Blocher, Grillo & C…. solo un guscio vuoto

NENAD STOJANOVIĆ, POLITOLOGO UNI LUCERNA caffe.ch 11 marzo 2018

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Che cosa hanno in comune Donald Trump, Christoph Blocher, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo? E Roger Köppel e Steve Bannon? Sono tutti molto ricchi, se non addirittura ricchissimi, alcuni sono miliardari, altri soltanto milionari. Investono nei mass media per usarli e abusarli a scopi politici. E poi? Sono populisti. Parlano “a nome del popolo”. Anzi, a nome di un Popolo con la “p” maiuscola. 
Popolo concepito come monolite, massa omogenea, maggioranza silenziosa. Popolo che va difeso contro le élite economiche e politiche. Come se loro – i Blocher, i Trump, i Bannon – non facessero parte di quella élite.
Steve Bannon, 64 anni, ex direttore del portale di notizie della destra americana “Breitbart News”, è stato descritto come l’artefice della vittoria di Donald Trump, il suo braccio destro e “capo stratega” fino alla defenestrazione avvenuta nell’aprile dell’anno scorso. Lasciato cadere da Trump, Bannon è dapprima tornato a “Breitbart News”, ma anche lì il presidente americano ha usato il suo potere, seppur indirettamente, per costringerlo a ritirarsi. Trovatosi disoccupato – si fa per dire, visto che ha una fortuna stimata fra 20 e 40 milioni di dollari –  Bannon è adesso in giro per l’Europa a dare conferenze, profumatamente pagato. 
La visita di Steve Bannon in Svizzera è un grande coup mediatico e politico del direttore e proprietario della Weltwoche, nonché consigliere nazionale Udc, Roger Köppel. Il suo discorso a Zurigo-Oerlikon, è stato seguito da circa 1500 persone e un’ottantina di giornalisti di tutto il mondo. Ma prima di arrivare a Zurigo Bannon ha fatto tappa in Ticino, a sorpresa, ospitato dall’ex consigliere di Stato ticinese e finanziere Tito Tettamanti. 
Bannon, sembra, intende lanciare un movimento populista globale. Nell’intervista rilasciata a Roberto Antonini della Rsi ha dichiarato che il populismo nazionalista “costituisce uno sviluppo positivo”. Questo perché “la gente”, lottando contro l’establishment, assume sempre di più “il controllo del proprio destino e dei propri valori”. Accusato di essere un estremista di destra, vicino ai movimenti della supremazia bianca, Bannon si difende dicendo che lui promuove semplicemente un “nazionalismo economico” che non bada al colore della pelle. Un esempio di tale nazionalismo – che forse sarebbe più corretto chiamare protezionismo – è la recente decisione di Trump di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio, sostenendo che ciò proteggerà i lavoratori americani. Staremo a vedere. Intanto, un recentissimo studio del Council of Foreign Relations ha già stimato che i nuovi dazi sull’acciaio, del 25%, faranno aumentare i prezzi delle automobili “made in Usa”. Ciò causerà una caduta delle vendite globali del 4% e la perdita di circa 45.000 posti di lavoro. Negli Stati Uniti, non in Cina.
A Zurigo Bannon ha lodato Christoph Blocher dicendo che era un Trump prima di Trump. Vede infatti nel rifiuto del popolo svizzero di aderire allo Spazio economico europeo (See), in cui Blocher ha effettivamente svolto un ruolo cruciale, l’inizio di nientemeno che una “rivoluzione mondiale”. Il 6 dicembre 1992, 1.786.708 cittadine e cittadini svizzeri hanno detto di no allo See. 
Questa cifra corrisponde al 39,3% degli aventi diritto di voto, al 49,9% di quelli che hanno votato e al 50,3% di quelli che hanno votato esprimendo un voto computabile (“sì” o “no”). Lo si precisa giusto affinché si sappia di cosa parliamo quando diciamo che il Popolo ha detto di no. 
Dopo il 1992 la Svizzera si trova nella situazione di dover adattare la propria legislazione a quella dell’Unione europea, ma senza avere una voce in capitolo, per evitare di rimanere tagliata fuori. La “sovranità” di cui parlano i vari Bannon, Blocher, ecc. è solo finzione. Stando fuori dai luoghi in cui si prendono le decisioni, che alla fine volenti o nolenti applichiamo, si ha forse un’illusione di sovranità. In realtà è un involucro vuoto. *Politologo all’Università di Lucerna