“Il Pd è diventato il partito dell’élite” e altri luoghi comuni sulle elezioni, smontati

Paolo MossettiPaolo Mossetti forbesitalia.com 9 marzo 2018

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Di sicuro dopo le elezioni del 4 marzo c’è soltanto chi ha perso e chi ha vinto. Un nuovo, bizzarro tripolarismo ha ridisegnato l’Italia, con il Movimento cinque stelle arrivato primo nel voto popolare (33%) e la Lega che si è presa il premio della critica passando dal 4% al 17% in cinque anni, diventando il terzo partito del Paese e il leader della sua coalizione di riferimento (a sua volta vincitrice). Il centro-sinistra? Non pervenuto, si è detto. Polverizzato. Messo ko ovunque, tranne in qualche collegio in Toscana, in Trentino, a Torino, a Roma centro e a Milano, per limitarci alle vittorie davvero degne di menzione.

Anche la geografia politica è cambiata: con un sud colorato di giallo Cinque stelle e un nord a trazione verde leghista come prima, più di prima. Bisognerà, però, trovare una maggioranza per governare, perché nessuno ha i numeri sufficienti. Non sarà facile. Il Pd, con un segretario (Renzi) uscente e strattonato di qui e di là per fare l’ago della bilancia, non è nella posizione migliore. Una situazione caotica come questa ci ha regalato, com’era prevedibile, una sequela di interpretazioni e suggestioni, alcune realistiche e altre decisamente fantasiose. Avrete anche voi quell’amico su Facebook che da giorni non fa altro che postare analisi post-voto della provenienza più varia: è interessante analizzarne alcune, per fare un po’ di “ecologia del discorso” e cercare di raccapezzarsi.

“Il Pd è diventato il partito dei ricchi”

 

Una delle conclusioni di maggiore successo sui social network in queste ore è che il Pd sarebbe diventato il partito della classe medio-alta. Dell’élite, insomma. Il 7 marzo il Cise, il centro studi elettorali diretto da Roberto D’Alimonte, ha pubblicato uno studio, basato sui sondaggi realizzati nelle settimane prima delle elezioni, che interpreta le correlazioni tra condizione economica e intenzione di voto. Il Cise lo definisce un ritorno del voto di classe. “Diversamente da tutti gli altri partiti, il sostegno al Pd appare confinato nella classe sociale medio-alta”, si legge sul suo sito. “Il fatto che il Pd appaia confinato nella classe medio alta – che lo configura quindi come partito delle élite – è infatti coerente con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimista delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea”.

In realtà un altro studio sulla composizione economica dell’elettorato, realizzato dal centro studi statistici Ipsos, integra le affermazioni precedenti con alcune nozioni interessanti. È vero che gli operai hanno scelto per il 37% il partito fondato da Beppe Grillo e per oltre il 40% la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, mentre al Pd e ai suoi alleati restano solo le briciole: il 15%. È vero anche che tra i disoccupati, dove c’è stata fortissima astensione (uno su tre), il restante 40% ha scelto centrodestra e un 37% M5s, lasciando al Pd e ai suoi alleati un misero 10%. Ma guardando ai ceti più elevati, imprenditori e dirigenti, quelli cioè che hanno votato percentualmente di più (astensione: 22,1%) scopriamo che anch’essi hanno preferito il M5s al Pd: 31,2% contro 22,5%. Solo il 13% ha votato centrodestra, e il 12% Lega. Insomma il dato racconta di un M5s pigliatutto, tra i ricchi e tra i poveri. È semmai il Pd che perde tutti, restando solo con parte del ceto medio riflessivo, di ricchi, e con un’eccezione particolare: i pensionati.

Ci spiega via email Luca Comodo, group director di Ipsos: “Il fatto che le intenzioni di voto per il Pd siano più alte nelle classi elevate non è assolutamente nuovo, lo rileviamo da tempo nelle nostre analisi di profilo”. Accanto a questo segmento, il Pd continua ad attrarre settori popolari di età elevata, grazie a quel che Comodo definisce “effetto inerziale delle subculture che hanno costituito il partito”. In altre parole, gli affezionati del vecchio Pci ereditati prima dal Pds, poi dai Democratici di sinistra, eccetera. Il Pd è il partito delle élite? Forse, ma non perché raccoglie più ricchi del M5S; al massimo, si può dire che è calato in tutti gli altri bacini, e oggi tiene in pugno un blocco sociale di riferimento sempre più ridotto.

“Ha vinto il no all’Europa”

Da molti dibattiti televisivi e corsivi sui giornali sembrava che il 4 marzo si sarebbe deciso anche il futuro dell’Italia nelle grandi alleanze globali: ovviamente, a partire da Nato e Unione Europea. Era successo, del resto, già con gli Stati Uniti, con l’elezione a sorpresa di un nemico del Nafta e dell’Ue, e in Francia, alla vigilia del ballottaggio tra Macron e Le Pen, dato che quest’ultima prometteva referendum contro l’Unione.

In realtà, ci avevano pensato gli stessi Luigi Di Maio e Matteo Salvini a tranquillizzare investitori e opinionisti sulla loro docilità in materia geopolitica, promettendo – nonostante alcune loro “ragazzate”, diciamo così, precedenti – che Roma non avrebbe fatto passi falsi negli scacchieri che contano. A onor del vero, la propaganda elettorale di quasi tutti i partiti in corsa non ha fatto altro che riflettere un tema: del futuro dell’Europa non sembra importare davvero a nessuno, le priorità si sono dimostrate essere altre. “È del tutto evidente” – si legge nella ricerca Ipsos – “come la Lega abbia puntato tutta la sua comunicazione sul tema della sicurezza e dell’immigrazione, mentre il M5S si sia concentrato più di altri sulle differenze con gli altri partiti. Il Pd ha presidiato il tema dei diritti, mentre Forza Italia quello delle tasse.”

“Questo è stato il voto di protesta degli ultimi”

Le ultime elezioni hanno riportato però, un’attenzione particolare per il tema globalizzazione, e soprattutto per i vincenti e i perdenti del cosiddetto mondialismo. Un tema spinoso, certo, ma attenzione a saltare a facili conclusioni: “Se questo era vero in elezioni precedenti, oggi il voto a M5s e Lega non è più solo espressione di chi ha «perso» nella battaglia globale”, spiega Comodo a Forbes. “Proprio perché, come vede dalle nostre analisi, il M5s soprattutto – ma anche la Lega – ottengono risultati in segmenti che hanno strumenti e reddito, non solo nei ceti popolari”. Un Movimento che ha conquistato proprio tutti, insomma, non certo solo i “subalterni” o i “disagiati” lasciati indietro dal progresso.

“È tutta colpa del Rosatellum”

Uno dei mantra che si sentono in queste ore – e se non riportiamo alcuna dichiarazione precisa è perché, come nei casi precedenti, basta passare due minuti su Facebook per rendersene conto – vuole che il Rosatellum sia stato volutamente scritto per arginare la prevedibile vittoria dei 5 stelle, ma abbia finito per portarci in una situazione di stallo parecchio difficile da risolvere. Pd, Fi e Lega avrebbero fatto una legge per generare questa situazione in totale malafede, dimostrando che a loro del destino dell’Italia non importa molto. In realtà, come dimostra un articolo pubblicato da YouTrend, è esattamente il contrario: l’ingovernabilità sarebbe stata garantita ancor di più dal Consultellum, la legge elettorale in vigore prima del Rosatellum. E a proposito della famigerata “ipotesi tedesca”, affossata a giugno dell’anno scorso: fu il M5s a farla saltare.

Senza contare che non è scritto da nessuna parte che una legge elettorale debba essere scritta per garantire la governabilità. Il Rosatellum, del resto, è stato fatto per omogeneizzare i sistemi di Camera e Senato, resi sclerotici da due (sia pur legittimi) interventi della Corte costituzionale. Se l’obiettivo degli estensori fosse stato quello di evitare che vi fosse un vincitore, allora ai cospiratori avrebbe fatto molto più comodo mantenere la legge che c’era prima.

A questo punto si potrebbe aprire il baule dei contro-complotti: ma siamo proprio sicuri che il M5s e la Lega vogliono governare? Meglio lasciar perdere la fantapolitica, per ora. Tuttavia, varrebbe la pena riprendere quanto scritto ieri da Dino Amenduni, consulente social media del gruppo Proforma, a proposito dell’esito elettorale: “Ci sono molti più punti di contatto tra M5S e Lega che tra M5S e Pd e chi dice di voler formare alleanze basate sui programmi dovrebbe tenerne conto. I parlamentari necessari a formare un governo del genere ci sono”. Perché allora il balletto continua a girare intorno al Pd, alle sue responsabilità, alle faccine di Renzi e ai possibili transfughi? In tv, sulle home dei principali quotidiani, non si parla d’altro. Eppure “gli elettori hanno chiesto al Pd di stare all’opposizione”, insiste Amenduni. “Se si dice di voler rispettare la volontà popolare, lo si faccia fino in fondo”.

“Il Pd faccia come la Spd in Germania”

La discussione scatenata intorno all’eventuale appoggio del Pd a un governo del M5s è assurda “per quanto è confusa e prematura”, scrive il direttore del Post Luca Sofri. D’altra parte, considerata la situazione di stallo in cui ci troviamo, uno scenario salvifico ha improvvisamente fatto capolino nel dibattito: l’esempio tedesco. Dall’Europa centrale arriva uno spiraglio per la Trattativa. Cosa è successo, esattamente un giorno dopo le elezioni italiane? Che i socialisti del Spd hanno dato il via libera tramite referendum alla Grosse Koalition con la Cdu/Csu di Angela Merkel. E il risultato, tra gli oltre 463mila iscritti è stato netto: il 66,02% ha votato sì, ben oltre le aspettative degli stessi vertici socialdemocratici

In questi giorni abbiamo assistito a un profluvio di ammiccamenti e spinte vere e proprie affinché si segua quell’esempio: i simpatizzanti del governo Di Maio in tv e fuori ammiccano alla civiltà dei teutonici, e Massimo Giannini di Repubblica e Il Fatto quotidiano hanno già avviato campagne martellanti per convincere il Pd a sostenere i 5 stelle (da una parte si spiega che se non lo fa è irresponsabile, e nella colonna a fianco si continua a raccontarlo come il partito di elitari, mafiosi e corrotti). Ieri, ospite della trasmissione Piazza pulita, anche l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli si è messo a tirare per la giacca i dem, citando proprio l’esempio tedesco.

Peccato che ci siano delle differenze non da poco tra Germania e Italia: se è vero che la Cdu ha preso il 32,9%, dei voti tedeschi, più o meno la stessa percentuale del M5s, Merkel si è ben guardata dal presentare una lista di ministri a una settimana dal voto, e meno che mai ha demonizzato gli avversari come accuratamente cercato da Di Maio e sodali, per poi magari chiedere alla Spd semplicemente i voti per formare il governo. La Kanzlerin si è invece presentata con una certa umiltà – o maturità politica, che è uguale – alla porta dell’Spd e ha offerto un governo di coalizione, diversi ministeri, un programma da condividere, una piattaforma su cui ragionare. E non è stata una robetta risolta in tre giorni: ci sono voluti oltre cinque mesi di trattative, scontri durissimi interni ai socialdemocratici, ripetuti confronti fra correnti che sono andati avanti fino alla stesura della bozza di accordo.

Per ricapitolare concludendo, riprendiamo le parole di Luca Comodo: “La critica alla globalizzazione emersa da queste elezioni va letta come una critica a un processo generale che rende l’occidente sempre meno centrale”. Pur con tutte le complessità e le sfumature del caso (per quanto riguarda il tema del voto al sud, ne abbiamo parlato ieri qui) si può semplificare senza patemi dicendo che il voto del 4 marzo ha espresso un malessere generalizzato e spesso cieco che ha stravolto molte delle tradizionali demografie politiche. Quello di domenica scorsa è stato un pugno rotante verso il cielo contro un declino dal quale si vorrebbe uscire ad ogni costo, che nella cabina elettorale si è trasformato nel licenziamento in tronco di un intero ceto politico. Quanto epocale possa davvero essere questo ricambio, e quali spazi e progettualità possano emergere dagli schieramenti vincitori, è ancora tutto da vedere.