Diamanti in banca, monito di Bankitalia

Mirko Molteni finanzareport.it 14 marzo 2018

 

Dopo le multe di ottobre, ora nuove preoccupazioni legate alla vendita di gemme, come investimento rifugio, agli sportelli degli istituti, pare non sempre corrette quanto a informazioni complete per il cliente.

 
 

A oltre quattro mesi dal giro di vite dell’autorità antitrust sull’offerta da parte di molte banche di diamanti come bene rifugio per investimento, ora è la Banca d’Italia a mettere in guardia gli istituti di credito del nostro paese circa una pratica che in alcuni casi potrebbe essere rischiosa per il cliente e anche per la reputazione stessa delle banche, in particolare dando adito a sospetti di ingannevolezza relativi all’omettere varie informazioni a cui invece il compratore avrebbe diritto. Bankitalia lo fa attraverso una lettera confidenziale inviata a tutte le banche, ma i cui contenuti stanno filtrando sulla stampa nazionale in questi giorni.

La Banca d’Italia si dice preoccupata per varie cause di risarcimento venute in essere per problemi legali dovuti alla vendita agli sportelli, da parte degli istituti, di diamanti di gruppi terzi. E invita le banche ad accantonare fondi proprio in vista di eventuali rimborsi per i clienti. Fra le righe, Bankitalia parla espressamente di “rischi legali e reputazionali collegati a un potenziale ampliamento del contenzioso”. Ciò perché la vendita di diamanti da investimento ha sollevato problemi fin dallo scorso anno. Nel giugno 2017, militi della Guardia di Finanza avevano perquisito alcuni istituti come Intesa Sanpaolo, Banco BPM, UniCredit, Mps e Banca Popolare di Bari sulla base di indagini avviate dalla Procura di Milano.

Poi, il 30 ottobre 2017, sono arrivate multe dell’Antitrust nei confronti di due società di commercio di diamanti, Intermarket Diamond Business (Idb) e Diamond private Investment (Dpi), e delle banche presso cui piazzavano ai clienti le loro gemme, ovvero Unicredit e Banco Bpm, nel caso di Idb, e Intesa Sanpaolo e Banca Monte dei Paschi di Siena, riguardo a Dpi. Ciò perché sono state rilevate pratiche “ingannevoli e omissive”, nell’offerta. Soprattutto il fatto che ai clienti veniva prospettato un prezzo dei diamanti che doveva, teoricamente, riflettere le effettive quotazioni sui mercati internazionali, secondo i più rinomati indici del settore, come Rapaport e IDEX.

Il prezzo, però, in realtà non era legato alle quotazioni di mercato, ma, secondo l’accusa, determinato dal venditore. Inoltre si faceva credere ai clienti che questi diamanti fossero poi un investimento assai più facilmente liquidabile e rivendibile di quanto invece accade normalmente in un mercato così particolare che necessita di esperti di provata professionalità. Ne erano risultate sanzioni per un totale di 15,35 milioni di euro, e le più colpite erano state, anzitutto le due società Idb (la quale ha impugnato legalmente il provvedimento) con 2 milioni, e Dpi per 1 milione, poi, fra le banche, Unicredit con 4 milioni, Banco Bpm per 3,35 milioni, Intesa con 3 milioni ed Mps con 2 milioni.