VIAGGIO A BRUXELLES: LE DIVERSE COMUNICAZIONI DI SALVINI E DI MAIO

 scenarieconomici.it 13 marzo 2018

Primo viaggio a Bruxelles per i 2 vincitori delle scorse elezioni. Prima conferenza stampa, vediamo di porre in evidenza le piccolissime ed impercettibili differenze fra le due.

Partiamo con DI MAIO:

“Abbiamo fatto una campagna promettendo che non avremmo lasciato l’Italia nel caos, che non saremmo usciti dall’euro e basata sul dialogo. Sempre più gente si convince che M5S sia l’unica possibilità per uscire dal baratro dei partiti: per questo credo che siamo destinati a crescere. Sto facendo tutto il possibile, perché questa legislatura sia quella del cambiamento, se vogliamo parlare di cambiamento, prima di tutto vengono temi come la lotta alla disoccupazione, alla povertà, l’abbassamento delle tasse”.”

Mi sa che, GRAZIE AI PENTAGRULLI, con un Di Maio in versione Zipras…:

CI TENIAMO L’€!

E non è che ci sia tanta differenza con quanto poi ribadisce Salvini:

Ai giornalisti mainstream ivi presenti, non contenti delle elezioni e degli applausi, dice:

“Se non vi sono piaciute le elezioni e non vi piacciono gli applausi potete anche andarvene”

Ossia anche lui ci pare intenda proseguire ESATTAMENTE come prima con il massimo servilismo verso Bruxelles:

Non è vero?

😎😎😎😎😎

Ad maiora!

Elezioni, Btp: la calma prima della tempesta?

13 marzo 2018, di Mariangela Tessa wallstreetitalia.com

Nello stesso momento in cui le condizioni economiche favorevoli, in Europa così come negli Stati Uniti, potrebbero venire meno, l’Italia rischia un innalzamento delle tensioni sui mercati. Mentre gli ultimi dati sul PIL di Giappone, Eurozona e Stati Uniti suggeriscono che la crescita sta rallentando quest’anno dopo aver toccato probabilmente il suo apice a metà 2017, la terza economia dell’area euro deve fare i conti con la consueta incertezza politica.

I mercati ormai vi sono abituati, ma una volta che la Bce abbandonerà i suoi piani di stimolo monetario straordinari, i tassi di interesse dei titoli di Stato e lo spread con la Germania potrebbero tornare a salire. Come evidenzia Filippo Diodovich, market strategist di IG, anche se i mercati non hanno reagito minimamente al risultato elettorale, questo non vuol dire che tutti i timori siano svaniti, tutt’altro. “Le paure non si sono dissolte“, secondo l’analista.

“Scampato pericolo? Pur essendosi realizzato uno degli scenari che i mercati finanziari più temevano, le quotazioni di borsa e lo spread di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi hanno avuto solo una breve e limitata reazione negativa. Secondo alcuni, la politica può dunque procedere con calma, senza preoccuparsi eccessivamente. A nostro avviso si tratta di una conclusione sbagliata”. Così Lorenzo Codogno, economista LSE, in un articolo pubblicato oggi sul Sole 24 Ore in cui spiega che:

“Al momento, i mercati finanziari sembrano come anestetizzati dall’enorme flusso di liquidità immesso dalla Bce e temono che nel breve periodo la banca centrale possa operare direttamente sul mercato per contrastare eventuali vendite. Ciò non toglie che la condizione di fondo dell’Italia è di estrema fragilità, malgrado le riforme fatte in questi anni e il ritorno alla crescita”.

Sul tema della crescita basta guardare all’indice delle sorprese economiche a cura di Citigroup (vedi grafico sotto riportato) per rendersi conto che in area euro una crescita sostenibile non è realizzabile senza una serie di riforme strutturali significative. Riforme che potrebbero tardare ad arrivare se l’Italia continuerà a non avere un governo, compromettendo la fiducia di mercati ed investitori nel paese.

Come spiega Codogno

“Se il nuovo governo decidesse di sperperare l’attuale piccolo avanzo primario, l’Italia si ritroverebbe in una situazione analoga a quella del 1992 per quanto riguarda i flussi, ma con uno stock di debito più elevato, una crescita della produttività più debole e un sistema finanziario probabilmente più fragile (…)La credibilità dell’Italia si basa su un’azione politica responsabile, capace di prestare un’attenzione costante all’equilibrio di bilancio e, al tempo stesso, di attuare riforme per la crescita” dice l’economista specificando che:  “Stando ai proclami elettorali, oggi questa condizione non sembra più essere presente. Il che potrebbe portare a un cambio di giudizio circa la sostenibilità del debito da parte dei mercati finanziari”

Nel frattempo, come mette in evidenza Vito Lops, giornalista del Sole 24 Ore, a partire dal 30 settembre, data presunta a partire dalla quale la Banca centrale europea interromperà con ogni probabilità gli acquisti di titoli di Stato dell’Eurozona, italiani compresi (attualmente ne detiene 363 miliardi, ovvero il 16% del debito pubblico) “non è poi così lontano ed è una data importante per tutti gli investitori, comprese le famiglie italiane”.

In caso di nuova crisi del debito sovrano italiano, anche se prevedibilmente minore a quella del 2011-2012, queste sono le banche italiane ed europee che sarebbero a maggior rischio per via della loro esposizione ai Btp: Dexia e UniCredit. Le banche italiane a gennaio 2018 avevano un’esposizione nei confronti del debito governativo italiano pari a 626,8 miliardi di euro, secondo quanto riferito in un report da Eric Dor, direttore degli Studi Economici alla Scuola di Management francese IESEG.

Ecco allora che si complicano ulteriormente le cose:

“L’altra faccia del debito pubblico elevato dell’Italia è l’elevato credito privato (il debito di qualcuno, in questo caso lo Stato, è sempre il credito di qualcun altro, in questo caso famiglie, banche, assicurazioni, ecc.). Se parliamo di famiglie questo credito privato è piuttosto elevato. Stando alle ultime tabelle statistiche di Bankitalia (relative al terzo trimestre del 2017) le famiglie italiane hanno in pancia 120,5 miliardi di titoli di Stato a medio lungo termine (BTp in sostanza) a cui sommare 1,6 miliardi di titoli di Stato a tasso variabile (CcT). Questi 122,1 miliardi (erano 121,7 a inizio 2017 ) rappresentano il 5,5% dell’attuale ammontare del debito pubblico (2.256 miliardi) oppure il 6,3% del controvalore dei titoli di Stato in circolazione (1.927 miliardi).

La Bce non abbandonerà sul mercato i titoli fin qui acquistati. Tuttavia è evidente che offrirà un bel taglio in termini di nuovi acquisti. Si tratta di una prima mossa verso la strada delle politica restrittiva.

E L’Eurozona (e quindi la Bce) non sembra avere al momento la forza degli Stati Uniti (e quindi della ) che stanno facendo sul serio nel percorso di uscita dalle politiche espansive. (…) Se invece la Bce portasse domani, per ipotesi, il costo del denaro da 0 all’1,5% (come gli Usa) l’Eurozona potrebbe reggere meno bene l’onda d’urto di questa stretta.

Per Lops “se per la stessa ipotesi i tassi dei BTp salissero di 150 punti base per i possessori (che non intendano portarli a scadenza) ci sarebbe una perdita shock (…) Un eventuale aumento dei tassi di 100 punti base farebbe evaporare quanto in genere si guadagna in circa cinque anni”.

“Buffett potrà entrare nel cda di Cattolica”

http://www.repubblica.it/ 12 marzo 2018

<p>Adriano Bonafede Verona «V edremo cosa vorrà fare Warren Buffett quando avremo cambiato alcune norme di governance, se rimanere azionista o diventare socio e chiedere di entrare nel cda. Oggi la sua società, Berkshire Hathaway, è soprattutto interessata al business e al flusso di dividendi, oltre a essere uno dei nostri più importanti riassicuratori». Alberto Minali ci riceve in maniche di camicia nella sua sala delle riunioni nella sede centrale di Verona di Cattolica Assicurazioni. Il suo progetto è ambizioso: cambiare in soli tre anni – la durata del piano industriale appena approvato – la cifra di questa compagnia fino ad oggi legata soprattutto all’Rc auto e alle polizze per gli agricoltori. Perché Minali, che fu nominato da Mario Greco cfo di Generali e di cui successivamente si parlò quale possibile ceo a Trieste, ha accettato di guidare Cattolica?. «Ho accettato perché per me Cattolica è una sfida imprenditoriale. non solo manageriale » Vi accingete a modificare le norme sulla governance anche per consentire agli investitori istituzionali di avere una rappresentanza nel consiglio? «Nell’assemblea del prossimo aprile proporremo dei cambiamenti. L’assetto cooperativo non è in discussione ma vogliamo adeguare la governance ai migliori standard internazionali. Introdurremo la possibilità per gli investitori istituzionali, oltre una certa soglia, di avere una rappresentanza in cda.

 

Inoltre, passeremo alla governance monistica, e ridurremo il numero dei consiglieri dagli attuali 23». A quanti? «Lo stabiliremo nelle prossime riunioni del cda». Quale sarà la soglia? «Ladecisione non è stata ancora presa» Buffet ci rientrerà? «Dipenderà dalla soglia individuata e sarà una sua decisione». Se lei pensa a come sarà Cattolica fra 5-6 anni come la vede? «La Cattolica che ho in mente non è più quella di oggi, tradizionale, prudente, statica. Vorrei che in pochi anni diventasse reattiva, moderna, innovativa, riconoscibile per la specializzazione in alcune linee nuove del ramo danni». Quali? «Parliamo dell’innovativo progetto Specialty Lines. Oggi alcuni rischi generati dall’attività economica in Italia non vengono assicurati qui ma vengono “impacchettati” da broker che li trasferiscono ai Lloyd’s di Londra. Ecco, noi aspiriamo a fare questo, presentandoci come una compagnia innovativa formata da un pool di esperti. Ad esempio, il mercato del trasporto delle opere d’arte in Italia è molto importante, ma oggi non c’è nessun player italiano a offrire coperture. Operano solo le americane, Chubb e XL. Possiamo farlo anche noi. E penso all’offerta nell’agroalimentare, business in cui siamo già leader. Siamo i primi e gli unici a offrire le polizze index che assicurano la perdita di raccolto o la minore qualità o quantità dello stesso, quindi l’oggetto dell’attività d’impresa, non solo l’asset». E poi? «A maggio avremo una nuova polizza Rc auto telematica, con cui potremo servire meglio i nostri clienti. Ma le novità riguarderanno anche altri segmenti». Nuovi segmenti nel danni anche per evitare l’eccessiva concentrazione che c’è stata finora sull’Rc auto? «Sì certo. L’Rc auto pesa troppo sui premi del gruppo, anche se – grazie al buon lavoro fatto nel passato – è profittevole. Ma possiamo allargare il business, per esempio ad alcune coperture dedicate alle Pmi. Non possiamo far concorrenza ai big internazionali sui rischi corporate, ma possiamo specializzarci in queste coperture. E soprattutto possiamo far entrare il cliente nell’ecosistema Cattolica, erogando un buon servizio e non semplicemente uno sconto di prezzo». Voi volete occupare un terreno diverso nel danni con polizze innovative. Ma non è che questo è diventato una sorte di terra promessa per tutti? Guardi Intesa, che vuole diventare la prima compagnia danni entro 5-6 anni. «Ha ragione, ma credo ci sia spazio per tutti. L’Italia è a un terzo del volume delle polizze danni vendute in Francia o in Germania. Il lavoro del danni è molto complesso e quando sento dire che le banche vogliono entrare in questo settore spero che non sottovalutino le difficoltà. Noi puntiamo a essere percepiti come una compagnia innovativa che si muove in settori non standard». Volete crescere anche nel vita: il vostro piano parla di un raddoppio delle polizzedi ramoIII, che hanno come sottostante dei fondi d’investimento. «Il grosso della spinta produttiva nel ramo vita è legato alla jv con Bpm. Avremo un aumento delle riserve di circa 9 miliardi. A queste si aggiungerà la nuova produzione: altri 3 miliardi nel vita e 140 milioni nel business danni (20 rc auto, il resto non auto) ogni anno. Punteremo soprattutto sulle polizze di Ramo III, vendute come prodotti autonomi unit liked o ibridi con prodotti di ramo I». Lei parla di accrescere il peso del ramo danni, poi – con la jv con Banco Bpm–ha certamenteaumentato la produzione vita. Ci vuole spiegare meglio la sua “rivoluzione” in Cattolica? «Ci sono varie forme di ribilanciamento all’interno del piano. Il primo è quello tra vita e danni. Ora la società è molto spostata sull’Rc auto, quindi punteremo sui rami danni più innovativi e sul business non auto. Nel vita è predominante la spinta produttiva sul ramo I, mentre vogliamo puntare sul ramo III. Poi puntiamo a una diversificazione dei canali distributivi, con le nostre 1500 agenzie e la rete bancaria (Ubi e Icrrea, a cui si aggiunge Banco Bpm). Faremo infine un’ulteriore diversificazione verso il mondo dei broker, tradizionalmente poco frequentato da Cattolica». Ii big mondiali del settore hanno una forte componente di risparmio gestito. Nelvostro piano nonc’è. Perché? «È vero, non c’è nel piano un accenno al risparmio gestito. Ora la nostra priorità è ridisegnare il business di Cattolica. Non abbiamo intenzione di affrontare il tema, se non indirettamente attraverso le nostre polizze di ramo III che altro non sono che dei fondi d’investimento con l’involucro assicurativo. Tuttavia tengo a precisare che non ambiamo a diventare asset manager, ovvero gestori di risparmio, non è la storia di Cattolica. Semmai vogliamo diventare asset gatherer, raccoglitori di risparmio dei nostri 3 milioni e 600 mila clienti». La spaventa il dopo elezioni? «Il terremoto in Italia c’è stato ma spero in una soluzione costruttiva. Sarebbe stato peggio se la Spd non avesse approvato il governo con la Merkel. Ora il mercato sta a guardare, salvo un piccolo aumento degli spread». Che vi fa piacere perché avete molte polizze di ramo I legate ai tassi d’interesse? «Sì, va bene per noi se si alzano un po’ gli spread. Però senza cataclismi». Cattolica aveva anche un problema di ricambio manageriale. Lei ha fatto molti nuovi innesti. Ora è tutto a posto? «Sì, grazie anche al fatto che siamo diventati una compagnia attrattiva sul mercato. Abbiamo costruito un team di professionisti competenti che vengono da primarie società o da un percorso di promozione interna». Guardiamo alla big picture assicurativa. Arriveranno prima o poi le fusioni transfrontaliere? «Si potranno fare ma non ci riguarderanno. Vedo comunque che il business assicurativo resta in gran parte nazionale. E credo che in Italia ci possa essere una progressiva concentrazione». Perché? «Perché la pressione regolatoria, tra normativa Idd (una sorta di Mifid 2 assicurativa, Ndr), normativa privacy e principi contabili IFRS9 (classificazione degli investimenti) e IFRS17 (classificazione dei contratti assicurativi) è enorme e richiede solidità finanziaria. Quindi molte fra le compagnie più piccole potrebbero soffrirne». Voi siete interessati? «Ci candidiamo a svolgere un ruolo di consolidatori del settore, ma in futuro». </p>

Insurtech, MetLife lancia una piattaforma e una call per innovare le assicurazioni

http://www.ninjamarketing.it/ 13 marzo 2018

La piattaforma è dedicata allo sviluppo di soluzioni da inserire nella catena del valore dei servizi assicurativi

MetLife ha lanciato oggi l’iniziativa chiamata “collab 3.0 EMEA”, una piattaforma globale dedicata all’innovazione che invita imprenditori ed esperti di insurtech a dare scala più ampia al proprio business con MetLife, affrontando alcune delle principali sfide nell’ambito dell’innovazione in Europa, in Medio Oriente e in Africa.

MetLife chiama le startup del settore insurtech a competere per aggiudicarsi un contratto del valore di 100.000 dollari per lo sviluppo di soluzioni da inserire nella catena del valore dei servizi assicurativi, in particolare in area operation, vendite, customer engagement e per lanciare progetti pilota con le varie filiali di MetLife nella regione EMEA. Creato da LumenLab, il polo asiatico di innovazione del gruppo MetLife, il progetto “collab 3.0 EMEA” segue due precedenti esperienze di successo lanciate a Singapore (2016) e in Giappone (2017) che hanno raccolto 350 candidature di progetti dalle insurtech di oltre 35 paesi.

 

Trasformare l’industria assicurativa

“Prendiamo molto seriamente il compito di trasformare l’industria assicurativa e il modo con cui ci relazioniamo con i clienti, ma sappiamo di non poterlo fare da soli. Non si può innovare più rapidamente del mercato. Stiamo costruendo un solido ecosistema per il futuro, ingaggiando le insurtech attraverso programmi come collab” ha dichiarato Zia Zaman, CEO di LumenLab e
Chief Innovation Officer di MetLife Asia. Verranno selezionate, attraverso un rigoroso processo di selezione, 8 insurtech finaliste da affiancare ad altrettanti dipendenti di MetLife scelti per aiutarle a sviluppare le loro soluzioni. Fino a oggi, MetLife ha stipulato contratti per oltre mezzo milione di dollari attraverso la piattaforma collab in Asia. Questi contratti sono finalizzati allo sviluppo di soluzioni pratiche per accrescere il valore della customer experience e del business di MetLife.

Il talento che viene dall’esterno

“MetLife continua a essere in prima linea nell’innovazione e collab 3.0 EMEA rappresenta un’iniziativa esemplare in questo senso. Stiamo mettendo a confronto le sfide del nostro business che interessano la nostra organizzazione globale con le idee provenienti dall’esterno, al fine di costruire le migliori soluzioni per il nostro business e i nostri clienti. Sarà cruciale il supporto che i nostri dipendenti daranno ai finalisti nella fase di sviluppo” ha dichiaratoMichel Khalaf, Presidente delle regioni EMEA e Stati Uniti per MetLife.

Il collab Summit EMEA a Londra

I finalisti verranno invitati a partecipare al collab Summit EMEA e Demo Day a Londra, che si terrà l’11 e il 12 Luglio 2018, per presentare le proprie soluzioni. Durante il summit verrà anche annunciato il vincitore. La raccolta delle candidature apre oggi, attraverso il sito web di collab, e si chiuderà il 20 aprile 2018. Per saperne di più o per partecipare al progetto collab 3.0 EMEA è disponibile il sito collab.lumenlab.sg

 

Poste Italiane assume diecimila dipendenti

Davide Falcioni fanpage.it 13 marzo 2018

 

Dal 2018 al 2022 Poste Italiane si appresta ad assumere 10mila persone a seguito del pensionamento di circa 15mila dipendenti.

Poste Italiane assume: nelle settimane scorse è stato annunciato un nuovo piano assunzioni da parte della società di logistica per il quinquennio 2018 – 2022, che prevede di incrementare il proprio personale con 10mila persone. Ciò, tuttavia, avverrà dopo la fuoriuscita di circa 15mila lavoratori in prevalenza per pensionamento con una riduzione media annua di 3mila unità. Nel 2022, i dipendenti effettivi saranno 123mila. Matteo Del Fante, amministratore delegato di PI,  ha detto che Poste sta continuando a crescere e che prevede di raggiungere un utile di 1,2 miliardi di euro da qui ai prossimi cinque anni, con un tasso di crescita medio annuo del 13%. Inoltre, Del Fante ha spiegato che Poste vuole potenziare i suoi servizi finanziari e sfruttare la crescita dell’e-commerce. Stando a quanto annunciato 5mila lavoratori verranno assunti in qualità di esperti in materia finanziaria e assicurativa.

 

Nel frattempo il piano industriale di Poste Italiane prevede la riduzione del personale (con 100 milioni di euro destinati a incentivi di pre-pensionamento) con lo scopo di portare dal 53% del 2017 al 49% il rapporto tra costi ordinari del personale e ricavi. Ccome anticipato, infatti, la società prevede una riduzione media annua di circa 3mila unità, con una ridistribuzione e contestuale formazione del personale attivo: 4.500 lavoratori verranno indirizzati a mansioni commerciali per l’espletamento delle quali sono previste 20 milioni di ore di formazione. Lo scopo di Poste Italiane, dunque, è quello di dotare i proprio dipendenti delle competenze, degli strumenti e degli incentivi necessari per terminare il processo di trasformazione voluto dall’azienda. La scelta di puntare su sistemi sempre più tecnologici ed evoluti, infatti, richiede necessariamente la presenza di personale qualificato, giovane e dinamico.

 

 

Quel che dovremmo imparare dal reddito di cittadinanza finlandese

Nicola Di TuriNicola Di Turi, forbesitalia.com 13 marzo 2018
After the rain - Dublin, Ireland - Color street photographyLe schermaglie politiche sulle coperture finanziarie e i cittadini in coda davanti ai patronati. Nell’attesa dell’avvio delle consultazioni e dell’assegnazione dell’incarico di governo, il reddito di cittadinanzaper il sostegno a disoccupati e sotto-occupati è tornato ad animare il dibattito pubblico. Pur lasciando presupporre anche altre impostazioni, il reddito di cittadinanza proposto dai Cinque Stelle andrebbe verosimilmente a sostituire l’indennità di disoccupazione.

Sarebbe pari a 780 euro al mese e ne avrebbe diritto chiunque non riuscisse a guadagnare di più. Si tratterebbe in ogni caso di un sussidio a termine e subordinato all’accettazione di uno dei tre posti di lavoro che i centri per l’impiego sarebbero tenuti a trovare e offrire a ciascun disoccupato, in un arco temporale ben definito. Il costo? Secondo diverse stime la forchetta andrebbe dai 15 ai 30 miliardi l’anno, a carico della collettività.

L’idea del movimento guidato da Luigi Di Maio riflette in ogni caso lo spirito con cui Paesi come la Finlandia hanno già intrapreso la strada per assicurare un reddito a chiunque non lavori. L’esperimento finlandese riguarda una cerchia ristretta di cittadini e ricalca ancor più in profondità la letteratura di genere, che non subordina l’assegnazione del sussidio all’accesso ad un percorso di reinserimento nel mercato del lavoro.

 

In Finlandia dallo scorso gennaio 2017 ci sono 2mila disoccupati che ricevono 560 euro al mese. L’esperimento durerà due anni, concludendosi a dicembre 2018. E in questo periodo i finlandesi continuano a ricevere il sussidio anche qualora trovino un’occupazione. La scommessa infatti è che il reddito di cittadinanza riesca a incentivare la ricerca di un impiego e che quindi l’erogazione non vada interrotta in ragione della percezione di un reddito da lavoro. Il sussidio di disoccupazione, invece, cessando di essere erogato in presenza di un reddito da lavoro, finirebbe per disincentivare la ricerca di un impiego.

Meglio un uovo oggi o una gallina domani? I bilanci sulle diverse tipologie di sussidio di disoccupazione suggerirebbero che il disoccupato sarebbe indotto infatti a preferire il sostegno dello Stato, anziché rischiare di perderlo accettando un’offerta di lavoro. Se invece il cosiddetto reddito di cittadinanza fosse assicurato dallo Stato a prescindere dall’obbligo di un reinserimento nel mercato del lavoro, il disoccupato sarebbe comunque indotto a cercare un’occupazione per guadagnare di più.

È del resto l’esperienza vissuta da diversi finlandesi coinvolti nell’esperimento, che sarebbero tornati in condizione di accettare anche un’offerta di lavoro part-time, potendo contare contemporaneamente sull’integrazione al reddito garantita dallo Stato. Il rischio? Di fatto, se davvero il provvedimento fosse esteso su scala nazionale, o anche ristretto alla cerchia dei disoccupati, il reddito di cittadinanza si tramuterebbe in un incentivo dello Stato a ribassare gli stipendi medi. Dopo aver rivelato di ricevere il reddito di cittadinanza dallo Stato, infatti, i percettori finlandesi avrebbero ricevuto un’offerta economica ribassata rispetto al primo colloquio sostenuto, in ragione dell’integrazione dello Stato al loro reddito.

È anche per questa ragione che in Finlandia si è diffusa una reticenza di fondo tra i percettori del reddito di cittadinanza. Non ne parlano, perché sostanzialmente non vogliono che i datori di lavoro ne vengano a conoscenza e possano pensare di rivedere al ribasso l’offerta economica loro rivolta. Ad ogni modo ad emergere dall’esperienza finlandese è anche l’idea di fondo del governo di centrodestra che ha varato l’esperimento. Lo Stato punta a ripagarsi il provvedimento grazie alle nuove entrate fiscali e previdenziali generate dagli ex disoccupati, che spinti a cercare comunque un’occupazione in virtù dell’esiguità della somma ricevuta, tornerebbero a generare reddito per loro stessi e nuove entrate fiscali e previdenziali per lo Stato.

La scommessa, infatti, è quella di incentivare il disoccupato a cercare lavoro, garantendogli un reddito minimo che lo metta al riparo dalla povertà e dal lavoro nero. Un reddito garantito che tuttavia non sia sufficiente a sostenere il costo della vita in un determinato Paese e che quindi lo spinga a cercare un’occupazione. Migliorando peraltro l’incrocio tra domanda e offerta di lavori a tempo determinato, o part-time, che oggi il disoccupato finirebbe per scartare poiché poco remunerativi e invalidanti al fine di continuare a ricevere il sussidio di disoccupazione. Una vera e propria scommessa sul mercato del lavoro del futuro, in cui la “disoccupazione tecnologica” non sarebbe che un’altra scintilla in grado di accendere il dibattito sulla sostenibilità del reddito di cittadinanza.

I signori della finanza nella classifica Forbes Billionaires

Daniel SettembreDaniel Settembre forbesitalia.com 13 marzo 2018

Doris

C’è anche un italiano, Ennio Doris (3 miliardi), 17° uomo più ricco d’Italia e presidente di Mediolanum, nell’elenco dei miliardari del settore finanziario inseriti nella più estesa classifica Forbes Billionaires. Un comparto che – contando solo le prime dieci posizioni – mette insieme patrimoni per 245,1 miliardi di dollari.

Al primo posto c’è colui che è considerato il miglior investitore di tutti i tempi, Warren Buffett, con una fortuna di 84 miliardi di dollari. Gestisce la sua compagnia Berkshire Hathaway, che ha partecipazioni in oltre 60 società, tra cui l’assicuratore Geico, il produttore di batterie Duracell e la catena di ristoranti Dairy Queen. È anche un grande filantropo: si è impegnato a donare più del 99% della sua ricchezza in beneficienza (finora ha donato quasi 32 miliardi di dollari).

In seconda posizione il brasiliano Joseph Safra, banchiere, di famiglia ebreo-siriana ma nato a Beirut, con una fortuna di 23,5 miliardi di dollari. È il secondo uomo più ricco del Brasile ed è l’ultimo sopravvissuto di un trio di fratelli che fondarono la banca che porta il loro nome: Banco Safra, l’ottava banca più grande del Paese. Possiede anche il 50% del produttore di banane Chiquita Brands International. Sul gradino più basso del podio, infine, l’amministratore delegato di Interactive Brokers, Thomas Peterffy, con un patrimonio di 20,3 miliardi.

Investor Carl Icahn sees Xerox CEO Jeff Jacobson as resistant to change.

KARSTEN MORAN/NEW YORK TIMES
Investor Carl Icahn sees Xerox CEO Jeff Jacobson as resistant to change.
Segue il matematico James Simons (20 miliardi), che ha fondato nel 1982 l’hedge fund Simons Renaissance Technologies Corporation, che gestisce quasi 50 miliardi di dollari; e poi Ray Dalio (17,7 miliardi), fondatore della più grande società di hedge fund al mondo, Bridgewater Associates, che gestisce 160 miliardi di dollari, balzata agli onori della cronaca ultimamente per le sue posizioni ribassiste sul mercato azionario italiano ed europeo. R. Budi Hartono, imprenditore indonesiano del tabacco e che detiene anche il 25% circa della Bank Central Asia, si posiziona al sesto posto con 17,4 miliardi di dollari.
Nella top ten anche Carl Icahn (16,8 miliardi), uno degli investitori di maggior successo di Wall Street. Icahn sta però vivendo un brutto periodo dopo che il suo fondo d’investimento, Icahn Capital Management, ha registrato perdite per tre anni consecutivi. L’unica donna tra le prime dieci posizioni è invece Abigail Johnson (15,9 miliardi), presidente e ceo del colosso americano Fidelity Investiments, società fondata dal nonno Edward Johnson II nel 1946 e che oggi gestisce asset per circa 2,3 trilioni di dollari. Chiudono la classifica Petr Kellner (15,5 miliardi), l’uomo più ricco della Repubblica Ceca, proprietario della quota di maggioranza della holding finanziaria PPF Group NV, e Steve Cohen (14 miliardi), hedge fund manager e fondatore di Point72 Asset Management, family office americano che gestisce 11 miliardi di dollari. Per anni Cohen ha gestito SAC Capital, uno degli hedge fund di maggior successo di sempre, che è stato costretto a chiudere dopo che la società si è dichiarata colpevole delle accuse di insider trading che costarono a Cohen ben 1,8 miliardi di dollari di sanzioni.
george sorosGeorge Soros.Win McNamee/Getty Images
Tra i volti noti del mondo della finanza fuori dalla top ten, l’hedge fund manager Charles Schwab (9,4 miliardi), presidente e fondatore dell’omonima società di brokeraggio che ha quasi 3mila miliardi di asset in gestione. In 26° posizione un altro famoso hedge fund manager, George Soros (8 miliardi di dollari), proprietario del Soros Fund Management, 26 miliardi di dollari di asset. In 28° posizione Vincent Bollorè (7,4 miliardi), presidente di Vivendi che recentemente ha aumentato la propria partecipazione in Mediaset.

Iginio Massari apre a Milano in una filiale Intesa Sanpaolo

CORRIEREDIVITERBO.CORR.IT 13 MARZO 2018

VIDEO

La nuova pasticceria in pieno centro, in piazza Diaz

Milano (askanews) – Dopo quasi 50 anni di attività nella sua pasticceria di Brescia, Iginio Massari approda a Milano. E lo fa nella centralissima filiale di Intesa Sanpaolo, in piazza Diaz, a pochi passi dal Duomo. Una location inusuale, dove il locale e la filiale avranno due ingressi indipendenti, ma saranno comunque collegati internamente, permettendo, per la prima volta all’alta pasticceria di entrare in banca. Andrea Lecce, responsabile marketing della Banca dei territori di Intesa Sanpaolo, ci spiega come è nata questa iniziativa:

“Nasce prima di tutto da una frase che il maestro Iginio Massari ha detto: la pasticceria fa parte del mondo dei sogni e il nostro claim è ‘Se lo sogni lo puoi fare e noi ti aiutiamo a realizzarlo. Abbiamo trovato una affinità di vedute e di ispirazione. La bellezza sta nel vedere che tutto quello che viene fatto nel mondo della pasticceria ce l’abbiamo anche noi come banca”.

Massari, in una affollata anteprima stampa, davanti alla moglie e ai figli Debora e Nicola, che lo aiuteranno in questa avventura, ha presentato la sua nuova realtà: un locale di 120 metri quadrati attrezzato anche con un dehor esterno e un laboratorio a vista su strada, dove 7 giorni su 7 i milanesi, e non solo, potranno gustare dalle monoporzioni ai macaron, dalle praline alle torte. Un sogno che il maestro dei pasticceri italiani realizza a 75 anni:

“Senz’altro è stata una occasione più unica che rara per il semplice motivo che mi trovo ad avere una pasticceria in una banca e penso di essere il primo che entra in una banca che offre servizio dolci e bar anche per i clienti. L’idea ovviamente è stata della banca e non del sottoscritto e perciò nel passare il treno e io avevo il biglietto ho preso il treno e questo treno mi ha portato qui in centro a Milano. E’ una città meravigliosa e spero di accontentare tutti i milanesi che vengono in questo negozio”.

Questa partnership per Intesa Sanpaolo rappresenta il proseguimento di un percorso di apertura della filiale al territorio, in cui gli spazi della banca sono fruibili anche a coloro che non sono clienti:

“Passiamo dal dolce amabile gradevole, di famiglia che serve per festeggiare i momenti più belli al dolce che noi vogliamo portare in tutte le famiglie. Questa pasticceria sarà a aperta tutti i giorni anche nei momenti di chiusura della filiale perchè sia sempre accessibile e sia uno spazio che come vogliamo per tutte le nostre filiali sia condiviso con la città, il quartiere e con le persone che passano”.

Di Maio: “No a un governo istituzionale o di tutti, tornare al voto non ci spaventa”

lastampa.it 13 marzo 2018

Il leader 5 Stelle alla stampa straniera: «Non siamo disponibili a tradire la volontà popolare». E sull’Europa è scontro con Padoan
ANSA
 

«Tornare a votare? Questo non ci spaventa», dice Luigi Di Maio, candidato premier M5S, incontrando la stampa estera. Il voto piuttosto che un compromesso che snaturi i valori grillini: «Non siamo disponibili a tradire la volontà popolare: i cittadini quando hanno votato M5S hanno votato un candidato premier, una squadra e un programma. Chi vuole farsi avanti venga con proposte e non con posti nei ministeri, ministri, sottosegretari. Interlocuzione con tutti sui temi ma fino ad adesso non ho visto avanzare neanche una proposta».  

 

 

«Non contempliamo alcuna ipotesi di governo istituzionale o di governo di tutti. Il 4 marzo gli italiani hanno votato un candidato premier, una squadra di governo e un programma», aggiunge. E a chi gli chiede a quale grande politico si ispiri, Di Maio risponde senza dubbi: «Non mi ispiro a nessun leader del passato, mi ispiro al lavoro di squadra, non credo all’uomo solo al comando».  

 

Quindi, il pentastellato va a ruota libera sui temi più caldi, a cominciare dall’Europa: «In questi anni è cambiato lo scenario, i singoli paesi hanno un peso specifico diverso. Crediamo che in questo momento ci siano molti più margini di riflessione all’interno dello spazio monetario europeo cosa che nel 2014 sembrava più lontano: allora c’era un blocco monolitico, impossibile da scalfire. C’è bisogno di una riflessione e credo che i Paesi Ue siano pronti a rivedere i parametri. Dobbiamo contare ciò che valiamo. Siamo un Paese che dà tanto a questa comunità e che è un Paese che si prende sulle spalle gran parte della crisi migratoria. Vogliamo ridiscutere e Francia e Germania mi pare aprano ad uno spiraglio di cambiamento su deficit e pil di Francia e Germania».  

 

Immaginandosi poi al governo, Di Maio si vede «contento di discutere a quei tavoli su come rivedere i parametri sugli investimenti: noi abbiamo a cuore l’idea di ridurre il debito pubblico ma con misure espansive». «Mi pare – aggiunge – che ormai tutti concordino che vada rivisitato o superato» il tetto del 3%, «ora vediamo come». Il leader grillino attacca poi il ministro Padoan che all’Ecofin ha detto che per l’Ue l’Italia ora è elemento d’incertezza: «Avvelena i pozzi».  

 

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Artiglieria pesante per lottare contro i falsi invalidi

tvsvizzera.it 13 marzo 2018

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/12-03-2018-via-libera-alla-sorveglianza-degli-assicurati?id=10238480&startTime=0.000333

In futuro dovrebbe essere consentito fare capo a detective privati o ad altre misure di sorveglianza per “spiare” un beneficiario di un’assicurazione sociale se vi è il sospetto di abusi.

Lunedì il Consiglio nazionale, la Camera bassa del parlamento svizzero, ha approvato a larga maggioranza (140 voti contro 52) una base legale che introduce maggiore fermezza di fronte agli abusi alle assicurazioni sociali.

Questa revisione si era resa necessaria in seguito a una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2016 aveva dato ragione a una zurighese e dichiarato illegale la pratica di fare sorvegliare i beneficiari da detective privati. Secondo il tribunale di Strasburgo, le basi legali erano allora troppo vaghe e questo tipo di sorveglianza infrangeva il diritto al rispetto della vita privata e famigliare.

La Suva, l’istituto nazionale di previdenza contro gli infortuni, aveva così rinunciato a sorvegliare assicurati sospetti, in attesa che il parlamento legiferasse.

Oltre a permettere di fare capo a detective privati, il progetto di legge – che deve ancora essere approvato dalla Camera dei cantoni – prevede la possibilità di effettuare riprese visive e sonore, nonché di ricorrere a localizzatori satellitari, ad esempio Gps. Inoltre, la sorveglianza non sarà limitata a luoghi pubblici, come strade e parchi, ma potrà essere effettuata anche in posti privati visibili dall’esterno, ad esempio i balconi.

“Ultima ratio”

La sorveglianza deve restare l'”ultima ratio” in caso di sospetta frode e non bisogna che tutti i beneficiari siano sospettati di abusi, ha assicurato la consigliera nazionale Isabelle Moret (Partito liberale radicale, destra), a nome della commissione della sicurezza sociale e della sanità, che ha elaborato il progetto di legge.

Il numero di casi è limitato, ma le somme in gioco possono essere molto elevate, ha affermato dal canto suo Lorenz Hess (Partito borghese democratico, destra).

Anche il ministro della sanità Alain Berset ha dichiarato che una base legale per autorizzare la sorveglianza è necessaria. Malgrado qualche lacuna, ha affermato Berset, il principio della proporzionalità è assicurato.

Protezione della sfera privata

La sinistra avrebbe dal canto suo preferito un progetto più ‘light’. La socialista Silvia Schenker ha rilevato che finora un terzo delle sorveglianze dei detective si sono rivelate infondate.

“Siete pronti a sacrificare una parte della vostra sfera privata? Ognuno potrebbe essere interessato. Il vostro assicuratore malattia potrebbe spiarvi nella vostra camera da letto per sapere se avete davvero l’influenza”, ha aggiunto invano la parlamentare basilese.

La sua collega di partito, la vodese Rebecca Ruiz, ha da parte sua osservato che si rischia di diventare più severi nei confronti di un assicurato sospettato di volere frodare le assicurazioni rispetto a un potenziale terrorista o assassino. Tutte le proposte di emendamento sono però state bocciate dal plenum.

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