovo record negativo in Borsa

 
 

Nuovi minimi storici per il titolo di Banca del Monte dei Paschi di Siena, all’indomani di un voto che fa temere negoziati difficili e tempi lunghi secondo gli analisti per la formazione di una maggioranza. Le azioni della banca senese hanno aggiornato i record negativi dal ritorno in Borsa segnando a Piazza Affari un valore di 3 euro durante le prime battute di una seduta penalizzata anche dall’esito delle elezioni.

Sui corsi azionari pesano da settimane le incertezze legate all’ultima tornata elettorale ma oggi è tutto il comparto bancario a pagare le conseguenze delle elezioni sul futuro del Parlamento italiano e quindi del governo.

La vittoria dei 5 Stelle, l’affermazione della Lega all’interno della coalizione di centrodestra e la debacle del Pd a sinistra rendono quasi impossibile la formazione di un governo che non sia di transizione con le ovvie conseguenze sul sentiment degli investitori. La Borsa non sta crollando e lo spread non si sta allargando più di tanto perché l’esito delle elezioni era già dato per certo da buona parte degli esperti e degli osservatori internazionali. Per rimanere nel gergo tecnico, l’esito era ormai dato per scontato. 

Su Mps, però, l’incertezza è amplificata da altri fattori come il peso dello Stato nell’azionariato e le difficoltà del piano di rilancio. La banca senese, ha anche perso, in parte, lo scudo rappresentato dall’ormai ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il protagonista del suo salvataggio. Padoan è comunque riuscito a spuntarla nel collegio senese con il 36,2% dei voti a suo favore, contro il 32,5% dello sfidante leghista Claudio Borghi.

Ovviamente il titolo Mps non ne beneficia visto che il Pd è ormai destinato all’opposizione nel prossimo Parlamento. Le azioni trattano al momento in ribasso del 2,98% a 3,03 euro. 

Cottarelli post voto: preoccupato per conti, Italia rischia recessione e attacchi speculativi

Laura Naka Antonelli Finanzaonline.it

“Vedremo cosa succederà con i mercati finanziari e lo spread. Mi aspetto un po’ di movimento ma il problema non è ciò che succederà nei prossimi giorni ma nel giro.La preoccupazione, a questo punto, è per i conti pubblici: almeno per lui, Carlo Cottarelli, ex Commissario alla Spending Review. Così Cottarelli commenta il risultato delle elezioni, che ha certificato il successo dei movimenti e partiti improntati al populismo, con i voti che sono stati dati soprattutto alla Lega di Matteo Salvini – che ha superato Forza Italia di Silvio Berlusconi – e il M5S, diventato primo partito in Italia.

In un’intervista rilasciata a InBlu Radio, rete delle radio cattoliche della Cei, sottolinea:

“Dopo questa elezione sono preoccupato per i conti pubblici i risultati di questa elezione mi fanno pensare che quelli che hanno preso più voti si preoccupano poco dei conti pubblici. La promessa di eliminare la legge Fornero, ad esempio, farà aumentare i conti pubblici”.

La view di Cottarelli è lungimirante. L’ex numero uno del dipartimento di Affari fiscali per il Fondo Monetario Internazionale non guarda infatti ‘soltanto’ a quello che potrà accadere all’Italia nei prossimi giorni. Il timore è nel lungo termine, quando la Bce avrà già staccato la spina del Quantitative easing e i tassi di interesse inizieranno a salire ovunque.

“Vedremo cosa succederà con i mercati finanziari e lo spread. Mi aspetto un po’ di movimento ma il problema non è ciò che succederà nei prossimi giorni ma nel giro di due anni, quando i tassi di interesse cominceranno ad aumentare in tutta Europa”.

Le prospettive non sono affatto confortanti. In questo contesto, sottolinea Carlo Cottarelli, “l’Italia potrebbe entrare di nuovo in recessione perchè ci troveremo con un debito pubblico in aumento a causa della diminuzione del Pil. In questo modo ripartirebbero gli attacchi speculativi”.

E sulle voci che sono circolate nei giorni scorsi, l’ex numero uno della Spending Review frena:

“Io ministro? Non credo proprio. I partiti e movimenti che hanno ricevuto più voti dicono che per risolvere il problema del debito pubblico bisogna spendere di più perchè questo fa riprendere l’economia. Non mi vedrei bene in un governo che vuole aumentare il deficit pubblico per ridurre il debito pubblico”.

Così Cottarelli aveva parlato dell’Italia quasi un anno fa, in occasione della presentazione del suo libro “Il Macigno. Perché il debito pubblico ci schiaccia e come si fa a liberarsene”(Ed. Feltrinelli). in occasione di un dibattito trasmesso da Radio Radicale, registrato lo scorso 10 maggio 2017 e organizzato da Forza Europa.

“Ho scritto questo libro perchè non si parlava molto di quello che è un problema fondamentale dell’economia italiana, quello della dimensione del debito pubblico, oppure se se ne parlava, si affermava che comunque era tutta colpa dell’austerità, anzi addirittura si è sostenuto che l’austerità sia stata l’elemento che ha fatto aumentare il debito pubblico e che l’austerità significhi minore crescita, minori entrate per lo stato e dunque più debito pubblico. Secondo me questo è tutto sbagliato”.

Cottarelli, nell’illustrare le ragioni che lo hanno portato a scrivere il libro, aveva proseguito:

“Fino a quando noi continuiamo a prendere a prestito, rimaniamo schiavi dei mercati finanziari. Io sono stufo, vivendo all’estero, di sentir parlare male dell’Italia, sono stufo di pensare che se qualcuno si sveglia a Francoforte o a Londra può speculare contro i titoli di stato italiani e lo può fare non perchè è cattivo ma perchè credo che con questa dimensione del debito diamo la possibilità agli speculatori di speculare contro di noi, come è successo nel 2011 e nel 2012. Io ho scritto questo libro anche per dire che il problema si può risolvere senza fare cose rivoluzionarie, ma semplicemente facendo quello che dobbiamo fare”.

 

 

Avete capito spero: sarà il Governo di Steve Bannon, M5S+Lega (GUARDATE I SEGGI!). Mattarella dovrà dare seguito. E Berlusconi ha di nuovo sbagliato tutto

Ieri Steve Bannon, incredibilmente a Roma durante le elezioni italiane, è stato chiarissimo: siamo come prima dell’elezione di Trump. Posizione fin troppo palese. Cosa vuol dire stesse condizioni pre-elezioni di Trump? Significa stesso paradigma, potrei dire semplicisticamente mettere l’interesse della gente prima di tutto ma sarebbe riduttivo. Il vero significato – quello che succederà a breve – è far capire alla gente che le decisioni dell’EUropa dal 2011 in avanti sono state contrarie all’interesse nazionale dell’Italia. I primi ministri cooptati sono solo la conseguenza di tale status.

Ossia Steve Bannon, che ha rappresentato il Governo USA che incontrò il M5S e che dichiarò non belligeranza verso i grillini ma senza supporto diretto, è a Roma per andare oltre lo steccato (…). E dice, leggendo le sue parole (fattuali), due cose:

  • l’Italia è cruciale (per gli USA)
  • seguirà la traccia di Trump

La cosa importante da comprendere è che, come sembra, la Lega avrà più SEGGI del PD sia alla Camera che al Senato. E che la somma M5s+Lega avrà la maggioranza ampia nelle due Camere(fossi nella Meloni mi allineerei il più velocemente possibile alla Lega, consiglio). Vedremo anche se LeU andrà appena sotto il 3% alla fine dello spoglio, potrebbe esserci la sorpresa dell’ultima ora.

Nel mentre oggi abbiamo iniziato con la fiera delle bugie mediatiche. Ad esempio in un estremo tentativo di supportare la coalizione EUropeista ho sentito con le mie orecchie su Canale5 affermare la contrarietà verso i dazi sulle auto ipotizzate da Trump dicendo che se venissero approvate anche FCA avrebbe dei problemi in quanto anche le auto prodotte in USA da FCA verrebbero colpite. Questa è una sonora idiozia, una bugia crassa: i dazi saranno solo per le auto importate. Perchè il clan Berlusconi fa affermare queste bugie sulle sue testate? Chiedetevelo. Possiamo oggi dire che il Cavaliere ha fatto un errore imperdonabile a non sposare la linea di Trump

Qualcuno ha sbagliato i conti. Immaginate se Steve Bannon potrebbe solo lontanamente pensare di aiutare il Clan Renzusconi…

Per inciso, sui dazi auto, va detto che l’EU impone il 10% di dazi in entrata per le auto importate, la Cina il 25%, gli USA solo il 2.5%. Conclusione: gli USA sono il paese meno protezionista tra i tre in causa. Quello che realmente ha detto Trump è diverso ossia che metterà dazi “di reciprocità” uguali a quelli a cui sono soggette le auto USA esportate in ogni paese, posizione sacrosanta, giustissima. Che ne dite voi che leggete? La situazione appare un po’ diversa da come ce la dipingono i media…

Ma i media continuano a dire bugie, questa la dura realtà. Questa volta i burattinai editoriali mi sa che hanno sbagliato i conti.

Da ben prima della fine dell’amministrazione Obama affermo che le cose in Italia sarebbero veramente cambiate solo in presenza non solo di un nuovo inquilino alla Casa Bianca ma soprattutto di un nuovo corso americano, cosa poi avvenuta. Oggi aggiungo che un boom di voti per uno specifico partito in Sicilia – la storia insegna, oggi è il turno del M5S – non accade mai da 70 anni a questa parte senza l’approvazione diretta e/o indiretta d’oltreoceano, non fosse per l’enorme numero di oriundi, ma non solo.

Mattarella da buon siciliano dubito che si permetterà di remare contro corrente.

 scenarieconomici.it

I mercati vedono nero sull’Italia: Ftse Mib in calo e spread su fino a 180 pb

I mercati finanziari si aspettavano per l’Italia un’alternanza di governo a destra ma non lo scacco matto dei Cinque Stelle – Il rischio di prese di profitto è scontato ma è la corsa all’insù dello spread e i suoi riflessi sul debito pubblico a preoccupare di più – Brutti segnali dai mercati asiatici

 

I mercati vedono nero sull’Italia: Ftse Mib in calo e spread su fino a 180 pb

La coalizione di Destra supera la coalizione di Sinistra e poi viene sorpassata dal Movimento antieuropeista dei 5 Stelle. La notizia rimbalza nelle sale operative estere, dove un risultato sospeso sulla compagine di Governo era prevedibile, ma fino alla fine si sperava in un’alternanza che non favorisse quello che da molti è stato considerato il salto nel buio di un Movimento che raccoglie più voti di tutti gli altri , una new entry per un prossimo Governo.

Già da venerdì le posizioni short in copertura, soprattutto via ETF , si erano accumulate durante la giornata dove la performance negativa aveva eroso allo 0,27% quella rispetto all’anno passato.

Le attese sono per uno spread contro il Bund tedesco che potrebbe allargarsi verso la soglia psicologica dei 180 punti base, mentre il Ftse Mib è visto ad un calo che potrebbe esaurire la spinta dell’ultimo anno, e quindi perlomeno la performance degli ultimi 12 mesi messa in gioco già nei primi giorni della settimana.

Ricordiamo che la capitalizzazione della Borsa italiana, che rappresenta circa un 40% del PIL domestico ed in crescita del 15% nel 2017, su base mondiale non arriva a pesare l’1% e resta sullo sfondo della classifica al ventesimo posto.

Ma se si calcola che la presenza degli investitori stranieri sul listino principale si attesta tra il 30 ed il 40%, ecco che nel listino Star la quota balza al 60% grazie ad una fitta presenza di investitori istituzionali stranieri. Quindi il rischio di prese di profitto diffuse anche ai listini minori è evidente.

Non c’è spazio per le larghe intese tra Renzi e Berlusconi e sarà difficile anche riproporre la soluzione del “Gentiloni bis”, perché ovviamente il balzo in avanti del Movimento 5 Stelle peserà sulle decisioni del Capo dello Stato che dovrà assegnare l’incarico .

Con un dato confortante di affluenza in crescita ed un voto diffuso anche dei più giovani, in ogni caso non si sprecano le prime reazioni dall’estero a criticare il caos italiano che appare dalle prime proiezioni dei risultati a urne chiuse. E già si parla di nuove elezioni in ottobre: uno scenario che certamente non giova al percorso di crescita economica in atto e a un buon andamento di esportazioni e consumi.

Anche se la produttività resta insoddisfacente rispetto al resto dell’Ue, il quadro congiunturale aveva fatto ben sperare su una continuità di un’attività di governo sul percorso di riforme intrapreso, ma soprattutto su un programma di stabilizzazione economica che creava un presupposto importante per catturare al meglio i vantaggi della rivoluzione portata dall’Industria 4.0.

I mercati erano pronti a un’alternanza a destra ma non a uno scacco matto da parte del Movimento 5 stelle come primo partito, confermato nelle aspettative delle prime ore del mattino.

Un esito così incerto inizialmente non pesa comunque sull’euro, che si è riportato sopra 1,24 contro il dollaro nella giornata di domenica una volta raggiunta la definizione dell’accordo tedesco sulla grande coalizione e dando credito ad un’importanza cruciale per la conferma di una solidità del governo tedesco rispetto alle vicende italiane. Ma le aperture di lunedì sono di tutt’altro tono e il cross euro-dollaro si riporta a 1,233, anche perché la questione dei dazi di Trump si complica ulteriormente , dopo le ultime dichiarazioni nei confronti con l’Unione europea sul settore automotive e per le ipotesi di un inasprimento della guerra commerciale con la Cina.

Le aperture dei mercati asiatici quindi sono decisamente negative per le questioni geopolitiche legate a questi timori ma le ulteriori pressioni sull’Unione Europea, derivanti da queste elezioni che riportano in auge i dubbi sulla gestione dell’ampio debito pubblico, poi non gioveranno ai mercati europei, che avevano accantonato le derive europeiste con le elezioni del 2017 e che a questo punto vedono il peggior pronostico atteso confermarsi secondo anche i primi commenti del Financial Times.

 Firstonline

Elezioni, larghe intese lontane. Lo scenario M5S-Lega

di Alberto Gentili Il Messagero
Il temuto e previsto pareggio è arrivato. E’ vero, in base alle proiezioni, hanno stravinto i Cinquestelle. Il centrodestra è la prima coalizione, ma con il bruciante sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia. Il Pd crolla, ben sotto il 20%. Però nessuno ha la maggioranza nel nuovo Parlamento. Nessun partito o coalizione ha i numeri per dare vita a un governo.

Può accadere di tutto. Potrebbe spaccarsi il centrodestra e saldarsi quella che Matteo Renzi ha chiamato «coalizione populista» tra Cinquestelle, Lega e Fratelli d’Italia. I numeri li hanno. Come non è molto distante dal traguardo il centrodestra al Senato: qui mancano pochi seggi a Matteo Salvini (ora è lui il pretendente premier) per agguantare la maggioranza che alla Camera invece non ha. 

Oppure, potrebbe affermarsi la formula caldeggiata da alcuni padri nobili del Pd e da Pierluigi Bersani: uno schieramento formato da Cinquestelle, Liberi e Uguali (Leu) e Partito democratico. Ma Renzi ha già scandito il suo veto e il Pd, nonostante la leadership traballi vistosamente, non ha una gran voglia di buttarsi tra le braccia grilline. Anzi.

Tra le formule possibili, non figurano invece le larghe intese tra Pd e Forza Italia. Quelle che avrebbero fatto la gioia dei mercati finanziari e delle cancellerie europee. Silvio Berlusconi e Renzi non hanno i numeri. Neppure insieme a +Europa di Emma Bonino e ai centristi vari. Per farcela, il segretario dem e il Cavaliere, dovrebbe ottenere il soccorso della Lega o di Leu: un epilogo che appare decisamente difficile. 

LE VARIE FORMULE
Visto il caos, considerata la probabile paralisi, potrebbe nascere un esecutivo istituzionale sotto l’ombrello del Quirinale. Sergio Mattarella non ama la formula “governo del presidente” che marcherebbe un protagonismo non in linea con l’approccio felpato del capo dello Stato. Ed è convinto che qualsiasi governo una volta ottenuta la fiducia diventa politico. Ciò non toglie che svolgendo il suo compito di «facilitatore» e di «impulso» per dare al Paese un esecutivo, la soluzione alla fine esca proprio dal Colle. Per un governo istituzionale, appunto. Oppure di “scopo”: in agenda soltanto una nuova legge elettorale e la manovra economica. O addirittura un governo della «non sfiducia»: un esecutivo di minoranza (accadde nel 1976 ad Andreotti che non ottenne la fiducia del Pci, ma neppure la sfiducia). Soluzione, quest’ultima eccessivamente fragile.

Si annunciano, insomma, giorni di psicodrammi e trattative. Più o meno segrete. Fino al 23 marzo, quando debutterà la diciottesima legislatura, i giochi saranno fatti interamente fuori dal Parlamento: quel giorno scatterà la formazione dei gruppi parlamentari e l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Solo allora Paolo Gentiloni si dimetterà. Ma in base a ciò che filtra dal Quirinale e da palazzo Chigi, in caso di forte incertezza il capo dello Stato respingerà le dimissioni del premier. Questo per avere un governo in carica, nel solco di una continuità che cerchi di tranquillizzare i mercati e gli alleati europei.

Una volta eletti i presidenti di Camera e Senato (per Montecitorio serve la maggioranza e dunque potrebbero passare giorni, se non settimane), Mattarella avvierà le consultazioni. La maggioranza che si sarà coagulata per la scelta dei presidenti potrà offrire qualche seria indicazione. Ma il lavoro vero di scouting sarà l’ascolto dei gruppi parlamentari che saliranno al Quirinale.

Il capo dello Stato affronterà le consultazioni a tutto campo, senza preclusioni. Ciò significa che nessun partito verrà considerato fuori dai giochi. Allo stesso tempo però, Mattarella avrà come faro la stabilità e il rispetto dei trattati internazionali. Obblighi europei in primis. Traduzione: non faciliterà la formazione di un «governo qualunque e comunque»: se i numeri lo consentiranno, la soluzione sarà un esecutivo fedele agli impegni europei. 

LA ROAD MAP DEL QUIRINALE
Un altro punto definito riguarda la questione dell’incarico a formare l’esecutivo. Di Maio ha sostenuto che dovrà essere dato al leader del primo partito, Berlusconi alla coalizione più votata. Ebbene, Mattarella si sottrarrà a questa gara: darà il “preincarico” (se mai avverrà) alla personalità che, in base agli impegni delle forze politiche, avrà concrete possibilità di avere una maggioranza. E soltanto dopo che il “preincaricato”, verificati i numeri in Parlamento, tornerà al Quirinale per sciogliere la riserva, Mattarella gli conferirà il mandato pieno. Niente salti nel buio. Nessun azzardo. Anche perché nel momento in cui il capo dello Stato spedirà un potenziale premier in Parlamento, il governo Gentiloni evaporerà. E se il presidente del Consiglio incaricato non dovesse ottenere la fiducia, il Quirinale si troverebbe senza la “ciambella di salvataggio” dell’attuale governo.

C’è solo da aggiungere che per Mattarella il ritorno alle urne è «un’extrema ratio». Da escludere che si rivada a votare a giugno, più probabile a ottobre (se non febbraio prossimo), con palazzo Chigi presidiato da Gentiloni. Sempre se il calo del Pd non fosse catastrofico. L’alternativa è un tecnico o un esponente del centrodestra. Ma con il Vietnam che si annuncia in Parlamento qualsiasi voto di fiducia si annuncia improbabile.

Elezioni, Vincono i 5 Stelle ma non c’è la maggioranza

Secondo le proiezioni elettorali si prefigura un terremoto elettorale con i 5 Stelle largamente al primo posto, anche se complessivamente vengono superati dal Centrodestra, mentre il Pd scivola verso il 19%, peggior risultato di sempre. Al momento, in attesa di contare i voti veri, sembra non ci siano maggioranze possibili, senza travasi di voti da uno schieramento all’altro
Di Maio

Già gli Exit poll davano i 5 Stelle largamente al primo posto grazie soprattutto a un forte sfondamento al Sud. Per la Rai la forchetta era tra tra il 29 e il 32%, mentre per Swg, società di fiducia de La 7 il divario era di poco inferiore, tra il 28,8 e il 30,8%. Ma man mano che uscivano le proiezioni si percepiva il senso di un vero terremoto politico, con la Swg che dava i grillini al 32,3%, il Pd al 18,9%, tallonato dalla Lega con il 17,5%, ben più avanti di Forza Italia al 14,5%

Sarebbero dunque cambiate le gerarchie nel centrodestra, nel quale la destra sarebbe ora ancora più forte, perché al risultato di Salvini si dovrebbe aggiungere quello di Fratelli d’Italia in chiave sovranista al 4,1%, mentre Noi con l’Italia, ossia quel che resta dell’Udc con un altri centristi varie starebbe all’1,1%. Ossia sul filo del raggiungimento del quorum minimo per i partiti collegati a una coalizione.

Per il Pd e per il suo segretario Matteo Renzi si profila un disastro elettorale. Non solo il partito avrebbe ottenuto il risultato più basso di sempre, ma il 25,4% che prese Bersani nel 2013 non si raggiungerebbe nemmeno sommando al voto dei democrat quello ottenutoa dagli scissionisti di Bersani, D’Alema & c, visto che Liberi e Uguali sarebbe di poco sopra il quorum fissato per chi si presenta da solo, con il 3,5%.

Sempre secondo le proiezioni Swg le altre tre liste collegate al Pd andrebbero sotto il quorum necessario per avere un gruppo, +Europa di Emma Bonino prenderebbe il 2,3%, ma i suoi voti (avendo superato l’1%), verrebbero recuperati dal Pd. Al contrario sarebbero dispersi quelli di Civica Popolare Lorenzin (0,6%) e Italia, Europa, Insieme (0,8%).

Diversi i numeri del consorzio Opinio, ma la sostanza politica cambia poco. Le proiezioni del team di sondagisti sul Senato danno M5S al 32,5%, il Pd al 19%, la Lega al 15,8%, Forza Italia al 14,5%, Liberi e Uguali al 3,6%, +Europa al 2,2%, Noi con l’Italia Udc all’1,2%, Civica Popolare Lorenzin 0,7%, Italia Europa Insieme 0,7%.

Secondo Opinio il Centrodestra sarebbe al 35,6%, e il Centrosinistra al 23 %. I 5 Stelle, da soli, come già detto al 32,5%. Se il risultato fosse davvero questo non ci sarebbero maggioranza possibili se non scomponendo e ricomponendo gli schieramenti. Senza aspettare i dati reali, intanto, i 5 Stelle rivendicano la vittoria e il ruolo di asse di un nuovo governo, dicendosi pronti a incontrare tutti.

“Se i dati saranno confermati, si tratterà di un trionfo del M5S, di una vera e propria apoteosi, che dimostra la bontà del nostro lavoro e dimostra che tutti quanti dovranno venire a parlare con noi, e questa sarà la prima volta”, ha detto infatti a caldo Alessandro Dibattista, aggiungendo: “E’ questa è la migliore garanzia di trasparenza del popolo italiano. Dovranno venire a parlare con noi usando i nostri metodi di correttezza, di trasparenza”.

Immediata la replica dell’ex capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato. “Se questi saranno i dati, noi staremo all’opposizione. Non c’è nessuna possibilità di un accordo con i 5 Stelle, non per scelta ideologica, ma perchè il loro programma prevede misure impossibili, come pagare uno stipendio a tutti anche se non lavorano”. Quel che è certo è che con questi risultati la permanenza stessa di Matteo Renzi alla guida del Pd è in discussione, nonostante lui a ridosso del voto aveva ribadito l’intenzione di rimanere in carica fino alla scadenza congressuale del 2021.

Chi tace, per ora, è Matteo Salvini. Parlano altri leghisti come Giancarlo Giorgetti, che ha esaltato il risultato del partito dicendo che la Lega parlerà prima con gli alleati. E sul significato di quel “prima”, si sprecano le interpretazioni, con i Democrat convinti che l’ipotesi di un accordo Lega-5 Stelle sia decisamente sul tavolo.

Antonio Satta Milano Finanza