Lca delle banche venete e principio di tutela giurisdizionale effettiva

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Massimo Vaccari, Giudice del Tribunale di Verona pubblicato su diritto bancario.it in data 06/03/2018

 

Massimo Vaccari, Giudice del Tribunale di Verona
 

1. Premessa: il quadro normativo

Come è noto gli artt. 2558, 2559 e 2560 c.c. e l’art. 58 Tub definiscono in maniera esaustiva se ed in quali limiti il cessionario subentri nelle posizioni attive e passive relative all’azienda ceduta e quindi quando egli sia legittimato, attivamente o passivamente, nei giudizi che dovessero essere promossi dopo la cessione.

La successione nei giudizi già pendenti alla data della conclusione del contratto di cessione di azienda è invece regolata dall’articolo 111 c.p.c.

Orbene, a fronte di un quadro normativo così consolidato il legislatore ha dedicato alla successione di Banca Intesa nei rapporti con i terzi delle due banche venete poste in liquidazione coatta amministrativa con il decreto del Ministero dell’Economia del 25 giugno 2017, una disciplina assai peculiare, contenuta da un lato, nel d.l. 25 giugno 2017 n. 99, convertito con modificazioni nella l. 31 luglio 2017, n. 121, e, dall’altro lato, nel contratto di cessione di azienda concluso da Banca Intesa e dai commissari liquidatori il 26 giugno 2017 e così espressamente qualificato sia dalle parti contraenti che dallo stesso art. 3, comma 1, d.l. 99/2017[1].

Innanzitutto quest’ultima norma esclude espressamente l’applicazione delle disposizioni in tema di cessione di azienda bancaria, ad eccezione del comma 3 dell’art. 58 t.u.b., con la conseguenza che lo speciale regime da essa previsto[2] non trova applicazione alla vicenda successoria in esame e la disciplina convenzionale che vi deroga non può ritenersi sol per questo illegittima[3].

2. I debiti esclusi dalla cessione a Banca Intesa

Una significativa differenza rispetto al regime codicistico si rinviene poi nella lett. b) dell’art. 3, comma 1, che esclude dalla cessione i debiti delle due banche “nei confronti dei propri azionisti o obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate dalle banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse”.

E’ evidente come la norma si riferisca alle numerose operazioni di acquisto di azioni e obbligazioni convertibili dei due istituti di credito, compiute in violazione della disciplina del T.u.f. o più in generale di quella codicistica, e che avevano dato luogo ad un esteso contenzioso prima della liquidazione coatta. E allude anche alle operazioni di tal fatta incrociate, ovvero di acquisto di azioni di uno dei due istituiti veneti che fossero state effettuate presso l’altro e viceversa.

La disciplina in esame costituisce una deroga, invero solo parziale, al disposto dell’articolo 2560, secondo comma, c.c. e pertanto deve ritenersi che riguardi “i debiti”, derivanti dalle predette operazioni, che risultino dai libri contabili obbligatori[4]. Per i debiti non iscritti o futuri vale invece la disciplina di cui alla lettera c) dello stesso articolo che si esaminerà nel prossimo paragrafo.

A quella di cui alla lett. b) consegue che le pretese restitutorie o risarcitorie fondate sui titoli individuati dal legislatore, e già azionate in giudizio alla data della messa in liquidazione, dopo di essa, andranno coltivate nei confronti dei commissari liquidatori.

La giurisprudenza[5] ha avuto occasione di chiarire che il perimetro delle passività escluse dalla cessione non ricomprende quelle delle controllate delle due banche poste in liquidazione, poiché si tratta di autonomi soggetti di diritto, per i quali non è stata aperta, né pende, alcuna procedura e che quindi sono legittimati passivamente rispetto alle domande fondate sulla violazione della disciplina regolante l’attività di intermediazione finanziaria.

Se non può dubitarsi che l’esclusione riguardi anche i debiti risarcitori nei confronti degli azionisti-investitori, stante l’espressa menzione delle violazioni della normativa sulla prestazione di servizi di investimento, è controverso se nell’espressione, invero alquanto atecnica, di “operazioni di commercializzazione di azioni” siano ricomprese anche le operazioni di trasferimento di azioni dei due istituti di credito nell’ambito di rapporti societari, ed in particolare quelle tra società dello stesso gruppo.

Secondo una tesi[6] la risposta all’interrogativo è positiva.

Ad avviso di chi scrive invece la nozione di “commercializzazione” pare alludere ad una attività indirizzata ad un numero indeterminato di soggetti e quindi non è idonea a ricomprendere anche le cessioni di partecipazioni sociali frutto di una trattativa con una sola controparte. In ogni caso la norma, proprio perché costituisce un’eccezione disposto dell’articolo 2560 c.c., va interpretata restrittivamente.

Si noti poi come in essa non siano menzionati i debiti derivanti dalla commercializzazione di obbligazioni convertibili, che pure sono citati nel contratto di cessione stipulato dai commissari liquidatori con Banca Intesa. A ben vedere però la ragione di tale omissione può ravvisarsi nel fatto che, alla data di conclusione del contratto di cessione di azienda, le obbligazioni convertibili emesse dai due istituti di credito erano state tutte convertiti in azioni.

Pacificamente non rientrano nell’esclusione, in quanto non espressamente citati, i debiti derivanti dalle condotte individuate dalla norma in esame che abbiano riguardato strumenti di investimento, diversi dalle azioni od obbligazioni subordinate, emessi dai due istituti di credito. Si pensi ai casi in cui i due istituti di credito hanno operato come intermediari di strumenti finanziari di altre società o ad esempio i contratti derivati conclusi con i due istituti di credito posti in liquidazione. La ragione di un simile discrimen deve con tutta probabilità individuarsi nel fatto che i debiti, risarcitori o restitutori, di importo più consistente derivavano dalla vendita di titoli delle stesse banche venete, dato il consistente numero dei soci-investitori che hanno visto quasi azzerato il valore dei titoli acquistati, e Intesa San Paolo non era disposta a farsene carico[7].

Emerge qui una vistosa discrepanza con la disciplina delle procedure di risoluzione di alcune banche del centro Italia (Carife, Banca Marche, Carichieti e Banca Etruria) di cui all’art. 47, comma 7, d. lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che prevede testualmente che “gli azionisti, i titolari di altre partecipazioni e/o i creditori dell’ente sottoposto a risoluzione e gli altri terzi i cui diritti, attività, passività non sono oggetto di cessione non possono esercitare pretese sui diritti, sulle attività e sulle passività oggetto della cessione…”.

Va peraltro evidenziato come tale previsione di recente sia stata interpretata restrittivamente sia dalla giurisprudenza statale[8] che da quella privata[9] che hanno concordemente affermato che essa non riguarda le pretese risarcitorie degli ex azionisti delle c.d. quattro banche, fondate sulla violazione delle disposizioni sulla prestazione dei servizi di investimento. Pertanto delle conseguenti passività devono rispondere le banche che hanno incorporato gli enti ponte, anche se si tratti di passività che non erano state ancora accertate al momento della risoluzione e quindi non iscritte nelle scritture contabili obbligatorie, come ad esempio quelle per future sanzioni amministrative.[10]

In altri termini, secondo tali decisioni, la “riduzione” delle pretese degli azionisti va circoscritta ai diritti (amministrativi ed economici) “incorporati” nei titoli “azzerati”, che i primi potrebbero vantare nelle vesti di soci delle banche risolte.

L’art. 3, comma 1, lett. b) del d.l. 99/2017 invece, con una formulazione più chiara e precisa dell’art. 47 l. 150/2015, lascia in carico alla liquidazione coatta dei due istituti veneti le passività connesse alle pretese risarcitorie che gli ex soci potrebbero far valere in qualità di investitori danneggiati dagli acquisti di azioni proprie.

La disparità di trattamento tra le posizioni, apparentemente simili, dei soci investitori delle due serie di istituti di credito ma ancor più quella tra quanti abbiano acquistato titoli emessi dalle due banche venete e quanti, tramite esse, avevano acquistato titoli emessi da soggetti terzi, anche se appartenenti allo stesso gruppo dei due istituti veneti, rende questa disciplina assai poco compatibile con l’art. 3 Cost.[11]

Né può sottrarla a tale rilievo l’unica ratio, che le si può attribuire, di rendere maggiormente conveniente la conclusione del contratto di cessione di azienda per l’acquirente, anche essa perché postula che il testo normativo sia stato conformato alle esigenze del cessionario e quindi dopo che le condizioni della cessione erano state pattuite.

V’è da chiedersi anche se tale disciplina realizzi un ragionevole bilanciamento tra gli interessi perseguiti mediante la disciplina dettata in tema di risoluzioni bancarie e l’interesse alla tutela degli investitori che assume nel nostro ordinamento rilevanza costituzionale (art. 47 Cost.).

3. “Le controversie” escluse dalla cessione.

La lett. c) dell’art. 3 esclude dalla cessione anche “le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività”. La norma è formulata in modo alquanto grossolano poiché, pur menzionando testualmente una cessione di controversie future, impossibile sotto il profilo giuridico, in realtà si riferisce ai debiti, sorti prima o dopo la cessione, che siano oggetto di controversie successive al momento della cessione.

La previsione, sottraendo alla cessione anche i debiti che siano stati iscritti nelle scritture contabili delle due società costituisce una ulteriore deroga al disposto dell’art. 2560, secondo comma, c.c.

Infatti perché di essi possa rispondere la cessionaria occorre che le controversie ad essi relative siano sorte prima della cessione.

Diventa quindi rilevante comprendere cosa debba intendersi per “controversie”.

Orbene, nella nozione rientrano sicuramente, oltre ai giudizi e agli arbitrati, le procedure che erano pendenti davanti all’Acf prima della liquidazione coatta, anche se non siano proseguite dopo la revoca della licenza bancaria (il provvedimento è stato adottato dalla Bce con effetto dal 19 luglio 2017), ed i procedimenti di mediazione, tenuto conto, con riguardo a questi ultimi, che l’art. 5, comma 1 bis d. lgs. 28/2010 nel menzionare gli affari soggetti o passibili di tale Adr utilizza proprio il termine di controversie, ma anche i procedimenti di negoziazione assistita[12].

E’ assai più incerto invece che possano qualificarsi come “controversie” i meri reclami, ovvero le contestazioni non riscontrate dalla banca, poiché una simile evenienza non è ancora rappresentativa di quel contrasto tra posizioni giuridiche contrapposte che esprime il termine di controversia[13].

Per contro per controversia ben può ben intendersi anche l’azione civile svolta nel processo penale. La conseguenza è che, stando alla norma in esame, la cessionaria non potrebbe rispondere civilmente, ai sensi dell’art. 2049 c.c., dei fatti reato (aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza) di cui sono imputati gli ex amministratori dei due istituti di credito nei processi penali attualmente in corso.

La costituzione delle parti civili in tali processi infatti è avvenuta solo di recente e si riferisce ai danni, soprattutto non patrimoniali, derivanti da quelle specifiche condotte, pacificamente tenute prima della cessione, e non già dalla commercializzazione di azioni e obbligazioni delle due banche venete.

Sul punto deve peraltro osservarsi che la conclusione sarebbe la medesima anche se non vi fosse l’art. 3, lett. c) poiché troverebbe applicazione il comma 2 dell’art. 2560 c.c. Può infatti escludersi che i debiti derivanti da quella specifica fonte di responsabilità siano stati iscritti nelle scritture contabili della società al momento della cessione giacchè all’epoca l’azione penale per quei fatti non era stata ancora esercitata[14].

4. L’incompatibilità della disciplina in esame con il principio comunitario della tutela giurisdizionale effettiva

Ad avviso di chi scrive la singolare disciplina che si è esaminata nel paragrafo precedente, oltre a presentare i profili di incostituzionalità di cui si è detto, è in buona parte in palese conflitto con l’art. 2558, primo comma, c.c, sulla cessione dei contratti nella cessione di azienda, che non è derogato dall’art. 58 t.u.b., regolante la cessione di rapporti giuridici bancari, e nemmeno dal d.l. 99/2017.

Sul punto occorre rammentare che la giurisprudenza da tempo ha chiarito i diversi ambiti i applicazione di tale norma e dell’art. 2560 c.c., stabilendo in particolare che: “In tema di cessione di azienda, il regime fissato dall’art. 2560, secondo comma, cod. civ. con riferimento ai debiti relativi all’azienda ceduta (secondo cui dei debiti suddetti risponde anche l’acquirente dell’azienda, allorché essi risultino dai libri contabili obbligatori), trova applicazione quando si tratti di debiti in sé soli considerati; non si applica, invece, quando i debiti si ricolleghino a posizioni contrattuali non ancora definite, in cui il cessionario sia subentrato a norma dell’art. 2558 cod. civ., nel qual caso la responsabilità si inserirà nell’ambito della più generale sorte del contratto, anche se in fase contenziosa al tempo della cessione dell’azienda. (Così Cass. n.11318/2004; Cass. 8219/1990 e Trib. Milano, sez. VII, 3 dicembre 2014, n. 14413).

In termini analoghi si è affermato che: “Nell’ipotesi di contratti ancora in corso, infatti, in caso di trasferimento d’azienda si verifica il trasferimento al soggetto acquirente di tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale, a norma dell’art. 2558 cod. civ., con conseguente responsabilità dell’acquirente dell’azienda per l’inadempimento dei relativi contratti, a prescindere alla riscontrabilità delle relative poste passive nelle scritture contabili (Cass.4301/1999).

E’ evidente come l’assetto delineato dall’art. 3, lett. b) e c) del d.l.99/2017 sia del tutto eccentrico rispetto a questa ricostruzione che invece è postulata dal già citato art. 47, comma 7, d. lgs. 16 novembre 2015, n. 180, che fa salva la possibilità per i terzi i cui diritti siano stati ceduti di agire verso l’ente ponte.

 Infatti la lett. b) prevede che le passività derivanti da operazioni di investimento in azioni ed obbligazioni proprie delle banche risolte restino in carico alle medesime, a prescindere dalla sorte del contratto quadro sottostante sebbene, stando a quanto previsto nel contratto di cessione di azienda[15] siano stati ceduti a Banca Intesa tutti i contratti di custodia ed amministrazione titoli in essere con i due istituti veneti al momento della liquidazione.

Analogo discorso vale, in virtù di quanto previsto dalla lett. c), per i debiti, derivanti da rapporti di intermediazione finanziaria[16] o bancari[17], ceduti a Banca Intesa, che fossero contestati dopo la cessione.

Entrambe le previsioni determinano però una inedita scissione tra situazioni debitorie e situazioni creditorie nascenti dallo stesso rapporto contrattuale che, senza dubbio, risulta pregiudizievole per i contraenti ceduti.

Non vi è chi non veda infatti che, per effetto di tale regime, lo stesso soggetto potrebbe coltivare le pretese relative a titoli emessi da istituti diversi dalle due banche venete nei confronti di Intesa San Paolo mentre dovrebbe dolersi con i commissari liquidatori delle operazioni di investimento in titoli emessi direttamente dai due istituti veneti, sebbene in entrambe le ipotesi venga in rilievo la violazione degli obblighi nascenti dal medesimo contratto.

E ancora, sempre per esemplificare, il correntista nei cui confronti Banca Intesa azionasse un credito fondato su un rapporto bancario a lei ceduto non potrebbe svolgere una domanda riconvenzionale di condanna, nascente da quel medesimo rapporto, perché dovrebbe indirizzarla verso i commissari liquidatori con l’elevata probabilità, per non dire certezza, di non poter soddisfare la propria pretesa, data la quasi certa insolvibilità della liquidazione

Si noti che, dato il tenore della norma, nei confronti della cessionaria non può essere spiegata nemmeno una domanda riconvenzionale di mero accertamento o una eccezione di compensazione, fondata su fatti anteriori alla cessione e derivante dai rapporti ceduti, con evidente compromissione del diritto di difesa.

Si noi poi che qualora l’iniziativa giudiziale di Banca Intesa fosse assunta dopo la chiusura della liquidazione, non vi sarebbe nemmeno più il soggetto verso il quale l’investitore o il correntista potrebbe indirizzare le proprie pretese.

E’ evidente poi che la possibilità di recedere dal rapporto, riconosciuta ai contraenti ceduti dall’art. 58, comma 6, T.U.B., analogo al disposto dell’art. 2558 c.c., primo comma, non sposta i termini della questione giacchè Intesa sarebbe comunque legittimata ad agire nei loro confronti per recuperare i crediti fondati sui rapporti ceduti.

Alla luce delle considerazioni sin qui svolte il testo dell’art. 3 lett. b e c) d.l., 99/2017 non pare conforme al principio di tutela giurisdizionale effettiva che, oltre ad essere sancito dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, è ribadito anche dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il comma 1 di tale previsione infatti stabilisce che: “Ogni individuo i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo”.

Di recente la Corte di Giustizia (sentenza 27 settembre 2017, C-73/16) ha richiamato tale principio con riguardo alle norme in tema di mezzi di prova. I giudici europei nell’occasione hanno affermato che può costituire una restrizione del diritto ad un ricorso effettivo dinanzi a un giudice la non ammissione, come mezzo di prova, in base alla legge nazionale, di un elenco, presentato dalla persona interessata e contenente dati personali di quest’ultima e acquisito senza il consenso del responsabile del trattamento. Ne deriva che, prima di poter respingere l’elenco controverso quale mezzo di prova, il giudice nazionale «deve assicurarsi che tale restrizione del diritto ad un ricorso effettivo sia effettivamente prevista dal diritto nazionale e che il diritto ad un ricorso non ne risulti eccessivamente pregiudicato.

E’ evidente che la fattispecie esaminata dalla Corte di Giustizia in quel caso è completamente diversa da quella qui in esame. Ilprincipio affermato in tale occasione però ha una portata di caratteregenerale, essendo idoneo a conformare tutte le norme che, in vario modo, possono limitare il diritto di difesa e tra le quali rientrano, per le ragioni anzi dette, l’art. 3, lett. b) e c) del d.l. 99/2017, che pertanto potranno essere disapplicate dal giudice italiano in quanto in contrasto con esso.

Tale conclusione non vale invece per i debiti derivanti da rapporti che fossero già esauriti al momento della cessione[18] o che non sia stati ceduti a Intesa San Paolo nonché da fatti illeciti occorsi prima della cessione.


[1] Nello stesso senso si veda anche l’ordinanza del 26 gennaio 2018 con la quale il Gup del Tribunale di Roma ha autorizzato la citazione, in qualità di responsabile civile, di Banca Intesa nel processo penale a carico degli ex vertici di Veneto Banca e sulla quale si tornerà più avanti.

[2] Sulla specialità dell’art. 58 t.u.b laddove prevede il trasferimento delle passività al soggetto cessionario della azienda bancaria e non la semplice aggiunta della responsabilità di questo ultimo si veda Cassazione civile, sez. II, 29 ottobre 2010, n. 22199 e.

[3] Cass. 10 febbraio 2004 n. 2464, in Giur. it., 2004, I, 1669, con nota di Cavanna, Osservazioni in tema di cessione di azienda bancaria e responsabilità del cessionario, sulla base della premessa della specialità della disciplina in virtù del combinato disposto degli art. 54 e 55 r.d.l. n. 375 del 1936, previgenti all’art. 58 t.u.b. aveva affermato che tale disciplina era funzionale alla tutela degli interessi dei creditori della cedente, cosicchè doveva ritenersi nulla la clausola con la quale le parti avessero previsto la limitazione della responsabilità del cessionario

[4] La limitazione della responsabilità del cessionario dell’azienda all’evidenza diretta risultante dai libri contabili obbligatori è posta a tutale del suo legittimo affidamento (Cass. civ, sez. un., 28 febbraio 2017, n. 5054).

[5] Trib. Palermo 8 maggio 2017, in http://www.guidaaldiritto.itsecondo il quale: “Ritenere che le passività delle partecipate non cedute transitino automaticamente dalla sfera patrimoniale delle partecipate a quella della partecipante in liquidazione coatta amministrativa all’evidenza comporta un effetto contrario alla ratio della disciplina esaminata, estendendo di fatto ai creditori delle partecipate gli effetti dell’insolvenza della partecipante”. In termini simili anche decisione Acf, 16 novembre 2017 n.107, che ha precisato che una interpretazione estensiva dell’art. 3, lett. b) dl 99/2017, oltre ad essere in contrasto con il suo tenore letterale, “sarebbe francamente eversiva del sistema – e gravemente sospetta di incostituzionalità anche nell’ambito della riconosciuta discrezionalità del legislatore, non foss’altro che per la sua palese irragionevolezza – in quanto essa nella sostanza postulerebbe che il decreto legge abbia sostanzialmente disposto la cessione di un debito (sia pure litigioso) che gravava sul resistente in favore della banca che all’epoca dei fatti la controllava, in contrasto così con il principio comune del diritto delle obbligazioni che non consente la cessione di un debito senza il consenso del creditore”.

[6] A. A. Dolmetta e U. Malvagna, “Banche venete” e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in questa rivista, 2017, 7, p.2

[7] Dalla previsione citata nel testo si desume piuttosto chiaramente come il testo del d.l. sia stato modulato in base alle esigenze del cessionario e, a ben vedere, che è stato predisposto dopo che era stato raggiunto un accordo con esso sui principali aspetti del rapporto, sebbene il contratto di cessione risulti essere stato formalizzato dopo la pubblicazione in G.U. del d.l.

[8] Trib. Ferrara, 28 ottobre 2017; Trib. Ferrara, 31 ottobre 2017; Trib. Milano, 8 novembre 2017 tutte reperibili in questa rivista.

[9] Decisioni dell’Acf nn. 165-170 del 9 gennaio 2018, tutte reperibili sul sito di tale organismo. In esse a sostegno della conclusione esposta nel testo si afferma che dal combinato disposto delle previsioni del provvedimento di Banca d’Italia del 22 novembre 2015, attuativo della L.180/2015 si desume che “l’obiettivo opportunamente perseguito è stato quello di “includere il più possibile” e di “escludere il meno possibile” dal perimetro oggetto della cessione, così da preservare la continuità aziendale, a fondamento della quale si pone indissolubilmente anche la continuità dei rapporti contrattuali (attivi e passivi) con la relativa clientela”.

[10] Così Trib. Milano, 8 novembre 2017 cit. Per un commento alla decisione si veda: S.Bonfatti,La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo), in questa rivista. L’autore, in dissenso con il tribunale di Milano, esclude l’applicabilità dell’art. 58 T.U.B. alle cessioni delle aziende bancarie facenti riferimento alle “quattro Banche” – così come alle cessioni delle aziende bancarie delle due banche venete -, con la sola eccezione del comma 3, e, conseguentemente, ritiene applicabile il disposto dell’art. 2560, comma 2, c.c.. La conseguenza che ne trae è che i cessionari delle aziende bancarie

di una delle “Quattro Banche” non deve rispondere di passività non risultanti dai libri contabili obbligatori.

[11] A. A. Dolmetta e U. Malvagna, op. cit., pp.4-5.

[12] Ci si riferisce alla negoziazione assistita promossa volontariamente dalla parte ai sensi dell’art.2, d.l. 132/2014, atteso che le controversie finanziarie non sono soggette a negoziazione assistita obbligatoria.

[13] Per la conclusione opposta invece A. A. Dolmetta e U. Malvagna, op. cit., p.8, che ritengono sufficiente una contestazione scritta purchè sufficientemente specifica.

[14] Il profilo esposto nel testo non è stato considerato dal Gup del Tribunale di Roma che ha autorizzato, con ordinanza del 28 gennaio 2018, la citazione, in qualità di responsabile civile, di Banca Intesa nel processo penale a carico degli ex vertici di Veneto Banca. Peraltro quel provvedimento individua nella lett. b) dell’art. 3 la norma che esonera da responsabilità la cessionaria e di fatto la disapplica sulla base di una sua interpretazione che si afferma essere costituzionalmente orientata. Si noti peraltro che di segno opposto è stata invece la decisione in data 8 febbraio 2018 del Gup del Tribunale di Vicenza nel processo nei confronti degli ex amministratori di Banca Popolare di Vicenza .

[15] Ai sensi dell’art. 3.1.2, punto a, iii), del contratto di cessione di azienda i contratti citati nel testo rientrano tra le attività incluse del c.d. insieme aggregato.

[16] Al punto vi dell’art. 3.1.2. del contratto di cessione si precisa, curiosamente, che rientrano nelle attività incluse “i contratti derivati che non abbiano natura speculativa e il cui scopo sia quello di coprire i rischi finanziari del cliente”. Da tale previsione si desume che i contratti su prodotti derivati non aventi quelle caratteristiche restano in carico alle società in liquidazione. Sul punto deve però evidenziarsi che la conclusione dei singoli contratti su derivati avviene sulla base della stipulazione di un sottostante contratto quadro, cosicchè non è dato comprendere come sia possibile cedere il primo a prescindere dalla cessione del secondo. Peraltro la pattuizione non precisa quale sia il criterio in base al quale valutare il carattere speculativo del derivato ed in particolare se occorra far riferimento a quanto dichiarato dai contraenti o a quanto accertato in sede giudiziale. Tenuto conto di tutto ciò è facile prevedere che le future controversie relative a contratti su derivati conclusi prima della cessione con i due istituti in liquidazione verranno comunque promosse nei confronti di Banca Intesa.

[17] L’art. 3.1.2, punto iii, del contratto di cessione di azienda elenca, a titolo esemplificativo, tra i rapporti ceduti: quelli di conto corrente, i certificati di deposito, i depositi a risparmio ed il relativi saldi. Non vengono menzionati i contratti di apertura di credito ma, ai sensi del primo comma dell’art. 2558 c.c., anch’essi devono ritenersi ceduti. Sul punto è opportuno ricordare che, secondo l’insegnamento di Cass. civ.. sez. I, 26 ottobre 2007, n.22538, il principio sancito dall’art. 2558 c.c., vale anche per i contratti bancari, compresi quelli di apertura di credito, dovendosi escludere il loro carattere personale. Si noti poi che, proprio in virtù di tale clausola Banca Intesa ha potuto istituire un fondo di cento milioni di euro a favore degli ex clienti delle banche venete, acquisiti per effetto della cessione.

[18] Con riguardo ad una fattispecie analoga Trib. Bologna, 12 luglio 2017, in http://www.ilcaso.it, ha affermato che: “Ove il rapporto contrattuale su cui sono state regolate le operazioni oggetto della domanda (contestazione della validità del contratto quadro e dell’adeguatezza di alcune operazioni di investimento) sia stato estinto in data anteriore alla cessione dell’azienda bancaria in dissesto all’ente-ponte costituito ex art.40 Dir. 2014/59/UE e art.42 d.lgs. 180/2015, difetta la legittimazione passiva dell’ente-ponte in relazione alla domanda di condanna proposta dall’ex cliente”.

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Quali sono i governi possibili

MASSIMO PERCOSSI ILPOST.IT -06/03/2018

Quanti parlamentari hanno eletto i vari partiti e quindi chi può formare una maggioranza: gli scenari sono essenzialmente quattro

 (ANSA)

Alle elezioni di domenica il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno ottenuto un grande successo. Il Movimento 5 Stelle ha raccolto oltre tre milioni di voti in più rispetto alle elezioni politiche del 2013; la Lega ha fatto ancora meglio, quadruplicando le sue percentuali di cinque anni fa e diventando il primo partito di centrodestra. Anche se mancano ancora i risultati di qualche sezione, si è ormai capito come sarà composto il prossimo Parlamento e che non ci sarà una maggioranza definita: d’altra parte, come sapevamo anche prima del 4 marzo, quando gli elettori dividono i loro voti tra tre liste o coalizioni è difficile che una sola possa ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Chiunque vorrà formare un governo quindi dovrà necessariamente formare un’alleanza: ma anche le opzioni per formare queste alleanze non sono moltissime.

Secondo le più aggiornate informazioni comunicate dal ministero dell’Interno, la coalizione di centrodestra dovrebbe avere 260 parlamentari alla Camera e 135 al Senato, il Movimento 5 Stelle dovrebbe avere 221 parlamentari alla Camera e 112 al Senato e la coalizione del Partito Democratico arriverebbe a 112 seggi alla Camera e 57 al Senato. A questi numeri vanno aggiunti 12 deputati e 6 senatori eletti all’estero, che non cambieranno in modo decisivo il quadro generale.

 

Camera (maggioranza: 315 seggi)

– Movimento 5 Stelle 221 seggi
– Totale coalizione centrodestra 264 seggi
– Coalizione Partito Democratico 112 seggi
– Liberi e Uguali 14 seggi

***

Senato (maggioranza: 161 seggi)

– Movimento 5 Stelle 112 seggi
– Totale coalizione centrodestra 135 seggi
– Coalizione Partito Democratico 57 seggi
– Liberi e Uguali 4 seggi

***

Con questi numeri sono possibili solo quattro coalizioni diverse (qui trovate un “simulatore” di coalizione realizzato sempre da YouTrend).

Centrodestra + “responsabili”
Per raggiungere la maggioranza assoluta, al centrodestra mancano più di 50 seggi alla Camera e poco meno di 30 al Senato. È possibile che i seggi mancanti arrivino da singoli parlamentari o piccoli gruppi fuoriusciti da altri partiti, ma ne servono molti. Un esempio che viene fatto spesso è quello dei parlamentari del Movimento 5 Stelle che sono già stati espulsi, ma dovrebbero essere poco più di dieci tra Camera e Senato; servirebbe che decine di altri parlamentari appena eletti escano dal gruppo del Movimento 5 Stelle o dal PD per sostenere un governo di centrodestra guidato da Matteo Salvini. Raccogliere una decina o una ventina di parlamentari in questo modo è possibile ed è già accaduto in passato: trovarne circa 80, invece, rischia di essere impossibile.

Centrodestra unito + centrosinistra unito
I circa 80 parlamentari che servono al centrodestra – tra Camera e Senato – per arrivare alla maggioranza potrebbero arrivare direttamente da un accordo con il centrosinistra, invece che da singoli parlamentari in uscita dal PD. Questa sembra però un’ipotesi ancora più improbabile: il centrosinistra dovrebbe appoggiare un governo guidato dalla Lega – ideologicamente, simbolicamente e diametralmente opposto – dopo aver passato l’intera campagna elettorale a presentarsi come radicalmente alternativi proprio ai cosiddetti “populisti”. Matteo Salvini, inoltre, dovrebbe accettare di mettere il suo governo nelle mani del PD, che potrebbe farlo cadere in qualsiasi momento. Matteo Renzi, nel suo discorso di lunedì sera in cui ha annunciato le sue future dimissioni da segretario del partito, ha comunque detto di non volere fare alleanze di governo.

Movimento 5 Stelle + Lega
Sembra più probabile invece uno scenario in cui il Movimento 5 Stelle forma un governo e riceve in qualche maniera il supporto della Lega. Anche il Movimento 5 Stelle, infatti, non ha i numeri da solo per governare: gli mancherebbero poco meno di un centinaio di seggi alla Camera e una cinquantina al Senato. La Lega da sola sarebbe sufficiente a garantire una sottile maggioranza parlamentare, ma ci sono comunque due condizioni che la Lega dovrebbe accettare.

La prima è che la Lega dovrebbe accettare di non guidare il governo: potrebbe farlo in un governo di centrodestra, dato che è il partito di maggioranza di quella coalizione, ma ha avuto meno voti e ottenuto meno seggi del Movimento 5 Stelle. La seconda condizione è che il Movimento 5 Stelle ha già reso chiaro che intende formare un governo “monocolore”. I partiti alleati, quindi, fornirebbero solo un “appoggio esterno”: dovrebbero votare la fiducia al governo ma senza ricoprire incarichi, e magari concordando un programma limitato. Questo è uno degli scenari di cui giornalisti ed esperti di retroscena politici discutono di più (e avevano cominciato a farlo già mesi prima delle elezioni).

Movimento 5 Stelle + PD + LeU
Un’altra possibilità è che il Movimento 5 Stelle raggiunga un accordo con le forze del centrosinistra, cioè PD e Liberi e Uguali. Probabilmente la coalizione sosterrebbe un governo del tutto simile a quello dello scenario precedente: composto solo da membri del M5S, sostenuto in Parlamento da altri partiti. Sarebbe però una maggioranza ancora più sottile di quella che potrebbe garantire la Lega. Questo scenario sembra però molto improbabile, almeno per il PD e almeno finché Renzi dovesse restarne segretario: e vale sempre che i neoeletti parlamentari del PD hanno passato l’intera campagna elettorale a presentarsi come radicalmente alternativi proprio ai cosiddetti “populisti”. Liberi e Uguali, invece, durante la campagna elettorale ha già fatto capire di essere disponibile quanto meno a valutare la possibilità di appoggiare dall’esterno un governo del Movimento 5 Stelle.

Bce, Draghi terrà a bada i falchi. Tre motivi per farlo tra cui rischio Italia e protezionismo Trump

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com – 06/03/2018

E di colpo la Germania spaventa. L’altro motivo risiede infatti nella performance di un indicatore che mette in evidenza come…

Venti di protezionismo con il rischio sempre più alto che nel mondo esplodano guerre commerciali, incognita Italia dopo i risultati delle elezioni politiche italiane dello scorso 4 marzo e tracollo del sentiment degli investitori, come certificato dalla performance dell’indice relativo Sentix. Mario Draghi, numero uno della Bce, ha più di una ragione per tenere a bada i falchi, nel prossimo Consiglio direttivo della banca centrale che si terrà dopodomani 8 marzo.

 
 

A poco più di un mese rispetto all’ultima riunione di gennaio, il quadro è cambiato: nell’ultimo meeting, la Bce aveva parlato non solo dell’espansione economica robusta dell’Eurozona, ma anche di minori rischi di incertezze geopolitiche e di protezionismo. Ci ha pensato il presidente americano Donald Trump a rinfocolare il rischio di protezionismo, annunciando i dazi sull’alluminio e sull’acciaio e anche dazi sul settore dell’auto europeo. Dal canto suo, in base a una bozza a cui Bloomberg ha avuto accesso, la Commissione europea sta lavorando a dazi che andrebbero a colpire articoli di abbigliamento, calzature e acciaio made in Usa, oltre che un gruppo selezionato di prodotti industriali, tra cui le moto Harley-Davidson, il Bourbon e i Jeans Levi’s.

Già queste due ragioni – elezioni politiche italiane e rischi di protezionismo – sarebbero sufficienti a rimandare qualsiasi cambiamento di politica monetaria. Un terzo motivo è rappresentato dalla sorpresa Sentix, ovvero dell’indice che monitora il sentiment dell’Eurozona, che è capitolato al minimo in quasi un anno.

Il dato, che monitora la fiducia degli investitori nell’Eurozona, ha subito un netto calo a marzo, scontando un deterioramento che ha colpito soprattutto la Germania, e scendendo così dai 31,9 di febbraio a 24 punti nel mese di marzo. Gli analisti avevano previsto un calo limitato a 30,9 punti.

Nel commentare il crollo del Sentix, il ricercatore Manfred Huebner – che fa ricerche proprio sul dato – ha detto a Reuters che “i commenti del presidente americano Donald Trump sull’introduzione di dazi doganali su alcuni prodotti non ha allarmato solo la Commissione europea” e che “anche gli investitori hanno reagito”.

Il Sentix tedesco, in particolare, è precipitato da 36,2 punti dello scorso mese a 29,1 punti, con il sottoindice delle aspettative crollato da 5,5 a -2,5, al minimo dal febbraio del 2016,

“Il motore della crescita tedesca sta chiaramente iniziando a incepparsi”, ha affermato ancora Huebner, che ha poi sottolineato che gli investitori sono rimasti delusi anche dall’accordo per la Grosse Koalition siglato tra i conservatori della cancelliera Angela Merkel e i socialdemocratici dell’SPD: accordo che ha ricevuto il benestare dei socialdemocratici nel referendum indetto lo scorso 4 marzo, lo stesso giorno del voto in Italia. L’esperto ha sottolineato che sia le minacce di Trump sui dazi – che secondo gli analisti andrebbero a colpire soprattutto i colossi dell’auto tedeschi – che l’intesa Merkel-Schulz, secondo gli investitori, potrebbe mettere a rischio il boom economico della Germania.

Poste, per RcAuto guarda a Generali e Unipol

redazione finanzareport.it – 06/03/2018

Del Fante ha avviato contatti con le compagnie assicurative per una partnership nelle polizze auto nel quadro di un piano industriale che prevede l’espansione nel Ramo Danni

 
 

Poste Italiane ha puntato chiaramente sul segmento delle polizze Rc Auto e ora ha deciso di sondare il campo per la ricerca dei potenziali partner contattando i due principali operatori del mercato, Generali e Unipol.

La società guidata da Matteo del Fante avrebbe avviato i primi colloqui, scrive stamani il Sole 24 Ore, ma non è escluso che eventuali accordi di collaborazione non siano sottoscritti anche con altre compagnie assicurative. 

La scorsa settimana, in occasione della presentazione del piano industriale, Del Fante ha indicato l’intenzione di ampliare le attività assicurative nel ramo Danni e in altri segmenti come i prodotti previdenziali ma seguendo un percorso fatto di gradualità e grande attenzione secondo una strategia già intrapresa in passato con il BancoPosta

Ora l’obiettivo dell’amministratore delegato delle Poste è quello di scegliere uno o più partner per commercializzare le polizze nelle migliaia di sportelli esistenti sull’intero territorio nazionale. Le ipotesi sul tavolo vanno dalle partnership per ogni settore specifico fino all’individuazione di uno solo partner

Per il quotidiano l’identikit “porta a Generali che – per quanto la società getti ufficialmente acqua sul fuoco – sarebbe interessata a una partita in esclusiva anche per allargare la collaborazione a tutto il settore del bancassurance”. E in tale scenario si ipotizza anche la possibilità che l’alleanza commerciale venga rafforzata dall’ingresso di Poste nell’azionariato della compagnia assicurativa. 

Carige, caso Mincione arriva in Cda

Rosario Murgida finanzareport.it – 06/03/2018

I consiglieri della banca ligure non possono più ignorare le istanze del finanziere dopo il faro acceso dalla Consob. A Genova si prevede un Cda ad alta tensione sulle richieste di Mincione.

La questione dell’ingresso nell’azionariato di Carige del finanziere Raffaele Mincione con la relativa richiesta di rappresentanza in Cda verrà affrontata oggi dal consiglio di amministrazione della banca ligure.

Secondo quanto trapela da Genova, quella prevista oggi sarà una riunione dei consiglieri per lo più incentrata sulla richiesta del neo-socio di avere un posto in consiglio. L’ordine del giorno non lo specifica in dettaglio limitandosi a includere tra i punti all’esame del Cda il dossier del rilancio Cesare Ponti e l’approvazione dei risultati preliminari del 2017 ma tutto lascia pensare che il tema verrà affrontato in lungo e in largo vista la sua delicatezza in un momento particolare della storia dell’istituto ligure dopo l’aumento di capitale e l’avvio del piano di rafforzamento affidato all’a.d. Paolo Fiorentino.

Del resto la Consob ha già acceso un faro sulla mancata comunicazione da parte del presidente Giuseppe Tesauro della lettera inviata dal finanziere con la richiesta esplicita di un posto in Cda. Pertanto i consiglieri, che per la maggior parte hanno bollato in precedenza Mincione come un azionista non stabile e quindi di poco conto, non potranno più ignorare sviluppi ormai noti anche al pubblico e alle autorità e dovranno prendere una posizione ben chiara sulle richieste arrivate da Londra pochi giorni l’annuncio dell’ingresso nell’azionariato con il 5,4% del capitale.

Per il Secolo XIX l’istanza di Mincione “è destinata ad assorbire larga parte della seduta” anche se “non è esplicitamente all’ordine del giorno della riunione del 6 marzo. Ma nell’odg compare la voce “Comunicazioni del presidente” e molti, anche tra gli analisti, sono pronti a scommettere che tra queste ci sarà soprattutto il ‘caso Mincione’ anzi qualcuno arriva ad affermare come sia “impossibile che il tema non venga affrontato in consiglio”.

Mincione ha chiesto esplicitamente di avere voce in capitolo nella governance della banca ligure e quindi sulla gestione anche per tener conto di un rimpasto dell’azionariato che ha portato alcuni soci come Aldo Spinelli e la Fondazione Carige a diluirsi fortemente pur mantenendo una presenza in Cda. In caso di mancata risposta positiva, il finanziere avrebbe paventato la possibilità di perseguire un piano alternativo per ribaltare gli attuali pesi in consiglio.

Si parla da giorni di un presunto “piano B” per revocare e rinnovare il Cda, tramite un’assemblea straordinaria successiva alla riunione dei soci per l’approvazione del bilancio del 29 marzo prossimo, grazie al contributo di un parterre di fondi di investimento pronti a salire fino al 30% comprendendo anche un possibile 10% raggiunto da Mincione. In tal caso si formerebbe una minoranza di blocco con un peso superiore al 28% massimo raggiungibile dalla famiglia Malacalza sulla base dell’autorizzazione richiesta e ottenuta dalla Bce. Si verrebbe a formare uno scenario in cui l’ago della bilancia sarebbe l’imprenditore Gabriele Volpi, titolare del 9% circa del capitale, e in cui non sarebbe escluso il rischio di un’Opa obbligatoria.

Di Maio al bivio: Lega o Pd? Analogie e differenze nei programmi elettorali

  • –di Alberto Magnani ilsole24ore.com 06/03/2018

 

Matteo Salvini ha già chiarito che «governerà col centrodestra», ma deve raggiungere i numeri per farlo. Luigi Di Maio festeggia la nascita della «Terza repubblica», aprendosi ad appoggi esterni al movimento. Incluso quello del Pd, il partito che rappresenta, o rappresentava, una delle espressioni di establishment osteggiate in campagna elettorale. Lega e Movimento cinque stelle, rispettivamente il partito più votato a destra e il partito più votato in assoluto, sono alle prese con i calcoli elettorali per stabilire chi potrebbe fare da supporto in vista di una maggioranza. Ma quali sono le combinazioni possibili ? Il Movimento cinque stelle, ago della bilancia con il suo 30% abbondante di voti, potrebbe guardare alla Lega o virare a centrosinistra, siglando un’intesa con il Pd del dopo Renzi. Sempre che il segretario decida davvero di ritirarsi, dopo un discorso «di addio» che in realtà ha posticipato la sua uscita di scena. Vediamo quali sarebbero punti di intesa e di rottura, in entrambi i casi.

Cinque stelle e Lega, affinità e divergenze 
Le affinità principali fra Lega e Cinque stelle emergono sull’agenda economica, almeno fino a che si resta sulla questioni macro. Come ha già segnalato un’analisi del Sole 24 Ore, il punto di contatto più evidente è la proposta di abbattere il vincolo europeo del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, in linea con le vecchie posizioni euroscettiche di entrambi. Giudizio in comune anche sulla riforma pensionistica della Fornero («Da abolire») e sul Jobs act. La Lega lo menziona esplicitamente anche nel suo programma, classificandola come la riforma che ha «azzerato i diritti» dei lavoratori. I Cinque stelle si sono espressi in maniera critica, paventando il ripristino dell’articolo 18. Un’altra vicinanza, meno evidente, è sull’immigrazione. La Lega dedica tre pagine del suo programma al tema, con proposte che vanno dal potenziamento dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) alla ricerca di accordi «con le tribù della Libia» per frenare i flussi. 

Il Movimento cinque stelle parla di «business dell’immigrazione» e suggerisce una ripartizione equa delle responsabilità con l’Europa, anche se si esprime in parallelo per l’aumento dei fondi alla cooperazione e lo stop alla vendita di armi ai paesi di provenienza. E le divergenze? Oltre all’estrazione dell’elettorato, Lega e Cinque Stelle sono lontani su fisco e welfare. La Lega ha sposato la causa della flat tax, una tassa fissa con aliquota del 15% su tutti i redditi. I Cinque stelle propogono riduzioni e no tax area, ma in un’ottica più vicina ai criteri di progressività. Anche sul welfare, si crea una frattura sulla proposta pentastellata del reddito di cittadinanza, giudicata «una bufala» in ambienti leghisti. 

Cinque Stelle e Dem, dialogo possibile (?) 
Cinque stelle e Partito democratico sono sempre apparsi agli antipodi su quasi tutti i tema in agenda. E in effetti è così, se si dà un occhio ai rispettivi programmi elettorali. L’unica affinità percepita è sul fisco, dove il Movimento guidato da Di Maio propone una semplificazione delle aliquote (da portare a tre) e il Pd spinge su una «rivoluzione fiscale» a favore delle famiglie. Per il resto, è una voragine su istruzione (i Cinque stelle vogliono abolire la riforma della cosiddetta Buona scuola), occupazione (vedi i propositi sul Jobs act), rispetto dei parametri europei (i Cinque stelle si battono contro il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil, il Pd no) e rapporto con la Ue in generale, con un Pd dichiaramente europeista e i Cinque stelle che premono per la revisione di tutti i trattati.

Perché l’intesa fra Cinque stelle e Lega potrebbe essere difficile
Eppure, paradossalmente, il dialogo fra Di Maio e Salvini potrebbe rivelarsi più scomodo del previsto. Prima delle urne c’era chi ipotizzava che gli elettori di Lega e M5S fossero sovrapponibili, accomunati dalla rabbia contro l’establishment che ha penalizzato i partiti di governo. Ma i risultati hanno mostrato una fotografia diversa, a partire dalla distribuzione geografica: la Lega spopola al Nord, il Movimento cinque stelle raggiunge percentuali bulgare al centro-sud e si fa portavoce di un blocco elettorale diverso da quello affezionato al partito di Salvini. Damiano Palano, docente di Scienza politica alla Cattolica di Milano, spiega che la comune ostilità «ai vecchi partiti» non basta a giustificare un’intesa tra due forze che attingono a bacini elettorali diversi e hanno cavalcato cause diverse in campagna elettorale. «È vero- dice Palano – potrebbe esserci un’alleanza sovranista contro l’Europa. Ma non è il tema principale che sia emerso in campagna, e comunque entrambi potrebbero temere di perdere elettori». 

Oltre alla differenza geografica, lo scarto tra Lega e Cinque Stelle si definisce anche negli interessi dei votanti. La Lega è erede di una tradizione territoriale e raccoglie consensi tra sostenitori storici o comunque in arrivo dal centrodestra, interessati a taglio delle tasse e irrigidimento delle misure di sicurezza. I Cinque stelle, spiega Palano, si sono evoluti da laboratorio attivo nel nord est a partito «pigliatutto» che sale nei consensi grazie a promesse come quella del reddito di cittadinanza. «Scattarne una fotografia unica è impossibile – dice Palano – Immortalare un elettore dei Cinque stelle significa immortalare un elettore italiano. Qualsiasi».

 

La repubblica post-ideologica

Ventinove anni dopo l’89 che rivoluzionò gli assetti del mondo, ventiquattro dopo il ’94 che rivoluzionò gli assetti della (cosiddetta) prima repubblica, il laboratorio italiano che non dorme mai tira fuori un altro coniglio dal cappello, che archivia definitivamente la (cosiddetta) seconda repubblica a trazione berlusconiana, mette fuori campo quella che fu la più forte sinistra dell’occidente, allinea uno dei paesi fondatori dell’Unione europea più al blocco di Visegrad, alla Russia di Putin e agli Stati Uniti di Trump che all’asse franco-tedesco di Bruxelles. È l’inizio della terza repubblica, quella “dei cittadini”, ne deduce trionfante Luigi Di Maio: salvo che i cittadini sono lungi dal poterne dedurre chi e come li governerà. È la vittoria dei populismi contro la stabilità del sistema, ne deducono i giornali più legati all’establishment che fu: salvo che in realtà hanno vinto i due populismi “dal basso”, quello della Lega e quello dei cinquestelle, contro i due “populismi dall’alto”, di Berlusconi e di Renzi, che nel corso del tempo il sistema l’hanno sistematicamente demolito più che stabilizzato.

Sui fattori di lungo periodo che precipitano in questa ennesima rivoluzione all’italiana ci sarà tempo per discutere – e sarebbe finalmente l’ora di farlo, dopo una campagna elettorale caratterizzata da un’afasia degli intellettuali pari al chiacchiericcio del ceto politico. Ma intanto, per i commenti del giorno dopo, basta e avanza la foto del momento, netta e inconfutabile. Cinquestelle e Lega si spartiscono un paese diviso in due ma unito contro l’establishment, lo spettro di Berlusconi è finalmente archiviato, il centrosinistra e la sinistra sono in frantumi, forse anch’essi consegnati agli archivi della storia.

C’è un affannoso esercitarsi dei commentatori sulla maggioranza che non c’è, sul governo che verrà o non verrà, su come il presidente della repubblica risolverà il rebus dell’incarico, sulle anticipazioni di possibili alleanze che risulteranno dall’elezione della seconda e della terza carica dello stato. Questioni indubitabilmente urgenti e pressanti, e tuttavia seconde rispetto alla necessità di sostare senza infingimenti sulla rappresentazione di sé che il paese ha infilato nelle urne.

Quella foto bicolore dello stivale, con il nord e il sud consegnati a due populismi diversi ma convergenti, racconta – lo avevamo anticipato prima del voto – un fallimento storico delle classi dirigenti, della prima e della seconda repubblica, rispetto alla storica questione del dualismo italiano, quella maggiormente costitutiva della fragilità strutturale nazionale. All’uscita da una crisi economica più lunga e devastante di quella del ’29, c’è un nord in ripresa che si affida alla prospettiva sovranista, protezionista e xenofobica della Lega, preferendola di gran lunga al non più sostenibile regime del godimento berlusconiano. E c’è un sud eternamente figlio di un dio minore, condannato a uno standard inferiore di cittadinanza – nella salute, nei trasporti, nel lavoro, nel reddito – che giustamente non ci sta più e manda via in un sol colpo colpevoli e conniventi, di destra e di sinistra, di questo stato delle cose corrotto e corruttivo. Non si tratta dello stesso disagio, anzi: sotto ci sono ragioni diverse e perfino conflittuali. Ma il dato nuovo è che per la prima volta questi due disagi si sommano senza elidersi, e fanno un blocco sociale inedito, cementato in primo luogo dall’arroccamento contro i migranti. Le ironie della storia non finiscono mai: quasi un secolo dopo – l’ha notato Enrico Mentana nella sua maratona notturna -, il programma gramsciano dell’alleanza progressista e rivoluzionaria fra nord e sud si realizza nel suo contrario.

Non è affatto un caso che questo storico fallimento del progetto unitario del paese coincida con la marginalizzazione della sinistra e del centrosinistra. Facile imputarla agli effetti devastanti del renzismo e dei suoi errori capitali, dall’arroganza rottamatoria, all’impuntatura referendaria che Renzi tuttora rivendica, al parto di una legge elettorale che ha funzionato, come volevasi dimostrare, all’incontrario rispetto alle intenzioni, e infine all’ostinazione di un segretario che anche di fronte a questa eclatante sconfitta non molla se non in differita e prova a mantenere le redini del comando. Facile anche, facilissimo, inchiodare Liberi e uguali a quel disastroso 3 per cento, che non ha affatto impedito al “popolo nel bosco” della metafora bersaniana di infilare la strada del Movimento 5 stelle invece di tornare all’ovile. Ma anche qui, gli errori capitali del breve periodo non possono esentare da un’autocritica di lungo periodo sulla rotta perduta di una sinistra subalterna, in tutte le sue componenti, all’egemonia neoliberale dell’ultimo quarantennio. Fra una trovata e l’altra, un cambio di nome e l’altro, una scissione e l’altra, una larga intesa e l’altra, quello che doveva essere il “partito della nazione” perno del sistema è riuscito a diventarne un accessorio irrilevante, come non è accaduto in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Spagna, gli stessi Stati uniti, dove dalla crisi pur profonda della sinistra qualcosa nasce e si sporge sul futuro.

Se questa sia davvero l’alba dell’era post-ideologica come annuncia Di Maio con la baldanza dei suoi 31 anni, o se sia il tramonto di una sinistra che con l’era post-ideologica ha civettato fin troppo, lo dirà il seguito della storia. Per ora, con Di Maio e Salvini brinda solo Steve Bannon, e questo qualcosa vorrà pure dire.

Andrea Roventini: chi è il possibile ministro dell’Economia dei Cinque Stelle

Giuseppe Cordasco panorama.it – 05/03/2018

Insegna alla Scuola Sant’Anna di Pisa, e da keynesiano “eretico” quale si definisce, sostiene l’utilità degli investimenti pubblici

Andrea_Roventini

Cosa resterà degli anni Novanta

Fausto Panunzi lavoce.info-05/03/2018

Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. La grande recessione l’ha cancellata. Oggi prevalgono chiusura e protezionismo. E dureranno a lungo.

La fine degli anni Novanta

Ci sono molti modi di leggere i risultati delle elezioni del 4 marzo. Una chiave di lettura rilevante, a mio avviso, è che segnano la fine degli anni Novanta.

Dal punto di vista politico, gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’idea che l’efficienza garantita dai mercati non fosse in contrasto con la tutela dei più deboli. Bill Clinton, Tony Blair e Romano Prodi in Italia erano considerati progressisti rispetto ai loro competitori nazionali, ma dal punto di vista economico l’efficienza dei mercati era, più o meno marcatamente, la loro stella polare.

Alcuni dei pilastri di tale dottrina erano le privatizzazioni (il privato gestisce le imprese meglio del pubblico), le liberalizzazioni (i mercati sono efficienti solo se concorrenziali), la flessibilità e la mobilità e flessibilità dei fattori produttivi (ingredienti necessari per allocare le risorse nel modo più efficiente). Quindi un mercato del lavoro flessibile, libertà di movimento di merci, capitali e persone, seppure con una diversa gradazione. Ovviamente nessuno ignorava che il funzionamento dei mercati comportasse anche la presenza di vincitori e vinti e le conseguenti forti disuguaglianze. Ma raggiunta l’efficienza, era il corollario, ci sarebbero state più risorse da redistribuire anche a chi rimaneva indietro. La stessa redistribuzione doveva essere fatta in modo efficiente. Proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro. Dare sussidi di disoccupazione, ma legarli alla ricerca – o al non rifiuto ad accettare – proposte di lavoro. Ricordare che uno dei modi in cui si tutelano gli individui è come consumatori, e quindi con prezzi bassi dei beni di consumo garantiti da concorrenza interna e internazionale.

Il ruolo dei governi era, in questa prospettiva, quello di fare funzionare bene i mercati (un ruolo cruciale era assegnato alle politiche della concorrenza) e di gestire in modo efficiente il sistema di welfare. Il riassunto migliore di queste idee, in Italia, è forse contenuto nel pamphlet di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scritto in un periodo appena successivo agli anni Novanta, “Il liberismo è di sinistra”.

La grande recessione iniziata a livello globale nel 2008 con la recrudescenza nel contesto europeo a partire dal 2011 ha cancellato in gran parte queste idee. La domanda di assicurazione che nasce sempre nelle grandi crisi si è incarnata in tutti i paesi in quelli che chiamiamo movimenti populisti. Nel concreto prende la forma di chiusura delle frontiere alle merci straniere (i dazi di Donald Trump), alle persone (la Brexit), di un sistema di welfare più inclusivo e generoso (il reddito di cittadinanza). L’idea che si potesse affrontare l’aspetto di assicurazione separatamente da quello di efficienza è stata rigettata dagli elettori, dopo che per anni i vincitori si erano guardati bene dal compensare i vinti. Si chiede esplicitamente che il governo abbia un maggior ruolo nell’economia, con nazionalizzazioni, chiusura delle frontiere, una maggiore redistribuzione. Insomma, quelle che vengono chiamate politiche sovraniste sono la risposta al fallimento della redistribuzione separata dall’efficienza.

Tre domande

Restano almeno tre domande. La prima è: perché la sinistra tradizionale, almeno in Italia, non è riuscita a intercettare queste esigenze? In fondo redistribuzione e assicurazione sono sue idee chiave. La risposta, a mio avviso, è che la sinistra italiana non è risultata credibile rispetto ad alcuni aspetti delle politiche sovraniste, in particolare rispetto alle politiche sull’immigrazione, uno dei temi centrali di queste elezioni.

La seconda riguarda le risorse necessarie per adottare le politiche di redistribuzione invocate. Nella campagna elettorale di questo aspetto non si è parlato. Meglio, la risposta che si è data è quella di fare più deficit e più debito. Rudiger Dornbush e Sebastian Edwards, nel loro saggio sul populismo economico dei paesi latinoamericani degli anni Ottanta, ci ricordano che tali politiche possono funzionare nel breve periodo. L’esperienza di Trump sembra confermare questa ipotesi. Resta da vedere poi il lungo periodo e qua lo scetticismo è d’obbligo. Protezionismo e guerre commerciali non sono di solito legati a epoche di prosperità.

La terza domanda riguarda la durata di questa ondata di chiusura e protezionismo. Ovviamente, la risposta è impossibile da dare. Ma se si guarda alle crisi passate (le guerre mondiali, la grande depressione, gli shock petroliferi), il rovesciamento di tali trend richiede molto tempo, lustri più che anni. Gli anni Novanta sono finiti e non torneranno.

Amazon tratta con le banche e punta ai conti correnti

la stampa.it-05/03/2018

Secondo il Wall Street Journal, l’azienda di Jeff Bezos sta trattando con alcune delle maggiori banche americane per mettere a punto un prodotto pensato soprattutto per i millennial
La casa, la spesa, lo shopping e ora forse i conti correnti. Amazon continua la sua ascesa per diventare sempre più parte integrante della vita dei suoi clienti: se con Alexa è entrata nei salotti e con Whole Foods nei frigoriferi, il colosso di Jeff Bezos pensa ora ai risparmi. Amazon sta infatti trattando – riporta il Wall Street Journal – con alcune delle maggiori banche americane, fra le quali JPMorgan, per mettere a punto un prodotto simile ai conti correnti in grado di attirare i millennial e coloro che non dalle banche mantengono le distanze per volontà o perché costretti. 

A differenza degli altri settori in cui è entrata, Amazon questa volta valuta la strada della partnership senza ambire a diventare una banca nel senso stretto del termine. E le banche tirano un sospiro di sollievo: il colosso di Bezos con la sua forza finanziaria – ha una capitalizzazione di mercato di 700 miliardi di dollari – e la fiducia degli investitori avrebbe rischiato di rivoluzionare anche il settore finanziario. Ma le regole più stringenti approvate dopo la crisi finanziaria, è la convinzione delle banche, sembrano aver schermato il settore dalla concorrenza esterna, il cui accesso è limitato da paletti e ostacoli che rendono difficile lo sbarco. 

 

Amazon così sceglie di allearsi e guarda a JPMorgan, la banca guidata da Jamie Dimon già suo alleato, insieme a Berkshire Hathaway di Warren Buffet, per rivoluzionare la sanità americana. Per JPMorgan l’alleanza sarebbe importante: si tratterebbe di stringere un accordo con un potenziale rivale e rafforzare i legami con una società, Amazon, popolare fra i Millennial, le cui abitudini cambiano rapidamente. Secondo un sondaggio condotto fra 1.000 clienti Amazon, il 38% si fiderebbe del colosso di Bezos nel gestire le sue finanze allo stesso modo in cui si fida di una banca tradizionale. 

 

Bezos sta valutando un ingresso nel settore finanziario da anni per cercare di ridurre le commissioni pagate alle banche. Un’intesa con un big come JPMorgan consentirebbe ad Amazon di ridurre le spese centrando così il suo obiettivo e senza rischiare il fallimento sperimentato da Walmart, costretta ad abbandonare le sue ambizioni di banca negli anni passati perché sommersa dalle critiche.  

Alleanze impossibili/ Il governo di protesta

di Virman Cusenza il messaggero.it – 06/03/2018

​Un polo, anzi un mondo, declina: quello del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto finora. E si chiude un’epoca. Altri due protagonisti si contendono la scena. Stiamo parlando dell’addio di Matteo Renzi al Pd e della contrapposizione tra due nuovi leader: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un nuovo bipolarismo. Ma soprattutto un terremoto politico, se guardiamo a esponenti e classi dirigenti di partito che sembravano inaffondabili. 

In realtà, la conferma di un cambiamento radicale che, per chi ha voluto coglierlo, è cominciato nel dicembre 2016 con la vittoria dei No al referendum costituzionale. Si chiude un ciclo. Quello del riformismo di sinistra che strizzava l’occhio ai moderati, quello di un Pd che alle europee del 2014 fagocitava intere schiere di elettori di Forza Italia, disorientati dal declino di Berlusconi. E se ne apre un altro, ricordate quel che si diceva decenni fa del Pci partito di lotta e di governo? Ecco quello schema oggi è stato mutuato e rivitalizzato: parliamo della protesta di governo. O, se preferite, del governo di protesta. Ne sono gli alfieri Di Maio e Salvini, ovvero la generazione dei trenta-quarantenni, oggi erroneamente collocata sotto la stessa insegna: quella del populismo.

Capisco la suggestione e l’istintiva voglia di accomunarli. Ma si tratta di gemelli diversi. Per tante ragioni. Con un unico tratto comune: non rappresentano solo una nuova declinazione della rivolta contro le élites ma anche della protesta all’interno delle élites. 

Se il leader M5S ha fatto il pieno al Sud dimenticato e scontento, trovando praterie, il capo della Lega è riuscito a cucire nella nuova Lega formato nazionale il Nord da cui proviene (tanto che il suo partito aveva la provenienza geografica addirittura nel nome) e il Mezzogiorno in cui ha intercettato la reazione trasversale non solo al renzismo ma perfino a tutto il mondo post democristiano a cui fino a qualche anno fa ha fatto riferimento la Forza Italia di Berlusconi.

Esemplare il caso della Sicilia dove nemmeno la crescita di Salvini è riuscita ad impedire che, assai gattopardescamente, l’elettorato che solo quattro mesi fa aveva scelto con nettezza il centrodestra sia passato armi e bagagli con quei cinquestelle che aveva punito nell’urna al momento di eleggere il governatore Musumeci. La ragione è assai semplice: nel centrodestra si è abbandonata la risposta alla legalità che accompagnava la proposta di governo di appena pochi mesi fa. Ed al contempo l’Opa ostile lanciata da Di Maio all’elettorato del Pd, popolato di delusi, ha avuto la meglio. 

E qui veniamo al punto che potrà dirci quanto in futuro potranno divergere le strade di Salvini e di Di Maio. Nel momento in cui la sinistra ha perso il suo popolo, allontanandosene, i cinquestelle l’hanno sostituita unendo due fattori: da una parte l’aggressività anti-establishment che una volta era prerogativa progressista, dall’altra sostituendosi a questa nel promettere protezione e rassicurazione. Nel farsi statalista e assistenzialista, garante di sussidi a perdere e liberatrice da presunti privilegi. Ma di fatto attingendo e ispirandosi a un mondo che ha una forte componente sociale, una sorta di nuova sinistra geograficamente forte al Sud. Una sorta di Lega Sud che fa da contraltare alla ex Lega Nord di Salvini. La quale, ed ecco il punto chiave, ha anche un programma economico contrapposto. Un solo esempio: come conciliare un programma fondato sul reddito di cittadinanza con quello che ha il pilastro nella flat tax al 15 per cento? Mondi lontani. Che solo le alchimie dei dottor Stranamore della politica oggi pensano di far convivere. 

Riflessione finale: perché Salvini che ha l’occasione di poter egemonizzare l’intero centrodestra dovrebbe abbracciare Di Maio con il solo vantaggio di potergli fare da secondo? Nel marasma odierno sarebbe bene non perdere almeno la bussola del buon senso. E la piena consapevolezza che i reciproci interessi di potere andrebbero fatalmente a scontrarsi.

 

Gedi paga i peccati fiscali dell’Espresso: perdita di 123,3 milioni

affariitaliani.it – 05/03/2018

Sui conti pesa l’impatto dell’onere fiscale per la definizione del contenzioso riferito a contestazioni sulla riorganizzazione de L’Espresso nel 1991

Gedi paga i peccati fiscali dell'Espresso: perdita di 123,3 milioni

 
Foto La Presse
 
 

Nel 2017 il gruppo Gedi ha chiuso i conti con una perdita netta da 123,3 milioni. Il risultato ante imposte, invece, e’ positivo per 19,1 milioni. Pesa infatti sui risultati del gruppo nel 2017 l’impatto dell’onere fiscale straordinario per la definizione del contenzioso, pendente in Cassazione, riferito a contestazioni di natura antielusiva relativa ai benefici fiscali derivanti dall’operazione di riorganizzazione societaria del gruppo editoriale L’Espresso nel 1991.

La perdita netta derivante dalla definizione del contenzioso e’ ammontata a 143,2 milioni e trova integrale copertura, sottolinea una nota, nelle riserve disponibili di patrimonio netto, senza intaccare il capitale sociale. Il fatturato e’ stato pari a 633,7 milioni, in crescita dell’8,2% sul 2016. In aumento anche l’ebitda, pari a 53,2 milioni rispetto ai 43,7 milioni dell’anno precedente. Riguardo alla definizione del contenzioso, il gruppo sottolinea che si prevede il pagamento di un importo pari a 175,3 milioni, di cui 140,2 milioni pagati nel 2017 ed i restanti 35,1 milioni da versare entro il 30 giugno 2018. L’eventuale esito sfavorevole per la societa’ del contenzioso pendente in Cassazione che Gedi avrebbe comportato un onere, sulla base delle valutazioni al 30 giugno 2017, pari a 388,6 milioni.

Nel 2017 i ricavi diffusionali del gruppo Gedi, pari a 201,7 milioni, sono in leggero aumento (+0,8%) rispetto a quelli dell’esercizio precedente e risultano in flessione del 7,1% a pari perimetro, in un mercato che, come sopra riportato, ha continuato a registrare una significativa riduzione delle diffusioni dei quotidiani (- 8,8%). I ricavi pubblicitari sono cresciuti del 13,7% rispetto al 2016; la crescita a perimetro equivalente e’ stata del 5,7%, con una flessione del 3,3% sui mezzi del gruppo ed un incremento significativo delle concessioni di terzi, grazie alle nuove concessioni di Radio Italia e delle testate La Stampa e il Secolo XIX (la cui raccolta di pubblicita’ nazionale e’ passata al gruppo dall’inizio del 2017 e per il primo semestre dell’esercizio e’ stata classificata quale raccolta per terzi, posto che l’integrazione e’ avvenuta a meta’ anno). Con riferimento ai mezzi del gruppo, la raccolta su radio e’ cresciuta del 5%, confermando l’evoluzione positiva gia’ riscontrata nel precedente esercizio.

La raccolta su internet ha mostrato una crescita del 9,9% (+2,3% a perimetro equivalente), con un andamento migliore di quello del mercato. Infine, la raccolta su stampa ha registrato un aumento del 4,8% (-7,3% a perimetro equivalente, in linea con l’andamento generale della raccolta dei quotidiani). Il margine operativo lordo consolidato e’ stato pari a 53,2 milioni, importo maggiore rispetto al dato del 2016 (43,7 milioni), anche a perimetro equivalente (46,1 milioni). Il risultato operativo consolidato e’ stato pari a 28,7 milioni, in crescita rispetto al risultato del 2016 (22,4 milioni), anche a perimetro equivalente (22,5 milioni). Gli oneri fiscali sono ammontati a 150,5 milioni a causa del costo sostenuto per la definizione del contenzioso pari a 143,2 milioni. L’indebitamento finanziario netto al 31 dicembre 2017 ammonta a 115,1 milioni, dopo l’esborso fiscale di 140,2 milioni per la definizione del contenzioso.

Il consiglio di amministrazione della capogruppo, inoltre, proporra’ all’assemblea dei soci del 26 aprile di coprire interamente la perdita d’esercizio, pari a 116.571.802,69 di euro, mediante l’utilizzo delle riserve disponibili iscritte in bilancio al 31 dicembre 2017. All’assemblea verra’ inoltre proposta la revoca e il rinnovo della delega al consiglio di amministrazione stesso per un periodo di 18 mesi per l’acquisto di massimo 20 milioni di azioni proprie a un prezzo unitario che non dovra’ essere superiore al 10% e inferiore al 10% rispetto al prezzo di riferimento registrato dalle azioni nella seduta del mercato regolamentato precedente ogni singola operazione di acquisto o la data in cui viene fissato il prezzo e comunque, ove gli acquisti siano effettuati sul mercato regolamentato, per un corrispettivo non superiore al prezzo piu’ elevato tra il prezzo dell’ultima operazione indipendente e il prezzo dell’offerta d’acquisto indipendente corrente piu’ elevata sul medesimo mercato. 

Tra i motivi per cui viene rinnovata l’autorizzazione ci sono l’adempimento degli obblighi derivanti da eventuali programmi di opzioni su azioni o altre assegnazioni di azioni della societa’ ai dipendenti o ai membri degli organi di amministrazione o di controllo di Gedi o di societa’ da questa controllate; l’adempimento alle obbligazioni eventualmente derivanti da strumenti di debito convertibili o scambiabili con strumenti azionari; la disposizione di un portafoglio azioni proprie da utilizzare come corrispettivo in eventuali operazioni straordinarie, anche di scambio di partecipazioni, con altri.

BORSA ITALIANA/ Ecco perché Piazza Affari “ignora” il risultato delle elezioni

06 MARZO 2018 PAOLO ANNONI sussidiario.net

La Borsa italiana non ha sostanzialmente reagito male a un risultato elettorale così inatteso e dagli incerti sviluppi come quello di ieri. PAOLO ANNONI spiega perché.

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Tra le poche certezze dopo la tornata elettorale c’è la non reazione dei mercati finanziari. La borsa di Milano ha chiuso con un calo contenutissimo, -0,4%, e anche alla voce spread e Btp non si sono visti movimenti particolari. Questa reazione è a prima vista inspiegabile; la grande coalizione che il mercato dava per scontato alla vigilia non ci sarà e in teoria avrebbero vinto i populisti. La reazione dei mercati non si spiega con questi criteri. Ai mercati interessava e interessa solo una cosa e cioè se l’esito elettorale italiano potesse minacciare in qualche modo l’appartenenza dell’Italia all’euro o modificare l’attuale costruzione europea. Da questo punto di vista non c’è nessuna novità. Per questo Blackrock non vedeva l’esito elettorale come “particolarmente negativo” per l’euro e l’Europa e per questo innumerevoli trader e investitori riducevano all’osso la questione politica italiana a queste domande: Movimento 5 Stelle, in particolare, e Lega vogliono o possono uscire dall’euro? Possono opporsi efficacemente alla Germania?

Anche il movimento più “estremista”, la Lega, ieri per bocca del suo segretario escludeva un referendum sull’euro. Ai mercati non interessa se gli italiani useranno i ridottissimi margini che l’Europa lascia per assumere dipendenti pubblici o per fare metropolitane, se si rientrerà nei parametri del deficit risparmiando sulla spesa pubblica improduttiva o vendendo le ultime partecipazioni statali rimaste, tutte strategiche economicamente e politicamente, a prezzi di saldo. Al mercato non interessa nemmeno quali siano gli effetti di lungo periodo che si avranno rimanendo nel solco della politica europea o italiana degli ultimi anni. Importano gli effetti nei prossimi sei mesi, forse. Quello che importa è se le elezioni italiane di ieri possono aprire una fase di rottura. La risposta è negativa.

Prendiamo l’articolo di commento alle elezioni italiane pubblicato ieri dal Washington Post in cui si fa parlare il direttore dell’European Policy Center, Emmanouilidis. L’Europa, e gli investitori aggiungiamo noi, ha imparato che i movimenti “anti-establishment” fanno molta meno paura quando salgono al potere. L’esperienza di Syriza in Grecia che prometteva battaglia ai creditori per poi eseguire le politiche europee è il metro di paragone anche per le elezioni italiane e per il Movimento 5 Stelle; “questi movimenti sono diventati parte dell’establishment”. Sulla stessa linea anche Jean-Paul Fitoussi per cui solo la Lega sarebbe “populista”. Il Movimento 5 Stelle è percepito come parte dell’establishment europeo nella misura in cui non ha coscienza dell’origine dei problemi, la questione è la “corruzione”, e nella misura in cui esprime il disagio raccolto con una lamentela nei confronti dell’Europa. Esattamente come un partito di opposizione che non è al governo e che, soprattutto, non potrà mai essere al governo dell’Europa. In questo senso è parte dell’establishment e lo aiuta a riprodursi.

L’esito elettorale italiano, sempre secondo Fitoussi, è il prodotto della politica economica europea, l’austerity, che lascia sole le fasce più deboli della popolazione. Questo spiega la differenza abissale tra il voto al nord e il voto al sud. Il nord più dinamico, con più imprese e più appetibile come mercato può, in qualche modo, attutire gli impatti dell’austerity, ma il sud no, esattamente come la Grecia o il Portogallo. Non è rimasto più nessuno che possa investire, produttivamente, facendo ripartire un’economia che si sta avvitando. Lo Stato italiano apriva fabbriche e impianti statali e parastatali dando un’alternativa all’assistenzialismo peggiore. Oggi non c’è nessuna alternativa tra l’emigrazione e l’assistenzialismo e l’Europa non ha sostituito lo Stato italiano. Rimane solo una grandissima rabbia senza interlocutore, è a Bruxelles, non si vota e parla tedesco, e, per qualcuno, il sogno di poter in qualche modo ripararsi scambiando vitalizi con posti pubblici.

Questa analisi però interessa a noi. Rimane il fatto che il grande vincente delle elezioni di ieri, il Movimento 5 Stelle, non cambia l’equazione economica italiana e tanto meno quella europea. Il cambiamento in Europa può avvenire o per un cambiamento della Germania, che non decidiamo noi e che nel breve ha tutto da guadagnare dal mantenimento dello status quo, o dalla rottura dell’euro concordata e negoziata o meno. Il resto non conta per i mercati. Anche movimenti che si presentavano con toni decisamente più bellicosi come Syriza hanno alla fine dovuto eseguire politiche imposte da altri. Dal punto di vista dell’establishment europeo avere a che fare con un partito che ha incanalato la protesta non è necessariamente una notizia negativa. Anzi. Alimenta anche il pregiudizio sull’irresponsabilità degli italiani e giustifica la mancanza di cambiamento. Perfetto.

Così parlò Messina: le nostre banche temono un governo anti-Ue

 lettera43.it 05/03/2018 

Si dice non preoccupato dalla reazione dei mercati al voto, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanPaolo. E non è chiaro se la sua sia convizione radicata o semplice scaramanzia, ma su una cosa l’uomo alla guida dell’ultima banca di sistema rimasta, o almeno l’erede di chi l’ha concepita come tale, ha una preoccupazione chiarissima: che chiunque vada al governo, e sicuramente tra loro ci deve essere o il Movimento 5 Stelle o la Lega, seppure in coalizione con qualche altro partito, la smetta di parlare di abbandonare l’Eurozona. «Chiunque parla di uscire dall’euro mette il nostro Paese a rischio, poi la maggioranza decide e si vedrà», ma occorre evitare di «citare o portare avanti l’ipotesi di uscita dalla moneta unica», ha dichiarato al Congresso della Fabi, il principale sindacato dei bancari.

Carlo Messina

La dichiarazione arriva però dopo un interventismo notato da molti. Alla vigilia del voto infatti l’amministratore delegato di Intesa aveva rilasciato un’intervista al quotidiano finanziario Handelsblatt in cui rassicurava sul piano di smaltimento dei crediti deteriorati da parte di Ca’ de Sass, ma anche e in maniera articolata sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. Arrivando a prevedere che coloro che in campagna elettorare promettevano spese che avrebbero gonfiato debito e deficit si sarebbero rimangiati tutto: «Se l’Italia vuole parlare con i suoi partner in Europa, dobbiamo affrontare il problema del debito. I politici sanno che hanno bisogno di investire per determinare una crescita maggiore, e possono farlo solo se non spendono così tanto per il rimborso del debito». Allora il momento era forse più semplice, essendo la Germania ancora appesa al referendum della Spd che proprio il 4 marzo ha approvato il nuovo governo di coalizione e l’amministratore delegato poteva dichiarare serenamente che «l’Italia non è in una situazione peggiore di altri Paesi in Europa». Ora invece le rassicurazioni e le stoccate all’opinione pubblica e all’establishment tedesco hanno lasciato il posto ai richiami ai politici italiani, che alle banche sembrano aver iniziato a fare più paura dei primi.

Lo scandalo elettorale: i seggi verranno attribuiti solo tra mercoledì e giovedì prossimo (caso unico nel mondo occidentale). Ritardare i dati ufficiali è sintomo se va bene di brogli, se va male di golpe

 scenarieconomici.it

 

Dunque, il cd. Rosatellum prevede almeno due distinte votazioni ed elaborazioni di voto: una, immediata, per l’uninominale, sulla cui base si basano le estrapolazione decisamente imperfette dei seggi che vediamo oggi in TV. L’altra per per il resto dei collegi (quota maggioritaria ecc.). Per uno strano caso, con una complessità mai vista nella storia della Repubblica Italiana, dopo aver calcolato le preferenze uninominali bisogna fare le ripartizioni a livello di seggi (…).  Morale: i seggi finali verranno attribuiti tra mercoledì e giovedì prossimo ossia ben 3 o 4 giorni dopo la conclusione del voto, coinvolgendo giudici e ministero. Faccio presente che tale complessissimo – e lentissimo – metodo è caso unico nel mondo occidentale, ci tengo a sottolinearlo.

In democrazia è infatti prassi che i risultati elettorali siano immediati o quasi, la mattina del giorno dopo si sa già il risultato. In Italia nel 2018 invece no, prima volta che succede dal 1946: infatti, per espresso volere di Renzi e Berlusconi, padri nobili (o ignobili?) del Rosatellum, si è voluto rendere complessissimo il processo facendo intervenire calcoli del ministero e magistratura (corte di appello) a validare i voti. Da qui il ritardo di giorni.

Prima domanda: perchè Renzi e Berlusconi hanno voluto rendere così complesso un meccanismo altrimenti decisamente immediato? O, messa in altro modo, quale è il motivo per cui le democrazie pretendono di avere i dati di voto rapidamente? Semplice, la DEMOCRAZIA vuole che NON ci sia ingerenza politica – men che meno giudiziaria – nei risultati finali. Ovvero il processo deve essere semplice ed immediato, portando al potere chi ha vinto in modo chiaro ed incontrovertibile. In Italia nel 2018 invece no, per preciso volere del PD e Forza Italia, i due partiti sconfitti alle elezioni.

Magari non succederà nulla, magari è solo un eccesso di cautela, magari … (forse dubito troppo, ma a pensar male in Italia troppo spesso ci si azzecca, …); in ogni caso sto temendo, base dati fattuali direi incredibili a livello democratico, che ci possa qualche sotterfugio. A maggior ragione visti i personaggi coinvolti. La Germania, la Francia, la Gran Bretagna, anche gli USA pubblicano i risultati la notte stessa, l’Italia no!!! Spero di sbagliarmi naturalmente. Purtroppo stiamo vivendo periodi difficili, complessi, in cui una vittoria presidenziale USA è stata combattuta ed osteggiata come non mai, in cui un referendum democratico britannico è stato incredibilmente messo in discussione da agenti esterni se non direttamente disturbatori…. Momenti difficili in cui deputati di Stato vengono uccisi un giorno prima di appuntamenti elettorali cruciali (Jo Cox) e/o vengono assassinati, ehm, suicidati, membri dell’apparato politico (Dem USA) nel bel mezzo della lotta per il governo presidenziale.

Dunque dubitare non è solo lecito ma, direi, medicale. Nel senso che può essere utile prevenire una patologia a cui l’Europa è regolarmente avvezza, la deriva autoritaria.

Oggi a sentire Renzi affermare che si  dimetterà solo alla formazione del nuovo Governo – per altro sapendo che l’uomo difficilmente mantiene le parole date – mi ha raggelato il sangue. Magari non è nulla, magari è solo un eccesso di cautela ma è meglio tenere la guardia alta, in caso di disgrazie politiche ed elettorali, mai da escludere di questi tempi (…).

Che le Forze Armate Italiane restino in allerta, alla fine sono loro – assieme al Presidente della Repubblica (il cui staff ha forse incontrato in questi giorni Steve Bannon?) –  a dover garantire la stabilità democratica italiana.

Per dirla meglio, con gente come George Soros in giro – accolto dal presidente del consiglio italiano pro-tempore, appartenente al partito sconfitto alle elezioni, Conte Silveri Gentiloni, come un Capo di Stato, ndr – meglio “prevenire che curare” (…).