A CARLO MESSINA – SECONDA PARTE

MESSINA

 

Caro Messina,

leggo come ogni giorno molti quotidiani e apprendo oggi della sentenza di Vicenza tramite un giornale locale e che pubblico sul mio Blog (visto le visite ritengo che tu sia informato) – vorrei solo riportare un piccolo paragrafo che mi ha colpito:

sentenza clamorosa a Vicenza: il Giudice Luigi Giglio contraddice il collega Gup Roberto Venditti e chiama in causa Intesa San Paolo per i danni a ex socio Veneto Banca”

continuo

“e’ una sentenza assai importante – aggiunge Franco Conte – e sarà’ contrastata con le bombe atomiche da Intesa San Paolo ma aspettiamo il 27  marzo a Roma dove e’ prevista l’udienza in cui il Giudice valutera’ le controsservazioni di Banca Intesa …..in tempo per trovare una bella sorpresa per la S. Pasqua se non la spunteranno i milionari Avv. di Banca Intesa come Paola Severino che non dimentichiamolo ha sostenuto che “la mia assistita non deve farsi carico di nulla ma solo ringraziarla per aver salvato gli sportelli , i dipendenti e i correntisti”

Non voglio commentare perche’ immagino che tu la commenti da solo assieme ai Tuoi fedelissimi – e la risposta puo’ essere solo una.

Detto questo mi piacerebbe sapere a me e a tutti lettori , a tutti gli azionisti di Intesa San Paolo se il Tuo CDA – il Collegio Sindacale – Il Collegio dei Probiviri ti abbia autorizzato in qualità’ di Consigliere Delegato dell’Istituto che legalmente rappresenti ad agire in questo modo  – pero’ una risposta ce la devi dare pubblicamente non dico tramite il mio Blog in quanto tra noi due pendono delle azioni pesanti – ma tramite un quotidiano perche’ e giusto che tutti sappiano come siano spesi i soldi pubblici che il Tuo Istituto ha ricevuto immediatamente dal Mef ( leggi articolo del 25/06/2017 il sole 24 ore) cosi’ come i Tuoi azionisti ( specialmente il Fondo BlackRoock secondo azionista di rilevanza per quanto ne so’ – che legge quotidianamente il mio Blog) e’ una questione di Profesionalita’ e serietà’ in quanto tu difendi l’Affaire del Secolo con i soldi dei contribuenti ( denari che l’istituto che rappresenti  ha gia’ avuto dal Mef) e degli azionisti  anziché’ cercare di difendere i Tuoi nuovi clienti gli attacchi!

Non entro nel merito delle polemiche perche’ tu hai ben compreso dove tutti Noi vogliamo arrivare – io personalmente ho le idee molte chiare – ma vorrei sottoporti una cosa che e’ molto brutta per l’istituto che rappresenti e te ne riporto solo una senza farti perdere ulteriore tempo anche se l’hai gia’ letta nel mio Blog:

 

“Intesa Sanpaolo troppo costosa: un ex correntista Veneto Banca non riesce a far “traslocare” il suo vecchio conto a un diverso Istituto

Di Citizen Writers  Giovedi 8 Marzo alle 23:07 | vicenzapiu’.it

 

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Risiedo a Crespano del Grappa (TV) e sono un ex correntista di Veneto Banca, istituto la cui parte in attivo come sappiamo, è stato acquistato insieme a Banca Popolare di Vicenza al costo 1 euro, lasciando i 20 miliardi di euro che lo Stato ha elargito per acquisire la parte in sofferenza a carico di tutti noi contribuenti. Per evitare gli alti costi di tenuta del mio conto (accredito pensione, pagamento bollette e bancomat), che Intesa Sanpaolo mi aveva comunicato con ben 56 pagine di avvertenze ed istruzioni, ho deciso di cambiare istituto di credito. Per correttezza e sicurezza nel trasloco del conto, ho demandato alla nuova banca l’onere di attivarsi per eseguire le procedure in maniera corretta depositando lì: bancomat, libretto degli assegni e la procura alla chiusura.

Purtroppo a oggi 8 marzo, dopo oltre 30 giorni dall’avvio della procedura, dopo vari solleciti fatti di persona ai vari funzionari di Intesa Sanpaolo di Crespano, dopo varie mail inviate ad Intesa, dopo varie sollecitazioni inoltrate verso ISP dall’istituto presso il quale ho traslocato il conto, ad oggi nessuno mi sa dire: 
1) in quale “recesso” bancario sia finito il mio conto, poiché non se ne ha più traccia, e nessuno dei funzionari da me interessati, si preoccupa minimamente di questo;
2) per quale motivo una banca che si reputa la più tecnologica esistente e al servizio dei clienti, impieghi un numero abnorme di giorni per una procedura che necessita forse di dieci minuti di tempo da dedicare alla questione. 
La morale di tutto questo? Intanto di non fidarsi di Intesa Sanpaolo, per lo meno della filiale di Crespano e preferire le banche del territorio, quelle cooperative dove almeno, si spera, il rapporto è ancora di fiducia.
Claudio Fiori”

Vorrei concludere con  questo  aforismo:

Il saggio non si espone al pericolo senza motivo , poiché’ sono poche le cose di cui gli importi abbastanza; ma e’ disposto , nelle grandi prove , a dare perfino la vita, sapendo che a certe condizioni non vale la pena di vivere” SOCRTATE

A presto,

Paolo Politi

P.S. RISENTI QUANTO HAI DICHIRATO

 

 

TELECOM, FONDO SCATENATO – ELLIOTT HA SUPERATO DI GRAN LUNGA IL 10% – CHIESTA LA REVOCA DI 6 CONSIGLIERI IN QUOTA VIVENDI TRA CUI DE PUYFONTAINE – LUIGI GUBITOSI POTREBBE PRENDERE IL POSTO DI GENISH, DIMETTENDOSI DA COMMISSARIO DELL’ALITALIA – ALL’INIZIO ELLIOTT AVEVA SCELTO SARMI E GAMBERALE MA HANNO AVUTO UNA “BRUTTA STAMPA” DA ROCCO SABELLI

DAGOSPIA.COM 15 MARZO 2018

1. DAGONOTA

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Fondo scatenato: Elliott può contare su una alleanza che supera di gran lunga il 10 per cento del capitale di Tim. Il lavoro certosino fatto da Roberto Sambuco dello studio advisor, Vitale e C., sta permettendo al fondo “avvoltoio” di essere sull’orlo di vincere la partita con Vivendi. E qualsiasi sia il risultato in Assemblea, il gruppo di Bollorè è indebolito.

IL PROFESSOR ROBERTO SAMBUCO jpegIL PROFESSOR ROBERTO SAMBUCO JPEG

 

Genish, per conservare la poltrona di AD, ha promesso lealtà sia a Bollorè che al fondo americano. Da parte sua, il presidente prescelto da Elliott, Fulvio Conti, sostiene che la battaglia va condotta fine in fondo e va nominato un nuovo AD. Benvoluto dai fondi anglo-americani, Luigi Gubitosi potrebbe prendere il posto di Genish, dimettendosi da commissario dell’Alitalia. All’inizio Elliott avrebbe preferito la coppia Sarmi e Gamberale ma hanno avuto una “brutta stampa” da Rocco Sabelli.

 

fulvio contiFULVIO CONTI

2. TELECOM, ELLIOTT PRESENTA LA LISTA E CHIEDE LA REVOCA DI SEI CONSIGLIERI

da IlSole24Ore.com

 

Ora è ufficiale: il fondo Elliott chiede la revoca di sei consiglieri di Telecom tra cui il presidente Arnaud de Puyfontaine. Non è presente fra i revocabili il nome del ceo Amos Genish. In particolare Telecom Italia ha ricevuto da Elliott International LP, Elliott Associates LP e The Liverpool Limited Partnership la richiesta di integrazione dell’agenda dei lavori dell’assemblea degli azionisti, già convocata per il 24 aprile.

 

Elliott chiede di inserire, appunto, nell’ordine del giorno la revoca di sei amministratori: Arnaud Roy de Puyfontaine, Hervé Philippe, Frederic Crepin, Giuseppe Recchi, Felicite Herzog e Anna Jones. Per sostituirli sono stati proposti i nomi di Fulvio Conti, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Luigi Gubitosi, Dante Roscini e Rocco Sabelli.

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

 

Nella rosa di nomi presentata dal fondo Elliott, gli occhi del mercato si sono concentrati su due nomi: Fulvio Conti, ex ad di Enel, e Rocco Sabelli, ex amministratore delegato di Alitalia con un passato in Telecom. Conti e Sabelli sono, infatti, secondo rumor insistenti i due manager su cui Elliott punta per cariche operative in Telecom. In particolare, Conti è in pole position per la presidenza.

luigi gubitosi e moglieLUIGI GUBITOSI E MOGLIE

 

Un altro nome in lista è quello di Luigi Gubitosi, ex ad di Wind e direttore generale della Rai, ora commissario straordinario di Alitalia, per il quale non si profila una carica operativa. Completano la lista Paola Giannotti De Ponti (laureata alla Bocconi, ex Ansaldo Sts, oggi nel cda di Terna), Dante Roscini, professore ad Harvard e Massimo Ferrari, cfo del gruppo Salini Impregilo.

 

AMOS GENISH E MOGLIEAMOS GENISH E MOGLIE

In base all’articolo 126 bis del dlgs 58 del 1998 (il Tuf), la percentuale minima per chiedere l’integrazione dell’ordine del giorno e presentare, quindi, nuove proposte di deliberazione è il 2,5% dell’azionariato, soglia raggiunta da Elliott e allegata alla documentazione predisposta in vista dell’assemblea del 24 aprile.

 

ROCCO SABELLIROCCO SABELLI

Elliott, come detto, ha chiesto la revoca dell’attuale presidente ma non dell’amministratore delegato Genish, dal momento che il manager è stato cooptato in cda e la sua nomina è prevista all’ordine del giorno dell’assemblea. Nomina, dunque, a cui Elliott si potrebbe opporre.

 

Secondo quanto si apprende, in ogni caso, le critiche che hanno spinto Elliott a chiedere la revoca di sei amministratori in quota Vivendi sono «di management, non al management». Nei giorni scorsi per il ruolo di amministratore delegato designato da Elliott è circolato anche il nome di Paolo Dal Pino.

 

Ma non è finita qui: il fondo, secondo quanto riporta Radiocor Plus, si riserva di formulare altre richieste di integrazione e/o presentazione di proposte entro il termine ultimo previsto dalla legge, che dovrebbe essere martedì prossimo.

 

 

Banche venete a Intesa. Padoan: dallo Stato subito 5,2 miliardi, con le garanzie si arriva a 17

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (Ansa)
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (Ansa)

«Il governo ha approvato il dl che consente il salvataggio delle due banche venete e consentirà di rassicurare e stabilizzare la situazione». Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in conferenza stampa a Palazzo Chigi poco dopo il via libera del cdm al decreto legge con cui si dà l’avvio alla liquidazione coatta di Popolare di Vicenza e Veneto banca e alla cessione delle parti good a Banca Intesa. La crisi delle banche venete risale a prima della crisi economica e «ha raggiunto livelli che hanno reso necessario un intervento di salvataggio, per evitare i rischi evidenti a tutti di un fallimento disordinato» ha spiegato Gentiloni. Del nostro sistema bancario «il gruppo Intesa San Paolo, che acquisisce queste banche venete, è un asset tra quelli di maggior valore» ha detto il premier. L’intervento di salvataggio «si indirizza innanzitutto a favore dei correntisti e dei risparmiatori delle due banche, a favore di chi nelle banche lavora, più in generale a favore dell’economia del territorio, uno dei più importanti per il nostro sistema Paese, un’economia che soprattutto per piccole e medie imprese ha in queste banche un riferimento storicamente di grande rilievo» ha concluso Gentiloni.

Spesa immediata da 5,2 miliardi con le garanzie mobilitati fino a 17 miliardi 
L’esborso immediato da parte dello Stato vale 5,2 miliardi, finanziati dal debito aggiuntivo (20 miliardi) già previsto dal decreto di Natale. Di questi 4,78 servono a garantire la neutralità dell’operazione sui capital ratios di Intesa, come chiesto espressamente dalla banca, e altri 400 milioni servono a finanziare garanzie potenziali su rischi futuri fino a 12 miliardi: si tratta di garanzie fino a 6,3 miliardi per la retrocessione di crediti che non risultino in bonis e oltre 4 miliardi per crediti in bonis ma ad alto rischio. I 5,2 miliardi di esborso effettivo comprendono di fatto una quota da oltre un miliardo che sarà utilizzata da Intesa per gestire gli esuberi (si parla di circa 4mila persone) prodotti dall’operazione.

“Le due banche venete continuano a operare di fatto come componenti del gruppo Banca Intesa: non c’è nessuna interruzione, a partire da domani, dell’attività normale di sportello”

Il ministro Pier Carlo Padoan in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il varo del decreto 

Essendo tratte dal debito una tantum stanziato con il decreto di Natale, queste spese non modificano i saldi di finanza pubblica.

Rimborsi per gli investitori 
Al salvataggio delle banche venete si applica «il burden sharing non il bail in» che prevede la protezione dei correntisti e obbligazionisti senior. In vista anche un meccanismo per indennizzare i piccoli risparmiatori che hanno in portafoglio i circa 200 milioni di subordinati di Vicenza e Montebelluna destinati al burden sharing. Per loro le regole della liquidazione prevedono un indennizzo all’80% , come accaduto pe le 4 banche regionali finite in risoluzione; Intesa, ha però assicurato Padoan, si è impegnata a coprire il 20% che resta.

Nessuna interruzione di attività 
Le due banche venete «continuano a operare di fatto come componenti del gruppo Banca Intesa: non c’è nessuna interruzione, a partire da domani, dell’attività normale di sportello» ha sottolineato Padoan.

“Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori mi dicessero qual era l’alternativa migliore perché io francamente non le vedo. L’unica alternativa era la liquidazione disordinata o spezzatino”

Il ministro Pier Carlo Padoan  

Padoan, non c’erano alternative 
Una strada obbligata quella della liquidazione ordinata ha spiegato Padoan in conferenza. «Di quali alternative stiamo parlando?» ha replicato il ministro. «Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori dal punto di vista del sostegno alle famiglie, a costi inferiori, mi dicessero qual era l’alternativa migliore perché io francamente non le vedo. L’unica alternativa
era la liquidazione disordinata o spezzatino che avrebbe completamente distrutto la capacità operativa delle due banche». 

Il provvedimento, che ora va alla firma del Capo dello Stato per la pubblicazione nell’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale, è essenziale per garantire domani mattina l’operatività degli sportelli delle due Venete, dopo il sostanziale dissesto certificato venerdì dal Meccanismo unico di Vigilanza. In serata è arrivato il via libera della Commissione Europea all’operazione.

Parte la liquidazione ordinata 
Il decreto è arrivato dopo un complicatissimo lavoro di limatura condotto con le autorità europee e i tecnici di Intesa. Oggetto dei negoziati continui è stata in particolare la definizione puntuale del “perimetro segregato” di attività e passività destinate a Intesa; da questo è dipesa infatti la somma di fondi pubblici da destinare all’operazione, e il superamento del rischio di vedersi bocciare ex post dalla UE il meccanismo per incompatibilità con le regole sugli aiuti di Stato.

Il decreto sarà pubblicato oggi in Gazzetta 
Il decreto dirotta verso il finanziamento delle bad Bank una quota dei 20 miliardi di debito pubblico una tantum messi a disposizione dal decreto di Natale: miliardi, si ricorderà, stanziati in vista del l’ipotesi di ricapitalizzazione precauzionale che sta andando in porto per Mps ma che nel caso delle due Venete è inciampata sulla richiesta della Bce di accompagnare l’intervento pubblico con un investimento privato da 1,25 miliardi. Di privati disposti a investire in base al piano messo a punto dalle due banche e dal Tesoro, però, non se ne sono trovati: di qui il piano B con la liquidazione coatta amministrativa disciplinata dagli articoli 80 e seguenti del Testo unico bancario.

In arrivo i due commissarinominati da Bankitalia 
Con il decreto legge la palla passa ora al ministero dell’Economia, che con decreto su proposta di Bankitalia deve sancire la liquidazione dei due istituti. Bankitalia, sempre in giornata, nominerà i due commissari, accompagnati ciascuno da un consiglio di sorveglianza di tre componenti.

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P.S. IMMEDIATAMENTE AD INTESA SAN PAOLO 5,2 MILIARDI – PENSATE A CHI DEVE INCASSARE FATTURE DALLO STATO DA ANNI? NO COMMENT. 

E POI CI RITROVIAMO CHE NEL BILANCIO 2017 I SOLDI DATI DALLO STATO VANNO AI SOCI DI INTESA.

COMMENTATE VOI………….

Banche venete, Bankitalia parte civile? E’ il teatro dell’assurdo

 VVOX.IT 14 MARZO 2018

Dalle dichiarazioni del procuratore vicentino Cappelleri alle contraddizioni dell’istituto centrale, il (grottesco) caso continua

 

Affaire Banca Popolare di Vicenza, le sorprese non finiscono mai. Molti lettori sanno quanto si sia dibattuto su questo giornale online a proposito dei sequestri non predisposti dalla Procura di Vicenza. Quando questo, sia pur tardivamente, è avvenuto, abbiamo assistito alla querelle con il giudice delle indagini preliminari che pensava la competenza fosse della Procura di Milano. Il problema fu trasferito in Cassazione che decise per Vicenza, ma stigmatizzò che il sequestro sarebbe comunque dovuto avvenire anche nelle more della decisione.

Nei giorni scorsi è stata eseguita l’ordinanza con la quale il gip, appunto, nel maggio 2017, dispose il sequestro di 106 milioni nei confronti della Popolare. La notizia è che quei soldi sono stati individuati solo per una segnalazione dei commissari liquidatori della bad bank che hanno indicato il conto sul quale erano stato depositato quanto recuperato con le loro operazioni. Che ne sarà di quel malloppo? Chi ne sarà beneficiato? Secondo il procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri, andranno a risarcire tutti quei risparmiatori che hanno sottoscritto l’aumento di capitale del 2014. Ma esistono anche altri punti di vista.

La cosa singolare che questo magistrato ha aggiunto, rispondendo ad una domanda precisa se vi sarebbero stati altri sequestri a carico di coloro che avevano ostacolato la vigilanza, è stata che «in linea astratta si potrebbe fare, ma è molto complicato dimostrare l’esatto ammontare del profitto..». Ecco, io mi permetto di dissentire da tale argomentazione. Tra fare un sequestro per eccesso o per difetto e non farlo affatto, la soluzione mi sembra una sola: il sequestro va fatto soprattutto tenendo presente che i beni sequestrati sono solo tolti alla temporanea disponibilità del proprietario e che comunque li rende attaccabili solo in caso di dimostrata colpevolezza.

Credo che a far sobbalzare il comune cittadino sia anche un’altra cosa. La Banca d’Italiaintende costituirsi parte civile nel processo penale. Ora se l’istituto centrale ha avuto dei danni dal disastro della Popolare non si tratta certo di danni materiali. Se passiamo a quelli reputazionali, ci si innervosisce subito: che ci siano stati, e di peso, nessuno lo nega, ma essendo stati autoinflitti da comportamenti disdicevoli di qualche dirigente o funzionario della stessa Bankitalia, mi sembra sia un fatto emerso con chiarezza dai lavori della commissione banche.

Diamo pure credito – vedi dichiarazioni del ministro Padoan – alla correttezza del governatore Ignazio Visco (solo per proprietà transitiva dell’uguaglianza), ma le dichiarazioni del capo vigilanza di Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo (in foto), contraddette in commissione da altri auditi, e quanto risulta a noi dai report dei capi di Veneto Banca convocati a Roma dal suddetto signore (pressioni per buttarsi senza paracadute tra gli artigli di Zonin), portano inesorabilmente a pensare che responsabilità di Bankitalia ce ne siano eccome. Se il governatore non sapeva, allora si liberi di tutto quel milieu che utilizzava il suo ruolo per agevolare qualcuno che non aveva nessun titolo per pretenderlo. Ionesco e il suo teatro dell’assurdo avrebbero pane per i loro denti.

Adusbef: “Sentenza favorevole ai risparmiatori di Veneto Banca”

http://www.ilcittadinoonline.it/ 15 MARZO 2018

La subentrante Banca Intesa diventa responsabile dei rapporti tra istituto ed utenti

 

ROMA. Ancora una sentenza vittoriosa di Adusbef nell’eterno contenzioso con il ceto bancario.  Il presidente dell’Adusbef, Antonio Tanza, rende noto che con sentenza n.733 del 14.3.18 il Tribunale di Vicenza, in persona del Giudice Luigi Giglio, con argomentazione chiara ed inattaccabile ha stabilito che nelle cause promosse dai risparmiatori contro Veneto Banca spa, prima che questa fosse posta in liquidazione coatta amministrativa dal D.L. n. 99/2017, convertito nella Legge n. 131/2017, non possa essere chiamata in giudizio Veneto Banca, ma Intesa San Paolo Spa quale successore a titolo particolare, nonché quale responsabile a titolo solidale insieme alla banca cedente (Veneto Banca in lca) oltre che ai sensi dell’art. 2560 c.2 c.c..

La vertenza nasce dal giudizio avviato nel 2017 dal legale Adusbef di Bassano del Grappa, Avv. Emanuela Marsan, la quale aveva contestato a Veneto Banca spa una serie di vizi nella vendita di prodotti finanziari in danno del suo Assistito. Avverso dette istanze si era costituita Veneto Banca in LCA chiedendo l’estinzione del giudizio nei confronti della stessa per improcedibilità e/o improseguibilità della domanda essendo intervenuto, per l’appunto provvedimento legislativo di messa in liquidazione coatta amministrativa.

Con un provvedimento, invece, aderente ai principi del nostro ordinamento costituzionale il Giudice di Vicenza ha ritenuto che se da un lato non vi fossero gli estremi per la prosecuzione del giudizio nei confronti di Veneto Banca spa in LCA, in quanto la normativa sulla liquidazione delle banche vieta l’introduzione/prosecuzione dei giudizi nei confronti della LCA, dall’altro ha stabilito che vi è diritto da parte dell’Avv. Marsan, legale Adusbef, di chiamare in causa a titolo di successore particolare, Intesa San Paolo Spa, che di Veneto Banca spa, come noto, ha acquistato un ramo di azienda, giusta contratto notarile del 26/06/2017 tra Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca da una parte ed Intesa San Paolo dall’altra.

Avv. Paolo Polato: le fondamenta legali della sentenza di Vicenza che coinvolge Intesa Sanpaolo nei danni da risarcire ai soci di Veneto Banca e, per analogia, BPVi

Di Lettere al direttore VICENZAPIU.IT 15 MARZO 2018

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Un nuovo capitolo nella vicenda banche Popolari Venete e risparmiatori traditi è stato scritto, facendo breccia sul muro apparentemente inespugnabile eretto dal D.L. 25.06.2017 n. 99 convertito in legge 21.07.2017 n. 131. Il Tribunale di Vicenza, in persona del Giudice Unico, dott. Luigi Giglio, in data 14.03.2018 con la sentenza n. 733/2018 (Emanuela Marsan avvocato di un socio della ex Veneto Banca, ndr) ha fatto proprio l’orientamento illuminante espresso dai giudici di Roma nelle more del procedimento penale nei confronti dei vertici dell’allora Veneto Banca S.p.A.

La sentenza in commento si sofferma sul disposto dell’art. 3 del D.L. 99/2017 e sul rapporto con la disciplina dell’art. 2560 c.c., condividendo l’assunto che seppur la prima regoli l’ambito di cessione di azienda a favore di Banca Intesa Sanpaaolo, definendone l’oggetto ed escludendo dal medesimo eventuali obblighi risarcitori, non è prevista alcuna espressa deroga all’art. 2560, comma 2, c.c.
L’art. 2560 c.c. continua, pertanto, a regolare i rapporti tra il cessionario (Banca Intesa Sanpaolo) ed i soggetti terzi (i risparmiatori delle Popolari Venete cioè Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca), con la conseguenza che alla responsabilità ex lege della cedente si somma quella solidale del cessionario, determinandosi “così la “strutturale dissociazione” tra l’oggetto del negozio di cessione (…) ed il regime di responsabilità verso terzi”, operando la limitazione dei debiti solamente nei confronti delle parti del negozio (Banca Intesa Sanpaolo e banche Popolari Venete) e non nei confronti dei terzi creditori.
Il punto merita di essere ulteriormente sottolineato: l’accordo di cessione spiega effetti solamente tra le parti e NON nei confronti degli obbligazionisti subordinati e degli azionisti, i quali potranno far valere le loro pretese nei confronti del cessionario stante il disposto dell’art. 2560, comma 2, c.c.
Il Tribunale di Vicenza ha confermato, infatti, la prosecuzione della causa nei confronti di Banca Intesa Sanpaolo, in qualità di successore a titolo particolare nel rapporto controverso, autorizzandone la chiamata in giudizio con separata ordinanza.
Questa pronuncia segna un punto di netta rottura rispetto alla tesi sposata dal G.U.P. vicentino, dott.Roberto Venditti, nella vicenda penale di Banca Popolare di Vicenza, il quale ha escluso la chiamata di Banca Intesa Sanpaolo quale responsabile civile, sottolineando ulteriormente l’erroneità della posizione assunta e la sua assoluta non condivisibilità.
Ma non solo. La sentenza in commento è un’ulteriore crepa che si sta espandendo sulla fortificazione imbastita dal D.L. 99/2017, incrinando la safe-zone di Banca Intesa Sanpaolo “dagli attacchi” degli obbligazionisti subordinati ed azionisti delle Banche Popolari Venete.
A distanza di tempo stanno emergendo gli errori insiti nel menzionato Decreto Legge, predisposto forse con troppa fretta e senza un accurato bilanciamento delle poste in gioco, soprattutto a danno dei già truffati risparmiatori, il quale si connota di una copiosa lista di deroghe, la cui grande assente è quella all’art. 2560, comma 2, c.c.
Prima la pronuncia del GUP di Roma Lorenzo Ferri ed oggi quella del Tribunale di Vicenza stanno aprendo la strada ad un nuovo orientamento, che deve essere visto con assoluto favore, e con l’augurio che altri giudici di merito lo facciano proprio, riconoscendo in capo a Banca Intesa Sanpaolo la qualità di successore a titolo particolare nei rapporti facenti capo alle banche Popolari Venete e di responsabile solidale ex art. 2560 c.c.
Avv. Paolo Polato

Giochi olimpici? Tutti gli svizzeri devono esprimersi

tvsvizzera.it 14 marzo 2018

L’organizzazione dei Giochi olimpici invernali di Sion 2026 va sottoposta a un voto a livello nazionale. Lo chiede la Camera bassa del parlamento, che martedì ha accettato una mozione in tal senso. La seconda Camera deve ancora esprimersi.

palloncini rossi e bianchi con la scritta sion 2026
Se il popolo svizzero sarà chiamato a votare, la candidatura olimpica di Sion 2026 rischia di sgonfiarsi del tutto.

(Keystone)

Il governo svizzero è pronto a versare fino a un miliardo di franchi per sostenere la candidatura di Sion 2026. Secondo la parlamentare grigionese Silva Semadeni, “visto lo straordinario impegno finanziario della Confederazione”, l’elettorato svizzero deve però esprimersi. In una mozioneLink esterno, la deputata socialista ha quindi chiesto che il credito previsto sia iscritto in una legge e quindi attaccabile, come prevede il diritto svizzero, tramite referendum (50 mila firme).

Inoltre, il successo di un evento importante come i Giochi invernali dipende anche dall’entusiasmo della popolazione e per questo è necessario che dica la sua, ha sottolineato la grigionese.

Martedì il Consiglio nazionale l’ha seguita, accogliendo la sua proposta con 92 voti contro 87 e 7 astenuti. Per la Camera bassa non basta quindi il voto dei cittadini del cantone Vallese, che si terrà il 10 giugno.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/13-03-2018-sion-2026-il-nazionale-vuole-un-voto-popolare?id=10242281&startTime=0.000333&station=rete-uno

Silva Semadeni non ha nascosto la sua personale opposizione alle Olimpiadi, diventate un puro evento commerciale sovradimensionato.

“Vari studi mostrano che dal 1960 al 2016 il preventivo originario dei Giochi olimpici è stato superato in media di oltre il 150 per cento. Molte città e Paesi sono stati costretti ad assumersi deficit elevati e fare amare esperienze, altri – come accaduto nel 2013 e nel 2017 tramite votazione popolare nel Cantone dei Grigioni – hanno respinto una candidatura. Il CIO si garantisce dai rischi e non si assume alcun deficit”, rileva inoltre Silva Semadeni nella sua mozione.

Tempi troppo stretti

Per il ministro dello sport Guy Parmelin non è invece opportuno organizzare una consultazione popolare, anche perché non ci sarebbe tempo. Le decisioni sul finanziamento devono essere prese prima dell’inoltro della candidatura, prevista per il gennaio 2019. Visti i tempi della democrazia svizzera, un voto entro quella data sarebbe praticamente impossibile.

Inoltre un simile passo costituirebbe un pericoloso precedente. Simili crediti sono sottoposti al parlamento tramite un semplice decreto federale, non soggetto a referendum. Se si cambiasse la prassi, un giorno c’è chi potrebbe volere un voto anche su tutta un’altra serie di crediti, ad esempio quelli stanziati per l’agricoltura.

I sostenitori della manifestazione fanno valere dal canto loro che finora il popolo svizzero non è mai stato chiamato alle urne per avallare l’organizzazione di manifestazioni nazionali così importanti. “È una violazione di tutte le regole del gioco in vigore in Svizzera per l’organizzazione di grandi eventi. C’è stata l’esposizione nazionale nel 2002, i campionati europei di calcio nel 2008. In nessuno dei due casi la partecipazione della Confederazione implicava un voto popolare”, ha dichiarato alla radio pubblica RTS il deputato vallesano Philippe Nantermod.

Lo scoglio degli Stati

Prima che si arrivi a un voto popolare, la mozione di Silva Semadeni dovrà però ancora essere accettata dall’altro ramo del parlamento.

E al Consiglio degli Stati – che si esprimerà in giugno – la proposta della grigionese avrà vita dura. Nella Camera dei cantoni, dove siede anche il vicepresidente di Sion 2026 Hans Stöckli, i partiti più ostili all’organizzazione dei Giochi (socialisti, ecologisti e democratici di centro) non detengono la maggioranza.  

Dutti, l’imprenditore che regalò il suo impero

Rino Scarcelli tvsvizzera.it 15 marzo 2018

Una scultura in legno di Gottlieb Duttweiler esposta su una piazza e circondata di persone che la osservano
Gottlieb Duttweiler scolpito in legno nel 2017 per la campagna #Woodvetia

(Keystone/Peter Klaunzer)

Il 15 marzo del 1948 apriva a Zurigo un negozio di alimentari self-service. Fu il primo della Svizzera e tra i primissimi supermercati in Europa. Opera dell’imprenditore, politico e filantropo Gottlieb Duttweiler, l’uomo che regalò la sua azienda ai clienti e sviluppò il concetto di “capitale sociale”.

Duttweiler aveva visto i supermarket a libero servizio durante un viaggio negli Stati Uniti. Decise di adattare il modello al Vecchio continente, dove lui stesso possedeva dei negozi, ma non aveva mai visto un cliente riempire il cestino da sé e mettersi in coda a una cassa.

A giudicare dalle immagini dell’inaugurazione in Seidengasse, i clienti presero subito confidenza con la nuova Migros. Una buona intuizione fu evitare le disposizioni troppo geometriche e modulare la luce, per ottenere un ambiente più vicino a quello di un mercato o addirittura di casa.

“Sono stato un venditore di merci e successivamente, per quanto possibile, di idee”

Fine della citazione

Un ambiente anche più affine ai gusti della grande alleata di ‘Dutti’, ovvero la casalinga, alla quale questo imprenditore (che assottigliava il suo margine di guadagno da un usuale 20-25% all’8%) era conosciuto da oltre vent’anni.

I fiori e il prezzo tondo

Duttweiler conquistò i consumatori anche con i fiori: nel 1947, fu il primo non-fiorista a venderne. Quando a Zurigo un solo garofano costava 50 centesimi, da Migros si poteva avere un intero bouquet di 16 pezzi per 1 franco.

Il prezzo tondo è un principio che Duttweiler praticava già prima di aprire negozi. Per permettere agli autisti dei suoi camioncini di non perdere troppo tempo con il resto, l’importo era fisso e cambiava, all’occorrenza, la quantità di prodotto.

Così, garofani e rose entrarono anche nelle case delle famiglie non benestanti, allo stesso modo in cui una dozzina d’anni prima le porte di tante case si erano aperte per un viaggio con Hotelplan (“vacanze per tutti”, 1935).

L’assortimento dei supermercati Migros si sintonizza intanto con il tenore di vita dello svizzero medio.

Dalle origini allo scontro coi giganti

Gottlieb Duttweiler (1888-1962), figlio di un piccolo commerciante, comincia a viaggiare da giovane per l’Europa con campioni di caffè, riso e altri coloniali. A 26 anni diventa direttore dell’azienda di cui era già socio minoritario.

È in questo periodo, dall’inizio della prima guerra in poi, che apprende a negoziare con i paesi produttori e immagina un commercio senza intermediari.

Sottovaluta però la crisi monetaria internazionale del 1921, e dopo aver perso quasi tutto emigra in Brasile dove tenta, invano, di diventare coltivatore di caffè.

Al suo ritorno in Svizzera, un paio d’anni dopo, Duttweiler realizza il suo disegno: fare da ponte (per anni, “Die Brücke” sarà appunto lo slogan dell’impresa) tra produttore e consumatori.

Due signore osservano e commentano un camioncino d'epoca caricato con finte confezioni di 5 prodotti alimentari
Camioncino Migros della prima ora esposto in un museo (immagine d’archivio).

(Keystone)

Adele Bertschi aveva 17 anni, quando conobbe Gottlieb nel 1909. Si sposarono nel ’13. Non ebbero figli, aspetto che forse facilitò la trasformazione di Migros in cooperativa e il regalo delle quote a 100’000 clienti, col solo disaccordo di una sorella di lui.

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Non avendo grandi capitali per aprire negozi, comincia acquistando 5 camioncini, cambiando per sempre il panorama svizzero del commercio al dettaglio: i veicoli Migros si vedranno circolare nelle regioni discoste del Paese fino a dopo il 2000.

I camioncini originari (1925) vendono pochi articoli: zucchero, pasta, caffè, riso e sapone (e grasso di cocco su ordinazione). L’assenza di intermediari consente di praticare prezzi mai visti. Nel caso del riso, quasi la metà: una manna per le famiglie operaie.

Duttweiler reinveste i profitti dell’immediato successo. I camion cominciano a fare tappa fuori dalla città di Zurigo, apre il primo negozio nel quartiere industriale della città e cresce, man mano, il numero di articoli.

Camion di vendita modello anni 90 parcheggiato ai bordi di una strada, cestini per la spesa arancioni fuori
Un camion di vendita modello ’80-’90. La clientela entrava dallo sportello posteriore, percorreva l’intera corsia e pagava/usciva in corrispondenza del posto di guida.

(Keystone)

Inutile dire che l’espansione non piace a commercianti, intermediari e produttori di articoli di marca, che cominciano a negargli le forniture.

Di necessità virtù

Sono questi ultimi, convinti di poterlo contrastare boicottandolo, a regalargli una delle più grandi idee di tutta la storia Migros: produrre da sé. Duttweiler compra nel 1928 la sua prima fabbrica. Primo articolo di “marca propria” è il succo di mele.

Analogamente, quando nel 1933 un decreto federale vieterà l’apertura di nuovi negozi al dettaglio, ‘Dutti’ decide di entrare in politica e fonda l’Anello degli indipendenti Link esterno(movimento che conquista 7 seggi in Parlamento già nel ’35).

In realtà, con il movimento e col giornale “Die Tat”, Duttweiler vuole difendere ben più che una semplice azienda. Si batte per la sua idea di una nuova economia di mercato sociale.

Gottlieb Duttweiler e il capitale sociale: ecco come nacque la Scuola
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Durante la seconda guerra, Gottlieb Duttweiler riesce a ottenere grande visibilità per la sua Migros. L’azienda diffonde filmati con consigli di economia domestica. Insegnano a sfruttare meglio le risorse, e intanto pubblicizzano i prodotti.

La resistenza, poi l’apertura

Mentre fa immergere nel Lago di Thun enormi “dispense subacquee” per immagazzinare cereali, l’imprenditore e politico sostiene la resistenza culturale della Svizzera con iniziative editoriali e cinematografiche, come il libro dell’Esposizione nazionale del 1939 e il film del 1941 ‘Il Landamano StauffacherLink esterno‘ (che conquista le sale elvetiche).

Al cinema, Duttweiler produsse anche ‘Marie-Louise’ (1946). Benché premio OscarLink esterno alla migliore sceneggiatura originale, il film ebbe inizialmente scarso successo. Il patron di Migros acquistò centinaia di biglietti, da regalare ai clienti nelle ore di bassa affluenza. Il risultato: più clienti nei negozi di alimentari, più spettatori nelle sale.

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Nel 1944, in vista della riapertura delle frontiere, lancia dei corsi di lingua a prezzo popolare. Una prima offerta formativa dalla quale scaturirà la Scuola ClubLink esterno, che ancora oggi è una peculiarità di Migros rispetto ad altre cooperative di consumo .

La nascita della cooperativa

È sempre in tempi di guerra che Gottlieb e Adele Duttweiler compiono il gesto più clamoroso: trasformano la Migros in cooperativa e cedono le quote a 100 mila clienti iscritti, tenendo per sé solo un “gruzzolo”.

“Cuore dell’economia dovrebbe essere l’uomo, non il denaro”

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Più tardi, i due cederanno anche la loro casa e il relativo parco, che ospiterà in seguito un Istituto di studi economici e socialiLink esterno. Lo stesso Gottlieb posa la prima pietra l’8 giugno del 1962, cinque giorni prima di morire.

In altre parole, i coniugi regalano un impero (un’azienda con un fatturato da 70 milioni di franchi) conferendole però una struttura societaria dove nessuno possa acquisire troppo potere, così che possa continuare a essere un’impresa responsabile.

Gottlieb Duttweiler osserva un manifesto col piano di viaggio e i prezzi dei camion Migros
Un’immagine non datata di Gottlieb Duttweiler.

(Keystone)

Si dice che Gottlieb Duttweiler, al di là del mangiar bene e dei sigari, vivesse in modo piuttosto modesto. Guidava una Fiat Topolino. Per evitare sprechi in ufficio, racconta il segretario Hans Tanner, aveva prescritto che le buste della posta ricevuta fossero riutilizzate per appunti o posta interna (dal documentario di Martin Witz ‘Dutti: Mister Migros’, 2007).

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Le ragioni di questa scelta sono in realtà controverse. Per qualcuno non si trattò di filantropia bensì di una mossa strategica: Duttweiler sarebbe comunque rimasto “uomo forte” della Migros fino alla sua morte, nel 1962.

Il culmine del “Percento culturale”

Nel 1953, la Boston Conference on Distribution premia Gottlieb Duttweiler, per aver realizzato una forma di distribuzione unica. Due anni più tardi gli fa visita in Svizzera una delegazione sovietica.

Corsia come quella di un negozio, colma di articoli di consumo, e un ragazzo con un cestino arancione
Interno del camion di vendita (foto sopra), rimesso in servizio per qualche tempo durante la ristrutturazione di una filiale a Zugo nel 2015.

(Keystone)

Ma il “capitale sociale” non è socialismo. È anzi inteso come antidoto, spiega Duttweiler, per “opporsi all’idea comunista del lavoro di gruppo” attraverso un capitalismo morale, libero dallo sfruttamento del denaro e con al centro l’uomo.

“Le dinamiche del profitto possono essere sostituite dal piacere di un servizio reso”

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Nel 1957, sarà scritto negli statuti dell’azienda il principio del ‘Percento culturaleLink esterno‘: l’1% del fatturato della cifra d’affari deve essere speso per scopi non commerciali: programmi culturali, sociali e di formazione.

“Formazione per tutti”

Intanto, crescono le Scuole Club e con esse i corsi di lingue, cultura e attività creative, movimento e salute, management ed economia, informatica e nuovi media.

Una scuola inclusiva (tra le novità, degli atelier formativi per persone con sclerosi multipla) e al passo coi tempi: è dotata di una piattaforma d’apprendimento online.

È inoltre sui social: perché è un modo efficace di comunicare, perché consente di sperimentare, perché è un modo di stare insieme. In poche parole, “perché sui social ci sarebbe anche Dutti”.

Le 15 tesi di Gottlieb e Adele DuttweilerLink esterno, “manifesto” del capitale sociale

Bibliografia
Dizionario Storico della Svizzera, Gottlieb DuttweilerLink esterno (voce 2006)
Curt Riess, Gottlieb Duttweiler – Una biografia, 1965
Alfred A. Häsler, L’avventura Migros, 1985
Peter P. Riesterer, Gottlieb Duttweiler : pensieri e immagini, 1988

FILE COMPLETO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/storia-del–signor-migros-_dutti–l-imprenditore-che-regal%C3%B2-il-suo-impero/43949730

La disoccupazione parziale, un’arma anticrisi efficace

Samuel Jaberg tvsvizzera.it 13 marzo 2018

un uomo sta lavorando a un computer di una macchina all'interno di un'azienda
Il settore delle macchine utensili – qui l’azienda Tornos a Moutier (Berna) – è particolarmente sensibile ai cicli economici. In caso di crisi, la disoccupazione parziale permette di assorbire in parte lo choc.

(Keystone)

Il lavoro ridotto permette non solo di salvare degli impieghi, ma anche di abbassare i costi dell’assicurazione contro la disoccupazione. Sono le conclusioni a cui giunge uno studio pubblicato di recente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Di che rallegrare padronato e sindacati.

Nel 2009, l’industria svizzera è travolta da un violento rallentamento congiunturale, originato dalla crisi dei subprime negli Stati Uniti. Nel settore delle macchine utensili, il volume d’affari delle aziende crolla in media del 70%. «La situazione era drammatica. In 30 anni di carriera nel settore, non avevo mai vissuto un degrado così improvviso», ricorda Rolf Muster, a capo dell’azienda bernese Schaublin Machines SA.

All’epoca ministra dell’economia, Doris Leuthard è chiamata ad intervenire. Rapidamente, decide di facilitare il ricorso alla disoccupazione parzialeLink esterno e di prolungare la durata delle indennità da 12 a 18 mesi, poi a 24 mesi l’anno successivo. «Doris Leuthard ha insistito molto presso le aziende affinché utilizzassero intensamente questo strumento», ricorda Daniel Lampart, segretario centrale dell’Unione sindacale svizzera (USSLink esterno). «Il mondo politico si è mostrato generoso e ha saputo dar prova di flessibilità di fronte all’ampiezza della crisi», osserva Pierluigi Fedele, specialista dell’industria presso il sindacato UNIALink esterno.

Nel 2009, oltre 90’000 dipendenti in Svizzera sono messi in disoccupazione parziale. Una cosa mai vista. Nelle regioni più industrializzate del Paese, la misura è applicata su larga scala. Nei cantoni di Giura e Neuchâtel, più del 10% del totale dei salariati beneficia così delle indennità per lavoro ridotto (ILRLink esterno). Tutto questo ha però un costo: 1,1 miliardi di franchi a carico dell’assicurazione contro la disoccupazione, soltanto per quell’anno.

Come funziona la disoccupazione parziale?

In periodo di crisi economica, quando è confrontata con una forte contrazione delle ordinazioni, un’azienda può ridurre temporaneamente l’orario di lavoro, in accordo con il personale interessato. I collaboratori ricevono allora un’indennità che ammonta all’80% della perdita di guadagno computabile. Un esempio: se il datore di lavoro dovesse ridurre il tasso di attività dal 100% al 50%, l’azienda verserebbe questi 50% mentre la cassa di disoccupazione coprirebbe l’80% dei 50% restanti. Il dipendente riceverebbe così il 90% del suo salario iniziale.

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Efficace, davvero?

Finora, sussistevano dubbi sulla reale efficacia di questo strumento anticrisi. Alcuni studi rimproveravano ai programmi di riduzione del tempo di lavoro di non impedire i licenziamenti, ma semplicemente di differirli nel tempo. Altro pericolo: delle aziende richiederebbero delle indennità di disoccupazione per salvare degli impieghi che avrebbero ad ogni modo mantenuto, anche senza il sostegno dello Stato.

Una nuova analisiLink esterno realizzata dal Centro di ricerche congiunturali del Politecnico di Zurigo (KOF) su mandato della SECO permette di spazzare via tali timori. Tra il 2009 e il 2015, la disoccupazione parziale ha durevolmente impedito dei licenziamenti in Svizzera e ha permesso alle imprese interessate di mantenere almeno il 10% dei loro impieghi, affermano Daniel Kopp e Michael Siegenthaler, coautori dello studio.

La conseguenza diretta è che i costi generati dalla disoccupazione parziale sono stati ampiamente compensati dai risparmi realizzati nell’assicurazione ordinaria contro la disoccupazione.

Mantenere il savoir-faire

In Svizzera, la disoccupazione parziale beneficia in generale di un ampio consenso: è incoraggiata da tutti i partner sociali ed è sostenuta sia a sinistra sia a destra dello scacchiere politico. Non sorprende quindi che padronato e sindacati applaudiscano all’unisono la conclusione dello studio del KOF.

«È la prova che si tratta di uno strumento efficace e ben indirizzato», reagisce Philippe Cordonier, membro della direzione di SwissmemLink esterno, l’associazione ombrello dell’industria metalmeccanica ed elettrica svizzera. Questo sistema consente alle aziende di mantenere i lavoratori qualificati e di mobilitarli nuovamente alla ripresa degli affari. «In questo modo si evita di perdere un prezioso savoir-faire. C’è infatti il rischio che delle persone qualificate lascino definitivamente l’industria in caso di licenziamenti», sottolinea Philippe Cordonier.

«Questo studio fa chiarezza e conferma le osservazioni fatte sul campo: negli ultimi anni, la disoccupazione parziale ha davvero permesso di salvare numerosi impieghi nell’industria svizzera», si rallegra Daniel Lampart.

Modello incoraggiato dall’OCSE

Come sottolineato dagli autori dello studio, sono state soprattutto le piccole e medie imprese (PMI) a ricorrere intensamente a questo strumento. «I grandi gruppi sono più inclini a prendere decisioni rapide e brutali quando i loro affari si deteriorano. Il lavoro ridotto non incontra quindi i favori di questo tipo di management», sostiene Pierluigi Fedele.

Mentre la disoccupazione parziale ha ampiamento dimostrato la sua efficacia durante la crisi economica del 2009-2010, lo stesso non si può dire nel contesto del franco forteLink esternoche ha fatto seguito all’abolizione della soglia minima di cambio franco-euro decisa dalla Banca nazionale svizzera nel 2015. «La disoccupazione parziale è prevista per far fronte a una diminuzione passeggera delle attività. Durante la crisi dell’euro, le aziende non avevano forzatamente meno lavoro; si sono invece trovate in difficoltà a causa della netta diminuzione dei loro margini. Malgrado una certa flessibilità nei criteri di attribuzione da parte delle autorità, il lavoro ridotto è stato in questo caso meno utilizzato», rileva Pierluigi Fedele.

In un contesto monetario teso, per le aziende è d’altronde più difficile intravvedere la fine della crisi e adottare misure temporanee quali la disoccupazione parziale.

Quello che è certo è che lo studio commissionato dalla SECO porta acqua al mulino dei difensori della disoccupazione parziale, in Svizzera e all’estero. Nel 2009, Pascal Lamy, allora direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, ha dichiarato al quotidiano romando Le Temps che la misura, abbastanza corrente in Europa, consentiva al continente di essere meglio attrezzato per fronteggiare la crisi, rispetto a Paesi, come gli Stati Uniti, che non la prevedevano.

Da qualche anno, anche l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSELink esterno) loda i benefici di questo strumento di protezione sociale, giudicato più efficace di qualsiasi altra misura protezionistica. «Lo studio svizzero sarà sicuramente consultato da vicino dai dirigenti dell’OCSE, che intendono sviluppare la disoccupazione parziale in altri paesi», afferma Daniel Lampart.

Lotta contro il franco forte

Attualmente, le aziende svizzere possono beneficiare di indennità in caso di riduzione dell’orario di lavoro per un periodo massimo di 12 mesi. Dal 27 gennaio 2015, sono anche previste delle indennità per le perdite di lavoro dovute al forte apprezzamento del franco svizzero. Il mantenimento di tale direttiva è regolarmente esaminato dalla SECO, indica quest’ultima a swissinfo.ch.

Traduzione dal francese di Luigi Jorio

Banche, addendum conferma linea dura Bce

Stefano Neri finanzareport.it 15 marzo 2018

Solo una concessione in termini di gradualità sulle coperture dei crediti deteriorati garantiti. Ricetta diversa però rispetto a commissione Ue

Danièle Nouy, responsabile del comitato unico europeo di vigilanza bancaria

La Bce ha alzato definitivamente il velo sulle proprie indicazioni in materia di crediti deteriorati, contenute nell’ultima versione dell’addendum.

Le novità in realtà non sono molte, al punto che viene confermata la richiesta alle banche di accantonare coperture sugli Npl garantiti in 7 anni, una vistosa discrepanza con le proposte della commissione che dà tempo 8 anni.

Confermati anche i due anni necessari, secondo la vigilanza Bce (in questo caso come per la commissione europea), per la copertura al 100% dei Non performing loans (Npl) non garantiti.

Sui crediti deteriorati garantiti l’addendum prevede quindi che le banche abbiano 7 anni di tempo per la svalutazione al 100% degli Npl, con la novità in questo caso che la svalutazione potrà iniziare, per gli Npl garantiti, solo dal terzo anno per un valore pari al 40% del credito. L’organismo presieduto da Danièle Nouy suggerisce poi una svalutazione del 40% dopo il terzo anno, del 55% dopo quattro anni di anzianità, del 70% dopo cinque, dell’85% al sesto anno e del residuo 15% nel settimo anno. Una concessione alla maggiore gradualità richiesta dagli istituti di credito.

Un’altra novità – ma in realtà si trattava più che altro di fissare una data – è che la misura si applica solo ai crediti che vengono classificati deteriorati a partire dal prossimo primo aprile. Ossia: riguarda anche i vecchi crediti che dovessero finire in sofferenza a partire dal primo aprile, mentre le proposte della Commissione Ue (che diverranno regole vincolanti una volta terminato l’iter di approvazioni) riguardano solo crediti erogati dal 14 marzo (ieri) che dovessero “deteriorarsi”.

In sostanza, Commissione europea e Banca centrale europea raccomandano entrambe alle banche di accelerare la pulizia dei loro bilanci (nonostante i rischi che ciò comporta di “credit crunch” ai danni di famiglie e imprese) ma prescrivono ricette diverse, seppure non contrastanti, su come perseguire tale obiettivo.

Le regole della Commissione Ue sono di primo pilastro e quindi vincolanti, mentre quelle della Bce saranno applicate “caso per caso”, anche se Francoforte sembra comunque intenzionata a chiedere conto di eventuali sforamenti.

Infatti l’addendum, rappresenta le “aspettative di vigilanza della Bce” e “non è vincolante” per gli istituti “ma funge da base per il dialogo di vigilanza”. La Bce aggiunge che valuterà “almeno con frequenza annuale qualsiasi divergenza tra le prassi delle banche e le aspettative in merito agli accantonamenti prudenziali”. Alle banche sarà quindi chiesto di comunicare alla Bce “qualsiasi divergenza tra le loro prassi e le aspettative in merito agli accantonamenti prudenziali nell’ambito del dialogo di vigilanza SREP, a partire dall’inizio del 2021”, ossia al compimento del terzo anno di anzianità dei nuovi crediti deteriorati post addendum.

L’Abi esaminerà le modifiche all’addendum mercoledì prossimo 21 marzo, secondo quanto fa sapere l’associazione bancaria.

In Borsa i titoli delle banche italiane non mostrano grande interesse per le novità arrivate oggi da Francoforte e all’indomani di una seduta moderatamente negativa l’indice bancario di Piazza Affari segna nel pomeriggio +0,4% contro il +0,6% del Ftse Mib, seguendo altri spunti.