Ex Popolari, sale il conto dei salvataggi. Un miliardo in più

Roberta Paolini mattinopadova.geolocal.it 18 marzo 2018

Sale il conto delle banche venete: per Intesa lo “sbilancio” vale 6,4 miliardi, ma sarà lo Stato, cioè i contribuenti, a pagare con la garanzia pubblica concessa

VENEZIA. Un buco nero, a black hole. Sale il conto delle venete, ma niente paura ci penserà lo Stato, cioè noi cittadini italiani. Lo hanno notato in pochi, anzi praticamente nessuno, a parte la testata online «Business Insider» che ha messo in evidenza come il risultato della due diligence su attivi e passivi della parte sana comprata da Ca’ de Sass per 1 euro ha mostrato uno sbilancio, dai 5,4 miliardi iniziali ipotizzati alla chiusura dell’operazione a giugno, ai 6,4 miliardi di oggi.

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La faccenda va spiegata bene. Quando a giugno Intesa ha preso la parte buona delle ex popolari venete, nello schema definito dal Tesoro, si era previsto di calcolare l’ammontare da trasferire a Intesa per compensare l’eventuale ammanco tra attivi e passivi. Questo avviene perché nell’aggregato oggetto dell’acquisto di Intesa c’era un pezzo delle banche (non tutte le attività, erano escluse diverse poste che si trovano nello stato patrimoniale) come le partecipazioni per esempio, ed altro. Ecco allora che andava fatta una compensazione, che inizialmente sembrava più bassa. Le due ex venete, cioè la parte di loro non presa da Intesa, e ora in liquidazione coatta amministrativa, devono alla banca di Carlo Messina dei danari necessari a compensare questa differenza. Per coprirla è stato acceso un finanziamento al tasso dell’1% che le due ex venete devono rimborsare a Intesa. Il garante di questo finanziamento è lo Stato, cioè noi. Significa che, se per qualche ragione le banche in liquidazione, ovvero le spoglie delle due venete, non fossero in grado di coprire questo credito che è stato loro concesso i soldi li metterà lo stato.
Un miliardo rispetto a tutto ciò che si è visto finora non è grave, ma come detto tra garanzie e cash il conto per le casse dello Stato per evitare il fallimento delle ex popolari è stato salatissimo.
Solo di cash, come si ricorderà, un contributo pubblico pari a 3,5 miliardi (denari dati in contanti a Intesa SanPaolo e non tassati) per evitare che i crediti acquisiti avessero impatto sui coefficienti patrimoniali, più un ulteriore contributo pubblico cash a copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione per 1,285 miliardi. Infine lo Stato ha concesso, come noto, a Intesa SanPaolo garanzie a fronte di rischi di varia natura per un valore atteso (in gergo tecnico fair value) complessivo di 400 milioni (a fronte di un massimale garantito pari a circa 6 miliardi). Più i 6,4 miliardi di garanzia per coprire il finanziamento alle banche in liquidazione, come ricordato all’inizio.
Va aggiunto in tale quadro che Intesa ha tempo fino al 2020 per retrocedere dai 3,7 miliardi di crediti in bonis ad alto rischio che ha acquisito.
Bankitalia nel documento a domanda e risposta (Q&A, questions and answers) pubblicato sul suo sito l’estate scorsa evidenziava che l’importo complessivo nominale delle garanzie dello Stato (ovvero il valore massimo che lo Stato potrebbe essere chiamato a pagare, oltre a quello già pagato) è pari a 12,4 miliardi (6,4 miliardi del credito erogato da Intesa alle Liquidazioni più 6 miliardi circa per le altre garanzie).
«Tale cifra rappresenta tuttavia uno scenario estremo, difficilmente realizzabile» scriveva nel documento Bankitalia.