Banche venete, Intesa Sanpaolo chiamata a risarcire gli investitori

Il Tribunale di Vicenza (Ansa)
Il Tribunale di Vicenza (Ansa)

Due a uno per i risparmiatori contro Intesa Sanpaolo. Se fosse una partita di calcio, sarebbe questo al momento il risultato (parziale) dei provvedimenti giudiziari che vedono contrapposti da un lato i creditori delle due banche venete in Lca (Liquidazione coatta amministrativa) e, dall’altro, la prima banca italiana che ha rilevato a 1 euro proprio Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza (Bpvi). A sancire il momentaneo vantaggio da parte dei risparmiatori è stato il Tribunale civile di Vicenza che, con una sentenza pubblicata il 14 marzo 2018, ha individuato Intesa Sanpaolo (e non Veneto Banca) quale responsabile civile del danno vantato da un azionista veneto. Ma facciamo un passo indietro.

La vicenda 
La palla al centro della partita è sempre quella: Veneto Banca e Bpvi sono le due banche finite in grave dissesto e poste in Liquidazione coatta amministrativa (Lca) a metà dello scorso anno. L’avvio è avvenuto, per entrambe, con il Dl 99/2017 (il cosiddetto decreto salva-banche venete) con cui si è prevista la cessione delle rispettive aziende a un soggetto da individuare, ma in realtà già individuato in Intesa Sanpaolo. Tutto a 1 euro, come riportato nell’atto di cessione stipulato il giorno successivo all’emanazione del Dl 99/2017 e, stando all’articolo 3, senza accollo dei debiti della banca ceduta verso i propri azionisti e obbligazionisti subordinati. 

La partita 
Ed è a questo punto che inizia la partita: alcuni creditori veneti vogliono invece essere risarciti proprio da Intesa Sanpaolo e, in effetti, il 26 gennaio 2018 in sede penale il Gup (Giudice dell’udienza preliminare) di Roma – nell’udienza preliminare per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza a carico degli ex vertici di Veneto Banca -autorizza la chiamata in causa di Intesa Sanpaolo per rispondere dei danni subiti dagli investitori (assistiti dall’avvocato Franco Moretti del Foro di Roma). Il risarcimento avverrà, ovviamente, se ci sarà il rinvio a giudizio e se nel processo verrà poi confermata la responsabilità di Intesa Sanpaolo. Di certo, è un sicuro “assist” per i risparmiatori che porta all’1 a 0 per loro. 

Ma a “pareggiare” l’incontro ci pensa, sempre in sede penale, il Gup di Vicenza che l’8 febbraio 2018 dà un orientamento opposto, cioè esclude Intesa Sanpaolo nel risarcire gli investitori (questa volta di Popolare di Vicenza). Uno pari.

Arriviamo quindi a due giorni fa quando il Tribunale di Vicenza – questa volta in sede civile – dà un assist ai creditori di Veneto Banca. Infatti, la richiesta di risarcimento contro Veneto Banca è improcedibile, ma il giudizio proseguirà con la chiamata in causa di Intesa Sanpaolo. Anche in questo caso bisognerà ovviamente attendere l’esito del verdetto finale del procedimento, ma indubbiamente è un altro assist per i creditori delle banche in Lca. Due a uno per i risparmiatori.

Questa “partita” anche tra tribunali sta creando un contrasto non soltanto per l’importanza della questione ma anche perché, a questo punto, è interno allo stesso ufficio giudiziario vicentino: nel processo penale contro gli ex vertici di Bpvi si è infatti negato ai risparmiatori il risarcimento da parte di Intesa Sanpaolo, mentre è stato riconosciuto in sede civile. 

Le conseguenze 
La sentenza del Tribunale civile vicentino del 14 marzo riapre dunque la questione e potrebbe porre un delicato problema ai risparmiatori (e ai loro difensori): se infatti nel processo penale per Bpvi che si tiene a Vicenza il giudice del dibattimento (dopo l’eventuale rinvio a giudizio degli imputati) non ammetterà Intesa Sanpaolo come ha già fatto il Gup, allora per i risparmiatori si tratterà di scegliere se continuare con la costituzione di parte civile in sede penale contro Bpvi in Lca (ammessa come responsabile civile), oppure abbandonarla e promuovere l’azione risarcitoria davanti al giudice civile vicentino. Confidando che, in quella sede, possa consolidarsi la giurisprudenza espressa con la sentenza del 14 marzo 2018 e avere dunque quale responsabile civile la ben più solvibile Intesa Sanpaolo. 

Che cosa succederà 
È presto per dirlo e le variabili possono essere molte, a partire dal prossimo appuntamento del 27 marzo a Roma per il processo Veneto Banca: in quella data il Gup scioglierà la riserva sulla richiesta di esclusione dal processo avanzata da Intesa Sanpaolo all’udienza del 2 marzo. La difesa della banca è stata netta: l’intervento di Intesa Sanpaolo è stato realizzato in esecuzione del Dl 99/2017 e costituisce una «messa in sicurezza» delle due banche venete. La difesa del primo gruppo bancario italiano, infine, non ha mancato di ribadire più volte che un’eventuale conferma di quanto già deciso dal giudice romano per Veneto Banca comporterebbe la risoluzione del contratto di cessione (a quel punto sembrerebbe anche per Bpvi).

Per i vostri dubbi è sempre attivo l’indirizzo di posta elettronica filodirettoPlus24@ilsole24ore.com, dove giornalisti ed esperti di «Plus24» risponderanno ai vostri quesiti.
marcello.frisone@ilsole24ore.com

Veneto Banca: il Tribunale di Vicenza autorizza la chiamata in causa di Intesa Sanpaolo

segnalato da: Avv. Lorenzo Zanella dirittobancario.it 16 marzo 2018

Veneto Banca: il Tribunale di Vicenza autorizza la chiamata in causa di Intesa Sanpaolo

Tribunale di Vicenza, 14 marzo 2018, n. 733 – G.U. Giglio
segnalato da: Avv. Lorenzo Zanella
 
 

In un’azione avente per oggetto l’illegittimo collocamento di azioni di Veneto Banca s.p.a. promossa da un cliente contro la banca stessa prima della sua messa in liquidazione, il Tribunale di Vicenza – dichiarata l’improcedibilità dell’azione nei confronti della liquidazione coatta – ha disposto la prosecuzione del giudizio autorizzando l’attore a chiamare in causa il cessionario dell’azienda bancaria.

Secondo il giudicante, l’art. 3 del D.L. 99/2017, che disciplina l’ambito della cessione di azienda definendone l’oggetto ed escludendo dal medesimo eventuali obblighi risarcitori, non prevede tuttavia alcuna deroga all’art. 2560, comma 2, c.c., sicché quest’ultima norma continuerebbe a regolare i rapporti tra il cessionario ed i soggetti terzi, sommandosi ex lege alla responsabilità del cedente quella solidale del cessionario.

Da tale conclusione deriva la limitazione di responsabilità del cessionario per i debiti pregressi solo nei rapporti tra le parti del negozio e non già nei confronti dei terzi creditori (neppure quelli espressamente esclusi dal perimetro della cessione dall’art. 3 comma 1 lett. b) del D.L. 99/2017).

Potendo quindi sussistere una responsabilità solidale del cessionario, il giudizio avviato contro Veneto Banca, e improcedibile nei confronti della liquidazione, può essere proseguito nei confronti di Intesa Sanpaolo.

ANCHE VOI NON AVRESTE ASSUNTO STEVE JOBS – ALL’ASTA LA SUA PRIMA LETTERA DA ASPIRANTE TECNICO INFORMATICO, ZEPPA DI ERRORI: AVEVA 18 ANNI, NON SAPEVA MANCO SCRIVERE HEWLETT-PACKARD ED ERA SPROVVISTO DI TELEFONO. ALLA VOCE ‘MEZZO DI TRASPORTO’ SCRIVE: ‘POSSIBILE, MA NON PROBABILE’. TRE ANNI DOPO FONDÒ LA SOCIETÀ CHE OGGI VALE 905 MILIARDI DI DOLLARI

dagospia.com 16 marzo 2018

Mauro Baudino per la Stampa

 

LA PRIMA LETTERA DI STEVE JOBSLA PRIMA LETTERA DI STEVE JOBS

Sta andando all’ asta in America la prima lettera nota scritta da Steve Jobs diciottenne, nel 1973, e le offerte hanno già superato i 60 mila dollari. Era una richiesta di lavoro come tecnico informatico. Era anche piena di errori d’ ortografia, con lapsus divertenti come Hewitt-Packard invece di Hewlett-Packard (la multinazionale dell’ informatica). Non ebbe risposte, forse per questo motivo o forse perché il giovanotto risultava anche privo di telefono. Tre anni dopo, fondò Apple. Meditare.

 

 

2. ALL’ASTA IL CV DI STEVE JOBS PIENO DI ERRORI ORTOGRAFICI E PARTI LASCIATE IN BIANCO

Ilaria Betti per www.huffingtonpost.it del 1 marzo 2018

 

 

Era il 1973, Steve Jobs aveva 18 anni e come ogni ragazzo della sua età cercava un lavoro per poter pagare l’affitto. Peccato che fosse una frana a compilare domande di lavoro: a dimostrarlo è un’application riemersa dal suo passato, piena di errori e con alcune parti lasciate in bianco. Il documento andrà presto all’asta all’RR Auction di Boston e potrebbe raggiungere un prezzo di 50mila dollari. Nonostante la superficialità con la quale è stato compilato, dimostra che tutto nella vita è possibile, anche diventare i più grandi visionari del mondo della tecnologia. E che non bisogna fermarsi alle apparenze: anche le persone più pigre e disordinate possono, in realtà, essere dei geni.

 

LAURENE POWELL STEVE JOBSLAURENE POWELL STEVE JOBS

Quando Jobs compilò il foglio, Apple era ancora lontana (sarebbe nata tre anni dopo, ndr): il giovane non immaginava di certo che un giorno avrebbe fondato una delle più grandi e ricche società del pianeta e che avrebbe cambiato l’esistenza di milioni di persone con l’introduzione di computer e smartphone. Alla sezione “telefono”, sull’application Jobs scrisse che non ne possedeva alcuno. Ma non è l’unica “mancanza” riportata nel documento.

 

steve jobs con computer appleSTEVE JOBS CON COMPUTER APPLE

Oltre a errori di punteggiatura e ortografici (il visionario scrive il suo cognome con la lettera minuscola), c’è un’intera parte che viene lasciata in bianco: quella in cui i candidati sono invitati a riportare le proprie esperienze precedenti e a mettere in luce le proprie capacità. Il fatto che non l’abbia compilata lascia intendere una sorta di pigrizia o insofferenza provata da Jobs nel sottoscrivere il documento. Alla voce “indirizzo” scrive solo “reed college”, ovvero il college che frequentò un solo semestre nel 1972 e che abbandonò a causa delle ristrettezze economiche.

 

Jobs poi dice di possedere la patente di guida, ma alla domanda sull’accesso al mezzo di trasporto dà una risposta ambigua: “Possibile, ma non probabile”. Un’ammissione che di certo ha fatto storcere il naso agli esaminatori. Qualche traccia del suo genio si ritrova, però, nella sezione skills, nella quale il futuro visionario ammette di saper usare il computer e i calcolatori. Salvo poi scarabocchiare alcune frecce mettendo in evidenza le parole “design” e “tech”. E sbagliare a scrivere “Hewitt-Packard”.

 

bill gates e steve jobs copia 3BILL GATES E STEVE JOBS COPIA 3

Insomma, non sappiamo se Jobs ottenne il lavoro per il quale si era candidato (probabilmente cercava lavoro come tecnico dell’elettronica o ingegnere progettista): forse non lo desiderava davvero e fu portato a compilare quel foglio spinto solo da un senso del dovere. Ciò che è certo è che, stando al documento, è difficile immaginare che un giorno quello stesso ragazzo pigro e sconclusionato sarebbe diventato uno dei più grandi geni del nostro tempo.

 

 

steve jobs con la moglieSTEVE JOBS CON LA MOGLIE

 

 

L’ECCEZIONE IMPERDONABILE ALLA PROVA POST-ELETTORALE: PILOTA AUTOMATICO E ADDENDUM BCE

orizzonte48.blogspot.it 16 marzo 2018

sveglia-italia
1. Mentre si dipanano le ipotesi (mere) di trattative, possibili e impossibili, per la formazione di una maggioranza di governo in una situazione di terremoto elettorale (rispetto agli auspici  dell’UE=mercati), conviene ribadire quale sia lo scenario entro cui inevitabilmente si troveranno a muoversi le forze politiche. Che ne siano consapevoli o no; che intendano dare all’Italia una diversa collocazione, nell’interesse nazionale democratico, o no.
2. Lo scenario, dovrebbe essere chiaro, è quello della globalizzazione per via di trattati e regole di diritto internazionale che mirano esplicitamente a denazionalizzare l’azione dei governi, destrutturando de-fi-ni-ti-va-men-te gli Stati da enti generali retti da Costituzioni democratiche, – che indicano gli interessi sociali comunitari (cioè nazionali) da perseguire come priorità inderogabili-, a sub-holding che perseguono esclusivamente gli interessi di elites capitalistico-finanziarie cosmopolite (qui, p.8).
Per avere un preciso quadro storico-economico e geo-istituzionale di questa situazione odierna facciamo riferimento a due post che chiariscono il punto. Ne consigliamo la rilettura consecutiva per poter tenere sempre bene a mente lo scenario e i limiti di azione imposti alla “politica” interna italiana:
3. E’ interessante notare come il grado di “cogenza”, cioè di affermazione mediante varie forme di enforcement, di questo schema sovranazionale di de-sovranizzazione degli Stati democratici, operi ormai come pilota automatico (rammentiamo: una locuzione escogitata da Milton Friedman e solo poi ripresa, a posteriori, da Draghi), raggiungendo il suo più avanzato perfezionamento entro il quadro della costrizione €uropea (sì proprio “costrizione”, non “costruzione”). 
Va assolutamente rammentato in tal senso, che l’esistenza del “pilota automatico” non significa che le regole rimangano costanti nel tempo: al contrario, significa che PRIMA DI TUTTO, si è automatizzato un meccanismo normativo che può produrre costantemente nuove regole super-primarie (cioè che pretendono di elevarsi al di sopra delle Costituzioni), al di fuori di qualsiasi parvenza di emanazione rappresentativo-parlamentare (nazionale o pseudo-europea che sia), e ancor più, proprio per l’affermazione della soft lawcome fonte privilegiata (qui, pp.2-3), al di fuori di qualsiasi parvenza della Rule of Lawcorrettamente intesa (che i trattati europei sono geneticamente volti a forzare in una incessante opera autocreativa di diritto e di desovranizzazione privatizzante).
Lo stesso Kelsen, non a caso, indicava l’essenza fenomenologica della Costituzione nello stabilire la norma sulla normazione (o fonte sulle fonti), cioè nell’attribuzione ad un soggetto predeterminato del potere-competenza a dettare le norme giuridicamente vincolanti e gerarchicamente superiori: il che definisce anche la titolarità effettiva della stessa sovranità.
4. Perciò, proprio mentre partiti e massime istituzioni italiane, sono alle prese con quello che dovrebbe essere il momento di maggior delicatezza nella determinazione democratica dell’indirizzo politico, entra in vigore l’Addendum della BCE sui nuovi criteri di svalutazione dei crediti deteriorati. Come avevamo puntualmente anticipato (alla faccia della presa in giro delle “consultazioni”), sulla scontata adozione di una disciplina che mettesse sulla griglia specialmente (se non solo) l’Ital-tacchino, le svalutazioni, e quindi le conseguenti esigenze di ricapitalizzazione, operano anche “anche su npl derivanti da crediti già erogati“. 
Certo, poi si gioca sulle tortuose definizioni e postille contenute nell’Addendum per limitare il previsto impatto patrimoniale; ma si tratta di pie illusioni, considerate sia le obbligate riclassificazioni come NPL dei vasti debiti preesistenti unlikely to pay, che le diffusissimerinegoziazioni “novative” di vecchi crediti in sofferenza, con centinaia di migliaia di debitori in difficoltà, che inevitabilmente allargheranno, entro pochi mesi, l’ambito della discrezionalità assoluta che la vigilanza BCE si è riservata.
E questo, specialmente, se il “lo vuole l’€uropa” porterà, in un crescendo di minacciati o reali “stati di eccezione”, alle manovre schiacciasassi di “austerità espansiva” che l’€uropa ci vuole imporre al più presto per ridurre il debito pubblico (aumentandolo puntualmente in rapporto al PIL) e, quindi, alla “vivace” ripresa di insolvenze di imprese e famigliedeterminate dal consolidamento fiscale e dall’inevitabile inasprirsi del credit crunch.
5. Le ragioni per cui questi abitini (o camicie di forza) su misura per l’Italia sono entusiasticamente confezionati dalle potenze dominanti del processo europeistico (con la fondamentale compartecipazione delle nostre elites del Quarto Partito), vanno fatte risalire alla intollerabile efficienza del nostro modello socio-economico costituzionale nel garantire, nel dopoguerra (pur con alterne vicende, tipiche di tutto il “trentennio d’oro”), la crescita e l’importanza della nostra economia. 
5.1. Ci aveva in proposito rammentato Arturo (che traduco): 
Lato economico: europeismo “antirestrizionista” = neoliberismo (Caffè, 1945). 
Lato politico: scaricare la colpa del conflitto sulla comunità sotto attacco, perché resiste o potrebbe resistere, è un espediente vecchio quanto l’imperialismo: diciamo dal dialogo dei Meli e degli Ateniesi in poi. 
In ogni caso, commentando lo scritto di Keynes riportato nel post, Skidelsky osserva (“Keynes. The Return of the Master”, Penguin, Londra, 2010, s.p.) che l’idea che la ‘globalizzazione’ possa condurre alla guerra, e che la “national self-sufficiency” alla pace, costituitiva naturalmente un completo ribaltamento dell’insegnamento tradizionale”; tuttavia, aggiungendo la citazione di questo passo, conclude che “Keynes era a favore di un internazionalismo qualificato”. 
Dico, ove mai qualcuno avesse avuto il sospetto che si debba “scegliere” fra l’art. 4 Cost.(cioè diritto al lavoro inteso dai Costituenti come obbligo del perseguimento di politiche effettive di piena occupazione) e l’art.11 Cost. (cioè adesione italiana alle organizzazioni internazionali solo per promuovere la pace e la giustizia tra le Nazioni e in rigorose condizioni di parità con gli altri Stati). 
5.2. Sicchè,  risulta poi importante precisare: 
Ma a leggersi, ad es;, “La nascita dell’economia europea” di Eichengreen, se ne ricava che la scelta tra l’art.4 e l’art.11, fu invece fatta ab initiosi intese (almeno nella visione del nostro) la piena occupazione esattamente come quello spettro di cui Caffè parla in via di prevenzione (inascoltato), e l’apertura delle economie come garanzia di pace, nel senso di superamento delle ragioni di diffidenza francese nei confronti della Germania e del Regno Unito nei confronti di…tutti (significativa l’imposizione USA della convertibilità delle riserve, da cui la mitigazione obbligata del Piano Marshall).

Al di là della reinterpretazione neo-classica del trentennio d’oro, – e noi sappiamo quanto il Quarto Partito pesasse, proprio in Italia- la verità che è l’art.4 sul “diritto al lavoro”, fu inteso da subito in senso “enfatico” – come ci ha ricordato Francesco nell’analisi storica delle decisioni della Corte costituzionale-, e la cooperazione economica =pace, (soltanto) come apertura progressiva dei mercati.

Si può però dire che in Italia si verificò un’anomalial’industria pubblica funzionò molto meglio di quanto i modelli di crescita US-imported prevedessero e sviluppò competitività, ricerca e innovazione contro ogni di ESSI logica (qui, pp.4-5, cioè Caffè e De Cecco).
E, inoltre, consentì una ragionevole stabilizzazione salariale verso “l’alto”, che faceva crescere domanda interna e investimenti dei privati “incubando” la vitalità produttiva delle PMI italiane (qui, v. Addendum).

Insomma, l’Italia, proprio l’Italia, era un’eccezione imperdonabile, perché dimostrava che,nonostante le interpretazioni di art.4 e art.11, la connessione di tali previsioni (ben chiara ai Costituenti) con il resto della Costituzione economica, operasse nel senso della crescita.
E non ci sarà mai più perdonato…”

6. Questa situazione gravissima, direttamente discendente dal pilota automatico e dalla €-fonte sulle fonti che ha GIA’ desovranizzato la Repubblica italiana fondata sul lavoro, incombe comeuna spada di Damocle, lasciata lì, con nonchalance, a costante memento sui partiti affaccendati in complesse trattative: ma sia chiaro, ci dice l’€uropa, lo sceriffo è sempre lo stesso. Qualunque cosa possiate concepire, “la guerra continua”. 
Le riforme strutturali, cioè la distruzione del welfare e della tutela del lavoro, proseguiranno perché non avete scelta. 
il vero problema è che la schiacciante maggioranza delle forze politiche o non se ne vuole rendere conto, o, addirittura, è d’accordo. Peraltro d’accordo, in modo bipartisan (o multipartisan).

Ergastolo all’autore della strage di Rupperswil

tvsvizzera.it 16 marzo 2018

VIDEO 

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/16-03-2018-massacro-rupperswil-ergastolo?id=10254650&startTime=0.000333

Thomas N., l’autore reo confesso della strage di Rupperswil, è stato riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa e condannato alla detenzione a vita e all’internamento ordinario dal Tribunale distrettuale di Lenzburg, nel Canton Argovia.

Non si tratta però della pena massima (internamento a vita) richiesta dall’accusa (mentre i legali avevano proposto una pena detentiva non superiore ai 18 anni) poiché le due perizie psichiatriche non hanno valutato l’imputato – definito un pedofilo conclamato che soffre di diversi disturbi psichiatrici – completamente refrattario a ogni tipo di terapia. Ma è anche stato osservato che difficilmente, una volta scontato l’ergastolo, il 34enne potrà essere scarcerato in virtù di nuove perizie psichiatriche.

In proposito il presidente della corte ha sottolineato che Thomas N. ha pianificato minuziosamente i suoi atti criminali e li ha messi in atto a sangue freddo e senza empatia o il minimo scrupolo.

Le vittime, ha continuato, sono state letteralmente sgozzate con ferocia e l’imputato sarebbe potuto diventare un assassino seriale se non fosse stato fermato sei mesi dopo dalla polizia. Le indagini hanno infatti rivelato che l’uomo stava preparando analoghi crimini ai danni di famiglie con bambini fra gli 11 e i 15 anni, nei cantoni di Soletta e Berna.

Ora Thomas N. dovrà seguire durante la carcerazione una terapia di tipo ambulatoriale, oltre a pagare 540’000 franchi di spese processuali, somma a cui si aggiungono i 700’000 franchi che dovrà versare ai famigliari delle vittime a titolo di risarcimento. 

La strage di Rupperswil
Il 21 dicembre 2015, l’uomo ha ucciso con tagli alla gola una donna di 48enne, i suoi due figli di 13 e 19 anni e l’amica del primogenito riuniti in un’abitazione a Rupperswil in vista del Natale. Prima di sterminare la famiglia, l’imputato ha mandato la madre a prelevare 11’000 franchi in due banche e ha abusato sessualmente del figlio minore. Dopo il massacro, ha cosparso l’abitazione di olio per torce e le ha dato fuoco.

VIDEO

http://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10254665?startTime=0.000333

 

Il Consiglio dei ministri ha approvato una riforma del sistema carcerario

ilpost.it 16 marzo 2018

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato una riforma del sistema carcerario che permetterà ai giudici di assegnare con più facilità misure alternative al carcere, e che punta a migliorare la tutela dei detenuti e i loro diritti. All’uscita dalla riunione il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha detto che l’obiettivo della riforma è «abbattere la recidiva», aiutando le persone condannate a reinserirsi con più facilità all’interno della società e migliorando le condizioni di vita di chi si trova già in carcere.

In concreto la riforma è contenuta in un decreto attuativo, cioè un decreto ministeriale previsto da una legge. Di solito la legge fissa i punti generali di una materia e demanda, tramite appunto un decreto attuativo, la definizione dei dettagli pratici e tecnici al ministero competente. Il decreto era già stato approvato lo scorso 22 dicembre ed era stato trasmesso alle commissioni Giustizia di Camera e Senato per riceverne il parere non vincolante. Le commissioni avevano fatto una serie di osservazioni nei confronti della norma e il governo ha quindi deciso di esaminare nuovamente il decreto, apportare alcune modifiche e, visto che non tutte le osservazioni sono state accolte, inviarlo nuovamente al Parlamento.

 

Il problema è che difficilmente le Commissioni decideranno di riunirsi nella settimana che rimane all’attuale legislatura prima dell’insediamento di quella uscita dalle elezioni del 4 marzo (che avverrà il prossimo 23 marzo). Il governo dovrà quindi decidere se inviare il decreto alle commissioni Giustizia, che potrebbero impiegare settimane per insediarsi (la delega per approvare i decreti attuativi scade a giugno), oppure se chiedere l’esame della commissione speciale che, tra una legislatura e l’altra, si occupa delle questioni urgenti.

Il decreto, scrive Repubblica: «Dà la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni, ma sempre dopo la valutazione del magistrato di sorveglianza. E in ogni caso non estende questa possibilità ai detenuti al 41 bis per reati di mafia e quelli per reati di terrorismo». Inoltre, aumenta le possibilità per i detenuti di utilizzare internet e programmi di messaggistica per i loro colloqui.

 

Mister Elliott, I suppose

Ugo BertoneUgo Bertone forbesitalia.com 16 marzo 2018

Paolo Scaroni © ANSA

Telecom Italia? “No grazie”. Allora il Milan… “Ma io tifo Vicenza”. Paolo Scaroni, classe 1946, oggi banchiere in Rothschild dopo una lunga carriera di manager, ha smentito finora sul nascere le voci su un suo maggior coinvolgimento nelle iniziative italiane del Fondo Elliott, nonostante la fiducia di cui gode da parte di Paul Singer, il leader di uno dei più importanti fondi hedge activist del mondo, che amministra assets per oltre 35 miliardi di dollari, e del figlio Gordon, responsabile da Londra delle attività europee. Come è logico e comprensibile, visto l’incarico di vice presidente di Rothschild, che ricopre dal luglio 2014, forte tra l’altro dell’amicizia dello stesso barone David, conosciuto nel board di Abn Amro, Scaroni, che ai tempi della governance ha dedicato grande attenzione fin dagli anni Novanta come membro della commissione Cadbury alla City, non è certo tipo da sottovalutare il rischio di conflitti di interesse, data la posizione attuale.

Eppure, pare difficile che Singer, il finanziere che è riuscito a piegare l’Argentina, non intenda avvalersi del tesoro di esperienze accumulate dal manager italiano, in tanti anni di navigazione al vertice, sia nell’industria pubblica che nel Regno Unito. Uno che non esita ad esporsi, tanto da essere tra i primi a commentare a Bloomberg Tv l’esito delle elezioni del 4 marzo – “Non così malvagio come potrebbe sembrare” – anticipando nel tempo l’apertura poi assunta da altri protagonisti, da Sergio Marchionne alla Confindustria. Meno di sei ore dopo la pubblicazione della video-intervista, arriva lo scoop dell’agenzia Usa: “Elliott ha messo assieme una partecipazione in Telecom per sfidare Vivendi”. Non è stato difficile fare un collegamento: la fonte non poteva essere che lui, mister Scaroni, uno dei manager più apprezzati da Silvio Berlusconi, che lo volle alla guida di Eni, dopo l’ottima prova in Enel in cui riuscì a disinnescare la mina dei debiti accumulati con l’ingresso nelle tlc dalla gestione Tatò. Chi meglio di lui per colpire Vivendi in contropiede, formula di gioco da sempre indigesta ai francesi.

Paul Singer, fondatore e presidente di Elliot Management Corporation

 

E’ andata così? Probabilmente sì, anche se mancano le prove di un collegamento esplicito tra l’iniziativa di Elliott in Telecom Italia. Certo, “l’unico modo per ringiovanire è cambiare”, come il manager disse al Financial Times al momento di entrare in Rothschild nel 2014, ennesima esperienza di una carriera iniziata dopo la laurea in Bocconi ed un master alla Columbia (dove ha studiato anche Alvise, uno dei tre figli avuto dalla moglie Francesca Zanconato) in McKinsey per poi proseguire a Parigi in Saint Gobain, in Techint (gruppo Rocca), a Londra (ceo di Pilkington), prima del rientro in Italia. Ma quale miglior elisir di giovinezza del calcio, la passione che accomuna Paul Singer (grande supporter dell’Arsenal) e Scaroni che da sempre affianca l’affetto per il suo Vicenza (di cui è stato presidente accarezzando l’idea, prematura, di una quotazione in Borsa) a quello per il Milan, sentimento a suo tempo, anno 2007, premiato da Silvio Berlusconi con la cessione di una minuscola partecipazione (12 azioni) nel club rossonero, oggi nelle mani della cordata cinese capitanata da Yonghong Li che ad ottobre dovrà però far fronte al debito (303 milioni di dollari che salgono a 350 milioni con gli interessi) acceso con Elliott.

Da sinistra: il presidente di AC Milan Mr Lee, insieme al direttore generale Marco Fassone e il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli

Che accadrà se gli attuali proprietari dovranno alzare bandiera bianca? Dichiarazione (agosto 2017) dell’ad rossonero Marco Fassone: “Questo può portare al fatto che nel mese di ottobre del prossimo anno proprietario del Milan sarà il fondo Elliott”. In questo caso, Singer dovrà trovare una nuova sistemazione per il club, perché non è certo nel dna di Elliott (che opera per conto di più soci) il controllo delle società, tantomeno di un club di calcio. Ma sarà necessario disporre di un traghettatore, magari in grado di assemblare una nuova maggioranza all’altezza del compito, non solo sul piano finanziario. E qui Scaroni potrebbe rivelarsi il presidente più adatto anche perché “io e tutta la mia famiglia”, ha dichiarato, “siamo milanisti e lo abbiamo seguito sempre con affetto”.

Si vedrà. Per ora, a domanda il manager risponde: “C’è un unico proprietario, è presidente della società e non è in discussione in alcun modo il ruolo di presidente. Se mai dovesse porsi il problema non è il mio mestiere fare il presidente di una squadra di calcio. Tanto più che io sono tifoso del Vicenza”. Ma, visto che i veneti militano in serie C e il Milan aspira a tornare presto alle passate glorie (nonostante la batosta subita dall’Arsenal, caro al creditore), il conflitto di interesse in questo caso non esiste.

Raffaele Mincione, un raider tra offshore e “Bottadiculo”

DI VITTORIO MALAGUTTI espresso.repubblica.it 16 marzo 2018

L’elegante nome che ha dato alla sua barca non è la cosa più interssante dell’uomo che ha preso il 5 per cento di Carige e in passato 
ci aveva già provato con Mps e Popolare di Milano

Raffaele Mincione, un raider tra offshore e Bottadiculo
Raffaele Mincione

La sua barca a vela, un dodici metri da competizione, si chiamava Bottadiculo. Forse il nome non è il massimo dell’eleganza, ma evoca a modo suo la buona sorte, ingrediente chiave del successo di ogni speculatore che si rispetti. Compreso il finanziere Raffaele Mincione, che negli anni scorsi, mentre collezionava affari in mezzo mondo, ha trovato il tempo di partecipare a molte regate internazionali. Con Bottadiculo, naturalmente.

Acqua passata, quella. Da tempo ormai Mincione indossa la divisa del raider di Borsa. Tra fondi lussemburghesi, speculazioni in Russia, affari immobiliari a raffica e giochi di sponda assortiti a Malta, Jersey e i Caraibi, il fotogenico Mincione, in passato immortalato al fianco di affascinanti signore del bel mondo londinese, è diventato con gli anni un protagonista fisso del gran romanzo delle banche italiane. La sua ultima scommessa lo ha portato a Genova, dove la locale Cassa di Risparmio, diventata Carige quotata in Borsa, se la passa molto male tra conti in forte perdita e ribaltoni al vertice. Il 16 febbraio scorso, Mincione ha annunciato di possedere il 5,4 per cento della banca ligure, che nonostante le difficoltà recenti resta comunque tra i primi dieci istituti di credito in Italia per numero di filiali e attività in bilancio.

Lo sbarco in Liguria non è casuale. Partito dalla natia Pomezia oltre trenta anni fa, Mincione si è conquistato un posto al sole nella City di Londra, ma non ha mai dimenticato la madrepatria, dove coltiva importanti amicizie nel mondo politico, della diplomazia e dei grand commis di Stato. Tra i suoi consulenti, per dire, troviamo l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini e anche Alain Economides, dieci anni fa capo di gabinetto dell’allora ministro degli Esteri Franco Frattini e poi ambasciatore nella capitale britannica. Approdato a Genova, il finanziere con base a Londra ha chiesto di entrare nel consiglio d’amministrazione, accanto ai rappresentanti dei due maggiori azionisti: l’imprenditore Vittorio Malacalza, forte del 20,6 per cento, e il petroliere Gabriele Volpi, con il 9 per cento circa.

Niente da fare, la richiesta è stata respinta e ora Mincione dovrà trovare il modo di far fruttare il suo investimento. In passato non sempre gli è andata bene. Nel 2012 aveva comprato l’1 per cento circa del Monte dei Paschi quando già la banca senese si trovava sull’orlo del baratro. Dura poco. Nel giro di un anno o poco più l’azionista venuto da Londra esce di scena vendendo, in perdita, il suo pacchetto di azioni. È andata meglio con la Popolare di Milano (Bpm), dove Mincione era approdato già nel 2011 rastrellando in Borsa l’8,7 per cento del capitale. Da allora, nella grande banca lombarda è successo di tutto: cambi della guardia al vertice, indagini della magistratura (l’ex presidente Massimo Ponzellini è stato condannato a un anno e sei mesi per corruzione), battaglie borsistiche tra cordate contrapposte di azionisti.

A fine 2016, la Bpm si è fusa con il Banco Popolare di Verona. Dall’operazione è nata la terza banca italiana e Mincione è ancora lì, con una quota che nel frattempo si è però diluita fin sotto il 2 per cento. Difficile stabilire con precisione se quest’ultima incursione si sia rivelata un affare. I valori di acquisto e vendita delle azioni Bpm sono custoditi nei bilanci dei fondi d’investimento del finanziere, quelli con base in Lussemburgo, e le società del Granducato non sono certo un modello di trasparenza.

Nel 2015 la quotazione della banca milanese era aumentata di quasi il 70 per cento. Nel 2016, invece, prima della fusione con il Banco Popolare, le azioni della banca milanese hanno perso il 60 per cento circa, annullando quasi del tutto i guadagni dell’anno precedente.

Poco male, Mincione nel frattempo aveva già fatto rotta su Genova. Incalzata dalla Vigilanza europea, a fine 2017 Carige ha chiesto 500 milioni in Borsa per tappare le falle più evidenti in bilancio. L’operazione si è chiusa a dicembre con successo. Nel parterre dei grandi soci, però, tira ancora una brutta aria. Malacalza reclama poteri commisurati al suo pacchetto di titoli, ma Volpi non sembra disposto a dargli strada. Il braccio di ferro si trascina da mesi e l’arrivo di un terzo incomodo come Mincione, pronto a sparigliare il campo, ha avuto già come primo effetto quello di interrompere la caduta libera del titolo Carige, ridotto ai minimi termini per effetto di una serie infinita di brutte notizie.

Nei giorni scorsi la quotazione ha ripreso a salire. Poca cosa per il momento, ma molti investitori sono sicuri che per la banca genovese il peggio sia ormai alle spalle. Senza contare i nuovi possibili rialzi innescati dalle manovre in Borsa dei grandi soci. Mincione ha già giocato le prime fiches e sembra pronto, nel caso, ad aumentare la sua puntata. Per lui Carige resta comunque solo uno tra i tanti fronti aperti. I bilanci dei suoi fondi lussemburghesi raccontano per esempio di investimenti immobiliari in Gran Bretagna e anche in Russia, questi ultimi finanziati per decine di milioni di euro attraverso società offshore con base a Cipro o nei Caraibi. Un altro flusso importante di denaro è invece transitato da Malta, che è diventata un eldorado della finanza, con tasse e burocrazia ai minimi termini.

Nella piccola isola del Mediterraneo, Mincione controlla una scuderia di fondi d’investimento con il marchio Eurasia. Un nome quest’ultimo che ricorre più volte nelle carte delle authority di Vigilanza (Consob e Bce) che a partire dal 2015 hanno indagato sulla Popolare di Vicenza destinata a finire in liquidazione nell’aprile dell’anno scorso.

Le carte dimostrano che alla fine del 2012 la banca veneta allora presieduta da Gianni Zonin investì 100 milioni di euro nei fondi di Mincione, gli Eurasia di Malta e i lussemburghesi Athena. A questi si aggiunsero altri 250 milioni dirottati verso veicoli d’investimento lussemburghesi e maltesi targati Optimum e controllati dal finanziere Alberto Matta. Parte di quei soldi servirono ad acquistare azioni della stessa Popolare Vicenza.
In pratica, la banca finanziò le società offshore gestite da Mincione (e quelle che facevano capo a Matta) per rilevare azioni proprie, aggirando i limiti stabiliti dalla legge.

Le carte d’indagine svelano che i fondi del gruppo Athena-Eurasia sono arrivati a possedere titoli Popolare Vicenza per un valore di 30 milioni. Ad aprile 2015, quando esplose lo scandalo con le dimissioni dei manager di vertice della banca veneta, le azioni in portafoglio ammontavano a 16 milioni. Gli affari con i fondi offshore sono più volte citati anche nelle carte della procura di Vicenza che ha indagato sugli affari della banca veneta, fallita l’anno scorso. «Abbiamo sempre agito in totale correttezza e trasparenza», recita a questo proposito un comunicato dei fondi Athena. Tutto regolare, quindi.

Di certo, a suo tempo, i soldi della Popolare hanno fatto comodo anche a Mincione. Nelle carte ufficiali si legge che il fondo Athena Capital Balanced 1, registrato in Lussemburgo, ha comprato obbligazioni della società Time & Life, anche questa con base nel Granducato. Il fondo che ha sottoscritto i titoli era finanziato dalla banca all’epoca guidata da Zonin. Time & Life, invece, fa capo a Mincione, che ha così ricevuto, via Athena fund, 10 milioni di euro dalla Popolare di Vicenza. Una bella bottadiculo, con rispetto parlando.

IL WELT E IL “CONTINGENCY PLAN” PER LA PROSSIMA ROTTURA DELL’EUROZONA

  scenarieconomici.it 16 marzo 2018

Grazie a MUSSO, un osservatore di quanto si muova in Germania, scopriamo cbe la Welt ha pubblicato la relazione di un convegno Berlinese (di massimi economisti) che hanno letto bene le parole di Salvini, ed hanno pianificato come fare uscire l’Italia dall’Euro.

Musso fa notare che la Germania non voleva buttar fuori solo la Grecia nel 2015, ma pure Cipro nel 2013.
Buttar fuori dall’Euro, a suo avviso, è la soluzione preferita dai Crucchi.

Il motivo principale è che per recuperare inflazione nel sudeuropa, la Germania dovrebbe sperimentare 10 anni d’inflazione tedesca al 4.5%!

Ed ancora:

la campagna infornativa in Germania è davvero seria!

e pare che tutto si sia mosso dopo le parole di Salvini che tutto è mutabile e che solo alla morte non si sfugge.

Purtroppo, chiude Musso, uscendo dall’Euro usciremmo anche dalla UE, poichè così dicono i trattati.

PREPARATE LE CINTURE DI SICUREZZA, ma, soprattutto, mettete al riparo i vostri risparmi.

Ad maiora.