Alleanze impossibili/ Il governo di protesta

di Virman Cusenza il messaggero.it – 06/03/2018

​Un polo, anzi un mondo, declina: quello del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto finora. E si chiude un’epoca. Altri due protagonisti si contendono la scena. Stiamo parlando dell’addio di Matteo Renzi al Pd e della contrapposizione tra due nuovi leader: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un nuovo bipolarismo. Ma soprattutto un terremoto politico, se guardiamo a esponenti e classi dirigenti di partito che sembravano inaffondabili. 

In realtà, la conferma di un cambiamento radicale che, per chi ha voluto coglierlo, è cominciato nel dicembre 2016 con la vittoria dei No al referendum costituzionale. Si chiude un ciclo. Quello del riformismo di sinistra che strizzava l’occhio ai moderati, quello di un Pd che alle europee del 2014 fagocitava intere schiere di elettori di Forza Italia, disorientati dal declino di Berlusconi. E se ne apre un altro, ricordate quel che si diceva decenni fa del Pci partito di lotta e di governo? Ecco quello schema oggi è stato mutuato e rivitalizzato: parliamo della protesta di governo. O, se preferite, del governo di protesta. Ne sono gli alfieri Di Maio e Salvini, ovvero la generazione dei trenta-quarantenni, oggi erroneamente collocata sotto la stessa insegna: quella del populismo.

Capisco la suggestione e l’istintiva voglia di accomunarli. Ma si tratta di gemelli diversi. Per tante ragioni. Con un unico tratto comune: non rappresentano solo una nuova declinazione della rivolta contro le élites ma anche della protesta all’interno delle élites. 

Se il leader M5S ha fatto il pieno al Sud dimenticato e scontento, trovando praterie, il capo della Lega è riuscito a cucire nella nuova Lega formato nazionale il Nord da cui proviene (tanto che il suo partito aveva la provenienza geografica addirittura nel nome) e il Mezzogiorno in cui ha intercettato la reazione trasversale non solo al renzismo ma perfino a tutto il mondo post democristiano a cui fino a qualche anno fa ha fatto riferimento la Forza Italia di Berlusconi.

Esemplare il caso della Sicilia dove nemmeno la crescita di Salvini è riuscita ad impedire che, assai gattopardescamente, l’elettorato che solo quattro mesi fa aveva scelto con nettezza il centrodestra sia passato armi e bagagli con quei cinquestelle che aveva punito nell’urna al momento di eleggere il governatore Musumeci. La ragione è assai semplice: nel centrodestra si è abbandonata la risposta alla legalità che accompagnava la proposta di governo di appena pochi mesi fa. Ed al contempo l’Opa ostile lanciata da Di Maio all’elettorato del Pd, popolato di delusi, ha avuto la meglio. 

E qui veniamo al punto che potrà dirci quanto in futuro potranno divergere le strade di Salvini e di Di Maio. Nel momento in cui la sinistra ha perso il suo popolo, allontanandosene, i cinquestelle l’hanno sostituita unendo due fattori: da una parte l’aggressività anti-establishment che una volta era prerogativa progressista, dall’altra sostituendosi a questa nel promettere protezione e rassicurazione. Nel farsi statalista e assistenzialista, garante di sussidi a perdere e liberatrice da presunti privilegi. Ma di fatto attingendo e ispirandosi a un mondo che ha una forte componente sociale, una sorta di nuova sinistra geograficamente forte al Sud. Una sorta di Lega Sud che fa da contraltare alla ex Lega Nord di Salvini. La quale, ed ecco il punto chiave, ha anche un programma economico contrapposto. Un solo esempio: come conciliare un programma fondato sul reddito di cittadinanza con quello che ha il pilastro nella flat tax al 15 per cento? Mondi lontani. Che solo le alchimie dei dottor Stranamore della politica oggi pensano di far convivere. 

Riflessione finale: perché Salvini che ha l’occasione di poter egemonizzare l’intero centrodestra dovrebbe abbracciare Di Maio con il solo vantaggio di potergli fare da secondo? Nel marasma odierno sarebbe bene non perdere almeno la bussola del buon senso. E la piena consapevolezza che i reciproci interessi di potere andrebbero fatalmente a scontrarsi.