Npl e Btp, doppia sfida per banche italiane

Mirko Molteni finanzareport.it

martedì 13 marzo 2018

In arrivo la versione definitiva dell’addendum Bce. Intanto si riapre il caso dell’esposizione ai titoli di stato.

Sono in arrivo dalla Bce le nuove indicazioni sui crediti deteriorati, altresì detti non performing loans (Npl) di cui la commissione di vigilanza europea guidata dalla francese Danièle Nouy si appresta a emanare l’addendum definitivo.

La stretta europea sugli Npl avrà conseguenze sulle banche italiane. E ha già causato contrasti fra la Nouy e il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani. Le misure della Bce comunque non saranno vincolanti e la vigilanza valuterà caso per caso. Le proposte della Commissione europea invece, che saranno ufficializzate domani, avranno la forma di una regola di primo pilastro, cioè generale e richiesta a tutte le banche e si applicheranno solo a Npl che vengono da nuovi prestiti.

L’addendum Bce dovrebbe portare le banche europee ad abbassare il rapporto fra i crediti deteriorati e il totale crediti (detto gross Npe ratio) al 10% nel breve periodo, ossia entro il 2020, e ancor più giù, al 5% nel medio periodo, cioè per il 2022. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero variegate a seconda delle singole situazioni. Secondo Filippo Diodovich, Market Strategist di IG, Intesa Sanpaolo e Unicredit non dovrebbero avere effetti negativi sul CET1 Ratio, poiché hanno già fatto molti sforzi per cedere notevoli pacchetti di crediti deteriorati, ad esempio quando Unicredit ha chiuso il Progetto Fino con una maxi cartolarizzazione di crediti in sofferenza ceduti ad altri soggetti finanziari. Non si intravedono problemi nemmeno per Mediobanca e Credem.

Ci sono però altri istituti che potrebbero avere più difficoltà. Si parla di Banca Carige, come indicato recentemente anche in un report di Mediobanca, ma anche di Banco Bpm, Banca Mps e Banca Popolare di Sondrio.

Peraltro, un’altra sfida per gli istituti tricolori è rappresentata quest’anno dagli stress test, che vedono sotto esame Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi Banca. Test che hanno sollevato molti dubbi di metodologia da parte dei manager degli istituti del Belpaese. In particolare si contesta il fatto che gli esperti europei considerino, nell’ambito degli stress test, più penalizzabile il fatto di avere crediti in sofferenza, anziché asset illiquidi, del tipo level 2 e 3, fra cui derivati complessi e titoli strutturati.

Ma le banche italiane sono pressate dai regolatori anche in fatto di titoli di Stato. Il comitato di Basilea infatti vorrebbe accantonamenti maggiori (sebbene tale misura sia stata per ora accantonata), che Standard & Poor’s valuta in 1,5 euro ogni 100 euro di esposizione di una banca rispetto ai titoli di Stato della propria nazione. L’istituto di rating, su un totale di 334 miliardi di euro di esposizione delle banche italiane rispetto ai Btp (secondo S&P), stima che Unicredit abbia titoli pubblici per circa 53 miliardi di euro, il che significa dovrebbe accantonare 795 milioni.

E’ seguita da Intesa Sanpaolo con 37 miliardi, e che dovrebbe congelare 550 milioni, Banco Bpm con 24 miliardi si troverebbe a mettere da parte 360 milioni, Mps con 17 miliardi e Ubi Banca con 13 miliardi dovrebbero rispettivamente accantonare 295 e 195 milioni. Per limitarci ai principali istituti citati, si tratterebbe di 2,1 miliardi da accantonare. E contando anche tutte le altre banche, si arriverebbe a 5 miliardi di euro.

In Europa poi la Germania ha condizionato il suo via libera a una garanzia comune sui depositi proprio a un limite dell’esposizione delle banche ai titoli pubblici.

Se entrassero in vigore queste norme, insomma, il sistema bancario italiano si ritroverebbe svantaggiato, ancora una volta rispetto alle banche del Nord Europa e in particolare a quelle tedesche, dato il maggior ricorso a titoli di Stato delle banche nostrane, che in tal modo aiutano a mantenere stabile lo spread e a far argine rispetto a investitori stranieri non sempre affidabili.

Bcc, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm. Chi teme di più (e chi meno) la scure Ue sui bond di Stato

fintech

Le prime stime sull’impatto per le banche italiane della eventuale introduzione di una regolamentazione restrittiva sul trattamento contabile delle obbligazioni di Stato nel portafoglio degli istituti di credito. Il report di S&P’s e l’analisi del Sole 24 Ore

Che cosa succede se uno Stato va in default? Ovvero: che cosa succede ai bond dello Stato in questione? E le banche che hanno in portafoglio le obbligazioni statali come possono e devono prevenire i contraccolpi negativi? Sono le domande che da tempo nei palazzi delle istituzioni bancarie europee si rincorrono. Con gli Stati del Nord Europa, compresa e in primis la Germania, che spingono su una regolamentazione restrittiva per le banche in materia di accantonamenti: più titoli di Stato si hanno e più devono essere gli accantonamenti in bilancio.

LO STATO DELL’ARTE

Nessuna consultazione pubblica è in corso sull’argomento, ma si sa che il comitato di Basilea cova da tempo un’iniziativa, una serie di economisti tedeschi e francesi hanno lanciato un appello per porre l’introduzione della ponderazione nei bilanci bancari del rischio per i titoli di Stato come una condizione posta da economisti francesi e tedeschi per completare l’Unione bancaria con la garanzia comune sui depositi.

IL REPORT

Ma quale sarebbe l’impatto effettivo di una ipotesi del genere per gli istituti di credito italiani? La risposta arriva dall’analisi sul testo di Basilea diffusa la scorsa settimana da Standard & Poor’s, “in base alla quale le regole proposte implicherebbero (in linea di massima) nuovi accantonamenti per 1,5 euro ogni 100 euro di esposizione di una banca verso i titoli di Stato emessi dal proprio paese”, scrive oggi il Sole 24 Ore.

I NUMERI IN BALLO

La scorsa settimana la Banca d’Italia ha fornito il dato complessivo dell’esposizione del sistema bancario verso i titoli di Stato a fine gennaio: questo è pari a 334 miliardi, in aumento di 11 miliardi rispetto al mese precedente. Ma per S&P – aggiunge Laura Serafini del Sole – “è ancora troppo poco e bisognerebbe spingere le banche (non solo quelle italiane) ad accantonare molto di più”.

LA CLASSIFICA DELLE BANCHE

L’analisi dell’agenzia di rating trasposta sui singoli istituti italiani – come si legge sul quotidiano economico-finanziario – vede in prima linea Unicredit, che a giugno 2017 aveva in bilancio titoli di debito italiani per 53 miliardi, che comporterebbero accantonamenti potenziali per 795 milioni. E poi Intesa Sanpaolo, che negli ultimi due anni ha provveduto ad alleggerire l’esposizione da oltre 80 a 37 miliardi; in questo caso gli oneri connessi sarebbero pari a 550 milioni. L’esercizio applicato a Banco Bpm, con 24 miliardi di esposizione, porta ad accantonamenti di 360 milioni. Nel caso di Mps, che ha bilancio titoli pubblici per 17 miliardi, i fondi da accantonare sarebbero a quota 255 milioni; 195 milioni per Ubi banca che è esposta per 13 miliardi.

CHE COSA DICE IL SOLE 24 ORE

Il conto per le cinque maggiori banche italiane, che hanno un’esposizione per 144 miliardi, è pari a 2,1 miliardi, circa la metà del patrimonio che gli istituti bancari operanti in Italia dovrebbero vincolare se entrassero in vigore le regole proposte a dicembre, spiega il Sole 24 Ore. Ma i restanti 186 miliardi di titoli di Stato chi li detiene? Ci sono le banche meno grandi, come Bper e Popolare di Sondrio, che hanno assieme più o meno 10 miliardi. Poi le filiali italiane di banche estere, come Bnl del gruppo Bnp Paribas o Cariparma del Credit Agricole e così via: in questo caso, però, accade più spesso che i titoli di Stato siano detenuti dalle capogruppo all’estero e quindi considerati come titoli di debito di paesi esteri. Una fetta molto importante di quei 186 miliardi è però riconducibile al mondo del credito cooperativo, che si sta ora riorganizzando attorno tre capogruppo: Iccrea, Cassa centrale e Raiffeisen.  Il Sole nota che “il mondo delle Bcc è per tradizione più esposto del resto del sistema bancario nazionale sui titoli di Stato italiani per la sua minore capacità di diversificare legata a una minore propensione al rischio”.

Carige avvia il rilancio di Cesare Ponti

Rosario Murgida finanzareport.it 13 marzo 2018 

Il Cda sposa la linea dell’a.d. Fiorentino. La private bank, un tempo tra gli asset da dismettere, diventa uno dei cardini delle strategie di rilancio complessive dell’istituto ligure. Intanto in Borsa continuano gli acquisti

 
 

Banca Carige avvia ufficialmente il progetto di rilancio della Cesare Ponti,destinata fino a poco tempo fa alla cessione e ora considerata tra gli asset necessari per dare forza al più ampio programma di risanamento dell’istituto ligure. 

Ieri il consiglio di amministrazione non solo ha approvato il progetto voluto da Fiorentino ma ha anche dato il via libera al costituzione di una nuova linea manageriale, affidata probabilmente alle cure di Salvatore Pignataro, attuale responsabile del private banking di Banca del Fucino, per dare sostegno e forza proprio al rilancio dell’istituto attivo nel private banking e nelle gestioni patrimoniali.

Cesare Ponti diventerà ora il cardine delle strategie nel campo del private banking, una delle aree su cui quasi tutte le banche italiane stanno puntando per individuare nuove fonti di ricavo in un momento di stagnazione dei margini di interesse per effetto delle politiche monetarie ultraccomodanti della Bce.

Il voto consiliare ha però visto un altro giallo legato al socio di maggioranza 
Vittorio Malacalza, che non ha partecipato alla riunione di ieri dopo l’uscita dall’incontro del 6 marzo scorso sul bilancio 2017. 

Intanto in Borsa il titolo continua a brillare con un rialzo di oltre il 5,5% ad un soffio dal centesimo di euro fissato per le azioni di nuova emissione rivenienti dall’aumento di capitale dello scorso autunno. 

TOGHE CHE SBAGLIANO – SI DIMETTE IL GIUDICE DELLA CORTE COSTITUZIONALE NICOLO’ ZANON, INDAGATO PER PECULATO D’USO: E’ ACCUSATO DI AVER MESSO A DISPOSIZIONE DELLA MOGLIE L’AUTO DI SERVIZIO PREVISTA DALLA SUA CARICA – LA SIGNORA, MARILISA D’AMICO, EX CONSIGLIERA COMUNALE DEL PD A MILANO, SI FACEVA PORTARE A FARE SHOPPING O IN VACANZA…

dagospia.com 13 marzo 2018

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera”

 

NICOLO ZANONNICOLO ZANON

L’auto con autista messa a disposizione dalla Corte costituzionale la utilizzava spesso sua moglie Marilisa D’Amico: shopping, impegni familiari, ma anche viaggi per recarsi in vacanza. Per questo il giudice Nicolò Zanon è stato indagato dalla Procura di Roma per peculato d’ uso. E per questo ieri sera ha deciso di presentare le dimissioni. Nell’ indagine coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo è accusato di aver ceduto un bene che doveva invece utilizzare in uso esclusivo.

 

«Avere l’uso esclusivo – questa la sua versione – vuol dire che io posso decidere l’ utilizzo della vettura e dunque non credevo che ci fossero limitazioni». Ma ieri sera ha evidentemente compreso che la vicenda avrebbe rischiato di travolgere la Consulta. E ha deciso di fare un passo indietro diramando una nota nella quale afferma: «Sono sereno e conto di poter dimostrare l’assoluta insussistenza del reato che mi viene contestato. Tuttavia per rispetto dell’ etica istituzionale e della funzione che ricopro, nonché per il rispetto che porto verso la Corte costituzionale, ho ritenuto di presentare le mie dimissioni al presidente della Corte Giorgio Lattanzi».

NICOLO ZANONNICOLO ZANON

 

Tra oggi e domani i giudici dovranno riunirsi in camera di consiglio per valutare che cosa fare. Se decidessero di avallare la scelta di Zanon, spetterebbe al capo dello Stato Sergio Mattarella procedere a una nuova nomina visto che il giudice è di nomina presidenziale. Le verifiche cominciano qualche mese fa, quando si scopre che la macchina di servizio non viene utilizzata soltanto dal giudice. Zanon, 57 anni, è stato nominato giudice della Consulta il 18 ottobre 2014 dall’ allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

NICOLO ZANONNICOLO ZANON

 

Ordinario di Diritto costituzionale all’ Università di Milano, ha preso il posto di Sabino Cassese. Si decide dunque di controllare le sue abitudini dal momento in cui è entrato in servizio. E si scopre che quando non è a Roma, o comunque non ha impegni, l’ auto viene utilizzata dalla signora. Nell’ avviso a comparire la contestazione del reato riguarda il periodo compreso tra il 9 novembre 2014 il 9 marzo 2016. In questo lasso di tempo sono numerosi gli spostamenti effettuati dalla moglie del giudice e non tutti a Roma.

 

Oltre alla richiesta all’ autista di accompagnare la signora per i propri impegni personali si è scoperto che per ben tre volte la macchina ha lasciato la città. Due volte è stata portata a Forte dei Marmi, una volta a Siena. Marilisa D’ Amico è un’ ex consigliera comunale del Pd a Milano ed è stata presidente dei comitati milanesi per il Sì al referendum costituzionale. Nell’ inchiesta compare soltanto come beneficiaria, ma non risponde di alcun reato.

 

La polemica sui benefit concessi ai giudici della Consulta è di vecchia data e riguarda proprio le «auto blu». È stato infatti calcolato che per ogni giudice vengono spesi mediamente 750 euro per ogni giorno lavorativo visto che oltre al «Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture», «Carburante», «Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture», si deve provvedere alla «copertura» dell’ intera giornata con due autisti ognuno per un turno di otto ore.

 

Mps: lascia Cfo Mele, andrà da Passera

Rosario Murgida finanzareport.it 13 marzo 2018

Il direttore finanziario presenta le dimissioni a pochi giorni dall’assemblea degli azionisti, convocata per il 12 aprile. L’ex Nomura sembra destinato al progetto Spaxs di Corrado Passera

 
 

Banca del Monte dei Paschi di Siena perde il suo direttore finanziario a poche settimane dall’approvazione di conti in profondo rosso.

Francesco Mele ha infatti presentato le sue dimissioni ieri e il Cda ha nominato in sua sostituzione Andrea Rovellini, attuale chief risk officer della banca senese. Entrato nel 2016 in Mps proveniente da quella Nomura coinvolta nella costruzione del famigerato derivato noto come Alexandria, Mele ha assunto un ruolo fondamentale negli ultimi anni di sofferenza per l’istituto toscano, traghettato insieme all’amministratore delegato Marco Morelli fuori dalle secche solo grazie al decisivo contributo dello Stato.

Il dirigente, ringraziato da Morelli e dal Cda per “per il fondamentale contributo fornito in una fase caratterizzata da operazioni di natura straordinaria e di alta complessità della Banca”, sembra ora destinato a mantenere un piede nel settore bancario. Le ultime indiscrezioni di stampa lo danno infatti prossimo a partecipare al progetto bancario lanciato dall’ex numero uno di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, con la sua Spaxs, alle prese con trattative avanzate per l’acquisizione di un piccolo istituto da trasformare in un nuovo polo del credito di caratura nazionale. Negli ultimi giorni è spuntato il nome di Banca Interprovinciale, piccola banca commerciale modenese con cinque filiali nelle province di Bologna e Modena, di costituzione relativamente recente (è nato nel 2008) e di proprietà di una pletora di imprenditori e privati emiliani.

Per Mps l’uscita di Mele potrebbe rappresentare un duro colpo per il piano di rilancio essendo quello del direttore finanziario un ruolo fondamentale in qualsiasi organizzazione alle prese con difficoltà analoghe a quelle della banca senese. Mps ha chiuso il 2017 in profondo rosso e senza segnali di rinascita rischia di dover affrontare nuovi diktat da parte delle autorità europee

Il piano di salvataggio prevede infatti misure automatiche di contenimento dei costi qualora per due trimestri consecutivi non vengano rispettati gli obiettivi di risanamento. E molte cose fanno pensare che tale possibilità non sia remota al punto che Morelli avrebbe avviato un’analisi della struttura dei costi per individuare nuove aree di intervento. 

Maggiori dettagli potrebbero emergere in occasione della prossima assemblea degli azionisti, convocata per il 12 aprile con all’ordine del giorno non solo l’approvazione dei conti del 2017, ma anche la discussione sulla relazione sulla remunerazione nonché le delibere del caso su un programma di di utilizzo delle azioni proprie a servizio del pagamento di buonuscite a favore di personale del gruppo bancario. 

In Borsa il titolo Mps fa peggio del mercato sin dalle prime battute. A fronte di un andamento di Piazza Affari sostanzialmente positivo, le azioni dell’istituto senese perdono oltre lo 0,3%. 

Bindi: «Il Veneto si salva se non chiude gli occhi»

Albino Salmaso ilmattinodipadova.it 12 marzo 2018

Mafie, la presidente della Commissione parlamentare sul rischio infiltrazioni «La ’ndrangheta ha conquistato la Lombardia e l’Emilia ma può essere fermata»

PADOVA. «Il Veneto non è la Lombardia e l’Emilia, fa ancora in tempo a salvarsi dalle infiltrazioni della ’ndrangheta, ma non deve chiudere gli occhi». Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, nella relazione conclusiva presentata con il ministro degli Interni Marco Minniti, sottolinea l’assoluta necessità di contrastare il crimine organizzato trasformato in una Grande Impresa, che dal riciclaggio del denaro “sporco” ricava poi investimenti “puliti”. La mafia dopo la stagione delle bombe negli anni Novanta, con le stragi di Falcone e Borsellino, e gli arresti di Riina e Provenzano, ha cambiato strategia e sembra sparita. Ma non è così: la mafia uccide quando deve difendere il proprio business, come è avvenuto in Slovacchia con l’assassinio del giornalista Jan Kuciak.

Onorevole Bindi, l’economia del Veneto è stata segnata dalla crisi delle banche popolari e dal crollo degli affidamenti alle imprese. Un crac da 12 miliardi. Lei non teme che il crimine possa essersi sostituito, almeno in parte, ai canali tradizionali del credito?

«L’attività ispettiva sulle banche in materia di riciclaggio è svolta da Bankitalia, risulta che ci sono state 16 mila segnalazioni, ma non mi pare giusto lanciare allarmi ingiustificati. La vera emergenza in materia di riciclaggio dei capitali è il traffico di droga. La ’ndrangheta con questo business criminale ha un fatturato superiore a quello di un medio paese Ocse e intossica l’economia. Nel passaggio vorticoso di denaro c’è troppa collaborazione tra i professionisti della società civile e il sistema bancario nel suo insieme».

È la mafia dei “colletti bianchi” che guida il sistema?

«No, c’è un intreccio molto complesso. La violenza con l’intimidazione e anche l’omicidio restano la caratteristica del metodo mafioso, ma la sua forza è quella di trasformare la vittima in complice, con un sistema articolato spesso senza bisogno della politica. La grande intermediazione porta le firme dei professionisti, ingegneri, avvocati, medici. Oltre alla intimidazione violenta, la mafia sa tessere relazioni nella società, altrimenti non si spiegherebbe come questo potere criminale abbia una storia più lunga dell’Italia unita».

Cosa è successo in questi ultimi due decenni?

«Il Nord ha chiuso gli occhi e la ’ndrangheta si è fatta largo in Lombardia, Emilia e anche in Europa. Le radici restano in Calabria, così come Cosa nostra le ha in Sicilia e la Camorra in Campania. Ma gli affari si fanno altrove, fuori Italia. La ’ndrangheta è arrivata ad uccidere in Slovacchia il giornalista Jan Kuciak e la sua fidanzata. Questa purtroppo è la tragica verità: sono stati uccisi perché hanno ficcato il naso e disturbato la cosca trapiantata a Bratislava. Ma da quanti anni erano lì con i loro affari al punto da diventare una potenza economica? Il giornalista ha scoperto l’altarino ed è stato eliminato».

Le indagini vanno molto a rilento, come mai?

«Non esiste collaborazione adeguata tra la magistratura italiana che aveva segnalato il pericolo e quella della Slovacchia. Le stesse difficoltà operative le abbiamo con l’Olanda, la Spagna e la Germania e con tutta l’Europa perché in questi paesi non esiste il reato associativo 416 bis e quindi non hanno coscienza della presenza della criminalità. Il clan finito nel mirino della magistratura è stato rilasciato e torna in libertà perché se non ha sparato non è perseguibile, mentre in Italia vai in galera se fai parte di un’associazione criminale come la ’ndrangheta o Cosa nostra. Discorso analogo per il riciclaggio. Questa capacità di espatriare della ’ndrangheta al Nord e in Europa deve far riflettere. In Olanda si usa il porto di Rotterdam per la cocaina e poi lì si fanno affari con i fiori».

Le inchieste e le sentenze hanno dimostrato come la ’ndrangheta abbia conquistato interi comuni della Lombardia e dell’Emilia Romagna con un sistema di appalti e nell’edilizia. Il Veneto corre gli stessi pericoli e rischia di mettere fuori mercato le aziende sane?

«Io dico sempre che il Veneto è ancora in tempo per salvarsi e non diventare come la Lombardia, però deve avere coraggio. Non può fingere di non vedere il pericolo e negare l’evidenza dei fatti, oggi ci sono strumenti per riconoscerli e far scattare le interdittive ».

Le vostre critiche alla magistratura hanno fatto discutere qui in Veneto.

«Vorrei partire dall’ultimo caso, con Venezia che non riconosce il reato di associazione mafiosa quando la procura di Catanzaro invece lo ha messo al centro della sua inchiesta e così ha fatto attivare la procura di Padova. Sia chiaro, noi abbiamo la magistratura e le forze di polizia altamente specializzate, tra le migliori al mondo, gli americani prendono consigli dall’Italia per la lotta alla mafia, ma questa specializzazione deve diventare cultura di tutte le forze dell’ordine, della magistratura giudicante e anche della magistratura inquirente ordinaria e non solo del pool della direzione Distrettuale antimafia di ogni regione. Diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che un buon carabiniere di una stazione di periferia deve essere in grado di riconoscere un mafioso e così un magistrato giudicante che porta a sentenza un femminicidio, un furto e una rapina deve essere in grado di applicare il 416 bis con il reato associativo. Purtroppo spesso manca la specializzazione delle Procure antimafia che va condivisa, e poi ci sono dei casi concreti in cui si è fatto fatica ad avviare le inchieste».

Siamo quindi di fronte a un deficit di tipo culturale e investigativo?

«Ci sono casi di complicità anche nelle istituzioni. Ma non è questo il tema in discussione, anche se oggi ci sono dei magistrati delle forze dell’ordine condannati per complicità con i poteri mafiosi. Ma le nostre procure, le nostre forze di polizia ci sono invidiate dal mondo intero; troppe volte però la grandissima preparazione di alcune eccellenze non diventa patrimonio comune di tutti».

Onorevole Bindi, le cronache di questi giorni hanno raccontato del traffico dei rifiuti, che dalla Campania finisce in Veneto. Lei che ne pensa?

«Non è materia nostra perché esiste la commissione Ecomafie e rispettiamo le loro competenze e prerogative: hanno fatto un ottimo lavoro. In riferimento all’ultimo caso che ha interessato la Campania, fino alle dimissioni del figlio del governatore De Luca, debbo dire che le figure dei collaboratori di giustizia ci hanno insegnato a fare un vaglio molto rigoroso. Vanno trovati riscontri oggettivi prima di lanciare critiche e gli inquirenti lo stanno facendo, lasciamoli lavorare».

Come mai nella campagna elettorale solo i 5 Stelle hanno affrontato il tema mafia, magari con un eccesso di polemica verso il Pd a volte ingiustificato?

«Purtroppo è vero. Solo il Movimento 5 Stelle lo ha fatto diventare un tema rilevante e hanno eletto anche un testimone di giustizia che ha raccolto un sacco di voti a Trapani, una zona molto delicata della Sicilia, senza che abbia potuto fare campagna elettorale perché era sotto protezione. Certo,

 

il Movimento 5 Stelle spesso usa dei termini eccessivi. Io mi auguro che tutti i partiti capiscano che la liberazione dalla corruzione e della mafia è il presupposto fondamentale per una qualità della democrazia e dello sviluppo economico del Paese».

 

Le banche non finanziano il Mose: deserta la maxi gara da 150 milioni

 il gazzettino.it 13 marzo 2018 di Roberta Brunetti

 

Le banche non finanziano il Mose  Deserta la maxi gara da 150 milioni

 

di Roberta Brunetti

VENEZIA – Le banche non sembrano interessate a finanziare il Mose del dopo tangenti. Un’altra maxi garabandita dal Consorzio Venezia Nuova dei commissari è andata desertaDoveva servire a raccogliere fino a 150 milioni di euro da anticipare alle imprese, in attesa che i finanziamenti già decisi dallo Stato per la grande opera si traducessero in liquidità, ma nessun istituto di credito europeo si è fatto avanti. Era già successo ad agosto, quando in palio c’erano una sessantina di milioni. Una notizia accolta ieri con un certo disappunto dai commissari del Consorzio Venezia Nuova, così come dal Provveditorato alle Opere Pubbliche del Triveneto. A chi sta gestendo questa fase delicata della grande opera, appare paradossale che soldi certi, garantiti della Stato, non interessino alle banche.

Un paradosso che potrebbe mettere a rischio il completamento stesso del sistema di dighe mobile per salvare Venezia dalle acque alte. Il finanziamento bancario è fondamentale. Con le procedure e i tempi della Stato, le imprese rischiano di non essere pagate per mesi. Già ora vantano crediti per decine di milioni dal Consorzio e, in un clima di contenzioso crescente, i cantieri hanno già subito un forte rallentamento. Senza soldi freschi potrebbero fermarsi definitivamente e il completamento del Mose slittare a chissà quando…
 

Per Ikea Italia mobili da rimontare: vendite quasi ferme e utile in calo del 30%

emanuelescarci.blog.ilsole24ore.com 12 marzo 2018

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Colpo di freno di Ikea Italia: i mobili in scatola non hanno più lo sprint di qualche anno fa.
Dopo un 2016 brillante, il 2017 si chiude con ricavi in lieve crescita ma con margini in erosione. Pesano, per una cinquantina di milioni, i costi dei servizi che nel conto economico si sono scaricati fino all’ultima riga. Intanto nel nuovo Cda, l’ad di Ikea Belén Frau Uriarte, 43enne, è riconfermata fino al 2020.

Gli indicatori 
Il bilancio civilistico di Ikea Italia Retail 2017 (chiuso in agosto) segna una crescita del fatturato dell’1,3%  a 1,776 miliardi, uno scivolone del Mol da 133 a 102 milioni (taglio di 30 milioni e incidenza giù dal 7,5% al 5,7%), un risultato ante gestione finanziaria che cala da 82 a 54,6 milioni e un utile netto che si assesta a 32 milioni da 46,5 (in contrazione del 31%). Certo, molto meglio del 2015 quando l’utile era quasi azzerato. E portò all’uscita dell’ad Lars Petersson.
Tuttavia il trend di Ikea Italia Retail nel 2017 è probabilmente più debole dell’indice del mercato italiano dei mobili.

Che forza il food
Il lieve rialzo del fatturato è almeno in parte dovuto all’apertura del Pop up store di Roma S. Silvestro, inaugurato in aprile. Ma spacchettando i ricavi del gigante svedese, 1,62 miliardi sono vendite di mobili e accessori; 97,6 milioni sono stati prodotti nell’area della ristorazione e oltre 53 milioni dalla prestazione di servizi.
Dopo il faticoso accordo raggiunto con i sindacati nel gennaio 2016 per il contratto integrativo, i costi del personale hanno ripreso a salire, appunto dopo la pausa del 2016: +4 milioni a 230. I clienti sono stati circa 20 milioni, con uno scontrino medio invariato di quasi 82 euro.

La corsa
Nell’esercizio corrente Ikea riprenderà a correre? Difficile dirlo: la domanda di mercato rimane debole. E poi senza nuove aperture di punti vendita è tutto più complicato (i punti vendita fisici sono 21 più alcuni punti di ritiro). La diffusione dei mobili Ikea che si montano ad incastro è ancora limitata. Lo sviluppo dell’e-commerce e il moltiplicarsi dei centri di ritiro sembra trasferiscano acquisiti da un canale all’altro, ma non generano nuovi flussi. Sperando di non intaccare i margini. Non ci sono nuovi dati ufficiali, ma nel 2015 le vendite online pesavano per 50 milioni.

Comunque, a settembre e ottobre 2017 si è registrata una crescita delle vendite del 4% su base annuale. Il canale e-commerce ha continuato a crescere velocemente: +27% rispetto all’anno scorso, ma con una leggera flessione  rispetto all’obiettivo prefissato. Meglio il tradizionale food: quasi il +8%.

Le banche più esposte al debito sovrano italiano. E le vincenti e perdenti in base a scenari governo

Mentre, a seguito delle elezioni politiche italiane, i vari partiti e movimenti cercano di studiare eventuali alleanze o le bocciano in toto, e i titoli delle banche italiane resistono per ora alla situazione di instabilità creatasi nel paese, FT Alphaville mette in evidenza quella che è l’esposizione verso il debito sovrano dell’Italia non solo delle banche italiane, ma delle banche europee.

 
 

Tale esposizione viene messa in evidenza con alcune tabelle stilate dall’IESEG School of Management. Così Eric Dor, direttore degli studi economici dell’istituto: “Nel 2017, il debito pubblico dell’Italia è ammontato al 131,5% del Pil nominale. E’ di conseguenza interessante esaminare quali banche europee sono maggiormente esposte al debito sovrano italiano”.

 
 

Ne risultra che la belga Dexia ha in pancia una considerevole quantità di BTP. Ma “ciò che potrebbe apparire sorprendente è che la banca francese Société de Financement Local, SFIL, ha una grande esposizione verso il debito sovrano italiano”. Il fatto è sorprendente perchè l’istituto “è stato creato a seguito della bancarotta di Dexia”. In ogni caso, “la maggiore esposizione al debito italiano è della sua sussidiaria Caisse Francaise de Financement Local, Caffill. Tali istituti hanno rilevato molti asset di Dexia.

In termini assoluti, le banche italiane si confermano quelle più esposte (numeri espressi in miliardi di euro).

Mentre, nel complesso, Holder scrive che, sulla base dei dati di Bankitalia, “le banche residenti in Italia avevano un’esposizione di 626,8 miliardi di euro al debito pubblico, nel gennaio del 2018”.

Occhio intanto alla nota di Filippo A Diodovichy, strategist dei mercati per IG, sulle banche italiane.

Banche italiane: quali rischi dopo il risultato delle elezioni?

“Tra i corridoi delle sale operative di banche d’affari e fondi di investimento la domanda più frequente in merito all’Italia è quella relativa sul futuro del sistema bancario dopo l’esito del weekend elettorale. Alla vigilia delle elezioni erano elevate le preoccupazioni dei banchieri su una possibile maggioranza di Governo guidata da un partito anti-establishment (M5S o Lega). Tali partiti nei mesi scorsi avevano, infatti, aspramente criticato tutte le politiche di salvataggio per i 7 istituti di credito italiani in difficoltà promosse dai governi Renzi e Gentiloni su pressioni della Commissione Europea”.

Lo strategist di IF ricorda che: “Il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni senza riuscire tuttavia ad aggiudicarsi una maggioranza assoluta in Parlamento. Al M5S, primo partito, mancano poco più di un centinaio di parlamentari (circa 90 alla Camera e 20 al Senato), alla Lega, leader della coalizione di centrodestra (assieme a Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia), servono circa una cinquantina di deputati e una ventina di senatori per avere una maggioranza”.

“Nonostante il successo elettorale dei due partiti la reazione a Piazza Affari delle banche è stata poco significativa. Osservando il grafico di Intesa Sanpaolo, uno dei principali istituti di credito italiani, possiamo denotare come alla vigilia delle elezioni quotava attorno ad area 3 euro, dopo una settimana quota a 3,05. Ancora più chiaro se analizziamo l’indice FTSE Italia Banche che prima del weekend elettorale quotava a 11900 punti e ora si attesta a 11950 punti. Effetto nullo. Quindi tutti i timori sono svaniti? Quali sono le ragioni di tanta calma sui mercati? No, le paure non si sono dissolte. La principale ragione della quiete sulle quotazioni delle banche a Piazza Affari è che al momento non è chiaro cosa succederà nei prossimi mesi e rimane ancora molto probabile la formazione di un governo di scopo per permettere all’Italia di affrontare le prossime sfide in campo finanziario. E per quanto concerne le banche italiane il 2018 sarà un anno caratterizzato da importanti challenge”.

In particolare, sull’addendum della Bce, lo strategist ritiene che le nuove regole dovrebbero “portare le banche italiane ad abbassare il rapporto NPE (rapporto tra ammontare di crediti deteriorati rispetto al totale crediti) al 10% nel breve periodo (periodo di tolleranza entro il 2020) e al 5% nel medio periodo (entro il 2022)”.

Tra le banche, “Intesa San Paolo e Unicredit non dovrebbero avere effetti negativi sul CET1 Ratio dalle nuove regole sui NPLs visti gli sforzi effettuati dalle due banche lo scorso anno grazie alla cessione di ingenti pacchetti di crediti deteriorati (ricordiamo anche la chiusura del Progetto Fino da parte di Unicredit una maxi cartolarizzazione di crediti in sofferenza ceduti ad altri soggetti finanziari). Semaforo verde anche per Mediobanca e Credem. Crediamo che Banca Carige possa essere la banca che più risentirà delle nuove regole stringenti della BCE. Saranno penalizzate anche Banco Bpm, Banca Mps e Popolare di Sondrio”.

Altra sfida è rappresentata dallo stress test.

“Da tenere conto che nel corso dell’anno saranno eseguiti anche nuovi stress test sul comparto bancario da parte dell’EBA sulle quattro principali banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco BPM e Ubi Banca. E negli ultimi giorni i manager delle banche italiano hanno espresso un forte dissenso sulle metodologie utilizzate dalla Banca Centrale. Nelle 150 pagine di note dell’EBA sulle tecniche utilizzate per effettuare gli stress test possiamo osservare come gli esperti dell’istituto centrale continuino a penalizzare maggiormente i crediti in sofferenza rispetto agli asset illiquidi (level 2 e level 3) che hanno un impatto marginale. Per avere un’idea le attività level 3 sono tutte quelle attività illiquide che non hanno un mercato di riferimento (derivati complessi, titoli strutturati ma anche obbligazioni). A detenere tali titoli “tossici” sono soprattutto le banche del nord Europa che risulterebbero quindi più competitive rispetto a quelle italiane. I risultati degli stress test saranno pubblicati a novembre.

Se il nuovo Governo non potrà fare nulla sulle nuove regole stringenti sui NPLs e sugli stress test della BCE avrà invece un ruolo determinante su altri aspetti del sistema bancario.

RIFORMA GIUSTIZIA CIVILE

Innanzitutto il nuovo esecutivo dovrà proseguire l’iter legislativo sulla riforma della giustizia civile in particolare sulla riduzione dei tempi per le procedure di recupero dei crediti. Secondo uno studio recente della Banca Mondiale in Italia servono in media 1100 giorni per concludere tutte le vicende legali per recuperare un credito contro una media europea di 400 giorni.

UNIONE BANCARIA

Altro elemento che il nuovo Governo dovrà affrontare sarà l’unione bancaria in Europa. Dopo il raggiungimento dei due pilastri dell’unione bancaria (fondo di salvataggio per gestire le banche in crisi e vigilanza unica alla BCE) manca solamente l’ultimo pilastro ovvero la garanzia unica sui depositi.

E’ chiaro che un Governo M5S o Lega potrebbe essere intenzionato a porre ostacoli sul processo di integrazione europeo. Discorso diverso per un governo di scopo che non avrebbe alcuna ragione di interrompere il processo di unione bancaria.

VALUTAZIONE SU BANCHE

Crediamo che in caso di formazione di un governo di scopo il sistema bancario non evidenzierà forti ribassi. Le tensioni potrebbero essere focalizzate solamente su alcune banche sottocapitalizzate e con ingenti stock di non performing loans. Riteniamo che la bassa redditività di molti istituti porterà a una nuova stagione di fusioni/integrazioni.

Manteniamo le nostre aspettative moderatamente positive su Mediobanca, Intesa San Paolo e Unicredit. Abbiamo una visione neutrale invece su Ubi Banca, Banco BPM.

Discorso ben diverso in caso di formazione di un governo guidato da un partito anti-establishment (M5S o Lega). Crediamo infatti che il settore bancario possa mostrare un movimento ribassista significativo soprattutto nel lungo periodo quando le tensioni fra Europa e Italia potrebbero essere elevate e quando finirà lo scudo protettivo del piano di quantitative easing da parte della BCE (settembre 2018).

Crediamo che le banche più penalizzate saranno Banca Mps (il Tesoro detiene circa il 70%) e Banca Carige.

Finanza: arriva la prima spac delle polizze (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dopo la spac per le banche, la Spaxs lanciata lo scorso febbraio da Corrado Passera, e quella per l’healthcare sta per arrivare in Italia anche il primo special purpose acquisition vehicle (spac) dedicato al mondo delle polizze. A lavorarci, secondo quanto risulta a MF-MilanoFinanza, sarebbe un manager molto apprezzato nel mercato assicurativo. Si tratta di Andrea Battista, che nel settore si è mosso già in passato come innovatore. È stato ad esempio il primo a guidare in Italia una compagnia di assicurazione controllata da un fondo di private equity.

Dopo avere iniziato la carriera in McKinsey, Battista è entrato nel 1996 in Cattolica Assicurazioni , dove è stato amministratore delegato della joint venture di bancassicurazione e direttore generale di Duomo Assicurazioni. Poi nel 2012 è stato nominato amministratore delegato del gruppo Aviva in Italia e nel 2014 ha deciso di lanciare, insieme al fondo di private equity Jc Flowers, Eurovita, società di bancassicurazione. Anche per Ivass fu la prima operazione di questo tipo da autorizzare e ci vollero parecchi mesi, ma la fatica è stata ripagata, visto che Eurovita è stata rivenduta lo scorso anno con una ricca plusvalenza. A farsi avanti, come noto, è stato un altro fondo di private equity, l’inglese Cinven, che in Italia ha rilevato nel frattempo anche le attività assicurative di Old Mutual Wealth Italy (ex Skandia) ed Ergo. Nel caso di Eurovita, nel 2014 Jc Flowers valorizzò la compagnia circa 60 milioni e nel giro di tre anni i premi sono raddoppiati e il valore di cessione a Cinven è arrivato a 140 milioni. Un ottimo affare, insomma, che lascia immaginare come anche per la nuova iniziativa di Battista non mancheranno potenziali investitori, sia domestici sia internazionali.

red/lab

(END) Dow Jones Newswires

March 13, 2018 03:23 ET (07:23 GMT)

LO SPREAD AI TEMPI DELLA LIRA (il libro di Alan Friedman)

 scenarieconomici.it 13 marzo 2018

 

Tra tutte le castronerie che un economista potrebbe mai dire, per spaventare degli inermi cittadini e difendere il progetto eurista vi è quella dello SPREAD.

Nel libro:

testo fondamentale per NON CAPIRE alcunchè della nostra economia, l’Ollio de ‘noaltri” cita lo spread che andrebbe alle stelle….udite udite… SE TORNASSIMO ALLA LIRA!

E, a suo avviso, anche se tornati in possesso della banca centrale e della moneta, nonostante la possibilità di un Q.E. illimitato, moriremmo sepolti dagli interessi passivi sul debito pubblico.

Io credo che questo libro gli sia stato sponsorizzato da quelli di Wall-Street, veri proprietari dell’Euro (via FED) nonché possessori delle azioni delle corporations, gli stessi globalisti che Trump sta combattendo. Ma magari mi sbaglio eh!

🤣🤣🤣🤣🤣🤣

Ad maiora.

Banche venete, il ‘buco’ sale di 1 miliardo e Padoan copre con garanzia pubblica. I contribuenti ringraziano

 

Manifestazione del Coordinamento associazioni banche popolari venete in difesa dei risparmiatori danneggiati dal dissesto delle due banche popolari della regione, Veneto Banca e Popolare di Vicenza – AGF

Sale di 1 miliardo il “buco” in capo alla ex Popolare di Vicenza e alla ex Veneto Banca. Lo scorso giugno, quando Intesa Sanpaolo aveva annunciato l’acquisto della parte “buona” delle banche venete alla cifra simbolica di 1 euro, lo sbilancio di cessione, ossia la differenza tra attivo e passivo dei due ex istituti di credito del nord est, era stata stimata a 5,4 miliardi. Su tale sbilancio, secondo l’operazione disegnata dal governo di Paolo Gentiloni e in particolare dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha voluto scongiurare con ogni mezzo il fallimento delle due banche venete, era stato deciso che lo Stato avrebbe concesso una garanzia pubblica di 5,4 miliardi innalzabile fino a 6,4 miliardi, proprio per coprire il credito vantato da Intesa verso le Banche in liquidazione (ossia la “bad bank”, la banca “cattiva” nata dalla cessione delle venete). In altri termini, se queste ultime, per qualche motivo, non dovessero essere in grado di fare fronte al proprio debito verso Intesa, sarà chiamato a pagare lo Stato.

CONFERENZA STAMPA AL TERMINE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, PIER CARLO PADOAN, MINISTRO DELL’ECONOMIA, CON IL PREMIER PAOLO GENTILONI – 11-04-2017, ROMA – FOTO DI BENVEGNU’ GUAITOLI / Imagoeconomica

Tale garanzia rientra in una più ampia rete di protezione pubblica stesa per l’acquisto delle banche venete da parte di Intesa che ha già comportato l’esborso immediato da parte dello Stato di 4,8 miliardi (3,5 per coprire il fabbisogno di capitale più 1,3 per la ristrutturazione aziendale) oltre a tutta una serie di garanzie per rischi di varia natura per un valore atteso complessivo di 400 milioni ma a fronte di un valore massimo garantito pari a circa 6 miliardi. Cui, appunto, vanno aggiunti i 6,4 miliardi di garanzia massima sullo sbilancio di cessione.

Leggi anche: Popolare Vicenza e Veneto Banca, per recuperare i soldi pubblici bisognerà fare come il Banco di Napoli. Non sarà facile

Ebbene, tale sbilancio delle venete oggi è salito dai 5,4 miliardi inizialmente stimati a 6,4 miliardi tondi tondi,facendo nello stesso tempo crescere l’annessa garanzia pubblica. Per valutare lo squilibrio tra attivo e passivo della ex Popolare di Vicenza e della ex Veneto Banca, nei mesi scorsi, era stato incaricato un collegio composto da tre esperti indipendenti, che ha iniziato i lavori a settembre con l’obiettivo di chiuderli il 30 dello stesso mese; scadenza poi prorogata al 15 novembre e poi di nuovo rinviata al 21 dicembre del 2017.

Carlo Messina, AD Banca Intesa e il Ministro dell’economia Per Carlo Padoan. Carlo Carino
/ Imagoeconomica

Così, in una relazione definitiva rilasciata il 4 febbraio scorso (che ha confermato quanto venuto fuori già a fine dicembre), il collegio degli esperti ha fatto sapere che lo sbilancio definitivo è salito a 6,4 miliardi. Non solo: il medesimo collegio ha quantificato in 3,66 miliardi l’importo del contributo pubblico finalizzato a coprire gli assorbimenti patrimoniali delle ex venete. In questo caso, però, il limite massimo era stato fissato a 3,5 miliardi, come visto già sborsati dallo Stato l’estate scorsa.

Tornando allo sbilancio, nei conti del gruppo guidato da Carlo Messina viene compensato con un credito di pari importo, cioè appunto 6,4 miliardi, verso le Banche in liquidazione. Si tratta, nel dettaglio, di un finanziamento fruttifero a tasso d’interesse fisso pari all’1% annuo, con durata massima di cinque anni, e coperto, come visto, da garanzia pubblica. Se inizialmente, però, tale garanzia pubblica era parsa estendibile fino a 6,4 miliardi, il decreto emanato dal ministero dell’Economia lo scorso gennaio l’ha fissata a 6,351 miliardi, con una cinquantina di milioni che restano quindi a carico della banca milanese guidata da Messina. Sarà anche per questo che Intesa, nel frattempo, ha già deciso di svalutare a bilancio, per 245 milioni, il valore del credito verso la banca “cattiva” delle venete.

SPY FINANZA/ Il guaio combinato da Fed, Bce e le altre banche centrali

Più che per i dazi degli Stati Uniti di Trump, bisognerebbe essere preoccupati per quello che fanno le principali banche centrali del pianeta, spiega MAURO BOTTARELLI

LapresseLa presse

Sulla questione Trump-dazi ho scritto fin troppo, quindi eviterò di tediarvi ulteriormente: chi vuole capirla, la capisca. Altrimenti, godetevi pure la rassicurante versione ufficiale dei fatti. Non stupiscano, però, due particolari. Primo, nel pieno di quella che dovrebbe essere una guerra commerciale senza precedenti, ieri l’Ue non ha trovato di meglio da fare che prorogare di altri sei mesi, fino al 15 settembre, le sanzioni economiche contro la Russia. Ovvero, di fatto, accettare la narrativa proprio degli Usa relativa alla destabilizzazione di Mosca dei processi elettorali, di fatto sparandosi nei piedi, visto quanto sta costando alle aziende europee, tedesche e italiane in testa, il suicida boicottaggio nei confronti di entità e persone riconducibili alla Federazione russa. Quindi, senza che Mosca ci abbia torto un capello a livello di rapporti economici, anzi andate vedere chi è stato l’unico soggetto ad aumentare la fornitura energetica verso la Germania durante i giorni del grande gelo di inizio marzo, noi proseguiamo nel danneggiare le nostre imprese in ossequio alle fisime maccartiste di chi ci ha commercialmente dichiarato guerra, almeno a livello formale. O siamo completamente idioti o autolesionisti, tertium non datur

Secondo, ce lo dice questo grafico, dal quale desumiamo che il campione di libero mercato, Ronald Reagan, sfruttò a dismisura durante la sua amministrazione la politica protezionistica, un qualcosa che il grafico mette in correlazione con la performance dell’epoca dell’indice Standard&Poor’s: perché, quindi, questo can can epocale per la scelta di Donald Trump, uno che il ricordo al protezionismo non lo ha certo nascosto durante la campagna elettorale per le presidenziali? E perché nessuno fa notare come l’uomo che per i liberisti ortodossi rivoluzionò il mondo insieme a Margaret Thatcher, di fatto sia ricorso ai dazi con sistematicità cinese? 

Forse perché, come vi dico dall’inizio, occorre personalizzare al massimo la faccenda, di modo che quando la crisi finanziaria figlia delle Banche centrali – e non certo dei dazi sull’acciaio – esploderà, la colpa ricadrà in toto sulla Casa Bianca, almeno a livello di opinione pubblica? Sapete, infatti, di quanto è cresciuta la detenzione di assets delle principali Banche centrali del mondo dal maggio 2016 ad oggi? Di 3 triliardi di dollari. Questi grafici mettono in prospettiva il mondo in cui stiamo vivendo e in cui si vorrebbe trasformare Donald Trump nella causa di tutti i mali economici e finanziari, oltretutto con la grancassa mediatica diretta da quelle stesse Banche centrali – Fed, Bce e Bank of Japan su tutte – che sono le principali responsabili di quello che possiamo definire un leverage buy-out del mondo da parte degli Istituti centrali con il benestare – anzi, l’applauso referente e debitorio – dei vari governi, compresi quelli che continuano a sanzionare Mosca come se questo fornisse una qualche risposta ai veri problemi del mondo. 

 

Il primo grafico dice tutto: le principali sei banche centrali non solo detengono assets per 21 triliardi di dollari a oggi – dato che continuerà ad aumentare, in primis per Bce e Bank of Japan -, ma sono in possesso di qualcosa come il 40% del Pil globale, più del doppio di quel 17% che si registrava una decade fa, prima della grande crisi finanziaria. E il problema dei mercati sarebbero i dazi sull’alluminio? Proprio sicuri? E attenzione, perché le Banche centrali non sono soggetti privati che hanno deciso di comprarsi mezzo mondo con mezzi finanziari propri, bensì nulla più che l’emanazione monetaria di un mondo politico che pensa di poter monetizzare debito senza che questo abbia un costo in futuro, sia a livello di ratio che andranno fuori controllo, sia a livello di riprezzamento di quegli stessi assets una volta che l’intervento di prima e ultima istanza sul mercato sarà finito o, comunque, limitato rispetto al passato. 

Insomma, il leverage buy-out del mondo che le Banche centrali stanno operando, lo pagheremo comunque noi, occorre solo capire con quale moneta. E il secondo grafico parla chiaro: non solo a livello globale i principali acquirenti marginali, ovvero proprio gli Istituti centrali, sono in ritracciamento (la Fed sta alzando i tassi, così la Bank of England, mentre la Bce avrà tempo fino a settembre ma con minor controvalore e la Bank of Japan pare aver posto nell’aprile 2019 la data della prima discussione sull’exit strategy dall’Abenomics), ma anche l’impulso creditizio cinese, la vera dinamo dei mercati, sta perdendo vigore. E, salvo ripensamenti del nuovo presidente a vita Xi Jinping, pare destinato a farlo sempre di più. Insomma, i più grandi manipolatori di mercato e la fonte principale di misallocation di capitali stanno cominciando a fare le prove generali di ritirata strategica: reale intento o stress test a livello globale? E questa pantomima sui dazi, fa parte di questo stress test? 

Viene da chiederselo, perché come ci mostra il terzo grafico, c’è un mistero gaudioso che alberga sui mercati: se ormai tutti quanti sanno da anni quali siano le dinamiche di intervento delle Banche centrali e, quindi, le uniche ragioni per cui equities e debito non si siano ancora schiantate al suolo, perché questa lentezza nel prezzare l’intervento? Gli indici azionari e i rendimenti obbligazionari riflettono davvero la realtà del mondo macro oppure quella del macrocosmo di unicorni delle Banche centrali? Ovviamente, la seconda ipotesi. Quindi, perché continuano a ragionare come se quell’intervento tanto taumaturgico quanto artificiale e, formalmente, limitato nel tempo, fosse invece destinato a essere eterno? C’è forse in atto un mark-to-Qe che presuppone un nuovo regime, in base al quale non solo i tassi resteranno bassissimi sine die, ma anche l’ipotesi di continua espansione monetaria non è vista come esperimento faustiano di distorsione ma nuova dinamiche di crescita? Oltre al leverage buy-out, siamo alle soglie di quello che potremmo definire il tempo del capitalesimo, ovvero il feudalesimo delle Banche centrali, onnivore, accentratrici e pianificatrici fino al controllo assoluto? È questo il futuro del libero mercato che tanto sbandierano i soloni che attaccano i dazi di Trump, quasi il Presidente Usa stesse bestemmiando in chiesa? 

La questione è una sola: tutti sanno come andrà a finire questa storia, ma quando lo ammetteranno, finalmente? Difficile rispondere seriamente in un mondo dove non solo i mercati hanno perso la loro capacità di scontare notizie future, ma dove le Banche centrali credono che, all’interno di un perverso caso di riflessività, il mercato stesso stia dando con i suoi continui rallies artificiali, il tacito assenso alle loro azioni, quando proprio queste ultime hanno portato invece alla sconnessione del mercato e alle sua incapacità, ormai ontologica, di rifarsi a concetti chiave come il fair value e la price discovery. Viviamo in un mondo, finanziariamente e fiscalmente parlando, dove le Banche centrali di fatto hanno assorbito ormai per anni qualsiasi tipo di nuova emissione, sia essa obbligazionaria sovrana che corporate, arrivando agli estremi giapponesi dell’acquisto diretto di titoli azionari, da un lato divenendo di fatto proprietario lo Stato delle aziende di cui si comprano i bond con il badile e dall’altro con l’intervento diretto attraverso gli Etf. 

E se pensate che qualcuno potrà salvarsi dal disastro epocale che abbiamo di fronte, l’ultimo grafico fa al caso vostro. Ci mostra l’interconnessione totale del mondo a livello economico e finanziario, ma, soprattutto, la pressoché totale dipendenza delle grandi economie dall’impulso creditizio cinese, lo stesso che sta calando a vista d’occhio negli ultimi mesi. Ci mostra la correlazione fra l’indice Li Keqiang Index (Lkq, il quale traccia la crescita) cinese e l’Ifo tedesco fra il 2011 e il 2018 e quanto emerge è chiaro: il netto calo del primo negli ultimi mesi è quasi certamente il catalizzatore del recente picco vissuto dal secondo, che misura il sentiment manifatturiero e dell’export tedesco. L’ultimo calo dell’Ifo, infatti, è seguito sei mesi dopo il picco della scorsa estate del Li Keqiang, mentre il precedente aumento della fiducia industriale tedesca cominciò nella primavera del 2016, sei mesi dopo il tonfo dell’indice economico cinese. 

Ancora non siete convinti? Ok, lascio che sia qualcun altro a mettervi sul chi va là: «I debiti che non possono essere onorati, non lo saranno. Continuare sulla via di espansione monetaria attuale non serve più a niente, è rimandare a più tardi l’inevitabile ed è ogni giorno più pericoloso. Purtroppo, il ritorno indietro implica grandissimi rischi. Sicché i rischi di un’altra crisi continuano a crescere. Chi lo ha detto? William White, presidente della Commissione Ocse per l’analisi dell’economia e lo sviluppo ed ex dirigente della Banca per i regolamenti internazionali. Di lui vi fidate?