Npl e Btp, doppia sfida per banche italiane

Mirko Molteni finanzareport.it

martedì 13 marzo 2018

In arrivo la versione definitiva dell’addendum Bce. Intanto si riapre il caso dell’esposizione ai titoli di stato.

Sono in arrivo dalla Bce le nuove indicazioni sui crediti deteriorati, altresì detti non performing loans (Npl) di cui la commissione di vigilanza europea guidata dalla francese Danièle Nouy si appresta a emanare l’addendum definitivo.

La stretta europea sugli Npl avrà conseguenze sulle banche italiane. E ha già causato contrasti fra la Nouy e il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani. Le misure della Bce comunque non saranno vincolanti e la vigilanza valuterà caso per caso. Le proposte della Commissione europea invece, che saranno ufficializzate domani, avranno la forma di una regola di primo pilastro, cioè generale e richiesta a tutte le banche e si applicheranno solo a Npl che vengono da nuovi prestiti.

L’addendum Bce dovrebbe portare le banche europee ad abbassare il rapporto fra i crediti deteriorati e il totale crediti (detto gross Npe ratio) al 10% nel breve periodo, ossia entro il 2020, e ancor più giù, al 5% nel medio periodo, cioè per il 2022. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero variegate a seconda delle singole situazioni. Secondo Filippo Diodovich, Market Strategist di IG, Intesa Sanpaolo e Unicredit non dovrebbero avere effetti negativi sul CET1 Ratio, poiché hanno già fatto molti sforzi per cedere notevoli pacchetti di crediti deteriorati, ad esempio quando Unicredit ha chiuso il Progetto Fino con una maxi cartolarizzazione di crediti in sofferenza ceduti ad altri soggetti finanziari. Non si intravedono problemi nemmeno per Mediobanca e Credem.

Ci sono però altri istituti che potrebbero avere più difficoltà. Si parla di Banca Carige, come indicato recentemente anche in un report di Mediobanca, ma anche di Banco Bpm, Banca Mps e Banca Popolare di Sondrio.

Peraltro, un’altra sfida per gli istituti tricolori è rappresentata quest’anno dagli stress test, che vedono sotto esame Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi Banca. Test che hanno sollevato molti dubbi di metodologia da parte dei manager degli istituti del Belpaese. In particolare si contesta il fatto che gli esperti europei considerino, nell’ambito degli stress test, più penalizzabile il fatto di avere crediti in sofferenza, anziché asset illiquidi, del tipo level 2 e 3, fra cui derivati complessi e titoli strutturati.

Ma le banche italiane sono pressate dai regolatori anche in fatto di titoli di Stato. Il comitato di Basilea infatti vorrebbe accantonamenti maggiori (sebbene tale misura sia stata per ora accantonata), che Standard & Poor’s valuta in 1,5 euro ogni 100 euro di esposizione di una banca rispetto ai titoli di Stato della propria nazione. L’istituto di rating, su un totale di 334 miliardi di euro di esposizione delle banche italiane rispetto ai Btp (secondo S&P), stima che Unicredit abbia titoli pubblici per circa 53 miliardi di euro, il che significa dovrebbe accantonare 795 milioni.

E’ seguita da Intesa Sanpaolo con 37 miliardi, e che dovrebbe congelare 550 milioni, Banco Bpm con 24 miliardi si troverebbe a mettere da parte 360 milioni, Mps con 17 miliardi e Ubi Banca con 13 miliardi dovrebbero rispettivamente accantonare 295 e 195 milioni. Per limitarci ai principali istituti citati, si tratterebbe di 2,1 miliardi da accantonare. E contando anche tutte le altre banche, si arriverebbe a 5 miliardi di euro.

In Europa poi la Germania ha condizionato il suo via libera a una garanzia comune sui depositi proprio a un limite dell’esposizione delle banche ai titoli pubblici.

Se entrassero in vigore queste norme, insomma, il sistema bancario italiano si ritroverebbe svantaggiato, ancora una volta rispetto alle banche del Nord Europa e in particolare a quelle tedesche, dato il maggior ricorso a titoli di Stato delle banche nostrane, che in tal modo aiutano a mantenere stabile lo spread e a far argine rispetto a investitori stranieri non sempre affidabili.