«Carige: pulizie non finite, ma arriva l’utile» / INTERVISTA

GILDA FERRARI themeditelegraph.it 11marzo 2018

 Il rapporto «dialettico ma costruttivo» con l’azionista Malacalza. Il «bisogno di stabilità» della banca e l’attesa istanza di revoca del consiglio d’amministrazione del nuovo socio Mincione, che se dovesse procedere «esercita un diritto garantito dal codice e alla fine i diritti prevalgono sulle opportunità»

foto

Il rapporto «dialettico ma costruttivo» con l’azionista Malacalza. Il «bisogno di stabilità» della banca e l’attesa istanza di revoca del consiglio d’amministrazione del nuovo socio Mincione, che se dovesse procedere «esercita un diritto garantito dal codice e alla fine i diritti prevalgono sulle opportunità». I primi risultati gestionali del 2018, che lo rendono felice «per i numeri e per le attitudini, il lavoro che stanno facendo le persone è importante».

In questa intervista in esclusiva, Paolo Fiorentino, ad di Carige, racconta come procede il risanamento e risponde alle domande sulle tensioni che attraversano la banca senza scomporsi. Quando gli si chiede se a Genova lo riconoscono per strada risponde con ironia: «Sono popolarissimo, ma più che conosciuto mi piace che sia riconosciuto il mio lavoro».

Il 2017 è stato difficile, chiuso con 388 milioni di perdita.

«È stato un anno di pulizie, abbiamo tirato via 2,1 miliardi di Npl, il che ha prodotto una perdita importante. La pressione avuta sulla liquidità ha comportato un impegno finanziario nell’attrarre nuovi depositi. La stratificazione di problemi che ho trovato in banca è tale che anche nel 2018 faremo interventi sui deteriorati, ma confermo che questo è l’anno con l’obiettivo dell’attivo di bilancio».

Quanti crediti deteriorati cederete nel 2018?

«Il 27 ci sarà passaggio importante in cda. Il mio obiettivo è di andare intorno ai 1,4 miliardi tra Utp e Npl».

Com’è cominciato l’anno?

«Quasi tutti i comparti del nostro core business mostrano tassi di crescita a doppia cifra sullo stesso periodo del 2017, a dimostrazione che dopo un periodo iniziale di rodaggio ora la macchina commerciale si è rimessa in moto. Abbiamo focalizzato la banca sul segmento del piccolo business e corporate. E dall’inizio dell’anno abbiamo erogato 130 milioni. Rispetto a febbraio 2017, le sottoscrizioni di mutui da parte delle imprese sono cresciute in maniera molto considerevole. Stiamo assistendo anche alla crescita del risparmio gestito con la sottoscrizione dei fondi comuni con incrementi notevoli».

La banca del territorio?

«Non era uno slogan. Oggi il 49% delle delibere viene gestito direttamente dalla rete, un altro 22% a livello di area».

La gestione ordinaria è organizzazione, motivare le persone.

«Abbiamo un passaggio importante il 22 marzo: ai Magazzini radunerò tutto il commerciale per fare il punto su dove siamo e dove vogliamo arrivare».

Perché Vittorio Malacalza è uscito dal consiglio senza votare il bilancio 2017?

«Deve chiederlo a lui. I rapporti con l’ingegnere sono improntati a una dialettica impegnativa che entrambi consideriamo costruttiva. Tutti e due abbiamo in testa che bisogna fare le cose che fanno bene alla banca. Nessuno dei due ha agende personali. Se riusciremo a coniugare la sua esperienza e intuito di imprenditore con la mia esperienza nel mondo bancario il nostro 1 più 1 potrà fare 3. Ma in ogni caso non smetteremo mai di dibattere perché siamo persone con personalità forti».

È stato corretto non accogliere l’istanza del socio Mincione (5,4%) che chiedeva di entrare in cda?

«Il cda non è la sede opportuna per tali questioni, soprattutto se non è supportato da un confronto con gli altri azionisti. Faccio fatica a ricordare situazioni in cui a fronte di richieste il cda abbia preso decisioni alternative».

Il finanziere potrebbe chiedere la revoca del consiglio: è opportuno o no in questa fase della banca?

«La banca in questo momento ha bisogno di stabilità. Come manager lavoro perché ci sia. Elementi che possano creare instabilità non sono l’ideale, ma poi naturalmente ognuno gestisce i propri diritti garantiti dal codice e capisco che il diritto possa vincere sull’opportunità».

Lei ha contatti con gli azionisti di Carige?

«È uno dei miei doveri professionali. Se vengo chiamato vado a parlare con tutti, a cominciare dai piccoli».

Mincione come le è parso?

«Ho scambiato qualche opinione con lui e mi ha confermato che è entrato perché condivide il piano di rilancio. Mi sembra che gli azionisti vogliano tutti la stessa cosa: magari se si parlassero potrebbero andare d’accordo».

Perché i fondi sono così interessati alla banca?

«Carige resta una delle opportunità di investimento, nel settore, più economica. Dall’esterno si ritiene che quanto fatto sinora è stato fatto in modo egregio in termini di modalità e tempi: questo giova alla reputazione dei manager, ma soprattutto della banca, che ha acquisito credibilità sull’esecuzione».

Malacalza Investimenti, socio di maggioranza al 20,6%, ha un’opinione diversa. Dopo il botta e risposta avuto sull’aumento, novità?

«Il cda mi ha sostenuto condividendo tutti i passaggi e deliberando in tempi brevi e consapevolmente; abbiamo fatto anche molte riunioni preparatorie ai consigli che hanno aiutato, ove ce ne fosse bisogno, anche nella comprensione tecnica di passaggi delicati. La nostra operazione ha evidentemente ispirato quella di Creval, che ha avuto altrettanto successo».

Immobili e dismissioni. Offerte per la sede di Roma?

«Non ci convincevano, non abbiamo interesse a svendere, per ora abbiamo ritirato l’immobile dal mercato. In via Bissolati abbiamo una filiale, faremo anche il private».

L’operazione Messina-Aponte si è incagliata?

«No, il pre-accordo sarà siglato entro aprile».

La filiale Carige di Nizza?

«È stata chiusa la scorsa settimana».

Aggregazioni. Qual è la banca industrialmente più compatibile con Genova?

«Tante. Carige è ligure e nord-toscana: può essere complementare a più partner. Il nostro lavoro è dare alla banca delle opzioni: andare avanti da sola o avere opportunità sulle aggregazioni. Sulle acquisizioni la volontà degli azionisti sarà fondamentale».

Borsa: arriverà una stagione rialzista del titolo?

«Stiamo lavorando a buona trimestrale, siamo fiduciosi».

Staranzano, il paese che inventa le “portiere di quartiere” (e le vicine di casa diventano tuttofare)

barbaraganz.blog.ilsole24ore.com 11 marzo 2018

Staranzano, provincia di Gorizia, 7.183 abitanti al 31.12.2015 (3.162 famiglie).

Una provincia dove il 54 per cento degli iscritti al Centro per l’impiego ha un’età compresa tra 30 e 54 anni, e dove emerge forte il peso dei problemi di conciliazione tra il lavoro e la famiglia. E nasce non a caso qui “un progetto interessante che conferma la positività delle donne di fronte ai percorsi di formazione, la disponibilità a imparare e intraprendere, per affrontare nuove opportunità lavorative e ricollocarsi”, dice l’assessore regionale al Lavoro e alla formazione, Loredana Panariti. Il progetto si chiama “Portiere di quartiere: esperte di conciliazione a tua disposizione”.

desperate3

Presentato nella Giornata internazionale della donna 2018, è stato ideato dal Comune di Staranzano in collaborazione con l’associazione Fantasticamente, e realizzato con un finanziamento della Regione di 15mila euro, nell’ambito delle Iniziative Speciali – Buone Pratiche bando 2017.

desperate600“Portiere di quartiere” ripropone, prosegue e sviluppa l’azione positiva ‘Tutti nella stessa … famiglia’. Si tratta di iniziative innovative destinate a favorire l’accesso al lavoro e i percorsi di carriera delle donne, affrontando l’ostacolo più grande, quello della conciliazione dei tempi e della redistribuzione dei carichi domestici all’interno della famiglia.

“Portiere di quartiere: Le Bobolare vicine tuttofare” coniuga esigenze e risposte: il titolo deriva dal nome dialettale dall’albero simbolo della cittadina, il “Bobolar”, e vuole rafforzare le relazioni tra le persone dentro la comunità.

L’elemento innovativo di quest’azione sta nel fatto che il reclutamento avviene tra le donne disoccupate e che quindi il reclutamento stesso, e la formazione, rappresentano un’attività lavorativa. La promozione del progetto avviene il sabato mattina in occasione del mercato: in quel contesto le operatrici raccolgono le domande di conciliazione, ascoltando le necessità e proponendo quelli che sono i servizi forniti.

</span></figure> Il cast di Desperate Housewives

Il cast di Desperate Housewives

A partire dal mese di aprile, nella piazza principale di Staranzano, sarà attiva la casetta delle ‘Bobolare: vicine tuttofare’, che si mettono a disposizione della popolazione offrendo servizi al cittadino. I servizi proposti sono semplici: si parte dalle faccende domestiche, come la stiratura o il fare la spesa, per poi passare a servizi di baby sitting o ad altre forme di sostegno, come per esempio aiutare gli anziani nella compilazione della modulistica quotidiana.

Le donne che sono impegnate a operare nei servizi di conciliazione trovano occupazione dopo avere seguito un corso di formazione.Dimostrando, ha precisato l’assessore, “che le donne sono molto disponibili a formarsi, a mettersi in rete, a intraprendere nuovi progetti ai quali partecipare ed essere protagoniste”. Spiega Panariti che “è essenziale diffondere quante più informazioni possibili su queste iniziative, al fine di promuovere i percorsi di formazione e creare una rete territoriale efficace che sostenga il lavoro delle donne”. La Regione, inoltre, per supportare le esigenze delle donne sostiene i servizi di conciliazione e incentiva le assunzioni di lavoratrici madri.

staranzano

Perugina, accordo con i sindacati per 364 esuberi. Ora le assemblee dei lavoratori

emanuelescarci.blog.ilsole24ore.com 11 marzo 2018

Alla fine Nestlé l’ha spuntata. E si avvia a sciogliere il nodo dei 364 esuberi strutturali nello stabilimento Perugina si San Sisto. Nestlé e Rsu hanno concordato una migliore definizione per i contratti part time, in particolare per la parte economica, e una maggiore definizione delle questioni legate alle cosiddette isopensioni.

Previsto anche un paracadute per i lavoratori che hanno accettato o accetteranno i posti messi a disposizione dalla multinazionale in altre aziende del territorio. A questi è stato garantito che, in caso di perdita del posto nei successivi 14 mesi, verranno riconosciuti un ulteriore incentivo economico e contratti stagionali alla Perugina.
Tutto risolto? No: l’accordo dovrà essere approvato dai lavoratori nelle assemblee di fabbrica a San Sisto.

“Attualmente – ha spiegato il  direttore relazioni industriali della Nestlé Gianluigi Toia – ci sono 86-87 lavoratori non ricollocati ma ci sono 80 posizioni disponibili destinate a crescere. Quindi la cassa integrazione in deroga potrà essere eventualmente applicata, se necessario, solo per pochi dipendenti”.

Chi vince e chi perde
Il compromesso premia più l’azienda ma non poteva essere diversamente se si vuole davvero puntare su Perugina come hub internazionale del cioccolato, uno dei due driver del gruppo svizzero in Italia (oltre a quello delle pizze a Benevento). Gli altri sono stati bruciati dalla crisi e dalla mancanza di competitività di Nestlé Italiana.

La società tricolore è da tempo nel mirino della casamadre, oggetto di una profonda ristrutturazione: nel biennio 2015/16 ha perso 43 milioni. Ma soprattutto ha ceduto il ramo d’azienda dei biscotti Ore liete, delle caramelle Rossana, dei gelati alla joint venture Froneri e dei surgelati La Valle Degli Orti, Mare Fresco e Surgela alla tedesca Frosta. Recentemente ha ceduto la pasta fresca con lo stabilimento di Moretta (Cuneo) a Rana.
La cura dimagrante ha ridotto il fatturato 2016 di Nestlé Italiana di 130 milioni rispetto al 2014.
Oggi il portafoglio brand è ridotto ma vanta Perugina, Buitoni, KitKat, Galak, Formaggino mio, Maggi, Polo, Nesquik, Nescafè Dolce gusto.

Caro Gentiloni, al Cnel non servono nuove nomine. Urge invece una riforma

Giuseppe Pennisi FORMICHE.NET 

Caro Gentiloni, al Cnel non servono nuove nomine. Urge invece una riforma

Perché sarebbe un errore procedere alle nomine in un organo costituzionale in un momento di transizione istituzionale. L’appello riformista del professor Giuseppe Pennisi, consigliere dello stesso Cnel.

Sono consigliere del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) dall’estate 2010, in prorogatio, quindi, dall’estate 2015. Presiedo la Commissione dell’Informazione, incaricata, per legge, di predisporre il documento annuale sul mercato del lavoro e della contrattazione collettiva e della tenuta dell’archivio dei contratti collettivi di lavoro nel settore privato. Sono stato nominato dal Presidente della Repubblica Sen. Giorgio Napolitano. Ho avuto una lunga carriera alle spalle sia internazionale sia nazionale. Non aspiro ad incarichi di sorta né al Cnel né altrove, anche se negli anni che mi restano, spero di continuare ad essere utile al Paese.

Il Cnel è un organo di rilievo costituzionale, al pari della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Difesa. Ci sono circa ottanta organi simili al mondo che contribuiscono con osservazioni e proposte all’azione legislativa. A differenza degli altri organi di rilievo costituzionale e di numerosi organi analoghi nel resto del mondo, il Cnel ha anche funzione di proposta legislativa. Stava per essere soppresso, ma il 60% dei votanti al referendum del 5 dicembre 2016 si è espresso contro la sua abolizione. Per anticiparla, il governo dell’epoca abolì nel 2014 le indennità di carica (25.000 euro l’anno lordi) ed i rimborsi per trasferte. Ciò causò le dimissioni di numerosi consiglieri che non erano in grado di sostenere le spese per partecipare ai lavori. Se fosse stato utilizzato uno strumento simile per impedire il funzionamento della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Difesa, l’Italia si sarebbe bloccata e si sarebbe parlato di colpo di Stato. All’estero, specialmente nelle istituzioni Ue, sono state espresse preoccupazioni nei confronti del funzionamento della democrazia in Italia quanto a fine 2014 queste misure sono state adottate.

A differenza di altri colleghi, non ho dato le dimissioni quando sono stati aboliti emolumenti e rimborsi spese sia per rispetto nei confronti del Capo dello Stato che mi ha conferito l’incarico sia per continuare ad espletare, pur in condizioni difficili, i compiti affidatomi sia per impedire che con le dimissioni di tutti i consiglieri, il governo dell’epoca riuscisse nel suo intento di chiudere l’organo, nonostante i risultati del referendum costituzionale. Infine, anche quando c’è l’ammutinamento del Caine, qualcuno deve restare a bordo se non altro per spengere le luci.

L’incidenza, l’efficacia e l’efficienza del Cnel dipendono, in gran misura, dai suoi ‘azionisti di maggioranza’, espressione del mondo del lavoro e della produzione. In questi anni, nonostante una campagna di stampa contro l’organo, il Cnel ha contribuito puntualmente all’azione legislativa con pareri e proposte ed ha elaborato, con l’Istat, gli indicatori di benessere equo e sostenibile per arricchire quelli derivanti dalla contabilità economica nazionale. Credo nelle finalità del Cnel, come molti altri, ritengo che il Cnel abbia urgente esigenza di riforma; a questo fine, con altri colleghi e con il supporto dell’Assemblea tutta dell’organo, è stata predisposta una proposta di legge. Senza una riforma, il lavoro di una nuova Consiliatura potrebbe risultare poco utile ove non futile.

Corre voce che il governo Gentiloni stia per procedere la settimana che inizia il 12 marzo alla nomina, in blocco, di 64 consiglieri per un mandato di cinque anni. Ciò pone un problema giuridico, politico e di efficacia ed efficienza.

Sotto il profilo giuridico, il governo Gentiloni non è stato sfiduciato dal Parlamento e non si è dimesso. Tuttavia, i risultati delle recenti elezioni hanno comportato una severa sconfitta per le forze politiche che le compongono. Probabilmente unicamente la Corte Costituzionale può dire se in queste condizioni può ricostituire un intero organo di rilevanza costituzionale.

Sotto il profilo politico è possibile che la nuova maggioranza voglia esprimere almeno un parere su nomine che pare vengano fatte quasi di sotterfugio (e con la promesse implicita di re-instituzione di indennità). Ancora una volta in ambienti delle le istituzioni Ue, dell’Ocse e della la stessa Organizzazione Internazionale del Lavoro si esprimono perplessità.

Sotto il profilo economico e sociale, dal 2010, l’Italia è profondamente cambiata; ad esempio, il lavoro autonomo, le professioni e le piccole e medie imprese hanno oggi un ruolo più significativo che otto anni fa mentre la ripartizione dei seggi è la fotocopia di quella di allora; con la rapidità della trasformazione dell’economia e della società, tra cinque anni sarà vetusta. Già ora gli ‘azionisti di maggioranza’ avranno difficoltà ad esprimere autorevolmente il pensiero del mondo dell’economia e del lavoro ed ad avere, quindi, l’incidenza e l’efficacia richiesta.

Anche l’efficienza sarebbe a repentaglio perché tutti riconoscono che il Cnel necessita una riforma. Una volta creata una nuova Consiliatura, l’attenzione sulla riforma scemerebbe. Mentre aumenterebbe quella sui compensi che alcuni vorrebbero allineare a quelli della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Difesa. Con un enorme aggravio sui conti dello Stato.

Trenta anni fa si parlava di glasnost. È quanto mai necessario che ci sia un dibattito franco ed aperto.

Le ragioni per cui tornare al voto non è così improbabile

Complice un risultato elettorale incerto i principali partiti si preparano a una lunga partita e già mettono sul tavolo la fiche più pesante: quella di nuove elezioni nel caso non si giungesse a una maggioranza compatta

Le ragioni per cui tornare al voto non è così improbabile

È già arrivato il momento del braccio di ferro. In anticipo sui tempi classici della politica, con la velocità a cui ci hanno abituato i social e i notiziari all news, a meno di una settimana dalle elezioni, già si minaccia il ritorno alle urne.

Complice un risultato elettorale incerto, per usare un eufemismo, i principali partiti si preparano a una lunga partita e già mettono sul tavolo la fiche più pesante: quella di nuove elezioni nel caso non si giungesse a una maggioranza compatta per sostenere il nuovo governo del Paese.

 

Matteo Salvini venerdì ha chiarito che il prossimo dovrà essere un governo politico, Luigi Di Maio ha messo in guardia da un accordo che escluda il M5s. Insomma, i due vincitori delle elezioni, che però non hanno da soli i voti per governare, già fanno sapere in modo assolutamente informale che accetteranno solo una maggioranza chiara, cioè con i loro partiti come perno fondamentale, altrimenti sono pronti a tornare al voto.

 

Il messaggio al Pd, quello al Quirinale

La minaccia, è rivolta innanzitutto al Pd, di cui entrambi cercano il sostegno ma senza dichiararlo apertamente e soprattutto auspicando che sia fatto da un folto drappello di parlamentari e non come forza politica organizzata e organica.

 

Ma quello di Lega e M5s è anche un messaggio al Quirinale, dove ovviamente il ritorno alle urne è visto come l’ultima spiaggia. Tornare alle urne con lo stesso sistema elettorale, infatti, viene considerato un rischio perché potrebbe risolversi solo in altri mesi senza un governo forte e per di più senza la certezza di avere una maggioranza certa. L’eventuale data possibile, infatti, sarebbe quella di ottobre, perché votare in estate è considerato tecnicamente impossibile per una questione di tempi troppo stretti.

 

Salvini e Di Maio quindi paventano nuove elezioni ma intanto giocano una doppia partita prima di arrivare a quella fondamentale del governo del paese. Innanzitutto ci sarà il passaggio dell’elezione dei due presidenti delle Camere che fino a pochi giorni fa era visto come un banco di prova per la nascita di una maggioranza che avrebbe potuto poi dar vita al nuovo esecutivo. Ora questo appuntamento viene invece slegato dalla partita del governo.

 

Nessuno però ha la certezza su chi dovrà governare 

Nessuno ha la garanzia di come potrà andare a finire e dunque nessuno vuole legare le sorti nel prossimo governo a quelle del complicato puzzle che porterà all’elezione dei nuovi presidenti di Camera e Senato. Salvini e Di Maio hanno già fatto chiaramente capire che si attendono un incarico a testa per i loro partiti per Montecitorio dovrebbe concorrere il Movimento 5 stelle e per Palazzo Madama il Carroccio.

 

Ma nessuno ha la certezza di governare ogni singolo voto nel centro-destra e nel Movimento i due leader useranno dunque questa prova come un momento per verificare di quanti voti dispongono veramente.

 

Nel centro-destra infatti si registrano delle tensioni tra lega e Forza Italia mentre in M5S l’ala governativa si scontra con quella dura e pura. Sullo sfondo si attende che il PD che lunedì riunirà la sua direzione recuperi un minimo di unità e decide la sua linea politica. Mentre già ci si scontra anche sul primo vero passaggio parlamentare della diciottesima legislatura, il Documento di Economia e Finanza, i protagonisti di questo scorcio post-elettorale stanno già piazzando tutte le loro pedine e sabato hanno deciso di usare anche l’artiglieria pesante: quella minaccia di richiamare gli italiani al voto che Salvini e Di Maio vedono come una sorta di secondo turno posticipato e che nelle speranze di alcuni potrebbe muovere Forza Italia Pd e Quirinale nel tentativo di trovare convergenza per far nascere un esecutivo.  

 

Febbre interinale

Gianni Gaggini tvsvizzera.it 11 marzo 2018

Il lavoro interinale è in pieno boom in Svizzera e il Ticino ne detiene il record. Con il numero dei lavoratori temporanei è esploso anche quello delle agenzie di prestito di personale. La trasmissione della Radiotelevisione svizzera Falò ci porta alla scoperta di questo fenomeno.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/febbre-interinale?id=10160210&startTime=84.201324&station=rete-uno

C’è chi lo denuncia come una nuova schiavitù, altri invece lo ritengono una risorsa indispensabile per industria e edilizia per far fronte a imprevisti e a picchi di produzione. 

Ma dietro alle opposte ragioni, nella realtà delle fabbriche e dei cantieri, gli ispettori del lavoro verificano tutti i giorni gravi abusi, raggiri e trucchi. 

Nell’inchiesta di Falò l’esperienza di chi vive da anni come operaio in affitto, le ragioni degli imprenditori e delle agenzie interinali, e l’allarme delle autorità di fronte a distorsioni che minacciano l’intero sistema del mercato del lavoro.

Ospite in studio l’avv. Sharon Guggiari, responsabile Swisstaffing Ticino e Paolo Locatelli, del sindacato OCST.

Vaticano, cocaina e pedopornografia: arriva la condanna

 ilgiornale.it 11 marzo 2018

Cocaina e pedopornografia all’ombra del Vaticano: arriva la condanna per Ostilio Del Balzo. L’usciere era stato fermato lo scorso primo settembre

Ostilio Del Balzo è stato condannato, attraverso un rito abbreviato, a tre anni di reclusione.

 

L’ex dipendente del Vaticano era stato fermato fuori dalla Santa Sede, lo scorso primo settembre, per via di un controllo dei carabinieri. Le forze dell’ordine avevano rivenuto quindici grammi di cocaina divisi in trenta dosi e cinque mini pen drive contenenti video pedopornografici. Il tutto sotto la moquette della sua macchina.

Secondo quanto si apprende su Il Mattino, Del Balzo durante il processo avrebbe provato a sostenere una tesi in grado di scagionarlo: qualcuno avrebbe approfittatto di una “svista” per depositare nella vettura tanto le dosi di cocaina quanto i filmati, ma il giudice del Tribunale di Roma sembra non aver creduto alla giustificazone dell’ex addetto del Pontificio Consiglio della Cultura, un ente presieduto dal cardinale Ravasi che si trova in via della Conciliazione.

Continua a tenere banco, però, la destinazione di quanto ritrovato nell’auto. “Non si può ignorare – aveva dichiarato il magistrato inquirente – che vi sia concreta possibilità che tale materiale fosse destinato a circolare in ambienti ecclesiastici a contatto anche con minori in situazioni di minorata difesa”. Del Balzo, insomma, potrebbe far parte di un vero e proprio “giro”. L’usciere, del resto, non avrebbe mai avuto problemi giudiziari. E gli inquirenti sarebbero convinti che il materiale fosse riservato a terzi.

“Quando gli hanno sequestrato computer e telefonino – aveva scritto Repubblica – non hanno trovato nessun video memorizzato nel suo pc, niente nemmeno sul suo cellulare. Di solito, quando del materiale simile viene sequestrato a un pedofilo, tutti i supporti sono carichi di video e di siti che rimandano ai filmini in cui sono protagonisti i minori abusati”. Difficile, insomma, ipotizzare che Del Balzo sia un abitué della pedopornografia. La cocaina, inoltre, è risultata essere particolarmente “forte”. Le analisi cliniche, come si legge qui, hanno registrato una percentuale di purezza pari al 41%. L’usciere, intanto, non avrebbe fatto nomi dei possibili destinatari. L’ennesimo scandalo Vaticano, però, potrebbe allargarsi in tempi brevi.

Cosa dicono le leggi italiane sui bitcoin

ilpost.it 11 marzo 2018

Come in molti altri paesi del mondo ci sono ancora un bel po’ di incertezze, sia per le tassazioni che per le regolamentazioni: ma qualche passo è stato fatto

 Un negozio che cambia euro con bitcoin a Rovereto, in Trentino-Alto Adige. (PIERRE TEYSSOT/AFP/Getty Images)

 

L’espansione del mercato delle criptovalute, che nella seconda metà del 2017 ha portato l’attenzione dei media generalisti su un argomento fino ad allora riservato a una nicchia di appassionati di informatica e finanza, e che ha attratto moltissimi nuovi investitori, ha colto di sorpresa i governi e le istituzioni economiche internazionali. Tra novembre e gennaio, cioè quando il valore di Bitcoin e delle altre criptovalute è arrivato ai suoi massimi storici – prima di crollare, riprendersi, e poi crollare di nuovo – si sono susseguiti annunci dei governi di tutto il mondo riguardo alle intenzioni di regolamentare un mercato che fino ad allora aveva operato sostanzialmente in una zona grigia, cioè priva di leggi chiare e specifiche, oppure di difficile interpretazione.

I casi che hanno attirato più attenzione sono quelli della Cina e della Corea del Sud, due paesi in cui il mercato delle criptovalute si è espanso prima e più in fretta, e in cui i governi hanno adottato approcci molto differenti. In Cina nel corso del 2017 il governo ha adottato misure molto rigide e concrete, mentre la Corea del Sud ha fatto annunci confusi e contraddittori nelle prime settimane del 2018, secondo qualcuno contribuendo a generare panico e incertezze nel settore. E in Italia?

 

La tassazione
La prima da cosa da dire sull’Italia è che la situazione è poco chiara e si presta a diverse interpretazioni, come in molti altri paesi del mondo. Questo riguarda anche la tassazione: al momento in Italia la posizione dell’Agenzia delle entrate sulle criptovalute è definita unicamente dalla Risoluzione 72 pubblicata nel settembre del 2016. Ma è la risposta a quello che viene definito un “interpello”, cioè una richiesta di chiarimenti, e quindi non ha valore di legge. La risoluzione – spiega il sito Coinlex, che si occupa di questioni giuridiche e fiscali sulle criptovalute – assimila le criptovalute alle valute estere.

Questa equiparazione ha senso da certi punti di vista, ma comporta anche molti problemi, ha spiegato al Post Paolo Luigi Burlone, dottore commercialista dello Studio Burlone Crisà e fondatore di CoinlexApplicare per le imprese lo stesso trattamento fiscale sui capitali in valute tradizionali e su quelli in criptovalute non sempre ha senso, secondo Burlone. Questo perché le valute con corso legale, cioè quelle tradizionali come dollari o franchi svizzeri, sono immediatamente utilizzabili, a differenza delle criptovalute: avere dieci bitcoin su un portafogli virtuale non significa possedere l’equivalente in euro di dieci bitcoin, perché prima bisogna trovare qualcuno disposto ad accettare quell’equivalente.

Se si possiede un milione di dollari, poi, si è ragionevolmente sicuri che tra due mesi il loro valore sarà pressappoco uguale: cosa che non si può affatto dire per le criptovalute, che oscillano moltissimo in poco tempo. Se un’impresa avesse comprato un bitcoin nell’aprile del 2017, e avesse dovuto chiudere il bilancio a dicembre, avrebbe dovuto pagare tasse su un guadagno di quasi il 2000%, per poi vedere il proprio capitale perdere due terzi del suo valore a inizio febbraio.

Anche per le persone che investono privatamente in criptovalute, la situazione non è molto chiara. In teoria, esattamente come possedere valute straniere, possedere criptovalute non è considerata un’operazione speculativa che genera reddito, e quindi le plusvalenze non sono tassate. Per le valute straniere è però prevista una soglia: se si possiede per almeno sette giorni consecutivi almeno l’equivalente di 51mila euro, non è più considerato un normale possedimento di valute straniere ma un’attività speculativa, a cui viene quindi applicata un’aliquota del 26 per cento. Questo tassa in teoria si applica anche alle criptovalute, ma essendoci un bilancio da chiudere va pagata solo nel momento in cui eventualmente si ottiene la plusvalenza, cioè per esempio vendendo i bitcoin in cambio di euro.

C’è però un ulteriore problema: se si possiedono dei bitcoin su un portafogli di un sito con sede all’estero – come Coinbase, Binance o gli altri più diffusi – in realtà chi li detiene è il sito, dal quale possiamo prelevarli (in teoria) quando vogliamo. È quindi un capitale investito all’estero, indipendentemente dal suo ammontare: per questo andrebbe indicato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, riservato al monitoraggio dei capitali detenuti all’estero.

Vista la difficoltà di interpretare la regolamentazione in un ambito così complesso, il consiglio di Burlone è rivolgersi a un esperto per avere più certezze sulle tasse da pagare sui propri investimenti in criptovalute.

Lo stato della regolamentazione per i siti di exchange in Italia
I siti di exchange più grandi e popolari sono stranieri: le autorità italiane non hanno quindi giurisdizione diretta nei loro confronti, anche se possono provare a limitare le loro operazioni nel nostro territorio. Può capitare quindi che vengano bloccate le inserzioni pubblicitarie a un sito o a una criptovaluta ritenuti una truffa. Ma esiste una legge che stabilisce delle norme per chi opera professionalmente nel settore delle criptovalute.


Nel luglio del 2017 è infatti entrata in vigore la IV Direttiva antiriciclaggio, una legge che per la prima volta prende in considerazione il settore delle criptovalute e le inserisce nelle leggi che servono a contrastare il riciclaggio di denaro. La legge ha definito le criptovalute e i “prestatori di servizi” del settore, e li ha sostanzialmente assimilati – negli obblighi che devono rispettare – ai cambiavalute: cioè a chi cambia le valute tradizionali l’una con l’altra, come, per capirsi, gli sportelli agli aeroporti o alle stazioni. Sono quindi considerati “operatori non finanziari”, che si differenziano da banche, promotori finanziari, società di investimento o consulenti finanziari, che invece sono operatori finanziari.

La legge ha dato delega al governo per un decreto attuativo, la cui bozza consultivaè stata pubblicata a inizio febbraio, ed è stata aperta una finestra di un paio di settimane per ricevere commenti e critiche. Il decreto, in sostanza, propone l’istituzione di un registro speciale tenuto dall’Organismo degli Agenti e dei Mediatori (OAM), un ente istituito nel 2010 che registra e monitora gli «agenti in attività finanziaria e i mediatori creditizi», cioè i consulenti finanziari, gli intermediari, chi conclude contratti per finanziamenti, e le altre figure professionali simili. Il registro speciale comprenderà, dice il Dipartimento del Tesoro, «chiunque sia interessato a svolgere sul territorio italiano l’attività di prestatore di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale». Il registro sarà in possesso della Guardia di Finanza, che avrà così un database di società che operano nel settore delle criptovalute. Il decreto non parla di nuove tasse né modifica gli obblighi già previsti dalla IV Direttiva antiriciclaggio.

Il principale problema, ha spiegato Burlone, è che il decreto include nella lista di chi deve iscriversi al registro dell’OAM non solo quelle società che operano nello scambio, nell’utilizzo, nella conservazione e nella conversione di criptovalute, come i siti di exchange, ma anche i singoli commercianti e imprenditori che accettano i pagamenti in Bitcoin. Questo, dice Burlone, porterebbe a un numero eccessivo di iscritti al registro, che potrebbe renderlo poco efficace. Ma soprattutto, includendo questa categoria tra quelle interessate dal decreto, secondo Burlone il decreto potrebbe essere incostituzionale per “eccesso di delega”: nella direttiva del Parlamento europeo, infatti, questa inclusione non è indicata. Non ci sono in ogni caso certezze sui tempi della legge, che potrebbe anche rimanere una bozza per altri mesi o anni.

Vigilanza Inps, “Va mantenuta. A rischio welfare e stato sociale”. La lettera

affariitaliani.it 11 marzo 2018

Su Affari la lettera degli ispettori Inps: “La Vigilanza INPS/INAIL a tutela dello Stato Sociale: depotenziarla è un attacco al cuore del Welfare”

Vigilanza Inps, "Va mantenuta. A rischio welfare e stato sociale". La lettera

Su Affaritaliani.it il documento unitario degli ispettori Inps

Gentile Direttore,

come cittadini operanti nell’ambito del settore della Previdenza poniamo all’attenzione della Redazione quanto sta accadendo nel mondo della Vigilanza assicurativa e previdenziale. In modo particolare vogliamo segnalare le profonde e nefaste conseguenze a cui tutto il sistema previdenziale italiano potrebbe andare incontro qualora non venissero apportate in tempi rapidi gli urgenti aggiustamenti sostanziali per fermare la deriva in corso.

E’ a rischio la tenuta di un’ampia parte del Welfare e sta passando, sottotraccia, la demolizione di un importante presidio a tutela delle posizioni contributive assicurative dei lavoratori e delle legittime aspettative delle prestazioni conseguenti.

Il Dlgs 149/2015 ha istituito l’Ispettorato Nazionale del Lavoro con l’obiettivo di “coordinare” il settore della vigilanza sul lavoro e anche al fine di “evitare duplicazioni” nei controlli. Su questo secondo aspetto sarebbe opportuno aprire uno specifico capitolo ma non è questo l’obiettivo di questa segnalazione. (In seguito si potrà approfondire l’argomento, magari alla luce dell’inesistenza di dati ufficiali specifici e dell’assoluta inconsistenza quantitativa di tale presunta problematica che, grazie alle attenzioni procedurali in atto oramai da parecchi anni, fanno sì che il riscontro derivante dall’effettiva attività svolta quotidianamente sul campo sia pari a zero.)

Per questo nuovo Ente dovranno operare gli ex ispettori delle Direzioni territoriali del lavoro, gli ispettori INPS, gli ispettori INAIL, (le ultime due categorie, pur se inserite in un ruolo ad esaurimento nei rispettivi Istituti, saranno di fatto dirette dall’ Ispettorato).

Nei fatti, il Dlgs 149/2015 ha accentrato presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro l’intera e complessa materia della vigilanza sul lavoro ed i controlli sulla parte contributiva ed assicurativa, con la diretta conseguenza che il sistema di Vigilanza INPS/INAIL rischia di essere smantellato e forzatamente “traslocato” al nuovo Ente.

L’efficacia dei controlli operati dagli Enti non risiede nel semplice possesso di poderose banche dati (l’INPS gestisce, implementa e aggiorna quotidianamente programmi e procedure di consultazione del più vasto patrimonio di dati in Italia, in tempo praticamente reale rispetto alle pressoché quotidiane novità legislative e normative in genere) ma piuttosto nel continuo scambio di informazioni che precede, accompagna e segue ogni accertamento, dalla sua apertura, alla conduzione, alla definizione. E anche dopo, quando le risultanze degli accertamenti devono tradursi in registrazioni concrete sui conti previdenziali dei lavoratori, altrimenti lasciati lacunosi dalle evasioni ed elusioni contributive perpetrate ai loro danni. E questi scambi non avvengono sterilmente, rilevando crude informazioni da banche dati di per sé immobili, ma interagendo indispensabilmente con i colleghi degli uffici interni che quotidianamente si muovono all’interno delle procedure che le alimentano e che dai loro feedback e da quelli degli Ispettori sono ulteriormente alimentate.

Il sistema di Vigilanza INPS è organico all’Istituto, non è pensabile separarlo dalle interconnessioni sistemiche che costituiscono l’ossatura dell’Istituto e che gli permettono di gestire e governare il Welfare degli Italiani.

Da sempre la Vigilanza INPS controlla efficacemente l’area patologica del lavoro, contrasta tutte le forme di evasione ed elusione contributiva, garantisce allo stesso tempo sia l’effettiva tutela previdenziale dei cittadini che la leale concorrenza tra soggetti economici. 

Privare l’INPS dell’autonomia gestionale ed operativa delle verifiche sui contributi versati significa rallentare pesantemente tutto il sistema dei controlli.

Nel 2017 l’INPS ha registrato minori somme per accertamenti pari a 211 milioni di euro in meno rispetto all’anno precedente e il 2016 aveva già visto una contrazione di 187 milioni.

Nel triennio 2015-2017, il progressivo deteriorarsi del gettito per accertamenti da Vigilanza ispettiva ha fatto registrare un deficit complessivo di oltre un miliardo di euro.

La progressiva riduzione tendenziale ha indotto l’INPS non solo ad esporre nel bilancio previsionale per il 2018, alla voce “Accertamenti da Vigilanza ispettiva”, importi con un vistoso e forte decremento, ma in aggiunta a prospettare ulteriori difficoltà nel raggiungimento del risultato indicato, seppure ribassato.

La preoccupazione dell’Istituto è evidente e traspare anche nella circolare ufficiale: “Con particolare riferimento ai valori connessi alla vigilanza ispettiva, si precisa che saranno successivamente oggetto di valutazione i possibili effetti connessi al trasferimento delle risorse finanziarie riferite alle missioni in capo all’INL come disposto dal recente Decreto del Ministero del Lavoro” (Circ. INPS 183/2017).

 

 

 

Ogni singolo euro non accertato dalla Vigilanza INPS si traduce in minore copertura previdenziale per i lavoratori assicurati. E’ la presenza delle registrazioni contributive che giustifica e genera il diritto alle prestazioni, la loro mancanza ne riduce gli importi e nella maggior parte dei casi ne impedisce la percezione. Nell’immediato si tratta di assegni familiari, maternità, disoccupazione. Nel futuro il danno si ripercuoterà sulle pensioni, con conseguenze ancora più pesanti per i trattamenti dei lavoratori precari e discontinui.

Un miliardo di mancati accertamenti contributivi equivale ai contributi di un anno di lavoro per 125.000 occupati a tempo pieno. Persone che si ritroverebbero inevitabilmente ad andare in pensione più tardi e con importi più bassi. Persone che prenderanno coscienza del significato reale e concreto del danno subito a causa dell’assenza di una tutela pronta ed efficace soltanto al momento della richiesta delle prestazioni, cui ritengono di avere diritto, siano esse prestazioni temporanee in corso di attività lavorativa, sia invece la pensione.

Rallentare progressivamente la Vigilanza INPS/INAIL sino al suo completo stallo significa abbandonare la tutela delle prestazioni sociali che sono basate sulla corrispondenza fra lavoro e posizioni assicurative dei lavoratori.

L’effetto reale netto è quello di una riforma previdenziale occulta.

Parimenti, è a rischio la stessa libera e leale concorrenza fra soggetti economici, aziende e lavoratori autonomi. Il rallentamento e l’attenuazione dell’incisività dei controlli lasceranno campo aperto a comportamenti elusivi ed evasivi che troveranno sempre minore contrasto alla loro azione illegale, abbattendo illecitamente i costi e inducendo l’estromissione dal mercato delle aziende corrette e virtuose.

Sono questi i risultati che si stanno realizzando con la demolizione delle funzioni di Vigilanza ispettiva INPS ed INAIL:

  • diminuzione della Sicurezza sui posti di lavoro;
  • riduzione di prestazioni per ANF, maternità, disoccupazione;
  • pesanti ripercussioni sulla retribuzione differita (pensione);
  • aumento di fatto dell’età pensionabile;
  • diminuzione degli importi delle pensioni;
  • aumento della concorrenza sleale a danno delle imprese oneste ed espansione progressiva dell’illegalità.

Ogni anno la Vigilanza INPS/INAIL garantisce a centinaia di migliaia di lavoratori il recupero della contribuzione omessa, elusa, evasa. 

Una Vigilanza che protegge dalle omissioni e garantisce le prestazioni. 

Difendere, mantenere e rafforzare le funzioni di Vigilanza INPS/INAIL è fondamentale per l’equilibrio dei conti previdenziali e per la tenuta dello Stato Sociale.

E’ un interesse di tutti i cittadini, è l’interesse di tutta la Nazione.

“IL PD? UN RIFUGIO PER RICCHI PENITENTI” – IL SOCIOLOGO LUCA RICOLFI PRENDE A SCHIAFFI I DEMOCRATICI CHE ORMAI SERVONO SOLO A ESPIARE IL SENSO DI COLPA DELLE ÉLITE: “COME SI PUO’ PENSARE DI RACCOGLIERE CONSENSI CON IUS SOLI E ANTIFASCISMO NELL’ITALIA DI OGGI? LE MASSE ABBANDONATE SI BUTTANO IN BRACCIO A GRILLO – RENZI? SE SOLO AVESSE FATTO MENO IL BULLO…”

dagospia.com 11 marzo 2018

 

Maurizio Caverzan per la Verità

 

RICOLFIRICOLFI

«È molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana»: previsione di Luca Ricolfi, datata 3 marzo. Sociologo, docente di Analisi dei dati all’ università di Torino, editorialista del Messaggero, osservatore tra i più lucidi delle cose della politica, allergico agli sconti a destra come a sinistra (vedi le sue analisi sul sito della Fondazione David Hume). Ci siamo rivolti a lui per interpretare le più clamorose elezioni anti establishment degli ultimi decenni e tracciare qualche scenario futuro.

 

Per trovare un altro risultato così dirompente bisogna tornare al 1994. Allora iniziò la Seconda repubblica, sta nascendo la Terza?

franceschini bloccato sul trenitalia per ferraraFRANCESCHINI BLOCCATO SUL TRENITALIA PER FERRARA

«No, stiamo tornando alla “Repubblica di mezzo” (fra la Prima e la Seconda), quella che è esistita fra le elezioni politiche del 1992 e le elezioni del 1994, al tempo in cui tutto cominciò a cambiare, grazie al referendum sulla preferenza unica, a Mani pulite, all’ esplosione della Lega, alla nuova legge elettorale (il compianto Mattarellum). Non tutti lo ricordano ma, allora, gli studiosi di comportanti elettorali congetturarono che l’ Italia fosse ormai divisa in tre: la Padania, egemonizzata dalla Lega (Forza Italia non era ancora nata), l’ Etruria, egemonizzata dal Pds, il Mezzogiorno, ancora saldamente in mano alla Dc.

Oggi la carta geopolitica è tornata a essere quella di allora, con i 5 stelle al posto della Dc».

 

Quali sono i fattori di maggior novità del voto del 4 marzo?

matteo renzi spot elettorale pd in biciclettaMATTEO RENZI SPOT ELETTORALE PD IN BICICLETTA

«C’ è molta più chiarezza di prima: il Centronord vuole proseguire sulla via della modernizzazione del Paese, timidamente intrapresa in questi anni, ma lo fa con sensibilità diverse, rappresentate dal centrodestra e dal Pd. Il Sud vuole continuare a sussistere nell’ unico registro che un ceto dirigente irresponsabile è stato in grado di prospettargli: assistenza, assistenza, assistenza».

Concorda con chi sostiene che le urne ci consegnano un’ Italia geograficamente e socialmente bipolare: nel Sud della disoccupazione e della povertà ha vinto il M5s, nel Nord dove si teme per la sicurezza ha vinto la Lega.

«Concordo, ma solo in parte. Oggi il voto del Nord sembra ad alcuni soprattutto antimmigrati, ma a mio parere esprime invece, molto di più, l’ ennesima rivolta antifisco e antiburocrazia».

 

Sarà difficile mantenere le promesse di flat tax e reddito di cittadinanza. È per questo che, sotto sotto, né Lega né M5s smaniano di governare?

«Non so se davvero esitano, a me sembrano piuttosto smaniosi entrambi. Il mancato mantenimento delle promesse penso sia messo in conto da tutti, tanto basterà dire: noi volevamo, ma gli alleati, ma l’ Europa, ma la situazione, eccetera, eccetera».

 

Si è votato in marzo, quando non ci sono sbarchi d’ immigrati. Se si fosse votato in maggio, la Lega avrebbe superato anche il Pd di Matteo Renzi?

renzi pdRENZI PD

«L’ ho sostenuto in un’ intervista a Sky pochi giorni fa. Votare a marzo ha attutito i danni subiti dal Pd, checché ne dica Renzi, che si è lamentato di non aver potuto votare prima: se si fosse votato la primavera scorsa non avrebbe potuto giocare la carta Marco Minniti».

Che però, a sorpresa, è stato sconfitto.

«Il fatto ha stupito anche me, ma forse io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Minniti, che mi pare uno dei pochissimi ministri che sanno di che cosa parlano».

 

Con Lega e M5s è nato anche un nuovo bipolarismo politico che sostituisce quello composto da Forza Italia e Pd, ora residuali?

«No, il sistema per ora è quadripolare e instabile.

Lega e M5s rappresentano solo la dialettica interna alle forze antieuropee. Un vero bipolarismo richiederebbe il compattarsi di due aggregazioni più ampie e robuste: ad esempio centrodestra contro mutanti».

 

Chi sono i mutanti?

«Pd e 5 stelle, Organismi politicamente modificati (Opm) costruiti a partire dal ceppo antico del socialismo e del comunismo».

 

gentiloni e renziGENTILONI E RENZI

Un ceppo che germoglia sempre meno. La sinistra è in declino dovunque in Occidente. La crisi di quella italiana ha fattori specifici più gravi?

«La sinistra non è affatto in declino, semplicemente sta assumendo forme che i media (e pure gli studiosi, devo ammettere) si rifiutano di riconoscere per quello che sono.

Quella che continuiamo a chiamare sinistra è semplicemente la sinistra ufficiale, ovunque amata e votata dai ceti medi riflessivi, istruiti e urbanizzati, e dal mondo della cultura. Ma esiste anche un’ altra sinistra, trasgressiva e populista, prediletta dai giovani e da una parte dei ceti popolari, che si esprime in forme nuove: Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, 5 stelle in Italia, La France insoumise Oltralpe, per citare i casi più importanti. Quel che sta succedendo è che, in molti Paesi, tranne il Regno Unito, la sinistra populista sta diventando più forte di quella ufficiale, riformista, benpensante, assennata e politicamente corretta».

 

Com’ è possibile che non ci si interroghi sul fatto che il Pd tiene nei centri storici e scompare nelle periferie e tra i lavoratori?

gentiloni veltroni renziGENTILONI VELTRONI RENZI

«Me lo sono chiesto anch’ io, e ne è venuto fuori un libro (Sinistra e popolo, Longanesi 2017). Però la vera domanda forse è anche quest’ altra: perché del problema ci accorgiamo solo ora visto che il distacco fra sinistra e popolo è in atto da almeno 40 anni?».

Augusto Del Noce diceva che il partito comunista sarebbe diventato un grande partito radicale di massa.

 

L’ apparentamento con Emma Bonino ne è stata l’ ultima piccola conferma?

«Sì, quello di partito radicale di massa è un concetto che descrive a pennello l’ evoluzione del comunismo dal Pci al Pd renziano. Ne parla anche Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (Imperdonabili, Marsilio 2017). Il Pd è diventato una sorta di macchina per proclamare diritti, e anche un rifugio identitario per i ceti alti e medi, bisognosi di impegno per espiare la colpa di non essere poveri. Una mutazione che l’ alleanza con la Bonino ha reso evidente, per non dire plateale. Ma a questo tipo di evoluzione (o involuzione?) ha contribuito anche una certa dose di stupidità autolesionista, una quasi inspiegabile incapacità di capire il punto di vista della gente comune: come si può pensare, nell’ Italia di oggi, di attirare consensi con l’ antifascismo e lo ius soli?

Se ci fossero pulsioni fasciste e nostalgiche Casa Pound e Forza nuova avrebbero avuto un risultato decente, non i pochi decimali (0,9 e 0,37%) che qualsiasi simbolo buttato sulla scheda può raccogliere».

 

LUCA RICOLFILUCA RICOLFI

Che responsabilità hanno gli intellettuali nel distacco tra la classe dirigente del Pd e la sua area tradizionale di riferimento?

«Negli ultimi 30 anni, intellettuali e mondo della cultura molto si sono preoccupati di veder rappresentati loro stessi e i loro interessi, e pochissimo di convincere il Pd a rappresentare anche i ceti popolari.

Questa è una delle differenze fra Prima e Seconda repubblica: gli intellettuali della Prima pretendevano di conoscere meglio dei dirigenti del Pci quali fossero i veri interessi della classe operaia; a quelli della Seconda è premuto assai di più che gli eredi del Pd rappresentassero il loro mondo incantato. Ci sono riusciti benissimo».

 

Che giudizio dà di Renzi come amministratore, comunicatore e stratega politico?

«Non voglio infierire, l’ ho già criticato a sufficienza in questi anni. Anzi, voglio dire che, se solo avesse fatto meno il bullo e avesse provato ad ascoltare chi lo criticava stando dalla sua parte, oggi ricorderemmo le non poche buone cose che ha fatto, dal jobs act a industria 4.0. Il dramma dell’ Italia è che questo modesto Pd è pur sempre la miglior sinistra disponibile sul mercato, visto quel che offrono 5 stelle e Leu».

 

di maio casalinoDI MAIO CASALINO

Cosa pensa dell’ esperienza di Liberi e uguali? A chi è maggiormente attribuibile la colpa della scissione?

«Un’ operazione politica penosa, nei contenuti e nelle persone. Quello che non capisco è perché abbiano scelto come capo una figura scolorita come quella di Pietro Grasso: chiunque altro, tranne forse il demonizzatissimo Massimo D’ Alema, avrebbe portato a casa più voti. Quanto alla scissione, non so se è stata una colpa, forse è stata un atto di chiarezza».

 

Quanto il successo di M5s e Lega complica il rapporto con l’ Europa?

«Meno di quanto si pensi.

Continuiamo a fare uno sbaglio: pensare che il problema siano le autorità europee. No, il problema sono i mercati, come si è visto nel 2011, quando le autorità europee lodavano Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi, e sono bastati tre mesi di impennata dello spread per capovolgere tutto».

 

Che scenario intravede? Se la sente di fare delle percentuali dei possibili governi?

«No, non me la sento. Molto dipenderà dal Pd, ovvero da quanti Pd vi saranno fra qualche mese. Se ve ne sarà uno solo, non si potrà che tornare al voto. Se ve ne saranno due, vedremo se la spunterà quello assistenzialista, che vuole dare una mano al Sud (e al M5s), o quello sviluppista, che vuole aiutare il Centronord (e quindi il centrodestra)».

 

Quanto un governo a guida Luigi Di Maio con il sostegno del Partito democratico aggraverebbe il bilancio dello Stato?

«Molto, perché anche il Pd è tentato dalla spesa in deficit».

 

Di Maio MattarellaDI MAIO MATTARELLA

Dobbiamo rassegnarci all’ ennesimo governo del presidente?

«Speriamo di no, abbiamo già dato. E poi Sergio Mattarella mi pare più arbitro di Giorgio Napolitano, che era chiaramente un giocatore in campo».

 

Quali sono le prime riforme che suggerirebbe al nuovo governo?

«Sgravi fiscali sui produttori, alimentati da una lotta senza quartiere contro gli evasori totali».

 

Che cosa consiglierebbe a Silvio Berlusconi che si chiede «adesso dove si va»?

«Di decidersi a scovare un successore».

 

Se si rivotasse entro un anno le tendenze del 4 marzo uscirebbero radicalizzate o ridimensionate?

«Dipende: se nel frattempo non succede nulla avremo un Parlamento fotocopia. Ma qualcosa succederà. Basta che non sia un nuovo 2011».

RENZI TERRAZZA PDRENZI TERRAZZA PDRENZI PDRENZI PD