Le tech company americane pronte a rimpatriare un tesoro miliardario

BARBARA D’AMICO LASTAMPA.IT – 07/03/2018

AFP
 
Un fiume di liquidità. E’ quella che almeno ventisei multinazionali hi-tech americane custodiscono in Europa e in altri paesi del mondo e che potrebbero presto far rientrare alla base grazie alla riforma fiscale voluta da Donald Trump. Parliamo di miliardi di dollari posseduti da società tra le più note del settore e che hanno ingenti somme cash Oltreoceano (in alcuni casi anche maggiore della liquidità tenuta in patria): lo stimano ormai da mesi analisi economiche come quella di Bloomberg, recentemente pubblicata su Fortune, sui dati S&P e rilanciata recentemente dagli analisti di CB Insights. 
 

L’infografica pubblicata su Fortune che mostra in blu la liquidità all’estero e in grigio la liquidità totale posseduta dalle 26 tech company analizzate  

 

Dai dati emerge che non è Facebook a detenere più liquidità fuori dai confini statunitensi: con “appena” 15,9 miliardi di dollari su un totale di oltre 40 miliardi, quella di Zuckerberg è tra le aziende più virtuose. A dare smacco all’intera classifica, come era prevedibile, sono Apple e Microsoft che nelle banche estere hanno rispettivamente 252,3 e 132,1 miliardi di dollari seguite da Cisco System (69,1mld), Alphabet (Google, 62,8 mld) e Oracle (58,5 mld). Poi ci sono casi come quelli di Coca-Cola che detiene praticamente quasi tutta la sua liquidità fuori dagli States. E si tratta solo delle cifre relative alle comunicazioni finanziarie dell’ultimo trimestre fornite dalle aziende insieme all’annuale dichiarazione dei redditi.  

 

Già la scorsa estate, quando la riforma fiscale era solo una proposta, Bloomberg aveva fatto i conti in tasca a multinazionali come J&J, Amazon e le stesse aziende prese in considerazione dall’analisi pubblicata pochi giorni fa: in questo grafico, ad esempio, dimostrava come le principali aziende americane detenessero quasi tutta la loro disponibilità economica altrove (con punte del 98% sul totale della liquidità e picchi più ragionevoli come quelli di Amazon – 33% – e appunto Facebook – 23%).  

 

Il motivo per cui le società preferiscono mantenere altrove le somme – e nell’altrove c’è ovviamente l’Europa, in particolare il Lussemburgo e l’Irlanda – è intuibile e noto: le big company mettono i soldi laddove costa meno conservarli e dove si pagano meno tasse sugli utili. Trump ha appena abbassato l’imposta sulle attività produttive societarie in patria portando l’aliquota dal 35 al 21% ma soprattutto imponendo una tassazione irrisoria, del 15,5% sui capitali all’estero proprio per favorirne il rientro. Se ne parla da mesi e le aziende con la più alta quantità di cash Oltreoceano stanno lavorando a dei piani di rientro.  

 

Non accadrà che tutte riportino le somme intere in patria, ovviamente, ma se decidessero di far rientrare anche solo la metà della cifra aggregata (che dall’analisi ammonta a circa 871 miliardi di dollari ma secondo stime diverse sulle cinquecento principali aziende americane arriva anche a milleduecento miliardi), nel sistema creditizio americano si riverserebbero qualcosa come quasi 435 miliardi. Soldi che in grandissima parte serviranno a ripianare i debiti che le aziende hanno in patria (rimettendo direttamente nel circolo economico la liquidità) e in seconda battuta a riacquistare azioni con formule di buyback e distribuire lauti dividendi agli azionisti. Soldi che, nel frattempo, alleggeriranno i conti dei sistemi di credito dell’Unione Europea che fa bene a fare la guerra alle big per evitare sperequazioni, ma dovrà tener conto adesso dello svantaggio, sleale, creato dalla guerra commerciale e fiscale di Trump.