Ue all’Italia: restano squilibri macro eccessivi

affariitaliani.it – 7 marzo 2018

Ue all'Italia: restano squilibri macro eccessivi

 

Per il quinto anno consecutivo la Commissione europea lascia l’Italia tra i Paesi con squilibri macroeconomici eccessivi a causa del suo debito troppo alto e della produttivita’ troppo bassa, in un contesto di alta disoccupazione e uno stock di sofferenze bancarie che pesa anche sui prestiti all’economia reale. Un quadro immutato dall’anno scorso anche sul fronte delle riforme strutturali il cui cammino, secondo Bruxelles, e’ rallentato. Il messaggio e’ quindi sempre lo stesso: fare di piu’ per far ripartire il Paese e sbloccare la sua crescita potenziale. Anche perche’, sottolinea il vicepresidente della commissione Ue, Valdis Dombrovskis, il pil italiano e’ sempre fanalino di coda. “In Italia abbiamo visto che la crescita e’ rafforzata nel 2017 e ci si aspetta che resti costante anche quest’anno, ma e’ ancora molto sotto la media europea”, inoltre “il debito e’ il secondo piu’ elevato dell’Ue e la produttivita’ e’ bassa”. Persistono poi anche i “problemi nel settore bancario, ma si stanno affrontando”. I crediti deteriorati, pero’, hanno iniziato a calare soltanto da poco. In generale, per l’Italia restano molte “sfide” da affrontare. Ma non e’ il caso di fare allarmismo secondo Bruxelles. Lanciare una procedura per squilibri eccessivi contro l’Italia e’ l’ultima cosa a cui pensa la Commissione in questo momento. Dopo il risultato del voto, si aspetta il nuovo Governo e le sue prime mosse, per capire le intenzioni in materia di politica economica. Tutti i messaggi lanciati in campagna elettorale, dall’abolizione della Fornero allo sforamento del deficit, per ora non vengono presi sul serio.

Intanto si aspetta la presentazione del programma nazionale di riforma e di quello di stabilita’ ad aprile, e poi a maggio ci sara’ il giudizio definitivo sulla legge di stabilita’ 2018, dove si rifara’ il punto sui conti pubblici. Con i dati sul pil 2017 in arrivo ad aprile, si capira’ l’entita’ dell’eventuale sforzo. Potrebbe, insomma, non servire piu’ lo 0,3% richiesto a novembre. Per ora la Commissione appare collaborativa, e tranquillizza Roma anche sulle scadenze di aprile: se non ci sara’ ancora il nuovo esecutivo, quello attuale potra’ presentare un programma di stabilita’ a ‘politiche invariate’, e poi inviare quello definitivo in un secondo momento. Per il commissario agli affari economici Pierre Moscovici bisogna avere fiducia in Mattarella, perche’ dara’ all’Italia un Governo stabile che confermera’ “il suo impegno europeo”. Ma nel rapporto sugli squilibri, la Commissione ci tiene comunque a ricordare tutte le debolezze che il Paese deve affrontare. Una “protratta bassa produttivita’”, che comporta anche rischi di “implicazioni transnazionali”. Il debito che “si stabilizza ma ancora non ha imboccato un percorso di ferma discesa a causa del deteriorarsi del saldo strutturale”, e lo slancio delle riforme che “e’ in qualche modo rallentato”. Ad esempio, nonostante qualche progresso nell’attuazione delle raccomandazioni di maggio scorso, come quelle su fisco, lotta alla corruzione, riforma della PA, poco e’ stato fatto sul cuneo fiscale, sui tempi della giustizia, e per riformare il quadro legislativo sull’insolvenza. Restano “lacune” anche nella riforma della contrattazione collettiva e nelle politiche attive sul mercato del lavoro. Cosi’ come rimangono pure le “disparita’ regionali che continuano a pensare sul potenziale di crescita”, e la disoccupazione giovanile e a lungo termine. Bruxelles sottolinea anche che, “data la sua importanza sistemica, l’Italia e’ una fonte di significativo contagio potenziale per il resto della zona Euro”.

La scoperta della verità nella società della menzogna

Marco Santero scenarieconomici.it – del 7 marzo 2018

L’impressionante e schietta sintesi di un grande saggio.
Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale.
Sarà mica un complottista grillino o leghista?
Spettacolare la sintesi quando centra la svolta del 1981, quando siamo diventati servi dei “mercati” grazie a divorzio Banca d’Italia – Tesoro.
Ormai le menzogne economiche e in politica economica sono nude e esposte al pubblico disprezzo.
ITALIA libera, sovrana, equa e sostenibile!

‘CIAO A TUTTI, ME NE VADO A SCIARE’. CHE RENZI L’ABBIA DETTO O NO, LA SORELLA DURANTE LE VACANZE DI NATALE SULLE DOLOMITI È STATA BECCATA CON IL SUO SKIPASS. CHE NON È CEDIBILE: VERBALE E IMBARAZZI SULL’ALPE DI SIUSI…

dagospia.com-7marzo2018

Giacomo Amadori per “la Verità

 

renzi sugli sciRENZI SUGLI SCI

«Io vado a sciare». Quando ieri le agenzie e i siti hanno riportato la frase che il segretario dimissionario del Pd Matteo Renzi avrebbe pronunciato con un giornalista, si sono subito scatenati commenti acidi. Il portavoce dell’ ex premier e poi lui stesso si sono affrettati a smentire in modo poco convinto la fuga sulle nevi: «Nessuna settimana bianca».

Ma anche se fosse arrivato il momento per Renzi di prendersi qualche giorno di ferie, la montagna non sarebbe il posto giusto per riposarsi, viste le polemiche che si innescano ogni volta che l’ ex premier sale sugli sci.

 

Ieri una fonte della Verità ci ha informati che nel comprensorio dell’ Alpe di Siusi, da gennaio gira una storiella che forse vale la pena di riportare. Proprio in Val Gardena l’ ex Rottamatore con famiglia al seguito ha passato le vacanze di Natale degli ultimi due anni. Una delle due sorelle (Benedetta e Matilde i loro nomi) è la protagonista della vicenda che vi stiamo per raccontare. Il 3 gennaio, come Matteo, era a sciare a 2.000 metri sull’ Alpe di Siusi. Ma il controllore, quando la donna ha strisciato il tesserino valido per quattro giorni, si è accorto che qualcosa non andava. Il tornello indicava che il proprietario era un uomo, mentre sugli sci c’ era una signora. Il controllore ha preso lo skipass e ha letto con stupore il nome dell’ ex premier.

 

Il nome non ha scoraggiato l’ addetto che, anzi, da buon altoatesino, ha deciso di redigere regolare verbale e di sequestrare il tesserino, che aveva ancora due giorni di validità. A prescindere dal super vip finito nella rete. «Lo skipass era intestato a un maschio e lei era femmina. Non si poteva far finta di niente.

 

Per questo è stata fermata. Lo skipass era stato emesso da un albergo dell’ Alpe di Siusi» ci riferisce una fonte. A quanto risulta alla Verità, dopo il sequestro, dall’ entourage di Renzi hanno iniziato a chiamare all’ impazzata, e al controllore è arrivata l’ indicazione dell’ ufficio di Ortisei di portare in direzione verbale e skipass. La notizia avrebbe dovuto rimanere riservata, ma nella vallata ha iniziato a girare la foto del documento del ritiro, probabilmente immortalato da qualche dipendente dispettoso dell’ azienda.

RENZI SCI COURMAYEURRENZI SCI COURMAYEUR

Va detto che l’ Alpe di Siusi non porta fortuna a Renzi.

 

Un anno fa era finita sui giornali l’ iniziativa di Werner Kostner, ottico di Ortisei, il quale davanti al suo negozio aveva affisso una foto dell’ ex premier con sopra scritto: «Nein, danke». No, grazie.

 

Kostner, cinquantenne di origini bolzanine, con La Verità aveva attaccato i politici scrocconi: «Quando agli impianti di risalita arriva il politico di turno, e sappiamo di chi stiamo parlando, e si porta dietro una sfilza di persone che vanno su gratis a me non sta bene». Gli chiedemmo se gli risultasse che Renzi e famiglia non avessero pagato gli skilift e lui ci rispose: «Se dovessi scommettere, direi no all’ 80 per cento».

 

Un anno fa avevamo provato a sapere chi avesse pagato gli skipass da 55 euro al giorno e il maestro di sci di Renzi, ma il presidente del Consorzio impianti a fune della Val Gardena e dell’ Alpe di Siusi, Paolo Cappadozzi, aveva fatto catenaccio: «Skipass ai politici? Non scherziamo. Non so se qualcuno abbia voluto regalarne uno a Renzi. Io no, anche perché a me non è certo simpatico. Posso dirle che i biglietti di trasporto della scorta erano a spese del Ministero dell’ Interno o dei carabinieri che hanno sempre una dotazione di servizio».

 

RENZI SCI COURMAYEURRENZI SCI COURMAYEUR

Lo skipass in mano alla consanguinea, invece, aveva il codice di un albergo, probabilmente quello in cui risiedeva Renzi. Infatti sembra che Matteo si muova senza soldi in tasca. «Anche quando ha fatto un giro sulla carrozza con i cavalli, Renzi ha chiesto di spedire il conto in albergo.

 

Ma solitamente qui si paga al momento della corsa» puntualizza un vetturino dell’ Alpe.

Ieri abbiamo richiamato Cappadozzi per chiedergli ragguagli sul tesserino sequestrato alla sorella di Renzi: «Io il 3 gennaio ero in ferie.

Però quello che mi sta raccontando fa parte della normale routine che riguarda gli skipass. Li ritiriamo sempre, è una procedura standardizzata. Ci sono anche degli scambi tra sciatori, succede.

 

renzi scia courmayerRENZI SCIA COURMAYER

Quindici giorni fa è capitato a un carabiniere. Quando ci sono degli errori di distrazione diamo un altro skipass giornaliero e poi chiediamo allo sciatore di presentarsi entro la giornata successiva per riprendere il proprio. Ritiriamo e controlliamo centinaia di skipass. Per quanto riguarda il caso di Renzi devo informarmi». Che si sia trattato di uno scambio o meno, poco importa. In Val Gardena la voce si è sparsa e lo skipass finito alla sorella dell’ ex sindaco di Firenze è diventato un tormentone. Anche perché in Alto Adige il neo senatore si concede tutti gli agi. Il suo hotel preferito è il cinque stelle lusso Dolomiti spa e sport resort di Ortisei, del gruppo Adler.

 

I prezzi del soggiorno vanno dai 3.500 euro a notte nello chalet famigliare ai 2.700 euro a testa al giorno per l’ albergo vero e proprio.

renzi nein dankeRENZI NEIN DANKE

Ci furono polemiche per il Matteo delle nevi anche nel 2015: l’ allora capo del governo planò con i famigliari a Courmayeur con un Falcon di Stato e venne seguito come un’ ombra da due guardie del corpo e da un maresciallo degli Alpini in versione maestro di sci. Un approccio alla montagna che non parve dei più sobri.

 

Il Comune di Napoli verso il crac, ira de Magistris: «Pronti alla più grande mobilitazione dal dopoguerra»

ilmattino,it – 7 marzo 2018

 

 
«Oggi mi sento di esprimere preoccupazione e una profonda indignazione sul rigetto perché stiamo discutendo del Cr8 e questa cosa mi fa rivoltare lo stomaco. Io debbo discutere da due anni di un debito di 100 milioni del 1981. Vediamo quale sarà l’effetto, ma io su questo sono capace di mettere in campo la più grande mobilitazione politica che la città di Napoli dal dopoguerra in poi abbia conosciuto». Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, commenta a caldo la notizia ricevuta per vie informali dai suoi collaboratori del mancato accoglimento del ricorso del Comune di Napoli alla Corte dei Conti delle sezioni riunite di Roma sulla violazione del saldo di finanza pubblica 2016. «Questo è l’unica cosa che mi sento di dire. Può essere che non sarà necessario, ma sappiamo per certo che stiamo discutendo del CR8. Quindi potrebbe accadere che la mobilitazione di Montecitorio sia stata solamente un prosecco accompagnato da una tartarre».
 

Il primo cittadino ha spiegato di non aver ancora ricevuto il dispositivo, e quindi rimandato una valutazione piena a stasera: «Stanno tornando il capo di gabinetto, il direttore generale, il ragioniere capo, e l’avvocato. Ho notizie telefoniche di alcune conversazioni. Le cose certe al momento sono queste: abbiamo avuto l’accoglimento del ricorso per quanto riguarda la questione del 2014, il rigetto invece per la questione del 2016 “come in motivazione”. Siccome le motivazioni non ci sono, abbiamo cercato di saperne di più e al momento non abbiamo capito. La motivazione ti dà la linea di valutazione per definire una notizia assai brutta, brutta bruttina o addirittura buonina. Non posso commentare quello che non conosco, stasera faremo comunque una valutazione, ma per avere un quadro chiaro dobbiamo avere le motivazioni che dovrebbero arrivare prima della scadenza dei termini per l’approvazione del bilancio di previsione, quindi da quello che abbiamo capito tra 15- 20 giorni».

Italia non vuol dire mafia, ma anti-mafia


Di Zeno Zoccatelli tvsvizzera.it – 7 marzo 2018
 
Molti docenti di lingua e cultura italiana in Svizzera sono attualmente coinvolti nel progetto legalità, volto a sensibilizzare i più giovani sul tema della criminalità organizzata. L’iniziativa ha anche lo scopo di lottare contro lo stereotipo che accomuna l’essere italiano all’essere mafioso. 
VIDEO
https://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/incontro-con-i-docenti_come–vaccinare–gli-allievi-contro-la-mafia-/43938286
 
Una fredda mattina di febbraio, un gruppo di docenti di lingua e cultura italiana si incontra in un edificio nei pressi del ponte di Monbijou. a Berna. A prima vista si potrebbe pensare a una normale riunione di perfezionamento professionale, durante la quale ci si scambia materiale didattico, idee e dubbi sul modo di affrontare un determinato tema con gli allievi. 

In effetti è proprio così, ma la natura e la delicatezza dell’argomento trattato rende tutto diverso. Questi docenti, nel loro piccolo, stanno dando il loro contributo alla lotta alla mafia. 

L’incontro ha luogo nell’ambito del progetto legalità, organizzato dai comitati degli italiani all’estero (Comites) di Berna, Basilea, Neuchâtel e Zurigo, in collaborazione con l’ambasciata d’Italia e finanziato dal ministero degli esteri italiano. 

Sensibilizzazione e prevenzione sono le parole che meglio descrivono lo scopo di questa iniziativa, volta a combattere la criminalità organizzata nella Confederazione già sui banchi di scuola, una lotta che si trova di fronte anche a diverse reticenze.

Prima fra tutte, l’idea che in Svizzera la mafia non sia un grande problema e non attecchisca. Eppure le prove che sia presente e radicata da decenni ci sono. 

Dall’eroina alla cocaina

A ricordarlo ai docenti presenti è stata Marina Frigerio, psicologa dell’età evolutiva che da diversi anni lavora sul tema dell’influsso della mentalità mafiosa sui bambini e sugli adolescenti. Ha raccontato che negli anni ’90 la lingua franca nei luoghi dove si spacciava eroina a Zurigo era l’italiano. Lei stessa ha conosciuto molti giovani resi schiavi della droga durante le loro vacanze in Italia. Giovani che, rientrati in Svizzera, sono stati costretti a spacciare e prostituirsi per potersi pagare la dose. 

“Ora il periodo dell’eroina è finito. È arrivata la cocaina”, ha proseguito Frigerio, “Molti ne fanno uso, anche molti genitori dei vostri allievi. All’inizio li fa sentire forti e finanziare una tiratina ogni tanto non è un problema. Ma poi, poco alla volta, subentra la dipendenza e si entra in un circolo vizioso. Si comincia a spacciare e a contrabbandare per finanziare il consumo. A ricorrere ai cravattari. Si diventa ricattabili”. 

La droga è solo uno degli strumenti e delle fonti di reddito della mafia in Svizzera, dove è particolarmente forte la ‘ndrangheta calabrese. Gli affari sono anche nel traffico di armi e in quello di esseri umani, non solo prostituzione, ma anche manodopera: operai sfruttati in seno a ditte che subappaltano lavori in cantieri molto importanti.

Hanno poi le mani nella finanza, con una grande presenza nel settore immobiliare. Comprano case, ristoranti, pizzerie,…

Per potersi inserire nella società, la criminalità ha bisogno di agganci. “I giovani italiani occuperanno o già occupano ruoli che richiamano un’enorme attenzione da parte delle realtà criminali, le quali hanno interesse ad esempio a riciclare il denaro”, ha spiegato Umberto Castra, pedagogista sociale e coordinatore dell’incontros.

È dunque importante “vaccinare” fin da piccoli i ragazzi affinché confrontati a determinati stimoli rispondano in maniera negativa. 

Italiano dunque mafioso? No!

C’è sostegno al progetto da parte della comunità italiana, ma di tanto in tanto si leva anche qualche voce critica. Gli italiani all’estero, non solo in Svizzera, sanno bene quanto sia diffuso lo stereotipo dell’italiano mafioso. Alcuni temono dunque che l’iniziativa rinforzi dei cliché che danneggiano l’immagine del paese. 

In realtà, è esattamente il contrario, spiega Mariachiara Vannetti, insegnante nonché presidente dei comites di Berna e Neuchâtel.  

“Si arriva a scherzare con il termine di mafia”, spiega. “Ci sono ristoranti o addirittura gruppi musicali il cui nome fa riferimento a Cosa Nostra o alla mafia. Questo vogliamo spazzarlo via”.

Il messaggio che si vuole far passare tramite il progetto legalità è anche questo: l’Italia è il più grande paese di anti-mafia. Dal punto di vista legislativo, ma anche da quello dalla risposta sempre più forte della popolazione al fenomeno della criminalità organizzata. 

“Bisogna far capire che l’Italia può offrire un’esperienza straordinaria di legalità e anti-mafia”, ha detto. Un’esperienza dalla quale gli altri paesi possono prendere esempio per lottare contro tutte le criminalità organizzate, non solo quella italiana.

“Non bisogna nascondere i problemi sotto il tappeto”, ha insistito Vannetti. “Le istituzioni che rappresentano gli italiani all’estero hanno il dovere di parlarne e di aiutare le nuove generazioni a rifiutare l’illegalità”. 

L’Italia, insomma, non è solo il paese di Totò Riina ma anche, e soprattutto, quello di Giovanni Falcone. 

 

“SONO STATI BERLUSCONI E RENZI A SPIANARE LA STRADA A SALVINI E DI MAIO” – LEGGETE IL SERMONE DI MARIO MONTI: “HANNO INSTILLATO PER ANNI NELLA MENTE DEGLI ITALIANI UN RIFLESSO ANTI-EUROPA SU CUI LEGA E M5S HANNO CAPITALIZZATO ALLA GRANDE” – MA UN’AUTOCRITICA SULLA FALLIMENTO DELL’ESTABLISHMENT POLITICO E BANCARIO NON LO FA NESSUNO?

dagospia.com – 7 marzo 2018

 

Marco Zatterin per “la Stampa”

 

mario montiMARIO MONTI

Introdotte insieme, la flat tax e il reddito di cittadinanza aprirebbero la porta a «una strage degli innocenti» e disegnerebbero un mondo in cui «gli italiani di domani farebbero meglio a non nascere». Mario Monti lo dice con cautela, ben consapevole della gravità della sua profezia.

 

Presi da soli, i due provvedimenti che il centrodestra e i grillini hanno utilizzato per vincere le elezioni, suggeriscono parecchi dubbi al professore ed ex premier. Non è una missione impossibile, lascia intendere, però il rischio è di «essere stroncati dal debito».  ervirebbero dei correttivi, cose che qualunque governo dovrebbe fare. Come creare un mercato che funzioni, tagliare le tasse, battere l’ evasione fiscale e ridurre le diseguaglianze.

 

mario monti brindaMARIO MONTI BRINDA

Professore, siamo il primo Paese europeo candidato ad essere guidato da un governo anti-establishment. Non è sorpreso, vero?

«In fondo, la campagna elettorale è stata una lotta tra populisti. Due populisti venuti dal basso, Di Maio e Salvini, apparsi più freschi e genuini, hanno sconfitto due populisti più consolidati nel sistema, un po’ logori e meno credibili: il padre storico di tutti i populisti, Berlusconi; e Renzi, che perfino da Palazzo Chigi aveva praticato un suo populismo contro l’Europa».

 

Era un processo inevitabile?

giorgio e clio napolitano tornano a casa a monti 10GIORGIO E CLIO NAPOLITANO TORNANO A CASA A MONTI 10

«Dando spesso all’Europa la colpa dei loro insuccessi (uno di loro sostiene addirittura che abbia complottato per porre fine a un suo governo), sono stati proprio Berlusconi e Renzi a spianare la strada a Salvini e Di Maio, instillando per anni nella mente degli italiani un riflesso anti-Europa sul quale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno capitalizzato alla grande. Per questo è parso un po’ goffo che Berlusconi abbia cercato di accreditarsi in Europa come il bastione contro gli euroscettici italiani».

 

Un Paese è sempre quello che vota. Il nostro sta migliorando o peggiorando?

«La politica italiana è riuscita a screditarsi oltre ogni limite. Basta pensare al tourbillon di passaggi da uno schieramento all’ altro, da un partito all’ altro. Il capitalismo italiano, la classe dirigente dell’ economia, le organizzazioni imprenditoriali, non hanno mostrato grande capacità né volontà di riformarsi».

GIORGIO NAPOLITANO E MARIO MONTIGIORGIO NAPOLITANO E MARIO MONTI

 

Cos’è successo?

«Tutti tendono a considerare lo Stato come bestia da fustigare e da mungere al tempo stesso. Sarebbe stato sorprendente che proprio l’ Italia restasse immune da quella miscela di risentimento verso la politica, verso tutte le istituzioni, verso l’establishment che in questi anni ha percorso l’Europa e gli Stati Uniti».

 

Cosa vogliono i populisti?

«Colpire due obiettivi: l’establishment e l’Europa».

STRETTA DI MANO TRA MONTI E BERLUSCONISTRETTA DI MANO TRA MONTI E BERLUSCONI

 

Come andrà a finire?

«Mi auguro che riescano a imporre all’establishment una drastica cura per renderlo più moderno, più responsabile, più rispettoso delle leggi e dell’ interesse generale».

 

E l’Europa?

«L’auspicio è che i populisti non compiano un grave errore di prospettiva storica. L’Europa deve essere riformata e migliorata in tanti aspetti. Ma non va depotenziata rispetto agli Stati nazionali, né bisogna uscirne. In un Paese come l’Italia, il “sogno” di un’Europa espulsa dalla vita italiana, o di un’ Italia ritornata alla totale sovranità nazionale, avrebbe conseguenze su cui Di Maio e Salvini, nell’interesse soprattutto dei loro elettori, dovrebbero riflettere».

 

Faccia un esempio.

Merkel e MontiMERKEL E MONTI

«E’ stata l’Europa, per dirne una, a limitare lo strapotere delle caste, a cominciare dalle partecipazioni statali. Ha poi liberato i risparmiatori dall’obbligo, di fatto, di comprare solo titoli dello Stato italiano, per vederseli tosati da ondate di inflazione. Guai se puntassimo tutto su “Prima l’Italia”. Se mai, la traduzione geopolitica di “America First” dovrebbe essere “Prima l’Europa”, con il rafforzamento complessivo del nostro continente nella competizione mondiale. Di ciò necessita un Paese come il nostro, importante ma non molto potente. La Germania ha meno bisogno dell’Ue. L’economia tedesca la farebbe più da padrona in Italia, se l’Unione venisse meno o l’Italia uscisse».

 

Se andassero al governo, grillini e centrodestra si troverebbero ad attuare politiche che sembrano nel migliore dei casi difficili. È un vicolo cieco?

DI MAIO SALVINIDI MAIO SALVINI

«Guardiamo anzitutto al contesto. Abbiamo vissuto tempi in cui i mercati finanziari grandinavano sui Paesi che praticavano politiche non ortodosse o si lasciavano andare a promesse non ponderate. Era eccessivo. Ma è altrettanto eccessivo – e più pericoloso perché può condurre a scelte poco responsabili che i cittadini pagheranno caro in futuro – vivere nel Nirvana finanziario creato da un “quantitative easing” della Bce, a mio parere troppo generoso e che dura da troppo».

 

E allora?

«Non credo che i partiti, tutti, avrebbero dato tanta prova di irresponsabilità nelle promesse elettorali, se non ci trovassimo con tassi di interesse così bassi da rimuovere psicologicamente il vincolo di bilancio, malgrado le prediche della Ue e dei banchieri centrali. E non credo che i mercati avrebbero mostrato encefalogrammi così piatti, in termini di spread, di fronte a risultati elettorali che in altri tempi li avrebbero fatti rabbrividire. Meglio così, finché durerà».

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

 

Le promesse sono state chiare. M5s ha vinto col reddito di cittadinanza. Berlusconi e Salvini con la Flat Tax. Sono ricette ardue per un Paese indebitato.

«Ho qualche dubbio sull’uno e sull’ altra, presi individualmente. E dubbi ancora maggiori se dovessero arrivare congiuntamente. Resto convinto che un’economia sociale di mercato che funzioni e crei lavoro deve avere grande attenzione sia all’aspetto produttivistico, sia a quello della riduzione delle disuguaglianze».

 

Qual è la giusta medicina?

FLAT TAXFLAT TAX

«In ogni caso in Italia occorre una politica durissima contro l’evasione fiscale, oltre che il taglio della pressione complessiva, usando lo strumento fiscale contro le eccessive disuguaglianze. Probabilmente, le due visioni di Renzi e Berlusconi, piuttosto simili, avrebbero reso improbabile una tale strategia.

 

Con Di Maio e/o Salvini potrebbe rivelarsi più facile combinare un’impostazione produttivistica “di destra” con un’ impostazione distributiva “di sinistra”. Certo, se si introducessero il reddito di cittadinanza e la flat tax, nessuno protesterebbe. Ma sarebbe la “strage degli innocenti”: gli italiani di domani farebbero bene a non nascere, per non essere stroncati dal debito pubblico che scaricheremmo su di loro».

Mario Monti Elsa ForneroMARIO MONTI ELSA FORNERO

 

Il suo governo e la legge Fornero vengono spesso indicati fra le cause del populismo in Italia. Si sente colpevole?

«Allora, nel 2012, non era proprio possibile fare diversamente. Tant’è vero che tutti i provvedimenti presentati dal governo sono stati approvati in Parlamento con i voti sia del Pdl di Berlusconi che del Pd di Bersani. Questi due grandi partiti hanno contribuito al successo del M5s alle elezioni del 2013 non perché abbiano adottato misure impopolari, ma perché, avendo avuto per una volta una condotta molto responsabile, invece di rivendicare il merito di avere salvato l’ Italia, in campagna elettorale hanno preferito dare la “colpa” al mio governo e all’ Europa».

 

 

Lavori in corso per la rete di Intesa Sanpaolo

7 marzo 2018, di Redazione Wall Street Italia

Il gruppo milanese ha introdotto nuove figure in filiale con un contratto misto per sviluppare la consulenza anche fuori sede

Il sempre maggiore focus delle banche commerciali sulla vendita di prodotti finanziari, per fare fronte al crollo dei ricavi derivante dalla forbice più stretta dei tassi di interesse, sta rivoluzionando anche la tipologia dei contratti di lavoro per i lavoratori delle filiali (quelle che rimangono dopo il giro di chiusure avviato da qualche anno da tutti i principali gruppi). Una corsa al riparo avviata dalle banche anche per tenersi stretta la clientela affluent, sempre più sotto la lente delle reti di consulenti finanziari alla ricerca di nuovi clienti approfittando della delusione dei correntisti che fanno i conti con capital gain sempre più risicati e casi di risparmio tradito. Pioniere di questa strada è il gruppo Intesa Sanpaolo che recentemente ha confermato nuove assunzioni di consulenti finanziari junior e senior con un contratto ibrido, per metà da dipendente, per metà da lavoratore autonomo.

Il nuovo contratto di Intesa Sanpaolo per la rete di Banca dei Territori e Intesa Sanpaolo Casa prevede, secondo il testo del protocollo firmato con i sindacati, “la possibilità di costituzione di un contratto di lavoro subordinato a tempo parziale che ha natura di rapporto base e di un parallelo, contestuale e distinto contratto di lavoro autonomo, che rimangono indipendenti”. Per la parte di lavoro dipendente l’attività di filiale svolta sarà quella del gestore, mentre per la parte di lavoro autonomo svolgeranno l’attività di consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, previa iscrizione all’Albo unico dei consulenti. Una rivoluzione quindi per il tradizionale dipendente bancario che tiene conto anche dell’introduzione della direttiva Mifid2, che prevede requisiti più stringenti in merito alle qualifiche del personale che deve prestare servizi di informazione e consulenza finanziaria ai clienti in filiale.

Quello delle competenze è uno dei temi più delicati della nuova direttiva europea per quanto riguarda gli sportellisti tanto che il gruppo Poste Italiane, da qualche mese, ha frenato lo sviluppo della nuova rete di consulenti finanziari facendoli operare all’interno degli uffici dedicati alla consulenza agli investimenti.

I profili ricercati

Secondo quanto confermato da Intesa Sanpaolo i nuovi 500 inserimenti saranno di profili junior, in quanto per i senior le assunzioni sono già state previste dal Protocollo 1/2/2017. Al momento non sono stati definiti ancora gli ambiti territoriali di inserimento perché deve essere ancora fatto un piano preciso anche sulla base delle uscite previste e delle relative tempistiche. Al momento il gruppo milanese ha già assunto circa 20 profili senior con questa tipologia contrattuale e la previsione è di circa 400 senior entro il 2018 (inserite nel Protocollo 1/2/2017) oltre ai 500 junior previsti dall’accordo 21/12/2017.
Ma non è tutto. Oltre ai nuovi inserimenti – fanno sapere da Intesa Sanpaolo – il Protocollo 1/2/2017 prevede anche la possibilità di trasformare in part time il rapporto di lavoro di 150 già dipendenti per consentire loro di esercitare il contratto misto, con automatico rientro full time alla scadenza del biennio, salvo che azienda e dipendente condividano di proseguire con il contratto misto anche successivamente. Le prime proposte di trasformazione ai già dipendenti saranno avviate da marzo/aprile 2018.

I consulenti finanziari in filiale non sono però una novità assoluta. Già da tempo altre reti bancarie come Credem e Bnl, fanno operare all’interno delle filiali i professionisti delle loro reti di consulenti che cosi beneficiano della forza del brand e dei servizi della capogruppo anche nella vendita di prodotti bancari tradizionali come i finanziamenti.

Poste, al via l’alleanza con Anima che raddoppia le masse

di Paola Valentini milanofinanza.it – 7 marzo 2018

I due gruppi hanno firmato nella tarda serata di ieri l’accordo definitivo che sancisce l’alleanza di lungo termine nell’asset management. Trasferiti alla società guidata dall’ad Carreri la gestione di attivi assicurativi per 70 mld di euro che, aggiunti ai 20 mld apportati a fine 2017 da Aletti Gestielle, fanno balzare gli asset del gruppo a oltre 160 mld,

Poste Italiane

Ora è ufficiale. Poste e Anima  hanno firmato nella tarda serata di ieri gli accordi definitivi che rafforzano la collaborazione di lungo termine nel risparmio gestito. Due sono i fronti dell’alleanza tra i due big italiani, in linea con quanto stabilito nell’intesa preliminare siglata il 21 dicembre scorso. 
Da una parte, come previsto, il gruppo guidato dall’ad, Matteo Del Fante, e Anima Holding  hanno sottoscritto la scissione parziale in favore di Anima  Sgr delle attività di gestione di attivi sottostanti a prodotti assicurativi di ramo I per oltre 70 miliardi di euro. Si tratta di asset legati a gestioni separate di cui è titolare la controllata delle Poste, Bancoposta Fondi Sgr. Per effetto della scissione, Poste riceverà azioni Anima Sgr di nuova emissione che saranno contestualmente acquistate da Anima Holding  a fronte di un corrispettivo per cassa pari a 120 milioni di euro. Anima  finanzierà tale importo mediante indebitamento finanziario.
Dall’altra parte è stata formalizzata un’estensione dei rapporti già in essere (siglati nel 2015 quando Poste entrò nel capitale di Anima ) per 15 anni dal closing. Si tratta della gestione in delega di alcuni fondi comuni e i sottostanti di alcune polizze di ramo III collocati da Poste. Si prevede che l’intera operazione sarà completata nel secondo semestre, in attesa, tra l’altro delle autorizzazioni delle competenti autorità di vigilanza.
Poste Italiane detiene oggi il 10,04% del capitale sociale della società guidata dall’ad, Marco Carreri. Anima  gestisce attualmente masse per circa 95 miliardi di euro grazie anche all’acquisizione di Aletti Gestielle da Banco Bpm che hanno portato in dote lo scorso dicembre una ventina di miliardi di euro dato che a fine novembre la società aveva masse per 75 miliardi di euro.Quindi, nel giro di questi ultimi mesi, il patrimonio gestito di Anima  è più che raddoppiato a quota 165 miliardi, restando sempre al quarto posto nella classifica di Assogestioni per masse, ma avvicinandosi sempre di più ad Amundi, in terza posizione con 205 miliardi, grazie all’acquisizione lo scorso luglio di Pioneer. 

Chi ha votato per chi

ilpost.it – 7 marzo 2018

Cosa dicono le cosiddette “analisi dei flussi”, che cercano di ricostruire i passaggi degli elettori da un partito all’altro

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati numerosi studi sui cosiddetti “flussi elettorali”, cioè i passaggi di voti da un partito all’altro tra le elezioni del 2013 e quelle di domenica scorsa. Analisi di questo tipo sono state realizzate dalla società demoscopica IPSOS e da centri studi come l’Istituto Cattaneo e il Centro Studi Elettorali dell’Università Luiss.

In genere queste indagini circolano nei primi giorni dopo le elezioni e vengono realizzate con due metodologie differenti. La prima: tramite sondaggi, cioè semplicemente chiedendo alle persone cosa hanno votato in passato e cosa invece hanno scelto nell’ultima tornata elettorale. La seconda: analizzando la distribuzione reale dei voti in alcuni seggi campione e utilizzando un particolare metodo di analisi, il cosiddetto metodo Goodman. Sono entrambi metodi con punti di forza e debolezze e i cui risultati andrebbero presi con una certa cautela. Adottando qualche accortezza, però, possono restituire risultati interessanti.

 

I sondaggi
Il metodo più semplice per scoprire come si sono distribuiti i flussi è chiedere alle persone cosa hanno votato in passato. È quello che subito dopo le elezioni ha fatto IPSOS, la più grande società demoscopica tra quelle che operano in Italia. Per farlo, IPSOS ha analizzato i risultati di oltre 16 mila interviste realizzate tra il 29 gennaio e il 2 marzo. In sostanza ha preso i dati dei sondaggi fatti nelle ultime settimane di campagna elettorale e li ha usati per cercare di calcolare come gli elettori si sono spostati tra un partito e l’altro. Qui trovate tutti i risultati completi.

Secondo IPSOS, il PD è il partito che ha subito il travaso maggiore di voti. Ben il 22 per cento di chi lo aveva votato nel 2013 – uno su cinque – avrebbe preferito astenersi; il 14 per cento sarebbe passato al Movimento 5 Stelle e il 7 per cento avrebbe scelto Liberi e Uguali. Gli ex elettori di centrosinistra non hanno invece ritenuto particolarmente convincente l’offerta politica del centrodestra: appena il 4 per cento di loro avrebbe deciso di votare per Lega o Forza Italia. Anche il PDL, l’alleanza che nel 2013 includeva anche la Lega Nord, ha subito un pesante travaso di voti. Ben il 41 per cento dei suoi elettori del 2013 sarebbero passati alla Lega, quasi uno su due, mentre Forza Italia ne avrebbe ereditati solo il 31 per cento. La fuga dal centrodestra verso il Movimento 5 Stelle, invece, sarebbe stata moderata, pari all’8 per cento, mentre il 3 per cento che sarebbe andato verso l’astensione è una percentuale molto bassa. Discorso opposto per il Movimento 5 Stelle, che invece avrebbe conservato il 74 per cento dei suoi elettori del 2013. I travasi principali sono stati quelli verso l’astensione, 9 per cento, e verso la Lega, 6 per cento. Trascurabili i passaggi a tutti gli altri.

Il risultato più bizzarro, e quindi da prendere con cautela, è quello di Scelta Civica, il partito fondato da Mario Monti che nel 2013 raccolse poco più del 10 per cento dei voti. Secondo IPSOS, il 28 per cento dei suoi elettori sarebbe confluito nel PD mentre il 16 per cento ha preferito l’astensione: e fin qui tutto abbastanza prevedibile. La stranezza è che quasi un terzo dei suoi elettori del 2013 ha scelto uno dei partiti tra Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia, tre partiti che hanno un programma diametralmente opposto a quello che aveva Monti e che hanno criticato Monti più duramente di tutti gli altri.

Il metodo Goodman
Analizzare i flussi di voti tramite i sondaggi, però, comporta tutti i problemi di affidabilità che di solito comportano i sondaggi stessi. Anche se domenica scorsa non ci sono stati grossi errori come nel 2013 e nel 2014, anche quest’anno i sondaggisti hanno compiuto errori importanti sottovalutando il Movimento 5 Stelle di circa 3-4 punti, sopravvalutando il PD di almeno 4 e sostanzialmente invertendo le percentuali di Lega e Forza Italia a vantaggio di quest’ultima.

L’altro metodo per stimare i flussi elettorali si basa invece sull’osservazione dei dati reali, cioè i voti che sono stati effettivamente espressi. Secondo alcuni statistici, andando a guardare come si sono comportati gli elettori tra un’elezione e l’altra all’interno di ripartizioni elettorali molto piccole, per esempio le singole sezioni dove votano gli abitanti di un certo quartiere, e confrontandole tra loro, è possibile farsi un’idea di come i voti si siano spostati tra un partito e l’altro. In Italia due importanti istituti di ricerca usano una di queste tecniche proprio per stimare i flussi elettorali. Il metodo utilizzato si chiama “Goodman” dal nome di Leo Goodman, uno statistico che lo elaborò per la prima volta nel 1956.

Per il momento ci basta sapere che con questo modello si possono stimare flussi all’interno di singole città ma non di un intero paese, e che l’efficacia di questo sistema non è riconosciuta da tutti gli esperti. Altri sistemi sono stati proposti nel corso degli anni, mentre ci sono esperti che rimangono critici sulla possibilità di calcolare i flussi partendo dai dati reali. In Italia il metodo Goodman è stato applicato dal CISE nella città di Torino e dall’Istituto Cattaneo a Brescia, Parma, Livorno, Firenze, Napoli e altre città.

In conclusione
Per quanto riguarda il PD i risultati dai due istituti sono molto simili e corrispondono all’esito dei sondaggi di IPSOS. A Torino, così come nelle città studiate dall’Istituto Cattaneo, il PD avrebbe perso voti soprattutto nei confronti dell’astensione, del Movimento 5 Stelle e della Lega, mentre praticamente non ne avrebbe persi a favore di Forza Italia, da cui invece sarebbe riuscito a prenderne (soprattutto a Torino, Bologna e Firenze). Secondo il CISE, questo spostamento di voti dal centro e dal centrodestra verso il PD ha consentito al partito di Renzi di tenere la città, ma questo effetto sostituzione (voti persi verso M5S, Lega e LeU sostituiti da voti di Forza Italia e Scelta Civica) non c’è stato in tutto il paese.

I dati di Torino mostrano che la Lega avrebbe preso voti soprattutto da Forza Italia ma anche dal Movimento 5 Stelle, un dato confermato dall’analisi dell’Istituto Cattaneo per quanto riguarda le città del Centro Nord: Bologna, Parma, Firenze e Livorno. Il PD, invece, sembra quasi ovunque il partito che ha resistito di più all’ascesa della Lega: in nessuna città avrebbe ceduto al partito di Salvini più dell’8 per cento dei voti ricevuti nel 2013. Infine, come già osservato in varie elezioni locali, il Movimento 5 Stelle sembra essere una sorta di partito “pigliatutto”, in grado di prendere consensi da quasi tutti gli altri partiti. Al Centro Nord ha preso voti soprattutto da PD e Lega, mentre al Sud ha prosciugato Forza Italia e recuperato molti consensi dall’astensionismo.

Quello che si può dedurre da queste analisi, con una certa prudenza, è che la scommessa del PD di puntare su moderati, anziani e persone istruite, andando quindi a sottrarre consensi a Forza Italia, ha avuto parziale successo nei grandi centri urbani in particolare del Centro Nord; parziale perché, anche nella migliore delle ipotesi, i voti presi al centro hanno sostituito più o meno esattamente quelli persi verso i partiti populisti, Lega e M5S, e verso l’astensione.

La Lega ha avuto successo colpendo soprattutto Forza Italia al Nord e riuscendo anche a prendere qualche voto al PD. Il Movimento 5 Stelle è riuscito a raccogliere parecchi voti dal PD al Centro Nord, soprattutto in città come Torino, Firenze e Livorno, ma dove sembra aver davvero sbancato è al Sud, dove ha prosciugato Forza Italia e recuperato molti voti dall’astensione. A Napoli, per esempio, secondo i dati del CISE, quasi metà dei voti ricevuti dal Movimento 5 Stelle sono arrivati da persone che in passato non avevano votato o avevano votato Forza Italia.

Le «alchimie» del Casinò di Aosta, i giudici: «Finanziamenti sconsiderati della Regione»

«Alchimie finanziarie» elaborate ricorrendo a «complesse architetture societarie» per celare il tracollo del Casinò de La Vallée di Saint Vincent (Aosta). Nel mirino c’è il buco di circa 140 milioni di euro, aggravato da erogazioni della Regione della Valle d’Aosta, illecitamente agevolate dagli assessori al bilancio Augusto Rollandin, Mauro Beccega ed Ego Perron, sulla base di bilanci falsi degli ex ad del Casinò Luca Frigerio e Lorenzo Sommo. Sono le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Aosta, al comando del colonnello Piergiuseppe Cananzi, ad aver scoperchiato il «sistema».

L’inchiesta penale e il procedimento contabile 
L’inchiesta ha una duplice natura: da una parte c’è l’accertamento penale, che ha portato la Procura di Aosta a iscrivere nel registro degli indagati otto persone (Perron, Frigerio, Sommo, Baccega, Rollandin e i sindaci della società Fabrizio Brunello, Jean Paul Zanini e Laura Filetti), dall’altra l’accertamento della Corte dei Conti che ha notificato la citazione a giudizio per 22 componenti della Giunta regionale, tra i quali Albert Lanience, eletto al Senato della Repubblica (con Union valdotaine, Union valdotaine progressiste, Partito Democratico e Epav).

Le «dissimulazioni» nei bilancio della società che gestisce il Casinò
Stando agli accertamenti investigativi della Guardia di Finanza, gli ex ad del Casinò Frigerio e Sommo avrebbero esposto «nei bilanci relativi agli esercizi 2012, 2013, 2014 e 2015 fatti materialmente non rispondenti al vero in ordine alle condizioni economiche della società» che gestisce il Casinò, «in modo da indurre in errore la Regione Autonoma Valle d’Aosta, che deliberava finanziamenti». In questa presunta operazione illecita, avrebbero concorso gli assessori regionali Rollandin, Baccega e Perron, «che inducevano in errore, con artifici e raggiri la Regione». In particolare, avrebbero «dissimulato nei bilanci indicati, la reale consistenza delle perdite (in modo da formulare piani industriali di sviluppo in realtà irrealizzabili) e la prospettiva negli anni a seguire di conseguire ulteriori risultati negativi di esercizio». Inoltre, con presunti «raggiri», avrebbero «omesso di evidenziare, in sede di approvazione delle delibere, la reale situazione economico patrimoniale» della società che gestisce il casinò.

I 140 milioni di euro di illeciti finanziamenti 
Secondo l’accusa, tra il 2012 e il 2015 la Regione ha erogato 140 milioni di euro in modo presumibilmente illecito. Nel luglio del 2012 è dato «mandato a Finaosta (società controllata da Cava spa che gestisce il Casinò, ndr) per la stipula di due operazioni di mutuo a favore di Cava spa destinate al finanziamento parziale del piano di sviluppo della casa da gioco e del complesso alberghiero per 50 milioni». Nel settembre del 2013 è stato dato «mandato a Finaosta per la stipula di un mutuo a favore di Cava spa destinato al finanziamento dei maggiori oneri del piano di sviluppo della casa da gioco e del complesso alberghiero per 10 milioni di euro, gestione speciale Finaosta, al tasso del 6%, poi rideterminato nell’agosto del 2014 al 3,28% e nel dicembre 2015 al 1%». Infine, nell’ottobre 2014, è stato previsto l’aumento del capitale di 60 milioni di euro, mentre nel dicembre del 2015 sono stanziati 20 milioni, gestione speciale Finaosta, al tasso dell’1%.

La Corte dei Conti: operazioni sconsiderate della Regione Valle d’Aosta 
Secondo i giudici della Corte dei Conti, risultano «reiterati finanziamenti a beneficio di Cava spa, che l’Amministrazione regionale ha architettato e, poi, realizzato» basati «non su lungimiranti e oculate scelte» ma su «sconsiderate opzioni operate nonostante ricorressero plurimi, univoci e tutti coerenti segnali di crisi strutturate». Aggiungono che «Casino de la Vallée spa ha beneficiato di una vigorosa assistenza finanziaria, realizzata, però, in evidente violazione del divieto, posto dalla disciplina comunitaria, di aiuti di Stato, nonché in contrasto con gli inderogabili precetti previsti dalla legislazione nazionale e da quella regionale, ignorando del tutto i fondamentali canoni dell’economicità, efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa».