Elezioni, larghe intese lontane. Lo scenario M5S-Lega

di Alberto Gentili Il Messagero
Il temuto e previsto pareggio è arrivato. E’ vero, in base alle proiezioni, hanno stravinto i Cinquestelle. Il centrodestra è la prima coalizione, ma con il bruciante sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia. Il Pd crolla, ben sotto il 20%. Però nessuno ha la maggioranza nel nuovo Parlamento. Nessun partito o coalizione ha i numeri per dare vita a un governo.

Può accadere di tutto. Potrebbe spaccarsi il centrodestra e saldarsi quella che Matteo Renzi ha chiamato «coalizione populista» tra Cinquestelle, Lega e Fratelli d’Italia. I numeri li hanno. Come non è molto distante dal traguardo il centrodestra al Senato: qui mancano pochi seggi a Matteo Salvini (ora è lui il pretendente premier) per agguantare la maggioranza che alla Camera invece non ha. 

Oppure, potrebbe affermarsi la formula caldeggiata da alcuni padri nobili del Pd e da Pierluigi Bersani: uno schieramento formato da Cinquestelle, Liberi e Uguali (Leu) e Partito democratico. Ma Renzi ha già scandito il suo veto e il Pd, nonostante la leadership traballi vistosamente, non ha una gran voglia di buttarsi tra le braccia grilline. Anzi.

Tra le formule possibili, non figurano invece le larghe intese tra Pd e Forza Italia. Quelle che avrebbero fatto la gioia dei mercati finanziari e delle cancellerie europee. Silvio Berlusconi e Renzi non hanno i numeri. Neppure insieme a +Europa di Emma Bonino e ai centristi vari. Per farcela, il segretario dem e il Cavaliere, dovrebbe ottenere il soccorso della Lega o di Leu: un epilogo che appare decisamente difficile. 

LE VARIE FORMULE
Visto il caos, considerata la probabile paralisi, potrebbe nascere un esecutivo istituzionale sotto l’ombrello del Quirinale. Sergio Mattarella non ama la formula “governo del presidente” che marcherebbe un protagonismo non in linea con l’approccio felpato del capo dello Stato. Ed è convinto che qualsiasi governo una volta ottenuta la fiducia diventa politico. Ciò non toglie che svolgendo il suo compito di «facilitatore» e di «impulso» per dare al Paese un esecutivo, la soluzione alla fine esca proprio dal Colle. Per un governo istituzionale, appunto. Oppure di “scopo”: in agenda soltanto una nuova legge elettorale e la manovra economica. O addirittura un governo della «non sfiducia»: un esecutivo di minoranza (accadde nel 1976 ad Andreotti che non ottenne la fiducia del Pci, ma neppure la sfiducia). Soluzione, quest’ultima eccessivamente fragile.

Si annunciano, insomma, giorni di psicodrammi e trattative. Più o meno segrete. Fino al 23 marzo, quando debutterà la diciottesima legislatura, i giochi saranno fatti interamente fuori dal Parlamento: quel giorno scatterà la formazione dei gruppi parlamentari e l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Solo allora Paolo Gentiloni si dimetterà. Ma in base a ciò che filtra dal Quirinale e da palazzo Chigi, in caso di forte incertezza il capo dello Stato respingerà le dimissioni del premier. Questo per avere un governo in carica, nel solco di una continuità che cerchi di tranquillizzare i mercati e gli alleati europei.

Una volta eletti i presidenti di Camera e Senato (per Montecitorio serve la maggioranza e dunque potrebbero passare giorni, se non settimane), Mattarella avvierà le consultazioni. La maggioranza che si sarà coagulata per la scelta dei presidenti potrà offrire qualche seria indicazione. Ma il lavoro vero di scouting sarà l’ascolto dei gruppi parlamentari che saliranno al Quirinale.

Il capo dello Stato affronterà le consultazioni a tutto campo, senza preclusioni. Ciò significa che nessun partito verrà considerato fuori dai giochi. Allo stesso tempo però, Mattarella avrà come faro la stabilità e il rispetto dei trattati internazionali. Obblighi europei in primis. Traduzione: non faciliterà la formazione di un «governo qualunque e comunque»: se i numeri lo consentiranno, la soluzione sarà un esecutivo fedele agli impegni europei. 

LA ROAD MAP DEL QUIRINALE
Un altro punto definito riguarda la questione dell’incarico a formare l’esecutivo. Di Maio ha sostenuto che dovrà essere dato al leader del primo partito, Berlusconi alla coalizione più votata. Ebbene, Mattarella si sottrarrà a questa gara: darà il “preincarico” (se mai avverrà) alla personalità che, in base agli impegni delle forze politiche, avrà concrete possibilità di avere una maggioranza. E soltanto dopo che il “preincaricato”, verificati i numeri in Parlamento, tornerà al Quirinale per sciogliere la riserva, Mattarella gli conferirà il mandato pieno. Niente salti nel buio. Nessun azzardo. Anche perché nel momento in cui il capo dello Stato spedirà un potenziale premier in Parlamento, il governo Gentiloni evaporerà. E se il presidente del Consiglio incaricato non dovesse ottenere la fiducia, il Quirinale si troverebbe senza la “ciambella di salvataggio” dell’attuale governo.

C’è solo da aggiungere che per Mattarella il ritorno alle urne è «un’extrema ratio». Da escludere che si rivada a votare a giugno, più probabile a ottobre (se non febbraio prossimo), con palazzo Chigi presidiato da Gentiloni. Sempre se il calo del Pd non fosse catastrofico. L’alternativa è un tecnico o un esponente del centrodestra. Ma con il Vietnam che si annuncia in Parlamento qualsiasi voto di fiducia si annuncia improbabile.