La pizza di Cracco come metafora del Paese

 

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Un Paese diviso. Non dalle elezioni ma dalla pizza di Carlo Cracco, il quale ha proposto una rivisitazione della Margherita nel suo nuovo ristorante in Galleria Vittorio Emanuele, centro storico di Milano. La pizza craccata è così: farine biologiche macinate a pietra, salsa al ragù con pomodori San Marzano e mozzarella di bufala e basilico in semi. Un Paese diviso, dunque: da una parte quei pochi che l’hanno assaggiata, e su TripAdvisor recensiscono con entusiasmo: “Premetto che sono un fan della pizza napoletana, ma questa pizza ci sta, poche ciance!”, dall’altra le critiche di tutti gli altri che non la mangeranno mai, eppure loro sì che se ne intendono a occhio: eh, ma quanto costa, ma Cracco chi si crede d’essere, ma il mio pizzaiolo egiziano la fa meglio (e se vuoi ti ridisegna pure la Guernica, ché quel Picasso è sopravvalutato). Critiche di tre tipi: è troppo cara; è esteticamente brutta; tu mia madre non la tocchi, e neppure la ricetta della Margherita. Se Piero Camporesi leggendo le ricette dell’Artusi scriveva che gli italiani si fanno a tavola, noi possiamo leggere i commenti alla pizza di Cracco come lo Zeitgeist di un Paese votato al culto della miseria, mitomane e immobile.

Una nazione povera nell’animo prima che nei conti, perché a sedici euro una pizza in Galleria a Milano è se non regalata, almeno rispondente alle leggi del mercato, diciamo. Solo un’Italia che aspetta i moduli del reddito di cittadinanza, che non vuole pagare Spotify o profondamente taccagna può lamentarsi di questo prezzo e scrivere che alla Bella Napoli si mangia a 4 euro. Anche l’acqua dal rubinetto è gratis, se è per questo, ma esiste in commercio l’Acqua di Cristallo – Tributo a Modigliani, con 5 mg di polvere d’oro a 23 carati ed è l’acqua in bottiglia più cara del mondo: costa molto e non è fatta per noi. E poi Carlo Cracco è il nostro Demna Gvasalia. Anche la borsa Ikea costa 99 centesimi, ma se la rifà Gvasalia per Balenciaga la paghi 2000 dollari: è l’estetica del “making the ordinary extraordinary”. Il lusso è come i canoni di bellezza: è esclusivo, non inclusivo. In assenza dei soldi necessari a comprarlo, il problema non è certo come spenderli.

 

Immobile, si diceva. I conservatori in Italia li riconosci perché mangiano la pizza d’asporto fredda e dal cartone, ma guai a modificarne gli ingredienti. “La boria e l’arroganza di chi si sente un dio e vuole addirittura modificare un patrimonio dell’umanità come la pizza!”, è il commento medio su Twitter all’affaire pizza modificata. Ma chi si crede di essere Cracco, uno chef di un ristorante stellato? E questo ci porta al terzo tipo di critica: la mitomania. L’idea che possiamo insegnare a Cracco a cucinare è già interessante, ma anche riuscire a degustare una pizza da una foto è notevole: siamo pieni di talenti e nessuno ce li riconosce. Avviene così che la sola onestà venga messa alla pari della preparazione, che si diffonda la convinzione che tutti possiamo fare più o meno tutto (se voti il tuo pizzaiolo poi non è che puoi lamentarti se non sa niente di economia, però, per dire).

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Qualche giorno fa un locale di Acerra in provincia di Napoli, La Bella Napoli, ha accusato Vittorio Sgarbi di essere scappato da una cena in pizzeria senza pagare. Sgarbi si è difeso dicendo che per tutto il tempo il personale aveva chiesto selfie, video promozionali a cui Sgarbi s’era prestato recitando quanto buona fosse quella pizza, e i titolari alla fine non avevano portato il conto. Lui era invitato e non s’è preoccupato di niente. Morale: nessuno ha chiesto il conto e questi ristoratori, forse per furbizia o forse per vendetta, hanno poi sputtanato Sgarbi per quel centone non pagato. Sgarbi alla radio, intervistato sull’argomento, s’è difeso dicendo che loro avrebbero dovuto pagargli i selfie. E forse sta qui il punto che ci mette tutti d’accordo e riunisce gli italiani. La migliore analisi del voto è anche il miglior commento alle pizze non pagate, e viene da Corrado Guzzanti, anzi da monsignor Florestano Pizzarro: “Ma a finite de parlà de sordi che nun ce stanno. Ma se po’ vive sempre a buffo. La Fornero dovreste far premier”. Una Repubblica fondata sul non voler pagare niente, mai.

 

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