Così parlò Messina: le nostre banche temono un governo anti-Ue

 lettera43.it 05/03/2018 

Si dice non preoccupato dalla reazione dei mercati al voto, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo. E non è chiaro se la sua sia convizione radicata o semplice scaramanzia, ma su una cosa l’uomo alla guida dell’ultima banca di sistema rimasta, o almeno l’erede di chi l’ha concepita come tale, ha una preoccupazione chiarissima: che chiunque vada al governo, e sicuramente tra loro ci deve essere o il Movimento 5 Stelle o la Lega, seppure in coalizione con qualche altro partito, la smetta di parlare di abbandonare l’Eurozona. «Chiunque parla di uscire dall’euro mette il nostro Paese a rischio, poi la maggioranza decide e si vedrà», ma occorre evitare di «citare o portare avanti l’ipotesi di uscita dalla moneta unica», ha dichiarato al Congresso della Fabi, il principale sindacato dei bancari.

Carlo Messina

La dichiarazione arriva però dopo un interventismo notato da molti. Alla vigilia del voto infatti l’amministratore delegato di Intesa aveva rilasciato un’intervista al quotidiano finanziario Handelsblatt in cui rassicurava sul piano di smaltimento dei crediti deteriorati da parte di Ca’ de Sass, ma anche e in maniera articolata sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Arrivando a prevedere che coloro che in campagna elettorare promettevano spese che avrebbero gonfiato debito e deficit si sarebbero rimangiati tutto: «Se l’Italia vuole parlare con i suoi partner in Europa, dobbiamo affrontare il problema del debito. I politici sanno che hanno bisogno di investire per determinare una crescita maggiore, e possono farlo solo se non spendono così tanto per il rimborso del debito». Allora il momento era forse più semplice, essendo la Germania ancora appesa al referendum della Spd che proprio il 4 marzo ha approvato il nuovo governo di coalizione e l’amministratore delegato poteva dichiarare serenamente che «l’Italia non è in una situazione peggiore di altri Paesi in Europa». Ora invece le rassicurazioni e le stoccate all’opinione pubblica e all’establishment tedesco hanno lasciato il posto ai richiami ai politici italiani, che alle banche sembrano aver iniziato a fare più paura dei primi.