Di burocrati, tecnocrati, banche ed Unione (solo sulla carta) Europea: secco altolà di Tajani a BCE in materia di “Addendum”!

 

Non sembra proprio finire la controversia tutta interna agli organi istituzionali dell’Unione Europea, in particolare tra il Parlamento Europeo e la Commissione Europea da un lato e la Banca Centrale Europea dall’altro.

I protagonisti dell’ultimo episodio, verificatosi solo pochi giorni fa, sono Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo, da una parte e Danièle Nouy, capo della Vigilanza della BCE e presidente dell’SSM (Single Supervisory Mechanism ovvero, tradotto in italiano, Meccanismo Unico di Vigilanza) dall’altra, rappresentati nella foto di copertina.

La materia del contendere è molto tecnica (il c.d. “Addendum” della B.C.E. pubblicato, per la consultazione, il 4 ottobre scorso) e sembrerebbe interessare poco o niente i distratti elettori italiani, tutti ancora avvinghiati alle emozioni della “sbornia post votazioni” appena vissuta.

In effetti, però, la relativa indifferenza con cui gli organi di informazione nostrani stanno vivendo questa vicenda, fondamentale per la stessa tenuta ed esistenza dell’intero sistema bancario (ed economico) nazionale, è – ancora una volta di più! – l’evidente sintomo della incapacità di focalizzare i temi centrali che dovrebbero essere all’attenzione di una nazione minimamente consapevole e responsabile.

Partiamo, quindi, dal ricordare velocemente cosa sia precisamente il “famigerato” Addendum, per capire, poi, il perché dovrebbe essere tenuto ai primi posti dell’agenda politica di ogni e qualsivoglia Governo che sarà formato nelle prossime settimane.

Il 20 marzo 2017 la Banca Centrale Europea ha pubblicato le sue “Linee guida per le banche sui crediti deteriorati (NPL)” (qui consultabili per i lettori più interessati), un documento che, all’interno delle sue 142 pagine, definisce accuratamente le misure, i processi e le migliori prassi che le banche europee, sottoposte all’azione di vigilanza della B.C.E., dovrebbero adottare nel trattamento degli NPL (i cosiddetti “crediti deteriorati“, dall’acronimo delle parole inglesi “Non Performing Loans“), al fine di gestire al meglio l’ammontare di tali crediti problematici nei propri bilanci.

In “soldoni” tali Linee guida si sono tradotte in maggiori accantonamenti da effettuare per coprire le eventuali perdite attese dei vari crediti deteriorati e, quindi, in ulteriori rafforzamenti di capitale richiesti alle varie banche europee. Tanto per citare un esempio recentissimo, il travagliatissimo aumento di capitale di questi giorni del Credito Valtellinese è solo l’ultimo degli esempi delle conseguenze pratiche di tali Linee Guida.

In questo quadro di riferimento si inserisce, adesso, la proposta della B.C.E. di emanare entro il corrente mese di marzo in via definitiva il summenzionato “Addendum” dell’ottobre 2017 (qui consultabile da chi ne avesse interesse), il quale, come dice già il nome in sé (nomina consequentia rerum), vorrebbe essere una “aggiunta” alle (ovvero un completamento delle) Linee Guida del marzo 2017.

La domanda, quindi, più che legittima è:

che bisogno c’era di modificare delle regole a distanza di soli sei mesi dalla loro pubblicazione?

Domanda legittima e risposta altrettanto doverosa, ma che necessita un po’ di attenzione da parte del lettore, in quanto ci dobbiamo inoltrare in un terreno piuttosto tecnico e abbastanza ostico.

In sintesi si può riassumere la materia del contendere nella siffatta maniera:

la B.C.E., sopratutto nella sua ala più “rigida” (quella tedesca), che prenderà a breve il sopravvento con la prossima nomina del successore di Draghi, non è minimamente soddisfatta dei provvedimenti legislativi di Commissione Europea e Parlamento Europeo in materia di crediti deteriorati bancari. Li giudica blandi e poco efficaci e, quindi, cerca di apportare dei correttivi a tali provvedimenti, “forzando” in qualche modo i propri poteri di Vigilanza fino ad invadere il territorio del legislatore, cosa che ha fatto scaturire l’attuale reazione dura di Tajani.

In che senso, quindi, la Banca Centrale “avrebbe invaso” il campo del legislatore? Vediamolo in dettaglio.

Preliminarmente ed in estrema sintesi, al fine di non tediare il lettore con tecnicismi piuttosto complessi, si può affermare che l’Addendum contiene delle precisazioni quantitative delle Linee Guida del marzo 2017 in materia di copertura (i.e. accantonamenti previsti dal regolatore) dei crediti deteriorati.

I risultati concreti di una tale proposta, che astrattamente potrebbe a prima vista sembrare sensata e giusta, sarebbero tutt’altro che positivi per il sistema bancario (specie quello italiano), in quanto il timing di un tale provvedimento sarebbe decisamente sbagliato e mal calibrato.

In buona sostanza, il rischio del tutto reale e fondato dell’entrata a regime di un simile Addendum è che le banche italiane, le quali si vedrebbero costrette a ricapitalizzarsi nei prossimi anni per molti miliardi di euro, cesserebbero di fare affluire ulteriore credito alle imprese ed al sistema produttivo nazionale, già alle prese con un drammatico credit crunch, ovvero drastico calo dell’offerta di credito da parte delle banche.

Per farsi un’idea precisa di quanto costerebbe tutto ciò al “sistema Italia” si può leggere proficuamente l’articolo di Fernando Pineda dal titolo “Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm e non solo. Ecco quanto costerà all’Italia l’ideona di Nouy (Bce) sugli Npl“, al quale si rimanda.

Ciò precisato torniamo alla nostra precedente domanda: come avrebbe la B.C.E. “piegato” la norma comunitaria ai propri voleri, suscitando la reazione risentita del Legislatore Europeo?

Lo si può leggere nel paragrafo 1 dell’Addendum (dal titolo “Contesto generale”), nel quale si specifica chiaramente quanto segue (le sottolineature e le evidenziazioni nel testo sono nostre):

Il 20 marzo 2017 la Banca centrale europea (BCE) ha pubblicato il testo definitivo delle sue linee guida alle banche in materia di crediti deteriorati (linee guida sugli NPL). Il documento rappresenta uno strumento che chiarisce le aspettative di vigilanza riguardo all’individuazione, alla gestione, alla misurazione e alla cancellazione degli NPL nel contesto dei regolamenti, delle direttive e degli orientamenti in vigore.
Le linee guida pongono l’accento sulla necessità di effettuare accantonamenti e cancellazioni per i crediti deteriorati in maniera tempestiva, al fine di contribuire a rafforzare i bilanci bancari e permettere agli intermediari di concentrarsi (nuovamente) sulla loro attività principale, costituita in particolare dal finanziamento dell’economia.
Pertanto, il presente addendum corrobora e integra le linee guida sugli NPL illustrando le aspettative quantitative dell’autorità di vigilanza in merito ai livelli minimi di accantonamento prudenziale che ci si attende per le esposizione deteriorate (non-performing exposures, NPE). Le aspettative si basano sulla durata del lasso di tempo in cui un’esposizione è classificata come deteriorata (ossia la sua “anzianità”) nonché sulle garanzie reali detenute (ove presenti). Le misure andrebbero considerate come “livelli minimi di accantonamento prudenziale” finalizzati al trattamento prudenziale delle NPE e dunque tesi a evitare che consistenze eccessive di NPE di elevata anzianità e prive di copertura si accumulino in futuro nei bilanci bancari.
Il presente addendum non intende sostituire né inficiare i requisiti e le linee guida applicabili in ambito normativo o contabile derivanti da regolamenti o direttive vigenti dell’UE e dalle relative trasposizioni a livello nazionale, la normativa nazionale applicabile in materia contabile, le regole e le linee guide vincolanti degli organismi che stabiliscono gli standard contabili o equivalenti né gli orientamenti emanati dall’Autorità bancaria europea (ABE).

La Banca Centrale Europea è, quindi, molto chiara, riaffermando correttamente che al legislatore soltanto spetta la regolamentazione in materia, ma ritagliandosi subito dopo uno spazio di intervento molto “borderline“, affermando nel successivo paragrafo 2.1 che:

Il presente addendum, così come le linee guida sugli NPL, si applica a tutte le banche significative sottoposte alla vigilanza diretta della BCE.
Sebbene l’addendum non abbia carattere vincolante, le banche dovrebbero motivare qualsiasi scostamento rispetto al suo contenuto e riferire in merito al raggiungimento dei livelli minimi di accantonamento prudenziale definiti in questo documento almeno con frequenza annuale, come indicato nella sezione 5.
L’addendum si applica a decorrere dalla sua data di pubblicazione. Infine, il perimetro di applicazione dei livelli minimi di accantonamento include quanto meno le nuove NPE classificate come tali a partire da gennaio 2018.

Ecco, quindi, spiegato il “cavallo di Troia“, tramite il quale aggirare la legislazione comunitaria vigente e che ha fatto infuriare (e non poco) il Presidente del Parlamento Europeo:

l’Organo di Vigilanza bancaria Europeo non “obbligherebbe” nessuna banca ad aderire alle linee guida dell’Addendum (riconoscendo – come visto – di non averne l’autorità, non potendo legiferare in materia), ma “suggerirebbe” alle banche stesse dei comportamenti “virtuosi” da tenere, che, se non tenuti, farebbero scattare la necessità di giustificazione della banche stesse in sede di ispezione, con possibili conseguenze (pesanti) in termini di multe e/o prescrizioni da adempiere.

Tradotto in termini molto più semplici e facilmente accessibili a tutti, sarebbe come se una persona ci dicesse:

io non ho il potere di dirti cosa fare, ma tu prova a non fare quello che dico e vedrai cosa ti succede… provare per credere…!!!

Comprensibile, quindi, la risposta piccata di Tajani il quale ha detto testualmente di essere pronto ad andare di fonte alla Corte di Giustizia Europea per difendere le prerogative del Legislatore comunitario qualora la B.C.E. emanasse l’Addendum così come è stato formulato, cercando, in tal modo, di tentare “in via surrettizia di avviare una attività pseudolegislativa“, parole pronunciate durante il suo intervento di lunedì 5 marzo scorso al XXI congresso dell’Associazione Sindacale Bancaria F.A.B.I. a Roma.

In tale occasione il Presidente del Parlamento Europeo ha indirizzato parole nette e molto decise a Danièle Nouy, capo della Vigilanza della B.C.E., “sponsor” principale dell’Addendum in questione, indirizzandole delle parole che suonano come un vero e proprio “altolà”:

“Non immagini la signora di ritentare la stessa operazione dopo che il servizio giuridico del Parlamento europeo ha confermato la giustezza della nostra posizione. Difendiamo il diritto del Parlamento ad essere legislatore, pretendiamo che sia la Commissione a fare le proposte e che sia il Parlamento a decidere. Il potere legislativo spetta a chi rappresenta il popolo”.

Che dire di tutta questa dura controversia in seno alle varie autorità di grado più elevato dell’Unione Europea?

Se è questo il livello di “concordia” ed “armonia” che regna all’interno delle varie Istituzioni della Comunità Europea, non stupisce più di tanto se, nelle elezioni che si succedono da qualche anno a questa parte nei vari Stati Europei, il sentimento anti-europeista sta crescendo sensibilmente, con l’affermazione di forze contrarie all’attuale establishmenteuropeo.

Gli USA vogliono i dazi sull’acciaio. Si, perchè l’acciaio serve per costruire infrastrutture, ponti…., carri armati, navi, aerei. Se qualcuno vuole sfidare gli USA si prepari alla guerra

 scenarieconomici.it 10 marzo 2018

Purtroppo pochi pensano al fatto che avere solo due produttori di acciaio in patria per un paese che si definisce Dominus – si, oggi gli USA hanno solo due medi produttori di acciaio attivi, Nucor  e US Steel – è un enorme problema geostrategico. Soprattutto nel momento in cui sia necessario difendersi da aggressioni esterne.

Ma, anche nel caso in cui si decida solo di attuare un enorme piano di attivazione economica interna con spese in infrastrutture, non avere produttori di acciaio significa condividere con Paesi esteri la crescita risultante. Un errore.

Dunque, l’azione di Donald J. Trump è assolutamente conseguente: o nel caso di una difesa degli interessi USA manu militare o nel caso di riattivazione dell’economia per via infrastrutturale – politica espansiva ed inflazionista, la ricette perfetta per un paese fortemente indebitato e che quindi non disdegna l’inflazione -, avere una forte produzione di acciaio in patria è essenziale.

Aggiungiamoci il fatto che lo stesso Putin ha annunciato che entro il 2024 l’intera filiera militare, fino all’ultima vite, dovrà essere prodotta in Russia, e ben si capisce come le policies strategiche di interesse nazionale di Russia e USA di fatto coincidano.

Oggi gli USA sono sfidati non dalla Russia ma da un nemico multiforme, multipolare, multistato: facendo leva sulla crescita cinese, l’EU cerca di emanciparsi dagli USA in EUropa ossia cercando di far passare il comando EUropeo dagli USA all’asse franco-tedesco. Cina e EU franco tedesca lavorano assieme.

Non stupisce dunque se oggi i dazi di Trump siano mirati precisamente a Cina ed EU, alla Germania in particolare.

Il vero problema EUropeo non è solo che Trump ha totale e piena ragione – l’EU è un Sistema paese estremamente protezionistico in termini di importazione rispetto agli USA – ma che gli USA hanno già vinto, visto che se smettessero di consumare prodotti stranieri i primi a rimetterci non sarebbero i cinesi (che esportano sì tanto ma di basso valore aggiunto) ma soprattutto la Germania, un paese che ha un export pro capite tra le 10 e le 20 volte maggiore della Cina!!! In particolare l’EU ha dazi 4 volte maggiori degli USA sulle auto (4x),  ha dazi tra il 22% ed il 74% per i prodotti chimici (a difesa delle industrie soprattutto tedesche), ha dazi dal 35 al 126% sugli additivi alimentari. In particolare ha dazi del 126% sui dolcificanti, a difesa dell’azienda tedesca Nutrinova*. Ossia, non solo Trump ha ragione ma purtroppo i tedeschi stanno usando l’EU per difendere i propri interessi e non quelli dell’intero continente!!! Il caso delle auto elettriche è sintomatico: non riducono l’inquinamento anzi lo aumentano, verranno sostituite in 25 anni dalle auto a celle a combustibile ma i tedeschi e i francesi le impongono attraverso le leggi EUropee per favorire la propria filiera a danno delle produzioni degli altri paesi EU!

Oggi l’EU, a nome di Berlino e Parigi, chiede a Trump esenzioni dai dazi. La risposta USA è esemplare: ci spiace, ma sono necessari. E fu così che l’EU iniziò a rompersi davvero….

In questo contesto l’Italia sarà sempre più al centro dello scontro: legatissima a livello militare , economico e culturale agli USA; si trova oggi stretta nel giogo dell’euro che la sta stritolando. A breve dovrà scegliere, fallire, far arrivare la troika, annichilendo il proprio benessere e rischiando la deriva autoritaria o farsi aiutare dagli USA, con cui ci sono linee di credito disponibili da 1000 mld di USD (…).

E’ solo questione di tempo prima che Berlino e soprattutto Parigi intervengano apertamente a favore dell’euro in Italia, destabilizzando ad arte il paese. Aspettiamo tutti che accada, anche e soprattutto a Washington.

Un anno fa in Finlandia è stato introdotto il reddito di cittadinanza. Come sta andando?

Come funziona l’esperimento sociale condotto su duemila persone, voluto da un governo di destra (e attento al rigore dei conti). I risultati si sapranno a fine 2018, ma diverse interviste raccontano la vita di chi ne ha beneficiato. Pro e contro.

Un anno fa in Finlandia è stato introdotto il reddito di cittadinanza. Come sta andando?
 (Afp)
 Helsinki, Finlandia 
Ad introdurre il reddito di base in Finlandia nel 2017, primo caso in Europa, è stato un governo di centro-destra. Ma il ‘Partito di centro finlandese’, liberale e piuttosto attento ai temi del rigore dei conti, non voleva spendere ulteriori soldi in favore di una misura di assistenzialismo statale. Semmai il contrario: dimostrare, attraverso un esperimento sociale di due anni, che avrebbe indotto i duemila selezionati, tutti disoccupati tra i 25 e i 58 anni, a cercarsi un lavoro una volta resi liberi dal rischio di perdere il sussidio statale di disoccupazione.

Così, a dicembre del 2016, a duemila finlandesi è arrivata una lettera da parte del governo: dal prossimo mese vi daremo 560 euro al mese, direttamente sul vostro conto corrente, fatene quello che volete, non avrete più il sussidio di disoccupazione, ma nemmeno telefonate da parte dei centri per l’impiego che vi proporranno lavori che se accettate vi farebbero perdere il sussidio, e se vi trovate un lavoro meglio per voi perché nessuno vi toglierà i 560 euro, li incasserete comunque.

 

Insomma, tenersi quei 560 euro comunque, anche se si trova un lavoro, dovrebbe indurre secondo le persone a cercarselo, o a crearselo. Dando un colpo definitivo al welfare, dimostrandone l’inutilità.

 

L’esperimento è un caso che ha destato la curiosità in tutta Europa, ma non solo. Ha suscitato l’entusiasmo di Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Elon Musk (Tesla, SpaceX), che strizzato l’occhio all’iniziativa del governo di Helsinki. In Silicon Valley i campioni della digital economy sono da tempo favorevoli a quello che alcuni vogliono sotto forma di reddito di cittadinanza, altri reddito base universale. Uno dei pionieri ‘teorici’ in California fu Paul Graham, il filosofo delle startup, che ha condotto con i soldi propri un esperimento nel suo Stato. Il motivo è semplice: per molti è uno strumento, forse l’unico strumento per cercare di arginare le disuguaglianze che le nuove tecnologie stanno creando nella società occidentale. Il vaccino del 21esimo secolo.

 

Reddito di cittadinanza: “il vaccino del 21esimo secolo”

Ecco perché l’esperimento finlandese ha suscitato tanto entusiasmo: per molti potrebbe contribuire a cambiare la politica e i valori dell’occidente. Allo stato finlandese questo esperimento costerà circa 20 milioni. Ma se dovesse essere esteso su scala nazionale costerebbe circa 10 miliardi, e, secondo le stime, far aumentare deficit sul prodotto interno lordo del 5 percento.

 

I risultati dell’esperimento finlandese saranno pubblicati solo alla fine del 2018, quando il governo tirerà le somme e darà i dati e la posizione lavorativa dei beneficiari del reddito. Per questioni di privacy, ma anche per evitare che vengano raccolti dati nel frattempo, i nomi dei disoccupati che l’hanno ottenuto sono segreti. Ma in rete si possono trovare diverse interviste di persone che raccontano la loro esperienza, e molte video interviste.

 

Due casi di persone che in Finlandia ricevono il reddito di cittadinanza

Due in particolare risultano piuttosto significative. Jarvinen è stato intervistato da Vice. Vive in una delle classiche casette rosse col tetto spiovente della campagna finlandese con sei figli, una moglie e un cane che manteneva con il suo sussidio di disoccupazione prima di convertirlo nel reddito di cittadinanza quando ha ricevuto la proposta del governo. Anarchico nella vita e nell’educazione dei figli, confessa che “per vivere con 560 euro al mese devi essere un mago”.

 

Quindi? Ha voluto dare sfogo alla sua creatività e si è messo a costruire dei tamburi che provocano stati di trance che vende nel mondo a 400 euro l’uno. Prima non poteva farlo, il governo se avesse scoperto che aveva un lavoro gli avrebbe tolto il sussidio. Adesso invece è libero di creare e vendere i suoi prodotti: “Credo che sia una misura utile”, ha detto “con questo strumento ognuno può dare sfogo alla sua creatività e magari creare in casa la prossima Facebook o la prossima YouTube”. Lui intanto crea i suoi tamburi.

 

Mika Ruusunen invece è un altro caso scovato dalla Cnbc su Facebook, tra i pochissimi scoperti finora. Accoglie i giornalisti durante la sua pausa pranzo, perché da quando riceve il reddito si è trovato lavoro in un’azienda informatica di Tampere: “la cosa migliore del reddito base del governo è la totale assenza di complicazioni burocratiche, mentre la più strana è che anche se dovessi cominciare a guadagnare un milione di euro all’anno continuerebbero a darmeli”.

 

Una battaglia di sinistra, in Finlandia finita a destra

Un caso strano. È dal 1980 che in Finlandia si discute del reddito di cittadinanza, soprattuto a sinistra. È sempre stato una bandiera della sinistra, prima che ad approvarlo (anche se in via sperimentale) è stato il centrodestra. Ma con un’ottica completamente diversa: non vuole combattere le disuguaglianze, ma favorire l’occupazione e la voglia di cercarsi un lavoro: è scritto nero su bianco in un documento del 2016 in cui presenta il programma al parlamento. Alla sinistra finlandese il programma non piace, perché vede la possibilità concreta che si smantelli il welfare statale.

 

In Italia la proposta del reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle è assai diversa da quella finlandese: si tratterebbe di un sistema misto di reddito condizionato alla formazione e all’accettazione di lavori proposti da enti e istituzioni pubbliche e private. E non potrebbe essere altrimenti, perché chi studia questa misura ripete spesso che un caso non può valere l’altro, e che ogni stato deve immaginare un proprio modello, in relazione alle casse pubbliche e alla situazione sociale.

 

Perché il reddito di cittadinanza è un bene (o un male)? 

Gli argomenti a favore e contro sono diversi. Li ha sintetizzati Futurism.com in un articolo che ne ripercorre la storia politica e le discussioni che ha generato. Riassumendoli per punti:

 

Argomenti a favore. Il reddito di cittadinanza potrebbe:

 

 

 
  • Aumentare la stabilità e la sicurezza sociale
  • Semplificare il welfare
  • Rendere più redditizio il lavoro occasionale, o le proprie passioni
  • Ridurre la povertà
  • Aumentare la libertà delle persone, che potrebbero scegliere in maniera non condizionata la propria vita e il proprio lavoro
  • Aumentare le possibilità di migliorare la propria condizione
  • Dare maggiore forza in fase di contrattazione quando si ottiene una proposta di lavoro
  • Più libertà nei tempi che si decide di dedicare al lavoro, e al metodo di lavoro
  • Evitare di fare cose che non soddisfano il lavoratore
  • Sostegno alla piccola imprenditorialità, al lavoro autonomo e creativo, che magari non generano grossi volumi di soldi ma che danno soddisfazione personale
  • Ridurre l’esclusione sociale dando, a differenza dei sussidi, la possibilità di fare comunque attività lavorative o creative che reinseriscano nel contesto sociale

     

Argomenti contro. Il reddito di cittadinanza potrebbe:
 

 
  • Essere troppo costoso per le casse dello stato
  • Non essere adeguato a garantire più equità sociale degli strumenti offerti dal welfare
  • Abolire il welfare
  • Spingere le persone a cercare lavori part-time, indebolendo il potere dei contratti collettivi dei dipendenti
  • Portare ad un aumento delle tasse, e con più tasse abbassare la propensione a creare imprese
  • Dividere la società tra coloro che possono vivere senza un lavoro, e coloro che devono per forza farlo
  • Non considerare i bisogni individuali se un certo reddito è da destinare a tutti
  • Indebolire la posizione delle donne sul mercato del lavoro, perché sarebbero indotte a rimanere a casa e prendersi cura dei figli

 

 

@arcangeloroc

Rabbia, rancore, rivincita: così l’Italia dei borghi e dei distretti si è ribellata a Matteo Renzi

 LINKIESTA.IT 6 MARZO 2018

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Piccole imprese, capitalismo di relazione, banche popolari: i territori della Terza Italia che vanno dal Veneto all’Abruzzo sono l’architrave economica dell’Italia, ma la crisi ha dato loro un colpo micidiale. Per capire il tracollo di Renzi e il boom di Salvini e Di Maio bisogna partire da qui.

 

Il Nord a Matteo Salvini, il sud a Luigi Di Maio; al nord la flat tax al sud l’assistenza e il reddito di cittadinanza. E allora le Marche, l’Abruzzo, l’intera fascia adriatica che scende giù dalla Romagna?Come spiegare il collasso del Pd e il successo dei due partiti populisti? Mentre la geografia politica del voto sembra nettamente delineata, la geografia economica è più sfumata e anche più complicata. Senza voler peccare di economicismo volgare, un aspetto emerge in modo netto: il rimescolamento delle preferenze politiche in quella parte del paese chiamata Terza Italia che non coincide necessariamente con il centro, ma piuttosto rappresenta l’architrave del modello economico come si è formato dagli anni ’70 del secolo scorso in poi: l’Italia dei distretti analizzati da Giorgio Fuà e Giacomo Becattini, l’Italia borghigiana raccontata da Giuseppe De Rita. Una Italia affluente, laboriosa e politicamente moderata, allevata con cura dalla grande chioccia democristiana e dalle cooperative rosse per lo più in competizione collusiva, poi oscillante tra centro destra e centro sinistra. Ebbene, oggi sembra mesmerizzata dalle forze più radicali, Lega e Movimento cinque stelle. Come mai?

Cominciamo con il riconoscere che quel modello economico ha tenuto a galla l’intero paese, nord compreso durante il lungo e doloroso addio della grande industria. Grazie ai suoi ammortizzatori locali (famiglia, banche popolari, cooperative di consumo e quant’altro) ha assorbito in parte anche lo shock della moneta unica, finché non è stata attraversata, nel decennio della lunga recessione, da sciabolate e fendenti micidiali. A quel punto, il tessuto socio-economico che sembrava così compatto, si è sbriciolato, non ha retto alla globalizzazione e alla grande trasformazione prodotta dalla economia digitale. O meglio, in pochi hanno resistito, gli happy few che oggi sono in grado di competere dalle nicchie di eccellenza fotografate da Marco Fortis grazie alle loro multinazionali tascabili. Molti, troppi, sono rimasti indietro o sono caduti sul terreno. La selezione schumpeteriana non è un pranzo di gala, però le forze politiche moderate non hanno apparecchiato nemmeno il tinello.

Le Marche sono la riprova di tutto ciò. Il distretto delle calzature così come quello dei mobili hanno sofferto duramente e non si sono mai veramente ripresi dal crollo del 2008. Chi ce l’ha fatta oggi è più solido, ma un solo Della Valle non può reggere una intera filiera industriale, nonostante faccia il benemerito filantropo aprendo una fabbrica nell’area colpita dal terremoto. Anche il Veneto più ricco e solido, dove fiorisce il quarto capitalismo descritto da Mediobanca, ha visto deperire interi distretti e persino quello bellunese degli occhiali si sente minacciato dopo che Luxottica si è sposata con la francese Exilor. Così anche nei territori che a lungo avevano goduto della piena occupazione comincia la caccia al posto che non c’è e scoppia la guerra tra poveri: gli immigrati vengono accusati non solo di minacciare la quiete e la sicurezza delle comunità un tempo beate, ma di rubare il lavoro.

L’impatto delle crisi bancarie è stato micidiale; erano proprio quelle banche popolari a reggere buona parte dell’architrave economico e sociale, anche grazie alla loro gestione clientelare. Un prestito non si nega a nessuno meno che mai ad amici e conoscenti: “Se non potete restituirlo, negoziamo, tanto la banca non fallisce e affinché ciò non accada vi diamo altri soldi per tenerla in piedi comprando le sue azioni”. La fabbrichetta, i bed&breakfast, i negozi per turisti, il cibo locale, un mondo intero di buone cose (magari anche di pessimo gusto), è stato alimentato così, con questo venture capital all’italiana. Finché i crediti deteriorati non hanno cominciato a marcire e i non performing loans sono diventati i nostri subprime.

È vero che sono crollate solo poche banche, come ha detto spesso Pier Carlo Padoan, ma hanno avuto un impatto davvero sistemico perché hanno trascinato con sé quel modello del quale erano il sostegno. Non lo ha capito la banca centrale, non lo ha capito il governo e nemmeno Matteo Renzi che pure è un figlio di quella Italia. La riforma delle banche popolari che in gran parte ha contribuito ad aprire il vaso di Pandora, pur doverosa per modernizzare il mondo del credito, è stata introdotta senza anticipare la reazione a catena che avrebbe inevitabilmente prodotto. I conflitti d’interesse della famiglia Boschi e della Banca dell’Etruria sono un’aggravante, non la causa. Ciò riguarda anche Gianni Zonin e la Popolare di Vicenza o i pasticci della Banca delle Marche; tutte variabili perverse di un unico fenomeno.

La spiegazione non è solo quantitativa. Se si va a guardare l’andamento economico (redditi, consumi, prodotto lordo) dei territori colpiti dalle crisi bancarie, soprattutto Siena, Arezzo, Vicenza, si vede che tutti gli indicatori, nei dieci anni di crisi, sono migliori rispetto alla media. Basta consultare le analisi dell’Istat o delle camere di commercio. Ma le medie nascondono le diseguaglianze, non separano vincitori e vinti. Invece proprio questo ha fatto scattare la rabbia, il rancore, la rivincita, le tre R che rappresentano in gran parte il terremoto del 4 marzo 2018.

Basta ascoltare i discorsi degli imprenditori, dei commercianti, dei lavoratori: tutti vogliono pagare meno tasse ovviamente e la flat tax ha avuto un forte appeal, ma tutti chiedono più protezione dal governo, dazi contro i prodotti stranieri, anche europei, cassa integrazione illimitata, prestiti a tasso zero, salvataggio pubblico delle banche private. E tanto peggio per le compatibilità europee e la finanza pubblica

Sempre per non cadere nell’economicismo, non va trascurata la componente culturale e squisitamente politica di questa crisi. Si diceva un tempo che il modello italiano combaciava perfettamente con la rivoluzione neoliberista: meno stato più mercato, meno protezione più libertà, meno tasse più profitti. Ed è stato così per un ventennio o forse più. Oggi, invece, basta ascoltare i discorsi degli imprenditori, dei commercianti, dei lavoratori: tutti vogliono pagare meno tasse ovviamente e la flat tax ha avuto un forte appeal, ma tutti chiedono più protezione dal governo, dazi contro i prodotti stranieri, anche europei, cassa integrazione illimitata, prestiti a tasso zero, salvataggio pubblico delle banche private. E tanto peggio per le compatibilità europee e la finanza pubblica. Non è un caso che la Lega si sia battuta fino all’ultimo per usare in varie forme denari dei contribuenti (quelli di altre zone del paese e che pagano le imposte) allo scopo di tenere a galla la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Così è avvenuto, in sostanza, ma troppo tardi.

Non solo. La sinistra riformista ha compiuto negli anni ’90 una svolta ideologica profonda accettando la globalizzazione e le regole di mercato, smontando pezzo a pezzo lo stato banchiere, industriale, pasticcere e quant’altro. Questo ha fatto scandalo allora nella gauche più radicale. Oggi, invece, pesa come una sorta di colpa collettiva. I pentastellati sono neo-statalisti e protezionisti, quanto a Salvini ha rinnegato totalmente il localismo liberista di Umberto Bossi. In un articolo uscito la settimana scorsa, il Wall Street Journal si chiede che fine abbia fatto nell’Europa continentale la sinistra moderata, perché il fenomeno accomuna l’Italia alla Francia dove il Partito socialista è pressoché scomparso e alla Germania nonostante le condizioni economiche dei due paesi siano agli antipodi. Il fatto è che anche la Spd ha parlato più ai grandi colossi multinazionali che al Mittelstand, quel tessuto di piccole e medie aziende che costituisce la ferra ossatura della economia tedesca. E da lì sono arrivati molti dei consensi ad Alternative für Deutschland, il partito neo-nazionalista.

L’Italia è stata spesso un laboratorio politico anticipando fenomeni epocali (non tutti positivi, si pensi al fascismo), questa volta è solo parte di un trend più generale. Solo che altrove in Europa le dighe del sistema hanno retto, qui no. Se il risultato elettorale segna davvero il punto di svolta del modello italiano sbocciato dagli anni ’70 in poi, chiunque andrà a governare avrà un compito enorme. E per ricostruire o magari costruire qualcosa di nuovo non basterà promettere il ritorno al tempo perduto.

Giochi di St. Moritz ’48, spuntano filmati inediti

Dai filmati inediti di St. Moritz '48, uno sciatore affronta uno slalom (in primo piano), pubblico (sullo sfondo)
I filmati di Pedrett sono preziosi poiché a colori, professionali e vicini ai soggetti.

(RSI-SWI)

A settant’anni dai V Giochi olimpici invernali, che si disputarono a Sankt Moritz, sono state recuperate delle immagini inedite dell’evento. Sono riprese filmate preziose, poiché a colori e professionali.

La località dell’Alta Engadina ospitò due volte l’Olimpiade: nel 1928Link esterno e nel 1948Link esterno. Si tratta peraltro delle uniche edizioni dei Giochi organizzate in Svizzera, battuta da TorinoLink esterno(contro Sion) nel 2006 e protagonista di altre candidatureLink esterno a vuoto.

Nel 1948, a Sankt Moritz, sfilarono 670 atleti di 28 paesi. Andreas PedrettLink esterno, uno dei grandi fotografi svizzeri dell’epoca, effettuò 21 minuti di riprese in pellicola 16 millimetri. Pellicola rimasta finora in una soffitta.

“Per fortuna la famiglia che ha conservato questo film sapeva del valore storico e lo ha trattato bene”, osserva Christian Brassel, responsabile del settore audiovisivo della Biblioteca cantonaleLink esterno dei Grigioni.

VIDEO 

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/10-03-2018-i-giochi-invernali-di-70-anni-fa-in-un-video-inedito?id=10228943&startTime=0.000333&station=rete-uno

Di Sankt Moritz 1948 esistono altri filmati a colori “ma non di questa qualità”, aggiunge Brassel. “L’autore L’autore è molto vicino agli atleti e al pubblico e questo trasmette l’atmosfera dei grandi Giochi olimpici”.

Il documento sarà digitalizzato e reso pubblico.

tvsvizzera.it/ri con RSI (TG del 10.03.2018)

I cinesi di Cefc nei guai, Il Sole 24 Ore: diventa un rebus la vendita di Farbanca di BPVi in Lca, arrivano offerte per Prestinuova

vicenzapiu’.it 9 marzo 2018

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Riflettori puntati sulla cessione di Farbanca, banca dedicata alle farmacie e alla sanità di proprietà della Banca Popolare di Vicenza, ma confluita nella bad bank dopo il passaggio dell’istituto veneto Intesa Sanpaolo. L’istituto è infatti stato ceduto a fine dicembre dai commissari liquidatori al gruppo cinese Cefc. Le autorizzazioni di Banca d’Italia all’operazione effettuata dal gruppo cinese in Italia sarebbero attese per maggio, ma intanto sul mercato hanno cominciato a tenere banco negli ultimi giorni le notizie provenienti dalla Cina sulle indagini del Governo di Pechino sul gruppo Cefc.

Secondo quanto riferito negli scorsi giorni dal South China Morning Post la conglomerata sarebbe sotto inchiesta da parte del governo cinese. Incerte sarebbero anche le sorti del fondatore e imprenditore a capo di Cefc, il giovane imprenditore Ye Jianming.

Secondo alcuni media cinesi, tra cui il giornale economico Caixin, Ye Jianming sarebbe sotto indagine e alcuni media di Pechino hanno fatto trapelare anche la notizia di un arresto. Tuttavia la stessa Cefc ha smentito questa notizia. Secondo l’agenzia Reuters l’imprenditore sarebbe invece stato interrogato dalle autorità cinesi per sospetti reati economici.

Secondo i media cinesi, Cefc è riuscita a sfruttare i legami con alcune potenti famiglie di esponenti del Partito, fra cui quella del defunto presidente cinese Ye Jianying. Ye ha costruito legami con alte personalità del Partito chiamando ex generali dell’esercito a guidare le diverse aziende affiliate alla Cefc, riuscendo a ottenere giganteschi prestiti dalle banche di Stato. Tornando alla realtà italiana quali potrebbero essere gli effetti dell’indagine sull’attività di Cefc tra i nostri confini?

La conglomerata di Pechino ha realizzato l’operazione su Farbanca, ma era data come interessata anche alla piattaforma di gestione degli Npl di Intesa Sanpaolo e, per ultimo, era in corsa per Prestinuova, attività della ex Popolare di Vicenza, specializzata nell’erogazione di finanziamenti con cessione del quinto.

Su Farbanca, anche se al momento non sarebbe cambiato nulla rispetto alla decisione di vendere presa in dicembre dai commissari, c’è attesa per il via libera di Banca d’Italia che dovrà autorizzare il passaggio entro maggio. Ma intanto altri potenziali interessati a Farbanca, si starebbero muovendo per esaminare nuovamente il dossier: ad esempio, Banca Ifis che qualche giorno fa avrebbe esaminato in un consiglio la possibilità di riprendere in considerazione la transazione.

Nel frattempo, ieri sarebbero arrivate anche le offerte per Prestinuova. E, secondo i rumors, le proposte vincolanti sarebbero arrivate da soggetti attivi nella cessione del quinto e da private equity, ma non da Cefc che pure si era detta interessata. Il gruppo cinese si sarebbe ritirato in zona Cesarini dalla procedura.

di Carlo Festa, da Il Sole 24 Ore

Decisa la fusione con Intesa, non la fine del marchio

ilfriuli.it 10 marzo 2018

Nessuna incertezza sul futuro della Cassa di risparmio

 
Decisa la fusione con Intesa, non la fine del marchio
 

Nessuna incertezza sul futuro della Cassa di risparmio. Si può dire che la storica sede dalla banca dei friulani, nata per aiutare i bisognosi e già sede, infatti, del Monte di pietà, presto chiuderà i battenti.
In realtà, entro la fine del 2018 ci sarà la fusione con Intesa San Paolo. Fusione che ha già interessato le banche popolari del Veneto.
Il passaggio è stato annunciato il 6 febbraio scorso alla presentazione del piano d’impresa 2018-2021.
Questo comporterà lo scioglimento del consiglio d’amministrazione e la decadenza del suo presidente. 
Non è ancora stata decisa la fine del marchio. D’altre parte, quello della Cassa di risparmio non è considerato un nome storico e Intesa valuterà se per i clienti il nome ha un valore, o meno. Se ha creato affezione, insomma, come è accaduto per il Banco di Napoli, al quale è stato riconosciuto un valore aggiunto. Sentenza sospesa, quindi.
Per quanto riguarda il Monte di pietà, continuerà a vivere in altre zone d’Italia, ma non a Udine o in Friuli Venezia Giulia.
Non si può sapere quanti sportelli chiuderanno, ma di certo Intesa farà bene i suoi conti e non terrà aperti tre sportelli, compresi quelli delle ex banche popolari, nella stessa piazza.
Ricapitolando, riguardo ai tempi dell’integrazione delle dodici banche del territorio il Ceo del gruppo Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha precisato che “verranno fuse praticamente tutte entro fine 2018, con un possibile passaggio a inizio 2019 di Banca Prossima e Banca Imi”.
Quanto al mantenimento o meno dei relativi marchi delle banche fuse, Messina ha spiegato che “sul marchio saranno i clienti a decidere. Bisognerà capire se riconoscono il maggior valore del marchio Intesa Sanpaolo rispetto a quello del marchio locale. Se risulterà, invece, che c’è maggior valore nel marchio locale, lo manterremo”.

Intesa San Paolo non mette in vendita la sede centrale dell’ex Banca d’Intra

CRISTINA PASTORE LASTAMPA.IT 9 MARZO 2018

«Non viene messa in vendita, anzi Intesa San Paolo ha già iniziato la ristrutturazione dei tre piani della sede centrale della ex Banca d’Intra in piazza Aldo Moro a Verbania. Quel palazzo verrà trasformato in un luogo di incontro per la clientela, soprattutto per gli imprenditori, e alcune sale saranno messe a disposizione di iniziative per la città». La notizia arriva dal sindaco Silvia Marchionini: lo ha appreso in un incontro nei giorni scorsi a Torino con Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte Valle d’Aosta Liguria di Intesa San Paolo, e Stefano Barrese, direttore per le relazioni con questi territori.  

I tre si erano parlati in autunno, ma con una lettera della scorsa settimana il sindaco di Verbania è tornato a chiedere informazioni sulla sorte del palazzo nella piazza «delle banche» a Intra e delle filiali di Veneto Banca, che in città – oramai sotto un’unica insegna – rappresentano doppioni per Intesa San Paolo.  

«Tutto sommato le risposte ottenute sono positive» commenta il sindaco Marchionini. L’idea della nuova proprietà di Veneto Banca, (istituto che nel 2007 aveva acquisito la Popolare di Intra) è realizzare nella ex sede centrale di piazza Aldo Moro anche spazi di co-working per la collaborazione tra professionisti e giovani imprenditori.  

 

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«Se fosse stata chiusa e venduta il rischio sarebbe stato la desertificazione commerciale di questa parte di Intra, pericolo fugato» spiega Marchionini, che ha avuto conferma del mantenimento della filiale di Trobaso. «Non fa grandi numeri – ammette – ma è importante per tutto l’entroterra verbanese» .  

Le agenzie che invece chiuderanno sono quelle di piazza don Minzoni a Intra e corso Europa a Pallanza.  

 

Il problema di Suna  

In via di smantellamento anche lo sportello Bancomat di piazza Città Gemellate a Sant’Anna. «Quello di Suna resta attivo fino a giugno, abbiamo qualche mese per trovare una soluzione» dice il sindaco, secondo cui un Bancomat dovrebbe tornare attivo a Fondotoce. Molto probabile che venga aperto, visti i tanti turisti, al camping Isolino. 

Veneto Banca, CorVeneto: per Vincenzo Consoli processo a Treviso e Trinca fa riscrivere l’accusa. Severino minaccia: Intesa lascia le venete se coinvolta nei danni

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Veneto BancaVincenzo Consoli vuole il processo a Treviso. Mentre la difesa di Flavio Trinca porta a casa il primo round, visto che il pm dovrà riscrivere l’imputazione, chiarendo quali sono i fatti per cui è accusato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. «Io non ho ancora capito cosa avrei fatto». A chi lo cercava, l’ex presidente di Veneto Banca, invariabilmente a mezza voce, rispondeva così. Non una frase buttata lì, perché non si sa che dire. Visto che da ieri è una strategia processuale, con l’eccezione sollevata nella udienza preliminare a Roma, dal suo difensore Fabio Pinelli.

E che il giudice per l’udienza preliminare ha accolto, invitando i pubblici ministeri a indicare i fatti di cui Trinca è accusato.

Questo perché, è la linea di Pinelli, nella richiesta di rinvio a giudizio si dice solo che Trinca comunicava dati falsi in concorso con Consoli. Solo che i reati contestati sono reati propri di gestione commessi da amministratori delegati o da altri dirigenti. Ma non dal presidente in quanto tale, che non ha competenze di gestione: l’essere presidente, di suo, non basta; e non a caso il successore di Trinca, Francesco Favotto, non è a processo con le stesse accuse. Ma allora bisogna indicare i fatti specifici per cui si accusa anche Trinca. Che mancano.

I Pm avranno ora venti giorni per riscrivere l’imputazione, in vista della nuova udienza del 27 marzo. Che dovrà decidere su questa così come sull’altra eccezione, sollevata dai difensori di Consoli, Alessandro Moscatelli ed Ermenegildo Costabile, a cui si sono accodate altre difese, di trasferire il processo a Treviso. E questo perché i luoghi dove si formano le comunicazioni false che formano i reati contestati avvengono non a Roma, ma nella sede di Veneto Banca a Montebelluna. O al più, a voler dar retta alla line a che sia decisivo il luogo di partenza o di arrivo delle lettere, i tribunali di Padova o Velletri, dove si trovano i server della Sec che serviva la banca o quelli del centro informatico della Banca d’Italia, che sta a Frascati. Una linea che non è piaciuta ai legali dei soci, come l’avvocato Matteo Moschini, che temono un’ulteriore dilatazione dei tempi.

Sede del processo, imputabilità di Trinca. Ma la seduta del 27 marzo sarà decisiva anche per l’aspetto molto atteso della chiamata in causa di Intesa Sanpaolo, che aveva assunto la parte buona di Veneto Banca, a rispondere dei danni civili. Il giudice Lorenzo Ferri, dopo aver ammesso con una decisione clamorosa la possibilità, dovrà ora decidere sulla richiesta di esclusione dell’avvocato di Intesa, l’ex ministro Paola Severino. «O Intesa resta fuori dal processo, o salta il contratto di cessione», ha detto senza giri di parole la Severino.

di Federico Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

ELLIOTT E LE STORIE TESE – IL 24 APRILE, IL FONDO AVVOLTOIO TENTERÀ IL RIBALTONE DEL CDA – ANCHE IERI, IL TITOLO TIM È STATO GETTONATO DAI GRANDI INVESTITORI USA: IN UNA SETTIMANA GUADAGNA QUASI IL 15% – L’AD AMOS GENISH SI SMARCA DA BOLLORÉ: SI DICE ALLINEATO AI SOCI FRANCESI DI VIVENDI (CHE DI TIM HANNO IL 23,9%) MA DI NON RAPPRESENTARLI

dagospia.com 10 marzo 2018

Francesco Spini per La Stampa

AMOS GENISHAMOS GENISH

 

Primo faccia a faccia, ieri, tra l’ ad di Tim, Amos Genish, e il fondo Elliott, deciso a cambiare gli assetti di governo del gruppo. Gli uomini del fondo americano sarebbero decisi a stringere i tempi: nonostante ci sarebbe tempo fino a fine mese, già settimana prossima contano di chiudere la lista con cui, il 24 aprile, tenteranno il ribaltone del cda.

 

Anche ieri, con quasi 300 milioni di pezzi passati di mano, il titolo dell’ ex monopolista del telefono è stato gettonato dai grandi investitori – soprattutto americani di ritorno – che stanno prendendo posizione in vista dello scontro. Elliott, invece, ha ribadito che rivelerà la quota «come e quando richiesto dalla legge italiana», al superamento del 5%.

 

vincent bolloreVINCENT BOLLORE

Il prezzo di Tim, pure in una giornata piatta per la Borsa, è salito di un altro 1,09% a 0,83 euro, dopo aver superato anche quota 0,84 euro. Se lo scopo di un fondo speculativo come Elliott è quello di guadagnare, la strada è quella giusta: nella prima settimana di battaglia il titolo ha fatto un +14%. Nel corso del primo incontro a Londra con i rappresentanti del fondo, peraltro già previsto da tempo, Genish ha difeso le scelte effettuate nel piano industriale. Del resto il manager, dopo l’ uscita allo scoperto delle intenzioni, ha tentato di aprire al dialogo nei confronti degli americani.

 

impero BolloreIMPERO BOLLORE

A cominciare dalla rete, il cui scorporo (contestato da Elliott per le modalità con cui è condotto, anziché con una scissione e la quotazione in Borsa), sostiene, aprirà «un ventaglio di opportunità per il futuro», che non escludono a priori alcuna strada. Allo stesso modo, parlando con l’ agenzia Bloomberg a Londra, ha operato un distinguo sulla sua posizione: si dice allineato ai soci francesi di Vivendi (che di Tim hanno il 23,9%) ma di non rappresentarli. Basterà a dissipare i dubbi di Elliott e evitare che il manager venga allontanato da Tim dopo appena 5 mesi di reggenza?

 

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

C’ è chi sussurra che le aperture di Genish agli americani (e a New York, a dire il vero, pare non tutti siano concordi nel cacciare l’ ad) abbiano provocato le ire dentro la Vivendi di Vincent Bolloré. Voci che non trovano riscontro presso fonti vicine al gruppo francese, che riaffermano la fiducia del primo azionista di Tim nel manager israeliano.

 

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Genish è però riuscito a indispettire, e non poco, Elliott accusandolo, con l’ operazione, di mirare alla fusione tra Tim Brasil e Oi, operatore sull’ orlo del dissesto. «Non abbiamo alcuna quota in Oi – ha però risposto il fondo al Financial Times – e quindi non ha alcun fondamento il fatto che possiamo spingere per un’ aggregazione tra Oi e Tim Brasil».

 

PAOLO DAL PINOPAOLO DAL PINO

La settimana prossima sarà cruciale: nei primi giorni Tim pubblicherà l’ avviso di convocazione assembleare che permetterà a Elliott, assistita da Vitale&Co, di inviare la richiesta di integrazione dell’ ordine del giorno. Sarà chiusa la lista, a ieri ancora fluida nell’ andirivieni dei nomi (Paolo Dal Pino l’ ad probabile, ma non scontato), con Fulvio Conti candidato presidente in pectore. Poi inizierà il “road show”, un giro di incontri con gli investitori per convincerli a defenestrare la maggior parte – a cominciare dai francesi – degli amministratori indicati da Vivendi, accusati di agire in conflitto di interessi.

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