Bcc, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm. Chi teme di più (e chi meno) la scure Ue sui bond di Stato

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Le prime stime sull’impatto per le banche italiane della eventuale introduzione di una regolamentazione restrittiva sul trattamento contabile delle obbligazioni di Stato nel portafoglio degli istituti di credito. Il report di S&P’s e l’analisi del Sole 24 Ore

Che cosa succede se uno Stato va in default? Ovvero: che cosa succede ai bond dello Stato in questione? E le banche che hanno in portafoglio le obbligazioni statali come possono e devono prevenire i contraccolpi negativi? Sono le domande che da tempo nei palazzi delle istituzioni bancarie europee si rincorrono. Con gli Stati del Nord Europa, compresa e in primis la Germania, che spingono su una regolamentazione restrittiva per le banche in materia di accantonamenti: più titoli di Stato si hanno e più devono essere gli accantonamenti in bilancio.

LO STATO DELL’ARTE

Nessuna consultazione pubblica è in corso sull’argomento, ma si sa che il comitato di Basilea cova da tempo un’iniziativa, una serie di economisti tedeschi e francesi hanno lanciato un appello per porre l’introduzione della ponderazione nei bilanci bancari del rischio per i titoli di Stato come una condizione posta da economisti francesi e tedeschi per completare l’Unione bancaria con la garanzia comune sui depositi.

IL REPORT

Ma quale sarebbe l’impatto effettivo di una ipotesi del genere per gli istituti di credito italiani? La risposta arriva dall’analisi sul testo di Basilea diffusa la scorsa settimana da Standard & Poor’s, “in base alla quale le regole proposte implicherebbero (in linea di massima) nuovi accantonamenti per 1,5 euro ogni 100 euro di esposizione di una banca verso i titoli di Stato emessi dal proprio paese”, scrive oggi il Sole 24 Ore.

I NUMERI IN BALLO

La scorsa settimana la Banca d’Italia ha fornito il dato complessivo dell’esposizione del sistema bancario verso i titoli di Stato a fine gennaio: questo è pari a 334 miliardi, in aumento di 11 miliardi rispetto al mese precedente. Ma per S&P – aggiunge Laura Serafini del Sole – “è ancora troppo poco e bisognerebbe spingere le banche (non solo quelle italiane) ad accantonare molto di più”.

LA CLASSIFICA DELLE BANCHE

L’analisi dell’agenzia di rating trasposta sui singoli istituti italiani – come si legge sul quotidiano economico-finanziario – vede in prima linea Unicredit, che a giugno 2017 aveva in bilancio titoli di debito italiani per 53 miliardi, che comporterebbero accantonamenti potenziali per 795 milioni. E poi Intesa Sanpaolo, che negli ultimi due anni ha provveduto ad alleggerire l’esposizione da oltre 80 a 37 miliardi; in questo caso gli oneri connessi sarebbero pari a 550 milioni. L’esercizio applicato a Banco Bpm, con 24 miliardi di esposizione, porta ad accantonamenti di 360 milioni. Nel caso di Mps, che ha bilancio titoli pubblici per 17 miliardi, i fondi da accantonare sarebbero a quota 255 milioni; 195 milioni per Ubi banca che è esposta per 13 miliardi.

CHE COSA DICE IL SOLE 24 ORE

Il conto per le cinque maggiori banche italiane, che hanno un’esposizione per 144 miliardi, è pari a 2,1 miliardi, circa la metà del patrimonio che gli istituti bancari operanti in Italia dovrebbero vincolare se entrassero in vigore le regole proposte a dicembre, spiega il Sole 24 Ore. Ma i restanti 186 miliardi di titoli di Stato chi li detiene? Ci sono le banche meno grandi, come Bper e Popolare di Sondrio, che hanno assieme più o meno 10 miliardi. Poi le filiali italiane di banche estere, come Bnl del gruppo Bnp Paribas o Cariparma del Credit Agricole e così via: in questo caso, però, accade più spesso che i titoli di Stato siano detenuti dalle capogruppo all’estero e quindi considerati come titoli di debito di paesi esteri. Una fetta molto importante di quei 186 miliardi è però riconducibile al mondo del credito cooperativo, che si sta ora riorganizzando attorno tre capogruppo: Iccrea, Cassa centrale e Raiffeisen.  Il Sole nota che “il mondo delle Bcc è per tradizione più esposto del resto del sistema bancario nazionale sui titoli di Stato italiani per la sua minore capacità di diversificare legata a una minore propensione al rischio”.