##Fitch: dopo elezioni, rischi politici in Italia elevati

http://www.diariodelweb.it 17 marzo 2018

Confermato a BBB il rating e l’outlook stabile

(© Askanews)
(© Askanews) ()

Milano, 17 mar. – Fitch ha confermato il giudizio sulla tenuta creditizia dell’Italia con un rating “BBB” citando un’economia “diversificata e ad alto valore aggiunto” e indicatori di governance e di sviluppo umano “molto più alti della media europea”. Inoltre, l’indebitamento privato è “moderato”, il sistema pensionistico è “sostenibile” e i rendimenti sui titoli di stato sono “bassi”. Tuttavia il debito pubblico è “estremamente alto”, la crescita del Pil tende a essere “bassa”, la qualità degli asset nel settore bancario è “debole” e i rischi politici dopo le elezioni del 4 marzo scorso sono “elevati”. Non a caso Fitch non esclude che le trattative finiscano per la formazione di un governo di minoranza, uno di scopo o altre elezioni. Per il momento, l’agenzia di rating ha lasciato invariato oltre al rating anche l’outlook, a stabile.

Nel suo rapporto, Fitch ha spiegato che l’esito delle elezioni “ha reso difficile la formazione di un governo stabile, ha aumentato la probabilità di un po’ di allentamento fiscale e ha ulteriormente indebolito le prospettive di riforme economiche strutturali”. Secondo Fitch, “l’alto livello di frammentazione politica” emerso dalle urne “limita la capacità del prossimo governo di tenere fede alle promesse elettorali”, che Moody’s a febbraio aveva giudicato insostenibili.

Alla luce della vittoria del partito “euroscettico e anti-establishment” Movimento 5 Stelle, che ha portato a casa il 32,7% dei voti seguito da una Lega (17,4%) che ha fatto meglio di Forza Italia (14%), Fitch sostiene che aumenti l’influenza di politiche populiste, a prescindere che sia esercitata da dentro o fuori un governo. L’agenzia di rating sottolinea che sia il M5S sia la Lega hanno recentemente allentano la loro retorica anti-euro. Detto questo, “i negoziati per formare una coalizione saranno difficili e potenzialmente prolungati e non è chiaro fino a dove i potenziali partner si vogliano spingere nel fare convergere le loro piattaforme politiche, rendendo incerta la composizione del prossimo governo”. Quanto il movimento di Luigi di Maio è disposto a fare compromessi visto che tradizionalmente non è stato disposto a fare parte di coalizioni? E’ una delle domande che si pone Fitch, chiedendo anche se il Partito Democratico sarà disposto a formare un governo con il centro-destra o il M5S. Il partito portato alle elezioni dall’ormai non più segretario Matteo Renzi – e reduce di una sconfitta con il 18,7% delle preferenze – ha tuttavia detto che il suo destino è essere all’opposizione.

Sul piano fiscale, Fitch ha migliorato rispetto a ottobre – quando aveva confermato lo stesso rating e lo stesso outlook – la sua stima sul deficit italiano, visto all’1,9% del Pil nel 2017 e non più al 2,2%, in calo dal 2,5% dell’anno precedente e in linea al target del governo per un 2,1%. A contribuire sono stati una riduzione delle spese e dei costi sugli interessi pagati sul debito. Per il 2019, Fitch si aspetta che il dato salga al 2%, l’1,1% in più del target esistente, per via di presunti nuovi tagli alle tasse e un aumento della spesa pubblica. L’agenzia di rating ammette tuttavia che c’è incertezza vista l’assenza di chiarezza nella composizione del prossimo governo e delle politiche fiscali che verranno perseguite.

Sul fronte del debito, Fitch si aspetta “soltanto una riduzione graduale, lasciando l’Italia esposta a potenziali shock avversi”. Il debito pubblico è visto al 131,5% del Pil nel 2017, in calo dal picco del 132% del 2016 e sotto il 132,5% del Pil stimato lo scorso ottobre dall’agenzia di rating. Nelle previsioni di Fitch, il debito calerà al 128,8% nel 2019. Questo, fa notare l’agenzia, lascerebbe l’Italia come uno dei Paesi più indebitati tra quelli di cui ha un rating; le nazioni con un rating BBB hanno in media un debito pari al 40,3% del Pil.

Sul fronte economico, Fitch riconosce che il ciclo economico in Italia ha ripreso slancio, cosa fotografata anche dal Fondo monetario internazionale che nell’aggiornamento al suo World Economic Outlook di gennaio ha rivisto al rialzo le stime di crescita. Se per il 2017 stima un Pil in aumento dell’1,5% dopo il +0,9% del 2016, Fitch prevede per il 2018 e il 2019 – rispettivamente – un +1,5% e un +1,2%; in ambo i casi si tratta di una revisione al rialzo di 0,2 punti base. Per Fitch, gli investimenti e i consumi privati – saliti del 3,7% e dell’1,3% nel 2017, resteranno i principali fattori di traino ma non è escluso che frenino per via dell’incertezza politica attuale.

Quanto al settore bancario, Fitch riconosce che ci siano stati miglioramenti ma la “debolezza resta”, anche sul fronte della redditività. I non performing loan rimangono ancora “alti” anche se l’agenzia di rating si aspetta un loro continuo calo. Le operazioni di ricapitalizzazione, liquidazione e consolidamento di banche in difficoltà osservate lo scorso anno “hanno ridotto i rischi sistemici nel sistema. Tuttavia la ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena e la liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno aggiunto lo 0,6% del Pil al debito pubblico”, conclude Fitch.

Ex popolari, i soci truffati chiedono aiuto a Salvini

http://mattinopadova.gelocal.it/ 17 marzo 2018

Sabato il convegno a Udine, luendì l’incontro con il numero uno della Lega, Matteo Salvini. Alle Regioni la richiesta di costituire degli osservatori regionali per monitorare il sistema bancario regionale

L’associazione Consumatori Attivi incontrerà Matteo Salvini lunedì per chiedergli «di farsi parte attiva in maniera determinata per far passare un regolamento che possa riconoscere un ristoro a tutti coloro che hanno subito delle violazioni» nella crisi delle banche venete. Lo ha riferito la presidente Barbara Puschiasis, a margine di un convegno a Udine per fare il punto sulla vicenda.

«Ci opporremo – ha aggiunto – a qualsiasi forma di esclusione degli azionisti in base a criteri reddituali o patrimoniali, perché si determinerebbe una guerra tra persone in difficoltà per avere i risarcimenti. Sarebbe l’ennesima beffa per gli azionisti». Per Puschiasis «ci troviamo in un momento assolutamente cruciale. Il sottosegretario uscente Baretta ha dichiarato questa settimana che il regolamento sul fondo governativo è pronto ma dovrà essere condiviso con la maggioranza che si sta formando in seguito a queste nuove elezioni. In campagna elettorale abbiamo sentito diverse dichiarazioni, sia da parte del Movimento 5 Stelle sia del Centrodestra, che partendo dalla consapevolezza di quello che è stato il grande disastro dichiaravano che se sarebbero andati al Governo avrebbero trovato il modo per far riavere i soldi agli azionisti. Questo è il primo banco di prova», ha concluso.

«Il fondo per le spese legali stanziato dal Veneto di 500 mila euro per il 2017 e 500 mila per il 2018 venga utilizzato per acquisire documentazione e studi da mettere a disposizione sia delle associazioni di consumatori sia dei singoli azionisti per tutelare i propri diritti» chiede Puschiasis.

L’associazione chiede al Veneto di destinare i fondi «per accedere ai documenti dei procedimenti penali di Veneto Banca e Popolare di Vicenza che costano diverse decine di migliaia di euro, nonché – ha precisato – per ottenere una perizia sulla società di revisione e pareri di esperti sulle responsabilità sia delle società di revisione sia di Banca Intesa».

Alla Regione Veneto, e altrettanto al Friuli Venezia Giulia, viene inoltre chiesto di «costituire una commissione che possa essere un osservatorio sul sistema bancario regionale, costituito sia dalle parti sociali sia dal sistema bancario, e continui a monitorare la situazione». Mentre a livello

 

nazionale chiede che «vengano adottate norme per garantire maggiore trasparenza del sistema bancario, che siano garantite delle vigilanze effettive che inibiscano le pratiche scorrette e che venga implementato il fondo, facendolo diventare una misura strutturale del nostro sistema bancario».

Danni per la vittime di Veneto Banca, Avv. Emanuela Marsan: chiamata a risarcire, Banca Intesa Sanpaolo non può risolvere il contratto

vicenzapiu’.it 17 marzo 2018

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Che la strategia di Intesa Sanpaolo fosse inflessibile, spregiudicata, spietata nella tutela integrale dei propri interessi, sorda ad ogni altra ragione e che essa si avvalesse di un armamentario impressionante di munizioni e truppe sul campo appare ovvio fin da quella domenica di giugno scorso in cui il Consiglio dei ministri, in due minuti e senza una parola di dibattito, approvò il famigerato decreto legge 99, poi convertito nella legge 131 del 21 luglio successivo.

Un provvedimento pubblicato solo otto mesi dopo (in barba alle più elementari statuizioni di diritto rispetto agli effetti traumatici che subito ne sono invece conseguiti), viziato da gravi dubbi di costituzionalità e che ha visto il governo italiano mettere sul tavolo 17 miliardi di soldi pubblici in garanzie, di cui ben 5 cash offerti ad Intesa, il primo gruppo bancario italiano, perché evitasse il fallimento incontrollato di due banche venete, BPVi e Veneto Banca.
Che a fronte di questo immane sacrificio imposto ai contribuenti italiani,Intesa non dovesse farsi carico di risarcire le tante migliaia di azionisti e obbligazionisti “truffati” – perché indotti a sottoscrivere azioni e obbligazioni da dirigenti ben consapevoli che la banca affondava e interessati unicamente a carpire con la menzogna la fiducia di tanti piccoli risparmiatori per poterne prosciugare ogni risorsa – appare una bizzarra e assurda concessione dello Stato ad una banca privata.
Ma nel far questo il decreto legge è andato ben oltre i confini del lecito e del diritto, sicché non ha potuto impedire che alcuni giudici – prima il gup di Roma Lorenzo Ferri nell’udienza preliminare sul crac di Veneto Banca, poi il giudice unico del Tribunale civile di Vicenza, Luigi Giglio, nella causa intentata da una delle tante vittime della malagestio della banca trevigiana – riconoscessero la responsabilità di Intesa, subentrata a Veneto Banca, rispetto alle legittime pretese risarcitorie dei risparmiatori depredati.
In questo scenario, Banca Intesa, pur con tutti i miliardi elargiti dallo Stato, ha dato fuoco alle polveri dell’intero suo arsenale come è apparso evidente quando, non brillando certo per galateo istituzionale, ha mandato in aula nell’udienza preliminare su Veneto Banca l’ex ministro Paola Severino per avvertire, con il linguaggio del potere più che con le argomentazioni giuridiche della parte in giudizio, che il primo gruppo bancario italiano non ci pensa nemmeno a sborsare un solo euro per risarcire i risparmiatori truffati da quella gestione criminosa a cui esso, per concessione del governo e per contratto, è subentrato.
E poiché neanche le parole del potente ex ministro, avvocato delle più grandi aziende italiane per le quali passano tutti i fili dell’intreccio delle lobbies politico-finanziarie che controlla e influenza la vita pubblica italiana, sono bastate ad abbattere le resistenze, ieri Banca Intesa su Il Sole 24 Ore – il quotidiano di Confindustria amministrato peggio di una banca in dissesto ma ancora oggi specchio dei poteri che contano – ha detto con chiarezza che se ancora si insiste (l’avvertimento ai giudici non è neanche tanto velato) nel chiamarla in causa in queste richieste di risarcimento, si tirerà indietro e il “salvataggio” operato da quel decreto, con oltre 17 miliardi di soldi pubblici, sarà carta straccia.
Questo appare il passo annunciato già da quell’altisonante intervento in udienza dell’avv. Paola Severino, visto che non tutti si sono allineati.

Come il giudice civile di Vicenza che ha osato disobbedire al corso prescritto delle cose, improntando la sua determinazione ai principi del diritto, alle norme vigenti e agli elementi di fatto del caso concreto oggetto di giudizio.
Merito dell’avv. Emanuela Marsan di Bassano la quale, assistendo una vittima palese della condotta criminosa di dirigenti dell’istituto sull’orlo della bancarotta, dinanzi all’impossibilità di vedere soddisfatte le ragioni del suo cliente nella banca in liquidazione coatta amministrativa, ha chiesto che a farvi fronte fosse appunto chi, incontestabilmente, è subentrato, secondo i principi generali dell’ordinamento.
La sua richiesta, giuridicamente corretta e di mero buon senso è stata accolta dal giudice. E con gli stessi elementi del diritto e del buon senso il legale di Adusbef si dice certa che la pretesa di Banca Intesa di potere addirittura risolvere il contratto qualora dovesse essere chiamata a risarcire azionisti e obbligazionisti subordinati delle banche venete non abbia alcun fondamento.
Da un’analisi da me condotta insieme alla collega Monica Cirillo di Adusbef – afferma l’avv. Marsan – abbiamo appurato che tale risoluzione non può essere invocata. Basta leggere il contratto di cessione all’art. 10, pag. 20-21, per rilevare che tra le condizioni risolutive non sono menzionate le passività derivanti da eventuali chiamate in causa in responsabilità solidale, mentre si fa solo riferimento alla mancata conversione del decreto legge, alla conversione con modifiche, alla mancata elargizione degli aiuti di stato ed alla mancata concessione delle garanzie pubbliche. A nostro avviso, pertanto – assicura l’avv. Marsan – qualora, la tesi del Gup di Roma e del Tribunale di Vicenza, sezione civile, dovesse avere un seguito, Intesa non potrebbe invocare ed esercitare le condizioni risolutive“.
La tesi trova pieno e testuale riscontro nella lettera del decreto e del contratto di cessione che, per ragioni opposte, perfino sfidando la più che evidente illegittimità costituzionale di non poche norme cruciali, rappresentano il baluardo dietro cui il governo e Intesa San Paolo hanno finora blindato le loro pretese.
Molto improbabile, pertanto, che questa scappatoia sia percorribile. Ammesso che Banca Intesa voglia percorrerla sul serio, piuttosto che limitarsi a minacciare di farlo.

Le inchieste su Cambridge Analytica

ilpost.it 17 marzo 2018

È una nota e controversa società che lavorò alla campagna elettorale di Trump, ora accusata di aver rubato i dati di 50 milioni di utenti di Facebook

 Alexander Nix, CEO di Cambridge Analytica, durante una conferenza a New York nel 2016. (Bryan Bedder/Getty Images for Concordia Summit)

 

Un’indagine del New York Times e del Guardian ha scoperto che Cambridge Analytica, una controversa società di analisi politiche che lavorò alla campagna elettorale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ottenne i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook, per la maggior parte elettori statunitensi, violando le regole del social network. Gli articoli sono usciti poche ore dopo un post con cui Facebook aveva annunciato di avere sospeso gli account della società Strategic Communication Laboratories (SLC) e della divisione Cambridge Analytica.

La società è stata spesso raccontata con toni misteriosi e percepiti quasi come cospirazionisti da diversi giornali internazionali: le ricostruzioni, però, non erano solide come quelle uscite oggi, e in molti avevano minimizzato il reale contributo di Cambridge Analytica alla vittoria di Trump. Se le accuse e i numeri forniti da New York Times e Guardian fossero confermati, però, quella portata avanti da Cambridge Analytica sarebbe una delle più gravi violazioni – se non la più grave – nella storia di Facebook, e sarebbe stata compiuta da una società che ha lavorato direttamente alla campagna elettorale dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

 

Il New York Times e il Guardian hanno ottenuto le loro informazioni grazie a diverse fonti interne a Cambridge Analytica, tra cui Christopher Wyle, dipendente della società e una delle persone sospese da Facebook venerdì (Facebook lo ha descritto nel suo post come dipendente di un’altra società, anche se all’epoca lavorava per Cambridge Analytica). Secondo il New York Times, Facebook sta minimizzando l’entità della violazione, e la quantità di dati personali ancora in possesso di Cambridge Analytica.

Come sono stati rubati i dati personali
Cambridge Analytica cominciò a lavorare alla campagna elettorale di Trump nel giugno del 2016, e si ritiene svolse un ruolo importante nell’aiutare il candidato Repubblicano a raggiungere con più efficacia dell’avversaria Hillary Clinton gli utenti di Facebook. Fu fondata dal sostenitore di Trump Robert Mercer, e per un po’ fece parte del consiglio d’amministrazione anche il suo ex consigliere Stephen Bannon.

Come ha spiegato Facebook, però, parte dei dati personali usati da Cambridge Analytica nelle sue operazioni furono ottenuti violando le regole di Facebook. Secondo la ricostruzione del social network, tutto cominciò quando Aleksandr Kogan, un docente di psicologia dell’università di Cambridge, in Inghilterra, sviluppò un’applicazione chiamata “thisisyourdigitallife” che si presentava come strumento per ricerche psicologiche, e prometteva di indovinare alcuni aspetti della personalità degli utenti. A quanto dice Facebook, circa 270mila persone scaricarono e usarono l’app, che era associata ai profili Facebook. Kogan entrò in possesso dei dati sulle posizioni geografiche, sulle pagine seguite e sui contenuti a cui gli utenti mettevano “mi piace”, e anche sulle attività degli amici: fu in questo modo che da meno di trecentomila utenti, secondo il Guardian, ottenne informazioni personali su 50 milioni di persone.

Kogan condivise quei dati con Cambridge Analytica, violando i termini di utilizzo di Facebook, che proibiscono ai proprietari delle app di condividere informazioni personali sugli utenti con terze parti. Quando se ne accorse, nel 2015, Facebook ordinò la loro cancellazione, rimuovendo l’app. Facebook chiese una certificazione dell’avvenuta cancellazione dei dati, ma negli ultimi giorni ha saputo, tramite fonti che non vuole rivelare, che una parte non è stata eliminata. Ha detto che indagherà ulteriormente sulla questione, e che nel frattempo ha sospeso gli account di Cambridge Analytica, di Kogan e Wylie.

Cambridge Analytica ha ammesso con il New York Times di aver comprato i dati, contrariamente a quanto aveva detto in passato, ma ha dato la colpa della violazione a Kogan, sostenendo che ha provveduto a cancellarli.

Perché le accuse sono gravi
Ci sono stati diversi osservatori che in passato hanno sostenuto che il ruolo della società nell’elezione di Trump sia stato ampiamente esagerato, e che sia stato soltanto una riuscita operazione di promozione personale. Le dimensioni della vicenda che emergono dalle inchieste di New York Times e Guardian, però, sono molto superiori a quanto ci si aspettasse, e le ricostruzioni sembrano solide e bene informate. Soprattutto, le inchieste accusano una società che ha lavorato direttamente alla campagna elettorale di Trump e strettamente collegata al suo principale stratega politico, Bannon, di aver compiuto una violazione di sicurezza ai danni del più grande social network al mondo, per ottenere dati riservati su un numero enorme di elettori americani.

Il New York Times aggiunge anche che i documenti che ha visionato suggeriscono che Cambridge Analytica svolse dei lavori in Russia e in Ucraina. Lo scorso ottobre, poi, il fondatore di Wikileaks Julian Assange aveva detto che il CEO della società Alexander Nix lo aveva contattato durante la campagna elettorale americana per ottenere delle email private di Clinton. Le rivelazioni su Cambridge Analytica sono state accolte con preoccupazione soprattutto perché da tempo Facebook è notoriamente accusata di aver permesso che la Russia si servisse della sua piattaforma – insieme a Twitter e Reddit, tra le altre – per diffondere propaganda politica all’estero. Alla società era arrivata lo scorso dicembre proprio una richiesta di consegnare alcuni documenti da parte del procuratore speciale Robert Mueller, che sta conducendo l’indagine su Trump e la Russia.

Nel suo post, Facebook ha ammesso che è insolito spiegare una disputa con un’azienda privata con un post pubblico, ma che ha voluto farlo ugualmente per via della rilevanza della società. L’inchiesta del Guardian però contiene accuse gravi anche a Facebook, che non avrebbe fatto sostanzialmente niente per rimediare alla violazione, nonostante sia stata raccontata per la prima volta due anni fa. Dopo che la lettera con cui chiedeva la cancellazione dei dati non ricevette risposta, ha raccontato Wylie al Guardian, Facebook non fece nulla, fino alla sospensione arrivata ieri e seguita alle ricerche di Guardian e New York Times.

Cambridge Analytica è da tempo oggetto di speculazioni e teorie da parte dei media, che talvolta erano parse al limite del cospirazionismo, perché non erano sostenute da ricostruzioni solide come quelle uscite oggi. Il Guardian, per esempio, pubblicò lo scorso maggio un lungo e discusso articolo che identificava in Cambridge Analytica il perno di una rete di società che avrebbero influenzato il referendum su Brexit e l’elezione di Trump. L’accusa dell’articolo era proprio quella di aver usato una quantità enorme di dati personali raccolti dai social network e da diverse analisi di mercato per sviluppare strategie in grado di influenzare il voto di moltissime persone.

https://www.ilpost.it/2017/05/10/inchiesta-guardian-cambridge-analytica-brexit/embed/#?secret=7OPyB0o6if

La lezione di San Benedetto alle aziende di oggi (vista da un manager)

http://barbaraganz.blog.ilsole24ore.com/ 17 MARZO 2018

All’esterno dominava il caos, dentro le mura ha pianificato l’ordine, con un vertice, un consiglio direttivo e un’assemblea. Un manager con il saio, il San Benedetto che viene restituito dall’originale saggio di un uomo d’azienda che, giunto all’età della pensione, si è dedicato allo studio della Regola benedettina.

Alessandro Paglia, romano di nascita ma veneziano d’adozione, dirigente per decenni delle Generali con sede in Piazza San Marco – prima che l’azienda fosse spostata nella sede di Mogliano Veneto – è l’autore de “Il monastero come azienda” (Strategy & People editore), già presentato in Vaticano e qualche giorno fa all’Ateneo Veneto di Venezia. Lo studio prende il via dalla vita di San Benedetto (480-547), inquadrata nello sfacelo seguito dalla caduta dell’Impero romano del 476 e dalla calata dei Goti. I primi monasteri di Subiaco e Montecassino diventano un’oasi per le popolazioni fuggiasche, ma ben presto si trasformano, grazie alla regola, in nuclei sociali – prima ancora che di preghiera – e produttivi, grazie alla formula dell’”ora et labora”, alla divisione della giornata in tre fasi (otto ore di lavoro, otto di preghiera e altrettante di riposo) e alla scrupolosa organizzazione interna.

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I monasteri benedettini, che grazie alla Regola si moltiplicheranno nel mondo, diventano presidi sicuri di lavoro con norme di aggregazione mutuate dall’organizzazione militare romana, ma con una struttura flessibile che danno all’abate la possibilità di una gestione partecipata del potere. Una formula che Paglia paragona alle teorie dell’organizzazione del lavoro codificate da Taylor all’inizio del secolo scorso, dove su tutto “poggia la cupola dell’ordine”.

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“A ben guardare, si scopre in Benedetto anche il talento di un leader, di un imprenditore e di un manager – scrive nella prefazione Notker Wolf, Abate primate emerito – Pertanto, nei nostri giorni la Regola di Benedetto viene scoperta di nuovo da molte persone in posizioni di rilievo in ambienti economici e manageriali. L’abilità puramente tecnico-professionale non è sufficiente. In un’ azienda non si tratta di meri rapporti tra fattori produttivi intesi in senso meccanicistico, ma di persone che stanno lavorando verso un obiettivo comune. Pertanto, vale la pena di esaminare la Regola di Benedetto, anche dal punto dell’ordine, dell’organizzazione e della leadership. Rispetto ai molti libri scritti su Benedetto e la Regola, Paglia fa un passo avanti e afferma, anche utilizzando le moderne teorie di leadership e di management, quale profonda saggezza  stia nell’opera di San Benedetto. La sua Regola rimane anche oggi un fondamento per una leadership di successo”.

Quali furono i numeri di Benedetto imprenditore ed economista d’azienda? Quali scelte organizzative egli ha fatto per progettare e per gestire la struttura del monastero?
“Con un poco di impertinenza” Paglia lo chiede allo stesso Benedetto, in una intervista ideale dopo aver letto la Regola.

Per la stesura della nuova struttura organizzativa, quale è stato il suo apprezzamento di situazione?

Nella crisi generale dell’Europa del mio tempo la missione cristiana era in consegna a quattro specie di monaci: i cenobiti, gli anacoreti, i sarabaiti e i girovaghi. Esclusi in parte i cenobiti, essi lavoravano senza guida e senza coerenza. Le loro azioni risultavano addirittura controproducenti. Come ho detto nel capitolo primo: lasciamoli perciò da parte e veniamo finalmente a organizzare, con l’aiuto di Dio, la più valida delle regole
dei monaci, quella dei cenobiti. Ovviamente, con la prospettiva di porre risolutamente in pratica gli insegnamenti delle Sacre Scritture.
Come si dice oggi, per una strategia di sviluppo del cristianesimo, la combinazione prodotto-mercato del monastero è evidente: il fatto cristiano è il mio prodotto, ed esso, nella sua totalità, deve soddisfare l’esigenza di incrementare il valore aggiunto del mercato spirituale, al quale va integrato quello della cultura, della socialità e della economia.

Quale obiettivo specifico ha formulato per la sua azienda?

È bene ricordare, innanzi tutto, due cose: la prima è che in ragione dell’universalità del messaggio cristiano, l’azienda deve nascere in ogni luogo con una durata di esercizio illimitata; la seconda è che ogni tipo di persona può farne parte. L’obiettivo è stato, dunque, di istituire una scuola che insegni a servire il signore e, nell’organizzarla, è nostra speranza che nessun precetto sarà aspro e gravoso. In termini correnti, la mia azienda è una scuola aperta a tutti per la formazione permanente e dove i lavoratori non cessano mai di imparare per sé e per gli altri.

paglia3Perché ha scelto la struttura aziendale di tipo lineare?

Ho utilizzato lo schema più semplice. Voi lo chiamate anche scalare o gerarchico per sottolineare lo sviluppo delle deleghe o l’autorità gerarchica. Io l’ho scelto perché è affermato il principio dell’unità di comando o univocità del capo che è rappresentato dall’abate. Egli, in senso spirituale fa le veci di Cristo, in senso aziendale è il presidente-amministratore delegato-direttore generale insieme. Solo così gli ordini e le direttive procedono verso il basso in modo continuo, tempestivo e rapido. In caso di macro-dimensione del monastero l’abate può nominare il secondo nella figura del priore, ma al riguardo ho dato precise raccomandazioni affinché l’esistenza del priore non sia motivo di contrasti. Se il numero dei monaci è grande, l’abate deve invece applicare il principio della delega  nominando i decani, da scegliere tra i monaci con il criterio della meritocrazia per seguire gruppi di dieci unità.

Una lettura che, al pari della celebre “Arte della guerra” di Sun Tzu, può fornire qualche utile consiglio ai dirigenti d’azienda nati 1.500 dopo San Benedetto.

Il libro, non in commercio, può essere richiesto a sandropaglia31@gmail.com.

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L’arresto di Duccio Astaldi preoccupa il Ticino

15 MARZO 2018 TVSVIZZERA.IT

Duccio Astaldi, arrestato insieme ad altri nell’ambito di un’inchiesta su una presunta tangente per i lavori di realizzazione dell’autostrada Siracusa-Gela, si è dimesso dalla carica di presidente del Consiglio di gestione della società Condotte. Il suo arresto preoccupa parecchio il Ticino.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/15-03-2018-condotte-da-indagare?id=10251584&startTime=69.31184&station=rete-uno

La società è infatti molto attiva anche in Svizzera sia direttamente (costruzione della galleria di sicurezza del traforo del San Bernardo ed esecuzione della Galleria di Base del Ceneri per conto di AlpTransit SA) sia indirettamente attraverso la controllata Cossi SpA (Galleria Vedeggio-Cassarate, Autostrada Chiasso San Gottardo, Progetto Generoso).

In Ticino, in particolare, ci si interroga sui lauti appalti vinti dalla società nel corso degli anni, quando in Italia era già nel mirino degli inquirenti per presunta associazione mafiosa. Il tema da un lato fa sorgere perplessità su come vengono assegnati gli appalti.

Pronti a viaggiare con Amazon?

 

Jeff Bezos in India - Afp
Jeff Bezos in India – Afp

Gradatim ferociter (passo dopo passo con audacia) è questo il motto usato da Jeff Bezos, l’uomo più ricco al mondo con un patrimonio di 112 miliardi di dollari, per la sua avventura nel turismo spaziale con Blue Origin.

Durante la cena del club degli esploratori che lo hanno premiato con il Buzz Aldrin Space Exploration Award, Bezos ha dimostrato anche a tavola di essere un uomo vorace e coraggioso azzannando un’iguana che faceva parte del menu a base di animali invasivi come la carpa asiatica, gli scarafaggi, e appunto l’iguana. Ma l’appetito per le esplorazioni cosmiche, che ha ribadito al gala con l’intenzione di investire ulteriormente nel business, potrebbe comprendere anche quelle terrestri.

Secondo un’analisi di Morgan Stanley, Bezos dopo aver trasformato Amazon come il più grande marketplace globale, avrebbe ampi margini per diventare leader di mercato anche nel segmento dei viaggi online. Le ragioni, individuate dall’analista Brian Nowak sono principalmente due, l’audience e il traffico e la disponibilità economica.

Amazon, che aveva già provato a entrare in questo settore nel 2015 con Amazon Destination chiuso dopo pochi mesi, ha oggi 300 milioni di clienti, potenzialmente disposti a spendere i loro soldi sulla piattaforma per acquistare voli aerei e soggiorni in hotel. Mister Bezos, senza sacrifici nel 2018, potrebbe tranquillamente investire 620 milioni all’anno di dollari, cioè la cifra necessaria a Booking ed Expedia per mantenere il loro catalogo di hotel e aerei, per un un nuovo servizio di viaggi targato Amazon.

Anzi l’investimento per entrare in questo mercato, potrebbe essere decisamente inferiore. Nella simulazione dell’analista Nowak, Amazon potrebbe guadagnare 600 milioni di profitti all’anno solo con un business online delle dimensioni di metà di Expedia. L’appetito a Bezos non manca, non resta dunque che aspettare.

Ex popolare Vicenza, ora la procura ipotizza la bancarotta

di Bendetta Centin corrieredelveneto.corriere.it 17 marzo 2018

Ma prima serve il verdetto del tribunale fallimentare

VICENZA Una discesa in picchiata giù nel baratro, fino ad avere in cassa, a quattro giorni dalla messa in liquidazione della banca, quindi dal 25 giugno 2017, appena 420 milioni di liquidità netta, quanto basta per «un periodo di sopravvivenza» risicato, di non oltre un mese. Il tutto mentre i clienti continuano a scappare, quando già non c’è credito sul mercato e non c’è più la capacità di provvedere al pagamento delle proprie obbligazioni se non ricorrendo a istituti straordinari. Insomma, senza più alcuna prospettiva di risanare quella drammatica situazione di crisi in cui è piombata Banca Popolare di Vicenza.È tutto nero su bianco nelle sette pagine fitte di dati e citazioni che rappresentano la richiesta di stato di insolvenza della banca (a oggi in liquidazione coatta amministrativa) presentata a inizio mese al tribunale dai pm Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi, titolari dell’inchiesta sul crac dello storico istituto di credito. Sette pagine ricchissime di numeri e informazioni, alcuni mai trapelati prima, che sono il presupposto per l’apertura di un’altra inchiesta, questa volta per bancarotta. Sempre però che il tribunale fallimentare di Vicenza arrivi a riconoscere lo stato di insolvenza. Senza questo passaggio – fondamentale – la procura non potrà procedere nel contestare alcun reato fallimentare.

I risparmiatori

Per l’avvocato Luigi Fadalti di Treviso che, a nome di alcuni risparmiatori, aveva presentato in precedenza la stessa richiesta di stato di insolvenza (ora riunita a quella della procura) ci sarebbero addirittura «più profili di bancarotta da contestare, anche preferenziale in merito ad alcune transazioni proposte ai risparmiatori». Per il legale «la situazione di dissesto della banca è evidente». E se il tribunale dovesse riconoscere lo stato di insolvenza «è ragionevolmente prevedibile – spiega – che la procura si muoverà per contestare i diversi profili di bancarotta che a mio parere riguardano le gestioni storiche e quelle che si sono succedute. L’augurio, per il tanti risparmiatori, è che si faccia giustizia». Il lavoro della procura per la nuova inchiesta, considerando anche quanto già ricostruito grazie ai numeri della relazione con cui il 23 giugno 2017 la Banca centrale europea dichiarò Bpvi a rischio dissesto, sarebbe già stato approntato. Certo, sarà necessario verificare scrupolosamente ogni bilancio, ogni operazione, anche di quando la banca era «in salute» e che però potrebbe aver pregiudicato le sue condizioni futuro. Insomma, la lente dei pm, che hanno coordinato il lavoro dei detective della guardia di finanza, non sarà posizionata solo sugli ultimi due anni drammatici di BpVi, sugli ultimi mesi verso il collasso, ma guarderanno anche al passato, per avere uno spettro completo, per individuare tutti i presunti artefici di questo crac che ha ridotto sul lastrico migliaia di cittadini che avevano investito i loro risparmi in quella che pensavano una banca solida e fidata.

 
Il via del tribunale civile

Ora, per aprire questo nuovo fronte della bancarotta, non rimane che aspettare il «via» del tribunale civile, sezione fallimentare. Il giudice Giuseppe Limitone, che ha riunito le istanze di risparmiatori e procura, ha fissato il termine di 15 giorni alle parti costituite per depositare memorie. Scaduto questo termine fisserà udienza (quella che è già stata fissata invece dal tribunale di Treviso per Veneto Banca, al 23 marzo). Quanto ai procedimenti penali si torna in aula il 21 aprile, anche con il troncone bis, quello di ostacolo alla vigilanza di Banca d’Italia, Bce e Consob del 2014.

Il ’68 in Svizzera

01 MARZO 2018 TV SVIZZERA.IT

Gli scontri con la polizia a Zurigo, la lotta per il voto alle donne, l’occupazione dell’aula 20 alla Magistrale di Locarno… Cinquant’anni fa arrivava l’ondata rivoluzionaria del Sessantotto, anche in Svizzera. (testo di R. Fratini, montaggio di B. Camplani, RSI)

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/video-cultura-rsi/video/il-68-in-svizzera-testo-di-r–fratini-montaggio-di-b–camplani?id=9962959&startTime=0.000333&station=rete-uno

DIARIO DEL QUIRINALE – NEL GIOCO DELL’OCA ISTITUZIONALE LE PRIME CASELLE SARANNO OCCUPATE DAI “MEZZI VINCITORI” DI MAIO E SALVINI: TONINELLI AL SENATO E GIORGETTI ALLA CAMERA – BERLUSCONI PRONTO A PAGARE LA PRIMA CAMBIALE ALLA LEGA CON IL SI’ ALL’EX SINDACO DI VARESE E GIANNILETTA DEL CARROCCIO – DALLE “CONVERGENZE PARALLELE” DI MORO SIAMO ALLE “CORRISPONDENZE D’INTERESSI” TRA 5 STELLE E CENTRODESTRA – 40 ANNI DOPO, DI ALDO MORO VA IN ONDA UN BRUTTO E RAFFAZZONATO REMAKE DI “TODO MODO”

dagospia.com 17 marzo 2018

Mattarellum per Dagospia

 

Martedì 13 marzo. San Rodrigo

vincenzo spadafora mattarellaVINCENZO SPADAFORA MATTARELLA

Riunione dello staff per fare il punto sul tortuoso mese di marzo che ci attende. Ma nessuno evochi le Idi del calendario romano con l’assassinio di Cesare in Senato! Finora ho assistito soltanto al harakiri di Renzi al Nazareno e alla choc di Berlusconi ad Arcore per aver regalato consensi a Salvini. “Un brutto colpo, ma Silvio non deluderà le tue attese…”, mi rassicura Gianni Letta tornato protagonista in Forza Italia dopo la sciagurata parentesi dell’avvocato Nicolò Ghedini.

 

Di Maio MattarellaDI MAIO MATTARELLA

Il segretario generale, Ugo Zampetti, illustra la mappa delle tappe istituzionali prima dell’apertura delle consultazioni al Quirinale dopo Pasqua. Sottolineo con la matita rossa tre date del nuovo gioco dell’oca: 23 marzo votazioni per la scelta dei presidenti di Camera e Senato; 25 marzo comunicazione ai segretari dei due rami della composizione dei gruppi parlamentari (avremo sorprese?); 27 marzo elezione dei presidenti dei gruppi parlamentari. Glisso sulla salita al Colle di Gentiloni per rassegnare le dimissioni da premier: faccio notare che la Pasqua cade domenica 1 aprile con il parlamento già in vacanza.

mattarella grasso berlusconi renziMATTARELLA GRASSO BERLUSCONI RENZI

 

Mercoledì 14 marzo. Santa Matilde

L’altro ieri sulla Stampa Fabio Martini rilancia l’idea di un “governo della Consulta” già cotto se non Cottarelli… Nelle stesse ore il giudice costituzionale Nicolò Zanon, in quota centro destra, è indagato dalla procura di Roma per peculato d’uso. Gli sarebbe stato contestato l’uso improprio dell’auto di servizio. L’ex presidente Valerio Onida dichiara: “La macchina è un benefit concesso senza limiti”. Apprezzo la decisione dei suoi colleghi di respingere le dimissioni di Zanon. Minima moralia: a volte per miopia e convenienza (politica) si dimentica ciò che illumina il giusto?

 

Come presentito, la spartizione dei presidenti di Camera e Senato tra i “mezzi vincitori”, 5 Stelle e Centro destra (Berlusconi-Salvini-Meloni), era scritta (e annunciata) nei numeri usciti dalle urne nonostante i media evocassero i precedenti (1976) affinché un ramo del parlamento andasse all’opposizione (Pd). Il solito polverone mediatico che non porta lettori nelle edicole.

 

toninelliTONINELLI

Dunque, nessuna sorpresa. Guai, però, a parlare di “convergenze parallele” che, alla fine degli anni Cinquanta, Aldo  Moro introdusse nel vocabolario della politica riguardo al futuro dei rapporti Dc-Pci. Meglio definirle, al più, “corrispondenze d’interessi”.

 

Al Senato, dove è stato introdotto il ballottaggio, andrebbe il pentastellato Danilo Toninelli (43 anni). Più laborioso il percorso per il successore della Boldrini a Montecitorio, che dovrebbe essere il leghista cattolico Giancarlo Giorgetti (51 anni). Di lui me ne parla un gran bene il presidente emerito Giorgio Napolitano. Da credente siciliano recito a mo’ di scongiuro l’oraziunedda. Ma le sorprese sono ancora dietro l’angolo in attesa che le “rose” dei candidati appassiscano…

calderoli - giancarlo giorgettiCALDEROLI – GIANCARLO GIORGETTI

 

Ps.

Dando il “via libera” al leghista “moderato” Giorgetti, l’impresario politico Silvio Berlusconi ha pagato una cambiale pesante al suo arrembante alleato Matteo Salvini. Salvo che gli appetiti non vengano mangiando… Il dubbio di alcuni osservatori malevoli è questo: una volta arrivato sullo scranno più alto di Montecitorio l’ex sindaco varesino conserverà quel ruolo (sotterraneo) di gran visir del Carroccio (nomine pubbliche comprese) svolto negli ultimi anni? A ciascuno, insomma, il suo Letta (Gianni) o il suo Lotti (Luca)? I gigli magici fioriscono anche a Pontida!

 

franceschini bloccato sul trenitalia per ferraraFRANCESCHINI BLOCCATO SUL TRENITALIA PER FERRARA

Giovedì 15 marzo. Santa Luisa

Quirinalisti e cronisti parlamentari (a secco di notizie) continuano a chiedere se l’intervista di Dario Franceschini rilasciata ieri a Cazzullo del Corriere della Serainterpreti il mio pensiero, come spesso in passato è stato equivocato. Per uscire dall’impasse nata dal voto del 4 marzo e senza alcuna maggioranza di governo, l’ex giovane dicci suggerisce di dar vita a un esecutivo che avvii una legislatura costituente per riscrivere le regole del gioco elettorale: proporzionale o premio di maggioranza.

ALEMANNO STORACE GIORGETTIALEMANNO STORACE GIORGETTI

 

Replico glaciale al mio portavoce, Giovanni Grasso: con il barbuto Dario (perché non la taglia?) concordo su molti ragionamenti, ma vorrei ricordargli pure che quando si è trattato di votare – a colpi di fiducia! -, il Rosatellum voluto da Renzi, lui ha fatto spallucce e non ha badato all’interesse generale del Paese.

 

E dimentica, come ha ben osservato il professor Michele Ainis, che nelle democrazie parlamentari ormai perde chi governa e vince l’opposizione.

luigi zanda anna finocchiarioLUIGI ZANDA ANNA FINOCCHIARIO

 

Già, c’era una volta la Dc e il pendolo (Swing of pendolum) restava sempre al centro… A volte certi riformatori imprudenti mi ricordano le figlie di Esone che uccisero e fecero a pezzi il padre nel tentativo di ringiovanirlo.

 

Ps.

Ho fatto recapitare al senatore Zanda del Pd questo laconico bigliettino: “Caro Luigi, il Rosatellum non doveva arginare l’avanzata dei grillini? Auguri per la tua prossima conferma a presidente del gruppo di palazzo Madama.

 

Post it all’attenzione di Simone Guerrini: evitare che Renzo Lusetti s’imbuchi alla cerimonia di presentazione dei candidati al premio cinematografico David di Donatello in calendario per il 21 marzo al Quirinale. Anche se l’ex De Mita’s boys un premio alla carriera se lo meriterebbe, ma come imitatore di Ciriaco.

Pino corrias- nostra incantevole italia copertinaPINO CORRIAS- NOSTRA INCANTEVOLE ITALIA COPERTINA

 

Venerdì 16 Marzo. San Eriberto

“E’ destino di Moro, da subito morto vivente, farsi fantasma fin dalla sua prima notte di rapito, per poi aleggiare come rimpianto e profezia: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. L’epigrafe citata è contenuta nel lucido e impeccabile viaggio di Pino Corrias nella “Nostra incantevole Italia”, edito da Chiarelettere. Il capitolo, esemplare ed esaustivo, sui 55 giorni del sequestro Moro toglie dal cono d’ombra tutte le dietrologie del passato oggi riemerse ahimè in tv e sui media. A quarant’anni dal suo assassinio, anche suo figlio Giovanni, confessandosi con Ezio Mauro su Repubblica, afferma che “Moro è il fantasma di questa Italia senza pace”.

 

henry kissinger giovanni leone aldo moro rome 1975HENRY KISSINGER GIOVANNI LEONE ALDO MORO ROME 1975

Mi turba il duro giudizio di Giovanni sulla Dc e soprattutto, quello ingiusto, su Cossiga. Certe ferite lasciano segni permanenti. E chi meglio di me può capire il suo stato d’animo cristallizzato con un fratello, Bernardo, barbaramente ucciso dalla mafia. Dell’affaire Moro, per dirla con Sciascia, parlo con il vecchio professore che ha lavorato per anni all’Istituto Sturzo.

 

“La storia dello scudocrociato – mi fa osservare consolatorio – non può ridursi a una faida interna alla Dc. Oppure come il punto più alto (o più basso) del terrorismo. Ecco, inviterei gli addetti ai lavori, i giornalisti, alcuni improvvisati mezzibusti della storia – e lo stesso Giovanni Moro -, a rileggere, senza pregiudizi e risentimenti ideologici, le dolorose pagine politiche che segnarono l’annus horribilis 1978”.

GIOVANNI MOROGIOVANNI MORO

 

Dopo una breve pausa, il professore aggiunge: “Moro sosteneva con argomenti solidi la democrazia dell’alternanza, ma si è sempre mosso con grande prudenza. Ricordo che, ai primi di marzo del ‘78, in una riunione della Dc in piazza del Gesù, il nostro presidente, auspicava il passaggio dal “governo delle astensioni” con il Pci a quello delle “adesioni”.

 

salvini putinSALVINI PUTIN

Al tempo stesso – osserva ancora – da grande tessitore era contrario che a capo dell’esecutivo andasse un candidato non Dc come qualcuno aveva ipotizzato. Cinque giorni prima di essere rapito, l’11 marzo 1978, agli alleati fu consegnata, con il pieno consenso di Aldo, la lista dei ministri del gabinetto Andreotti tra lo stupore e il forte risentimento del Pci di Berlinguer, ma con la convinta pacatezza di Moro di aver fatto comunque un passo avanti per sbloccare la nostra democrazia. A suo figlio Giovanni voglio anche ricordare che Cossiga era il principale sostenitore della candidatura di Aldo al Quirinale…”.

 

todo modo - moroTODO MODO – MORO

Le sue analisi mi appaiono condivisibili: davvero la Dc voleva Moro morto? Nessun leader dello scudocrociato è stato stimato e apprezzato quanto Aldo pur a capo di una corrente di minoranza. Neppure De Gasperi o Fanfani…

Ps.

Dopo il crudele Todo modo di Elio Petri e Ugo Pirro, tratto da un  racconto di Sciascia e con un magnifico Volontè nei panni di Moro, sarà Sergio Castellitto il protagonista della docufiction “Aldo Moro”. Che San Nicola da Bari illumini soprattutto gli sceneggiatori…