Tra gli imprenditori di Vicenza: “Il nostro voto deciso dalle tasse”

NICCOLÒ ZANCAN LASTAMPA.IT 11 MARZO 2018

 

Nelle aziende dopo la crisi un travaso di consensi da Forza Italia: «Scegliamo Salvini per esasperazione, almeno ci salverà dall’Ue»
 

Un operaio in una fabbrica vicentina

 

Il primo voto non si scorda mai. «Il mio fu intorno al 1976 per la Democrazia Cristiana, come facevano in molti a Vicenza nel feudo di Mariano Rumor. Poi venne il periodo del Partito Liberale, cioè il partito degli imprenditori. Avevamo diversi candidati affidabili, ne ricordo uno di cognome Pisoni. Ecco quindi l’era di Silvio Berlusconi, l’uomo di maggior successo in Italia. Per vent’anni l’ho preferito a tutti gli altri, nonostante le olgettine e persino alla luce di quella storia raccapricciante di Ruby nipote di Mubarak. Ma il 4 marzo 2018, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di cambiare». 

 

 

Cosa è accaduto, allora, nel profondo Veneto, qui nel Nordest italiano, da stravolgere abitudini consolidate e riti decennali? Perché la terza provincia italiana per fatturato nell’export, dopo Milano e Torino, la più manifatturiera d’Italia con 83.200 imprese registrate su 865 mila abitanti, ha scelto di votare la Lega di Salvini, della paura e del protezionismo? 

 

Nel distretto industriale di Vicenza, le strade hanno nomi che non si possono fraintendere. Via del Lavoro. Viale dell’Economia. Sono vie squadrate che finiscono nel nulla, capannoni industriali in sequenza all’uscita dell’autostrada. Si mischiano a concessionarie di auto di lusso, logistica, acciaierie, depositi di calcestruzzo dove le betoniere si fermano per fare rifornimento e ripartono sollevando nuvole di polvere. Il centro del distretto è il padiglione espositivo della fiera di Vicenza di cui esistono manifesti datati 1854. «Per prevedere al collocamento dei commercianti che volessero accorrervi, si costruiranno lungo il viale di Campo Marzio le solite botteghe, ponendo ogni cura perché riuniscano comodità e sicurezza», scriveva il podestà. Vicenza dei tessuti. Delle meccanica. L’industria alimentare. La concia. 

 

Il settore orafo. Mobili e legno. Vicenza dei trattori e dei crocefissi appesi all’ingresso degli stabilimenti, dove molte ditte portano i nomi di famiglia e hanno storie che si tramandano da generazioni. Ecco dove incontriamo Giuseppe Cavinato, presidente dell’omonima impresa specializzata in pavimentazioni e resine per industrie e privati, una ditta ereditata dal padre. È lui ad essere passato dalla Dc alla Lega nel corso dell’esistenza, pur restando sempre al suo posto, qui nel distretto industriale. «Quello che voi non avete capito è che la crisi non è mai finita» dice con amarezza, seduto sul vecchio divano all’ingresso dello stabilimento. «Lo sentite?». «Cosa?». «Questo silenzio tremendo. Il rumore dei tasti schiacciati dalla segretaria, nitidi, uno dopo l’altro. Una volta il telefono squillava in continuazione, erano ordini. C’era trambusto. Là davanti, nell’azienda di fronte, era sempre pieno di camion che venivano a ritirare la merce. Adesso ce n’è uno soltanto. Stiamo facendo fatica. Molti hanno chiuso. Qualcuno si è suicidato. L’edilizia è ancora ferma. Se siamo vivi, è un miracolo». 

E in questo contesto che la Lega è arrivata al 35,21% dei voti, con Forza Italia ferma al 9,52%, mentre il secondo partito è il Movimento 5 stelle al 23,42%. Significa che il cosiddetto voto di protesta è quasi al 60%. 

 

«La Lega è l’ultima carta», dice Giuseppe Cavinato. «È il meno peggio. Almeno Salvini è giovane. Non ha fatto lui il disastro delle banche popolari. Ha promesso la flat tax. Soprattutto, sforerà il limite del 3% imposto dall’Unione Europea. Non c’è alternativa. Darà nuovi soldi alle banche, che faranno fidi a tasso zero agli imprenditori. Così si rimetterà in moto il sistema. Berlusconi ormai ha fatto il suo tempo». 

 

Il traino delle tasse  

Prima di arrivare qui eravamo andati a Schio, 25 chilometri in direzione nord, dove ogni piccolo stabilimento ha una villetta attigua e la vita finisce per identificarsi su un’unica scena. Schio era il posto che votava più a sinistra di tutto il Veneto, perché era il voto degli operai della Lanerossi. Adesso la Lega è al 29,13%, Forza Italia al 7,17%, il Pd al 20,83%. Entrando in questa costellazione infinita di piccole imprese, le risposte si assomigliavano tutte. «Berlusconi è vecchio». «Non ci fidiamo più». «Lo abbiamo fatto per la tasse». «Salvini tutelerà gli italiani, non l’Europa». «Voto Lega per esasperazione, perché questo Stato si mangia tutta la nostra fatica». Per sentire qualcosa che riguardasse i migranti, il grande tema della campagna elettorale, bisognava fare domande specifiche. Perché tutti parlavano, invece, sempre di lavoro.  

 

«Chiedono meno tasse» dice Cristiano Dell’Omo, commercialista delle imprese a Schio. «Una volta Berlusconi era visto come un esempio. Uno con i soldi. Uno in grado di mantenere la moglie a cifre stratosferiche. Come politico aveva fatto lo scudo fiscale, un’operazione molto apprezzata da queste parti. Ma ora i piccoli e medi imprenditori guardano a Salvini per la flat tax. Per molti è l’ultima speranza. Si sono salvati solo quelli con un mercato fuori dall’Italia. Tutti gli altri stanno soffrendo maledettamente da anni, hanno bisogno di ossigeno. Anche io l’ho votato per questo». 

 

Ma come, e i migranti? La sicurezza? «Anche quelli sono argomenti importanti» dice adesso Giuseppe Cavinato sul vecchio divano all’ingresso dell’azienda. «Ho votato Lega perché voglio certezza della pena per i delinquenti. Chiediamo più carceri. Qui abbiamo avuto il caso del benzinaio Graziano Stacchio, che aveva sparato contro un rapinatore uccidendolo. E per fortuna, alla fine, le accuse contro di lui sono tutte cadute: era legittima difesa». 

 

Il nemico Ue  

Squilla il telefono. Forse è un ordine. «Eravamo trenta in azienda. Ma ho dovuto tagliare drasticamente e lasciare a casa persone che lavoravano con noi da una vita. Siamo rimasti in otto. Avevamo un negozio in centro, abbiamo dovuto chiuderlo. Ho pensato tante volte di arrendermi, ma non voglio farlo perché lo devo a mio padre. Quando le banche popolari sono fallite, noi che avevamo azioni lì dentro a garanzia dei fidi, siamo finiti con l’acqua alla gola. Ci hanno chiesto di rientrare subito. Abbiamo dovuto restituire un milione e mezzo in un anno e tre mesi, e per una realtà piccola come la nostra è stata un’impresa enorme. Ecco: essere ancora qui. Questa è la nostra storia. Aver resistito. Ma se non verranno abbattuti i limiti imposti dell’Unione Europea dovremo arrenderci. Queste sono le ragioni del mio primo voto a destra». 

 

Il signor Cavinato, presidente dell’omonima impresa, è così convinto da non concedersi dubbi nemmeno sul protezionismo di Salvini, sui dazi di Trump, sull’idea di un mondo che potrebbe restringersi. «Non ci credo, mi sembra una sparata. Tutta la zona di Bassano del Grappa fino a Treviso è piena di commercianti che portano le loro scarpe in Cina e fanno affari laggiù. Se mettono i dazi, viene giù tutto».