La pazza idea di Renzi: nuovo Nazareno con Salvini

OFCS REPORT – 06/03/2018

L’APERTURA AL PD HA UN DESTINATARIO PARTICOLARE, PRONTO A TORNARE ALLA RIBALTA SUCCEDENDO A BERLUSCONI.

E se la spaccatura nel Pd andasse oltre la contrapposizione tra renziani e non renziani ma avesse un retroscena molto più politico? Cominciamo dalla cronaca: il congelamento delle dimissioni del segretario del Pd, oltre che a permettergli di controllare, pro-quota, l’elezione dei Presidenti delle Camere e, pochi giorni dopo, determinare l’indirizzo dei colloqui che il Pd avrà col Capo dello Stato consentirà a Renzi anche di verificare la fattibilità di un’idea pazza ma che, ora dopo ora, comincia a circolare con insistenza tra i palazzi romani: il clamoroso sostegno ad un ipotetico governo Salvini, il tutto con il placet di Berlusconi, a corto di nomi per una successione degna del suo nome.

Non è un caso come, poche ore fa, il leader del Carroccio (e neo-senatore, proprio come il Matteo del Nazareno) abbia dichiarato la sua disponibilità ad accogliere, nella maggioranza, anche quei parlamentari eletti nel centro-sinistra. E l’identikit di queste nuove, fresche ed eventuali truppe chiamate alla riflessione è presto fatto: se l’area ulivista ed ex Ds del Pd, da sempre, e in modo aperto, guarda naturalmente al Movimento 5 stelle come interlocutrice naturale, vi sarebbe un’area, numeri alla mano maggioritaria, nei costituendi gruppi parlamentari, che in caso di show-down all’interno del Nazareno, sarebbe pronta a turarsi il naso e a partecipare alla formazione di una nuova maggioranza di mini-larghe intese a trazione leghista.

Del resto, riferiscono fonti ben informate, gli anti-renziani, già da ore, hanno avviato dei colloqui con Luigi Di Maio, anche lui protagonista, solo ieri, di un insolito appello al Pd. L’implosione elettorale di quello che solo tre anni fa era il partito di sinistra più votato della storia repubblicana si tramuterebbe, così, in un vero e proprio rassemblement che vedrebbe Matteo Renzi sbarcare clamorosamente a destra, col compito di riunire i moderati – e chissà – magari succedere a Silvio Berlusconi, proprio come il Cavaliere da tempo si augurava, in modo scherzoso ma non troppo. Questa operazione avrebbe, tra l’altro, un suo fondamento logico se è vero che, come riferiscono da più parti, l’orientamento di Mattarella sarebbe quello di incaricare fin da subito Salvini e, solo in caso di fallimento di questi, virare su Di Maio il quale, a quel punto, proverebbe a mettere in campo la stessa strategia, ma con gli ex bersaniani.

E piuttosto che favorire i suoi nemici interni (Orlando e Franceschini) ed esterni (Di Maio&Co) a Renzi, per continuare a rimanere centrista e, magari, sperare in un clamoroso ritorno alla ribalta, anche se in uno schieramento opposto, sarebbe auspicabile proprio questa opzione. Sarà vero? Non è dato a sapersi ma l’idea è in campo e, proprio come il segreto di Pulcinella, comincia a farsi strada senza smentite.

 

Gli italiani e l’inconsapevole voto contro l’austerity di Riccardo Tomassetti

Riccardo Tomassetti scenarieconomici.it – 06/03/2018


L’infografica che vedete sopra spiega molto bene il voto di domenica 4 marzo 2018, facendo emergere alcuni dati importantissimi.
La due cartine riportano a sinistra i collegi vinti dagli schieramenti politici (si riferisce ai risultati per la camera, per il senato la situazione è del tutto simile) e a destra, in quella che sembra una mappa del tutto speculare, la drammatica situazione occupazionale del nostro paese.

Soffermiamoci sulla mappa del voto, quella di sinistra. Il primo dato che balza agli occhi è che il nostro paese è letteralmente diviso in due: Nord blu-centrodestra e Sud giallo-M5S, con qualche macchietta rossa soprattutto nella zona tosco-emiliana. In sintesi il centro sinistra ha ottenuto un risultato soddisfacente solo in alcune (poche) roccaforti storiche. Dell’altra forza sinistroide che ha superato lo sbarramento del 3%, LEU il partito di D’Alema, Bersani, Boldrini e Grasso, non v’è traccia sulla cartina. PaP e PCI non pervenuti neanche nel proporzionale.

La prima conclusione a cui possiamo giungere è che IL VOTO DEL 4 MARZO HA SANCITO L’ABBANDONO DELLA SINISTRA DA PARTE DEL POPOLO.
Per trovare i perché di questa débâcle bisogna partire da molto lontano, almeno dal 12 novembre 2011, giorno del golpe architettato da BCE-UE ai danni di Silvio Berlusconi. Da quella data in poi, eccezion fatta per Monti che comunque è stato appoggiato per non dire osannato dal centro sinistra, i governi Letta, Renzi e Gentiloni portano il marchio di fabbrica del PD. Ebbene, 6 anni di mandati tra Monti e centro sinistra hanno prodotto per il Bel Paese solo inciuci politici della peggior specie e una sottomissione totale ai diktat europei che ha portato alle stelle la pressione fiscale, ci ha regalato il pareggio di bilancio in Costituzione, l’abolizione dell’articolo 18, nonché una pessima gestione dei problemi scaturiti dall’immigrazione. Senza contare il tentativo, fortunatamente fallito, di distruzione della Costituzione (la più bella del mondo, vero Benigni, tu che sponsorizzi Renzi?).

D’altronde diversi esponenti piddini hanno espresso sui vari social di aver agito, in questi anni, nell’interesse dell’unione europea anzichè dei cittadini italiani. Cosa ci si poteva aspettare dunque? Aggiungeteci poi la demenziale campagna elettorale giocata sui temi dell’antifascismo e otterrete l’irrisorio risultato elettorale.
Ciaooooooooooone!

GLI ITALIANI HANNO SCELTO LEGA AL NORD E M5S AL SUD
Dunque, gli italiani si affrancano dalla sinistra premiando le uniche due forze politiche che hanno impostato la propria campagna politica su temi cari alla popolazione. La Lega, supportata dal mondo imprenditoriale rappresentato da Silvio Berlusconi e con la flax tax che promette una minore pressione fiscale per le classi medie, si porta a casa tutto il nord del paese. Schierandosi poi contro l’immigrazione, aggiunge alla sua ricetta vincente l’ingrediente che mancava per conquistare quei cittadini stufi di una gestione disastrosa dei flussi migratori.
Pensiamo, per esempio al collegio di Macerata teatro di due degli episodi più drammatici dell’ultimo periodo, dove la compagine di Salvini passa dallo 0,6% al 21%. Caso a dir poco emblematico.

Il M5S, dal canto suo, centra in pieno l’obiettivo “SUD Italia grazie” a due fattori fondamentali.
In primo luogo il fatto di non aver ancora mai governato (ovvero non aver fatto ancora troppi danni) pone automaticamente il partito della Casaleggio Associati nelle condizioni di far man bassa di tutti quei voti di protesta nei confronti della classe politica dirigente ai quali si aggiunge la moltitudine degli illusi dal reddito di cittadinanza.
E’ sufficiente confrontare la mappa del voto con quella della disoccupazione per rendersi conto di quanta correlazione ci sia tra i due dati.
Poco importa se il provvedimento pubblicizzato da Di Maio e Co. sia tecnicamente impossibile da realizzare osservando i vincoli europei o peggio ancora contrario al principio cardine della Costituzione che vede il nostro paese fondato sul lavoro e non sulla nullafacenza. Alla Casaleggio associati sono campioni di marketing.

Una nota sul tema occupazionale: quando si parla di lavoro, cavallo di battaglia storico della sinistra, la stessa risulta non pervenuta. Semplicemente Incredibile.

IN CONCLUSIONE
QUELLO DEL 4 MARZO ALTRO NON E’ SE NON UN VOTO, PURTROPPO INCONSAPEVOLE, CONTRO LE POLITICHE EUROPEE
La drammatica situazione in cui versa il nostro paese, quando parliamo di disoccupazione e pressione fiscale, è il risultato dell’austerity imposta dai folli vincoli europei di bilancio e di tutto un sistema che privilegia rentiers finanziari e mercantilismo tedesco a discapito dei cittadini. Il centro sinistra in questi anni ha dato dimostrazione di come calarsi le braghe di fronte ai tecnocrati europei e ripetere “ci vuole più Europa” ha solo peggiorato la situazione non apportando alcun beneficio all’economia nazionale.
Quello che non si capisce (o forse si capisce benissimo, perché a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina come si suol dire) è il motivo per cui la sinistra non abbia mai messo in discussione il funzionamento di un sistema, quello europeo, che ha devastato il tessuto sociale ed industriale del nostro paese e che, documenti alla mano, viola palesemente i dettami della nostra Costituzione. Non che le altre forze politiche l’abbiano fatto in modo chiaro, coerente ed efficace, ma è evidente come il centro sinistra si sia schierato in modo compatto a difesa delle politiche di austerità fregandosene completamente dei danni che le stesse hanno inflitto ai cittadini italiani (e non).
Il ritornello del “più Europa”, rilanciato anche dalla Bonino dell’ultima campagna elettorale, sembra avere la priorità su tutto il resto, sulla disperazione di migliaia di famiglie che attendono la ricostruzione delle zone terremotate, sulla moltitudine di giovani e padri di famiglia che drammaticamente sono alla ricerca di un reddito e finanche sulle migliaia di povere anime che sbarcano nei nostri lidi quando riescono a salvarsi da morte certa in mezzo al mare.

 

E si, perché l’ondata di manifestazioni razziste e intolleranti è figlia proprio dell’impossibilità nel gestire prima di tutto economicamente la situazione, dell’impossibilità di assicurare un reddito dignitoso al popolo che ospita e un’accoglienza altrettanto dignitosa per chi viene ospitato.
Nessuno merita di essere disoccupato e di arrancare per arrivare a fine mese né di passare anni della sua vita in centro di accoglienza dove uomini e donne sono ammassati come animali da macello. Uno Stato civile dovrebbe essere in grado di prendersi cura degli uni quanto degli altri.
Se i motivi di tale disastro sono chiari a chi fa dell’analisi politico-economica la propria passione o quantomeno il proprio interesse principale, lo stesso non si può dire per la maggioranza dei cittadini italiani che sembrano non essere in grado di carpire certi input. Allo stato attuale l’elettorato medio non è in grado di fare analisi approfondite di quanto avviene nello scenario politico e si fa abbindolare, senza possibilità di critica, da certi slogan che meriterebbero la rottamazione immediata insieme a coloro che ancora li propinano. In questo senso il voto degli italiani è stato unicamente un voto “di pancia”, il voto di un popolo portato all’esasperazione.

Sarebbe invece ora che i cittadini cominciassero ad interessarsi e capire che chi ancora ci racconta il mito dell’Italia spendacciona e del debito pubblico troppo alto che va ripagato è un bugiardo o quantomeno un incompetente. Non esistono Stati al mondo che fanno la corsa per ripagare il proprio debito, semplicemente perché non ha senso parlare di debito pubblico ripagato! Sarebbe ora che si cominciasse a capire che il nostro paese ha bisogno, al contrario, di un aumento della spesa pubblica che permetta di investire in sanità, ricerca, sviluppo, istruzione. E’ ora che lo Stato torni ad avere quella funzione per cui è stato creato, intervenendo pesantemente nell’economia con un’azione anti-ciclica che faccia rifiorire l’economia interna, sostenendo le imprese e i cittadini anziché lasciarli sprofondare in una crisi senza fine. Chi vi parla di tagli alla spesa vuole portarvi al macello! Basta credere a questa gente!

Che la smetta il popolo italiano anche di ascoltare chi sposta l’attenzione sui ladri di polli della corruzione vaneggiando un mito dell’onestà che, tra l’altro, dimostra di non possedere. Il problema si trova altrove signori, si provi a spostare lo sguardo verso di Bruxelles, nei meandri dell’Eurotower di Francoforte e nella City di Londra dove i vostri leader vanno ad inginocchiarsi. Tutti.

Al popolo italiano serve una rivoluzione culturale che sottragga l’attenzione dalle questioni finanziarie e riporti al centro dell’attenzione il cittadino, il padre di famiglia, le mamma, il pensionato, l’operaio e l’imprenditore. Sarebbe ora che lo Stato rendesse immediatamente disponibili tutti i miliardi che servono per ricostruire le case devastate dai terremoti e restituire a chi ha perso tutto una vita dignitosa.
E chi se ne frega se qualcuno a Bruxelles storcerà il naso, a “morire per Maastricht” mandiamoci Letta e tutti quelli che inneggiano al +Europa.

SARA’ QUEL CHE SARAS – EREDE CERCASI PER LA RAFFINERIA DI SARROCH ALTRIMENTI SARÀ VENDUTA – I MORATTI AVEVANO CERCATO DI CEDERLA GIA’ NEL 2013. ORA, DOPO LA SCOMPARSA DI GIAN MARCO, L’IPOTESI SI RIPROPONE A MENO CHE TRA I NIPOTI DI ANGELO NON EMERGA CHI VOGLIA CONTINUARE IL BUSINESS

http://www.dagospia.com – 06/03/2018

gian marco e massimo morattiGIAN MARCO E MASSIMO MORATTI

Luca Pagni per “Affari & Finanza – la Repubblica”

 

Per Gian Marco Moratti era rimasto l’ ultimo cruccio della sua lunga attività di imprenditore: la quotazione in Borsa di Saras, operazione che si è rivelata un ottimo affare per la famiglia, ma un pessimo investimento per chi aveva creduto nei titoli di una società storica della buona borghesia milanese nonché nel buon nome della famiglia. Sbarcate a Piazza Affari con una quotazione d’ esordio a 6 euro, le azioni Saras in più di dieci anni di listino non hanno mai più rivisto quel prezzo.

 

E ancora oggi – che pure si sono riprese dai minimi storici – viaggiano sotto i 2 euro. Eppure, anche nell’ ultimo periodo della lunga malattia che lo ha portato via a 81 anni, il più anziano dei Moratti avrebbe voluto mettere a posto questa faccenda, così come aveva rilanciato l’ attività industriale e provveduto assieme al fratello Massimo a preparare la Saras per il passaggio generazionale. Anche cercando un possibile acquirente.

STABILIMENTO SARASSTABILIMENTO SARAS

 

Del resto, Gian Marco e Massimo Moratti, i due figli del fondatore Angelo che hanno ereditato il ruolo di amministratori della società, si erano fidati di quanto avevano loro suggerito tre banche d’ affari di primo livello, Jp Morgan, Morgan Stanley e l’ italiana Caboto (ora Banca Imi, controllata da Intesa Sanpaolo). Il fatto è che quel 33,4% del capitale andato in Borsa era stato per lo più acquistato da piccoli risparmiatori, mentre i grandi investitori avevano cominciato a vendere fin dal debutto. Com’ era andata quell’ operazione, ai due fratelli non era mai andata giù. La consideravano una macchia da cancellare.

 

Perché per tutto il resto hanno fatto praticamente percorso netto. Hanno ereditato un piccolo impero che gravita attorno alla mega raffineria di Sarroch: una sorta di città fatta di cisterne, tubi e impianti chimici a metà strada tra Cagliari e la spiaggia dei fenicotteri di Chia. Il padre Angelo aveva cavalcato l’ industrializzazione dell’ Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale; i figli hanno trasformato l’ impianto sardo in una delle raffinerie più grandi d’ Europa, forse la migliore nella lavorazione del greggio pesante per la produzione di gasolio. Le ultime opere di ammodernamento – finanziate anche grazie a una generosa politica governativa di incentivi che ha assimilato il recupero degli olii post raffinazione ad attività rinnovabile – l’ hanno reso uno degli impianti più avanzati a livello continentale.

 

Tanto da restare competitivo in un mercato sempre più agguerrito, dove a livello mondiale primeggiano le raffinerie asiatiche, forti delle dimensioni, della domanda crescente da parte delle economie emergenti e di un costo del lavoro che per anni è stato nettamente più basso. Così, mentre nel resto d’ Europa gli impianti vanno in pensione perché non più redditizi, Sarroch è ancora sulla breccia. E ora punta al nuovo business del gasolio per il trasporto marino, visto che dalla Ue verrà messo fuori legge l’ olio combustibile.

gian marco e massimo morattiGIAN MARCO E MASSIMO MORATTI

 

Eppure quattro anni fa, i Moratti si erano mossi per prepararsi a un eventuale addio. Per seguire, magari, l’ esempio della concorrente Erg dei Garrone: poco prima della grande crisi del 2009 la famiglia ligure era riuscita a cedere al gruppo russo Lukoil l’ impianto di Priolo, in Sicilia. E investire tutto in una conversione a 180 gradi: dal petrolio alle rinnovabili, fino a diventare il numero uno in Italia nell’ eolico.

 

Prima di puntare su nuovi investimenti, però, i Moratti dovrebbero vendere. In qualche modo, nel 2013 si erano preparati. Prima la riorganizzazione della catena di controllo di Saras: il 50% circa sotto il controllo della famiglia è stato esattamente diviso a metà, da un lato il 25 in mano all’ accomandita Gianmarco Moratti Sapa e l’ altro 25 alla gemella Massimo Moratti Sapa. In entrambe le accomandite, poi, i due figli maschi di ciascun fratello hanno avuto partecipazioni pari al 50% delle quote.

Massimo MorattiMASSIMO MORATTI

 

Sempre nel 2013 i Moratti avevano trovato anche un partner, anche in questo caso russo, il gigante petrolifero Rosneft, che aveva rilevato il 21% di Saras e aveva fatto pensare a molti di successivi accordi per salire in maggioranza. Ma nel gennaio dell’ anno scorso, in seguito alle restrizioni legate alle sanzioni internazionali, i russi hanno preferito monetizzare, uscendo con una plusvalenza di 80 milioni.

 

raffineria saras dei morattiRAFFINERIA SARAS DEI MORATTI

Da allora, qualche banca d’ affari si è fatta avanti, perché l’ asset è considerato strategico, i lavori di ammodernamento continuano (l’ ultimo riguarda la digitalizzazione). Con la scomparsa di Gian Marco, ora il tema della successione si riproporrà, a meno che tra i nipoti di Angelo non emerga chi voglia proseguire anche nella terza generazione.

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Chi sono gli artefici della vittoria dei 5S e di Salvini? Floris, La7 e La Repubblica

Pietro De Sarlo scenarieconomici.it 06/03/2018

Quello che mi ha più sorpreso di queste elezioni è stata l’incapacità dei giornalisti di comprendere gli umori della società italiana. Nel corso di tutta la campagna elettorale la gran parte di questi, più che informare, indottrinavano.
A titolo di esempio la trasmissione di Floris che a ogni puntata intervistava, facendo sempre le stesse domande e ottenendo sempre le stesse risposte, a fasi alterne Fornero, Monti e Cottarelli. Il risultato è stato quello di rendere evidente, anche ai più bendisposti, che questi “espertoni” non avevano nessuna idea per risollevare le sorti del Paese se non quella dei sacrifici e delle lacrime e sangue … degli altri, si intende! Forse Floris, almeno una volta ogni decennio, dovrebbe chiedersi perché chi si ritiene di sinistra deve votare per un partito che da trenta anni fa politiche di destra.
Altro esempio La Repubblica, che si è messa alla guida dei renziani a oltranza sottolineando ogni errore della sindaca di Roma e i pericoli del fascismo alle porte con una nuova marcia su Roma ormai imminente. Per carità, cosa lodevole incalzare e evidenziare le manchevolezze di un sindaco o la progressione dei consensi di Casapound , ma quando poi si supera il segno e la misura le persone si rendono contro che non di informazione si tratta ma di goffi tentativi di manipolazione e propaganda e non ti seguono più. Quanti voti ha preso Casapound, nonostante la pubblicità di La Repubblica e company? Una fluttuazione statistica! A proposito di antifascismo, ma una parolina su questa Europa che tollera un governo, quello polacco, che rimuove per legge le responsabilità sull’olocausto del proprio popolo? Così, giusto per tentare di essere minimamente credibili! Così sempre per essere più credibili, oltre alla dovuta solidarietà urlata ogni tre per due al giornalista vittima della testata di Spada, due paroline, oltre a quelle d’ufficio, di indignazione per il giornalista menato dai seguaci di De Luca?
Arrivano quindi le elezioni e intellettuali e commentatori non sanno più che pesci prendere.
I più beceri si rifugiano nella antropologia, spolverano vecchie e nuove cartine d’Italia, sovrappongono quella dell’Italia preunitaria, quella del referendum monarchia – repubblica e la mappa del voto attuale. Si cimentano quindi in quello che potremmo definire un nuovo e ardito mestiere: la sociocartografia storica.
Cosa dicono questi nuovi mestieranti? Al nord si è capito il salvifico messaggio di un signore con segni evidenti di demenza senile, e le altrettante salvifiche promesse di Salvini di ridare lustro al vecchio mestiere del pensionato, oltre che fermare i migranti sul bagnasciuga, mentre al sud assistenzialista è piaciuto da morire il messaggio dei 5S: stipendi a tutti senza lavorare. Ma il fatto che fino a due giorni fa Salvini urlasse Forza Etna e Ammazza un terrone risparmia un milione per loro non rileva? Si sperava che queste sacrosante verità i terroni le avessero finalmente comprese, apprezzate e fatte proprie? Conclusione di questi illuminatori di verità nascoste? Secessione, o almeno federalismo fiscale, o padroni a casa nostra e cara grazia che qualcuno non rispolveri la vecchia cara ampolla con l’acqua del dio Po. Questi terroni sono sempre più incorreggibili e sono la sciagura dell’Italia!
Grazie a Dio qualche votarello al sud lo ha preso anche Salvini, quel tanto che basta a fargli pretendere la leadership del centro destra, e quindi cari nostalgici del dio Po anche questa volta addio sogni di gloria! O la leadership nazionale o la secessione: decidetevi e piantatela di rompere i cabasissi!
Sociocartografi di tutto il mondo uniti mi spiace, ripiegate le vostre cartine e conservatele per una più nobile causa, nel frattempo studiate la storia.
Quello che è successo invece è che l’Italia tutta, dal Cenisio alla balza di Scilla, ha ritenuto che Renzi non fosse più votabili e per molte buone ragioni.
Alcune riguardano specialmente il sud.
Perché un lucano avrebbe dovuto votare per il PD di Renzi che in piena crisi ambientale prodotta dal suo amico Descalzi li insultava dicendo chi se ne frega del voto dei lucani e dei loro quattro comitatini? Perché un campano doveva votare chi gli diceva di turarsi il naso per far eleggere il figlio di De Lucae quell’altro specializzato in fritturine? Le inchieste di Fanpage hanno reso evidenti, non solo ai campani ma in tutto il sud, il malgoverno che il PD nel corso degli ultimi 20 anni ha fatto nelle regioni del sud dove ha governato.
Tutti si sono stupiti della mancata elezione in Lucania di Gianni Pittella, che è addirittura arrivato terzo dopo due carneadi della politica. Ma come, il vice presidente del parlamento europeo? La Lucania contro l’Europa? Ma andiamo!
Se La Repubblica, e tutti gli altri giornalisti avessero fatto un minimo di inchiesta sullo stile feudale con cui Marcello Pittella, fratello di Gianni, amministra la regione; su come prima di lui l’ha amministrata Vito De Filippo e prima di lui Filippo Bubbico; sull’operato di Roberto Speranza quando era segretario regionale del PD, ci sarebbe stato sì stupore, ma solo per la pazienza dei lucani che hanno sopportato questo partito per tanti lustri e che ha reso la Lucania una tra le terre più povere d’Europa. Mica male per una regione che è il baricentro fisico del sud ed è ricca di petrolio, sole, acqua, bellezza naturali, storiche culturali e paesaggistiche oltre che di Fondi Europei per lo Sviluppo lasciati a marcire per la quasi totalità nel cassetto, salvo che per i pochi spiccioli spesi per alimentare misere clientele con lo stesso piglio dei baroni feudali.
Dovevano forse votare per Forza Italia ed essere entusiasti per i continui travasi tra Pd e Forza Italia nelle candidature (Benedetto e Viceconte) che hanno reso evidente l’attovagliamento spartitorio con cui hanno amministrato il sud negli ultimi 20 anni? Vogliamo parlare di Giacomo Mancini junior in Calabria?
Ma veramente a La Repubblica, e dintorni, pensavate che attaccare Virginia Raggi, che almeno parla un inglese impeccabile, potesse far preferire ai 5S Gianni Pittella, che dopo milioni di anni a Bruxelles non riesce, al pari di Renzi e Alfano, a spiccicare due parole intellegibili in inglese? Veramente pensavate che attaccare 5S per gli errori fatti nelle candidature potesse nascondere lo scempio fatto con Casini, Viceconte, De Luca, Boschi e tanti altri in tanti collegi d’Italia? Vogliamo parlare di Francesca Barra?
Secondo La Repubblica l’esternazione di Scalfari non ha lasciato un segno profondamente devastante nel potenziale elettorato del PD?
Tutta la campagna fatta dalla intellighenzia giornalistica e no ha solo fatto vedere più che la pagliuzza nell’occhio dei 5S la trave in quelli di Renzi, Monti, Fornero, Cottarelli e dell’intero ceto intellettuale italiano. Non è che i congiuntivi della ministra Fedeli fossero meno imbarazzanti di quelli Di Maio, ma almeno quest’ultimo non ha barato sul proprio curriculum di studi.
E al Nord?
Mentre il Sud non ha più nulla da perdere il nord è dominato ormai da 30 anni a questa parte dalla paura. Dalla paura di perdere il benessere conquistato. In modo confuso e indistinto le minacce a questo benessere sono a volte individuate nella globalizzazione, altre al peso del sud la cui economia non riesce a decollare e ultimamente agli immigrati. È un’area in cui la popolazione sta invecchiando e in cui tutte le incertezza sulla previdenza pesano, eccome! E a differenza del sud qua le pensioni sono altine. Ogni volta che Floris intervista la Fornero a tutti questi viene in mente che le sua lacrime diventano presto le loro. Ma a lei una volta asciugate pace, a loro restano. Floris e la Fornero, a torto o ragione, fanno parte nell’immaginario collettivo delle truppe laiche di sostegno al PD. Il risultato è stato di spaventare ancora di più, aggiungendo carne al fuoco di una politica economica renziana già poco rassicurante. Il Job Act, letto come precarizzazione del modo del lavoro e come la volontà di distruggere le rappresentanza dei lavoratori. Il sindacato doveva poi mobilitarsi a sostegno di questo PD? Vogliamo parlare degli sconquassi della buona scuola con il preside manager portatore di poteri discrezionali e incontrollati. Quanti hanno letto questa riforma come un nuovo modo per fare clientela? O delle crisi bancarie che da un problema generato da banche amiche al PD, Monte Paschi o Banca Etruria, o di imprenditori sempre di area, Zonin, hanno messo in discussione i depositi di tante persone e la certezza dei risparmi di tutti. Complimenti ai geniacci europei che hanno inventato il bail in! Come si fa ad amare una Europa così stupida da far pagare ai correntisti e ai risparmiatori le crisi delle banche, dimenticando che si tratta di un settore soggetto a vigilanza?
È legittimo che a qualche elettore sia venuto il sospetto che la candidatura di Casini fosse dovuta a come questo ha condotto la commissione sulle banche?
Alla paura il nord ha sempre risposto chiudendosi e trovando sicurezza nella cultura del localismo, dai dazi di Tremonti ai referendum autonomisti facendo perdere tempo al Paese e deconcentrandolo in polemiche stupide nord – sud perdendo così di vista il fatto che la globalizzazione rappresenta invece una enorme opportunità, per il sud e per l’Italia tutta, facendo un pugno di infrastrutture utili alla apertura di nuove vie di commercio con la Cina e l’estremo oriente. Nessun giornalista in campagna elettorale ha detto una parola su come questo PD, nella declinazione nazionale e locale, lucana-pugliese, abbia perso gli investimenti colossali dei cinesi per la realizzazione delle nuove vie della seta. Una cosa per loro poco importante ma in grado di cambiare l’economia del sud.
Salvini ha tentato una risposta diversa al malessere del nord proteggendo innanzi tutto le pensioni e rassicurando sull’immigrazione, ha quindi spostato il tiro tentando così la leadership nazionale: operazione direi riuscita. C’è da meravigliarsi che Gori perda malamente? A dicembre 2016 sosteneva il referendum centralista, neanche passa un anno e sostiene il referendum autonomista. Ma cari figlioli del PD, la decenza sapete cosa è?
Dove ha vinto Renzi?
In poche felici enclave dove si sta bene e la paura è più contenuta. Una ridotta geografica, Milano e poco più, e culturale, La Repubblica e La7 solo per semplificare, che rifiuta di capire il Paese, di produrre soluzioni credibili, soprattutto utili, e che se la prende con il resto del Paese che giudica stupido, ignorante e poco moderno. Di La7 e La Repubblica chi se ne frega, peccato però che il ceto dirigente milanese rifiuti di capire il resto del Paese e conseguentemente di prenderne la guida.
Soluzioni di governo
Piaccia o meno ma la possibilità di fare un governo passa comunque dal PD. Per meglio dire, e Renzi si sta dando da fare in tal senso, da una sua spaccatura.
La prima possibilità è che i 5S convincano una parte, maggioritaria, del PD a sostenere un loro governo. Numeri alla mano operazione molto difficile anche perché negli eletti dei 5S ci sono una decina di Caiata che al pronti via sono già espulsi e nel gruppo misto.
La seconda è che i tanti Casini e Bonino, fatti eleggere da Renzi, insieme agli eletti e già espulsi dei 5S, confluiscano in una formazione di appoggio al centrodestra rendendo ancora una volta il Giaguaro, anche se un po’ stonatello, centrale nella politica italiana.
Guardando i numeri mi sembra l’ipotesi più probabile.
Grazie Renzi! Grazie La Repubblica! Grazie Floris!

‘Sì all’euro, giù il debito pubblico, più lavoro’. I consigli di Messina (Intesa Sanpaolo) per il nuovo governo di M5s e Lega

L’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier (a sinistra) e l’ad di Intesa sanpaolo, Carlo Messina alla Scala di milano, alla prima di “Madame Butterfly”, dicembre 2016 – foto di GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

“Ci manca solo che le banche siano considerate il punto diabolico dell’economia italiana!”. Con questo parole, intervenendo al XXI Congresso nazionale del sindacato bancario della Fabi, il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha voluto respingere le critiche all’istituzione banca in sé. Critiche che non sono certo mancate in una campagna elettorale più che mai movimentata, in cui la crisi bancaria, fino alla fine del 2017, è spesso stata cavalcata per incolpare il governo di Paolo Gentiloni di non essere stato in grado di gestirla al meglio.

 

26/01/2017 Torino, celebrazioni per i dieci anni di sodalizio tra Banca Intesa e Banca Sanpaolo, nella foto Carlo Messina – Giulio Lapone Sync / AGF

 

Dopo i lavori della commissione banche, terminati a dicembre, poi, la brusca inversione di rotta: la questione bancaria è per lo più scomparsa dalla campagna elettorale. “Parlare di banche – ha fatto notare Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi – è come parlare di appestati. Tutti in campagna elettorale hanno paura di sporcarsi le mani. E così spesso i problemi non vengono risolti o vengono rinviati”.

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“In Intesa – ha detto Messina – lavorano 100 mila persone, cui corrispondono 100 mila famiglie. Si può parlare in alcuni casi di mala gestio (cattiva gestione, ndr) se non addirittura di delinquenza, ma ci manca solo che le banche siano accusate di essere il punto diabolico dell’economia!”.

In attesa di capire da chi sarà formato il nuovo esecutivo dopo il voto del 4 marzo che ha consegnato la vittoria al Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio e alla Lega di Matteo Salvini e soprattutto in attesa di capire quale sarà l’approccio alla questione degli istituti di credito, ancora di là dall’essere completamente risolta, i banchieri italiani hanno approfittato del Congresso della Fabi per fare sentire la propria voce.

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Messina, per esempio, ha fornito la propria ricetta per il governo che verrà: “Il nostro paese dal punto di vista del risparmio è tra i più robusti di Europa: si contano 6 trilioni (6 mila miliardi, ndr) di risparmi in mano alle famiglie italiane. Chiunque prenderà in mano il governo potrà contare su elementi forti come questo. Dopodiché, mi chiedete cosa deve fare il nuovo governo? Innanzi tutto evitare qualsiasi riferimento a un’uscita dall’euro, perché chi lo fa mette il paese a rischio rispetto ai mercati finanziari internazionali. Inoltre, deve affrontare il nodo del debito pubblico (qui la ricetta indicata a suo tempo dall’ad di Intesa) e lavorare per recuperare sul fronte dell’occupazione”.

MILANO, 3 agosto 2017, CONFERENZA STAMPA UNICREDIT PRESENTAZIONE RISULTATI SEMESTRALI, L’AD JEAN PIERRE MUSTIER CON IL PELUCHE ELKETTE – FOTO DI Sara Minelli – Imagoeconomica

Il numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier, ha preferito tenersi un passo indietro rispetto alle vicende politiche italiane. “Dobbiamo restare assolutamente apolitici – ha detto – perché per fare banca non bisogna avere opinioni politiche. Ascoltiamo e incontriamo tutte le forze politiche, è il nostro lavoro, ma non do indicazioni, perché dobbiamo restare asettici”.

Più in generale, Mustier ha spiegato che, a livello regolamentare, “si deve consentire alle banche di fare bene il proprio lavoro”. Per il sistema bancario italiano in particolare “non ci sono più rischi sistemici, ma rischi legati alla sottocapitalizzazione e al nodo dei crediti deteriorati.Bisogna parlare bene del paese e delle banche. Le banche in Italia sono importanti per favorire lo sviluppo più che in altri paesi”.

Roma 23/11/2017, audizione in commissione di inchiesta sul sistema bancario dei vertici del Monte dei Paschi di Siena. Nella foto Marco Morelli, ad – Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Quello che è chiamato in causa in maniera più diretta con l’imminente cambio di guardia a Palazzo Chigi è l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Marco Morelli, perché con la complessa operazione di ricapitalizzazione preventiva completata nel 2017 il Tesoro è diventato azionista di controllo del gruppo con una partecipazione di oltre il 68 per cento.

Leggi anche: Mps, la difesa di Morelli in Commissione banche: ‘Nel 2009 mi sono dimesso in disaccordo con Antonveneta e Fresh’

“Il cambio di governo – ha detto Morelli – e del ministro dell’Economia non ha un impatto su quel che dobbiamo fare. Ci sarà un nuovo interlocutore per la banca, ma il percorso è tracciato. Lavoriamo giorno e notte per portare avanti un piano non semplice. Il Monte ha delle proprie criticità rispetto alle altre banche; un anno in Mps è come sette in un’altra banca. Probabilmente siamo usciti dalla chirurgia d’urgenza, ma ora dobbiamo tornare a camminare. Ora dobbiamo concentraci sul presidio e sull’attività commerciale. In questo anno e mezzo di lavoro – ha aggiunto Morelli riferendosi al primo azionista Tesoro – non ho mai ricevuto una telefonata”. Si vedrà se il nuovo governo preferirà cambiare approccio.

Stress test, banche italiane ancora discriminate

Stefano Neri finanzareport.it – 06/03/2018

La denuncia di Messina (Intesa Sp): trascurato il rischio rappresentato dai titoli illiquidi a tutto vantaggio degli istituti francesi e tedeschi, l’Italia se ne faccia portavoce a livello di sistema.

 
 

Le banche italiane potrebbero partire ancora una volta svantaggiate in occasione della tornata di stress test europei in programma quest’anno. Gli istituti tricolori in particolare sarebbero penalizzati da regole che additano come rischiosi gli stock di crediti deteriorati, ma chiudono un occhio su altri attivi potenzialmente tossici, all’insegna insomma dei “due pesi, due misure” a vantaggio del blocco franco-tedesco. 

A lanciare l’accusa è il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che in un intervento al Congresso della Fabi in corso a Roma non ha usato giri di parole. “Guardate la metodologia degli stress test, io la sto studiando e gli impatti dei level 2 e level 3 (titoli illiquidi a rischio più elevato, ndr) sono marginali”, ha detto Messina. Le banche commerciali come quelle italiane che “danno sostegno all’economia reale saranno penalizzate rispetto a quelle con strumenti finanziari più complessi”. 

Il Ceo ha rilevato come Intesa Sanpaolo sia “trattata alla stesso modo” delle rivali tedesche e francesi ma “a livello di sistema paese” occorrerebbe dare maggiore enfasi a questi strumenti rispetto agli Npl che “sono visti come elemento di debolezza, assieme al debito, del nostro paese” e come fattori ostativi all’unione bancaria. “Dico quindi io che, prima di mettere a fattore comune le nostre risorse, occorre fare una due diligence su questi titoli level 2 e 3”. Tali titoli “nei bilanci delle banche sono solo pezzi di carta” e nulla a che vedere con i crediti deteriorati che sono attività fisiche con un prezzo reale. 

Del resto non è la prima volta che il famoso banchiere punta il dito contro i favoritismi di cui godrebbero a livello europeo le banche francesi e soprattutto tedesche. E gli stessi stress test hanno perso credibilità agli occhi del mercato quando hanno “promosso” istituti poi rivelatisi sotto capitalizzati (Deutsche Bank è uno dei casi più eclatanti). 

Lo stress test, che ha cadenza biennale, è giunto alla sua quinta edizione e coinvolge quest’anno 48 istituti dell’Eurozona, di cui 4 italiani: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi Banca

Lo scopo dell’esercizio, condotto dall’Eba (European Banking Authority), è misurare la capacità di resistenza del capitale di vigilanza – sotto forma di Cet1 – a uno scenario di shock.

A sua volta la Bce esaminerà 37 banche dell’area euro nell’ambito degli stress test condotti dall’autorità bancaria europea e condurrà in parallelo i suoi test sul totale delle 119 banche vigilate direttamente e non dalle autorità nazionali. I risultati saranno utilizzati per calcolare le necessità individuali di capitale (Pillar 2) nel contesto della valutazione Srep condotta banca per banca da Francoforte, oltre a supportare la supervisione macroprudenziale. Recentemente Danièle Nouy, responsabile della Vigilanza Bce, ha ribadito che la sorveglianza deciderà “caso per caso” se chiedere l’accantonamento di ulteriore capitale alle banche che non abbiano superato gli stress test. 

LA STANZA DEI BOTTONI – ROMA BLASONATA IN FESTA PER IL CEO DI BLACKSTONE, STEPHEN SCHWARZMAN, SOCIO DI VERSACE E SPONSOR DELLA MOSTRA SUGLI ABITI TALARI AL MOMA DI NEW YORK. TRA GLI OSPITI, ANNA WINTOUR, DONATELLA VERSACE, ALESSANDRO MICHELE, PIERPAOLO PICCIOLI – IN TEXAS GLI STATI GENERALI DELL’ENERGIA (E PER L’ITALIA C’E’ SNAM)

http://www.dagospia.com del 06/03/2018

Wu Xiaohui di Anbang con Stephen Schwarzman di BlackstoneWU XIAOHUI DI ANBANG CON STEPHEN SCHWARZMAN DI BLACKSTONE

Carlo Cinelli e Federico De Rosa per “l’Economia – il Corriere della Sera”

 

È stata una toccata e fuga romana. Occasione: la presentazione dell’ inedita mostra «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination», che sarà allestita al Metropolitan di New York con abiti di alta moda, vesti talari e paramenti ecclesiastici, ma anche capolavori della sacrestia della Cappella Sistina, molti dei quali mai usciti dalle sedi vaticane.

 

Lo sponsor è il colosso dei fondi Blackstone e per presentare l’ esibizione è arrivato a Roma il big boss, Stephen Schwarzman accompagnato dalla moglie Christine Hearst.

 

BLACKSTONEBLACKSTONE

Il finanziere americano, pochi lo sanno, aveva un’ agenda piuttosto fitta di impegni. La principessa Maria Camilla Pallavicini ha aperto per la coppia e gli amici lo splendido palazzo che affaccia sul Quirinale. A fare gli onori di casa Sigieri e Moroello Diaz della Vittoria Pallavicini, rispettivamente con Stefania Scarampi di Pruney e Allegra Giuliani Ricci, che nei saloni del Palazzo hanno accolto una quarantina di ospiti internazionali combinando aristocrazia, moda e finanza: dalla direttrice di Vogue, Anna Wintour a Donatella Versace, all’ambasciatore americano a Roma, Lewis Eisenberg , agli stilisti Alessandro Michele, Pierpaolo Piccioli, Thomas Browne e Jean-Charles de Castelbajac.

eni snam rete gasENI SNAM RETE GAS

 

E ancora Astrid von Lichtenstein , Silvia Venturini Fendi , Pia Getty , Hugo e Sophie Windisch Graetz , Carlo e Isabelle Clavarino , Coco Brandolini. Il giorno dopo di nuovo appuntamento a Palazzo Pallavicini ma in giardino, al Casino dell’ Aurora, per un lunch tra amici. Per tutti appuntamento a New York a maggio per ammirare gli splendidi paramenti papali prestati al Met dal Vaticano .

 

STATI GENERALI DELL’ENERGIA

Per gli Stati Generali dell’ energia mondiale, la 37esima edizione del Ceraweek organizzata da Ihs Markit e in programma da oggi al 9 marzo a Houston in Texas, si segnalano i Ceo delle principali aziende mondiali. Tra i quali Ryan Lance per ConocoPhillips, Mary Barra per General Motors, Bob Dudley per BP, Ben van Beurden per Shell.

 

marco alvera snamMARCO ALVERA SNAM

Per l’ Italia ci sarà Marco Alverà , ceo di Snam con un intervento dedicato al rapporto tra gas naturale e fonti rinnovabili elettriche come solare ed eolico, ossia il mix energetico del futuro in un mondo a basse emissioni. Il gas, peraltro, sta diventando esso stesso una fonte al 100% rinnovabile grazie al biometano e all’ idrogeno rinnovabile. Un recente studio europeo di Ecofys, promosso dal Consorzio Gas for Climate, sostiene che nel 2050 l’ impiego di «gas verde» potrà far risparmiare all’ Europa 140 miliardi l’ anno rispetto a una decarbonizzazione senza gas. E l’ Italia, sostiene Alverà, può avere un ruolo importante.

 

UBSUBS

IL GENERE DELL’ETF

Mimose per la Giornata delle Donne? Banale. Vuoi mettere un fondo d’ investimento? Molto meglio. E così giovedì Fabio Innocenzi porterà a Palazzo Mezzanotte il primo Etf Gender Equality italiano di Ubs. Il primo quotato a Piazza Affari sarà un replicante posizionato sui titoli delle società globali all’ avanguardia nel campo della gender equality. Con Innocenzi, contry head per l’ Italia del gigante elvetico, Anna di Michele , responsabile Italia dei prodotti e servizi di Ubs wealth management.

Carlo CottarelliCARLO COTTARELLI

 

COTTARELLI E’ PER LE UNIVERSITA’

Trattandosi di peccati non sarebbe stato meglio presentarlo in Cattolica? Carlo Cottarelli , ex Mani di Forbice di Enrico Letta e, per poco, di Matteo Renzi per l’ 8 marzo regala (in Bocconi) il suo ultimo libro: «I sette peccati capitali dell’ economia italiana». Il direttore dell’ Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica (ma sarà visiting professor in Bocconi nel secondo semestre) lo presenterà per l’ ateneo di via Sarfatti con il rettore Gianmario Verona , Federico Carli , presidente dell’ associazione Guido Carli, Francesco Daveri docente di Macroeconomics alla Sda Bocconi e Annamaria Di Ruscio ceo di NetConsulting Cube.

 

ANAS FA 90

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

Visto com’ è andata con le ferrovie nei giorni scorsi, consoliamoci con le strade. Da dicembre nel gruppo Fs, l’ Anas, il concessionario della rete stradale italiana, festeggia 90 anni giovedì alla Triennale di Milano con un volume e una mostra. Ospite Stefano Boeri , al tavolo ci saranno presidente e Ceo del gruppo, Ennio Cascetta e Gianni Vittorio Armani.

 

PROFUMO CANOVIANO

Mentre si prepara a compiere un anno alla guida di Leonardo – mesi complessi per l’azienda, il titolo e il manager stesso – Alessandro Profumo si concede una serata di botta e risposta con i soci del Canova club , il sodalizio di manager, professionisti e imprenditori di Stefano Balsamo. L’amministratore delegato della ex Finmeccanica sarà con loro martedì 27.

 

La proposta Fabi: gli Npl gestiti in filiale

Stefano Neri finanzareport.it – 06/03/2018

Secondo uno studio del sindacato bancario con una task force interna i tassi di recupero potrebbero più che raddoppiare

 
 

I crediti deteriorati? Gestiti in filiale, con tassi di recupero che secondo uno studio della Fabi potrebbero più che raddoppiare. Di qui la proposte del sindacato bancario presentata oggi al Congresso in corso a Roma, in controtendenza peraltro con quanto stanno facendo o progettando diversi istituti.

Secondo lo studio effettuato dal sindacato, la gestione interna con apposite task force conviene perché i tassi di recupero sono mediamente più alti. Sulla base dei dati della Banca d’Italia, questi si sono attestati al 47,3% contro il 23% registrato quando il recupero è affidato a service esterni. L’obiettivo al quale vuole arrivare il sindacato è triplice: da una parte tutelare la continuità dell’azienda banca con un importante risparmio in termini di accantonamento del capitale. Poi salvaguardare la relazione tra banca e clientela e, infine, valorizzare in modo appropriato il portafoglio degli Npl, che non subirebbero pesanti svalutazioni così come invece avviene quando li si cede sul mercato.

Adottando queste proposte, sostiene la Fabi, le banche valorizzerebbero il loro rapporto col territorio e le professionalità interne. “Chiediamo alle banche di adottare un modello di gestione interna delle sofferenze, per salvaguardare i rapporti col territorio, valorizzare i lavoratori e scongiurare la svalutazione degli stessi crediti deteriorati. Siamo contrari alla cessione esterna degli Npl perché massacra le impresse e punta su profitti a breve termine”, ha commentato Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi. 

La dinamica che porta al dimezzamento dei tassi viene innescata, sostiene lo studio della Fabi, da differenti fattori. Intanto, le società esterna non ha una relazione diretta con il cliente e le informazioni dettagliate sulle singole posizioni in sofferenza. Dunque, spiega il report, hanno minore capacità di valorizzare i Non performing loans in portafoglio. Un’altra criticità rispetto alla cessione esterna dei crediti deteriorati riguarda i prezzi di mercato delle sofferenze. I fondi speculativi sono infatti disposti ad acquistarle a un costo di poco superiore al 22%, contro il 41% del prezzo di carico stimato nei bilanci delle banche. Una cessione che innesca perdite sul capitale ed espone le banche una riduzione del valore delle azioni in mano ai soci e le costringe a nuove ricapitalizzazioni con effetti diluitivi sull’azionariato.

Inoltre, prosegue la Fabi, il sistema di cessione degli Npl si fonda, per la valorizzazione dei portafogli, in massima parte, sui valori peritali degli immobili a garanzia. Lo studio illustra da più prospettive il potente effetto distorsivo sulla gestione del recupero del credito incagliato delle perizie affidate in outsourcing alle società esterne, mettendo in luce sia la metodologia non rispettosa dei contratti di generazione delle posizioni creditizie, sia l’anti economicità della scelta di privilegiare i riferimenti delle aste giudiziarie per stabilire presunti prezzi di mercato. Lo studio sottolinea quindi “il forte impatto sociale di distruzione di valore degli immobili e di ripercussione sulla ricchezza nazionale”. 

Tim, scoppia la guerra nel capitale. Le mire del fondo Elliott

di Luca Spoldi
Andrea Deugeni affariitaliani.it -06/03/2018

Il fondo hedge attivista Paul Singer avrebbe già raggranellato una quota attorno al 6% e punterebbe a entrare in Cda. Sarà un cavallo di Troia di Berlusconi?

Tim, scoppia la guerra nel capitale. Le mire del fondo Elliott

 

Il fondo Elliott guasta la festa di Bollorè in Telecom Italia. Tim rimbalza con decisione a Piazza Affari superando nuovamente i 77 centesimi di euro per azione, dopo che ieri si è sparsa la voce di acquisti sul mercato da parte del hedge fund, attore molto conosciuto sui mercati finanziari, che fa capo all’investitore attivista Paul Singer e che può contare su 34 miliardi di dollari di masse gestite, un fondo intenzionato a raggiungere una posizione di rilievo all’interno dell’azionariato. Una mossa che potrebbe spingere Singer, sono i commenti che si fanno nelle sim milanesi, a sfidare Bolloré, azionista di controllo dell’ex monopolista telefonico italiano attraverso Vivendi, socia al 23,943% di Tim, provando a fare eleggere uno o più suoi rappresentanti nel Cda all’assemblea degli azionisti convocata per il 24 aprile.

Secondo fonti finanziarie contattate dall’agenzia Bloomberg, Singer sarebbe già riuscito a raggranellare circa il 6% di Telecom Italia, ovvero circa 312 milioni di titoli (rispetto a volumi di scambi che nelle ultime settimane hanno oscillato tra 85 e 135 milioni di titoli al giorno), per un controvalore che dovrebbe risultare tra gli 880 e i 900 milioni di euro. L’obiettivo di Singer potrebbe essere quello di far leva sullo scontento che la gestione Vivendi sembra avere provocato tra i molti investitori istituzionali presenti nel capitale, scontenti dei risultati industriali fin qui ottenuti, per chiedere una svolta decisa, rappresentata dalla “valorizzazione” degli asset sudamericani, area che l’hedge fund conosce molto bene per le sue battaglie del 2001 con il governo argentino per i Tango Bond.

In Brasile, Telecom Italia controlla il secondo operatore Mobile, Tim Participacoes, e potrebbe mettere insieme fle forze con l’ex operatore pubblico OI che lo scorso gennaio ha firmato il concordato per la ristrutturazione del debito. Le azioni dell’ex monopolista a gestione Vivendi hanno perso quasi un terzo del proprio valore negli ultimi due anni, riducendo la capitalizzazione di Borsa del gruppo a 14,9 miliardi di euro. 

Non sono solo i movimenti nell’azionariato a spingere il titolo. A Piazza Affari, Telecom Italia sale però anche per un altro motivo: in giornata il Cda dovrà approvare i risultati del 2017, fornire le indicazioni per il 2018 e varare il nuovo piano industriale 2018- 2020. Quanto ai primi, Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), che sul titolo ha una raccomandazione “buy” con prezzo obiettivo a 1,05 euro, si attende ricavi pari a 19,767 miliardi di euro (+3,9% sul 2016), un Ebitda di 8,343 miliardi e un utile netto di 1,377 miliardi. Per il 2018 gli analisti si attendono un fatturato in calo a 19,381 miliardi, un Ebitda in rialzo a 8,522 miliardi e un utile netto in crescita sino a 1,533 miliardi. Banca Akros (che sul titolo mantiene un rating “accumulate” con prezzo obiettivo a 1,12 euro) si attende a sua volta ricavi pari a 19,777 miliardi, un Ebitda rettificato di 8,688 (+5,8%), un Ebit di 4,044 miliardi (+8,6%) e un debito netto rettificato di 25,198 miliardi (+0,3%), ma per quanto riguarda il futuro nota come restino diversi dossier aperti come lo spin-off della rete e la vendita di asset (che però secondo gli esperti potrebbero più facilmente riguardare Sparkle e Inwit).

Cosa farà ora Bolloré? Vivendi è impegnata nel braccio di ferro con la famiglia Berlusconi in Mediaset, un braccio di ferro sfociato in una causa civile aperta da Fininvest e Mediaset contro il gruppo francese con richiesta di risarcimento danni “non inferiore a 1,5 miliardi di euro” per quanto riguarda Mediaset e “non inferiore ai 570 milioni di euro” sul fronte Fininvest, azionista che controlla il Biscione. Avere ora un “guastatore” come Elliot (che nelle ultime incursioni di Borsa ha puntato a introdurre cambiamenti nei piani di una ventina di compagnie) anche dentro Telecom Italia può nuovamente indebolire il finanziere francese, che era apparso ieri avvantaggiato dal tracollo subito da Forza Italia nelle elezioni politiche dello scorso 4 marzo e dunque dalla minore capacità di “interdizione politica” dell’ex premier.

L’ingresso di Ellliot, una spina nel fianco per Bollorè, potrebbe riequilibrare le forze. Anche perché il nome dell’hedge fund di Singer (finanziere notoriamente vicino al partito repubblicano statuntense), specializzato nell’investire in “situazioni critiche” e in “turnaround” aziendali, è già apparso nelle cronache finanziarie recenti accanto a quello di Silvio Berlusconi. E’ stato proprio il fondo americano, infatti, a fornire lo scorso anno 180 milioni di euro di finanziamento alla holdingRossoneri Sport di Yonghong Li per sbloccare la vendita da 740 milioni di euro dell’AC Milan al fino ad allora sconosciuto investitore cinese (che sui propri prestiti deve pagare a Elliott un interesse del 10% all’anno), per poi sottoscrivere (tramite il veicolo Project Redblack) un bond emesso dall’AC Milan da ulteriori 128 milioni di euro che ha fatto salire a 303 milioni l’ammontare complessivo del finanziamento erogato a Li.

Finanziamento su cui Elliott Management guadagna il 10% di interessi all’anno e che dovrà essere rimborsato entro fine anno, altrimenti la società rossonera finirebbe direttamente sotto il controllo di Paul Singer, che tra i tanti interessi non annovera certamente il calcio, a differenza dell’ex premier italiano. Se due indizi sono una coincidenza, a Bolloré, per cui l’investimento italiano si sta rivelando un ginepraio(difficoltà di cui approfittare nell’ottica di un hedge fund), potrebbe non convenire attendere il terzo indizio per avere la certezza di essere sotto attacco.

TONY IWOBI, IL PRIMO SENATORE NERO È DELLA LEGA

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Tony Iwobi senatore nero

Il primo senatore nero della Repubblica italiana è il leghista Tony Iwobi. Fino a questo momento aveva ricoperto importanti incarichi di partito da quando, nel 1993, ha ottenuto la tessera dell’allora Lega Nord. Attivo anche sotto la direzione di Matteo Salvini, Iwobi tentò la candidatura alle regionali in Lombardia nella scorsa tornata elettorale. Allora fallì l’incarico, mentre oggi è riuscito a ottenere un seggio in Senato.

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TONY IWOBI, IL PRIMO SENATORE NERO CONTRARIO ALL’IMMIGRAZIONE

Qualche minuto fa, la Lega ha voluto esprimere le proprie congratulazioni a Iwobi, pubblicando sulla pagina Facebook ufficiale l’augurio per la prossima legislatura. Lo stesso Iwobi, origini nigeriane che aveva ottenuto il permesso di soggiorno grazie ai motivi di studio che lo hanno portato a frequentare l’Università di Perugia, ha voluto manifestare la propria soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto.

«Amici, è con grande emozione che vi comunico che sono stato eletto Senatore della Repubblica! – ha scritto Iwobi su Facebook – Dopo oltre 25 anni di battaglie nella grande famiglia della Lega, sta per iniziare un’altra grande avventura! I miei ringraziamenti vanno a Matteo Salvini, un grande leader che ha portato la Lega a diventare la prima forza di centrodestra del Paese!». Iwobi, poi, ha voluto ringraziare apertamente gli esponenti locali della Lega e la propria famiglia. 

TONI IWOBY E GLI IMMIGRATI CHE PORTANO LA MALARIA

Tony Iwobi è noto in particolar modo per la sua posizione intransigente nei confronti dell’immigrazione clandestina. Più volte si è definito «argine nei confronti di quei migranti che arrivano in maniera irregolare in Italia» ed è un convinto oppositore dello ius soli. Negli ultimi mesi del 2017 aveva suscitato qualche imbarazzo la sua affermazione secondo cui i casi di malaria che si stanno registrando in Italia negli ultimi mesi si sarebbero verificati a causa degli immigrati. In quella circostanza aveva anche espressamente parlato di «chiusura dei confini».