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TU QUOQUE, GENTILONES, FILII MII. RENZI ALLA FINE E’ IL MIGLIORE DEI PIDDINI.

 scenarieconomici.it – 06/03/2018

Se si sappia vivere da vinti, lo si è un po’ meno. (Guido Ceronetti)

Cari amici,

ora un appunto di carattere umano, o sulla qualità umana dei personaggi politici.

Ieri Renzi ha annunciato le proprie dimissioni, posticipandole però successivamente alla formazione del governo.

 

I motivi sono chiari:

  • ci sono le consultazioni, e mandare una carica non rappresentativa sarebbe poco rispettoso per le cariche politiche;
  • per tenere la rotta del PD e non mescolarlo con il M5s che vorrebbe cancellare tutte le riforme renziane, dalla prima all’ultima.

Praticamente Renzi, con tanta arroganza, ma anche con una certa coerenza, non vuole un governo M5s e PD, neppure con l’appoggio esterno, che cancellerebbe buona parte del suo operato. Aggiungiamo che i toni tra pentastellati e democratici sono stati eccessivi e violenti: ricordiamo che Di Maio ha accusato De Luca, capataz del PD in Campania, di aver letteralmente assassinato il suo popolo con la Terra dei Fuochi. Sono toni che vanno fuori dalla lotta politica, anche violenta. Come si può pensare di collaborare quando prima non c’è stata avversione, ma vero e proprio disprezzo?

Coerentemente Renzi non accetta di essre un uomo per tutte le stagioni, anche se pretende di portarsi dietro il pallone del partito ancora per un po’. Del resto avete visto rivolte di ministri o di personaggi pesanti del partito prima del voto? A parte Emiliano, completamente isolato, NO, il PD appariva quasi come un partito di yesman. Però, dopo la sconfitta, si applaudono le dimissioni, come si vede al comitato per le elezioni di Zingaretti:

 

Ora il PD è un partito di potere, per il potere, che ha come finalità solo il potere. Non c’è null’altro che l’ottenimento del potere ed il servizio per i poteri forti. Infatti, quando Renzi non ha più il potere di prima e non può più distribuirne, ecco che viene abbandonato dagli amici che ieri lo esaltavano. La lista di chi ha fatto il salto della quaglia è lunga :

 
  • Zanda;
  • Martina;
  • Franceschini;
  • Richetti;
  • Minniti;
  • Gentiloni;
  • Scalfarotto;
  • Finocchiaro.

Ultimo in ordine di arrivo, ma non per importanza, Calenda:

 

Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è. Domani mi vado ad iscrivere al @pdnetwork. https://twitter.com/alebezza/status/970900491428356096 

 

Guardate  i tweet di giubilo di questi personaggi all’arrivo di Calenda. Del resto, non avendo testa, questi dirigenti del potere sono sempre alla ricerca di un capo, qualsiasi questo sia, e Calenda, se non altro, non è ancora bruciato e si è preparato per tempo alla bisogna. Scommettiamo una lira che sarà lui il nuovo segretario PD eletto quasi al’unanimità?

Per terminare, la crisi del PD , prima che politica, è umana. Solo uomini migliori possono fare una politica migliore, e questi, nel PD, non ci sono. Vedremo delle nuove Idi di marzo, ma Cassio e Bruto erano molto migliori dei leader piddini: infatti i primi pugnalarono Cesare al culmine del suo potere, non quando giaceva nella polvere.

 

Evviva, Calenda si propone come successore di Renzi: un altro ricco elitista tutt’altro che di sinistra a capo dell’erede del PCI (sulla pelle degli operai). Se siamo fortunati in 5 anni il PD si estingue

 scenarieconomici.it – 06/03/2018

Calenda per me resta un mito: non a caso toscano anche lui, è la persona che è riuscita a posticipare i licenziamenti di Embraco a dopo le elezioni. Per inciso, i licenziamenti di Embraco ci saranno comunque ma solo fra qualche tempo, onde non influenzare troppo i risultati elettorali a danno della sinistra. Appunto, come un grandissimo venditore di pentole, ha fatto passare una tregua armata con praticamente certa sconfitta a termine (per i lavoratori di Embraco) per una vittoria, tanto si sa, gli italiani fra qualche mese si saranno dimenticati del caso (caro Calenda, speri solo che a qualche disperato/licenziato di Embraco non resti altro che l’odio per la classe politica che Lei rappresenta; in tale caso le conseguenze potrebbero essere diciamo inaspettate per gente, appunto, come Lei, ndr).

Ma scusate, un governo come quello del sodale Renzi – che aveva anche spedito Calenda come plenipotenziario a Bruxelles a trattare con l’EU – ossia un governo che son 5 anni che fa leggi che favoriscono la delocalizzazione delle imprese italiane, come pensate che possa combattere i licenziamenti di Embraco a Torino? Ricordo per altro che nè Calenda nè Renzi hanno fiatato quando è venuto fuori che i manager di ThysssenKrupp condannati per omicidio in Italia (sempre a Torino, il famoso incendio causato da mancata e volontaria manutenzione dei sistemi anti-incendio da parte dei managers tedeschi nello stabilimento italiano, per risparmiare…) in Germania continuano a stare a piede libero, alla faccia della giustizia EUropea – per inciso, in EU i tedeschi fanno quello che cazzo vogliono, caro Calenda dei miei stivali -.

Or dunque oggi vediamo un altro toscano, in fortissimo odore di massoneria (toscana, la più rancida, vedasi Rose Rosse varie, …) vuole sostituire il toscano ex sindaco fiorentino che ha fatto un flop/buco per l’Italia che rischia di svuotare il Mediterraneo…. Se non fosse realtà direi che è uno scherzo di cattivo gusto, anzi un incubo! L’Italia non può permettersi un Renzi 2 la vendetta, mi verrebbe da dire. Se dovessi guardare alla mia personale soddisfazione dovrei dire:

Andiamo Avanti! Bene! Almeno con uno come Calenda il PD si estinguerà in 5 anni!

Si, ma visto che comunque il PD è ancora un partito molto votato, anche l’Italia rischia di fare la stessa fine. Io rispetto i votanti del PD, soprattutto i più umili; ben ricordando che mio caro nonno votava dopo l’8 settembre, …, comunista. In tutto questo mi risulta impossibile comprendere come la classe super agiata ad esempio del centro di Milano abbia votato in queste elezioni la stessa coalizione di sinistra degli operai di Embraco, ossia di fatto il PD: questa è una lezione di ipocrisia, è infatti impossibile che si possano fare nello stesso partito gli interessi di entrambi (indovinate chei la penderà in quel posto tra i due…). Anche per ragioni come queste io sto dall’altra parte politica, …-

In tutto questo temo che qualcuno non abbia ancora capito che l’Italia è stufa di arrivisti travestiti da politici, la politica è una missione non un modo per far soldi (capito Calenda?).

Dunque, sebbene mi piacerebbe vedere – dopo i danni che ha fatto – sprofondare ed anche estinguere il PD dico, NO, a subirne sarebbe l’Italia (che Calenda vada a fare il messo comunale nella campagna Toscana, farà certamente meno danni).

Resta il disappunto nel vedere che certa gente la lezione non la impara mai. Penso per altro che tutti noi abbiamo capito mai come in questi tre anni come il Savonarola poteva nascere solo in quello splendido luogo che è Firenze. A proposito di Savonarola, anticipammo per tempo la parabola del Renzi-Savonarola, partito come moralista e finito vittima della sua stessa ambigua morale, piegata alle sue credenze se non ai propri interessi. Vedete qui:

“Ora caro Renzi, fare il saputello che fa disastri ti condurrà ad una reputazione del moderno Savonarola… A Firenze si dice “mai più un altro Savonarola…” o sbaglio? Ecco, quando la gente capirà sulla propria pelle gli effetti del provvedimento in corso di approvazione – e notate la disinformazione dei giornali, “tuteli crescenti” si dice, pazzesco – tu a Firenze mi sa che non ci potrai più ritornare, o meglio rischierai qualche sereno scapaccione durante una passeggiata a Ponte Vecchio quando non avrai più la scorta…. (ps. non sono fiorentino e quindi sai che con me non corri rischi, ma con i tuoi focosi concittadini non ne sono molto sicuro).  E ti scrivo tutto questo perchè ho a cuore che tu abbia successo [nel bene dell’Italia] ma mi aspettavo che tu affrontassi i problemi veri dell’Italia, quello di ridurre gli sprechi dello Stato e soprattutto di sfidare la Germania che vuole continuare ad imporre austerity ai propri partners quando è ormai chiaro che non serve, anzi… Non ti ho supportato fino ad oggi perchè facessi danni ai tuoi stessi concittadini….”

https://scenarieconomici.it/caro-renzi-superare-lart-18-non-serve-risolvere-i-problemi-dellitalia-ad-aumentare-disouccpazione-termine/

In tutto questo son sempre più convinto che un asse Lega-M5S rappresenti, con tutti i suoi limiti e criticità, rappresenti l’unica speranza di redenzione da questa EU austera da parte dell’Italia.

Mps rischia tagliola Ue, Morelli stringe sul piano

Stefano Neri finanzareport.com – 06/03/2018

Il manager avrebbe allo studio nuove riduzioni dei costi, ma non intende toccare il personale

 
 

Il “rischio politico” per Mps, con il Tesoro al 70% del capitale e l’imminente cambio della guardia al minisstero di via XX Settembre, non è un problema secondo l’amministratore delegato Marco Morelli, intervenuto al Congresso della Fabi a Roma. Ieri il titolo Mps aveva segnato ennesimi minimi storici nonostante l’affermazione del ministro uscente Padoan nel collegio di Siena

“Dal punto di vista di una banca e dei suoi organi di gestione – ha detto Morelli -, il fatto che ci sia un cambio a livello di governo e ministro dell’Economia non è una cosa che ha un impatto su ciò che dobbiamo fare”. Il manager ha aggiunto che “c’è un piano tracciato che deve essere portato avanti, ha una tempistica identificata, andiamo avanti col piano. È evidente che ci sarà un nuovo interlocutore con cui io e gli organi della banca ci confronteremo strada facendo”. 

Mps ha registrato conti peggiori delle attese nel 2017, vedendo anche i ricavi peggiorare trimestre su trimestre, e ora rischierebbe nuovi tagli automatici come previsto dalla Ue. Le misure previste da Bruxelles in occasione dell’autorizzazione alla ricapitalizzazione precauzionale prevedono, infatti, che scattino delle misure automatiche di contenimento dei costi qualora per due trimestri consecutivi non vengano centrati i target. E, secondo indiscrezioni di stampa, i segnali sull’andamento del primo trimestre starebbero già spingendo l’istituto a correre ai ripari. Morelli in particolare starebbe analizzando le spese di struttura generali, le consulenze esterne e le forniture. Un’impresa non facile visto che da anni i vertici limano i costi. Anche se i margini di manovra non mancherebbero. Sarebbero invece al riparo i lavoratori, dopo gli accordi sindacali sul piano di uscite che hanno visto nel 2017 la riduzione 1.800 dipendenti, e i nuovi accordi di fine 2017 sui salari. Un altra misura che potrebbe essere vagliata è quella di nuove dismissioni di attività oppure di immobili. 

“Ci sono azionisti e un cda, io rispondo a loro di quello che faccio. Il mio mandato è a disposizione degli azionisti, sono loro che devono decidere e valutare”, ha detto oggi Morelli. “C’è un percorso chiaramente tracciato, c’è piano di 4 anni”, e “paletti e controlli che vanno rispettati” ha aggiunto. 

A Piazza Affari il titolo Mps segna a mezzogiorno -0,2% a 3,04 euro in una seduta che è di moderato recupero per il resto della borsa milanese. 

Mustier (UniCredit): governo precedente ha eliminato rischio sistemico banche, ora si velocizzi smaltimento NPL

Il numero uno di UniCredit ha chiarito: “Non parlerò mai e poi mai male né dell’Italia, né di Unicredit né del passato, anche perchè parlare male del passato ha un riverbero negativo sul …

A prescindere da quello che sarà il nuovo esecutivo italiano, il governo precedente ha eliminato il rischio sistemico del settore bancario in Italia. Lo afferma Jean-Pierre Mustier, AD di Unicredit che, in un discorso proferito al Congresso della Fabi, è stato molto netto comunque nel ribadire la volontà di evitare critiche sia all’Italia che all’UniCredit del passato.

Qualche commento post elezioni politiche, comunque, c’è stato:

“È stato importante l’intervento dell’ultimo governo per evitare che alcune banche fallissero, perché ha eliminato il rischio sistemico del settore italiano”.

“Ovviamente – ha continuato il numero uno di UniCredit – restano dei rischi che possono essere anche importanti, ma non sono sistemici come quello degli Npl, che però può essere affrontato e risolto. La grande differenza rispetto agli altri paesi è che gli npl restano per molto tempo nei bilanci delle banche italiane e il nuovo governo dovrebbe affrontare questo tema”.

Di conseguenza l’appello al nuovo governo italiano, qualunque esso sia, è che agisca per velocizzare ulteriormente lo smobilizzo degli NPL, ovvero dei crediti deteriorati che ingolfano ancora i bilanci delle banche.

Mustier ha sottolineato di avere fiducia nell’Italia.

“Ci aspettiamo che la crescita prosegua e questa è una buona notizia”. E ancora: “Vedremo quale sarà il nuovo governo ma l’Italia ha molti punti di forza che lasciano sperare in un successo del Paese”.

Il numero uno di UniCredit ha chiarito:

“Non parlerò mai e poi mai male né dell’Italia, né di Unicredit né del passato, anche perchè parlare male del passato ha un riverbero negativo sul futuro. Quindi non dirò cosa ho trovato di negativo (in UniCredit) ma quello che ho trovato di positivo: dei team super motivati e quando c’è stato l’aumento di capitale i dipendenti hanno sempre mostrato fierezza e orgoglio di lavorare con noi”.

Certo, era comunque necessario che nella banca ci fosse una certa discontinuità:

“La continuità sarebbe stata un problema. Era importante convincere gli investitori per avere i 13 miliardi di aumento di capitale. Dovevamo dimostrare che c’era una voglia di cambiare, occorreva farlo, è stato necessario”.

Guardando infine al futuro, l’AD di è detto “molto fiducioso sull’esito dello stress test”messo a punto dall’Eba. (il risultato si conoscerà solo a novembre).

Lca delle banche venete e principio di tutela giurisdizionale effettiva

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Massimo Vaccari, Giudice del Tribunale di Verona pubblicato su diritto bancario.it in data 06/03/2018

 

Massimo Vaccari, Giudice del Tribunale di Verona
 

1. Premessa: il quadro normativo

Come è noto gli artt. 2558, 2559 e 2560 c.c. e l’art. 58 Tub definiscono in maniera esaustiva se ed in quali limiti il cessionario subentri nelle posizioni attive e passive relative all’azienda ceduta e quindi quando egli sia legittimato, attivamente o passivamente, nei giudizi che dovessero essere promossi dopo la cessione.

La successione nei giudizi già pendenti alla data della conclusione del contratto di cessione di azienda è invece regolata dall’articolo 111 c.p.c.

Orbene, a fronte di un quadro normativo così consolidato il legislatore ha dedicato alla successione di Banca Intesa nei rapporti con i terzi delle due banche venete poste in liquidazione coatta amministrativa con il decreto del Ministero dell’Economia del 25 giugno 2017, una disciplina assai peculiare, contenuta da un lato, nel d.l. 25 giugno 2017 n. 99, convertito con modificazioni nella l. 31 luglio 2017, n. 121, e, dall’altro lato, nel contratto di cessione di azienda concluso da Banca Intesa e dai commissari liquidatori il 26 giugno 2017 e così espressamente qualificato sia dalle parti contraenti che dallo stesso art. 3, comma 1, d.l. 99/2017[1].

Innanzitutto quest’ultima norma esclude espressamente l’applicazione delle disposizioni in tema di cessione di azienda bancaria, ad eccezione del comma 3 dell’art. 58 t.u.b., con la conseguenza che lo speciale regime da essa previsto[2] non trova applicazione alla vicenda successoria in esame e la disciplina convenzionale che vi deroga non può ritenersi sol per questo illegittima[3].

2. I debiti esclusi dalla cessione a Banca Intesa

Una significativa differenza rispetto al regime codicistico si rinviene poi nella lett. b) dell’art. 3, comma 1, che esclude dalla cessione i debiti delle due banche “nei confronti dei propri azionisti o obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate dalle banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse”.

E’ evidente come la norma si riferisca alle numerose operazioni di acquisto di azioni e obbligazioni convertibili dei due istituti di credito, compiute in violazione della disciplina del T.u.f. o più in generale di quella codicistica, e che avevano dato luogo ad un esteso contenzioso prima della liquidazione coatta. E allude anche alle operazioni di tal fatta incrociate, ovvero di acquisto di azioni di uno dei due istituiti veneti che fossero state effettuate presso l’altro e viceversa.

La disciplina in esame costituisce una deroga, invero solo parziale, al disposto dell’articolo 2560, secondo comma, c.c. e pertanto deve ritenersi che riguardi “i debiti”, derivanti dalle predette operazioni, che risultino dai libri contabili obbligatori[4]. Per i debiti non iscritti o futuri vale invece la disciplina di cui alla lettera c) dello stesso articolo che si esaminerà nel prossimo paragrafo.

A quella di cui alla lett. b) consegue che le pretese restitutorie o risarcitorie fondate sui titoli individuati dal legislatore, e già azionate in giudizio alla data della messa in liquidazione, dopo di essa, andranno coltivate nei confronti dei commissari liquidatori.

La giurisprudenza[5] ha avuto occasione di chiarire che il perimetro delle passività escluse dalla cessione non ricomprende quelle delle controllate delle due banche poste in liquidazione, poiché si tratta di autonomi soggetti di diritto, per i quali non è stata aperta, né pende, alcuna procedura e che quindi sono legittimati passivamente rispetto alle domande fondate sulla violazione della disciplina regolante l’attività di intermediazione finanziaria.

Se non può dubitarsi che l’esclusione riguardi anche i debiti risarcitori nei confronti degli azionisti-investitori, stante l’espressa menzione delle violazioni della normativa sulla prestazione di servizi di investimento, è controverso se nell’espressione, invero alquanto atecnica, di “operazioni di commercializzazione di azioni” siano ricomprese anche le operazioni di trasferimento di azioni dei due istituti di credito nell’ambito di rapporti societari, ed in particolare quelle tra società dello stesso gruppo.

Secondo una tesi[6] la risposta all’interrogativo è positiva.

Ad avviso di chi scrive invece la nozione di “commercializzazione” pare alludere ad una attività indirizzata ad un numero indeterminato di soggetti e quindi non è idonea a ricomprendere anche le cessioni di partecipazioni sociali frutto di una trattativa con una sola controparte. In ogni caso la norma, proprio perché costituisce un’eccezione disposto dell’articolo 2560 c.c., va interpretata restrittivamente.

Si noti poi come in essa non siano menzionati i debiti derivanti dalla commercializzazione di obbligazioni convertibili, che pure sono citati nel contratto di cessione stipulato dai commissari liquidatori con Banca Intesa. A ben vedere però la ragione di tale omissione può ravvisarsi nel fatto che, alla data di conclusione del contratto di cessione di azienda, le obbligazioni convertibili emesse dai due istituti di credito erano state tutte convertiti in azioni.

Pacificamente non rientrano nell’esclusione, in quanto non espressamente citati, i debiti derivanti dalle condotte individuate dalla norma in esame che abbiano riguardato strumenti di investimento, diversi dalle azioni od obbligazioni subordinate, emessi dai due istituti di credito. Si pensi ai casi in cui i due istituti di credito hanno operato come intermediari di strumenti finanziari di altre società o ad esempio i contratti derivati conclusi con i due istituti di credito posti in liquidazione. La ragione di un simile discrimen deve con tutta probabilità individuarsi nel fatto che i debiti, risarcitori o restitutori, di importo più consistente derivavano dalla vendita di titoli delle stesse banche venete, dato il consistente numero dei soci-investitori che hanno visto quasi azzerato il valore dei titoli acquistati, e Intesa San Paolo non era disposta a farsene carico[7].

Emerge qui una vistosa discrepanza con la disciplina delle procedure di risoluzione di alcune banche del centro Italia (Carife, Banca Marche, Carichieti e Banca Etruria) di cui all’art. 47, comma 7, d. lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che prevede testualmente che “gli azionisti, i titolari di altre partecipazioni e/o i creditori dell’ente sottoposto a risoluzione e gli altri terzi i cui diritti, attività, passività non sono oggetto di cessione non possono esercitare pretese sui diritti, sulle attività e sulle passività oggetto della cessione…”.

Va peraltro evidenziato come tale previsione di recente sia stata interpretata restrittivamente sia dalla giurisprudenza statale[8] che da quella privata[9] che hanno concordemente affermato che essa non riguarda le pretese risarcitorie degli ex azionisti delle c.d. quattro banche, fondate sulla violazione delle disposizioni sulla prestazione dei servizi di investimento. Pertanto delle conseguenti passività devono rispondere le banche che hanno incorporato gli enti ponte, anche se si tratti di passività che non erano state ancora accertate al momento della risoluzione e quindi non iscritte nelle scritture contabili obbligatorie, come ad esempio quelle per future sanzioni amministrative.[10]

In altri termini, secondo tali decisioni, la “riduzione” delle pretese degli azionisti va circoscritta ai diritti (amministrativi ed economici) “incorporati” nei titoli “azzerati”, che i primi potrebbero vantare nelle vesti di soci delle banche risolte.

L’art. 3, comma 1, lett. b) del d.l. 99/2017 invece, con una formulazione più chiara e precisa dell’art. 47 l. 150/2015, lascia in carico alla liquidazione coatta dei due istituti veneti le passività connesse alle pretese risarcitorie che gli ex soci potrebbero far valere in qualità di investitori danneggiati dagli acquisti di azioni proprie.

La disparità di trattamento tra le posizioni, apparentemente simili, dei soci investitori delle due serie di istituti di credito ma ancor più quella tra quanti abbiano acquistato titoli emessi dalle due banche venete e quanti, tramite esse, avevano acquistato titoli emessi da soggetti terzi, anche se appartenenti allo stesso gruppo dei due istituti veneti, rende questa disciplina assai poco compatibile con l’art. 3 Cost.[11]

Né può sottrarla a tale rilievo l’unica ratio, che le si può attribuire, di rendere maggiormente conveniente la conclusione del contratto di cessione di azienda per l’acquirente, anche essa perché postula che il testo normativo sia stato conformato alle esigenze del cessionario e quindi dopo che le condizioni della cessione erano state pattuite.

V’è da chiedersi anche se tale disciplina realizzi un ragionevole bilanciamento tra gli interessi perseguiti mediante la disciplina dettata in tema di risoluzioni bancarie e l’interesse alla tutela degli investitori che assume nel nostro ordinamento rilevanza costituzionale (art. 47 Cost.).

3. “Le controversie” escluse dalla cessione.

La lett. c) dell’art. 3 esclude dalla cessione anche “le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività”. La norma è formulata in modo alquanto grossolano poiché, pur menzionando testualmente una cessione di controversie future, impossibile sotto il profilo giuridico, in realtà si riferisce ai debiti, sorti prima o dopo la cessione, che siano oggetto di controversie successive al momento della cessione.

La previsione, sottraendo alla cessione anche i debiti che siano stati iscritti nelle scritture contabili delle due società costituisce una ulteriore deroga al disposto dell’art. 2560, secondo comma, c.c.

Infatti perché di essi possa rispondere la cessionaria occorre che le controversie ad essi relative siano sorte prima della cessione.

Diventa quindi rilevante comprendere cosa debba intendersi per “controversie”.

Orbene, nella nozione rientrano sicuramente, oltre ai giudizi e agli arbitrati, le procedure che erano pendenti davanti all’Acf prima della liquidazione coatta, anche se non siano proseguite dopo la revoca della licenza bancaria (il provvedimento è stato adottato dalla Bce con effetto dal 19 luglio 2017), ed i procedimenti di mediazione, tenuto conto, con riguardo a questi ultimi, che l’art. 5, comma 1 bis d. lgs. 28/2010 nel menzionare gli affari soggetti o passibili di tale Adr utilizza proprio il termine di controversie, ma anche i procedimenti di negoziazione assistita[12].

E’ assai più incerto invece che possano qualificarsi come “controversie” i meri reclami, ovvero le contestazioni non riscontrate dalla banca, poiché una simile evenienza non è ancora rappresentativa di quel contrasto tra posizioni giuridiche contrapposte che esprime il termine di controversia[13].

Per contro per controversia ben può ben intendersi anche l’azione civile svolta nel processo penale. La conseguenza è che, stando alla norma in esame, la cessionaria non potrebbe rispondere civilmente, ai sensi dell’art. 2049 c.c., dei fatti reato (aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza) di cui sono imputati gli ex amministratori dei due istituti di credito nei processi penali attualmente in corso.

La costituzione delle parti civili in tali processi infatti è avvenuta solo di recente e si riferisce ai danni, soprattutto non patrimoniali, derivanti da quelle specifiche condotte, pacificamente tenute prima della cessione, e non già dalla commercializzazione di azioni e obbligazioni delle due banche venete.

Sul punto deve peraltro osservarsi che la conclusione sarebbe la medesima anche se non vi fosse l’art. 3, lett. c) poiché troverebbe applicazione il comma 2 dell’art. 2560 c.c. Può infatti escludersi che i debiti derivanti da quella specifica fonte di responsabilità siano stati iscritti nelle scritture contabili della società al momento della cessione giacchè all’epoca l’azione penale per quei fatti non era stata ancora esercitata[14].

4. L’incompatibilità della disciplina in esame con il principio comunitario della tutela giurisdizionale effettiva

Ad avviso di chi scrive la singolare disciplina che si è esaminata nel paragrafo precedente, oltre a presentare i profili di incostituzionalità di cui si è detto, è in buona parte in palese conflitto con l’art. 2558, primo comma, c.c, sulla cessione dei contratti nella cessione di azienda, che non è derogato dall’art. 58 t.u.b., regolante la cessione di rapporti giuridici bancari, e nemmeno dal d.l. 99/2017.

Sul punto occorre rammentare che la giurisprudenza da tempo ha chiarito i diversi ambiti i applicazione di tale norma e dell’art. 2560 c.c., stabilendo in particolare che: “In tema di cessione di azienda, il regime fissato dall’art. 2560, secondo comma, cod. civ. con riferimento ai debiti relativi all’azienda ceduta (secondo cui dei debiti suddetti risponde anche l’acquirente dell’azienda, allorché essi risultino dai libri contabili obbligatori), trova applicazione quando si tratti di debiti in sé soli considerati; non si applica, invece, quando i debiti si ricolleghino a posizioni contrattuali non ancora definite, in cui il cessionario sia subentrato a norma dell’art. 2558 cod. civ., nel qual caso la responsabilità si inserirà nell’ambito della più generale sorte del contratto, anche se in fase contenziosa al tempo della cessione dell’azienda. (Così Cass. n.11318/2004; Cass. 8219/1990 e Trib. Milano, sez. VII, 3 dicembre 2014, n. 14413).

In termini analoghi si è affermato che: “Nell’ipotesi di contratti ancora in corso, infatti, in caso di trasferimento d’azienda si verifica il trasferimento al soggetto acquirente di tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale, a norma dell’art. 2558 cod. civ., con conseguente responsabilità dell’acquirente dell’azienda per l’inadempimento dei relativi contratti, a prescindere alla riscontrabilità delle relative poste passive nelle scritture contabili (Cass.4301/1999).

E’ evidente come l’assetto delineato dall’art. 3, lett. b) e c) del d.l.99/2017 sia del tutto eccentrico rispetto a questa ricostruzione che invece è postulata dal già citato art. 47, comma 7, d. lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che fa salva la possibilità per i terzi i cui diritti siano stati ceduti di agire verso l’ente ponte.

 Infatti la lett. b) prevede che le passività derivanti da operazioni di investimento in azioni ed obbligazioni proprie delle banche risolte restino in carico alle medesime, a prescindere dalla sorte del contratto quadro sottostante sebbene, stando a quanto previsto nel contratto di cessione di azienda[15] siano stati ceduti a Banca Intesa tutti i contratti di custodia ed amministrazione titoli in essere con i due istituti veneti al momento della liquidazione.

Analogo discorso vale, in virtù di quanto previsto dalla lett. c), per i debiti, derivanti da rapporti di intermediazione finanziaria[16] o bancari[17], ceduti a Banca Intesa, che fossero contestati dopo la cessione.

Entrambe le previsioni determinano però una inedita scissione tra situazioni debitorie e situazioni creditorie nascenti dallo stesso rapporto contrattuale che, senza dubbio, risulta pregiudizievole per i contraenti ceduti.

Non vi è chi non veda infatti che, per effetto di tale regime, lo stesso soggetto potrebbe coltivare le pretese relative a titoli emessi da istituti diversi dalle due banche venete nei confronti di Intesa San Paolo mentre dovrebbe dolersi con i commissari liquidatori delle operazioni di investimento in titoli emessi direttamente dai due istituti veneti, sebbene in entrambe le ipotesi venga in rilievo la violazione degli obblighi nascenti dal medesimo contratto.

E ancora, sempre per esemplificare, il correntista nei cui confronti Banca Intesa azionasse un credito fondato su un rapporto bancario a lei ceduto non potrebbe svolgere una domanda riconvenzionale di condanna, nascente da quel medesimo rapporto, perché dovrebbe indirizzarla verso i commissari liquidatori con l’elevata probabilità, per non dire certezza, di non poter soddisfare la propria pretesa, data la quasi certa insolvibilità della liquidazione

Si noti che, dato il tenore della norma, nei confronti della cessionaria non può essere spiegata nemmeno una domanda riconvenzionale di mero accertamento o una eccezione di compensazione, fondata su fatti anteriori alla cessione e derivante dai rapporti ceduti, con evidente compromissione del diritto di difesa.

Si noi poi che qualora l’iniziativa giudiziale di Banca Intesa fosse assunta dopo la chiusura della liquidazione, non vi sarebbe nemmeno più il soggetto verso il quale l’investitore o il correntista potrebbe indirizzare le proprie pretese.

E’ evidente poi che la possibilità di recedere dal rapporto, riconosciuta ai contraenti ceduti dall’art. 58, comma 6, T.U.B., analogo al disposto dell’art. 2558 c.c., primo comma, non sposta i termini della questione giacchè Intesa sarebbe comunque legittimata ad agire nei loro confronti per recuperare i crediti fondati sui rapporti ceduti.

Alla luce delle considerazioni sin qui svolte il testo dell’art. 3 lett. b e c) d.l., 99/2017 non pare conforme al principio di tutela giurisdizionale effettiva che, oltre ad essere sancito dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, è ribadito anche dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il comma 1 di tale previsione infatti stabilisce che: “Ogni individuo i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo”.

Di recente la Corte di Giustizia (sentenza 27 settembre 2017, C-73/16) ha richiamato tale principio con riguardo alle norme in tema di mezzi di prova. I giudici europei nell’occasione hanno affermato che può costituire una restrizione del diritto ad un ricorso effettivo dinanzi a un giudice la non ammissione, come mezzo di prova, in base alla legge nazionale, di un elenco, presentato dalla persona interessata e contenente dati personali di quest’ultima e acquisito senza il consenso del responsabile del trattamento. Ne deriva che, prima di poter respingere l’elenco controverso quale mezzo di prova, il giudice nazionale «deve assicurarsi che tale restrizione del diritto ad un ricorso effettivo sia effettivamente prevista dal diritto nazionale e che il diritto ad un ricorso non ne risulti eccessivamente pregiudicato.

E’ evidente che la fattispecie esaminata dalla Corte di Giustizia in quel caso è completamente diversa da quella qui in esame. Ilprincipio affermato in tale occasione però ha una portata di caratteregenerale, essendo idoneo a conformare tutte le norme che, in vario modo, possono limitare il diritto di difesa e tra le quali rientrano, per le ragioni anzi dette, l’art. 3, lett. b) e c) del d.l. 99/2017, che pertanto potranno essere disapplicate dal giudice italiano in quanto in contrasto con esso.

Tale conclusione non vale invece per i debiti derivanti da rapporti che fossero già esauriti al momento della cessione[18] o che non sia stati ceduti a Intesa San Paolo nonché da fatti illeciti occorsi prima della cessione.


[1] Nello stesso senso si veda anche l’ordinanza del 26 gennaio 2018 con la quale il Gup del Tribunale di Roma ha autorizzato la citazione, in qualità di responsabile civile, di Banca Intesa nel processo penale a carico degli ex vertici di Veneto Banca e sulla quale si tornerà più avanti.

[2] Sulla specialità dell’art. 58 t.u.b laddove prevede il trasferimento delle passività al soggetto cessionario della azienda bancaria e non la semplice aggiunta della responsabilità di questo ultimo si veda Cassazione civile, sez. II, 29 ottobre 2010, n. 22199 e.

[3] Cass. 10 febbraio 2004 n. 2464, in Giur. it., 2004, I, 1669, con nota di Cavanna, Osservazioni in tema di cessione di azienda bancaria e responsabilità del cessionario, sulla base della premessa della specialità della disciplina in virtù del combinato disposto degli art. 54 e 55 r.d.l. n. 375 del 1936, previgenti all’art. 58 t.u.b. aveva affermato che tale disciplina era funzionale alla tutela degli interessi dei creditori della cedente, cosicchè doveva ritenersi nulla la clausola con la quale le parti avessero previsto la limitazione della responsabilità del cessionario

[4] La limitazione della responsabilità del cessionario dell’azienda all’evidenza diretta risultante dai libri contabili obbligatori è posta a tutale del suo legittimo affidamento (Cass. civ, sez. un., 28 febbraio 2017, n. 5054).

[5] Trib. Palermo 8 maggio 2017, in http://www.guidaaldiritto.itsecondo il quale: “Ritenere che le passività delle partecipate non cedute transitino automaticamente dalla sfera patrimoniale delle partecipate a quella della partecipante in liquidazione coatta amministrativa all’evidenza comporta un effetto contrario alla ratio della disciplina esaminata, estendendo di fatto ai creditori delle partecipate gli effetti dell’insolvenza della partecipante”. In termini simili anche decisione Acf, 16 novembre 2017 n.107, che ha precisato che una interpretazione estensiva dell’art. 3, lett. b) dl 99/2017, oltre ad essere in contrasto con il suo tenore letterale, “sarebbe francamente eversiva del sistema – e gravemente sospetta di incostituzionalità anche nell’ambito della riconosciuta discrezionalità del legislatore, non foss’altro che per la sua palese irragionevolezza – in quanto essa nella sostanza postulerebbe che il decreto legge abbia sostanzialmente disposto la cessione di un debito (sia pure litigioso) che gravava sul resistente in favore della banca che all’epoca dei fatti la controllava, in contrasto così con il principio comune del diritto delle obbligazioni che non consente la cessione di un debito senza il consenso del creditore”.

[6] A. A. Dolmetta e U. Malvagna, “Banche venete” e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in questa rivista, 2017, 7, p.2

[7] Dalla previsione citata nel testo si desume piuttosto chiaramente come il testo del d.l. sia stato modulato in base alle esigenze del cessionario e, a ben vedere, che è stato predisposto dopo che era stato raggiunto un accordo con esso sui principali aspetti del rapporto, sebbene il contratto di cessione risulti essere stato formalizzato dopo la pubblicazione in G.U. del d.l.

[8] Trib. Ferrara, 28 ottobre 2017; Trib. Ferrara, 31 ottobre 2017; Trib. Milano, 8 novembre 2017 tutte reperibili in questa rivista.

[9] Decisioni dell’Acf nn. 165-170 del 9 gennaio 2018, tutte reperibili sul sito di tale organismo. In esse a sostegno della conclusione esposta nel testo si afferma che dal combinato disposto delle previsioni del provvedimento di Banca d’Italia del 22 novembre 2015, attuativo della L.180/2015 si desume che “l’obiettivo opportunamente perseguito è stato quello di “includere il più possibile” e di “escludere il meno possibile” dal perimetro oggetto della cessione, così da preservare la continuità aziendale, a fondamento della quale si pone indissolubilmente anche la continuità dei rapporti contrattuali (attivi e passivi) con la relativa clientela”.

[10] Così Trib. Milano, 8 novembre 2017 cit. Per un commento alla decisione si veda: S.Bonfatti,La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo), in questa rivista. L’autore, in dissenso con il tribunale di Milano, esclude l’applicabilità dell’art. 58 T.U.B. alle cessioni delle aziende bancarie facenti riferimento alle “quattro Banche” – così come alle cessioni delle aziende bancarie delle due banche venete -, con la sola eccezione del comma 3, e, conseguentemente, ritiene applicabile il disposto dell’art. 2560, comma 2, c.c.. La conseguenza che ne trae è che i cessionari delle aziende bancarie

di una delle “Quattro Banche” non deve rispondere di passività non risultanti dai libri contabili obbligatori.

[11] A. A. Dolmetta e U. Malvagna, op. cit., pp.4-5.

[12] Ci si riferisce alla negoziazione assistita promossa volontariamente dalla parte ai sensi dell’art.2, d.l. 132/2014, atteso che le controversie finanziarie non sono soggette a negoziazione assistita obbligatoria.

[13] Per la conclusione opposta invece A. A. Dolmetta e U. Malvagna, op. cit., p.8, che ritengono sufficiente una contestazione scritta purchè sufficientemente specifica.

[14] Il profilo esposto nel testo non è stato considerato dal Gup del Tribunale di Roma che ha autorizzato, con ordinanza del 28 gennaio 2018, la citazione, in qualità di responsabile civile, di Banca Intesa nel processo penale a carico degli ex vertici di Veneto Banca. Peraltro quel provvedimento individua nella lett. b) dell’art. 3 la norma che esonera da responsabilità la cessionaria e di fatto la disapplica sulla base di una sua interpretazione che si afferma essere costituzionalmente orientata. Si noti peraltro che di segno opposto è stata invece la decisione in data 8 febbraio 2018 del Gup del Tribunale di Vicenza nel processo nei confronti degli ex amministratori di Banca Popolare di Vicenza .

[15] Ai sensi dell’art. 3.1.2, punto a, iii), del contratto di cessione di azienda i contratti citati nel testo rientrano tra le attività incluse del c.d. insieme aggregato.

[16] Al punto vi dell’art. 3.1.2. del contratto di cessione si precisa, curiosamente, che rientrano nelle attività incluse “i contratti derivati che non abbiano natura speculativa e il cui scopo sia quello di coprire i rischi finanziari del cliente”. Da tale previsione si desume che i contratti su prodotti derivati non aventi quelle caratteristiche restano in carico alle società in liquidazione. Sul punto deve però evidenziarsi che la conclusione dei singoli contratti su derivati avviene sulla base della stipulazione di un sottostante contratto quadro, cosicchè non è dato comprendere come sia possibile cedere il primo a prescindere dalla cessione del secondo. Peraltro la pattuizione non precisa quale sia il criterio in base al quale valutare il carattere speculativo del derivato ed in particolare se occorra far riferimento a quanto dichiarato dai contraenti o a quanto accertato in sede giudiziale. Tenuto conto di tutto ciò è facile prevedere che le future controversie relative a contratti su derivati conclusi prima della cessione con i due istituti in liquidazione verranno comunque promosse nei confronti di Banca Intesa.

[17] L’art. 3.1.2, punto iii, del contratto di cessione di azienda elenca, a titolo esemplificativo, tra i rapporti ceduti: quelli di conto corrente, i certificati di deposito, i depositi a risparmio ed il relativi saldi. Non vengono menzionati i contratti di apertura di credito ma, ai sensi del primo comma dell’art. 2558 c.c., anch’essi devono ritenersi ceduti. Sul punto è opportuno ricordare che, secondo l’insegnamento di Cass. civ.. sez. I, 26 ottobre 2007, n.22538, il principio sancito dall’art. 2558 c.c., vale anche per i contratti bancari, compresi quelli di apertura di credito, dovendosi escludere il loro carattere personale. Si noti poi che, proprio in virtù di tale clausola Banca Intesa ha potuto istituire un fondo di cento milioni di euro a favore degli ex clienti delle banche venete, acquisiti per effetto della cessione.

[18] Con riguardo ad una fattispecie analoga Trib. Bologna, 12 luglio 2017, in http://www.ilcaso.it, ha affermato che: “Ove il rapporto contrattuale su cui sono state regolate le operazioni oggetto della domanda (contestazione della validità del contratto quadro e dell’adeguatezza di alcune operazioni di investimento) sia stato estinto in data anteriore alla cessione dell’azienda bancaria in dissesto all’ente-ponte costituito ex art.40 Dir. 2014/59/UE e art.42 d.lgs. 180/2015, difetta la legittimazione passiva dell’ente-ponte in relazione alla domanda di condanna proposta dall’ex cliente”.

FILE

http://www.dirittobancario.it/approfondimenti/crisi-bancarie/lca-delle-banche-venete-e-principio-di-tutela-giurisdizionale-effettiva

Quali sono i governi possibili

MASSIMO PERCOSSI ILPOST.IT -06/03/2018

Quanti parlamentari hanno eletto i vari partiti e quindi chi può formare una maggioranza: gli scenari sono essenzialmente quattro

 (ANSA)

Alle elezioni di domenica il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno ottenuto un grande successo. Il Movimento 5 Stelle ha raccolto oltre tre milioni di voti in più rispetto alle elezioni politiche del 2013; la Lega ha fatto ancora meglio, quadruplicando le sue percentuali di cinque anni fa e diventando il primo partito di centrodestra. Anche se mancano ancora i risultati di qualche sezione, si è ormai capito come sarà composto il prossimo Parlamento e che non ci sarà una maggioranza definita: d’altra parte, come sapevamo anche prima del 4 marzo, quando gli elettori dividono i loro voti tra tre liste o coalizioni è difficile che una sola possa ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Chiunque vorrà formare un governo quindi dovrà necessariamente formare un’alleanza: ma anche le opzioni per formare queste alleanze non sono moltissime.

Secondo le più aggiornate informazioni comunicate dal ministero dell’Interno, la coalizione di centrodestra dovrebbe avere 260 parlamentari alla Camera e 135 al Senato, il Movimento 5 Stelle dovrebbe avere 221 parlamentari alla Camera e 112 al Senato e la coalizione del Partito Democratico arriverebbe a 112 seggi alla Camera e 57 al Senato. A questi numeri vanno aggiunti 12 deputati e 6 senatori eletti all’estero, che non cambieranno in modo decisivo il quadro generale.

 

Camera (maggioranza: 315 seggi)

– Movimento 5 Stelle 221 seggi
– Totale coalizione centrodestra 264 seggi
– Coalizione Partito Democratico 112 seggi
– Liberi e Uguali 14 seggi

***

Senato (maggioranza: 161 seggi)

– Movimento 5 Stelle 112 seggi
– Totale coalizione centrodestra 135 seggi
– Coalizione Partito Democratico 57 seggi
– Liberi e Uguali 4 seggi

***

Con questi numeri sono possibili solo quattro coalizioni diverse (qui trovate un “simulatore” di coalizione realizzato sempre da YouTrend).

Centrodestra + “responsabili”
Per raggiungere la maggioranza assoluta, al centrodestra mancano più di 50 seggi alla Camera e poco meno di 30 al Senato. È possibile che i seggi mancanti arrivino da singoli parlamentari o piccoli gruppi fuoriusciti da altri partiti, ma ne servono molti. Un esempio che viene fatto spesso è quello dei parlamentari del Movimento 5 Stelle che sono già stati espulsi, ma dovrebbero essere poco più di dieci tra Camera e Senato; servirebbe che decine di altri parlamentari appena eletti escano dal gruppo del Movimento 5 Stelle o dal PD per sostenere un governo di centrodestra guidato da Matteo Salvini. Raccogliere una decina o una ventina di parlamentari in questo modo è possibile ed è già accaduto in passato: trovarne circa 80, invece, rischia di essere impossibile.

Centrodestra unito + centrosinistra unito
I circa 80 parlamentari che servono al centrodestra – tra Camera e Senato – per arrivare alla maggioranza potrebbero arrivare direttamente da un accordo con il centrosinistra, invece che da singoli parlamentari in uscita dal PD. Questa sembra però un’ipotesi ancora più improbabile: il centrosinistra dovrebbe appoggiare un governo guidato dalla Lega – ideologicamente, simbolicamente e diametralmente opposto – dopo aver passato l’intera campagna elettorale a presentarsi come radicalmente alternativi proprio ai cosiddetti “populisti”. Matteo Salvini, inoltre, dovrebbe accettare di mettere il suo governo nelle mani del PD, che potrebbe farlo cadere in qualsiasi momento. Matteo Renzi, nel suo discorso di lunedì sera in cui ha annunciato le sue future dimissioni da segretario del partito, ha comunque detto di non volere fare alleanze di governo.

Movimento 5 Stelle + Lega
Sembra più probabile invece uno scenario in cui il Movimento 5 Stelle forma un governo e riceve in qualche maniera il supporto della Lega. Anche il Movimento 5 Stelle, infatti, non ha i numeri da solo per governare: gli mancherebbero poco meno di un centinaio di seggi alla Camera e una cinquantina al Senato. La Lega da sola sarebbe sufficiente a garantire una sottile maggioranza parlamentare, ma ci sono comunque due condizioni che la Lega dovrebbe accettare.

La prima è che la Lega dovrebbe accettare di non guidare il governo: potrebbe farlo in un governo di centrodestra, dato che è il partito di maggioranza di quella coalizione, ma ha avuto meno voti e ottenuto meno seggi del Movimento 5 Stelle. La seconda condizione è che il Movimento 5 Stelle ha già reso chiaro che intende formare un governo “monocolore”. I partiti alleati, quindi, fornirebbero solo un “appoggio esterno”: dovrebbero votare la fiducia al governo ma senza ricoprire incarichi, e magari concordando un programma limitato. Questo è uno degli scenari di cui giornalisti ed esperti di retroscena politici discutono di più (e avevano cominciato a farlo già mesi prima delle elezioni).

Movimento 5 Stelle + PD + LeU
Un’altra possibilità è che il Movimento 5 Stelle raggiunga un accordo con le forze del centrosinistra, cioè PD e Liberi e Uguali. Probabilmente la coalizione sosterrebbe un governo del tutto simile a quello dello scenario precedente: composto solo da membri del M5S, sostenuto in Parlamento da altri partiti. Sarebbe però una maggioranza ancora più sottile di quella che potrebbe garantire la Lega. Questo scenario sembra però molto improbabile, almeno per il PD e almeno finché Renzi dovesse restarne segretario: e vale sempre che i neoeletti parlamentari del PD hanno passato l’intera campagna elettorale a presentarsi come radicalmente alternativi proprio ai cosiddetti “populisti”. Liberi e Uguali, invece, durante la campagna elettorale ha già fatto capire di essere disponibile quanto meno a valutare la possibilità di appoggiare dall’esterno un governo del Movimento 5 Stelle.

Bce, Draghi terrà a bada i falchi. Tre motivi per farlo tra cui rischio Italia e protezionismo Trump

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com – 06/03/2018

E di colpo la Germania spaventa. L’altro motivo risiede infatti nella performance di un indicatore che mette in evidenza come…

Venti di protezionismo con il rischio sempre più alto che nel mondo esplodano guerre commerciali, incognita Italia dopo i risultati delle elezioni politiche italiane dello scorso 4 marzo e tracollo del sentiment degli investitori, come certificato dalla performance dell’indice relativo Sentix. Mario Draghi, numero uno della Bce, ha più di una ragione per tenere a bada i falchi, nel prossimo Consiglio direttivo della banca centrale che si terrà dopodomani 8 marzo.

 
 

A poco più di un mese rispetto all’ultima riunione di gennaio, il quadro è cambiato: nell’ultimo meeting, la Bce aveva parlato non solo dell’espansione economica robusta dell’Eurozona, ma anche di minori rischi di incertezze geopolitiche e di protezionismo. Ci ha pensato il presidente americano Donald Trump a rinfocolare il rischio di protezionismo, annunciando i dazi sull’alluminio e sull’acciaio e anche dazi sul settore dell’auto europeo. Dal canto suo, in base a una bozza a cui Bloomberg ha avuto accesso, la Commissione europea sta lavorando a dazi che andrebbero a colpire articoli di abbigliamento, calzature e acciaio made in Usa, oltre che un gruppo selezionato di prodotti industriali, tra cui le moto Harley-Davidson, il Bourbon e i Jeans Levi’s.

Già queste due ragioni – elezioni politiche italiane e rischi di protezionismo – sarebbero sufficienti a rimandare qualsiasi cambiamento di politica monetaria. Un terzo motivo è rappresentato dalla sorpresa Sentix, ovvero dell’indice che monitora il sentiment dell’Eurozona, che è capitolato al minimo in quasi un anno.

Il dato, che monitora la fiducia degli investitori nell’Eurozona, ha subito un netto calo a marzo, scontando un deterioramento che ha colpito soprattutto la Germania, e scendendo così dai 31,9 di febbraio a 24 punti nel mese di marzo. Gli analisti avevano previsto un calo limitato a 30,9 punti.

Nel commentare il crollo del Sentix, il ricercatore Manfred Huebner – che fa ricerche proprio sul dato – ha detto a Reuters che “i commenti del presidente americano Donald Trump sull’introduzione di dazi doganali su alcuni prodotti non ha allarmato solo la Commissione europea” e che “anche gli investitori hanno reagito”.

Il Sentix tedesco, in particolare, è precipitato da 36,2 punti dello scorso mese a 29,1 punti, con il sottoindice delle aspettative crollato da 5,5 a -2,5, al minimo dal febbraio del 2016,

“Il motore della crescita tedesca sta chiaramente iniziando a incepparsi”, ha affermato ancora Huebner, che ha poi sottolineato che gli investitori sono rimasti delusi anche dall’accordo per la Grosse Koalition siglato tra i conservatori della cancelliera Angela Merkel e i socialdemocratici dell’SPD: accordo che ha ricevuto il benestare dei socialdemocratici nel referendum indetto lo scorso 4 marzo, lo stesso giorno del voto in Italia. L’esperto ha sottolineato che sia le minacce di Trump sui dazi – che secondo gli analisti andrebbero a colpire soprattutto i colossi dell’auto tedeschi – che l’intesa Merkel-Schulz, secondo gli investitori, potrebbe mettere a rischio il boom economico della Germania.

Poste, per RcAuto guarda a Generali e Unipol

redazione finanzareport.it – 06/03/2018

Del Fante ha avviato contatti con le compagnie assicurative per una partnership nelle polizze auto nel quadro di un piano industriale che prevede l’espansione nel Ramo Danni

 
 

Poste Italiane ha puntato chiaramente sul segmento delle polizze Rc Auto e ora ha deciso di sondare il campo per la ricerca dei potenziali partner contattando i due principali operatori del mercato, Generali e Unipol.

La società guidata da Matteo del Fante avrebbe avviato i primi colloqui, scrive stamani il Sole 24 Ore, ma non è escluso che eventuali accordi di collaborazione non siano sottoscritti anche con altre compagnie assicurative. 

La scorsa settimana, in occasione della presentazione del piano industriale, Del Fante ha indicato l’intenzione di ampliare le attività assicurative nel ramo Danni e in altri segmenti come i prodotti previdenziali ma seguendo un percorso fatto di gradualità e grande attenzione secondo una strategia già intrapresa in passato con il BancoPosta

Ora l’obiettivo dell’amministratore delegato delle Poste è quello di scegliere uno o più partner per commercializzare le polizze nelle migliaia di sportelli esistenti sull’intero territorio nazionale. Le ipotesi sul tavolo vanno dalle partnership per ogni settore specifico fino all’individuazione di uno solo partner

Per il quotidiano l’identikit “porta a Generali che – per quanto la società getti ufficialmente acqua sul fuoco – sarebbe interessata a una partita in esclusiva anche per allargare la collaborazione a tutto il settore del bancassurance”. E in tale scenario si ipotizza anche la possibilità che l’alleanza commerciale venga rafforzata dall’ingresso di Poste nell’azionariato della compagnia assicurativa. 

Carige, caso Mincione arriva in Cda

Rosario Murgida finanzareport.it – 06/03/2018

I consiglieri della banca ligure non possono più ignorare le istanze del finanziere dopo il faro acceso dalla Consob. A Genova si prevede un Cda ad alta tensione sulle richieste di Mincione.

La questione dell’ingresso nell’azionariato di Carige del finanziere Raffaele Mincione con la relativa richiesta di rappresentanza in Cda verrà affrontata oggi dal consiglio di amministrazione della banca ligure.

Secondo quanto trapela da Genova, quella prevista oggi sarà una riunione dei consiglieri per lo più incentrata sulla richiesta del neo-socio di avere un posto in consiglio. L’ordine del giorno non lo specifica in dettaglio limitandosi a includere tra i punti all’esame del Cda il dossier del rilancio Cesare Ponti e l’approvazione dei risultati preliminari del 2017 ma tutto lascia pensare che il tema verrà affrontato in lungo e in largo vista la sua delicatezza in un momento particolare della storia dell’istituto ligure dopo l’aumento di capitale e l’avvio del piano di rafforzamento affidato all’a.d. Paolo Fiorentino.

Del resto la Consob ha già acceso un faro sulla mancata comunicazione da parte del presidente Giuseppe Tesauro della lettera inviata dal finanziere con la richiesta esplicita di un posto in Cda. Pertanto i consiglieri, che per la maggior parte hanno bollato in precedenza Mincione come un azionista non stabile e quindi di poco conto, non potranno più ignorare sviluppi ormai noti anche al pubblico e alle autorità e dovranno prendere una posizione ben chiara sulle richieste arrivate da Londra pochi giorni l’annuncio dell’ingresso nell’azionariato con il 5,4% del capitale.

Per il Secolo XIX l’istanza di Mincione “è destinata ad assorbire larga parte della seduta” anche se “non è esplicitamente all’ordine del giorno della riunione del 6 marzo. Ma nell’odg compare la voce “Comunicazioni del presidente” e molti, anche tra gli analisti, sono pronti a scommettere che tra queste ci sarà soprattutto il ‘caso Mincione’ anzi qualcuno arriva ad affermare come sia “impossibile che il tema non venga affrontato in consiglio”.

Mincione ha chiesto esplicitamente di avere voce in capitolo nella governance della banca ligure e quindi sulla gestione anche per tener conto di un rimpasto dell’azionariato che ha portato alcuni soci come Aldo Spinelli e la Fondazione Carige a diluirsi fortemente pur mantenendo una presenza in Cda. In caso di mancata risposta positiva, il finanziere avrebbe paventato la possibilità di perseguire un piano alternativo per ribaltare gli attuali pesi in consiglio.

Si parla da giorni di un presunto “piano B” per revocare e rinnovare il Cda, tramite un’assemblea straordinaria successiva alla riunione dei soci per l’approvazione del bilancio del 29 marzo prossimo, grazie al contributo di un parterre di fondi di investimento pronti a salire fino al 30% comprendendo anche un possibile 10% raggiunto da Mincione. In tal caso si formerebbe una minoranza di blocco con un peso superiore al 28% massimo raggiungibile dalla famiglia Malacalza sulla base dell’autorizzazione richiesta e ottenuta dalla Bce. Si verrebbe a formare uno scenario in cui l’ago della bilancia sarebbe l’imprenditore Gabriele Volpi, titolare del 9% circa del capitale, e in cui non sarebbe escluso il rischio di un’Opa obbligatoria.